Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
LA CLAMOROSA RIVELAZIONE NEL LIBRO DEL GENERALE CLAUDIO GRAZIANO, “MISSIONE” – IL RACCONTO DELLA PRIMA DEL NABUCCO ALL’OPERA DI ROMA, IN CUI VENNE DECISO L’INTERVENTO CONTRO GHEDDAFI
«All’interno del governo sostenuto da Movimento 5 stelle e Lega, nel 2018,
c’è chi ha pensato di poter compiere uno scarto rispetto al tradizionale atlantismo dell’Italia. Durante quei mesi, in una riunione alla quale partecipo in qualità di capo di stato maggiore della Difesa, ascolto un esponente dell’esecutivo giallo- verde teorizzare che l’Italia dovrebbe cominciare a essere equidistante tra due “poli di amicizia internazionale”. Al “polo” americano, infatti, lo Stato – in tutte le sue articolazioni, militare inclusa – dovrà affiancare il “polo” russo».
La testimonianza è straordinaria e di attendibilità fuori discussione: quella del generale Claudio Graziano, che dopo avere comandato le forze armate ha supervisionato la nascita della Difesa Europea. E in Missione , il libro che ha scritto con Marco Valerio Lo Prete pubblicato dalla Luiss University Press, traccia proprio il passaggio “dalla Guerra Fredda alla Difesa Europea”.
Un percorso in cui a un certo punto il nostro Paese ha rischiato di perdere ogni bussola strategica, come dimostra il racconto del consiglio dei ministri del primo governo Conte: «Nel momento in cui mi viene chiesto un parere in proposito, espongo perché mi sembra una scelta avventata». Nella sua riservatezza, il generale non fa il nome del ministro che aveva sostenuto «la linea dell’equidistanza » tra Mosca e Washington, addirittura teorizzata dopo l’annessione della Crimea.
Ma Graziano ha ben chiara la «costante della Storia e della geopolitica: l’obiettivo della Russia è sempre stato quello di incrinare l’unità euro-atlantica (e in subordine europea) e, in quanto superpotenza continentale, di riuscire ad affacciarsi sul Mar Mediterraneo per meglio opporsi alle potenze marine occidentali. Il divide et impera rimane la strategia di fondo di Mosca verso l’Europa».
Questo è solo uno dei tanti retroscena svelati nel volume in cui il generale ha sintetizzato una carriera eccezionale, che si è appena conclusa dopo mezzo secolo di servizio in uniforme per iniziarne un’altra alla presidenza di Fincantieri.
Nessun ufficiale italiano ha gestito così tante operazioni delicate: Mozambico, Balcani, Afghanistan, Libano. Le ricostruisce tutte con una ricchezza di episodi inediti.
Come il racconto del raid che permise a soli cento alpini paracadutisti di riconquistare la valle di Musay, in Afghanistan: un obiettivo che secondo i comandi Nato avrebbe richiesto migliaia di uomini, raggiunto invece con pochi ranger e senza sparare un solo colpo.
Ed è impressionante la cronaca della prima del Nabucco, diretta da Riccardo Muti, al Teatro dell’Opera in cui viene deciso l’intervento contro Gheddafi: «Nel primo intervallo, appena appresa la notizia della Risoluzione dell’Onu, viene organizzata una sorta di riunione di governo in una sala riservata del teatro.
In quella sede viene espresso un parere favorevole per un pieno impegno italiano al fianco degli alleati per porre fine alle violenze contro i civili perpetrate da Gheddafi. Terminato il Nabucco, ci riuniamo di nuovo in una saletta del teatro, questa volta alla presenza del presidente Napolitano. Il ministro degli Esteri Frattini si collega telefonicamente.
I ministri presenti (ndr tra cui il premier Berlusconi e quello della Difesa La Russa) contribuiscono per la loro parte di responsabilità. Quando usciamo dal Teatro dell’Opera, è stato dunque concordato che l’Italia interverrà militarmente in Libia».
Cambia il governo ed ecco un’altra rivelazione: «Nel 2015 ai nostri militari è richiesto di lavorare con maggiore incisività sul “secondo cerchio” della strategia per la Libia, ipotizzando una soluzione per rendere inutilizzabili i barconi sui quali sono trasportate decine di migliaia di migranti.
Elaboriamo un piano che prevede l’ingresso di forze speciali della Marina in alcuni porti libici sul tratto della costa della Tripolitania da cui provenivano la maggior parte dei migranti, per affondare i natanti pronti all’uso mentre sono ormeggiati. Tuttavia il rischio, non eliminabile nonostante le predisposizioni più accurate, che l’azione possa provocare vittime civili o militari lascia l’opzione nell’ambito delle pianificazioni di studio ipotetiche».
