Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile
NEL VARIEGATO MONDO DEGLI “SCAPPATI DI CASA” MELONIANI, L’AMENO GENNARO HA UN RUOLO DI PRIMO PIANO
Nel variegato mondo degli “scappati di casa” (con rispetto parlando) meloniani, l’ameno Gennaro Sangiuliano ha un ruolo di primo piano. Dotato di un bel faccione che suscita subito (e temiamo involontariamente) allegria in chi lo osserva, Sangiuliano (nato a Napoli nel 1962) ha una voce Wikipedia molto ricca, esaltante e ancor più benevola (per non dire agiografica). L’esimio ministro della Cultura ci perdonerà però se continuiamo a ritenere che il suo merito principale non sia la vicedirezione di Libero (il direttore era Feltri) o l’irrinunciabile saggio Quarto Reich – come la Germania ha sottomesso l’Europa (co-scritto proprio con Feltri), bensì la spiccata disistima che pare nutrire per il tuttora sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi, che resta inchiodato alla poltrona nonostante la quintalata di scandali che lo stanno travolgendo (complimenti Meloni!). Un uomo che mal tollera Sgarbi ha a prescindere la nostra simpatia, anche se al tempo stesso Sangiuliano (o “Sangennaro”, come lo hanno battezzato nel settembre scorso al Tg2) fa di tutto per sabotarsi da solo.
Di lui, prima del suo approdo al dicastero della Cultura bruciando la concorrenza di candidati assai più idonei come (per dirne uno) Giordano Bruno Guerri, si conosceva (poco) giusto la sua esperienza televisiva come vicedirettore del Tg1 prima (il direttore era Minzolini) e direttore del Tg2 poi (quota Lega, dal 2018 al 2022). Innumerevoli i suoi servizi da Pulitzer, su tutti quelli dedicati alla famosa casa di Montecarlo di Gianfranco Fini. Divenuto ministro, Sangiuliano ha deciso sin dall’inizio di ambire con ogni mezzo al “Toninelli Prize”, ovvero il titolo di gaffeur per antonomasia. Per quanto la concorrenza in tal senso sia altissima nel governo meloniano, va detto che Sangiuliano – quanto a gaffe – ha pochi rivali. Non si riesce a stargli dietro, e la lista dei suoi inciampi nasce fatalmente incompleta a prescindere. L’ultimo suo capolavoro, raccontato ieri dal Fatto, è stato l’annuncio in pompa magna della scoperta di “due nuovi templi dorici nel parco archeologico (…) nella zona occidentale dell’antica città di Poseidonia-Paestum, a ridosso della cinta muraria e a poche centinaia di metri dal mare”. In realtà la scoperta non è nuova per niente, visto che il primo tempio era stato ritrovato 5 anni fa con tanto di foto, ma Sangiuliano è così: quando c’è da pavoneggiarsi, è sempre in prima fila. Come quando, l’estate scorsa, si vantò che la mostra da lui inaugurata agli Uffizi di Firenze il 15 giugno – insieme a La Russa – avesse “superato il traguardo dei 300 mila visitatori”. Piccolo particolare: la mostra era gratuita, quindi era impossibile conteggiare con esattezza i visitatori. E poi gli eventuali 300 mila appassionati erano andati lì per vedere gli Uffizi, e soltanto in un secondo momento per visitare (eventualmente) anche la mostra del mitico “Genny”. Sangiuliano è così: non avendo vittorie da esibire, le inventa. Esulta a caso. E si impossessa pure di improbabili padri nobili: “Dante padre del pensiero di destra”, arrivò infatti a dire il nostro eroe, durante un altissimo brainstorming di cervelli con l’accattivante intervistatore Pietro Senaldi. Livelli incommensurabili. Gli stessi che lo portarono ad ammettere che non aveva letto i libri candidati al Premio Strega, salvo poi arrampicarsi sugli specchi – resosi tardivamente conto della figuraccia – con esiti ancor più esiziali. Che lo spinsero su Instagram a vantarsi (ancora!) degli incassi degli accessi al Pantheon, lasciando però nel testo un avanzo di conversazione privata che non avrebbe dovuto certo essere pubblicata (“Va bene come copy?”). E che, stremato dai meme e dagli sfottò di cui è, ahinoi, vittima, lo hanno portato comicamente a diffidare Un giorno da pecora dal prenderlo in giro. Povero Genny, com’è cattivo il mondo con te!
