Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
O MELONI IGNORA I PRINCIPI BASE DEL DIRITTO OPPURE LI CONOSCE E VUOLE SCARDINARLI
Giorgia Meloni si è detta sorpresa dalla sentenza della Corte di Giustizia UE, secondo cui
spetta ai giudici valutare, in concreto, l’effettiva sicurezza di un Paese inserito in un elenco governativo. Delle due l’una: o la Presidente del Consiglio ignora i principi di base del diritto, oppure li conosce e intende scardinarli. Come già scritto mesi fa, siamo di fronte a una prova di incompetenza o di eversione. Vediamo perché.
Che cosa dice la sentenza della Corte di giustizia UE
La Corte non afferma nulla di anomalo o sorprendente: si limita
a ribadire principi giuridici consolidati, già chiariti in precedenza e validi anche per le procedure accelerate di frontiera. Queste procedure, introdotte dal decreto Cutro, puntano a velocizzare (e spesso respingere) le domande di protezione internazionale di chi proviene da un “Paese sicuro”.
La Corte di giustizia UE, rispondendo a un rinvio pregiudiziale italiano, ha chiarito che nulla vieta a un governo di stilare una lista di Paesi sicuri. Ma questa etichetta non può essere un dogma: la sua correttezza va verificata caso per caso.
La sicurezza di un luogo è un dato fattuale, e nel momento in cui si decide il rimpatrio di una persona, dev’essere accertata in concreto l’effettiva sicurezza di quel Paese. In sintesi: nessuna scorciatoia normativa può cancellare il diritto a una valutazione individuale e a una protezione effettiva.
La nota mistificatoria di Palazzo Chigi
La reazione del governo è preoccupante, nel metodo e nel merito. Sul piano formale, la nota di Palazzo Chigi, rilanciata da Giorgia Meloni in prima persona sui social, usa un tono polemico e propagandistico, segnando il definitivo cortocircuito tra comunicazione politica e ruolo istituzionale: la posizione espressa è dell’estrema destra in perenne campagna elettorale o di un governo democratico?
Nel merito, la distorsione è ancora più grave.
Secondo Palazzo Chigi, “ancora una volta la giurisdizione, questa volta europea, rivendica spazi che non le competono, a fronte di responsabilità che sono politiche”. Ma la competenza a interpretare il diritto UE spetta alla Corte di giustizia, non ai
governi. E la valutazione dei ricorsi contro i dinieghi di protezione è compito dei giudici, che devono verificare in concreto le condizioni del rimpatrio.
Ma la mistificazione non si ferma qui. Il comunicato prosegue accusando la Corte di “far prevalere la decisione del giudice nazionale, fondata perfino su fonti private, rispetto agli esiti delle complesse istruttorie condotte dai ministeri interessati e valutate dal Parlamento sovrano”.
In realtà, come afferma la Corte stessa, la designazione di un luogo come “sicuro” deve fondarsi su fonti affidabili, aggiornate, accessibili. Non è sufficiente evocare “complesse istruttorie”: occorre indicare chiaramente le fonti su cui si basano. Il diritto alla protezione internazionale non può fondarsi su atti di fede nei confronti di un governo. È materia di diritto, non di lealtà politica.
C’è poi il consueto vittimismo. Secondo il governo Meloni, la sentenza “riduce ulteriormente i già ristretti margini di autonomia dei Governi e dei Parlamenti nell’indirizzo normativo e amministrativo del fenomeno migratorio”, ostacolando “le politiche di contrasto all’immigrazione illegale di massa e di difesa dei confini nazionali”. Sullo sfondo, però, c’è anche quell’idea eversiva di sovranità assoluta, in cui la legge può essere solo al servizio del governo.
Chi contrasta con chi: il diritto viene prima del governo
Stiamo assistendo a un rovesciamento delle accuse, a un ribaltamento dell’ordine logico. Non è la giurisprudenza, italiana o europea, ad attaccare il governo, sono gli esponenti di
un’ideologia politica incapace di concepire il limite a porsi in contrasto con i princìpi di base del diritto, per poi reagire alle prevedibili correzioni con toni da scontro istituzionale.
In una democrazia degna di questo nome il potere non è mai assoluto. Non lo è nemmeno se ottenuto plebiscitariamente alle urne: resta soggetto alle garanzie, ai contrappesi, alle regole. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione, cioè nel rispetto del diritto e dei diritti.
È curioso che questa pronuncia della Corte di giustizia UE riesca ancora a cogliere di sorpresa il governo Meloni, vista la frequente incapacità di produrre atti legittimi: quante volte è già accaduto? Dal caso Humanity, con lo “sbarco selettivo” e il “carico residuale”, alla cauzione per evitare i Cpr, l’elenco delle barbarie giuridiche promosse dal governo Meloni racconta una disarmante ignoranza del diritto, difficile da giustificare in chi ricopre funzioni istituzionali di tale rilievo.
L’alternativa, però, è ancora più inquietante, anche se rimane un’ipotesi: era già tutto previsto. Una simile sequenza di errori e bocciature, se non frutto di incompetenza grave, può essere spiegata solo come scelta consapevole di produrre atti pensati per essere respinti. Ogni bocciatura diventa così un’occasione, non un problema: un pretesto per accusare la magistratura, la Corte di giustizia e le istituzioni di garanzia di interferire, ostacolare il governo e bloccare la volontà popolare.