Il libro ha il grande pregio di fare comprendere quanto sia stata rivoluzionata l’identità dei nostri militari nell’ultimo ventennio, quando l’abbandono della leva fa nascere una forza di professionisti «considerati in modo unanime protagonisti nell’opera di proiezione dell’influenza e dell’immagine dell’Italia all’estero».
Per rendersene conto basta leggere il capitolo sul Libano, dove il contingente Onu comandato da Graziano ha sugellato il difficile cessate il fuoco con Israele alternando la deterrenza dei blindati alla diplomazia dei colloqui faccia a faccia. Da vero alpino, il generale è sempre diretto, non risparmia critiche e ammette gli errori.
Come nel caso della ritirata da Kabul: «Bisogna essere onesti e riconoscere che nel 2021 abbiamo assistito a una pesante sconfitta di tutto l’Occidente – più coinvolto che in Vietnam, dove gli Usa combattevano praticamente da soli – e di parte di quello in cui abbiamo creduto negli ultimi vent’ anni. Abbiamo fallito infatti nel raggiungere le condizioni politiche che ci eravamo prefissati, necessarie per costruire nel Paese un’alternativa democratica ai talebani».
E da questa disfatta che nasce la spinta per una Difesa europea autonoma, resa urgente poi dall’invasione dell’Ucraina: un percorso teorizzato da Altero Spinelli nel Manifesto di Ventotene. E Graziano cita proprio l’ultimo discorso di Spinelli all’Europarlamento: «Non un invito a sognare, ma un invito a operare».
(da la Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
PER RIUSCIRCI, DEVE ACCETTARE FIN D’ORA CHE IL TONO DELLA MUSICA SIA IMPOSTO DA LETTA E NON ROMPERE CON IL GOVERNO
Come un brutto romanzo poliziesco in cui fin dalle prime pagine si capisce come va a finire, così il fatidico incontro fra Draghi e Conte si è concluso esattamente come era facile prevedere: con un nulla di fatto.
Nessun abbandono della nave governativa, quindi nessuna crisi dell’esecutivo. Solo una vaga richiesta di «discontinuità», espressione abbastanza oscura che ci riporta alla Prima Repubblica, quando i vertici dei partiti si chiudevano con il rinvio delle decisioni più scabrose a dopodomani.
Certo, Conte ha presentato una serie di richieste in nove punti (dal salario minimo al “bonus” edilizio e al reddito di cittadinanza da salvare), ma sono temi a medio termine, pensati soprattutto per la campagna elettorale. Implicano in molti casi nuove spese per i conti pubblici esausti, e più che altro forniscono a un partito quasi al collasso un paio di bandiere da sventolare. Draghi, in ogni caso, si è limitato a prendere atto.
Le questioni insidiose che avrebbero segnato una rottura, se i 5S le avessero poste seriamente sul tavolo – le armi all’Ucraina e il termovalorizzatore di Roma – , sono invece scomparse. E quindi non ci sono ostacoli al voto di fiducia sul cosiddetto “decreto aiuti”. Chi vuole vedere l’aspetto positivo nel comportamento di Conte, leggerà nella retromarcia il segno della responsabilità: l’esercizio di una leadership che tiene alla larga i massimalisti e maschera il «disagio» dietro la sostanziale conferma dell’appoggio al premier. Ma ci vuole un certo ottimismo per accreditare questa tesi.
Forse la si può integrare così: Conte è consapevole che il futuro suo e di quel che resta del partito passa dall’alleanza elettorale con il Pd, nel quadro di un centrosinistra in cui i 5S tentano d’incarnare l’anima di sinistra, insieme al piccolo gruppo di Bersani e Speranza. Per riuscirci, deve accettare fin d’ora che il tono della musica sia imposto dal Pd. E ovviamente la prima condizione è quella di non rompere con il governo, il che aprirebbe forse la strada a elezioni per cui nessuno è ancora pronto.
Se è così prepariamoci a una lunga guerriglia in Parlamento e dintorni. Tra poco si va in vacanza e quindi s’ impone la tregua del solito generale Agosto, ma in settembre Conte dovrà dimostrare ai suoi elettori sconcertati che i 5S non sono del tutto inutili e soprattutto irresoluti. Tornerà a scuotere l’albero senza essere in grado di abbatterlo. E magari a dargli una mano troverà Salvini. Nel frattempo, è logico, la ritirata di ieri ha ottenuto, sì, il moderato plauso del Pd, ma ovviamente ha regalato spazio agli oppositori interni.
