Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile
OGGI IL PREMIER PUO’ SALIRE AL COLLE: LA CRISI DI GOVERNO E LE POSSIBILI SOLUZIONI
Il Movimento 5 Stelle non parteciperà al voto sul Ddl Aiuti. E Mario Draghi
è pronto a salire al Colle oggi stesso. Per dare le dimissioni. Lasciando così le decisioni finali sul governo a Mattarella.
Con l’ombra del voto a settembre (il 25) o a ottobre (il 10). E la possibilità di varare un esecutivo tecnico che scriva la legge di bilancio prima di portare il paese alle urne.
Sul fronte del Colle però la prospettiva è diversa. Il presidente della Repubblica pensa di poter rimandare il governo alle camere per un nuovo voto di fiducia. Che però rischia di aprire una fase nuova della maggioranza. Ma su questo il centrodestra è diviso. Da una parte Salvini dice che la Lega non resterà in un governo senza il M5s. Dall’altra Berlusconi vorrebbe andare avanti anche senza i grillini.
Cominciamo da Draghi. Ieri durante la telefonata con Giuseppe Conte ha spiegato al leader M5s che gli obiettivi che i grillini si prefiggono si possono raggiungere più facilmente restando in maggioranza invece che uscendone. Questo però è vero anche per lui.
Nel senso che se lascia ora tutti i dossier più importanti gestiti dal suo esecutivo (Il Pnrr, la politica energetica, la riforma delle tasse) verranno gestiti da altri. Forse da Daniele Franco, se sono vere le voci che danno il suo fedelissimo pronto a prendere il suo posto per un governo balneare. Forse proprio da quei politici che oggi vogliono cacciarlo da Palazzo Chigi. Per la decisione finale potrebbe non esserci fretta.
Nel senso che se davvero oggi Draghi salisse al Quirinale per dare le dimissioni, Mattarella potrebbe rinviare il governo alle camere per verificare la fiducia.
Il giorno decisivo a questo punto sarebbe martedì 19 luglio, ovvero il primo disponibile per un voto in Parlamento. Draghi potrebbe incassare la fiducia e andare avanti. Oppure concedere il bis che ha sempre negato finora. Con un rimpasto che tagli fuori i grillini dal governo, come ha chiesto Forza Italia.
Ma, spiega oggi La Stampa in un retroscena, non sarebbero queste le intenzioni di SuperMario. Attorno a lui, racconta Ilario Lombardo, si comincia a parlare di dimissioni e qualcuno ha messo in guardia i leader sulle sue reali intenzioni.
Per questo spunta la data del 10 ottobre per il voto anticipato. Anche perché il premier si è via via irrigidito anche dopo i blitz di Salvini. Quando diceva di non volersi infilare «in una tempesta di distinguo» intendeva proprio questo. Ovvero fare la pace con i 5s e trovarsi altre crepe in maggioranza.
Da parte sua Draghi non ha intenzione di tirare a campare. Francesco Verderami sul Corriere della Sera spiega che il premier non vuole mettersi a capo di un esecutivo “balneare”.
SuperMario rifiuta l’idea di gestire un “non governo”, spiega il quotidiano, e sa di essere vissuto dai partiti come un intralcio. «Se i partiti potessero…», ha detto qualche giorno fa senza finire la frase. Ma non ce n’era nemmeno bisogno. Il pronostico del quotidiano è che Draghi chiederà a Mattarella di non rinviarlo alle camere. Potrebbe restare per l’ordinaria amministrazione accompagnando il paese alle urne? Tecnicamente è possibile ma lui preferirebbe di no.
«Meglio tirare a campare che tirare le cuoia», diceva Andreotti. Draghi la pensa diversamente.
Anche secondo Repubblica il governo Draghi è ai titoli di coda. Il premier salirà al Colle dopo l’Aventino del M5s in quella che per il Quirinale è ancora una crisi extraparlamentare. E dipenderà da SuperMario cosa succederà subito dopo le eventuali dimissioni. Anche perché nel gennaio scorso, quando Conte era in bilico, Mattarella lasciò all’allora presidente del Consiglio la possibilità di andare avanti cercando voti tra i “Responsabili”.
Ma i beninformati vicino al premier escludono che lui voglia tirare a campare: «Se andasse avanti facendo finta di niente – spiegano – dal giorno dopo sarebbe il Vietnam, ognuno sarebbe legittimato a votare solo quello che gli aggrada: il governo sarebbe paralizzato, restare non avrebbe senso»
Un altro governo o le elezioni
Il Fatto invece riferisce che sul fronte del Colle gli scenari ufficialmente non si fanno. Ma rispetto all’indisponibilità di Draghi a un bis ci sono solo due soluzioni alternative. La prima è quella di mandare il paese al voto subito: le elezioni in questo caso sarebbero segnate per il 25 settembre. Così il nuovo esecutivo avrebbe (in teoria e solo in caso di rapidissima formazione) anche il tempo di fare la manovra.
La seconda, un governo sotto la guida di Franco, con il compito di fare la legge di Bilancio. Per poi portare il Paese al voto a febbraio.
Ma d’altro canto Mattarella è anche l’unico che può convincere Draghi a restare. La moral suasion del presidente della Repubblica è l’ultimo scoglio che frena il mare della crisi.
