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CINA E STATI UNITI, PROVE DI DIALOGO PER APPIANARE LE DIVERGENZE: “MA CONDANNATE MOSCA”

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEGLI ESTERI CINESE E IL SEGRETARIO DI STATO AMERICANO HANNO CONCORDATO UN MIGLIORAMENTO DELLE RELAZIONI TRA LE DUE SUPERPOTENZE

Tentativi di distensione: il ministro degli Esteri cinese Wang Yi e il segretario di Stato americano Antony Blinken hanno concordato su un miglioramento delle relazioni tra le due super potenze. Lo ha riferito Pechino alla luce dell’incontro dei due capi delle diplomazie a margine del vertice G20 a Bali.
Usa e Cina «sulla base di reciprocità e mutuo beneficio, hanno reagito un’intesa per promuovere la consultazione del gruppo di lavoro congiunto sino-americano per raggiungere migliori risultati», ha commentato il ministero di Pechino in una nota
Risolvere le questioni in sospeso
La Cina sollecita gli Stati Uniti a gestire le divergenze tra le due potenze e a uno sforzo per risolvere i problemi in sospeso tra Pechino e Washington. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, nell’incontro con il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, a margine della riunione dei ministri degli Esteri dei Paesi del G20 a Bali, in Indonesia. Cina e Stati Uniti dovrebbero «seguire lo spirito del rispetto reciproco della convivenza pacifica ed evitare il confronto», ha detto Wang, citato in una nota del ministro degli Esteri cinese, e «discutere una linea guida per le azioni di entrambe le parti». Inoltre, ha aggiunto, «è necessario gestire correttamente i conflitti e le differenze e sforzarsi di risolvere i problemi in sospeso».
Pressing Usa sula Cina: “Condannate Mosca”
Sulla guerra in Ucraina non si può più essere neutrali. È il momento che la Cina prenda una posizione e condanni «l’aggressione» di Mosca. L’esortazione di Washington a Pechino è arrivata alla fine della due giorni del G20 di Bali, una riunione in cui il gruppo allargato dei ministri degli Esteri, sotto l’egida indonesiana, non è riuscito a trovare una posizione comune, ma che è comunque servita a riprendere le fila del dialogo Usa-Cina dopo le tensioni e gli scambi di accuse degli ultimi mesi.
Il segretario di Stato americano, Antony Blinken e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi si sono intrattenuti in un colloquio lungo, ai margini del vertice, durato circa cinque ore. Un faccia a faccia «costruttivo, ha detto il segretario di Stato, volto soprattutto a impedire che le tensioni bilaterali sfuggano al controllo in un momento storico troppo delicato. Si trattava della prima volta che i due si incontravano da ottobre: un occasione che fa presupporre alcuni che presto anche i presidenti Xi Jinping e Joe Biden potrebbero parlare tra loro, almeno virtualmente.
«Nonostante la complessità del nostro rapporto, posso affermare con una certa sicurezza che le nostre delegazioni hanno trovato le discussioni di oggi utili, schiette e costruttive», ha affermato Blinken. «Il rapporto tra Stati Uniti e Cina è altamente consequenziale per i nostri paesi ma anche per il mondo. Ci impegniamo a gestire questo rapporto, questa competizione, in modo responsabile», ha affermato, promettendo di mantenere aperti i canali della diplomazia con Pechino. «Questo è davvero un momento in cui tutti dobbiamo alzarci in piedi, come abbiamo sentito fare paese dopo paese nel G20, per condannare l’aggressione, per chiedere tra le altre cose che la Russia consenta l’accesso al cibo bloccato in Ucraina», ha detto Blinken. Sul tavolo, oltre al tacito consenso di Pechino all’invasione russa dell’Ucraina, anche il nodo di Taiwan. «Ho espresso profonde preoccupazioni degli Stati Uniti riguardo alla retorica e all’attività sempre più provocatoria di Pechino nei confronti di Taiwan e all’importanza vitale di mantenere la pace e la stabilità attraverso lo Stretto di Taiwan», ha affermato Blinken.
(da agenzie)

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SCINTILLE DI NOVECENTO: IL DUCE, PERTINI, WOJTYLA, CRAXI.