Benché impegnato in Russia per i suoi “reportage” che spiegano i successi di Putin, Di Battista non ha perso l’occasione di ironizzare sulla strategia di Conte. D’altra parte la coperta è corta, da qualunque parte la si tiri. Ne deriva che la preparazione della legge di bilancio, all’inizio d’autunno, sarà un sentiero obbligato, ma anche tortuoso.
Obbligato perché non sembra che Draghi possa o voglia scendere a troppi compromessi: il colloquio di ieri sotto questo aspetto vale come anteprima del film che vedremo fra qualche mese (fermo restando che, se si concede poco o niente ai 5S, lo stesso dovrà valere per le altre forze della maggioranza). Tormentato perché il fronte del disagio, cioè Conte e sull’altro versante Salvini, saranno a tutti gli effetti in campagna elettorale. E faranno in modo che tutti lo sappiano.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
FAVORITI IL SEGRETARIO ALLA DIFESA WALLACE E LA MINISTRA MORDAUN
Boris Johnson non sarà più il leader del partito Tory e, dal prossimo autunno,
lascerà anche la carica di primo ministro inglese.
L’azienda di ricerche di mercato globali YouGov ha già stilato una prima proiezione su chi potrebbe essere il sostituto di Bo-Jo tra i 716 parlamentari conservatori.
Il primo sulla lista è Ben Wallace. Il segretario di Stato per la Difesa, ad oggi, potrebbe aggiudicarsi il gradimento del 13% dei membri del partito.
A una sola lunghezza di distanza c’è Penny Mordaunt: ministra dal 2021 per la Politica commerciale, ha il 12% di probabilità di diventare leader. Il terzo in doppia cifra è Rishi Sunak (10%), il cancelliere dello Scacchiere le cui dimissioni hanno fatto molto rumore. Questi tre vengono dati per favoriti.
Poi, a scalare, ci sono: Liz Truss (ministra degli Esteri), Michael Gove (cancelliere del Ducato di Lancaster licenziato da Johnson), Dominic Raab (vice primo ministro), Tom Tugendhat, Jeremy Hunt, Nadhi Zahawi (neo cancelliere dello Scacchiere), Sajid Javid (il dimissionario segretario per la Salute), Priti Pratel (ministra agli Affari interni) e chiude con l’1% Steven Barclay (neo segretario per la Salute).
Da tenere in considerazione il fatto che c’è una larga fetta, pari al 9%, che non riuscirebbe a esprimere ad oggi una preferenza.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
LA NOSTRA CREDIBILITÀ È APPESA A DRAGHI E DI CONSEGUENZA LO SONO ANCHE I SOLDI DEL RECOVERY FUND
Nei Palazzi dell’Ue è già scattato l’allarme rosso. Solo il rischio che in Italia si possa aprire una crisi di governo e che Mario Draghi venga sfiduciato non sta provocando solo fibrillazione. Soprattutto incredulità.
Così, mentre il Parlamento europeo ieri era impegnato a votare sulla cosiddetta Tassonomia, ossia sulla definizione di quali fonti energetiche possano essere definite “green” e quali no, il “Caso Italia” faceva di nuovo irruzione.
Una sorta di ritorno al passato. Perché la credibilità del nostro Paese corre in Europa costantemente su un crinale sottilissimo. Si tratta di una situazione con cui tutti devono fare i conti. E a Bruxelles i conti li fanno anche sul Recovery Fund.
Gli spifferi di una crisi di governo che partono da Roma quando arrivano in Belgio, diventano tifoni. E si concentrano, appunto, proprio sui tanti soldi concessi all’Italia con il NextGenerationEu. Nel caso specifico tutto si sta amplificando per una coincidenza.
Che ancor di più mette in connessione la politica italiana e il Pnrr. Circa dieci giorni fa, infatti, il governo ha inviato una lettera ufficiale alla Commissione per annunciare di aver raggiunto nel semestre appena concluso tutti gli oltre 40 punti del Pnnr.
La risposta informale è stata positiva. Palazzo Berlaymont approverà nei prossimi giorni il test semestrale e stanzierà un’altra tranche di fondi: circa 24 miliardi di euro. Dietro queste consultazioni ufficiose c’è però un gigantesco «ma».
Che non autorizza nessuno a fare sonni tranquilli. Quel «ma» riguarda gli obiettivi del semestre in corso: quella da luglio a dicembre. Stavolta si tratta non di riforme o di procedimenti legislativi. Ma della messa a terra dei cantieri, opere concrete. Progetti veri e propri. La maggior parte dei quali ricadono sotto la responsabilità degli enti locali. Comuni, per lo più, e regioni.
