Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
E PENSARE CHE NEL 2009 PARLAVA DI “RINNOVAMENTO E VALORI DEMOCRATICI”: MAL SOPPORTATO DAI FUNZIONARI DEL CREMLINO, È STATO PROGRESSIVAMENTE ISOLATO FINO A ESSERE COSRETTO A INDOSSARE I PANNI DEL. “PAZZO” UBRIACONE CHE COMPIACE IL CAPO
«A forza di giocare con il fuoco, finisce che ti bruci». È una delle frasi fatte più amate da
Dmitry Medvedev, che quando fu
presidente della Russia era la grande speranza liberale e dopo essere caduto in disgrazia si è rifatto una vita e una posizione diventando una specie di Frate Indovino dell’Apocalisse.
L’ha pronunciata, anzi l’ha scritta nel suo consueto post mattutino su Telegram con il quale da quasi quattro anni dà il buongiorno all’odiato Occidente, almeno una quindicina di volte, evocando una risposta nucleare alle «provocazioni» dei leader europei e americani oppure lo spettro di una Terza Guerra mondiale. Sempre con toni da «moriremo tutti», soprattutto i nemici della Russia, che insomma a prenderlo sul serio ci sarebbe da toccare ferro a ogni levare del sole.
all’inizio dell’Operazione militare speciale dedicavamo le nostre giornate a riportare con toni allarmati le sue sparate quotidiane. Prima di capire che si trattava solo del rumore di fondo emesso da un personaggio che fu re del Cremlino, ma ora è solo in cerca d’autore e di riabilitazione politica, perseguita cercando di porsi a guida dell’ala più guerrafondaia per recuperare posizioni agli occhi di Vladimir Putin, prima artefice della sua ascesa, poi della sua caduta.
«Mi viene spesso chiesto perché i miei post sono così duri. La risposta è che li odio. Sono bastardi e imbranati. Vogliono la morte della Russia. E finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire». «Chi ha detto che tra due anni l’Ucraina esisterà ancora sulle mappe mondiali?». «Le consegne di armi straniere all’Ucraina ci avvicinano all’inverno nucleare». «Non ci sono altre opzioni se non l’eliminazione fisica di Zelensky». «Trump può scordarsi il Premio Nobel per la Pace. Congratulazioni, signor presidente».
Sembra incredibile che a scrivere queste cose sia l’uomo che il 12 novembre 2009, nella sala di San Giorgio al Cremlino, parlò di «rinnovamento e valori democratici» e promise una «società russa di uomini liberi» con pieno accesso all’informazione al posto di «una società arcaica, dove il capo pensa e decide per tutti».
Medvedev aveva preso da un anno il posto di Putin, costretto a lasciare dalla limitazione del doppio mandato prevista dalla Costituzione. E il suo arrivo al Cremlino aveva suscitato grandi speranze dentro e fuori la Russia. «La libertà è meglio della non libertà» aveva detto, per poi avviare una timida liberalizzazione interna e soprattutto il celebre «Reset» con la nuova amministrazione di Barack Obama, culminato con la firma del Trattato New Start che tagliava gli arsenali nucleari di Russia e Usa.
Molti lo videro come il possibile successore «vero» e senza un passato sovietico che avrebbe finalmente avviato la Russia verso la piena integrazione con i partner occidentali. Ma si capì subito che invece era solo un segnaposto, una parentesi. Medvedev non era stimato e tantomeno temuto dai silovikì , gli uomini dei ministeri di forza che controllano i più importanti strumenti del potere.
Putin tornò al Cremlino, lui prese il timone dell’esecutivo, rimanendo il numero due della gerarchia interna. Ma l’attuale presidente fu costretto a cacciarlo in modo brusco dalla guida del governo nel 2020. Senza spiegazioni, se non una ridda di voci, che andavano dall’incapacità manifesta a problemi personali dovuti all’alcool.
A partire dal 16 gennaio 2020, Medvedev divenne un semplice vicepresidente del Consiglio di sicurezza, che non è carica di poco.
Non fosse che la vera guida di quell’organismo era l’allora potentissimo Nikolaj Patrushev, non proprio il suo migliore amico. Nell’avvio dell’Operazione militare speciale, Medvedev ha visto una occasione di riscatto, cominciando a recitare la parte del «pazzo» che compiace il Capo con uscite violente contro i nemici suoi e della Russia.
