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AL CONGRESSO ROMANO DI FRATELLI D’ITALIA COSA È AVVENUTO DAVVERO TRA FABIO RAMPELLI E ARIANNA MELONI? UN ACCORDO PER SPARTIRE IL POTERE

Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile

IL “GABBIANO” MILANI SI È RITIRATO, PERMETTENDO AL MELONIANO PERISSA DI DIVENTARE COORDINATORE, MA IN CAMBIO HA OTTENUTO IL RUOLO DI VICEPRESIDENTE DELL’ORGANIZZAZIONE NAZIONALE DEL PARTITO, GUIDATA DA DONZELLI

Cosa è successo davvero al congresso romano di Fratelli d’Italia? Davvero, come ha cercato di far passare la propaganda meloniana, c’è stata una sconfitta bruciante del “gabbiano” Fabio Rampelli?
Manco per il cazzo. Il passo indietro in extremis di Massimo Milani, fedelissimo del vicepresidente della Camera Rampelli, più che una resa è il risultato di una trattativa che ha portato a un “risarcimento”: Milani, in cambio dell’appoggio a Marco Perissa, caro alle Sorelle d’Italii, otterrà il ruolo di vicepresidente dell’organizzazione nazionale del partito (diventerà il numero 2 di Giovanni Donzelli).
Il “reietto” Rampelli, mentore delle sorelle Meloni e dell’attuale classe “digerente” di Fdi, potrà così avere finalmente un “gabbiano” nella stanza dei bottoni del partito.
Non solo: per Milani è un doppio risarcimento visto che fu estromesso dal vertice della federazione romana per mano di Chiara Colosimo, che non nascondeva l’ambizione di prendere il suo posto.
La Colosimo, parcheggiata poi alla presidenza della commissione antimafia, come del resto Giorgia e Arianna Meloni, è stata svezzata politicamente da Fabio Rampelli. Colosimo credeva così tanto nel suo mentore da tatuarsi un gabbiano su un dito (camuffato poi con un ghirigoro maori). Una volta diventati adulti, i “giovani” di Fdi si sono ribellati al loro “padre politico”, fino al golpe del gennaio 2023 quando Massimo Milani fu costretto a lasciare spazio al “commissario” Giovanni Donzelli. .
Ora, dopo un anno e 2 mesi di scazzi e sfanculamenti, la tregua: le Meloni sister mantengono la guida di Fdi nella Capitale, Rampelli riesce ad entrare finalmente nella gestione del partito.
Ps. I voti complessivi al congresso di Roma sono stati 21mila, ma mancava il più importante: quello di Giorgia Meloni. Perché la Ducetta ha disertato le urne? La premier è entrata in “sindrome Fini” e si è stufata del partito?
Come lei, non hanno votato nemmeno due tra le persone a lei più vicine, Giovanna Ianniello (portavoce) e il cognato Paolo Quadrozzi (giornalista ascoltatissimo dalla sora Giorgia e punta di diamante dell’ufficio stampa di Palazzo Chigi), che, da militanti della prima ora, non avevano mai disertato le elezioni locali del partito.
(da La Repubblica)

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BUGIE, SELFIE E VELINE: COSI’ I SOVRANISTI HANNO ORDITO LA GRANDE TRAMA DELL’INGANNO BARESE

Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile

FORZATURE ISTITUZIONALI, BUGIE, USO SPEGIUDICATO DEI MEDIA AMICI: TUTTO ERA PREVISTO E ORGANIZZATO

Non c’è niente di casuale nell’”operazione Bari” che la destra di Governo aveva organizzato per prendersi quest’estate la città: forzature istituzionali, bugie, uso spregiudicato dei media amici. Tutto era previsto. Tutto sta accadendo.
Oggi infatti da lontano questa città può sembrare – la definizione la prese ormai vent’anni fa Francesco Merlo da Curzio Malaparte, per raccontare chirurgicamente su questo giornale un Michele Emiliano appena eletto sindaco di Bari – «una sirena alla maionese con contorno di coralli», un pasticcio dove «i pesci non sono obbligati ad assomigliare i pesci», un posto matto, insomma, dove nessuno recita la parte che dovrebbe: il Governo non fa il Governo, usando lei istituzioni come un’arma elettorale; il centrosinistra non fa il centrosinistra, imbarcando transfughi e impresentabili.
Eppure in tutto quello che sta accadendo c’è un disegno molto preciso, cominciato la mattina del 27 febbraio scorso quando i parlamentari del centrodestra pugliese si presentano davanti al ministro Piantedosi per denunciare «la conclamata infiltrazione mafiosa all’interno dell’amministrazione comunale di Bari». «Conclamata infiltrazione mafiosa».
Fa niente che, nonostante quanto oggi sostenga la premier, mai c’era stato un precedente di questo tipo: arresti appena effettuati, commissione da insediare. Ma, evidentemente, non si poteva perdere tempo con il metodo. Da settimane il centrodestra aveva in mano i sondaggi, disastrosi, su Bari: si perde al primo turno. Nessuno tra i politici aveva intenzione di misurarsi. Che fare allora? «Sfruttiamo l’inchiesta e mettiamo in campo un nome di garanzia, costruendo una campagna elettorale sulla legalità» si dicono tra loro.
Il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto pensa all’ex prefetta Antonella Bellomo, ora in pensione. «Ma non a caso proprio oggi l’ha nominata Emiliano in un organo regionale» si lamentano i consiglieri regionali del centrodestra il 5 marzo.
Un’altra ipotesi è il pm antiterrorismo, barese d’origine, Stefano Dambruoso. Ma chiede garanzie. E alzare polvere sul tema criminalità organizzata, può esserlo. Si muove il colonnello della Meloni, il sottosegretario Marcello Gemmato e con lui il vice presidente della commissione antimafia, Mauro D’Attis. Dalla Prefettura arrivano messaggi preoccupati ad altre istituzioni: «Siamo sotto pressione. Sarebbe il caso che Decaro facesse una chiacchiera con il ministro…».
Ma ormai non c’è più tempo e spazio. Bari va resa contendibile. E Decaro è da ridimensionare: sarà in lista alle europee, ed è il candidato naturale alla Regione, a una poltrona che piace molto a Fdi, e a Gemmato su tutti.
Si procede, quindi: Piantedosi decide di insediare la commissione. Lo comunica al sindaco ma ne sottovaluta la reazione. Decaro ne dà notizia per primo. I giornali della destra vanno all’attacco. Bari è su tutte le prime pagine con una notizia – l’inchiesta di fine febbraio – che appena qualche settimane prima era stata raccontata in poche righe. Ma c’è qualcosa che non va come deve: Decaro è animale di comunicazione e in una conferenza stampa ribalta il messaggio, si racconta come il cavaliere bianco contro il sistema, è un grande successo personale.
«Se prima perdevamo 70 a 30. Ora siamo 80 a 20» dicono i dirigenti baresi della destra. Accanto a Decaro c’è Michele Laforgia, avvocato penalista, garanzia di legalità, che si è candidato alle primarie ponendo proprio la questione morale nel centrosinistra, «ma ora non posso che essere che qui», dice abbracciando il sindaco, di cui è amico.
Non è un caso che all’improvviso “il caso Bari” sparisca dalle prime pagine dei giornali della destra. Puff, finito tutto. La Cgil chiama a raccolta la città: sabato mattina sono in diecimila per le strade, la folla sotto il palco si dispone a forma di boomerang. Sembra un segnale.
E invece poi per fortuna del Governo arriva Emiliano: dal palco (accolto da diversi mugugni) dice una frase politicamente folle, forse vera, forse falsa, chissà. E’ sera quando qualcuno fa circolare il video dell’intervento del Governatore.
Parte il fuoco di fila dei parlamentari della destra. Si riaccende il circo: «Trattativa Mafia-Pd» titolano i soliti giornali, usando tutti, curiosamente, la stessa espressione. Ancora prime pagine. Spunta poi la foto del sindaco con la sorella del boss, che poi non è proprio quella sorella, è una negoziante, e poi sì è vero, «anche Giorgia era stata fotografata con gli Spada» e aveva detto «non vorremo crocifiggere un politico per una foto, ne facciamo migliaia al giorno». Ma vabbè, sono dettagli, l’importante è fare casino, in fondo siamo a Bari. E i pesci non è detto che debbano assomigliare ai pesci.
(da repubblica.it)

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I SOVRANISTI VOGLIONO FARE LE SCARPE A DECARO MA PRENDONO UN GRANCHIO: “LA VERITA'” E “IL GIORNALE” PUBBLICANO UNA FOTO DEL SINDACO DI BARI INSIEME ALLA SORELLA (LISA) E ALLA NIPOTE (ANNALISA) DEL BOSS ANTONIO CAPRIATI CHE PERO’ NON HANNO NIENTE A CHE FARE CON IL RESTO DELLA FAMIGLIA E SONO ENTRAMBE INCENSURATE

Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile

LE DUE DONNE DELL’IMMAGINE SPIEGANO: “ABBIAMO CHIESTO NOI LA FOTO A DECARO. NON ABBIAMO ALCUN RAPPORTO CON LUI MA SIAMO FINITE OVUNQUE”

Una foto del sindaco di Bari Antonio Decaro con una delle sorelle del boss Antonio Capriati finisce al centro di una nuova polemica innescata dalla destra.
L’immagine è stata pubblicata sul Giornale e sulla Verità. “Sui social gira una foto in cui il sindaco è a braccetto nel maggio 2023 con la sorella del boss Capriati e una donna giovane” – scrive il Giornale – spiegando che l’immagine, postata su Facebook, era stata commentata sulla bacheca virtuale anche da Vincent Capriati: “Roba nostra”. Ma Decaro non ci sta: “Scatto decine di foto in quella strada, non c’entrano con il resto della famiglia. E posso immaginare ora la loro difficoltà”.
L’immagine però non ha alcun legame con la frase di Michele Emiliano finita al centro delle polemiche e pronunciata dal palco della oceanica manifestazione di piazza contro la mafia e a sostegno della città e dell’amministrazione del 23 marzo. Si tratta infatti di un’immagine scattata e pubblicata da Annalisa Milzi, figlia di Lisetta Capriati (con lei nell’immagine), nei giorni della festa di San Nicola del 2023 a Bari. Le due donne gestiscono un negozio di abbigliamento a Bari vecchia a pochi passi dalla basilica, nel giorno in cui il sindaco era nel borgo antico per i tradizionali eventi legati alla festa patronale.
“Abbiamo una reputazione da rispettare, questo negozio è qui da 26 anni. Siamo finiti ovunque – dice Milzi, immortalata con sua madre Lisa – Abbiamo scattato una foto con il sindaco prima della festa, è una persona gentile e ce l’ha concessa, non vedo cosa ci sia di male. Non abbiamo altri rapporti con lui. Fra i Capriati ci sono 11 figli, non si può fare di tutta l’erba un fascio”.
E poi anche lo stesso sindaco ha replicato con una diretta su Facebook: “Stamattina mi sono chiesto chi fossero – ha detto Decaro – poi con don Franco Lanzolla (parroco della Cattedrale) lo abbiamo capito, sono parenti del boss Capriati ma non hanno nulla a che fare con il resto della famiglia. Immagino la difficoltà di queste persone. Ho fatto decine di foto in quella strada, non capisco poi quale sarebbe la trattativa Pd-Mafia”, continua leggendo il titolo di un giornale.
La donna ritratta sulla sinistra dunque non è Lina, la sorella di Capriati a cui aveva fatto riferimento Emiliano nel suo aneddoto, smentito poi da Decaro; l’immagine risale a poco meno di un anno fa e testimonia non un incontro privato ma uno dei tanti ritratti con il sindaco per le strade della città.
La stessa Lina Capriati, intervistata dal Tg1, ha negato qualsiasi incontro con il sindaco: “Mai visto Decaro. Quando mai è venuto Decaro? Come fanno a dire che questa persona ci conosce?”. E anche sindaco ha confermato: “Mi è capitato nei primi giorni dell’istituzione della Ztl di incontrare persone che mi hanno maltrattato, qualche giorno dopo mentre stavamo andando in cattedrale con Emiliano le incontrammo di nuovo e lui, con i suoi modi di magistrato antimafia, disse loro ‘Decaro dovete lasciarlo stare, serve a me e al quartiere’. Questo è stato: non ho mai incontrato la sorella di nessuno”.
“Grande sindaco, non sei solo”. Firmato Pinuccio Fazio, papà di Michele, il 15enne ucciso per errore dalla criminalità organizzata di Bari vecchia nel 2001.Quello di Pinuccio Fazio è uno dei tantissimi commenti alla diretta Facebook. In quattro ore oltre 1.500 cittadini hanno scritto messaggi di vicinanza e solidarietà a Decaro. C’è chi scrive “grazie sindaco. Conferma ancora una volta la sua serietà e competenza. Dimostri fino in fondo che sono tutte illazioni e dicerie. Sempre dalla sua parte” e chi gli dice che “tutti dovrebbero prendere esempio da lei. Sei stato un grande, in tutto”, qualcun altro evidenzia che “ho fatto l’album con tutte le foto fatte insieme, ti seguo dappertutto, non sanno come rovinare il tuo operato”. In moltissimi gli scrivono “grande sindaco”, “siamo tutti con te” e “non mollare”.
(da agenzie)