È un copione già visto, il manuale dei governi autoritari, dove la legge è un ostacolo da aggirare e la giustizia un nemico da delegittimare. Si legifera ai margini della legalità, si attende la
censura prevista, poi si grida allo scandalo, si scaglia la furia contro i giudici e si invoca una sovranità intesa come potere senza limiti. In questo schema, la violazione della legge non è più un errore casuale, ma un mezzo per logorare lo stato di diritto, fornire pretesti alla propaganda e consolidare un potere che vuole sottrarsi a ogni vincolo.
(da Fanpage)
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Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
OGGI L’ASSEGNO DI INCLUSIONE VIENE DATO A 666 MILA FAMIGLIE CON 694 EURO IN MEDIA (NEL 2022 ERANO 1,2 MILIONI DI FAMIGLIE CON 550 EURO DI MEDIA) – UNA SCELTA CHE HA PORTATO ALL’ESITO VOLUTO: OVVERO STANZIARE MENO SOLDI PER I POVERI ABBANDONANDOLI A LORO STESSI
Numeri che parlano da soli, quelli dei sussidi per contrastare la povertà. A giugno del 2022, pochi mesi prima della vittoria alle elezioni della destra, il Reddito di cittadinanza andava a 1,2 milioni di famiglie: 550 euro in media a 2,8 milioni di persone.
Per una spesa pubblica di 677 milioni in quel mese.
Tre anni dopo, la stretta del governo Meloni ha portato ad erogare, lo scorso giugno, l’Assegno di inclusione a 666 mila famiglie: 694 euro in media (assegno più alto perché sono esclusi single e coppie senza figli under 60) a 1,5 milioni di persone.
Spesa da 462 milioni. Si capisce che la stretta voluta dalla destra ha portato all’esito voluto: dimezzamento di platea e stanziamento (nel 2024 erogati 4,5 miliardi contro gli 8,8 miliardi del vecchio Reddito nel picco del 2021).
I dati diffusi ieri dall’Inps, nel secondo rapporto sull’Adi, certificano il quadro. […] L’Sfl, il rimborso spese erogato mentre si segue un corso di formazione, è salito da 350 a 500 euro al mese e le condizioni Isee sono meno rigide. Eppure si conferma un flop: a giugno erano in 74 mila a prenderlo […] In media, il sostegno viene incassato per 3,3 mesi (nel 2024 erano 5,5). Ma poi nessuno sa se il corso è servito a questi under 60 a trovare un lavoro, quale e quanto retribuito.
card del reddito di cittadinanza
La povertà intanto non demorde, ripetono Istat e Caritas. Si è poveri anche lavorando.
Ristorazione e alberghi continuano a non trovare lavoratori a sufficienza.
(da La repubblica)
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Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
UNA TENUTA DEL CHIANTI HA TRA I SOCI ILYA ELISEEV, UN MAGNATE CHE GESTISCE IL PATRIMONIO PERSONALE DELL’EX PRESIDENTE DMITRY MEDVEDEV, NASCOSTO DIETRO UNA RETE DI PROPRIETÀ OFFSHORE
Otto aziende agricole in Toscana con vigneti di pregio, in mano a oligarchi russi, hanno
ricevuto negli ultimi dieci anni oltre un milione di finanziamenti Ue, nonostante le sanzioni europee alla Russia per l’invasione in Ucraina. Lo rivela un’inchiesta di IrpiMedia che ha svelato la truffa, una truffa che ha il sapore della beffa, all’Unione europea.
Da Bolgheri alla Maremma, i soggetti sanzionati hanno continuato a incassare, mentre l’Italia non ha rispettato le norme Ue. Una tenuta del Chianti è persino legata a un alleato dell’ex presidente Dmitry Medvedev, Ilya Eliseev, presunto gestore del suo patrimonio personale, nascosto dietro una rete di proprietà
offshore.
Kostantin Nikolaev è un oligarca russo sanzionato dall’Unione europea. Nikolaev, nato 54 anni fa a Dnipropetrovsk – all’epoca in Unione Sovietica, oggi in Ucraina – è un imprenditore con interessi nel settore militare russo che ha un patrimonio netto stimato da Forbes in 1,2 miliardi di dollari.
E, soprattutto, oligarca sottoposto a sanzioni dall’Unione europea nel maggio del 2025 per aver fornito, come si legge nella decisione del Consiglio europeo, «materiali militari che sono stati utilizzati nella guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina» e aver «finanziato gruppi mercenari».
L’oligarca è proprietario della tenuta vinicola La Madonnina a Bolgheri, nel livornese. Tra il 2017 e il 2025 la sua azienda vitivinicola ha ricevuto più di 100mila euro di fondi europei per l’agricoltura.
Torre Civette, azienda che produce vino nella Maremma grossetana, ha ricevuto 140mila euro di fondi europei in dieci anni. È di proprietà di Roman Trotsenko, magnate degli aeroporti russo, anche lui sotto sanzioni Ue.