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“L’EUROPA NON PUÒ RIMANERE FERMA E FAR FINTA DI NIENTE, IL RISCHIO È CHE LE IMPRESE NON REGGANO AI DAZI. L’OBIETTIVO DI TRUMP È LA INDUSTRIALIZZAZIONE DEGLI STATI UNITI A SCAPITO DELLA DEINDUSTRIALIZZAZIONE EUROPEA”… “IL VERO ANTIDOTO È CERCARE SUBITO NUOVI MERCATI. ACCORDO DI LIBERO SCAMBIO CON IL MERCOSUR, INTESA CON L’INDIA, RAFFORZARE I RAPPORTI CON EMIRATI E ARABIA SAUDITA. E, FONDAMENTALE, IL COSTO DELL’ENERGIA. SERVE UNA RISPOSTA IMMEDIATA. È DECISIVO”
«Tutto il quadro dell’accordo non è chiaro. Viviamo in una situazione di incertezza che, ovviamente, genera preoccupazione. Ci sono merci in viaggio, la traversata dura 17 giorni, e non sappiamo ancora cosa succederà quando le navi arriveranno in America», dice Emanuele Orsini.
Il suo ragionamento parte da un presupposto: «Per ottenere un accordo commerciale servono anni. In questo caso, tutto si è risolto in un botta e risposta di qualche settimana». Nel mirino c’è «l’inaffidabilità» dei nostri partner storici, ma anche una certa lentezza dell’Unione europea. L’industria, aggiunge, vive una
«situazione d’emergenza» e servono «soluzioni e compensazioni», subito.
Presidente, a cosa pensa?
«Non possiamo sprecare soldi pubblici. Serve un’analisi approfondita, settore per settore, e l’Europa deve mettere in campo un piano. Può delegare ai singoli governi la valutazione dei danni, ma di certo non può rimanere ferma e far finta di niente».
In realtà si sapeva che un’intesa del genere sarebbe arrivata…
«Certo, ma dietro le decisioni ci sono vite reali, e il rischio è che le imprese non reggano. È giusto firmare gli accordi, ma bisogna garantire un margine di tempo per riorganizzare la logistica.
Le faccio un esempio, da imprenditore: se sono veloce e devo spedire un container da Livorno, impiego una settimana. Poi ce ne vogliono almeno due per la traversata e un’altra per lo scarico. Aggiungo: siamo stati i primi a dire che il problema non è solo quello dei dazi, ma anche quello del cambio.
Bisogna dare il giusto tempo. Non è possibile che, da un giorno all’altro, cambi tutto. Quando entriamo in azienda dobbiamo organizzare le spedizioni, analizzare i contratti. Se sono un fornitore costante e mando il materiale ogni mese, cosa faccio quando, di colpo, il mio margine rischia di dimezzarsi?».
Cosa deve fare l’Europa?
«Bisogna muoversi su quattro livelli. Come dicevo, questo è il momento dell’emergenza, e servono antidoti e correttivi seri. Occorrono un’analisi e un intervento molto serio. Secondo punto: a livello europeo è inevitabile che i nostri prodotti diventino meno competitivi.
La previsione è che il dollaro si svaluti fino al 20% e, se così sarà, è evidente che diventerà un problema. Terzo: bisogna aggredire la burocrazia europea, un dazio interno auto-imposto che vale il 6-7% del Pil. Infine, chiediamo sin da maggio un piano straordinario non solo per il riarmo, ma anche per l’industria».
Finora non vi hanno ascoltati.
«Non so se è chiaro o no, ma l’obiettivo vero qui è la industrializzazione degli Stati Uniti a scapito della deindustrializzazione europea. L’Ue non ha più tempo, deve dire alle imprese se l’Europa le vuole o dobbiamo andare altrove. Abbiamo detto in assemblea: serve un Next Generation per l’industria europea, e bisogna andare in deroga al Patto di stabilità perché fare impresa è crescita sociale».
È una partita complessa. Un intervento del genere sarebbe sufficiente?
«Guardi, i grandi fondi investono dove la moneta è forte. Ci aspettiamo che in Europa arrivino miliardi, quindi bisogna emettere subito gli eurobond per sostenere un grande piano industriale straordinario europeo».
E l’Italia? Al momento si è parlato soprattutto di ristori…
«Stanno finendo tutti gli incentivi alle imprese che non sono incentivi, si badi bene, ma vere e proprie leve. Occorre rimettere al centro il tema degli investimenti, utilizzando i fondi del Pnrr. Il modello è quello della Zes unica e del credito d’imposta adottato per il Sud. Con uno stanziamento pubblico di 4,8 miliardi in due anni, ha generato 28 miliardi di investimenti e 35.000 nuove assunzioni».
Da uomo di azienda: come si affrontano, oggi, i mercati?