(da Il Fatto Quotidiano)
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Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile
E LA LEGA ASSESTA IL COLPO DI GRAZIA CON L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA
La riforma leghista targata Roberto Calderoli sull’Autonomia
differenziata approda in Aula in Senato oggi. Le opposizioni sono sulle barricate perché sono sicure che dalla riforma arriverà un altro colpo mortale al Mezzogiorno.
Oggi in molte piazze d’Italia ci saranno i presidi del Comitato contro l’Autonomia differenziata, a partire da Napoli. Un rapporto Eurispes, qualche anno fa – ha spiegato Mariolina Castellone, senatrice del M5S e vicepresidente del Senato – ci disse che dall’approvazione del nuovo titolo V della Costituzione erano stati sottratti al Sud circa 46 miliardi l’anno per il mancato rispetto della famosa regola del 34%, ovvero la percentuale di spesa che si sarebbe dovuta dirottare sul Mezzogiorno in proporzione alla sua popolazione.
Svimez arrivò a calcolare uno scippo da 60 miliardi l’anno a causa dell’insistenza sul criterio della spesa storica per la distribuzione delle risorse: se per esempio una determinata area non aveva asili, ma un fabbisogno dimostrato dall’esistenza di tanti bambini, si ritrovava con zero risorse perché la ‘spesa storica’ raccontava l’assurda storia di un’esigenza che non c’era. Oggi con la nuova riforma la situazione rischia ulteriormente di complicarsi. L’ipocrisia è massima, ha detto ancora Castellone, si cerca di assicurare che fino a 23 materie potranno essere devolute alle Regioni che l’hanno chiesto solo dopo aver determinato i Lep, Livelli essenziali delle prestazioni.
Ma non esiste un cenno alla necessità non solo e non tanto di determinare i Lep, ma di garantirli, con adeguate risorse economiche a cui questo governo, un governo tutto tagli e austerità, non fa il benché minimo riferimento. Il biglietto da visita con cui le destre si presentano all’appuntamento in Parlamento con l’Autonomia differenziata è un anno di tagli al Mezzogiorno operati scientificamente e senza alcuna pietà.
LA SCURE SUL SUD
Lo stesso smantellamento del Reddito di cittadinanza ha finito per colpire maggiormente le regioni meridionali, a partire dalla Campania, dove si concentravano buona parte dei beneficiari del sussidio. A mettere in fila i tagli che il governo ha operato ai danni del Sud è stata la Repubblica. In totale il quotidiano stima in 20 miliardi circa lo scippo al Mezzogiorno. Nel calderone dei tagli e del depotenziamento delle strutture che operano per il Sud rientra lo smantellamento dell’Agenzia per la coesione, per cui l’esecutivo ha stabilito che le competenze di “programmazione e coordinamento” dei fondi comunitari e nazionali per il Sud “passano al Dipartimento per le politiche di coesione di Palazzo Chigi”.
Nel limbo non sono solo i consulenti che lavorano per l’Agenzia, che si sono visti a fine anno scorso, rinnovare la collaborazione, ma solo per due mesi. A oggi – scrive la Repubblica – non c’è traccia della relazione chiamata a certificare il rispetto o meno della clausola Pnrr che destina al Mezzogiorno almeno il 40% dei finanziamenti. E Il capitolo sul Sud del Pnrr urla vendetta. Dal Piano sono saltati progetti per 15,9 miliardi: 7,6, la metà, fanno riferimento a progetti finanziati al Sud, dalla riqualificazione delle periferie ai Piani urbani integrati. E ancora: colpo di spugna sulla riconversione green dell’ex Ilva di Taranto, a cui il Pnrr aveva destinato 1 miliardo. Congelati anche i 900 milioni del Fondo di transizione equa per la riconversione industriale della città pugliese. E meno male che il ministro che ha la delega al Sud, oltre a quelle su Pnrr, Affari europei, Politiche di coesione, Raffaele Fitto, è pugliese. Ma il capitolo Pnrr merita un’ulteriore riflessione.
IL REPORT
Dall’ultimo report di Openpolis, basato su un’analisi dell’ufficio parlamentare di bilancio (Upb), con dati aggiornati a novembre 2023, emergono dati inquietanti. Nel 2023 abbiamo speso circa 2,5 miliardi di euro di fondi Pnrr. Si tratta di appena il 7,4% del totale delle risorse programmate inizialmente. La quota di progetti già conclusi è bassa dappertutto ma nelle regioni del Nord Italia è quasi doppia rispetto a quella del meridione. Le regioni del Sud sono quelle che incontrano le maggiori difficoltà nel fare le gare e assegnare i lavori. L’Upb attribuisce queste disparità in parte a storiche difficoltà del Mezzogiorno nella preparazione e nello svolgimento delle gare, soprattutto da parte di stazioni appaltanti di piccole dimensioni.