In questo il presidente è spalleggiato dal Partito Democratico. L’agenzia di stampa AdnKronos fa sapere che Enrico Letta è pronto a chiedere una verifica per capire se una maggioranza c’è ancora oppure no. La moral suasion tentata in ogni modo dai dem si è infranta con la decisione dell’Aventino messa nero su bianco da Conte davanti ai parlamentari pentastellati. Una scelta, si osserva dal Pd, che rimette in discussione molto cose. Un chiarimento che per il segretario del Pd andrà fatto in Parlamento.
Ogni forza della maggioranza qui dovrà assumersi le proprie responsabilità se continuare o meno l’esperienza di governo. E nel caso la fiducia venisse meno per il Pd, come già detto oggi da Letta davanti ai gruppi, la conseguenza logica sarebbero le elezioni.
(da Open)
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Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile
“HA TRASFORMATO L’INFORMAZIONE IN CONOSCENZA E IL LETTORE IN CITTADINO”
Un giornale può sentirsi orfano, quando muore il padre. Esce ogni giorno, ogni giorno cambia, scritto com’è quotidianamente dalla realtà mutevole e sorprendente dei fatti.
Però un giornale ha un’anima, un carattere, una sua natura particolare capace – se rispettata – di rendere il tutto coerente e di tenerlo insieme, firme e lettori, generazioni diverse, storie e provenienze: giorno dopo giorno, un anno dopo l’altro.
L’anima di Repubblica è la vera creatura di Eugenio Scalfari, fatta a sua immagine e somiglianza ma con un dono speciale, quello della libertà nella conoscenza e nelle scelte. Perché il vero fondatore è chi crea qualcosa e poi lo lascia andare in un cammino autonomo, fedele nella libertà, perché gli possa sopravvivere.
C’è la fierezza per ciò che ha costruito, la commozione per averlo perduto, e il senso dell’abbandono nell’ultimo saluto a Eugenio, oggi.
Si scoprono i sentimenti di un giornale, il vuoto e il dolore nella redazione, il lutto attorno a noi, tra i lettori, nelle istituzioni, nella società. Scalfari costituiva un mondo, lo definiva, lo rappresentava. Per noi era molto di più, il punto d’inizio e il punto di riferimento, il creatore di una comunità che si è scelta e deve continuare a scegliersi ogni giorno, una voce, un consiglio, un’amicizia e un affetto. Noi non abbiamo soltanto lavorato con lui: gli abbiamo voluto bene, come si fa con un progenitore che c’è sempre stato, con cui hai condiviso le vittorie e le sconfitte, e su cui pensavi di contare per sempre.
La verità è che non ci ha preparati al distacco, nonostante una vita lunga un secolo. Non i lettori, che lo hanno trovato qui ogni domenica dal 1976 fino alle ultime settimane, ma nemmeno noi, i suoi compagni.
La forza intellettuale, la vivacità politica, la curiosità delle cose grandi e piccole rimanevano intatte, ci interpellavano ogni giorno e più volte al giorno e riscattavano il fisico infragilito, il movimento più lento, una fatica crescente nel muoversi.
Fin che ha potuto entrava qui, ogni mattina, con quella sua eleganza distratta, fortemente personale, il bastone che sembrava un vezzo più che un appoggio. I gesti sempre uguali mentre sedeva, poi accavallava le gambe e subito accendeva una sigaretta, anche se negli uffici non si può più fumare.
A quell’ora del mattino, prima della riunione di redazione, aveva letto soltanto Repubblica, tutta. Bastava perché il mondo gli girasse intorno nelle sue orbite conosciute, e lui si sentisse capace di comprenderlo. Scherzava, si appassionava, raccontava sceneggiandolo un episodio della cena con gli amici la ser
Ogni tanto un accenno al tramonto, un pensiero sulla fine. Soltanto l’età era ormai un punto fisso dei discorsi, prima una scusa per dire di no a qualche appuntamento e non viaggiare, poi in qualche raro caso quasi una confessione, come una verità da condividere in silenzio, insieme, commuovendosi quando nominava Enrica e Donata e parlava di Simone, il nipote.
Il giornale, la sua gente, continuava a vivergli attorno, come a un vecchio padre da cui si parte e a cui si torna. Lo guardavamo mentre parlava in piedi con l’amico di un’intera vita, Carlo Caracciolo, o con il compagno di tanti anni, Carlo De Benedetti, infine con John Elkann, l’editore di quel mondo torinese a cui pure era legato attraverso la famiglia: e sapevamo che nelle mani, o forse in tasca, o nella mente e nel cuore lui teneva comunque sempre quella scintilla immateriale che trasforma un’impresa in un’avventura collettiva, una redazione in un giornale, un quotidiano in un soggetto che parla al Paese e non soltanto del Paese.
Dentro la creazione della sua maturità – Repubblica appunto – confluivano le sue diverse vite e i mondi che aveva frequentato: la gioventù immersa negli anni del fascismo, il liceo delle grandi amicizie, la provincia e le capitali, il francese come scuola culturale, Milano e le domeniche mattina nell’ufficio di Mattioli, la genesi liberale, l’esperienza radicale e l’incontro definitivo con la sinistra italiana, gli anni dell’Espresso che costruivano un mondo e non soltanto un giornale, e infine l’ambizione di Repubblica. Più tante altre cose, alcune delle quali segrete, o almeno intime: sentimentali.