I due casi di Trotsenko e Nikolaev potrebbero non essere gli unici
IrpiMedia e The Insider hanno individuato altri sei oligarchi che possiedono tenute vinicole in Toscana. In totale, queste otto aziende hanno ricevuto oltre un milione di euro di fondi europei in dieci anni.
Un caso sospetto riguarda Fattoria della Aiola, nel Chianti senese. Socio di minoranza è Ilya Eliseev, vicepresidente di
Gazprombank, sanzionato da Stati Uniti e Gran Bretagna ma non dall’Ue. È ritenuto il gestore del patrimonio di Dimitry Medvedev, che è sanzionato anche nell’Unione. La proprietaria formale di Fattoria della Aiola è una società cipriota, di cui non si conosce il reale proprietario.
Roman Trotsenko
Inoltre, tra le aziende vinicole toscane, 64 sono protette da invalicabili società anonime che ne schermano il titolare effettivo. Così il numero delle vigne toscane di oligarchi sanzionati potrebbe essere più alto
(da Dagoreport)
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Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
COME SUCCESSORE DI LUCA ZAIA ANDREBBE ALBERTO STEFANI, GRADITO AL “DOGE” (CHE EVITEREBBE COSI’ DI PRESENTARE UNA LISTA A SUO NOME)… IN LOMBARDIA SI ANTICIPEREBBE IL VOTO, ANDANDO ALLE URNE GIÀ NELL’AUTUNNO DEL 2026, PIÙ DI UN ANNO PRIMA RISPETTO ALLA SCADENZA NATURALE DI LEGISLATURA DEL FEBBRAIO 2028 – A QUESTO PUNTO IL CORNUTO E MAZZIATO SAREBBE L’ATTUALE GOVERNATORE, IL LEGHISTA ATTILIO FONTANA, IN CARICA DAL MARZO 2018. GRADIRÀ LA BASE LOMBARDA?
È il «patto del Nord»: il Veneto alla Lega, la Lombardia a Fratelli d’Italia. È questa l’ipotesi a cui Giorgia Meloni e Matteo Salvini stanno lavorando per sbrogliare la matassa del successore di Luca Zaia. Salvini dovrebbe fare una concessione: in Lombardia si anticiperebbe il voto, andando alle urne già nell’autunno del 2026, più di un anno prima rispetto alla scadenza naturale di legislatura del febbraio 2028. Il sacrificato sarebbe l’attuale governatore, il leghista Attilio Fontana, in carica dal marzo 2018. Gradirà la base lombarda?
In questo schema la lista Zaia non c’è. È del resto osteggiata da
tutti i leader del centrodestra. Ecco un altro prezzo che la Lega dovrebbe pagare. Ma manterrebbe una regione chiave. Salvini metterebbe un uomo a lui gradito in Veneto: sancendo un accordo di medio termine con la premier si rafforzerebbe al governo. L’intesa — dicono fonti romane — conviene anche a Meloni.
È vero che Fratelli d’Italia dispone di due candidati spendibili, i senatori Luca De Carlo e Raffaele Speranzon, ma la Lombardia ha un altro peso rispetto al Veneto. E la premier avrebbe un anno di tempo per trovare un candidato lombardo di alto livello.
Il favorito per il dopo Zaia a questo punto è Alberto Stefani, 32 anni, deputato, già sindaco di Borgoricco, uno dei vice di Salvini nel partito. Una figura espressione del vicepremier, ma in buoni rapporti con il Doge. Taciterebbe le inquietudini di un elettorato che avrebbe preferito un terzo mandato di Zaia, la cui lista personale è stimata dai sondaggisti al 40 per cento.
De Carlo però non ha ancora perso le speranze di essere lui il prescelto Salvini fa melina. Resterebbero da sciogliere due nodi: quelli per i sindaci di Milano e Venezia. Ignazio la Russa non ha mai fatto mistero di puntare su Maurizio Lupi. Un endorsement che non è piaciuto ad Antonio Tajani.
C’è poi il rebus Venezia, dove si vota nella primavera 2026. Un nome che circola è quello di Zaia (proprio ieri si è espresso a favore di poteri speciali per Venezia come Roma Capitale), ma se il Veneto va alla Lega il candidato sarà espresso dai meloniani, si fa il nome di Speranzon.
(da agenzie)
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Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
A CHI SI RIFERISCE? DA MESI ALCUNI RUMORS EVOCAVANO NOMI ALTERNATIVI, MAGARI IN QUOTA FRATELLI D’ITALIA, PER LA PROSSIMA LEGISLATURA … OCCHIUTO ADESSO FREGA TUTTI, PERCHE’ I TEMPI SONO STRETTI – LE LISTE VANNO DEPOSITATE NEL GIRO DI UN MESE E CON LE ELEZIONI A FINE SETTEMBRE O INIZIO OTTOBRE, NON C’E’ TROPPO TEMPO PER LA CAMPAGNA ELETTORALE
L’annuncio arriva con un video lanciato sui social nel pomeriggio di ieri. Cantiere della
metropolitana di Catanzaro sullo sfondo, «ma avrebbe potuto essere Sibari, o il nuovo ospedale di Vibo», in primo piano il presidente di Regione Calabria Roberto Occhiuto che, a poco più di un mese dall’avviso di garanzia per corruzione che la procura di Catanzaro gli ha recapitato, comunica: «Mi dimetto, ma mi ricandido».