«Dobbiamo spiegare ai nostri imprenditori che il vero antidoto è cercare subito nuovi mercati. Sappiamo che non avranno la stessa capacità di spesa degli Stati Uniti, ma io dico: accordo di libero scambio con il Mercosur, intesa con l’India, rafforzare i rapporti con Emirati e Arabia Saudita. È fondamentale. E c’è un altro punto chiave».
Quale?
«Il costo dell’energia. Serve una risposta immediata. È decisivo».
(da “La Stampa”)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
“FALSIFICA I DATI, LICENZIATELA”
Il presidente americano ha comunicato sul suo social Truth di voler licenziare Erika
McEntarfer, commissaria per le statistiche federali del lavoro. Le accuse contro la funzionaria di aver
manipolato i dati sull’andamento dell’occupazione già lo scorso anno. Tutto per aiutare la campagna elettorale dei Democratici e di Joe Biden
Se negli Stati Uniti l’occupazione non cresce ai ritmi preannunciati dalla Casa Bianca, la colpa è sicuramente di chi fa i calcoli. Per questo Donald Trump ha deciso di «rimettere in carreggiata» il Paese licenziando Erika McEntarfer, responsabile dell’Ufficio di Statistica del Lavoro degli Stati Uniti.
Secondo quanto ha scritto lo stesso presidente americano sul suo social Truth, McEntarfer – nominata dall’ex presidente Joe Biden nel 2023 – avrebbe volontariamente manipolato i dati a scopo politico per aumentare il malcontento ai danni dell’amministrazione repubblicana: «Sarà sostituita da qualcuno di più competente e qualificato».
Le presunte falsificazioni di Erika McEntarfer: «Lavorava per Biden e Kamala»
Una decisione presa in una frazione di secondo, di impulso: «Sono appena stato informato che i numeri sull’occupazione del nostro Paese sono stati prodotti da una persona nominata da Biden, la dott.ssa Erika McEntarfer, commissaria per le statistiche del lavoro», si legge sui social. La responsabile, secondo la lettura di Trump, avrebbe «falsificato i dati sull’occupazione prima delle elezioni per cercare di aumentare le possibilità di vittoria di Kamala (Harris, ndr)».
L’Ufficio delle Statistiche avrebbe infatti «sovrastimato la crescita dell’occupazione a marzo 2024 di circa 818mila unità e poi, subito prima delle elezioni presidenziali del 2024 ad agosto e settembre, di 112mila unità». Subito dopo avrebbe invece
abbassato le stime a 73mila – «Uno shock», commenta ironico il tycoon – e «ha commesso un grave errore, riducendo di 258.000 i posti di lavoro nei due mesi precedenti».
Le accuse di Trump: «La Fed abbassava gli interessi per Kamala. Jerome Powell andrà in pensione»
Proprio per questo a Erika McEntarfer è stata recapitata la decisione di licenziamento: «È una persona nominata politicamente da Biden. Sarà sostituita con qualcuno molto più competente e qualificato. Numeri importanti come questi devono essere corretti e accurati, non possono essere manipolati per scopi politici». Anche perché, sostiene la Casa Bianca, «l’economia è in forte espansione sotto Trump, nonostante una Fed che gioca anche con i tassi di interesse, che ha abbassato due volte e in modo sostanziale poco prima delle elezioni presidenziali, presumo nella speranza di far eleggere Kamala. E poi com’è andata a finire?». E così, già che c’è, Donald Trump torna a puntare il dito contro la banca centrale americana e contro il suo governatore Jerome Powell, accusato di essere sempre in ritardo e di non voler tagliare il costo del denaro: «Anche Jerome ‘Too Late‘ Powell dovrebbe essere messo in pensione».
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
QUELLA DI TRUMP PENALMENTE SI CHIAMA ESTORSIONE, LE SANZIONI UNA VOLTA COLPIVANO GLI STATI CANAGLIA
Piangono i dialoganti delusi, dal Manzanarre al Reno. Da quando è entrato alla Casa Bianca fracassando mobili e soprammobili che stavano quieti dal tempo di George (Washington) attendono da lui una metamorfosi fisiologica: eddai! Non prendiamolo sul serio, alla fine “solidarietà– atlantica-sacra-concorrenza-fifa-di-Russia-e-Cina” ne faranno se non un uomo di Stato almeno un tipo pensoso e altruista. Ovvero uno di coloro a stelle e strisce con cui siamo abituati a flanellare dal 1945. Errore! La seconda epifania governativa di Trump è piena di disdicevoli sorprese.