Da qualche parte sicuramente il mare, una specie di paesaggio dell’anima davanti al quale andava a passeggiare la sera con la madre, ai bagni Pirgus, quel mare che il nonno dipingeva nei suoi quadri e che lui “sentiva” da bambino affacciato al balcone della sala, guidato mentre scendeva il buio dalle prime luci delle lampare, dalle sirene dei vaporetti rimorchiatori che rientravano in porto, dalle cabine illuminate giù al largo. Una presenza costante come un rumore di fondo e un elemento della sfida. Che per Eugenio comincia da bambino, quando si assegna la responsabilità adulta di tener uniti i genitori in un matrimonio che scricchiola nella casa di Civitavecchia: una prova che poi prenderà il largo con il mito di Ulisse sempre frequentato, cercando la coscienza del limite, la conoscenza che lo supera, l’esperienza libertina che vuole provare il canto delle sirene, la responsabilità che fa tappare di cera le orecchie dei compagni, perché si salvino.
Qui c’è tutta la sfida riassunta in una parola: la conoscenza. Non solo una prova, dunque, o un cimento, un duello con un avversario. La vera sfida è il superamento di una soglia insieme e per conto dei compagni d’avventura, ed è soprattutto una partita con se stessi. Mettersi continuamente in discussione, puntare ogni volta ad un orizzonte più ampio, ripartire per un nuovo viaggio dopo ogni conquista.
Il giornale è questa necessità, e quest’occasione. Soprattutto per chi lo fonda e con questa fondazione fissa un’identità, disegna un profilo, indica un percorso di evoluzione e di crescita. Nel giornale di Eugenio, così come lui lo ha concepito, c’è la sfida di una comunità intellettuale e d’impresa, il miracolo di un incrocio vivo di generazioni diverse, di esperienze disparate, di provenienze differenti unite in una cultura di riferimento – con lui la chiamavamo una certa idea dell’Italia – e un obiettivo comune.
Non è l’atto di governo quotidiano che unifica e tiene tutto insieme, bensì l’atto di nascita, l’imprinting, il dna. E solo il fondatore ha – per sempre – la dimensione della paternità, del soffio iniziale, di chi ha visto la barca prendere il largo con un equipaggio che lui ha scelto, su un legno che lui ha intagliato, verso una rotta che lui conosce. Non per caso quando non lo conoscevo personalmente, Scalfari mi ricordava un Gulliver che leggevo da bambino, disegnato mentre tirava dietro di sé con le mani i fili delle navi di Lilliput.
Il risultato è una concezione del giornale che va ben al di là della fotografia della giornata per puntare alla ricostruzione del mondo, all’invenzione del contesto, all’intelligenza degli avvenimenti, alla comprensione dei fenomeni.
Cioè la creazione di una vera e propria macchina della conoscenza: capace di aiutare il lettore a partecipare e a capire, dunque a diventare un cittadino consapevole, proprio perché informato. Con un punto di vista forte, dichiarato e trasparente, perché non è una scelta partitica ma un’identità culturale, un modo di essere e di guardare al Paese e al mondo.
Se dovessi riassumere l’avventura giornalistica di Eugenio, direi che è la scommessa del cambiamento, anche in questo Paese, nonostante tutto, credendo ostinatamente che sia possibile persino in Italia. Crederlo, e testimoniarlo, appoggiandosi a due culture di minoranza, unite in quello che con disprezzo gli avversari chiamano ancora azionismo e che noi teniamo a cuore: la pratica politica della sinistra coniugata con il metodo liberale.
Una scommessa, certo, anche un azzardo: puntare su un’Italia che non c’è, ma che si può costruire rifiutando la rassegnazione, partendo dal fondamento culturale delle cose, credendo nel valore di un impegno civile, nel sentimento costituzionale, di libertà, repubblicano. Nella felicità possibile della democrazia.
Questa sfida è più credibile se nasce dalla capacità di cambiare se stessi, mentre si chiede il cambiamento. E Scalfari ha rivoluzionato il modo di essere del giornale italiano, nel 1976, e attraverso la novità di Repubblica ha cambiato il giornalismo. Basta pensare al formato, che oggi tutti hanno adottato ma che allora sembrò e fu rivoluzionario, alla fine della terza pagina accademica, al paginone centrale per la cultura, alle pagine due e tre dedicate al fatto del giorno: tutte rivoluzioni diventate oggi patrimonio comune, ma nate dal suo genio giornalistico e dalla sua Repubblica, che da lui ha ricevuto la magnifica condanna dell’innovazione permanente.
Con la scuola del grande settimanale unita al quotidiano Scalfari ha insegnato a non accontentarsi mai della dimensione frontale delle vicende, ma a inclinare ogni fatto e ogni giornata sul suo lato critico, cercando quel deposito di significato riposto che sta sul fondo delle cose.