Una situazione che non solo la Commissione ha già iniziato a monitorare con apprensione ma che desta preoccupazione anche nel governo. «E come pensate – è il discorso che si fa negli uffici dell’esecutivo europeo rivolgendosi ai diversi interlocutori italiani – di affrontare questo passaggio così delicato durante una campagna elettorale? Come pensate che si possa risolvere positivamente se fate a meno della persona che ha rappresentato la garanzia da prestare all’Ue per i soldi del Recovery?».
Per capire la complicazione delle prossime “milestones”, si deve tenere presente che anche Palazzo Chigi ha iniziato a studiare alcune possibili “facilitazioni” per aiutare i comuni più in difficoltà.
E sta valutando di trasmettere una sorta di “invito informale” a delegare – volontariamente – tutte le procedure a Invitalia, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo, di proprietà del Ministero dell’Economia. E nel caso in cui questo non avvenisse, per i casi più spinosi, il governo potrebber ricorrere alla legge che prevede un potere sostitutivo.
Il nodo, dunque, che nella Ue molti iniziano a indicare si stringe esattamente sulla capacità dell’Italia di conseguire questi risultati nei prossimi sei mesi nel bel mezzo di una eventuale campagna elettorale e con un premier di transizione incaricato solo di condurre il Paese alle urne.
Ieri, ad esempio, durante la riunione del gruppo parlamentare più numeroso, il Ppe, un eurodeputato tedesco si è rivolto a un collega italiano con gli occhi sgranati: «Davvero state litigando su Draghi? In questa situazione? Proprio ora che non sappiamo cosa accadrà con la guerra e con il gas?». E la risposta è stata un remissivo allargare delle braccia.
Non solo. Il potente capogruppo popolare, il tedesco Manfred Weber, ieri nel suo intervento in aula ha confermato la linea di credito politico nei confronti del presidente del consiglio e ha, contro la linea tedesca, ha accolto la proposta del tetto al prezzo del gas: «Dobbiamo concentrarci sul compito più importante: il controllo dell’inflazione e la sicurezza energetica.
Come primo passo io sostengo l’iniziativa di Draghi di imporre un tetto temporaneo ai prezzi che i Paesi europei sono disposti a pagare per il gas naturale russo».
Per di più circola nell’Europarlamento e nella Commissione un ulteriore cruccio. Che si basa su alcune previsioni, non rese pubbliche, secondo cui un eventuale blocco totale del flusso di gas dalla Russia, si ripercuoterebbe in modo particolare sulle economie dell’area Mediterranea.
Insomma, l’Europa teme la crisi perché considera che l’Italia, in quel caso, possa tornare ad essere un fattore di debolezza per l’Unione. «Andiamo verso periodi in cui potremmo avere acque ancora più agitate di quelle che abbiamo adesso – è il messaggio non casuale del commissario europeo, Paolo Gentiloni – Tutto suggerisce di non agitare troppo la barca. Mi auguro che anche in Italia, come in altri Paesi, prevalga questo sentimento. In questo momento la stabilità è un valore da preservare
(da la Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
È IL CORPO DELLE OPERAZIONI SPECIALI DI KIEV COMPOSTO DA ELEMENTI SCELTI, DAI 18 AI 50 ANNI, CON ESPERIENZE DIVERSE E TUTTI SUPER ADDESTRATI
Il segretario del Consiglio di sicurezza russo Nikolai Patrushev ha
confermato ieri che gli obiettivi di Mosca restano gli stessi del 24 febbraio: denazificare e demilitarizzare l’Ucraina. Questo significa che, dopo aver ridotto il raggio d’azione e gli obiettivi al settore orientale, sfiancando comunque i difensori, gli invasori potrebbero tornare ad attaccare il resto dell’Ucraina.
Gli ucraini si difendono come possono, provano a rallentare l’avanzata, cercano di renderla costosa per l’Armata. Intanto arretrano su posizioni più difendibili e provano a colpire da lontano, grazie ai sistemi a lunga gittata ottenuti dalla Nato, mentre preparano controffensive in particolare a sud, nella zona di Kherson.