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L’ACCORDO DELLA DUCETTA CON L’ALBANIA È UN GIOCO DELL’OCA CHE CI COSTERÀ 650 MILIONI DI EURO: TUTTI I MIGRANTI PORTATI NEI DUE CENTRI CHE IL NOSTRO GOVERNO COSTRUIRÀ A PROPRIE SPESE IN ALBANIA FINIRANNO COMUNQUE IN ITALIA DOPO L’IDENTIFICAZIONE

Marzo 26th, 2024 Riccardo Fucile

LA CAPIENZA MASSIMA DEI DUE CENTRI È DI 3 MILA POSTI DA SVUOTARE OGNI MESE. SECONDO MELONI NE RUOTANO 36 MILA ALL’ANNO. MA È IMPOSSIBILE”

Il governo Meloni lo ha promesso: in Italia devono sbarcare meno migranti possibile. I numeri con cui ci stiamo confrontando sono questi: nel 2022 105.131 arrivi, nel 2023 157.651 e al 20 marzo 2024 sono 8.629, poco meno della metà rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questo calo con ogni probabilità è frutto del Memorandum d’intesa con la Tunisia del 16 luglio 2023, con cui l’Ue dà al Presidente Kaïs Saïed105 milioni di euro per il controllo delle frontiere.
Il progetto è quello di dirottare gli sbarchi dall’Italia all’Albania, con cui il 6 novembre 2023 viene firmato un Protocollo per costruire a nostre spese due strutture: una per le procedure di sbarco e di identificazione nel porto di Shengjin, l’altra, su un’area di 77 mila mq a Gjadër, dove i migranti staranno in «stato di trattenimento» sul modello Cpr (qui art. 7 bis), in attesa di approvazione della domanda di asilo o del provvedimento di espulsione
Sono a carico delle autorità italiane le misure necessarie ad assicurare la permanenza dei migranti all’interno delle aree, impedendone l’uscita sia durante le procedure amministrative sia al loro termine. Vediamo come funziona l’accordo che ha una durata di 5 anni, ed eventualmente rinnovabile.
Chi va dove: come funziona lo smistamento
Lo smistamento avviene in acque internazionali in concomitanza al salvataggio da parte dei mezzi di soccorso italiani (e non delle Ong). In Albania vengono portati solo maschi adulti provenienti da Paesi considerati sicuri (come Tunisia, Marocco e Algeria) L’ipotesi è di disporre i nostri assetti navali in mezzo al mare dove separare i minori, le donne e gli anziani, che sbarcheranno in Italia poiché per legge non possono andare nei centri albanesi. Uno smistamento complicato da fare in mezzo al mare, visto che i migranti viaggiano senza documenti.
Le video-udienze in collegamento con Roma
Una volta condotti nei centri ubicati al porto di Shengjin e poi a Gjadër, dove la capienza massima è di 3 mila migranti (art. 4), si procederà all’identificazione e definizione dello status da parte delle nuove Commissioni territoriali. I tempi sono quelli previsti dalle nuove «procedure accelerate di frontiera» entrate in vigore il 6 maggio 2023 con il decreto Cutro (art. 7 bis): 28 giorni per l’identificazione e la verifica dei requisiti per l’asilo.
Entrando nel dettaglio: la decisione per il riconoscimento della protezione internazionale dovrà essere presa entro 7 giorni, tramite video-udienze in collegamento da Roma; in caso di diniego il richiedente potrà presentare ricorso entro i successivi 14; ed entro altri 7 giorni il giudice dovrà decidere se accogliere o respingere.
A quel punto chi ha diritto all’asilo entra in Italia regolarmente; per tutti gli altri deve essere effettuato il rimpatrio, che avverrà comunque dall’Italia.
Quindi – è il ragionamento della premier Giorgia Meloni – «ogni mese 3 mila entrano e 3 mila escono, pertanto in Albania possono essere gestiti 36 mila migranti l’anno». Un auspicio difficilmente praticabile.
Le «porte girevoli» che li riportano in Italia
Recita l’articolo 4 del Protocollo: «Il limite temporale di permanenza del singolo migrante non potrà mai essere superiore al tempo strettamente necessario a espletare le procedure di accertamento dei requisiti per l’ingresso e soggiorno in Italia e, nei casi previsti, le procedure di rimpatrio».
Cosa vuol dire? Che se ogni mese 3 mila migranti escono dai centri albanesi e tornano in Italia, e fra loro mille hanno ottenuto il diritto di asilo, gli altri 2mila sono da rimpatriare.