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

STORIE INEDITE NEL FORMIDABILE LIBRO DI UGO INTINI… EPISODI SCONOSCIUTI RACCONTATI DA CHI C’ERA

I nostalgici del secondo Novecento stanno già venendo allo scoperto e d’altra parte è fatale che sia così: l’impatto durissimo della guerra in Ucraina sta richiamando – sempre più spesso e per contrasto – il ricordo di quella straordinaria stagione di progresso e di pace che è stato il secondo cinquantennio del ventesimo secolo. E proprio ad alcuni dei principali personaggi (soprattutto italiani) di quella stagione è dedicato l’ultimo libro di Ugo Intini “Testimoni di un secolo. 48 protagonisti e centinaia di comprimari del secolo breve”.
Negli anni del “nuovo corso” socialista, Ugo Intini è stato direttore dell’ ”Avanti!” e portavoce del Psi di Craxi e proprio quella sua duplice natura – politica e giornalistica – è il “reagente” che ha prodotto un saggio con un tratto di notevole originalità.
In pochissimi libri usciti negli ultimi anni in Italia sono contenuti così tanti episodi inediti, uniti tutti dallo stesso filo: essere stati raccolti direttamente dalla viva voce dei protagonisti. Una miniera per gli storici e per i “malati” di politica.
Non si tratta di aneddoti fini a sé stessi, quelli che servono a arricchire il campionario dello “strano ma vero”, ma invece testimonianze collocate in un contesto storico. Come quella del generale Angelo Cerica sulla natura dell’accordo tra Vittorio Emanuele III e Benito Mussolini nel celebre incontro di Villa Ada nel luglio 1943. O come le pressioni americane sul governo italiano perché non si insistesse a ricercare le responsabilità sovietiche per l’attentato di Alì Agca a Papa Wojtyla. O come tante altre.
La carrellata comprende, oltre alle principali personalità della storia socialista, personaggi come Andreotti, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Pajetta; gli artefici della Milano progressista e umanitaria del secondo dopoguerra; giornalisti come Montanelli, Tobagi e Bettiza, grandi oppositori del comunismo (Sacharov e Pelikan) ma anche leader del socialismo reale, a cominciare dal generale Jaruzelski.
La prima testimonianza controtendenza riguarda la versione «comunemente accettata sulla fine del fascismo»: Mussolini messo in minoranza e fatto arrestare dal Re dopo l’incontro a Villa Ada.
Il generale Cerica, che comandava i Carabinieri al momento dell’arresto, a Sandro Pertini che sospettava una messa in scena, confiderà: «La penso esattamente come lei…». Una “contro-lettura” che si dipana così: Mussolini – temendo di essere accusato di viltà dai suoi – si sarebbe consegnato al Re, sperando di esserne difeso davanti agli Alleati, dopo che casa Savoia aveva condiviso quasi tutto nel ventennio fascista.
Intini indica qualche indizio successivo: una lettera di Mussolini a Badoglio «senza nessuna recriminazione o rimprovero» e successivamente il serio disappunto del Duce, quando fu prelevato e “liberato” dai tedeschi sul Gran Sasso.
E se Intini non sposa questa versione dei fatti ma la affida ad ulteriori approfondimenti storici, inequivocabile è la testimonianza dell’ex portavoce di Craxi, sul disappunto del governo americano negli anni Ottanta per l’attenzione politica (dei socialisti) e giudiziaria sulla responsabilità sovietiche in merito all’attentato a Giovanni Paolo II. Scrive Intini: «Ci fu fatto filtrare dal Dipartimento di Stato: supponiamo che si dimostri in modo inoppugnabile che il Cremlino ha tentato di uccidere il Papa? E allora? E poi? Che si fa, la guerra?».
Rivela ulteriormente Intini: «Una volta terminato il processo, sono andato a trovare il povero giudice istruttore Ilario Martella, che aveva visto la verità ed era stato lasciato sostanzialmente solo: mi disse che l’intera famiglia aveva ricevuto minacce terribili, dalla Germania».
Una storia che racconta il cinismo della convivenza pacifica Usa-Urss e che richiama un’altra storia: la gelida indifferenza delle socialdemocrazie europee e dei comunisti italiani per dissidenti dell’Est europeo. Dopo la Primavera di Praga, l’ex direttore della Radio Jiri Pelikan lasciò il suo Paese «con altri duecentomila connazionali», non trovò ascolto tra i socialdemocratici tedeschi e scrisse «una lunga lettera personale» ad Enrico Berlinguer, che però non ebbe risposta. Ebbe aiuto soltanto da due giovani socialisti, Carlo Ripa di Meana e Bettino Craxi, che riuscì a far pubblicare in Italia “Literarny ListY”, la rivista della Primavera cecoslovacca. Scrive Intini: come direttore responsabile «pensammo ad una firma del giornalismo italiano», «si trattava soltanto di prestare il nome, anche per un gesto simbolico di solidarietà». Ma con una scusa o con l’altra, «tutti gli interpellati si sfilarono», compresa una grande firma del “Giorno” di cultura azionista, «perché nel 1970 era ancora sconsigliabile sfidare l’egemonia culturale comunista e la potenza sovietica».
Il tema del garantismo e della magistratura politicizzata è trattato non con le consuete argomentazioni ma con le parole spiazzanti e preveggenti di Pietro Nenni e Riccardo Lombardi, assieme a Pertini, i tre personaggi «più popolari» del socialismo italiano. Nel lontano 1964 Pietro Nenni scriveva parole profetiche: «L’ indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest’ultima il solo vero potere, un potere insindacabile, incontrollabile e, a volte irresponsabile». Anni dopo, sempre Nenni, usò termini che sembrano pensati ieri mattina: «La magistratura l’abbiamo voluta indipendente ma per di più è divisa in gruppi e gruppetti peggio dei partiti». Anno, 1974: quarantotto anni fa.