Ma un altro elemento critico riguarda l’estrema frammentazione del piano a livello locale. Ovvero l’elevata numerosità di piccoli progetti con soggetti attuatori di natura privata o mista (scuole, associazioni, imprese, consorzi, singole partite Iva o ragioni sociali, ecc.), dispersi sul territorio e con limitata esperienza di gestione delle gare. Se da un lato – dice Openpolis – si tratta di una chiara scelta del Pnrr pensata per consentire un maggiore coinvolgimento delle comunità territoriali, dall’altro l’Upb individua proprio in questo uno dei motivi dei ritardi accumulati finora.
Anche in termini di trasmissione dei dati riguardanti l’assegnazione dei lavori e di monitoraggio sul loro avanzamento. Per questo sarebbe necessario intervenire a sostegno dei soggetti attuatori più in difficoltà. Anche per evitare che il divario tra Nord e Sud del Paese aumenti ancora di più. Divario che invece il Pnrr si propone di ridurre. A penalizzare il Mezzogiorno è stata anche la chiusura delle sei Zone economiche speciali (Zes), da Palermo a Napoli. Al suo posto Fitto ha voluto la Zes unica per tutto il Sud. A gestirla una struttura, anche in questo caso, accentrata a Roma. Che finora ha prodotto zero.
L’altro scippo è arrivato con l’ultima manovra di Bilancio che ha portato in dote il taglio quasi totale del Fondo perequativo infrastrutturale: 4,4 miliardi promessi al Sud dal 2021. Mentre si è deciso di dirottare 1,6 miliardi di fondi Fsc, destinati a Sicilia e Calabria, alla costruzione del Ponte sullo Stretto. E a proposito di Fondi sviluppo e coesione il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, accusa Fitto di bloccarli. E minaccia di denunciarlo in assenza di risposte. “Abbiamo un Governo che è nemico del Sud, stanno tenendo bloccati i Fondi sviluppo e coesione, per tutto il Mezzogiorno d’Italia e per la Campania, parliamo di 23 miliardi di euro”, ha detto De Luca.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile
NON DICE CHI SAREBBE QUESTO “QUALCUNO” CHE AVREBBE PRESO L’ARMA DA TERRA PER POI INSERIRE IL COLPO IN CANNA… VERSIONE POCO CREDIBILE… I CARABINIERI HANNO DEFINITO L’ATTEGGIAMENTO DI POZZOLO “POCO COLLABORATIVO”
La pistola gli sarebbe scivolata dalla tasca del giubbotto. E qualcun altro l’ha raccolta e poi ha armato il cane. Lasciando poi partire involontariamente il colpo.
È questa la versione che il deputato sospeso di Fratelli d’Italia Emanuele Pozzolo ha dato ai carabinieri la notte di Capodanno, subito dopo lo sparo che ha ferito Luca Campana all’ex asilo di Rosazza in provincia di Biella. Confermando così quello che invece ha detto a mezza bocca nelle interviste successive. Ovvero che non ha sparato lui. Ma a quanto pare Pozzolo non ha detto chi ha raccolto la pistola. Vicino a lui c’erano proprio Campana e Pablito Morello, agente di polizia penitenziaria e caposcorta di Andrea Dalmastro. Entrambi lo hanno smentito durante le loro testimonianze.
«Voglio andare a casa»
A raccontare la versione di Pozzolo ai carabinieri è oggi La Stampa. Il deputato quella sera reagisce male alle richieste dei carabinieri di effettuare il test dello Stub e di avere i suoi vestiti. Decide di far valere l’immunità parlamentare. Poi arriva il padre, avvocato, e cambia idea. Ma i vestiti non li consegna nemmeno quando la richiesta arriva dalla procuratrice Francesca Ranieri. «Voglio andare a casa», dice ai carabinieri che lo interrogano. Perché «la mia priorità ora è riposare». Tanto che i carabinieri metteranno a verbale che durante l’interrogatorio è stato «poco collaborativo». Morello e Campana invece dicono che Pozzolo non sembrava esperto nel maneggiare la pistola e che l’avrebbe anche appoggiata su un tavolo. Morello fa mettere a verbale di aver sentito il genero Campana rivolgersi a Pozzolo dicendogli «mi hai sparato».