Una mossa a sorpresa, i vertici romani dei partiti del centrodestra già sapevano. In realtà, nel lungo videomessaggio con cui spiega la decisione di mollare e subito rilanciare, Occhiuto più che prendersela con le toghe che «in una Regione complicata come la Calabria i magistrati devono fare il loro lavoro serenamente», sembra avercela con i suoi.
«Nella mia amministrazione oggi – dice testualmente – sta succedendo che è tutto bloccato: nessuno si assume la responsabilità di firmare niente». E chissa se fra i «politici di secondo piano», gli «odiatori», «questi che utilizzano l’inchiesta giudiziaria come una clava per indebolire o per uccidere politicamente il presidente della Regione» non ci sia anche qualcuno che siede fra i banchi della sua maggioranza.
Occhiuto non lo dice, ma con le sue parole sembra ammettere il progressivo isolamento, forse iniziato anche prima dell’avviso di garanzia per corruzione che a metà giugno lo ha raggiunto. Da mesi rumors romani e mugugni calabri suggeriscono nomi alternativi, magari in quota FdI, per la prossima legislatura. Già prima di sapersi indagato, Occhiuto aveva risposto
autoricandidandosi pubblicamente. Adesso accorcia i tempi
Una mossa rischiosa ma calcolata. I tempi sono stretti, troppo per aprire tavoli di confronto e discussioni: le liste vanno depositate nel giro di un mese, di mezzo c’è anche la pausa estiva e con le elezioni plausibilmente fissate tra fine settembre e inizio ottobre, non ci sono neanche troppe settimane di campagna elettorale.
Un timing da incubo anche per il Pd calabrese, impantanato in beghe e faide interne, ma che prova ad attaccare: «È un messaggio subliminale rivolto ai suoi e ha voluto nascondere i riflessi delle sue vicende giudiziarie». Sullo sfondo, ci sono le inchieste che hanno travolto molti degli uomini di fiducia di Occhiuto, voci su nuovi fascicoli, spifferi su nuovi avvisi di garanzia che lo avrebbero raggiunto
(da La Repubblica)
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Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
NON E’ STATO ACCOLTO A CASA DI MARINA, COME ACCADUTO IN PASSATO, MA NEGLI UFFICI DI MEDIASET, A COLOGNO MONZESE… A TAJANI E’ STATO ORDINATO DI RINNOVARE IL PARTITO: VOLTI NUOVI, ELEZIONE DAL BASSO DEI FUTURI COORDINATORI REGIONALI E A SETTEMBRE SARA’ PRESENTATO IL MANIFESTO PROGRAMMATIVO PER IL RILANCIO DI FORZA ITALIA, CURATO DA PAOLO DEL DEBBIO (STAMO FRESCHI!)
Dopo due ore di confronto, il leader di Forza Italia Antonio Tajani saluta Marina e Piersilvio Berlusconi e risale in macchina. I fotografi immortalano uno scambio affettuoso di baci sulle guance. «È andata molto bene, è stato un incontro molto positivo», assicura.
Il faccia a faccia, programmato da tempo e già rinviato due settimane fa per gli impegni negli Usa del ministro degli Esteri, «riconferma la collaborazione stretta, il patto tra la famiglia Berlusconi e Forza Italia per il futuro».
Eppure, stavolta, c’è qualcosa di diverso, di stridente. Tutti dentro il partito ricordano l’incontro di un anno fa, quando Tajani era stato invitato a pranzo a casa di Marina, insieme a Pier Silvio
e allo storico consigliere Gianni Letta. Ieri, invece, la macchina del leader si è fermata al portone d’entrata degli uffici Mediaset, a Cologno Monzese.
E al tavolo oltre a Letta si è seduto anche Danilo Pellegrino, l’amministratore delegato di Fininvest, l’azienda madre che rappresenta tutti i figli del Cav, non solo Marina e Pier Silvio. Insomma, è stato notato un certo contrasto tra l’atmosfera familiare di sempre e quello che ieri è apparso […] come un meeting per discutere l’andamento di uno degli asset dell’impero Berlusconi. La doppia presenza di Letta e Pellegrino, poi, potrebbe significare un ulteriore coinvolgimento del manager, già consigliere molto ascoltato di Marina.
Negli ultimi tempi c’era stata qualche perturbazione nei rapporti, complice anche il caso Ius Scholae . Adesso però Tajani sembra fare un mezzo passo indietro e assicura che con i due figli del Cav «ci continueremo a confrontare, perché loro vogliono continuare a sostenere il partito con le idee e le proposte. Sarà una collaborazione attiva».
Annuncia quindi che non si dovrà attendere un altro anno prima del prossimo vertice con i figli Berlusconi: «Ci vedremo anche più spesso per confrontarci sui temi. Per il partito – assicura – la vicinanza della famiglia è importantissima, arricchisce Forza Italia». Nel corpaccione parlamentare però sperano, soprattutto tra gli uomini della vecchia guardia, che questo non […] si trasformi in un commissariamento.