Racconta ancora Intini: «Un giorno un giornalista dell’“Avanti!” mi disse che un giudice istruttore che indagava sui neofascisti voleva parlarmi molto riservatamente. Ci vedemmo in modo carbonaro in una stazione veneta, mi raccontò delle difficoltà dell’inchiesta, incaricandomi di parlarne a Lombardi, “sa, sono lombardiano…”». Intini: «Andai da Lombardi, che mi gelò: “Faccio finta di non aver sentito, perché altrimenti questo magistrato dovrei denunciarlo per violazione del segreto istruttorio. Digli di fare il suo mestiere e non politica». Conclusione di Intini: «Magistrati come questo, non trovando risposta dai socialisti, andarono del Partito comunista e, per dirla con Manzoni, “lo sciagurato rispose”».
Tantissimi episodi inediti o poco conosciuti. Campagna elettorale del 1968: «Nenni chiamò Craxi e gli disse: “Ti devi tirar dietro Fortuna e Scalfari, riversando su di loro le tue preferenze”», Intini, che ai tempi faceva il galoppino, ha un ricordo nitido: «Stampammo i santini: Nenni, Craxi, Fortuna, Scalfari». Per le sue inchieste sul Sifar, Eugenio Scalfari rischiava il carcere, aveva bisogno della immunità parlamentare e la ottenne grazie ai “santini” stampati da Craxi. Poi creò uno dei più straordinari giornali del Novecento e avversò Craxi, ma quella è un’altra storia.
Tra i testimoni del Novecento, grande spazio (con episodi davvero belli) agli artefici della rinascita economica, culturale e civile della Milano del dopoguerra, dai “cumenda” venuti su dal nulla, come Angelo Rizzoli, ai grandi intellettuali come Paolo Grassi e Giorgio Strehler, sino ad un personaggio più appartato come Giulio Seniga.
Operaio all’Alfa, Seniga, detto Nino, divenne un capo militare della Resistenza, dove mostrò un coraggio fuori dal comune, come quella volta che la Wermacht a Domodossola aveva ripreso il controllo di un prezioso carico di mercurio, l’ “argento vivo”. Nino «saltò sul treno del mercurio, puntò la pistola alla testa di un macchinista e gli ordinò di partire a tutto vapore verso la Svizzera». I tedeschi con le moto sidecar inseguirono, sparando all’impazzata, Seniga rispondeva al fuoco e al termine di una scena da western, Nino mise il salvo il prezioso carico.
Nel Pci del secondo dopoguerra Seniga – braccio destro di Pietro Secchia – era diventato il capo della “polizia interna” del partito, mentre sua moglie Anita Galliussi fu promossa addirittura segretaria di Palmiro Togliatti. Scrive Intini: «Nino e Anita erano giovani, belli, entusiasti, volevano fare la rivoluzione ma quando si accorsero che nella loro doppiezza, i capi pensavano alla tranquilla gestione del potere, si ribellarono». Seniga se ne andò con i soldi segreti del Pci e, pensando già alla sua pelle, portò via documenti che dimostravano traffici indicibili. I comunisti tentarono di ucciderlo ma quelle carte, affidate ad un notaio in Svizzera, lo salvarono.
Dai soldi del Pci, Seniga attinse una cifra che equivaleva allo stipendio mensile di un operaio e tuttavia «lo addolorava l’accusa di essersi arricchito».
Scrive Intini: «Lo ricordo sempre con la stessa giacca grigia spigata, con un cappotto dai larghi risvolti, lungo sino a terra», «abitava in una casa di ringhiera, tipicamente operaia, dove si entrava dal balcone direttamente nella grande cucina». Per i comunisti restò un traditore, non assurse mai allo status di personaggio che seppe vedere in anticipo, fino a quando un “evento” sbalorditivo ne illuminò il ricordo.
In un libro di memorie, Edgard Morin, uno dei più grandi filosofi contemporanei, di punto in bianco scrisse: «Seniga è uno degli uomini più coraggiosi, calunniati e denigrati che abbia mai conosciuto, è un caso estremo di una presa di coscienza, che lo ha portato ad una decisione incredibile. Mi dona coraggio e fiducia nel genio sotterraneo che lavora nelle profondità cerebrali, qualcosa che risveglia e rivoluziona le menti, proprio quando si pensa che tutto sia chiuso, congelato, pietrificato».
“Testimoni di un secolo” (Baldini e Castoldi, 25 euro, 684 pagine) è dunque un libro ricchissimo di episodi, raccontati senza autocompiacimenti (del tipo: avevamo ragione noi socialisti) e con un understatement, due approcci sanamente anacronistici.
Così come poco contemporaneo è il rispetto verso gli avversari, politicamente combattuti per anni e anni. Esemplare il capitolo su Giancarlo Pajetta, dirigente storico del Pci, che una sera degli anni Ottanta incrociò le lame dialettiche proprio con Intini. Erano gli anni nei quali i socialisti avevano scoperto il velo sugli orrori del comunismo, i due erano stati protagonisti di un serrato dibattito sull’Urss a una festa dell’Unità a Roma sul Tevere e al termine, «intorno ad una pizza e a troppo vino bianco, facemmo notte».
Racconta Intini: «Al momento dei ricordi gli occhi di Pajetta diventarono lucidi e mentre ce ne andavamo, con improvvisa dolcezza, mi prese sottobraccio e mi disse: “Tu non puoi capire. Quando ci sentivamo soli, scoraggiati e randagi, nella Roma fascista, noi giovani andavamo davanti all’ambasciata sovietica, guardavamo sventolare la bandiera rossa con la falce e il martello e gli occhi si riempivano di lacrime».
A coronamento di questo struggente ricordo, Intini conclude così il capitolo su Pajetta: «Prima di scrivere queste righe ho cercato e ritrovato tra gli scaffali di casa il suo libro più famoso, “Il ragazzo rosso”. Non sapevo che c’era la sua dedica: “Al compagno Intini, anche ricordando la serata sul Tevere”».
(da Huffingtonpost)