Il Leviatano non è animale da salotto, agisce nel solito stile imperial-piratesco. E si inventa sanzioni strangolatorie: ma non per mettere il morso ai nemici irriducibili delle democrazie “liberal” ma agli alleati. E il guaio grosso è che un simile strumento paleolitico della politica internazionale aggiornata ad personam in questo caso funziona.
Siamo sinceri. Che cosa sono questi dazi piazzati sotto il Ben Essere di tutti gli amici dell’America, dal Giappone all’Unione europea, dall’India al Canada se non le vecchie sanzioni, quelle che una volta dovevano servire ad anchilosare le canaglie, dal Sud Africa all’Iran, dalla Russia putiniana alla Corea forse atomica? Nell’happening della geopolitica basica del Presidente è il momento di chiudere i conti anche con noi. Perché siamo i più codardi e i più vulnerabili in quanto integralisti del comfort.
Scattano le beffarde e micidiali sanzioni di Trump per quelli che una volta erano i fedelissimi dell’altra sponda dell’Atlantico, e del Pacifico. In linguaggio penalistico si chiamerebbero estorsioni ma è meglio non irritare il Leviatano che potrebbe alzare la posta e perseguire l’en plein assoluto: recalcitrate? Bene vi lascio soli con Putin, auguri!
Con il Terzo mondo le sanzioni consistono nel proibire l’accesso a determinati beni (con un bilancio feroce di vittime che eguaglia quello delle guerre): emendatevi o retrocederete al Medioevo
Abbiamo imposto senza batter ciglio sanzioni perfino ai tre Paesi più poveri del mondo, i saheliani! Con l’Occidente si quadra il circolo con i dazi, il ricatto funziona immiserendo i guadagni e intisichendo il Pil. Non a caso parlando dell’Unione ci definiamo con orgoglio “quattrocento milioni di consumatori”. Gli altri sono semplicemente “milioni di poveri e basta”.
Tra gli innumerevoli lavori perennemente in corso di questo “grimpeur” di affari irrisolti, intanato in bugie a tenuta ermetica, Gaza l’Ucraina l’annessione della Groenlandia, qual è quella che va sul velluto? La tosatura degli alleati.
Nulla è così simbolico della vera natura di questo egomane insofferente alle regole, quelle dell’etica, della diplomazia, della grammatica e del buon gusto. Soprattutto quando è talmente forte da mettersele sotto i piedi. Con i dazi-sanzioni Trump ha mostrato brusca efficienza pratica fornendo i prolegomeni di come si tratta con il Vecchio Continente. Ovvero i buoni a nulla, gli scrocconi del buon selvaggio americano, una nobiltà presuntuosa del censo parassitario che lo tratta come un parvenu. Per lui irrilevanti o disubbidienti.
I cultori del cosiddetto dialogo atlantico perdonano tutto al sedicente taumaturgo di Mar-a-Lago. Quando può e non si trova di fronte a problemi e avversari complicati come Putin e Xi punta la preda, adopera le ganasce eccome. Prendete la Russia. Per contare i “pacchetti” di sanzioni in tre anni e mezzo non basta il pallottoliere. Perfino gli Ayatollah sono sopravvissuti al morso sanzionatorio (e anche alle bombe che arrivano al centro della terra). Invece gli europei sono nel panico, hanno accettato l’accordo maledetto con il retropensiero di mandarlo a vuoto con
le vecchie tecniche europee, astute reticenze, guerriglie da calende greche sulla convalida da parte di consigli e parlamenti opportunamente rissosi, perfino rinnegando la stretta di mano della Von der Leyen: non può decidere lei… Strepitoso machiavellismo!
Un recente studio di Lancet ha preso in esame le conseguenze della sanzioni occidentali, in particolare quelle imposte da Stati Uniti e Europa. Sono loro che ne hanno moltiplicato l’uso perché aggira la necessità di adottare mezzi di pressioni più faticosi e pericolosi nei confronti dei designati reprobi, insomma si salva la faccia e si evitano guai soprattutto quando il cattivo può provocare danni. Questo strumento si è dimostrato nella quasi totalità dei casi semplicemente inutile, una punizione collettiva per i popoli presi di mira, non per i loro dirigenti. Chi è abituato alla fame ha purtroppo capacità di resistenza quasi infinite.
I dazi-sanzioni invece mordono efficacemente economie ricche ed evolute basate sull’export. In Mali le plebi abituate alla carestia o nella Russia cementificata dalla economia di guerra non si accorgono delle sanzioni. Ma come facciamo noi a sopravvivere se tracollano le esportazioni di champagne e di automobili di lusso?