Queste azioni clandestine sono una specialità della resistenza, che colpisce anche oltre confine grazie a una squadra d’élite per le operazioni speciali: insieme ai bombardamenti, negli ultimi mesi sono stati numerosi i casi di sabotaggi ed esplosioni sospette – raffinerie, depositi di carburante e munizioni, infrastrutture per la comunicazione – in territorio russo, dalla stessa Belgorod a Kursk, fino a Bryansk, che gli ucraini non hanno mai rivendicato apertamente sostenendo piuttosto che si tratti del «karma»
A portarli a termine è il battaglione Shaman, la 10ma divisione per le operazioni speciali dell’esercito ucraino, che in genere è destinata alle operazioni di intelligence e raid.
È composto da uomini fra i 18 e i 50 anni provenienti da ogni strato della società, c’è persino un ex viceministro, uniti dalla stessa motivazione. Possono farne parte soltanto soldati che godono di eccellenti condizioni fisiche, che hanno ricevuto un addestramento avanzato.
Nelle prime ore dell’operazione militare «speciale» di Putin, il battaglione era entrato in azione nella battaglia dell’aeroporto di Hostomel, dove erano sbarcate le truppe russe aviotrasportate che dovevano decapitare il governo ucraino, ma che invece erano finite in una trappola della resistenza.
In seguito era stato inviato a Moshchun, a ovest di Kiev lungo il fiume Irpin, dove si era arrestata l’avanzata russa.
In questa fase del conflitto, gli uomini di Shaman hanno ricevuto il compito di danneggiare le infrastrutture russe e hanno per questo effettuato diverse incursioni in piena notte, operazioni che restano però classificate.
I soldati arrivano in territorio russo a bordo di elicotteri che volano a bassissima quota per eludere le difese antiaeree – una tattica già vista a Mariupol per rifornire i soldati di Azov – e da lì si muovono via terra, piazzando esplosivi sugli obiettivi e tentando così di instillare un senso di insicurezza nell’avversario
Il ruolo più importante lo hanno piloti degli elicotteri. «Ci aiutano a infiltrarci, e poi a esfiltrarci: pianificano ogni dettaglio», ha spiegato a The War Zone il comandante di Shaman. «Queste operazioni in territorio nemico sono le operazioni più interessanti», ha rivelato al Times di Londra «Adonis», pseudonimo usato da un soldato del battaglione che per la prima volta conferma i colpi sferrati dagli ucraini oltreconfine, ammettendo che Shaman è al momento a corto di risorse, ma non di uomini. «Il più delle volte», aggiunge, «i russi non riescono a credere che siamo riusciti a fargli visita».
(da il il “Corriere della Sera”)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
AI CARCERATI VERREBBE PROPOSTO DI PRESTARE SERVIZIO PER SEI MESI IN CAMBIO DI 3MILA EURO E SOPRATTUTTO DI UNA COMPLETA AMNISTIA (SEMPRE SE SOPRAVVIVONO…)… AL CREMLINO C’E’ UNA ASSOCIAZIONE A DELINQUERE
La guerra si fa sempre più dura e massacrante, le parti in causa si regolano di conseguenza. A farsi meno scrupoli è Mosca: secondo un’indagine del sito d’informazione russo Istories, guidato da uno tra i più noti giornalisti investigativi del Paese, Roman Anin, in almeno tre prigioni della zona di San Pietroburgo è stata avviata una campagna di reclutamento tra i detenuti che verrebbero avviati verso il fronte del Donbass.
Uomini di Wagner, la milizia paramilitare privata al servizio del Cremlino, guidata da Yevgheny Prigozhin, si sarebbero presentati, secondo le testimonianze di alcuni parenti dei detenuti, nelle carceri di Yablonevka, Fornosovo e Obukhovo.
Ai carcerati verrebbe proposto di prestare servizio per sei mesi in cambio di 200mila rubli, circa 3mila euro al cambio attuale, e (soprattutto) di una completa amnistia in grado di ripulire le fedine penali più complesse. Agli interessati Wagner offrirebbe di prolungare il contratto anche terminato il primo semestre di servizio.
In prima battuta l’offerta sarebbe rivolta ai detenuti più giovani e a quelli con esperienza di servizio militare o addirittura di combattimento.
Anche se poi, secondo le testimonianze citate, i reclutatori avrebbero allargato la proposta praticamente a tutti. Non si sa quante siano state le adesioni: si parla di 200, anche se poi concretamente non sarebbero per ora più di 40 i prigionieri già in viaggio verso il fronte.
I reclutatori non hanno nascosto la pericolosità delle missioni a cui i detenuti mercenari di Wagner sarebbero destinati: secondo Istories in alcuni casi hanno detto che i caduti potrebbero essere circa il 20% degli arruolati con punte però anche molto più alte. In caso di morte alle famiglie verrebbero assicurati 5 milioni di rubli, poco più di 81mila euro.