Dall’altra parte, il segretario di Forza Italia ottiene una rassicurazione importante dalla famiglia. Se da un lato Marina e
Pier Silvio hanno confermato al segretario il legame profondo che nutrono nei confronti del partito, dall’altro hanno anche sottolineato che questo non significa un loro potenziale coinvolgimento diretto
Le frasi dell’amministratore delegato e vice-presidente di Mediaset sullo Ius Scholae, andrebbero lette più che altro come una rassicurazione alla premier Giorgia Meloni sul totale sostegno della famiglia al suo esecutivo
I due figli maggiori di Berlusconi avrebbero poi ribadito il loro sostegno a Tajani, Insieme al sostegno, però, sarebbe arrivata anche la richiesta di imboccare con maggior decisione la strada dell’apertura e del rinnovamento. Una strada da percorrere sia nell’elaborazione delle proposte programmatiche sia nella selezione delle figure di primo piano del partito. La logica, che in qualche modo si sposa anche con la scelta di Tajani di eleggere dal basso i futuri coordinatori regionali, è quella di portare nuova linfa.
(da “la Stampa”)
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Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
“LA NOSTRA E’ UNA VALUTAZIONE GIURIDICA”
“Il nostro Genocidio”: così si chiama il rapporto pubblicato lunedì scorso da due
autorevoli organizzazioni israeliane per i diritti umani, B’Tselem e Physicians for Human Rights Israel.
Le due organizzazioni hanno denunciato quello che i palestinesi ripetono da quasi due anni: Israele a Gaza sta commettendo un genocidio. Tramite testimonianze dirette, dati verificati e analisi giuridiche, le due Ong hanno accusato ufficialmente il loro stesso governo di star commettendo un genocidio nella Striscia di Gaza, richiamando la comunità internazionale ad agire. Fanpage.it ne ha parlato con Aseel Aburass, medico di Physicians for Human Rights Israel.
Siete un’organizzazione israeliana che accusa lo Stato di Israele di genocidio. È una posizione senza precedenti. Cosa vi ha portati a usare questa parola?
“Non abbiamo usato la parola “genocidio” con leggerezza. Negli ultimi 22 mesi abbiamo documentato la distruzione del sistema sanitario di Gaza, insieme ad altre condizioni essenziali per la vita—accesso a cibo, acqua, rifugio, parto sicuro, tra le altre. I nostri riscontri mostrano un modello deliberato e cumulativo, non di danno accidentale, ma di smantellamento sistematico. Ciò che ci ha portati a questa conclusione è l’evidenza. La portata e l’intento dietro queste azioni – uccidere operatori sanitari, bombardare ospedali, ostacolare aiuti ed evacuazioni – non
possono essere spiegati come danni collaterali. Si tratta di creare condizioni di vita invivibili per un’intera popolazione. Ci riferiamo in particolare all’Articolo II(c) della Convenzione sul Genocidio: Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita intese a causarne la distruzione fisica totale o parziale. La violazione della Convenzione sul Genocidio è esattamente ciò che stiamo osservando a Gaza”.
Quali schemi di attacchi contro ospedali, squadre mediche e ambulanze suggeriscono un attacco sistematico e deliberato del sistema sanitario?
“Attacchi diffusi agli ospedali in tutte le regioni della Striscia, per 22 mesi: 33 su 36 ospedali sono stati danneggiati o distrutti dall’ottobre 2023. Inoltre, ci sono stati attacchi ripetuti contro le stesse strutture, anche dopo l’evacuazione.
Assedi e incursioni: Israele ha assediato ospedali per giorni, settimane (a volte mesi), tagliando carburante, acqua e cibo, causando il collasso dell’assistenza al loro interno. Le incursioni militari negli ospedali hanno incluso l’arresto dello staff, la distruzione di attrezzature mediche, e l’impedimento ai pazienti di ricevere cure (ad esempio Al-Shifa, Al-Nasser, Kamal Adwan). In alcuni casi, i pazienti sono morti durante l’assedio, o sono stati evacuati con la forza senza ricevere cure.
Uccisione e detenzione del personale medico: oltre 1.500 operatori sanitari sono stati uccisi, inclusi i più alti specialisti di Gaza. Almeno 339 operatori sanitari sono stati detenuti, senza alcuna accusa; alcuni, come il dottor Adnan Al-Bursh, sono morti in custodia israeliana dopo torture. Direttori di ospedali e
capi reparto sono stati presi di mira.
Ostruzione di ambulanze ed evacuazioni mediche: ambulanze sono state bombardate o colpite da colpi d’arma da fuoco, anche se chiaramente identificate e il loro percorso coordinato (dalle autorità). Ritardi e negazioni di accesso, anche per pazienti critici (ad esempio neonati, malati oncologici, pazienti in dialisi). Decine di paramedici e soccorritori sono stati uccisi in servizio, spesso mentre evacuavano feriti.
Distribuzione geografica e temporale: gli attacchi non sono localizzati o circoscritti nel tempo – seguono le linee del fronte in movimento e rispecchiano la strategia militare più ampia di Israele. La sequenza degli attacchi mostra che, man mano che un ospedale collassava, un altro diventava il bersaglio successivo”.
In che modo la negazione di aiuti medici, evacuazioni e accesso degli aiuti umanitari contribuisce alla vostra classificazione della situazione come genocidio?