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ALESSANDRA GHISLERI: “SE OGGI SI VOTASSE PER IL RINNOVO DEL PARLAMENTO CON L’ATTUALE LEGGE ELETTORALE LA MAGGIORANZA DEI SEGGI ANDREBBE AL CENTRODESTRA (SE UNITO)

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

LA COALIZIONE AVREBBE 55 ELETTI IN PIÙ DEL CENTROSINISTRA I GRILLINI PERDEREBBERO 257 PARLAMENTARI, FORZA ITALIA 104. PESANO INDECISI E ASTENUTI AL 40%

Partiti e candidati cominciano a sentirsi in odore di elezione. Sicuramente l’assaggio delle amministrative di giugno ha dato molti spunti di riflessione soprattutto sulla percentuale deludente della partecipazione al voto.
Ad ogni tornata elettorale, infatti, ci si interroga sempre sul tentativo di come accrescere l’affluenza alle urne per catturare nuovo consenso, cercando di convincere il target di «indecisi» e «astenuti» che in tutti i sondaggi rappresenta oggi una quota tra il 35% e il 40%.
La dimensione dinamica del voto porta con sé anche il dibattito sulla legge elettorale e i suoi curiosi esperimenti dai risultati a volte inaspettati. Tanto per cominciare, sembrerà incredibile, ma ogni cambio del sistema negli ultimi 28 anni, per un motivo o per un altro, non ha mai giovato ai suoi promotori. Nell’era della politica guidata dai dati dobbiamo riconoscere che l’elettore non è mai troppo informato sui fatti politici e tende a essere maggiormente influenzato nella sua scelta dalle sue percezioni – più superficiali e facili – aderendo alle proposte che massimizzano il suo interesse personale.
Oggi il 61,3% degli italiani è pessimista rispetto alle proprie condizioni economiche in previsione dell’autunno. Tra gli elettori più preoccupati, oltre al 65,5% degli astenuti, troviamo quelli di Fratelli d’Italia (68%), del Movimento 5 Stelle (66,2%), della Lega (60,6%) e del Pd (58%). L’aumento dei prezzi, soprattutto per quanto riguarda la spesa alimentare e il costo delle bollette come luce e gas, tormenta i cittadini senza distinzioni. Il vero timore nasce nella paventata situazione che gli aumenti possano crescere a tal punto da rendere il saldo tra le proprie capacità economiche e il costo della vita fortemente negativo.
Su questa linea gli elettori impostano le loro indicazioni di voto. Riconosciute le fragilità dei cittadini rispetto alle principali componenti motivazionali che attualmente guidano le scelte del voto, abbiamo realizzato alcune esercitazioni matematiche per comprendere come potrebbe cambiare il panorama politico in virtù di due esempi di leggi elettorali messe a confronto, tenendo conto del nuovo assetto delle Camere dopo l’approvazione del taglio dei deputati.
Se oggi si votasse per il rinnovo del Parlamento con l’attuale legge elettorale – che prevede uno sbarramento al 3% e un contributo alla coalizione per i partiti che riescano a superare l’1% -, anche a causa dell’ultima scissione del Movimento 5 Stelle, la maggioranza dei seggi andrebbe al centrodestra compatto tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia con la raccolta di 206 onorevoli alla Camera e 103 al Senato.
Il centrosinistra con un all’alleanza tra Pd, M5S e alcuni partiti della sinistra italiana raccoglierebbe 170 seggi alla Camera e 84 al Senato.
Azione con +Europa si aggiudicherebbe 22 seggi alla Camera e 11 al Senato, mentre 4 seggi andrebbero alle minoranze linguistiche.
In questo quadro è interessante osservare che nonostante il taglio del parlamentari il partito di Giorgia Meloni si avvantaggerebbe di 69 deputati e 33 senatori e, mentre tutte le altre formazioni registrerebbero una perdita, il partito di Carlo Calenda farebbe la sua importante presenza con 33 deputati.
In questa analisi è stato calcolato il contributo di Articolo1-Mdp per il centrosinistra, mentre, non avendo ancora definito una loro ubicazione, è stato escluso il possibile contributo di alcuni partiti come ad esempio Italia Viva di Matteo Renzi, Italia al centro – movimento fondato da Giovanni Toti – e la nuova formazione di Luigi Di Maio Insieme per il Futuro.
In questa esemplificazione viene bene evidenziata l’emorragia del Movimento 5 Stelle che in prima battuta perderebbe ben 257 deputati rispetto alle elezioni del 2018 e quella di Forza Italia che lascerebbe a casa 104 rappresentanti.
Premesso che la situazione da oggi al giorno del voto, previsto per la primavera del 2023, sarà molto differente per tutta una serie di motivi legati agli avvenimenti che ci coinvolgeranno, alle risposte del governo Draghi, alla nuova manovra finanziaria, ai nuovi riassetti del panorama politico nazionale e anche grazie alla comparsa di – sicure – nuove formazioni, ci siamo esercitati su un’altra prova con una legge elettorale proporzionale con sbarramento al 4% senza premio di maggioranza.
In questo caso, al netto delle rappresentanze linguistiche, passerebbero solo 6 partiti e il centrodestra in somma raggiungerebbe 218 deputati alla Camera e 109 al Senato. In questo caso il partito di Giorgia Meloni correndo in solitaria si avvantaggerebbe di 162 seggi: esattamente 112 in più rispetto al 2018.
Il risultato di questo esercizio è fondato sulla compattezza delle coalizioni che alla prova dei fatti sembra essere messa in discussione ogni giorno da diverse prove di forza di ogni parte politica per manifestare e far emergere le proprie identità.
Chissà che non possa essere proprio questa forma tecnica e fredda di rappresentazione ad avvicinarci maggiormente ad una forma più partecipata di politica che metta al centro l’individuo e le sue esigenze.
Secondo le intenzioni di voto il primo partito è Fratelli d’Italia, con il 22,3%, seguito dal Partito Democratico al 21,4%. Per la Lega il 14,5% dei voti e si ferma all’11,3% il Movimento 5 Stelle, con Forza Italia all’8,3%
Alessandra Ghisleri
(da La Stampa)