Il fondatore del gruppo Wagner è Dmitri Utkin, ex tenente colonnello del Gru, noto per le sue simpatie neonaziste: sul corpo ha almeno un paio di tatuaggi ispirati i simboli del Terzo Reich.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
COINVOLTI SINDACI E CONSIGLIERE REGIONALE
Le fiamme gialle del Comando Provinciale di Lecce hanno eseguito alcune misure cautelare personali, emesse dal gip di Lecce, su richiesta della Procura della Repubblica di Lecce, nei confronti di 11 persone (cinque ai domiciliari, quattro all’obbligo di dimora, uno di divieto di dimora e un divieto di esercitare attività imprenditoriale), indagati per ipotesi di reato di corruzione, traffico di influenze illecite e falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
Sempre nell’ambito del medesimo contesto, si sta altresì procedendo alla notifica di ulteriori 10 informative di garanzia ad altrettanti soggetti coinvolti nelle condotte sopra indicate.
Le indagini, svolte dai finanzieri della Compagnia di Otranto e coordinate dalla Procura della Repubblica di Lecce – sostituto procuratore Alessandro Pronterà e gip Simona Panzera – sembrano aver disvelato un modus operandi grazie al quale il pubblico ufficiale indagato principale avrebbe posto in essere una serie di comportamenti ispirati non solo all’arricchimento personale, ma anche tesi ad assicurarsi e mantenere bacini di consenso elettorale attraverso una gestione personalistica di presidi di potere ormai consolidati in alcuni dei punti nevralgici della macchina amministrativa sia a livello provinciale, sia a livello regionale.
Le condotte delineate durante lo sviluppo delle attività operative si sarebbero sostanziate nella promessa di posti di lavoro da parte di alcuni pubblici ufficiali, in cambio di plurime utilità, nel collocamento di persone di fiducia in posizioni strategiche di svariati Enti pubblici, nell’adozione di decisioni dell’indagato principale, ovvero di altre persone a lui vicine, che abbiano comportato nei confronti del medesimo un illecito profitto personale.
L’azione di servizio, svolta in stretta sinergia con l’Autorità Giudiziaria, testimonia il perdurante impegno della Guardia di Finanza a presidio della sicurezza economico-finanziaria del Paese e nel contrasto delle condotte che impattano sul regolare funzionamento della Pubblica Amministrazione. Si evidenzia che il procedimento penale verte ancora nella fase delle indagini preliminari e che la responsabilità degli indagati sarà definitivamente accertata solo ove intervenga sentenza irrevocabile di condanna.
I NOMI
Nell’inchiesta spicca l’ex senatore ed ex assessore regionale ai Servizi Sociali Salvatore Ruggieri, dell’Udc. Ruggeri era già stato coinvolto nel 2019 in una vicenda giudiziaria
Ai domiciliari sono finiti Antonio Renna, Mario Romano (consigliere regionale), Massimiliano Romano ed Emanuele Maggiulli.
Per il neo eletto sindaco di Scorrano (ed ex consigliere regionale), Mario Pendinelli e per Antonio Greco è stato ordinato l’obbligo di dimora. Divieto di dimora, invece, per il sindaco di Otranto, Pierpaolo Cariddi. Divieto di svolgere l’attività professionale per Elio Vito Quarta, Giantommaso Zacheo e Fabio Marra.
Per il direttore generale dell’Asl di Lecce, Rodolfo Rollo, è stata mandata una richiesta di sospensione alla gip, che deciderà dopo l’interrogatorio di garanzia. Il reato di traffico di influenze illecite viene ipotizzato a Mario Romano, Antonio Greco e Luigi Tolento. Secondo quanto riportato nel capo d’imputazione recuperato dal quotidiano la Repubblica, Greco avrebbe svolto il ruolo di galoppino al soldo del consigliere regionale Mario Romano e avrebbe individuato persone disponibili a versare somme di denaro per il superamento di concorsi pubblici.
Sfruttando e vantando – viene messo per iscritto nell’ordinanza a firma della giudice per le indagini preliminari Panzera – relazioni con persone impiegate nella pubblica amministrazione, ricompensandole con dazioni di denaro. In particolare si parla di 7.000 euro consegnati a Tolento per il superamento del concorso in Sanità Service per l’assunzione di 159 persone. la prima trance di 1.500 euro sarebbe stata versata a dicembre 2019.