“La negazione di aiuti medici, evacuazioni e accesso umanitario è centrale nella nostra classificazione di quanto sta accadendo a Gaza come genocidio: Israele sta violando l’Articolo II(c) della Convenzione sul Genocidio, che vieta l’Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita intese a causarne la distruzione fisica totale o parziale. Quando Israele blocca gli aiuti, provoca carestia e malattie. Negli ultimi 22 mesi, Israele ha intenzionalmente limitato cibo, acqua, medicinali e carburante, beni di base per la sopravvivenza. Questo ha causato malnutrizione di massa, malattie infettive e morte per fame, soprattutto tra bambini e donne incinte. Attualmente, il 92% dei
bambini sotto i due anni è denutrito; almeno 87 bambini sono già morti di fame nella Striscia.
Inoltre, impedire l’evacuazione medica equivale a emettere condanne a morte. A persone gravemente malate o ferite è stato negato l’accesso a cure a Gerusalemme Est, Cisgiordania o paesi terzi. Almeno 338 pazienti oncologici sono morti in attesa di evacuazione. Altri sono stati uccisi in attacchi aerei dopo essere rimasti intrappolati nella Striscia. Ordini di evacuazione, bombardamenti e assedi hanno trasformato gli ospedali in zone di morte, privandoli dello status protetto previsto dal Diritto Internazionale Umanitario. Anche ospedali da campo e cliniche temporanee sono stati bloccati o attaccati durante il loro allestimento. La natura sistematica di questi divieti – ripetuti nel tempo e nello spazio – dimostra un’intenzione deliberata, non danni accidentali da guerra. L’assedio totale di Gaza non è temporaneo: è pensato per distruggere le condizioni di vita anche dopo la fine dei bombardamenti”.
Come avete raccolto e verificato i dati?
“Data l’estrema restrizione di accesso a Gaza, ci siamo affidati a molteplici fonti affidabili e verificabili: tra queste le testimonianze dirette del personale medico sul posto. Abbiamo raccolto resoconti coerenti e dettagliati da medici, infermieri e paramedici operanti in ospedali e situazioni di emergenza in tutta la Striscia. Queste testimonianze sono spesso giunte in tempo reale, durante i bombardamenti o subito dopo gli sfollamenti. Poi, report di istituzioni internazionali e locali: abbiamo incrociato i nostri dati con i rapporti di organizzazioni attive
dentro Gaza, tra cui OMS, OCHA, il Ministero della Sanità palestinese e altre ONG medico-umanitarie che riteniamo affidabili. Infine, materiali open-source verificati: immagini satellitari, video geolocalizzati e prove fotografiche ci hanno aiutato a verificare danni a ospedali, ambulanze e cliniche, e a confermare gli episodi segnalati dagli operatori sanitari”.
Avete avuto ritorsioni da parte del governo o dell’opinione pubblica per aver pubblicato un rapporto che accusa il vostro stesso governo di genocidio?
“Finora non abbiamo subito ritorsioni dirette, ma questo riflette anche un problema più ampio: la maggior parte del pubblico israeliano non ha nemmeno sentito parlare del rapporto. Non abbiamo avuto quasi nessuna copertura all’interno della stampa israeliana e assolutamente nessuna nei media mainstream in lingua ebraica. Stiamo monitorando attentamente eventuali rischi, e siamo consapevoli delle conseguenze che può comportare sfidare in modo così diretto la narrativa statale. Ma in definitiva crediamo che i fatti richiedano chiarezza e il silenzio non è un’opzione. Quando la distruzione è così sistematica e le prove così schiaccianti, diventa un dovere morale e professionale dire la verità, indipendentemente dal clima politico di repressione”.
Quali azioni immediate vi aspettate dalla comunità internazionale per fermare la distruzione in corso e garantire che Israele venga condannato per le sue responsabilità?
“Sono necessarie pressioni su Israele affinché cessi gli attacchi, fermi il genocidio e rispetti il diritto umanitario internazionale.
Bisogna garantire accesso umanitario senza ostacoli – cibo, acqua, forniture mediche – tramite un meccanismo guidato dall’ONU. Agevolare la ricostruzione e proteggere quello che resta del sistema sanitario di Gaza, incluso il personale medico ancora in vita. Richiedere immediatamente la liberazione degli operatori sanitari detenuti e indagare su coloro che sono stati uccisi durante la detenzione. Garantire che vengano accertate le responsabilità e assicurare alla giustizia gli autori di queste gravi violazioni”.
Il rapporto parla di “intento genocidario” non solo in base alle azioni, ma anche alle dichiarazioni pubbliche di funzionari israeliani. Quali affermazioni ritenete la prova più chiara di questo intento?