(da lastampa.it)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
ESPLOSIONI SONO STATE UDITE ANCHE VICINO A UN AEROPORTO MILITARE E IN UN’IMPIANTO DELLA “JSC PRODUCTION ASSOCIATION”, AZIENDA CHE SI OCCUPA DI MISSILI E SISTEMI DI COMUNICAZIONE…IN TOTALE SAREBBERO STATI USATI 112 DRONI, E TRE PERSONE SAREBBERO RIMASTE UCCISE
Un massiccio attacco con droni sarebbe avvenuto nella notte per mano ucraina su territorio russo. Non ci sarebbero vittime ma sarebbe in corso un violento incendio in una raffineria, ed
esplosioni sono state udite anche vicino a un aeroporto militare. Lo riferisce Ukrainska Pravda citando canali Telegram russi.
Sui social media sono comparsi video di un vasto incendio, probabilmente nella raffineria di Novokuybyshevsk, nella regione di Samara. I droni hanno probabilmente colpito anche la Jsc “Production Association “Elektropribor” nella città di Penza.
Questa azienda è direttamente collegata al settore della difesa russo ed è specializzata nella produzione di elementi di controllo per sistemi missilistici e sistemi di comunicazione russi. Gli abitanti di Ryazan segnalano anche esplosioni, probabilmente di difesa aerea in azione.
Secondo testimoni oculari, forti esplosioni sono state udite nei pressi dell’aeroporto di Diaghilev, situato nella regione di Ryazan. Il governatore della regione di Ryazan, Pavel Malkov, ha dichiarato che “i sistemi di difesa aerea e di guerra elettronica hanno abbattuto un drone sul territorio della regione”. Anche gli abitanti delle regioni di Lipetsk e Voronezh segnalano attacchi con i droni e attività di difesa aerea
Tre persone sono rimaste uccise in Russia nel corso di attacchi di droni ucraini nella notte fra venerdì e sabato nelle regioni di Rostov e Penza, nel sud, e in quella di Samara, lontana dal fronte. Lo hanno reso noto le autorità locali. Le forze armate russe hanno annunciato di aver intercettato nella notte 112 droni ucraini.
Nella regione di Samara, sul Volga, a 800 chilometri dalla frontiera ucraina, un uomo anziano è morto quando la sua casa in campagna ha preso fuoco per la caduta dei frammenti di un drone colpito. Una impresa è stata colpita nella notte da droni
ucraini nella regione di Penza. Una donna è morta e due persone sono rimaste ferite. A Rostov, al confine con l’Ucraina, nel corso di un attacco di droni di Kiev un capannone di un sito industriale ha preso fuoco e un guardiano è morto.
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
ANCHE UNO STUDENTE AL TERZO ANNO DI GIURISPRUDENZA AVREBBE CAPITO CHE IL MODELLO ALBANIA ERA ILLEGALE
La sentenza segna il fallimento del modello Albania, com’era stato concepito dal governo, e quindi la sottoposizione a procedura accelerata di frontiera e a trattenimento per i migranti che, provenendo da paesi “sicuri”, fossero trovati da navi militari italiane in acque internazionali. Il governo aveva puntato sul fatto che i giudici non potessero fare verifiche di legittimità sulla
sicurezza dei paesi. Così non è, e la Corte Ue l’ha scritto in modo chiaro, lineare e definitivo.
I giudici europei, dunque, hanno ribadito la «scelta del legislatore dell’Unione» di subordinare la designazione di un paese come sicuro alla condizione che lo sia «per tutta la sua popolazione e non solo per una parte di essa», in conformità a quanto previsto dalla direttiva Procedure (32/2013/UE). Questo è il presupposto per applicare la procedura accelerata di frontiera, che comporta un esame «rapido ed esaustivo» delle istanze di asilo.
La Corte ha chiarito che uno Stato membro può indicare i paesi sicuri mediante atto legislativo, a condizione che tale atto «possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo vertente sul rispetto dei criteri sostanziali stabiliti dal diritto dell’Unione». In Italia l’elenco dei paesi sicuri, allegato a un decreto del ministero degli Esteri nel 2019, era stato inserito in un decreto-legge nell’ottobre del 2024, a seguito della disapplicazione del decreto ministeriale da parte dei giudici, dopo i primi fermi in Albania.
Il ministro Nordio aveva sostenuto che l’inserimento della lista in un atto normativo ne avrebbe scongiurato la disapplicazione. Su queste pagine avevamo spiegato che essa sarebbe potuta comunque avvenire, per contrasto con la disciplina europea. La Corte Ue, in un passaggio della sentenza, conferma quanto avevamo scritto.