Questa ricerca scalfariana di senso è ciò che trasforma l’informazione in conoscenza, la conoscenza in coscienza, il lettore in cittadino. E Repubblica in un unicum che non si può omologare, molto meno di un partito – come pigramente dicevano gli avversari – ma qualcosa più di un giornale, nella forza della sua soggettività e dell’identificazione con i lettori. Il quotidiano pensato da Eugenio è parte della vita del Paese, non della sua rappresentazione: e a differenza del cinema e della letteratura il suo giornalismo non è una struttura mimetica ma svela chi lo fa, porta in primo piano le sue idee e le sue passioni. Perché Scalfari è stato soprattutto un giornalista di idee, capace di cercare in ogni vicenda la dimensione culturale delle cose, quella che rivela perché dà sostanza, quella che resta perché è qualcosa che vale, dunque che dura. Per questo penso al dialogo quotidiano con Eugenio anche come a un antidoto al sentimento dell’effimero che pesa inevitabilmente sulla vita di un giornale, qualcosa che va oltre l’amicizia e l’affetto personale, oltre il dolore e la mancanza, perché lega le radici alle foglie come solo lui poteva fare.
Di questo, e di molto altro, ho fatto in tempo a ringraziarlo, con parole che sono soltanto nostre. In pubblico, lo abbraccio ancora una volta come abbiamo fatto ad ogni incontro, senza falsi pudori, e gli dico grazie per ciò che ha lasciato a tutti noi. So che ognuno degli uomini e delle donne di questa redazione e di quest’azienda porta con sé un “segno” dell’incontro con Scalfari, un gesto di attenzione individuale, un tono particolare del rapporto, un ricordo privato.
Ma c’è qualcosa che vale per noi tutti: lo chiamerei l’algebra e il fuoco, la buona grammatica delle cose e la passione culturale che le attraversa e le illumina di senso. Una passione scalfariana che facciamo nostra per fedeltà e per scelta, nella ricerca comune di quello che con Eugenio, citando Williams, chiamavamo «lo strano fosforo della vita»: che poi è la materia del suo giornalismo e della sua amicizia, della sua natura.
È il lascito che lui vorrebbe, quello che salutandolo oggi scegliamo e che porteremo con noi, riconoscendolo gli uni negli altri, dovunque saremo.
Ezio Mauro
(da La Repubblica)
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Luglio 14th, 2022 Riccardo Fucile
AVEVA FONDATO ANCHE IL SETTIMANALE L’ESPRESSO NEL 1955… PER QUATTRO ANNI ERA STATO DEPUTATO PER IL PARTITO SOCIALISTA
È morto Eugenio Scalfari, firma storica del giornalismo italiano. Aveva 98
anni. Nel 1976 aveva fondato il quotidiano la Repubblica, di cui ha lasciato la direzione nel 1996 e di cui è rimasto editorialista.
Sotto la sua guida, il quotidiano diventerà in pochi anni il primo giornale in Italia per numero di tirature, primato che conserverà a lungo.
Scalfari ha anche contribuito, insieme ad Arrigo Benedetti, alla fondazione del settimanale L’Espresso nel 1955, di cui è stato direttore. Nato il 6 aprile 1924 a Civitavecchia, si prende il diploma classico a Sanremo e si laurea in giurisprudenza a Roma.
La sua prima esperienza nel giornalismo arriva quando è ancora studente, all’interno del giornale Roma Fascista.
Dopo la guerra, nel 1950, si avvicina agli ambienti liberali e lavora come collaboratore de Il Mondo e de L’Europeo.
§Nel 1955 partecipa alla fondazione del Partito radicale, di cui ricopre la carica di vicesegretario nazionale dal 1958 al 1963. Tra il 1968 e il 1972 è deputato nei ranghi del Partito socialista.
(da agenzie)
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Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile
NEGLI ULTIMI 5 GIORNI SONO STATI COLPITI DIECI GRANDI DEPOSITI RUSSI DI MUNIZIONI PER L’ARTIGLIERIA, NUMEROSI DEPOSITI DI CARBURANTE, DIECI POSTI DI COMANDO E ALTRETTANTE CASERME… I FILORUSSI AMMETTONO: “STIAMO SUBENDO PERDITE ENORMI, MANCANO LE MUNIZIONI”
A questo punto bisogna chiedersi se l’invasione russa in Ucraina non è stata fermata in modo definitivo nel luglio 2022, grazie all’arrivo sul campo di battaglia dei lanciarazzi mobili Himars.
Può suonare come una domanda imprudente, ma l’impatto della nuova arma – capace di colpire un bersaglio a più di settanta chilometri con un margine di errore di nove metri – in soltanto tre settimane è difficile da esagerare.
Questo è Igor Girkin, ex comandante dei separatisti che sta dalla parte della Russia: «Negli ultimi cinque giorni sono stati colpiti dieci grandi depositi di munizioni per l’artiglieria, numerosi depositi di carburante, dieci posti di comando e altrettante caserme vicino al fronte e nelle retrovie. E anche molte postazioni di artiglieria e di difesa antiaerea. Il risultato: perdite enormi di soldati e di equipaggiamento. Quando ci decideremo a fare qualcosa?».
Lunedì i lanciarazzi americani hanno colpito quindici posizioni sparse lungo tutti i mille chilometri del fronte, anzi: molto dietro la linea del fronte, dove i russi fino a giugno pensavano di essere al sicuro. Dal Donbass fino alla regione di Kherson.