E’ qui che la porta girevole si inceppa. Siccome per queste operazioni ci vuole un accordo con il Paese d’origine, mediamente ogni mese ne rimpatriamo 400. E infatti nel 2023, su 150 mila arrivi, ne abbiamo riportati a casa 4.753 (vedi Dataroom del marzo 2019).
Significa che tutti gli altri dovranno stare fino a 18 mesi nei Cpr italiani, dove in totale i posti disponibili sulla carta sono 1.359, ma nella realtà sono meno a causa dei lavori di ristrutturazione in corso, per esempio a Torino e Trapani ; mentre i nuovi posti annunciati dal governo non sono pronti. Poi trascorsi i 18 mesi, chi non si riesce a rimpatriare torna a piede libero e diventa clandestino.
L’alternativa fa acqua
L’alternativa è lasciare nei centri di detenzione albanesi chi è in attesa di espulsione, e in assenza di nuovi accordi, riportare in Italia quelle poche centinaia rimpatriabili. In tal caso però non si liberano posti nei centri di Shengjin/Gjadër , e allora il numero di migranti accolti si allontana parecchio dagli annunciati 36 mila l’anno. Comunque alla fine la storia è sempre la stessa: passati 18 mesi i migranti che non si è riusciti a espellere devono essere riportati in Italia e a piede libero.
I conti senza l’oste
Questo andirivieni deve anche fare i conti con la Corte di giustizia europea che dovrà decidere se il «trattenimento» previsto dalle «procedure accelerate di frontiera» del decreto Cutro (evitabile solo se il migrante versa 5 mila euro di cauzione) è in linea con i diritti umani salvaguardati dalle norme europee.
La decisione arriverà a tempo debito, verosimilmente non prima di un anno. Sarebbe un azzardo portare nel frattempo dei migranti in Albania perché c’è la possibilità che i giudici (la competenza è della sezione specializzata del Tribunale di Roma) possano non convalidare il trattenimento entro le 48 ore previste, come già hanno fatto in Italia.
I costi: 653 milioni di euro
Tra costruzione, gestione e apparati telematici le due strutture costeranno quasi 69 milioni di euro: «Poiché sono frequenti i casi di blackout, è necessario dotare l’area di gruppi elettrogeni – si legge nella relazione tecnica che accompagna il Protocollo –. Poiché sono frequenti i casi, soprattutto nei mesi estivi, di sospensione delle forniture idriche, è necessario dotare l’area di serbatoi di accumulo; l’intera zona non è dotata di fogna pubblica; pertanto, per lo scarico delle acque nere è necessario realizzare un serbatoio di accumulo di idonea capacità da svuotare periodicamente con autospurgo; serve inoltre il collegamento per la rete telefonica e la rete Internet».
Altri 25 milioni ci vogliono per la struttura penitenziaria. All’Albania dobbiamo dare 94 milioni per la sorveglianza esterna: la giurisdizione sarà italiana, ma Edi Rama collaborerà con le sue forze di polizia per la sicurezza fuori dalle strutture. Per il viaggio, la diaria, il vitto e alloggio degli uomini dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, i costi in più sono di 260 milioni e 200 mila euro.
Per le 5 nuove commissioni territoriali che dovranno esprimersi sul diritto di asilo: 17 milioni e 970 mila. Per 152 nuove assunzioni tra funzionari del ministero dell’Interno e della Giustizia, magistrati, giudici di pace e dirigenti sanitari 42 milioni 507.739. Per l’affitto delle aule a Roma per le video-udienze, luce e riscaldamento 2 milioni e 920 mila euro.
Per costruire e allestire 20 aule per le udienze in Albania e per i collegamenti telematici dall’Italia dei difensori 8 milioni 730 mila. Spese di viaggio per avvocati e interpreti 29 milioni 160 mila. «Al termine delle procedure di accertamento – dice l’articolo 9 del Protocollo – le autorità italiane provvedono, a proprie spese, all’allontanamento dei migranti dal territorio albanese». Ovvero li riportano in Italia, e la spesa di noleggio navi, mezzi ed equipaggiamenti è di altri 104 milioni. Costi totali in cinque anni: 653,5 milioni di euro.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
per il “Corriere della Sera”

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