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NON SI PLACA L’EMERGENZA ROGHI NELLA CAPITALE: UN ENORME INCENDIO È SCOPPIATO NELLA ZONA DEL PARCO DI CENTOCELLE PROVOCANDO UNA GROSSA NUBE DI FUMO

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

IL COMUNE LANCIA L’ALLARME: “SITUAZIONE DRAMMATICA. RESTATE A CASA CON LE FINESTRE CHIUSE”

Non si placa l’emergenza roghi a Roma. Nel pomeriggio di sabato 9 luglio un enorme incendio è scoppiato nella zona del parco di Centocelle, coinvolgendo gli autodemolitori della Togliatti e provocando una grossa nube di fumo nero che ha oscurato il cielo ed è rapidamente diventata visibile praticamente in tutta Roma.
Decine le segnalazioni da parte dei cittadini che hanno notato la gigantesca nube nera da numerose zone della città: scioccanti immagini stanno arrivando anche dal centro, dal Colosseo e anche dal Circo Massimo, area molto affollata già da sabato mattina in vista del concerto dei Maneskin.
Il presidente del VII Municipio: “Cittadini restino in casa con le finestre chiuse”
ul luogo dell’incendio poco prima delle 19 stavano operando 8 squadre dei vigili del fuoco con tutti i mezzi a disposizione. Non risultano feriti, ma la combinazione di fumo e calore sta causando pesanti disagi: “Un incendio sta interessando l’area degli autodemolitori su viale Palmiro Togliatti, che al momento è interedetta alla circolazione tra via Filomusi Guelfi e via Casilina – ha detto il presidende del VII Municipio, Francesco Laddaga – Vigili del Fuoco, Protezione Civile e Forze dell’Ordine sono al lavoro. Consigliamo ai residenti delle zone Cinecittà Est, Torre Spaccata, Cinecittà e Quadraro di restare in casa e chiudere le finestre. Per chi è in strada indossare la mascherina”.
Moltissime persone sono infatti scese in strada spaventate a causa del denso fumo che ha avvolto i palazzi e anche dalle esplosioni che si sono sentite in zona, dovute con tutta probabilità alle fiamme che hanno raggiunto i mezzi. Gli stessi soccorritori hanno molta difficoltà a intervenire a causa della nube provocata dall’incendio, che riduce la visbilità e rende l’aria irrespirabile. Stando alle prime ricostruzioni, l’incendio sarebbe partito da alcune sterpaglie all’interno del parco e le fiamme, alimentate dal forte vento, si sono propagate con estrema rapidità.
Le fiamme nella zona degli autodemolitori, strade chiuse e bus deviati
Sul posto oltre ai vigili del fuoco anche la protezione civile, la polizia locale di Roma Capitale, la polizia e i carabinieri, e sono stati allertati i mezzi aerei a supporto delle risorse che stanno lavorando da terra.
La polizia Locale ha chiuso in via precauzionale via Palmiro Togliatti nel tratto minacciato dalle fiamme, quello tra l’intersezione con via Papiria e via Casilina, e il traffico è rallentato anche in viale dei Romanisti e nelle vie limitrofe. Atac nel frattempo ha deviato il tragitto della linea 451. Poco dopo le 18 le fiamme si erano estese anche al pratone di Torre Spaccata: moltissime persone residenti in zona si stanno allontanando e stanno lasciando le loro abitazioni a causa dell’aria irrespirabile.
Un altro violento incendio si è sviluppato, sempre nel pomeriggio di sabato 9 luglio, sulla Pontina all’altezza di Castel Romano, in direzione Pomezia.
Le fiamme hanno lambito la carreggiata e il fumo ha invaso la strada, bloccando il traffico tra l’uscita di Pomezia Nord e l’incrocio con Castel Romano/Trigoria.
(da agenzie)

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PUTIN MANDA AL FRONTE I RUSSI CON LE PEZZE AL CULO

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

DALLE REGIONI PIU’ SPERDUTE VENGONO ARRUOLATI I GIOVANI POVERI: MANDATI A MORIRE PER MANTENERE I CRIMINALI CORROTTI DEL CREMLINO