Uno di questi bombardamenti a Nova Kakhovka ha centrato un deposito di munizioni e ha creato un’esplosione notturna che è stata filmata dagli abitanti della zona ed è finita su tutti i siti di notizie del mondo, ma di colpi così ce ne sono tutti i giorni.
I russi hanno detto che in quella base vicino alle case non c’era materiale da guerra e che invece si trattava di un deposito di fertilizzante, ma si tratta di un tentativo di salvare la faccia – perché ci sono immagini del mattino dopo che mostrano i resti delle munizioni saltate in aria.
Non è chiaro se siano morti anche dei civili e quanti. Una persona che abita nella città occupata di Kherson e per cautela preferisce non vedere pubblicato il suo nome dice a Repubblica che i bombardamenti ucraini contro le posizioni russe sono festeggiati con discrezione da una parte della popolazione, perché vuol dire che quel territorio non è stato dimenticato e non è destinato a diventare un pezzo di Russia
Un blogger filorusso di Donetsk commenta così, dopo il bombardamento di due depositi di munizioni e carburante a Shakhtersk: «È dal 2016 che questi depositi militari sono nello stesso posto, non hanno mai cambiato posizione. Il nemico sa tutto di queste cose. E comunque non puoi nascondere un reparto militare, specialmente i depositi di munizioni.
Satelliti, spie, confessioni dei prigionieri, non è un segreto in città c’era buio e panico, le munizioni sono andate perdute Gli ucraini distruggeranno tutto sul territorio della Repubblica di Donetsk, sia le posizioni militari sia quelle civili. Io cerco di credere nella Russia, ma qui le conclusioni sono ovvie. Devono costruire qualcosa per trasportare le munizioni più lontano, non abbiamo ancora fatto nulla ma magari è arrivato il momento di farlo?».
Gli esperti leggono l’andamento della guerra in Ucraina anche grazie al sistema Firms della Nasa, che dallo spazio individua il bagliore dei fuochi a terra. Di solito serve a segnalare incendi, ma nel contesto del conflitto è capace di osservare in tempo reale gli scambi di artiglieria. Ebbene, è ancora presto per interpretare il dato, ma da qualche giorno il fuoco dell’artiglieria russa è in calo. Può essere che la distruzione dei depositi nelle retrovie cominci a fare effetto.
L’inviato del Telegraph dice che è così e che gli artiglieri russi sono increduli per la mancanza di munizioni. Nel Donbass i russi erano capaci di sparare dieci volte il numero di proiettili sparati dagli ucraini ed è grazie a questa potenza di fuoco superiore che a giugno hanno conquistato le città di Severodonetsk e di Lysychansk. Lo scopo degli ucraini, e delle intelligence occidentali che forniscono in tempo reale una quantità enorme di dati e di possibili opzioni, è mettere in crisi questa superiorità russa.
Domenica gli Himars hanno centrato un posto di comando nella regione occupata di Kherson e secondo fonti ucraine hanno ucciso un generale, quattro alti ufficiali della 20esima Divisione fucilieri motorizzati e centocinquanta soldati. Potrebbe essere un’esagerazione da parte ucraina, ma ieri fonti russe hanno cominciato a confermare e hanno dato i nomi di due comandanti morti.
E’ uscita la foto del comando – il tetto è stato centrato in pieno da un missile. Per ora i lanciarazzi americani in Ucraina sono otto. Lunedì sul Washington Post un editoriale firmato da Max Boot chiedeva: “Mandate sessanta Himars e mettiamo fine alla guerra”.
Il numero di Himars e sistemi affini (gli M270) è destinato a salire a venti entro la fine di luglio.
(da La Repubblica)
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Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile
IL GRUPPO ARISTON, BENETTON, BOGGI, UZZI UNICEM, DE CECCO, DIESEL, ARMANI E UNICREDIT SONO IN MODALITÀ “BUSINESS AS USUAL”, ALTRE OTTO STANNO PRENDENDO TEMPO. LE UNICHE AD AVER INTERROTTO COMPLETAMENTE LA LORO PRESENZA A MOSCA CON “RECISIONE CHIRURGICA” SONO GENERALI E ENEL
“Sono 13 le aziende italiane che lavorano in Russia come se nulla fosse”,
secondo il database aggiornato dalla School of Management dell’Università di YALE.
Fanno parte di un gruppo di 243 società di tutto il mondo in modalità “business as usual”, come prima del 24 febbraio.
Si tratta del Gruppo Ariston, che continua a operare e ad assumere, di Benetton, che continua ad operare, come Boggi, che opera in Russia anche con vendite online.
Le fabbriche di Buzzi Unicem sono in funzione in Russia e Calzedonia vende i suoi prodotti come prima dell’inizio della guerra, così come Cremonini.
De Cecco prosegue le operazioni e le vendite, Diesel opera in Russia normalmente, idem il Gruppo Fenzi, Fondital, opera e investe, Giorgio Armani prosegue le sue operazioni, così come Perfetti Van Melle e Unicredit. Altre otto aziende italiane stanno “prendendo tempo” (sono 160 in totale a farlo).
Sono imprese che “pur avendo sospeso investimenti, sviluppo e attività di marketing mantengono un business sostanziale”. In questa categoria ricadono Barilla che non pubblicizza più i suoi prodotti ma continua a produrre anche se solo pasta e pane.