“Alcune delle prove più evidenti di questa intenzione provengono dalle dichiarazioni rilasciate da alti funzionari israeliani, tra cui quelle di Yoav Gallant che il 9 ottobre 2023 ha definito i palestinesi “animali umani”. Benjamin Netanyahu il 28 ottobre 2023 ha invocato la teoria di Amalek. Isaac Herzog 13 ottobre 2023 ha affermato che “un’intera nazione” è responsabile. Smotrich e Ben-Gvir hanno ripetutamente invocato il trasferimento di massa (dei gazawi) fino a poco tempo fa. Queste sono solo alcune delle dichiarazioni rilasciate. Molte organizzazioni hanno già raccolto e analizzato in modo approfondito oltre 500 dichiarazioni di questo tipo. Non si tratta di osservazioni marginali, ma di dichiarazioni provenienti dai più alti livelli del governo. Il loro linguaggio si è tradotto direttamente in azioni militari sul campo e ha influenzato
l’opinione pubblica. Quello che vediamo è un allineamento coerente tra discorsi, politiche e azioni: una strategia di disumanizzazione e distruzione, che si riflette sia nella retorica che nelle operazioni militari”.
Alcuni in Israele sostengono che definire tutto questo un genocidio sia un’accusa politica, non giuridica. Come rispondete?
“Questa è una valutazione giuridica, basata su prove e sulla definizione stabilita dalla Convenzione sul Genocidio. Non si tratta di retorica politica. Il termine genocidio non viene usato con leggerezza. È fondato sul diritto internazionale, e il nostro rapporto applica il quadro legale dell’Articolo II della Convenzione sul genocidio – in particolare le sezioni (a), (b) e (c ) – per analizzare la condotta di Israele. Non si tratta di interpretazioni politiche, ma di conclusioni legali supportate da fatti, prove raccolte sul campo e confermate da altre organizzazioni internazionali. Liquidare il termine come meramente politico è un modo per eludere le proprie responsabilità. Ma noi manteniamo il nostro obbligo di dare un nome a ciò che sta accadendo”.
(da Fanpage)
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Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
“UN PAESE E’ SICURO SOLO SE E’ PROTETTA TUTTA LA SUA POPOLAZIONE”
Un Paese Ue può definire la lista di Paesi sicuri per il rimpatrio dei migranti ma i giudici devono poter valutare la scelta. Lo ha stabilito la sentenza delle Corte di giustizia dell’Unione europea che oggi si è pronunciata sul protocollo Italia-Albania. Uno Stato membro “può designare Paesi d’origine sicuri mediante atto legislativo, a patto che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo”.
Il cittadino di un Paese terzo – afferma la Corte – può vedere respinta la sua domanda di protezione internazionale in esito a una procedura accelerata di frontiera qualora il suo Paese di origine sia stato designato come “sicuro” a opera di uno Stato membro. L’indicazione di un Paese come sicuro può avvenire tramite decreto legislativo, ma questo dovrà essere sottoposto a un controllo dei giudici per verificare che sia in linea con le norme europee. Una sentenza che smonta nei fatti quanto sostenuto finora dal governo Meloni, che rivendicava la competenza esclusiva sul tema. Il diritto dell’Unione europea “non osta al fatto che uno Stato membro proceda alla designazione di un Paese terzo quale Paese di origine sicuro mediante un atto legislativo, a condizione che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo”, si legge nel parere della Corte.
La definizione dei Paesi sicuri deve basarsi inoltre, su fonti di informazione “sufficientemente accessibili, sia per il richiedente che per il giudice competente”, precisano i giudici. “Tale prescrizione mira a garantire una tutela giurisdizionale effettiva, consentendo al richiedente di difendere efficacemente i suoi diritti e al giudice nazionale di esercitare pienamente il proprio sindacato giurisdizionale”.
I giudici di Lussemburgo si sono espressi più precisamente sul concetto di Paese sicuro, su cui si era concentrato il dibatto attorno all’accordo Roma-Tirana che ha dato il via libera alla costruzione dei cpr in Albania. La Cgue ha stabilito che “uno Stato membro non può includere nell’elenco dei Paesi di origine§sicuri” un Paese che “non offra una protezione sufficiente a tutta la sua popolazione”. In altre parole, un Paese può essere ritenuto sicuro solo se tutta la sua popolazione è protetta e non solo una parte. La Corte precisa che questa condizione è valida fino all’entrata in vigore del nuovo regolamento Ue, “che consente di effettuare designazioni con eccezioni per alcune categorie chiaramente identificabili di persone”, atteso il 12 giugno 2026. Tuttavia, “il legislatore Ue può anticipare la data”.