Nel bel mezzo della foresta della taiga, a più di 4 mila chilometri dall’Ucraina, anche il remoto villaggio siberiano di Vanavara ha riportato le conseguenze dell’invasione russa del suo vicino occidentale.
Le autorità locali, a maggio, hanno confermato la morte del soldato russo Sergei Vasilev, 22 anni. Il ragazzo, di etnia Evenki, una delle popolazioni indigene della Siberia orientale, è stato ucciso in battaglia. Ci è voluto quasi un mese prima che il suo corpo venisse restituito a Vanavara, da quella che la gente del posto chiama “la Grande Terra”.
Senza collegamenti ferroviari o stradali diretti, l’unico modo per entrare e uscire da Vanavara è in aereo o, nei mesi estivi, in barca, percorrendo il fiume Podkamennaya Tunguska.
Alla funzione commemorativa, celebrata alla presenza dei rappresentanti del Ministero della Difesa, “Il luogo era gremito di persone e corone funebri. Il ragazzo era un nativo, uno di noi. È una perdita personale per tutti. Fino a questo momento, tutti qui cercavano di ignorare la guerra”, ha confidato ai media indipendenti un giovane locale di 24 anni.
Con le forze armate russe che fanno affidamento sui servizi a contratto dei soldati coscritti, la geografia delle perdite in Ucraina è sproporzionatamente distorta verso aree economicamente più svantaggiate, in particolare quelle popolate da comunità indigene non slave.
In queste remote regioni rurali, non ci sono abbastanza posti di lavoro e prospettive. L’esercito rischia di qualificarsi agli occhi dei giovanissimi come l’opportunità della vita.
Storie simili a quella di Vasiliev a Vanavara si trovano anche in altre comunità, agli angoli più marginali della Russia moderna. Diversi membri della piccola comunità del villaggio di Dogoy, nella regione di Zabaikalsky, al confine con la Cina, stanno combattendo in Ucraina.
La repubblica siberiana della Buriazia e la vicina regione di Zabaikalsky sono tra le regioni russe con il maggior numero di perdite militari. Un totale di 164 soldati della Buriazia e 102 della regione di Zabaikalsky sono stati uccisi in Ucraina, secondo un conteggio parallelo del bilancio delle vittime realizzato dal media indipendente iStories.
Nonostante il numero crescente di caduti, la maggior parte di coloro che vivono nelle periferie della Federazione sembra appoggiare la guerra, con i sondaggi che stimano oltre tre quarti dei russi a riempire le file dei sostenitori per la campagna militare del Cremlino in Ucraina.
A motivare le persone a unirsi all’operazione militare speciale non è solo una condizione d’indigenza, ma anche il sentimento di privazione perenne che affligge le persone in questi luoghi lontani dai centri del potere.
A consolidare il sostegno al Cremlino, se ce ne fosse ancora bisogno, è anche la propaganda esercitata dall’unico medium in grado di vincere le distanze senza connessioni Internet affidabili, la televisione, che trasmette diligentemente la narrativa pubblica di Mosca.
Sebbene il villaggio settentrionale di Sizyabsk, nella repubblica russa di Komi, dove l’allevamento delle renne guida l’economia locale, abbia ottenuto accesso a Internet diversi anni fa, molti abitanti continuano a scegliere di ricevere le notizie dalla televisione di Stato, con la maggior parte della popolazione ancora analfabeta.
Mentre il costo umano della guerra in Ucraina incombe sul futuro di questi fragili aggregati umani, ci sono pochi segni di desiderio di cambiamento politico o sociale. “Alcune persone piangono e pregano perché la guerra finisca, ma non ho notato alcuna reale resistenza”, ha confidato a iStories un ragazzo della comunità di Dogoi. “Ma ci deve essere qualcuno che è contrario. Non può essere che tutti siano favorevoli”.
(da agenzie

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PERCHE’ GLI UCRAINI SI’ E I CURDI NO?