Campari produce ma non investe. Delonghi ha sospeso nuove forniture e investimenti ma è presente in Russia e lo stesso vale per Geox.
Intesa Sanpaolo ha sospeso i nuovi investimenti e ha ridotto i nuovi finanziamenti. Maire Tecnimonet ha sospeso le attività commerciali. Il Gruppo Menarini ha sospeso la pubblicità e i nuovi investimenti ma la sua fabbrica in Russia continua a funzionare. Saipem ha bloccato nuovi investimenti.
Altre sette aziende italiane hanno “ridotto le loro operazioni” come 168 aziende nel mondo. Ci sono Eni, che ha sospeso la stipula di nuovi contratti e disinveste da investimenti per rubli, Ferrero che ha sospeso le attività non essenziali, Indesit, che ha bloccato la produzione a causa di “magazzini pieni”, Iveco ha sospeso le consegne ma le joint venture sono ancora operative.
Luxottica ha limitato le operazioni in Russia ai servizi medici. Pirelli ha sospeso nuovi investimenti in Russia e ridotto la produzione. Valentino ha sospeso la vendita di prodotti online ma “non ci sono informazioni sulle vendite” in presenza.
Altre aziende hanno sospeso le attività, pur mantenendo aperta l’opzione di un rientro sul mercato russo. In totale, nel mondo sono 486.
Le italiane sono sette: Diadora, che ha sospeso i contratti con i partner russi, Ferragamo che ha sospeso le consegne ai consumatori russi, Ferrari, che ha sospeso le vendite, Leonardo ha messo in pausa le joint venture in Russia. Moncler ha sospeso le operazioni, come Prada.
Yook ha sospeso le attività commerciali e il Gruppo Zegna tutte le consegne e la produzione per i partner russi. Le aziende italiane che hanno interrotto completamente la loro presenza in Russia con una “recisione chirurgica” delle relazioni sono solo Assicurazioni generali e Enel. In tutto nel mondo, sono 306 ad averlo fatto.
(da agenzie)
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Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile
MATTARELLA SI ASSUMERÀ LA RESPONSABILITÀ DI TENERE DRAGHI A PALAZZO CHIGI, CHIEDENDOGLI UN SACRIFICIO ISTITUZIONALE… MATTARELLA TEME I COLPI DI TESTA DEL “MATTO” SALVINI (MA ZAIA LO FERMA: “DRAGHI RESTI”)
Si fa presto a dire “crisi di governo”. Tutti cianciano, inveiscono, mostrano i muscoli ma si rifiutano di fare i conti con il vertice del Sistema, il Quirinale, che sulle fibrillazioni dell’esecutivo ha sempre l’ultima parola.
Cosa farà Mattarella, se il M5s dovesse uscire dalla maggioranza?
Sul Colle più alto ancora masticano amaro per la risposta che Draghi ha dato ai giornalisti che gli chiedevano se fosse disponibile a una verifica di maggioranza in caso di mattane dei Cinquestelle: “Lo chieda al presidente Mattarella”.
Nelle stanze damascate del Quirinale la sortita da guascone non è stata apprezzata. Ancor meno l’altra uscita tranchant di Draghi: “Ho già detto che per me non c’è un governo senza M5s e non c’è un governo Draghi altro che l’attuale”.
Dichiarazioni incaute di un tecnico che non maneggia la politica e i suoi equilibri
D’altronde non si può mai essere troppo assertivi o perentori in politica: lo scenario cambia continuamente e la prudenza è una necessaria virtù di sopravvivenza. Soprattutto ora, in piena emergenza inflazionistica, energetica, idrica, pandemica e economica.
Mattarella ha un suo disegno chiaro: vorrebbe portare il Paese al voto il 21 maggio 2023, al termine naturale della legislatura, lasciando l’incombenza delle nomine nelle partecipate al nuovo governo e tenendo Draghi a palazzo Chigi fino all’inizio della prossima estate.
Questo scenario, minacciato dall’insofferenza dei grillini e dall’intransigenza di Draghi, potrebbe andare a ramengo già domani, in caso di astensione del M5s dal voto di fiducia sul Decreto aiuti.
E qui s’attiva il freno d’emergenza del Quirinale. Mattarellas è contrarissima all’ipotesi che Draghi si dimetta e torni nel buen retiro di Città della Pieve. L’ha anche fatto presente in uno degli ultimi incontri: “Caro Mario, bisogna arrivare alle elezioni in modo ordinato facendo quel che è possibile, a partire dalle scadenza previste dal Pnrr”.
Ma se Conte e le sue falangi di grilloidi dovessero infilare una mina sotto le chiappe del governo, Mattarella si assumerà la responsabilità di tenere Draghi a palazzo Chigi, chiedendogli uno sforzo di buona volontà, un sacrificio istituzionale. Tanto i numeri per una nuova maggioranza senza quel che resta del M5s, dopo la scissione guidata da Di Maio, ci sono già.
Certo, ci sarebbe l’enigma Salvini. Esondante e fibrillante, il Capitone si è rimesso la felpa da guastatore. Chiede al governo un intervento da 50 miliardi (e i soldi chi li mette?), alza la cresta, inveisce contro il Pd e ha pure colto la palla al balzo per tornare alle urne: “Senza i 5 stelle non ci sarà un altro Governo. Se i 5 stelle faranno una scelta parola agli italiani”.