La Corte era chiamata anche a pronunciarsi sulla possibilità per il legislatore nazionale di designare un paese come sicuro «senza rendere accessibili e verificabili le fonti adoperate per
giustificare tale designazione».
La questione scaturiva dal fatto che, mentre il previgente decreto ministeriale recava in allegato le “schede paese”, ove si dava conto della situazione dei paesi di provenienza, tali schede erano sparite dal decreto-legge, e con esse le fonti usate dal legislatore per valutare la sicurezza del paese. Ciò privava il richiedente della possibilità, rispettivamente, di contestare e controllare la legittimità della designazione di un paese come sicuro, e pure questo l’avevamo scritto.
La Corte di Lussemburgo boccia l’opacità del governo: «Le fonti di informazione su cui si fonda tale designazione devono essere accessibili». Peraltro, il giudice nel controllare la designazione può usare informazioni da esso stesso raccolte, purché ne sia verificata l’affidabilità e garantita alle parti la possibilità di presentare osservazioni.
Con una nota, la presidenza del Consiglio si è detta stupita della decisione, affermando che «la giurisdizione, questa volta europea, rivendica spazi che non le competono, a fronte di responsabilità che sono politiche».
In realtà, ciò che lascia stupiti è lo stupore di Palazzo Chigi. I giudici non intervengono sulla «politica migratoria» del governo, come dice la nota, ma verificano che tale politica sia conforme alle norme, e quelle europee prevalgono sulla disciplina nazionale. In altre parole, il governo non può agire al di sopra della legge. Giorgia Meloni ne prenda finalmente atto.
(da “Domani”)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
I GIUDICI NON INTERVENGONO SULLA ‘POLITICA MIGRATORIA’ DEL GOVERNO, MA VERIFICANO CHE TALE POLITICA SIA CONFORME ALLE NORME, E QUELLE EUROPEE PREVALGONO SULLA DISCIPLINA NAZIONALE
1 Cosa ha stabilito la sentenza della Corte europea?
Che un Paese dell’Unione Europea può redigere una propria lista di Paesi di origine dei migranti considerati sicuri ai fini del rimpatrio. Ma che il controllo ultimo, effettivo, sulla sicurezza e sul rispetto dei diritti è affidato ai giudici.
2 Ad oggi potevano essere rimpatriati migranti in Paesi non sicuri per alcune categorie?
Sì se il migrante non apparteneva a quelle categorie non tutelate: ad esempio un eterosessuale poteva essere rimpatriato in un Paese che non riconosce i diritti Lgbt3 Cosa avevano deciso i giudici italiani?
In alcuni casi avevano accolto le impugnazioni dei migranti, richiamando l’attuale normativa comunitaria che non prevede la possibilità per gli Stati membri di designare come Paese di origine sicuro un Paese con eccezioni territoriali (zone non sicure) o eccezioni per categorie di persone che non possono
dirsi protette. In altri si erano rivolti alla Corte Europea.
4 A chi ha dato ragione la Corte Europea?
Ai giudici italiani, stabilendo che un Paese può essere considerato sicuro solo se lo è in tutto il territorio e per tutte le categorie di persone.
6 Qual è l’obbligo dello Stato nei confronti del migrante al quale viene negata protezione?
Deve garantire accesso sufficiente e adeguato alle fonti di informazione sulla motivazione della designazione del Paese terzo come Paese di origine sicuro. In modo che al migrante sarà consentito di difendere i suoi diritti. E al giudice sarò reso agevole esercitare il proprio sindacato sulla decisione della domanda di protezione.
7 Qual è l’obbligo del giudice secondo questa sentenza?
Dare adeguata motivazione sul perché non ritiene sicuro il paese di rimpatrio, accertandosi dell’affidabilità delle fonti.
8 Cosa cambierà con le nuove regole europee?
Il Patto asilo migrazione, che entrerà in vigore il prossimo 12 giugno 2026, prevede espressamente la possibilità per gli Stati membri di designare come Paese di origine sicuro un Paese con eccezioni territoriali o per categorie di persone. L’obiettivo è gestire l’immigrazione regolare e irregolare, rafforzare il controllo alle frontiere esterne, velocizzare le procedure di rimpatrio.
9 Il giudice potrà ancora avere l‘ultima parola sui Paesi sicuri?
Secondo fonti di governo no. La lista di Paesi sicuri sarà unica. È già stata compilata, contiene Bangladesh, Egitto, India, Tunisia, Marocco, Colombia, Kosovo più i candidati ad entrare in Unione
Europea, a cominciare dall’Albania. Ma anche Bosnia-Erzegovina, Georgia, Moldavia, Montenegro, Macedonia del Nord, Serbia, e Turchia. E non dovrebbe essere sottoposta al controllo giurisdizionale successivo all’impugnazione del migrante da rimpatriare.