Il ruolo di Morello
E l’agente di polizia penitenziaria dice di aver preso la pistola «con entrambe le mani» per metterla in sicurezza. Quindi sull’arma ci saranno sicuramente le sue impronte digitali. Pozzolo, dicono anche gli altri testimoni, era «allegro», quasi brillo. Ma la sua descrizione dei fatti esclude sue responsabilità sullo sparo: «La pistola mi è scivolata dalla tasca del giubbotto. Qualcuno l’ha raccolta e ha armato il cane». Poi il colpo. I tamponi presi sulle mani e sui vestiti di Pozzolo sono analizzati dal Ris di Parma. Dovrebbero emergere tracce chiare del fatto che abbia o no impugnato la pistola. E c’è anche attesa per i risultati della perizia balistica della consulente tecnica Raffaella Sorropago. Che però ha potuto esaminare la sede della Pro Loco soltanto molti giorni dopo l’accaduto.
(da Open)
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Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile
L’INDAGINE HA SMENTITO I VIGILI SULLE VIOLENZE
La procura di Milano ha chiesto il processo per cinque vigili accusati
di aver picchiato Bruna, la donna presa a manganellate durante un fermo nei pressi del parco Trotter.
La procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano e la pubblica ministero Giancarla Serafini hanno chiesto il processo anche per lei, che è accusata di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni, rifiuto a dare le proprie generalità e per la ricettazione di una tessera Atm.
Per l’abuso di autorità nei confronti di altri due agenti della polizia municipale è stata chiesta l’archiviazione. Oltre alle lesioni, ai cinque vigili la procura contesta anche il falso in atto pubblico. Gli indagati, spiega oggi l’edizione milanese di Repubblica, sono accusati di aver aggredito violentemente la transgender mentre lei era a terra in posizione di resa.
Il manganello
Le indagini hanno confermato che Bruna è stata colpita con un manganello alla testa. E che ha ricevuto anche spruzzi di spray urticante in direzione degli occhi. Oltre a un calcio alle gambe. Il dirigente e un agente dovranno anche difendersi dall’accusa di falso. Perché non è vero che Bruna aveva «urinato davanti a tutti» e si era «denudata al Trotter». Falso anche che la donna abbia sbattuto con la testa contro i finestrini dell’auto. E non è stata condotta in astanteria ma in una camera di sicurezza con le misure di contenimento ai polsi.
(da agenzie)
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Gennaio 16th, 2024 Riccardo Fucile
MITTAL NON HA MAI AVUTO ALCUN INTERESSE AL RILANCIO DELL’ACCIAIERIA DI TARANTO
L’obiettivo è identico: costruire forni elettrici e decarbonizzare l’acciaieria. Il protagonista privato è lo stesso: ArcelorMittal.
Diverso invece l’attore pubblico: da una parte c’è l’Italia con una promessa da 2,3 miliardi di euro e dall’altra la Francia che garantisce 850 milioni. E diametralmente opposto è il risultato: da un lato, il colosso franco-indiano investe cifre a nove zeri; dall’altro se ne va e pretende anche 400 milioni.
I piani smascherati
La storia dell’investimento congiunto tra Mittal e lo Stato francese sull’acciaieria di Dunkerque smaschera i piani del socio di Acciaierie d’Italia su Taranto, facendo cadere tutte le scuse accampate fin qui per giustificare l’addio all’ex Ilva con tanto di gran cassa politica, dal ministro delle Imprese Adolfo Urso fino al leader di Azione Carlo Calenda, che ha suonato addosso alle scelte prese durante i governi Conte.
Scudo penale abolito? Patti traditi? Oppure nella fuga dalla Puglia c’entra il vecchio sospetto che l’acquisto dell’Ilva sia stato mirato a bloccare l’inserimento di un concorrente nel mercato europeo, senza alcun reale interesse al rilancio delle acciaierie tarantine
L’intesa con Parigi: 850 milioni pubblici
I termini dell’intesa sono stati resi noti domenica dal ministro dell’Economia Bruno Le Maire, riconfermato da Gabriel Attal nel neonato governo francese: ArcelorMittal dovrebbe investire oltre un miliardo e lo Stato impegnare fino a 850 milioni per costruire a Dunkerque, che è considerato uno dei 50 siti industriali francesi più inquinanti, due forni elettrici e un’unità diretta per la riduzione del ferro. Una decarbonizzazione. Entrata in funzione degli impianti “green”? Nel 2027, con un calo delle emissioni di Co2 che viene stimato in 4,4 milioni di tonnellate all’anno.
La fuga da Taranto
A fronte di un supporto statale di 850 milioni di euro, quindi, ArcelorMittal si è impegnata a investire circa un miliardo di euro. Il tutto quasi in contemporanea con l’uscita da Acciaierie d’Italia, la società di cui detiene il 62% che gestisce l’ex Ilva di Taranto insieme alla pubblica Invitalia (38%).