Se il draghiano Giorgetti è ormai sull’orlo di una crisi di nervi per le fanfaronate di Salvini, a dare una schicchera alla recchia del segretario della Lega ci ha pensato Luca Zaia.
Il governatore del Veneto ha espresso la posizione dell’ala moderata del Carroccio, consegnando a Salvini un chiaro mandato a non rompere il cazzo a Draghi: “In questo momento particolare c’è bisogno di un governo per prendere decisioni strategiche. Io spero che non ci siano motivi perché questo governo cada, perché entreremmo in un limbo pericoloso. Se si può andare avanti anche senza M5s? Giro la domanda al presidente Mattarella che, come prevede la Costituzione, sentirà le forze politiche, vedrà i numeri e deciderà”.
Tra l’altro l’ondivaga “gestione Salvini”, oltre a sgonfiare il Carroccio nei sondaggi, sta spingendo molti boiardi, ambasciatori, politici locali a bussare alla porta di Giorgia Meloni. E’ lunga la fila di chi spera di aggrapparsi al treno in corsa di Fratelli d’Italia. Tra i primi a cercare un avvicinamento con la “Ducetta” si segnalano Roberto Tomasi, amministratore delegato di Aspi, e Paolo Gallo, ad di Italgas.
(da Dagoreport)
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Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile
DOMENICA SI FERMANO LE LOW COST RYANAIR, EASYJET E VOLOTE… LE VACANZE DEI FRANCESI SONO MINACCIATE DALLO SCIOPERO DEI TRENI … MENTRE A NOI TOCCANO LE PROTESTE SELVAGGE DEI TASSISTI
Estate nera per i viaggi, tra scioperi delle compagnie aeree, dei treni e
persino dei taxi.
Mentre in Italia le auto bianche tornano in piazza contro Uber e in Francia è un caos ferroviario, a Londra troppi passeggeri, con i servizi aeroportuali che rischiano ogni giorno il collasso nel cuore dell’estate: per tentare di ovviare alla situazione l’aeroporto di Heathrow ha chiesto alle compagnie aeree di smettere di vendere biglietti, quando i passeggeri in partenza eccedano i 100mila al giorno.
Una limitazione che sarà in vigore fino all’11 settembre, per tutta l’estate. In realtà il management aeroportuale ne prevede almeno 104mila al giorno per il picco estivo, già raggiunto. Ma dei 4mila in eccesso sul tetto solo 1.500 al giorno sono già stati venduti: di qui la richiesta di non offrirne più.
Numero chiuso a Heathrow
È stato proprio l’amministratore delegato di Heathrow, John Holland-Kaye, a scrivere una lettera aperta ai passeggeri, citata da vari media britannici e internazionali, in cui si è scusato per la “difficile decisione”, dettata dall’impellenza del boom di partenze di vacanzieri, che hanno quotidianamente sforato il limite di 100.000 al giorno.
«Abbiamo iniziato a registrare dei periodi in cui il servizio scade a un livello inaccettabile – ha sottolineato – : code, ritardi, bagagli che non viaggiano con i passeggeri o arrivano in ritardo, bassa puntualità e cancellazioni dell’ultimo minuto. I nostri colleghi si fanno in quattro per assicurare la partenza di quanti più passeggeri è possibile, ma non possiamo spingerli fino a rischiare la loro sicurezza e la loro salute».
Da qui la decisione: «La nostra valutazione è che il numero massimo di passeggeri in partenza che le compagnie aeree, gli operatori di terra delle compagnie e l’aeroporto possono servire collettivamente durante l’estate non possa essere superiore a 100.000». Nel 2018 la media giornaliera dei passeggeri che passavano per lo scalo londinese sfiorava i 220.000, fra arrivi e partenze.
In Francia disagi per stop dei treni
Disagi nei trasporti in Francia per lo sciopero della SNCF, la grande compagnia ferroviaria d’Oltralpe, in pieno periodo di partenze per le vacanze estive. I quattro principali sindacati dei macchinisti hanno deciso di incrociare le braccia per invocare un aumento dei salari dinanzi alla crescita dell’inflazione e all’assenza di aumenti generali dello stipendio dal 2014.
In una nota, i sindacati CGT-Cheminots, SUD-Rail e CFDT precisano che i dipendenti della SNCF sono «duramente colpiti» da questa situazione e subiscono «un calo netto e forte del loro potere d’acquisto».
Il 16 giugno, l’insieme dei sindacati aveva inviato una «richiesta di concertazione immediata» sulla questione dei salari al presidente della compagnia ferroviaria, Jean-Pierre Farandou.
La direzione ha previsto un tavolo di confronto con i sindacati oggi stesso. Secondo le previsioni, dovrebbero circolare tre treni ad alta velocità (TGV) su quattro su alcune tratte e due treni espressi regionali (TER) su cinque. Il traffico internazionale (Eurostar, Thalys, Lyria) dovrebbe invece restare “normale” o “quasi”.