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

NESSUNO MUOVE UN DITO PER I CURDI MA LE BOMBE DI ERDOGAN NON SONO MENO DEVASTANTI DI QUELLE DI PUTIN

C’è una domanda che non riesco a levarmi dalla testa. È la seguente: perché gli ucraini sì e i curdi no?
Giacché è sacrosanto schierarsi dalla parte di chi viene aggredito, e nettamente contro chi con ferocia sopprime la sovranità nazionale di un altro Stato, non comprendo la logica nell’applicare due pesi e due misure nei confronti di tutti i popoli oppressi.
Inviamo armi a Kiev ma ci scordiamo di farlo quando a chiedercele, o ad averne bisogno, sono altre comunità ispirate dalla democrazia ugualmente sotto scacco di brutali e “utili dittatori”.
La settimana scorsa la Turchia ha fatto decadere il proprio diritto di veto dinanzi alla domanda d’adesione di Svezia e Finlandia nella Nato, l’alleanza atlantica che dal 1949 agisce come un’appendice del potere militare Usa oltre oceano.
La notizia è stata accolta con gli squilli di trombe e come un successo dell’Occidente per l’attrattiva che Washington ancora esercita sul mondo “libero e democratico”. Ciò che è passato sotto traccia invece è questo: il via libera di Ankara all’espansionismo Nato non è avvenuto certo senza che Erdogan ottenesse nulla in cambio.
Il prezzo da pagare si incardina su tre punti chiave: 1. lo stop dell’embargo di armi alla Turchia da parte di Svezia e Finlandia (in vigore dal 2019 dopo l’invasione di Ankara nel nord-est della Siria); 2. l’immediata sospensione del supporto di Helsinki e Stoccolma ai curdi; 3. l’estradizione di 73 dissidenti curdi ora rifugiati in quei due Paesi, dove risiedono almeno centomila esuli (85mila solo in Svezia).
Praticamente ci siamo venduti il sostegno ai curdi in cambio dell’allargamento della Nato.
I curdi che, se non ci fossero stati loro, l’Isis si sarebbe preso tutta la Siria.
I curdi che abbiamo celebrato per la battaglia di Kobane. §
I curdi che hanno dato vita al Rojava, una regione autonoma nel Kurdistan siriano fondata su un modello di auto governo basato su democrazia diretta, ecologia ed emancipazione delle donne. E che oggi, a cospetto delle democrazie liberali, sui cui principi ad esempio si fonda il Kurdistan iracheno d’ispirazione a stelle e strisce, pare una civiltà modello, forse proprio perché non è un prodotto di Washington e non è riconosciuta né dal governo siriano, né dalle Nazioni Unite o dalla Nato.
Perché, dunque, gli ucraini sì ma i curdi e gli altri popoli oppressi no?
Le bombe di Putin non sono meno devastanti di quelle di Erdogan. Ciò che il leader russo sta facendo in Ucraina non è poi così diverso da quanto il Sultano sta facendo con i curdi.
Di fatto entrambi vogliono espandere i loro confini e minare l’esistenza di un altro popolo, negando la loro lingua, la loro cultura, la loro storia. Così come Putin dice che l’Ucraina non esiste nella storia e che gli ucraini in realtà sono russi, Erdogan applica lo stesso approccio verso i curdi.
Con la differenza che la Turchia ha intrapreso questa campagna d’eliminazione curda anni fa. E nessuno ha mosso un dito.
Perché non ci impegniamo allo stesso modo per difendere la libertà di tutti gli altri popoli oppressi? Chi decide quali valga la pena aiutare e quali no?
(da TPI)

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SFODERATE IL BRACCIO: SI RICOMINCIA DALLA QUARTA DOSE

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

IL GOVERNO E’ AL LAVORO PER METTERE A PUNTO UN PIANO D’AZIONE PER IL RICHIAMO PER TUTTI GLI OVER 60 E I FRAGILI A PRESCINDERE DALL’ETÀ: SI PUNTA FORTE SU MEDICI DI FAMIGLIA, FARMACIE, RIAPERTURA DEGLI HUB VACCINALI DISMESSI

La decisione sulla quarta dose da subito agli over 60 verrà formalizzata la prossima settimana, probabilmente dopo che anche l’Ecdc, il Centro europeo per il controllo delle malattie avrà ribadito quanto già indicato dall’Ema, ossia che si, il secondo booster è bene darlo anche agli ultrasessanantenni e ai fragili.
Ma i tecnici del ministro Speranza sono già al lavoro per mettere a punto il piano, che dovrà impedire di trasformare questa fase due della campagna vaccinale in un flop come la precedente, limitata agli over 80. E per farlo si punta forte su medici di famiglia, farmacie, riapertura degli hub vaccinali dismessi con troppo anticipo. Ma anche campagna di comunicazione e chiamata diretta delle persone titubanti a mostrare il braccio.
Tanto per cominciare però la platea sarà più ampia dei 18 milioni di ultrasessantenni (dei quali circa 900mila già coperti) perché il ministero ha intenzione di offrire la quarta dose a tutti i fragili a prescindere dall’età, mentre le disposizioni fino ad oggi in vigore anche per loro fissano il limite a sessanta anni, sotto i quali con qualsiasi malattia il richiamo bis non si fa.
Le categorie di malati però resteranno le stesse, nonostante da alcuni settori medici fosse partito l’invito ad ampliare la lista. Quindi per le malattie respiratorie figureranno scompenso cardiaco in fase avanzata e pazienti con post-shock cardiogeno, per quelle neurologiche la sclerosi laterale amiotrofica, la sclerosi multipola e la distrofia muscolare, tanto per citare le più diffuse.
Poi secondo booster anche per diabete di tipo uno e due, cirrosi epatica, ictus con compromissione motoria e neurologica-cognitiva, infarto, fibrosi cistica, anemie gravi, sindrome di Down e grave obesità, più altre patologie meno note.
Il problema però è che la maggior parte di questi pazienti non sa nemmeno di rientrare tra quelli che hanno diritto alla somministrazione. Magari perché neanche conoscono il nome scientifico della loro patologia. E per questi pazienti, ma non soltanto per loro, ecco l’altra arma che il piano vuole mettere in campo, che è quella della “chiamata attiva”. Ossia, se non sei tu ad andare dal vaccino è il medico o la struttura sanitaria che ti ha in carico a chiamarti o magari a mandarti un promemoria sotto forma di Sms, come hanno fatto ad esempio Lazio e Piemonte.
Dove non a caso le percentuali di adesioni alla quarta dose sono già oggi rispettivamente del 31 e del 52,8%, ben al di sopra della media nazionale del 25,1% e a distanza abissale da regioni come la Calabria (8%) la Basilicata (9,3) e la Sicilia (11,6%). Differenze che dimostrano come sia necessario mettere in riga anche le amministrazioni che l’operazione quarta dose l’hanno di fatto snobbata, facendo così lievitare i tassi di occupazione dei posti letto ospedalieri. Non è infatti un caso se proprio Calabria (26,8%), Basilicata (19,6) e Sicilia (26,5%) siano tra le regioni con la quota più alta di ricoverati Covid.
La chiamata diretta reclama a sua volta la scesa in campo più convinta dei medici di famiglia. Fino ad ora solo uno su quattro ha aderito alla campagna vaccinale, anche perché l’incentivo di sei euro a puntura diverse Asl hanno deciso di dirottarlo verso altre priorità.
Ma ai dottori di fiducia le regioni dovranno anche semplificare la vita, facendo fornire dalle loro anagrafi vaccinali la lista di fragili e over 80 non ancora vaccinati da contattare e convincere a fare la puntura.
Poi si tratterà di riaprire gli hub dismessi anzitempo, circa un migliaio, visto che sei mesi fa erano più di tremila e ora si sono ridotti a 2.353.
Il Piano dovrà puntare forte anche sulla farmacie, che da sempre hanno aderito alla campagna vaccinale, salvo negli ultimi tempi dover fare i conti con problemi di approvvigionamento delle dosi, mentre alcune regioni, come Emilia Romagna, Molise, Basilicata e Sardegna le hanno proprio escluse dalla campagna. Infine convincere gli scettici.
Lo spot per spingerli verso la quarta dose c’è già. Peccato che nipote, nonna e dottoressa in ambulatorio per fare il vaccino all’anziana signora siano tutti senza mascherina. Segno di un atteggiamento distratto che sarà bene modificare prima di ritrovarsi davanti a un nuovo fallimento.
(da agenzie)