La storia è nota: Mittal si rifiuta di partecipare a qualsiasi rifinanziamento pro-quota. Lo scorso lunedì ha detto no perfino all’iniezione di 320 milioni di euro per garantire la sopravvivenza dell’ex Ilva, alle prese con centinaia di milioni di euro di debiti con i fornitori di gas che ora hanno ottenuto il via libera del Tar Lombardia alla chiusura dei rubinetti
La firma di settembre: 2,3 miliardi europei
Mittal va via dopo aver portato Taranto ai minimi storici di produzione, che nel 2023 – lo ha riferito il ministro Urso nell’aula del Senato – si è fermata sotto i 3 milioni di tonnellate di acciaio sfornate. E se ne va nonostante lo scorso settembre abbia firmato un memorandum of undestanding con il ministro per gli Affari Europei, Raffaele Fitto, che prevedeva investimenti pubblici per 2,3 miliardi finalizzati a decarbonizzare l’ex Ilva.
Impegni per il socio privato? Non chiariti. Aveva svelato tutto Il Fatto Quotidiano: il testo è stato firmato lo scorso 11 settembre da Fitto per conto del governo, mentre l’ad Lucia Morselli lo ha sottoscritto per conto di Acciaierie d’Italia e Henk Scheffer e Ondra Otradovec hanno dato il via libera in quota Mittal.
Tutte le promesse italiane
Con quelle cinque pagine, i firmatati hanno concordato “un piano di investimenti di decarbonizzazione aggiornato e potenziato e individuato i relativi finanziamenti pubblici di supporto”. Il piano – da finalizzare entro il 2030 – costa 4,6 miliardi e il governo si è impegnato a mettercene 2,27. Cioè circa il triplo di quanto promesso dallo Stato francese per Dunkerque.
Da dove avrebbe preso i fondi l’Italia? Nell’ambito del Repower Eu o, in subordine, sempre in Europa con i soldi destinati a Sviluppo e coesione (Fsc). Il resto, tra l’altro, non sarebbe arrivato da Mittal ma proprio da Acciaierie d’Italia, partecipata al 38% da Invitalia, che è controllata dal ministero dell’Economia. Proprio come Parigi con la fornitura di energia nucleare, anche il governo italiano aveva promesso una stabilità con l’impegno di dare energia elettrica “a prezzi competitivi”.
La solita litania
Quell’intesa – che non piaceva a Invitalia e a Urso – è stata in ogni caso letteralmente stracciata da Mittal nel giro di due mesi. Il colosso franco-indiano si è rifiutato di sottoscrivere qualsiasi aumento di capitale nell’immediato e lunedì ha dato il definitivo benservito al governo in un incontro a Palazzo Chigi.
Urso ha immediatamente puntato il dito contro i patti parasociali sottoscritti, durante il governo Conte 2, da Mittal e Invitalia definendoli “leonini”. Ed è tornato a sventolare un vecchio cavallo di battaglia: tutto è iniziato con l’abolizione dello scudo penale, decisa dal Conte 1. Lo stesso refrain proposto da Carlo Calenda, l’uomo che assegnò l’Ilva ad ArcelorMittal. “Come volevasi dimostrare – ha scritto – I Cinque Stelle hanno fatto saltare un accordo blindato e vantaggioso (4,2 miliardi) per entrare in società con Mittal in minoranza e con patti parasociali gravemente penalizzanti”. Chiaro il riferimento all’abolizione dello scudo penale, utilizzo da Mittal come grimaldello per tentare una prima fuga nel 2019.
Il vecchio sospetto
Lo scudo è stato poi ripristinato lo scorso anno eppure oggi Mittal ha intenzione di andare via ugualmente nonostante il vantaggioso piano proposto da Fitto a settembre, assai più ricco di quello di Le Maire e senza impegni diretti per i franco-indiani poiché il resto sarebbe toccato ad Acciaierie d’Italia.
E così sembra tornare di moda la tesi sempre sostenuta dai detrattori di Mittal e rilanciata più volte dal presidente dei senatori Pd, Francesco Boccia.
In una recente intervista a Ilfattoquotidiano.it, l’ex ministro aveva ricordato: “Il timore è che l’operazione sia nata più per bloccare quote di mercato dell’ex Ilva che per investire nella produzione di acciaio in Italia”. Il complesso industriale, aveva aggiunto Boccia, è stato dato a una multinazionale che “aveva decine di stabilimenti in Europa, altra cosa sarebbe stata fare dell’ex Ilva la principale base operativa in Europa di un gruppo con inequivocabili radici italiane”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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