10 Nel frattempo, secondo la sentenza, i centri in Albania dovranno chiudere?
No. La Corte europea non fa riferimento ai centri in Albania. E il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha ribadito ieri che continueranno a funzionare come Cpr: centri permanenza per i rimpatri.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
LA MAPPA DELLE INCHIESTE GIUDIZIARIE SU AFFARISMO E POTERE POLITICO RIVELA UN PAESE CORROTTO MORALMENTE
Prendiamo la cartina dell’Italia. Osserviamola con attenzione, concentrandoci non sulle aree verdi o marroni, ma sulle zone
grigio-nere. Non si tratta di una mappa in tradizionale, è piuttosto la fotografia di quella «commistione inestricabile di conflitto di interessi» che diventa spesso «mercimonio della funzione pubblica». I diritti d’autore dei virgolettati appartengono al giudice per le indagini preliminari firmatario dell’ordinanza d’arresto ai domiciliari per sei indagati dell’inchiesta milanese sull’Urbanistica, in cui è rimasto incastrato anche il sindaco Beppe Sala. Sono tuttavia parole applicabili lungo tutta la penisola.
Affarismo, conflitti di interessi, lobby parallele, favori in cambio di voti, soldi ai partiti, fondi europei agli amici, nomine clientelari, inopportune sovrapposizioni tra ruoli istituzionali e cariche in aziende che lavorano con il pubblico. Comportamenti che hanno in comune il protagonismo di sindaci, assessori, governatori di Regione, super manager nominati in base alla lealtà al padrino politico e non al merito professionale.
Ecco dunque che, seguendo questi criteri, sulla nostra cartina scovare il grigio che si fa nero è un gioco da ragazzi: la mappa delle inchieste giudiziarie su affarismo di vario genere e intrecci col potere politico rivela il volto più oscuro e corrotto del Paese. Corrotto, però, inteso non come categoria penale, piuttosto quale tendenza ad arraffare per il proprio circolo di fedelissimi, al di là di eventuali delitti.
A voler fare il giro d’Italia degli scandali e delle inchieste, c’è da restare a zonzo parecchi giorni: da Palermo a Milano, passando per Catanzaro, Potenza, Bari, Campobasso, L’Aquila, Perugia, Firenze, Pesaro, Venezia, Milano, Genova, Cagliari, è tutto un fiorire di accuse, sospetti, dubbi, questioni morali, di cui però ai
partiti sembra interessare poco o nulla.
Si è portati ormai a ridurre il tutto a formule di rito da dare in pasto ai social e alle agenzie di stampa: «Massimo rispetto per il lavoro della magistratura, ma…». «Aspettiamo che la giustizia faccia il suo corso». «Non ha commesso alcun reato, perché dovrebbe dimettersi?». L’indolenza del nostro tempo è figlia di una politica debole e impoverita, subalterna perciò ai potentati economici e finanziari, sempre alla ricerca di risorse da quando il centrosinistra ha deciso di abolire il finanziamento pubblico ai partiti.
L’apatia è dominante rispetto a condotte che, seppure non violino la legge, pongono una questione di etica pubblica. E produce incapacità nell’esprimere una forte condanna sociale rispetto alla consuetudine patologica che prende il nome di conflitto di interessi. Cioè non si è più capaci di dare un giudizio sganciato dalla dimensione giudiziaria. E, visto che il conflitto di interessi non è reato, diventa usanza accettabile, tollerata. Forse i progressisti dovrebbero finalmente realizzare una loro promessa tradita: introdurre una legge che, dopo l’epoca berlusconiana, non sembra essere una priorità nonostante il fenomeno sia ancora più diffuso.
In tutte le recenti indagini giudiziarie emerge, prima ancora che il capo di accusa, un metodo di gestione del potere fondato sull’amichettismo. In Sicilia i meloniani di Fratelli d’Italia hanno veicolato fondi pubblici ad associazione e fondazioni legata al partito o ai familiari. Reato? Poco importa, di certo non è degno di un rappresentante delle istituzioni. A Milano, non sappiamo se la promiscuità di un pezzo del centrosinistra con costruttori e
finanzieri, che hanno fatto grandi affari in città, sarà giudicata penalmente rilevante: è però un sistema che dietro la parolina magica “rigenerazione” ha portato in scena il più classico dei sacchi edilizi.
Il giro di finanziamenti scoperti a Pesaro, dove è indagato l’ex sindaco Matteo Ricci (candidato del campo largo alla Regione Marche), magari non arriverà mai a processo: e dunque dobbiamo accettare che i soldi della collettività siano affidati a cooperative senza bandi sulla base di amicizie e conoscenze?
In Calabria i rapporti tra il governatore Roberto Occhiuto e il suo ex socio, i passaggi di quote societarie e di denaro, la poca distanza con i player locali della sanità privata potrebbero non essere reati, ma è lecito porre una questione di opportunità su quel groviglio di conflitti di interessi?
L’alternativa è il presente, cioè arrenderci all’ineluttabile destino di cui è ostaggio la politica: esprimersi solo sulla base di un verdetto in un’aula di tribunale.
(da agenzie)
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Agosto 2nd, 2025 Riccardo Fucile
UNO SPRECO DI RISORSE PER DEGLI INUTILI CENTRI PER MIGRANTI FUORI DALLE NORME DEL DIRITTO EUROPEO
Re Giorgia d’Albania fu il titolo con il quale, (numero 11, 15 marzo 2024), L’Espresso
rivelò l’astronomica previsione di spesa dei centri di detenzione per migranti che Giorgia Meloni volle fortissimamente a Gjader e Shengjin, sull’altra sponda dell’Adriatico. Si era in vista della campagna per le Europee e la statista di casa nostra, con sprezzo del pericolo contabile, vagheggiava di ergere la sua trovata a modello per altre solide democrazie europee dando il via subito a una spesa da 133 milioni di euro che, sono parole sue, costituivano «un investimento». Perché avremmo risparmiato in respingimenti contando sull’effetto deterrenza, tutto da verificare. «Si apre entro il 20 maggio», annunciò. In puro stile italiano, che ama l’urgenza se c’è un affidamento milionario di mezzo, un po’ meno se è soltanto questione di puntualità, si andò per le lunghe. A settembre si era ancora «a fra qualche settimana». Si arrivò all’11 ottobre. E il 14, a dieci bengalesi e sei egiziani soccorsi in mare fu concesso di inaugurare le strutture deserte, destinate a rimanere tali, tra agenti mandati lì a rigirarsi i pollici. L’esibizione meloniana era accompagnata con un sontuoso esibirsi di scatenati adulatori. Una corsa a sottolineare quanto fosse stata apprezzata l’idea non solo nelle cancellerie del Vecchio Continente ma, una volta rieletto, dall’amico Donald Trump dall’altra parte dell’Oceano.
Un successo planetario davanti al quale, plasticamente, Edi Rama si prostrò calorosamente ringraziando il munifico corso di neocolonialismo autolesionista italiano. Il 18 a gelare l’entusiasmo del trio Meloni, Piantedosi, Salvini, con qualche
timido applauso di Tajani, arrivarono i giudici della sezione immigrazione di Roma che non convalidarono il trattenimento in remoto: rotta su Bari per rispedire in Italia i richiedenti asilo. In Consiglio dei ministri ci si industriò per aggirare i magistrati non potendoli piegare, avventurandosi in sbrigativi giudizi di sicurezza sul conto di Paesi devastati da guerre civili sanguinarie, con al comando despoti di ogni risma. Il coniglietto bianco da esportazione tirato fuori dal cilindro di una spesa pubblica che ingoiava capitoli su scuola e sanità prendeva le sembianze di un mostriciattolo assai vorace.
Come aveva già calcolato a marzo 2024 il nostro Carlo Tecce, il prodigio non di una ma di due prigioni tirate su dal nulla ci sarebbe costato da 700 milioni a un miliardo di euro in cinque anni. E intanto alcuni milioni erano già andati. Quanti per l’esattezza? I conti li hanno fatti qualche giorno fa ActionAid e l’Università degli studi di Bari. La trovata meloniana ci è costata 114 mila euro al giorno per 5 giorni. Che vanno a sommarsi ai costi per realizzare le strutture, ovvero contratti per 74 milioni di euro. Ogni posto in Albania avrebbe un costo di 153 mila euro contro i 21 di Porto Empedocle, Agrigento, Italia. Questione di soldi, certo e di diritto. Perché a maggio la Cassazione, smentendo se stessa, ha rinviato alla Corte di giustizia dell’Ue la decisione se il trasferimento dei migranti in Albania sia compatibile con la legislazione europea. A oggi l’operazione Albania si è concretizzata come la scenografia più costosa e inutile che il teatrino dei simboli della politica securitaria abbia allestito. Ma si sa, la società dello spettacolo non va per il sottile.
Lo show è tutto.
(da lespresso.it)
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