Il terremoto colpisce così soggetti istituzionali noti in Salento. Romano, originario di Matino, ricopre attualmente il ruolo di consigliere regionale per i Popolari ma l’impegno nella politica locale inizia negli anni 80 quando riveste la carica di consigliere Comunale nel Comune di Matino e di assessore poi fino al 1993 e di vice sindaco dal 1985 al 1990. Dal 1995 fino al 2004 è stato Presidente della Commissione Provinciale- Lecce- per l’Abilitazione Venatoria ed attualmente ricopriva la carica di consigliere in viale Capruzzi. Ruggeri, classe 1950 originario di Muro Leccese, è stato Senatore della Repubblica italiana nella XV Legislatura dal 28 aprile 2006 (2006-2008) periodo in cui ha fatto parte della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della criminalità organizzata.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
LA REGISTRAZIONE CHIAVE DI UN ALTO FUNZIONARIO DELLA PREFETTURA: “L’AMMINISTRAZIONE DELLO STATO NON VUOLE IL RACCONTO DELLA VERITA’, ASPETTATEVI CHE VI MANDINO LA GUARDIA DI FINANZA”… LA MOSSA DECISIVA DEGLI AVVOCATI DIFENSORI: “ORA VOGLIAMO L’ASSOLUZIONE PIENA”
Riaperta in secondo grado l’istruttoria dibattimentale nel processo a Mimmo Lucano, l’ex sindaco di Riace condannato dal Tribunale di Locri a 13 anni e 2 mesi di reclusione per reati legati alla gestione dei progetti di accoglienza dei migranti.
In particolare, al termine del processo di primo grado, lo scorso settembre Lucano era stato giudicato colpevole di associazione a delinquere, truffa, peculato, falso e abuso d’ufficio.
Dopo la relazione dei giudici a latere sulla sentenza del Tribunale di Locri e sui ricorsi delle difese di Lucano e degli altri 17 imputati, la Corte d’Appello di Reggio Calabria presieduta dal giudice Giancarlo Bianchi ha accolto la richiesta degli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Pisapia, difensori dell’ex sindaco.
Con il parere favorevole dei sostituti procuratori generali Adriana Fimiani e Antonio Giuttari, è entrata così nel fascicolo del processo la perizia pro-veritate del consulente Antonio Milicia che, su incarico dei difensori di Lucano, ha trascritto cinque intercettazioni.
Due di queste sono state registrate all’interno dell’auto di Mimmo Lucano, due presso il palazzo Pinnarò sede dell’associazione “Città Futura”, mentre l’ultima è stata colta nella sede di uno studio professionale.
Il consulente di parte ha posto in evidenza alcune differenze con quanto trascritto dal perito di primo grado. Differenze che, per la difesa, sono fondamentali per dimostrare l’innocenza di Mimmo Lucano.
Una delle intercettazioni, infatti, non era stata proprio trascritta e, quindi, non è stata neanche valutata dal Tribunale di Locri.
Si tratta di una conversazione avvenuta il 20 luglio 2017 quando ancora non era stato notificato l’avviso di garanzia all’ex sindaco che non poteva nemmeno immaginare il suo arresto nell’ottobre 2018.
A parlare con Lucano, quel giorno c’era l’ispettore della prefettura Salvatore Del Giglio, mandato a Riace per redigere una delle tante relazioni sulla gestione dei migranti. Anni dopo Del Giglio sarà uno dei testimoni della Procura contro l’ex sindaco ma nell’estate 2017 quello stesso funzionario dello Stato avvertì Mimmo “u curdu” che il vento da Roma stava cambiando.
Il tempo gli avrebbe dato ragione: le indagini sulle ong, finite in una bolla di sapone, la politica che discettava sui “taxi del mare” e poi l’arresto di Lucano.
“La mia certezza – disse del Giglio in quella riunione con Lucano – è che l’organizzazione fa acqua da tutte le parti. Non ultimo il fatto che dopo lo Sprar non c’è niente…. E allora, questo mi fa dedurre che l’obiettivo integrazione è soltanto una parola buttata là”.
Stando alla trascrizione del perito Milicia che adesso sarà valutata dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria, il funzionario della prefettura fa un’analisi su come in Italia viene gestita l’accoglienza: “Spreco un sacco di soldi. Perché sono un sacco di soldi. Con la certezza che poi a un certo momento, più o meno lungo ma sempre breve… per quel soggetto fisico (il migrante, ndr) non sono serviti a niente, perché è finito il periodo”.