Disagi anche nel traffico locale dell’Ile-de-France, la regione parigina in cui si concentra una parte importante della popolazione. Le partenze per le vacanze dei francesi sono già state turbate a fine giugno dallo sciopero di dipendenti e fornitori di Aéroport de Paris, dei pompieri dell’aeroporto Charles-de-Gaulle, delle compagnie EasyJet e Ryanair, in particolare, con l’annullamento di alcune centinaia di voli. Pesanti disagi anche nella consegna bagagli, con circa 17mila bagagli rimasti a terra allo Charles-de-Gaulle.
Sciopero compagnie “low cost”
Si attente poi lo sciopero di domenica prossima delle compagnie “low cost” Ryanair, Easyjet e Volotea, quando saranno bloccate da un’agitazione sindacale, peraltro contemporanea a uno sciopero dei controllori di volo dell’Enev, destinato a fermare a terra anche tutte le compagnie.
Manifestazioni dei tassisti
Nel frattempo, in Italia continuano a scendere in piazza i tassisti, chiedendo lo stralcio dell’art.10 del Ddl concorrenza e dopo la pubblicazione dei documenti dell’inchiesta giornalistica internazionale “Uber files”. Dopo essersi incatenati ieri di fronte a Palazzo Chigi, i sindacati della categoria sono tornati a protestare a gran voce nelle strade del centro di Roma e di Torino, con tanto di lancio di fumogeni e petardi. Sul fronte trasporti sono giorni di caos, quindi, e non accennano ad arrestarsi.
(da agenzie)
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Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile
E TRA LE DUE MINISTRE (ESTERI E COMMERCIO), A PREVALERE SAREBBE LA SECONDA
Si mette male per Rishi Sunak. Secondo un sondaggio di YouGov, pubblicato dal DailyMail, l’ex cancelliere dello scacchiere britannico, candidato in pectore per la successione a Boris Johnson come leader del partito conservatore, e di conseguenza come primo ministro, rischia di perdere miseramente.
I Tory gli preferirebbero la ministra degli esteri Liz Truss, o quella del commercio, Penny MOurdant.
In particolare la Mourdant sarebbe la favorita tra gli attivisti: partita come outsider, ora è data come favorita contro qualsiasi rivale in un eventuale ballottaggio. Il margine contro Sunak dovrebbe essere di 67% a 28%, mentre l’ex Cancelliere potrebbe perdere 59% a 25% contro Truss.
La Mordaunt, celebre per aver partecipato al reality “Splash” ha lanciato ufficialmente oggi la sua candidatura alla leadership: ha giurato di voler ripristinare il “senso di sé” dei Tories
Partecipando a un evento a Westminster, la signora Mordaunt ha detto di essere la “candidata che i laburisti temono” e ha aggiunto: “Hanno ragione”. Mordaunt è considerata una “colomba” in materia dei diritti dei trans.
Il sondaggio arriva proprio mentre Sunak inizia a tessere la sua tela: l’ex ministro, di origini indiane, ha infatti incassato l’appoggio di Steve Barclay, attuale segretario di stato alla salute e grande alleato di Boris Johsnon.
Degli otto candidati rimasti solo Sunak e Mordaunt hanno abbastanza sostenitori dichiarati per sopravvivere al primo voto di oggi, previsto a partire dalle 17, dopo che i capi del partito hanno fissato un minimo di 30 per avanzare.
Ci si aspetta che Liz Truss abbia abbastanza sostegno, ma i parlamentari sospettano che già oggi quattro candidati potrebbero essere esclusi.
(da agenzie)
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Luglio 13th, 2022 Riccardo Fucile
L’ULTIMO CASO È QUELLO DI UNA RAGAZZA INGLESE DI 22 ANNI, CHE HA DENUNCIATO UN FACOLTOSO 30ENNE AMERICANO, ACCUSANDOLO DI AVERLA VIOLENTATA IN ALBERGO … GLI STUPRI E LE MOLESTIE NELL’ISOLA GRECA SI SONO MOLTIPLICATI NELLE ULTIME SETTIMANE
Una vacanza a Mykonos si è trasformata in incubo per una ragazza
inglese. La 22enne sarebbe stata violentata da un ricco trentenne americano, sabato pomeriggio, in uno dei numerosi bar dell’isola.
La donna sostiene che lui l’abbia seguita in bagno, nella sua stanza d’albergo. “Mi ha costretto a fare sesso, mentre cercavo di allontanarlo – ha raccontato la ragazza alla polizia greca – ha insistito e con la sua forza è riuscito a stringermi e a immobilizzarmi”.
La giovane è stata sottoposta a un esame forense presso il Dipartimento di Polizia di Mykonos, ed è stato aperto un caso contro il suo presunto stupratore americano.
Un’altra donna di 22 anni, una danese, sostiene di essere stata violentata da un uomo sabato sera, che l’ha portata in albergo nella zona di Argyraina dopo averla incontrata a Mykonos Town, e l’avrebbe costretta a fare sesso con lui.
Dopo il presunto stupro, l’uomo avrebbe lasciato l’albergo e la donna ha denunciato l’accaduto alla polizia alle 8.50 di domenica mattina. La donna ha dichiarato alla polizia di Mykonos che lo stupratore aveva la sua età, era alto 1,70 m, aveva i capelli neri e gli occhi scuri, e che indossava pantaloni neri e una maglietta rossa.
Il mese scorso, un uomo britannico è stato accusato di aver violentato la propria figlia su un’altra isola greca.
(da agenzie)
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