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IN ITALIA 2,6 MILIONI DI PERSONE COSTRETTE A CHIEDERE AIUTO PER MANGIARE

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DELLA COLDIRETTI: “LA SITUAZIONE STA ANCORA PEGGIORANDO”

Un enorme problema sociale. La punta dell’iceberg della povertà assoluta in Italia sono 2,6 milioni di persone costrette addirittura a chiedere aiuto per mangiare, che sono peraltro in aumento nel 2022 a causa della crisi scatenata dalla guerra in Ucraina con l’aumento dell’inflazione, dei prezzi alimentari e i rincari delle bollette energetiche.
E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti su dati Fead, diffusa in riferimento al rapporto annuale dell’Istat che vede salire a 5,6 milioni le persone in povertà assoluta in Italia.
Il Fondo per l’aiuto europeo agli indigenti (Fead) in Italia aiuta 2.645.064 persone tra cui 538.423 bambini (di età uguale o inferiore ai 15 anni), 299.890 anziani, 81.963 senza fissa dimora (di età uguale o superiore ai 65 anni), 31.846 disabili, secondo l’analisi della Coldiretti. Si tratta della componente più debole della società che è più esposta all’impoverimento alimentare determinato dal caro prezzi ma anche dal rallentamento dell’economia e dalla frenata dell’occupazione.
«Con la crisi un numero crescente di persone è stato costretto a far ricorso alle mense dei poveri e molto più frequentemente – sottolinea la Coldiretti – ai pacchi alimentari, anche per le limitazioni rese necessarie dalla pandemia. Fra i nuovi poveri ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività colpite dalle misure contro la pandemia. Persone e famiglie che mai prima d’ora – continua l’associazione – avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche».
(da agenzie)

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SIENA, EFFETTO PALIO: CONTAGI MOLTIPLICATI PER SEI DOPO LA FESTA IN PIAZZA

Luglio 9th, 2022 Riccardo Fucile

A TRE GIORNI DALL’EVENTO SCOPPIA UN IMPORTANTE FOCOLAIO NELLA CITTA’ TOSCANA, COME ERA PREVEDIBILE-

Mentre oggi è il grande giorno del concerto dei Maneskin al Circo Massimo, l’edizione fiorentina di Repubblica fa il punto sui contagi a Siena dopo il Palio e la festa. E spiega che a cinque giorni dall’evento i contagi in città si sono sestuplicati.
Il 2 luglio, giorno del Palio, i casi nel comune di 50 mila abitanti ammontavano a 50. Il 5, con l’incubazione di Omicron che dura esattamente tre giorni, i casi sono passati a 224.
Nei giorni successivi sono stati 253, 232 e 179. La città è diventata il centro con la maggiore incidenza della Toscana.
«Dalla seconda metà di giugno vediamo una tendenza all’incremento dei casi, e i grandi eventi come il Palio, aumentando i contatti interpersonali, fanno crescere anche il rischio di contagio. Con questa variante un positivo può trasmettere il virus anche a 15-20 persone», dice Mario Tumbarello, ordinario che guida le malattie infettive delle Scotte di Siena.
«Penso ai grandi concerti che ci sono stati, o a quello a Roma in programma per questo weekend con 70 mila spettatori per i Maneskin. Del resto abbiamo deciso di convivere con il Covid, perché la popolazione è stanca di chiusure e lockdown».
Aumentano anche gli ingressi in ospedale, ma il fenomeno è cominciato il primo luglio: «Avevamo 27 ricoverati, ora sono 54: una crescita del 100%». In più ci sono 153 dipendenti dell’Asl locale contagiati. Per aprire (di nuovo) un’area di degenza Covid sono state ridotte le medicine interne.
(da agenzie)

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