Il verdetto era atteso da mesi. I giudici di Lussemburgo si sono espressi sui ricorsi presentati dal Tribunale di Roma, che finora non ha riconosciuto la legittimità dei fermi disposti nei confronti dei migranti soccorsi nel Mediterraneo e trasferiti nei centri in Albania perché provenienti da Paesi ritenuti sicuri dal governo italiano. Il caso riguarda in particolare, due cittadini del Bangladesh che dopo esser stati deportati in Albania avevano fatto domanda di protezione internazionale. La loro richiesta è stata esaminata dalle autorità italiane secondo la procedura accelerata di frontiera ed è stata respinta in quanto infondata, con la motivazione che il loro paese d’origine è considerato “sicuro”. I ricorrenti hanno impugnato la decisione di fronte Tribunale ordinario di Roma, che si è rivolto alla Corte di giustizia per chiarire l’applicazione del concetto di paese di origine sicuro e gli obblighi degli Stati membri in materia di controllo giurisdizionale effettivo. Oggi, è arrivato il responso dei giudici l’atto legislativo dell’ottobre 2024 non precisa le fonti di informazione sulle quali il legislatore italiano si è basato per valutare la sicurezza del paese. Pertanto, sia il richiedente sia l’autorità giudiziaria si troverebbero privati della possibilità, rispettivamente, di contestare e controllare la legittimità di siffatta presunzione di sicurezza, esaminando in particolare la provenienza, l’autorità, l’affidabilità, la pertinenza, l’attualità e l’esaustività di tali fonti. (Segue) EST NG01 mrc 011050 AGO 25
Fratoianni: “Sentenza è macigno per il governo
La sentenza della Corte Europea di giustizia “è un vero e proprio macigno sulle velleità del governo Meloni e della destra italiana di calpestare il diritto internazionale e il buonsenso. Erano pure arrivati a dire nelle aule parlamentari che i giudici che rispettavano la legge fossero degli eversori. Non era e non è affatto così”, ha commentato Nicola Fratoianni di Avs. “Una pesante sconfitta senza appello per chi ha orchestrato un’indegna campagna di propaganda sulla pelle di esseri umani”, ha concluso
“Quelle scritte oggi dalla Corte di giustizia europea sul modello Albania sono parole definitive: la strategia del governo era sbagliata persino nei suoi presupposti”, ha affermato Raffaella Paita, capogruppo di Italia viva al Senato. “Gli argomenti addotti dalla Corte (la designazione di Paesi terzi come Paesi di origine sicuri deve essere valutata da un giudice e un Paese e’ sicuro se protetta tutta la popolazione) demolisce fin nelle fondamenta un piano costruito da sempre su un’approssimazione dettata unicamente da esigenze di propaganda. Peccato che per un inutile obbrobrio del genere si sia gettato in mare un miliardo deicittadini italiani, che poteva essere speso ben altrimenti”, conclude.
“Ciao Albania, e’ stato bello”, ha reagito su X il senatore del Partito democratico, Filippo Sensi. La sentenza “è la Caporetto di Giorgia Meloni e dovrebbe mettere fine al progetto di una Guantanamo italiana per la deportazione di migranti”, dice Riccardo Magi, di +Europa.
“Meloni e il governo sapevano che questo protocollo era stato redatto nella totale illegalità per questo hanno deciso di correre ai ripari cambiando preventivamente destinazione d’uso ai centri in Albania proprio per sfuggire agli effetti di questa sentenza. E si capisce anche il vittimismo di Meloni verso i giudici che, giustamente, hanno sollevato la questione dei Paesi sicuri davanti la Corte di Giustizia Ue. I giudici non solo potevano ma dovevano controllare l’effettiva condizione dei Paesi definiti sicuri. La propaganda sadica di Meloni, che ha speso centinaia di milioni di euro degli italiani per allestire quel tetro spot elettorale dei centri in Albania si infrange contro il diritto. Meloni chiuda quelle inquietanti e illegali cattedrali nel deserto, chieda scusa agli italiani e rispetti lo stato di diritto e i diritti delle persone migranti”.
(da agenzie)
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Agosto 1st, 2025 Riccardo Fucile
“PER ANNI MI SONO RIFIUTATO DI USARLA MA OGGI NON POSSO TRATTENERMI”
«Per anni ho rifiutato di utilizzare questa parola: “genocidio”. Ma adesso non posso
trattenermi dall’usarla, dopo quello che ho letto sui giornali, dopo le immagini che ho visto e dopo aver parlato con persone che sono state lì». Queste le parole, in un’intervista a Repubblica, dello scrittore israeliano David Grossman.
«Genocidio: pronunciarlo in confronto a Israele basta questo per dire che sta succedendo qualcosa di molto brutto»
«Anche solo pronunciare questa parola, ‘genocidio’, in riferimento a Israele, al popolo ebraico: basterebbe questo, il fatto che ci sia questo accostamento, per dire che ci sta succedendo qualcosa di molto brutto – prosegue -. Voglio parlare come una persona che ha fatto tutto quello che poteva per non arrivare a chiamare Israele uno Stato genocida. E ora, con immenso dolore e con il cuore spezzato, devo constatare che sta accadendo di fronte ai miei occhi. ‘Genocidio’. È una parola valanga: una volta che la pronunci, non fa che crescere, come una valanga appunto. E porta ancora più distruzione e più sofferenza». «Resto disperatamente fedele all’idea dei due Stati, principalmente perché non vedo alternative – dichiara lo scrittore -. Sarà complesso e sia noi che i palestinesi dovremo comportarci in modo politicamente maturo di fronte agli attacchi che sicuramente ci saranno. Ma non c’è un altro piano». E sull’idea del presidente francese Macron che propone il
riconoscimento dello Stato palestinese aggiunge: «Credo sia una buona idea e non capisco l’isteria che l’ha accolta qui in Israele. Magari avere a che fare con uno Stato vero, con obblighi reali, non con un’entità ambigua come l’Autorità palestinese, avrà i suoi vantaggi. È chiaro che dovranno esserci condizioni ben precise: niente armi. E la garanzia di elezioni trasparenti da cui sia bandito chiunque pensa di usare la violenza contro Israele».
(da agenzie)
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