“Quindi siete d’accordo con la mia idea?”. Lucano non poteva credere alle sue orecchie: i dubbi che lui ha sempre avuto su come lo Stato affronta il tema dei migranti sono gli stessi di quel funzionario mandato dalla prefettura a controllare cosa succedeva nel suo Comune: “Ma certo che sono d’accordo… – è stata la risposta di Del Giglio – L’amministrazione dello Stato… ipocritamente non ha ritenuto di volerlo affrontare. Perché ancora naviga nel ni-no-na… Il caso di Riace… in Italia in un certo senso è atipico perché non ha una duplicazione da nessuna altra parte…. Io che sono pessimista per natura, quando si parla di Italia, vi dico che io vi auguro di arrivare da qualche parte. E forse, se lo farete, vi sarà possibile perché avete accanto altre forme di autorità. Ma se fate conto sullo Stato italiano, sull’apparato statale, onestamente ho le mie riserve perché si continua a guardare questo problema se non come a un fastidioso inconveniente di passaggio. Intanto non è di passaggio. E ce lo dice la realtà. Intanto non è compatibile con l’attuale ordinamento a 360 gradi”
Dopo qualche minuto, il funzionario Del Giglio è più esplicito: “L’amministrazione dello Stato non vuole il racconto della realtà di Riace… oggi la mission dello Stato… sapete che lo Stato è composto… come qua da voi. C’è l’opposizione….”.
E sempre l’ispettore della prefettura che parla: “Io ritengo, dal suo punto di vista della sua relazione… che comunque Riace, al di là delle disfunzioni eventuali o delle anomalie amministrative, quindi della burocrazia, abbia realizzato una realtà evidentemente ancora unica sul territorio nazionale, dovete difenderla. Con qualsiasi conseguenza. Che ve ne fotte, sindaco!”.
La domanda di Mimmo Lucano, però, è un’altra: “Perché deve pagare Riace?”. Ma il funzionario Del Giglio gli aveva già dato il suo consiglio: “Voi non potete fare altro che andare avanti, altrimenti fareste il loro gioco. Vi dovete aspettare, perché non è improbabile, che un domani verranno la Guardia di finanza…”.
E così è stato. Sono mesi che l’avvocato Daqua sostiene che questa intercettazione “non solo contiene la chiave lecita sulla questione dei lungopermanenti ma induce a un’attenta riflessione circa le ‘anomalie’ che inficiano l’intero processo”.
“Perché – aveva commentato prima di depositarla – un’importantissima prova a discarico è stata silenziata?”. Adesso sarà valutata dalla Corte nel processo di secondo grado che riprenderà il prossimo 26 ottobre quando i giudici chiuderanno l’istruttoria dibattimentale. Nello stesso giorno è prevista la requisitoria dei sostituti procuratori.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Luglio 7th, 2022 Riccardo Fucile
IL RETROSCENA NEL SUO LIBRO
Un ministro del governo Conte I, quello sostenuto da Lega e Movimento 5
Stelle, voleva mollare l’Atlantismo per l’equidistanza con la Russia.
La rivelazione è del generale Claudio Graziano, presidente del Comitato militare dell’Unione Europea fino al 2022.
E oggi pronto a raccontare il retroscena in occasione dell’uscita del libro scritto con Marco Valerio Lo Prete e pubblicato dalla Luiss University Press dal titolo “Missione”.
La storia che racconta Graziano parte da una riunione alla quale partecipò in qualità di capo di stato maggiore della Difesa. Lì un esponente dell’esecutivo gialloverde teorizza che l’Italia dovrebbe essere «equidistante tra due poli di amicizia internazionale». Ovvero gli Stati Uniti e la Russia.§
«Al “polo” americano, infatti, lo Stato — in tutte le sue articolazioni, militare inclusa — dovrà affiancare il “polo” russo», è il virgolettato riportato.
Ma nel libro c’è anche il racconto del Consiglio dei ministri del governo Conte I: «Nel momento in cui mi viene chiesto un parere in proposito, espongo perché mi sembra una scelta avventata». Il generale, nel libro le cui anticipazioni sono oggi su Repubblica, non fa il nome del ministro che aveva sostenuto «la linea dell’equidistanza» tra Mosca e Washington, addirittura teorizzata dopo l’annessione della Crimea.
Ma Graziano ha ben chiara la «costante della Storia e della geopolitica. L’obiettivo della Russia è sempre stato quello di incrinare l’unità euro-atlantica (e in subordine europea). E, in quanto superpotenza continentale, di riuscire ad affacciarsi sul Mar Mediterraneo per meglio opporsi alle potenze marine occidentali. Il divide et impera rimane la strategia di fondo di Mosca verso l’Europa».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »