Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
SOMMERSA DI COMMENTI E SBERLEFFI CANCELLA IL POST, RIMANE LA FIGURA DI M….
A furia di tuonare sui social contro l’«invasione islamica», l’eurodeputata leghista
Susanna Ceccardi è riuscita a vederne una persino in una processione cattolica.
Ad accorgersi dello scivolone è Matteo Pucciarelli, che su Repubblica ha ricostruito la gaffe in cui è incappata l’esponente toscana del Carroccio.
Nei giorni scorsi, Ceccardi ha rilanciato sui social la card del quotidiano Il Tempo su una manifestazione per ricordare la
nascita di Maometto nel quartiere San Donato, a Bologna, per ricordare la nascita di Maometto.
A indirla è stato un centro islamico pachistano che si è rivolto ai soli uomini
Ceccardi, i cui profili social abbondano di denunce di episodi simili, ne ha subito approfittato per rilanciare la notizia con un post. «Questa non è una festa, è discriminazione. E le femministe? Mute. Basta ipocrisie! Stop islamizzazione!», scrive l’eurodeputata leghista.
E a corredo c’è una foto che mostra una schiera di persone a che a prima vista sembrano donne musulmane col burqa. Peccato che l’immagine scelta per quella denuncia sui social non rappresenta la manifestazione islamica di Bologna, ma la processione della Desolata che si svolge ogni anno a Canosa di Puglia e a Teramo il sabato della Settimana santa.
Un evento cattolicissimo, per niente islamico, in cui il coro delle donne racconta il dolore della Vergine Maria in un’atmosfera di grande intensità.
Il post rimosso dai social (ma non tutti)
Accortasi della gaffe, Ceccardi ha prontamente rimosso il post incriminato su Facebook e Instagram, mentre a distanza di tre giorni è ancora visibile su Threads.
L’esponente leghista, d’altronde, non è del tutto nuova a scivoloni di questo genere. Nel 2023, celebrò il primato dei vini Antinori «alla faccia della Ue», nonostante fossero anche – o proprio – i soldi europei ad aver contribuito al successo della cantina, mentre qualche anno prima fece discutere l’affermazione in cui definì il brano Imagine di John Lennon «un inno marxista e comunista».
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
LA DIFFERENZA FONDAMENTALE PER LUI RESTA QUELLA TRA MODA E STILE: ”LA MODA È QUELLA CHE VIENE SUGGERITA E CHE SPESSO È MEGLIO EVITARE, LO STILE INVECE QUELLO CHE CIASCUNO HA E DEVE CONSERVARE NELL’ARCO DELLA SUA VITA”
Giorgio Armani, scomparso oggi all’età di 91 anni, non è stato soltanto uno degli stilisti più influenti al mondo ma anche un
maestro di pensiero sull’eleganza, sullo stile e sul valore del lavoro
Le sue parole, nel tempo, sono diventate vere massime di vita, ‘chicche’ capaci di andare oltre la moda per raccontare un approccio più ampio all’esistenza e alla bellezza. Tra le frasi che meglio riassumono la sua filosofia spicca una delle più celebri: ”L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”
Un concetto che definisce a pieno la discrezione raffinata che ha reso celebre e inconfondibile il marchio Armani in tutto il mondo. Allo stesso modo, lo stilista non ha mai avuto timore di criticare eccessi e superficialità: ”La volgarità è la malattia della finta modernità” diceva e, con un pizzico di ironia: ”I cretini non sono mai eleganti”. Per Armani la differenza fondamentale resta quella tra moda e stile
”La moda è quella che viene suggerita e che spesso è meglio evitare, lo stile invece quello che ciascuno ha e deve conservare nell’arco della sua vita”. Non a caso, ha più volte sottolineato come lo stile consista in ”un corretto bilanciamento tra sapere chi sei, che cosa va bene per te e come vuoi sviluppare il tuo carattere: i vestiti diventano così la naturale espressione di questo equilibrio”.
La sua idea si riassume in poche parole: ”Lo stile è eleganza non stravaganza”. Una visione che ha guidato decenni di creazioni e che, come lui stesso ha dichiarato, non nasce da strategie studiate a tavolino: ”Il modo in cui lavoro alle mie creazioni non dipende da qualcosa che ho sviluppato con consapevolezza. Semplicemente, faccio quello che mi viene più spontaneo”
Infine, una riflessione sull’eleganza quotidiana: ”Per essere eleganti non si deve assolutamente aver l’aria di essersi vestiti a fondo, vale a dire essersi studiati molto bene, essersi coordinati; bisogna sempre avere un’aria piuttosto casuale, che non significa essere trasandati”. Queste frasi racchiudono la filosofia di vita e di lavoro di Giorgio Armani: sobrietà, equilibrio, autenticità. Una lezione che, c’è da sperare, continuerà a ispirare il mondo della moda e non solo.
(da Adnkronos)
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Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
ZAIA È ACIDO: “VANNACCI È UN VALORE AGGIUNTO SE FA IL LEGHISTA”… L’ATTACCO DELLA SALVINIANA SUSANNA CECCARDI: “LA POLITICA NON È COME L’ESERCITO, NON CI SONO TRUPPE”
Tira una brutta aria in Veneto, dentro la Lega. Tutti sono costretti a far buon viso a
cattivo gioco, oggi Roberto Vannacci sarà in Veneto alla tradizionale festa della Lega a Oppeano, ma gli umori dei colonnelli locali sono pessimi. «Vannacci è un valore aggiunto se fa il leghista», rispondeva due giorni fa Luca Zaia alle domande sul generale in pensione.
E quel “se” è tutto un programma: no, non lo fa, è ciò che pensano praticamente tutti, fan esclusi. Anche perché l’ex generale è impegnato a piazzare i propri nomi su e giù per l’Italia, gente esterna dal Carroccio ma coltivata nei suoi cosiddetti “team”. Cioè un partito nel partito
Restando in Veneto, tra i vannacciani c’è Stefano Valdegamberi, consigliere regionale della Lista Zaia protagonista due anni fa di un attacco social rivolto contro la sorella di Giulia Cecchettin, la giovane di Saonara uccisa dall’ex fidanzato. Le diede della satanista. Non ha la tessera leghista in tasca
In Toscana Cristiano Romani, vicepresidente nazionale del Mondo al Contrario, uno della compagnia dell’anello, dovrebbe essere candidato nel collegio di Grosseto. C’è un posto da capolista anche per l’amico ed assistente parlamentare di Vannacci Massimiliano Simoni, ex FdI.
Alcuni effetti della corsa al vannaccismo sono esilaranti, tipo il cartellone gigante del candidato “scrivi Vasellini (Andrea, ndr) ma si legge Vannacci”, sempre a Grosseto, con i faccioni di entrambi.
A Varese un bossiano di vecchia data come Maurilio Canton, rientra in Lega dalla finestra proprio con un team locale. In Puglia invece, dove si dovrebbe votare a novembre, il vicesegretario dovrebbe essere capolista nei collegi di Bari, Foggia e Taranto, e sarà un altro modo per misurare il proprio peso.
In Toscana ad esempio un pezzo di Lega, quello storico e più fedele a Susanna Ceccardi, è sul punto di disertare la campagna elettorale. Il “metodo Vannacci”, decisionista e provocatorio,
funzionerà?
Per fare un esempio di questo metodo: domenica via social Vannacci annunciava così per il suo arrivo in terra lighista: «Esorto chiunque rilasci dichiarazioni pubbliche a connettere la lingua al cervello prima di muoverla». Di cosa sta parlando il vicesegretario? Di voti. E a chi parla? Ai suoi compagni di partito. Traduzione del suo pensiero: io ho preso una montagna di voti alle scorse Europee, portate rispetto. Se si considera il contesto – che è noto: ci sono le regionali in vista e non si sa se la Lega avrà il candidato dopo Luca Zaia – ce n’è abbastanza per far salire la tensione oltre il livello di guardia.
Sì perché Vannacci scriveva: «Girano infatti voci e pseudo-testimonianze che vorrebbero promuovere il concetto che ai veneti Vannacci non piaccia e che non sia un valore aggiunto per la Lega. Io, come al solito, mi baso sui dati disponibili, invece di aprire bocca e darle fiato».
E sbam, ecco che schiaffa lo screenshot del numero di preferenze ottenute nel 2024: tre volte e mezzo i voti del secondo, il segretario veronese ed eurodeputato pure lui Paolo Borchia. Non uno qualsiasi: è il capodelegazione del Carroccio a Bruxelles, salviniano di stretta osservanza, il quale fra le altre cose aveva pubblicizzato la festa veneta sui propri profili omettendo l’arrivo del fu generale.
Vannacci, nominato vice di Salvini senza neanche passare dal via al congresso di Firenze (non aveva nemmeno la tessera), dentro il partito si muove com’è sua abitudine: provocando e comandando, di base facendo un po’ come vuole.
Vedi ad esempio il non rispetto della regola base interna, cioè contribuire economicamente al partito («mentre alle sezioni chiedono soldi per organizzare i pullman per Pontida, assurdo…», mastica amaro un lighista).
In Toscana come detto Vannacci bisticcia con Susanna Ceccardi, altra super salviniana messa ai margini dal suo protagonismo; in
Veneto è lontano anni luce, politicamente parlando, dal mondo autonomista, e addirittura liberal su diversi temi, ma non rinuncia a darsi da fare coi suoi team, alternativi o complementari alla Lega stessa.
Quanto a Zaia, un altro che nel 2020 ha preso una montagna di voti ma con uno stile personale che non gli permette di esibirlo così grossolanamente come fa Vannacci: i due si detestano in privato, si ignorano in pubblico. Ma una cosa è certa: l’ex militare sta rompendo schemi consolidati e di questo passo a farci i conti sarà presto non Ceccardi, o Borchia, o chissà chi altro, ma Salvini stesso.
Anche perché un giochino sarà presto fatto: quanta gente andrà a vedere Salvini, sabato, e quanti Vannacci oggi a Oppeano.
(da La Repubblica)
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Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
LA CINA HA VOLUTO FAR SAPERE ALL’OCCIDENTE (MA ANCHE AI SUOI ALLEATI RUSSI) CHE ORA POSSIEDE UNA “TRIADE ATOMICA”, CON ORDIGNI IN GRADO DI COLPIRE DAL CIELO, DA TERRA E DAI SOTTOMARINI
Un silos adagiato su un lunghissimo veicolo con dieci ruote motrici e una sola scritta sulla fiancata – DF-61 – sufficiente però a trasmettere un brivido negli uffici del Pentagono.
Quella sigla testimonia che la Cina ha schierato un nuovo missile nucleare intercontinentale, probabilmente più avanzato di quanto si temesse, ed è pronta a sfidare direttamente gli Stati Uniti nella competizione atomica.
La preoccupazione di Washington per la crescita dell’arsenale nucleare di Pechino ora viene resa concreta dalle armi esibit
nella parata sulla Piazza Tienanmen. Il DF-61 avrebbe un raggio d’azione di 15 mila chilometri e un’ogiva con 14 testate per incenerire più metropoli contemporaneamente: «uno strumento di deterrenza» – come ha sottolineato il commentatore della tv statale cinese – puntato però dritto contro l’America.
Non è l’unico. La Repubblica Popolare ha esibito tutti i suoi cinque “cavalieri dell’Apocalisse”: oltre a tre modelli già noti e al DF-61, è comparso per la prima volta il JL-1 “Fulmine”, più piccolo e affusolato perché scagliato dagli aerei. Ha un significato strategico: adesso pure la Cina possiede una “triade nucleare”, con ordigni in grado di colpire dal cielo, da terra e dai sottomarini.
Certo, come ricorda il generale australiano Mick Ryan, «le sfilate non sono indicatori della capacità di combattimento reale» ma lo show marziale di ieri ha reso visibile il “Grande Balzo in Avanti”, per citare Mao, compiuto in soli dieci anni dall’Esercito Popolare.
L’aviazione fa sfrecciare caccia stealth, radar volanti e cisterne per il rifornimento ad alta quota; la marina ha portaerei con squadriglie di caccia avanzati e tanti missili; le forze terrestri dispongono di scudi contro i droni con laser, microonde e micro-intercettori che la Nato sta solo cominciando a disegnare.
E la massa di mezzi e soldati che la Cina mette in campo resta impressionante. Anche le tattiche però sono state rivoluzionate, con l’obiettivo – definito «difensivo» dagli speaker di Stato – di spazzare via l’Us Navy dalle acque del Pacifico e invadere Taiwan.
Così oltre al missile “Guam Killer”, concepito per bersagliare la principale base americana, sono sfilati due nuovi ipersonici da 10mila chilometri orari destinati a bombardare le navi e gli avamposti dei Marines.
Per proteggere le loro isole-fortezza che sbarrano la navigazione negli stretti, invece, i cinesi hanno un triplo strato di armi puntat
verso il cielo: include le batterie HQ-29 che promettono di disintegrare i missili balistici fuori dall’atmosfera e sono persino in grado di buttare giù i satelliti.
Il Pentagono non sottovaluta la minaccia. Mentre gli stati maggiori studiano risposte operative, dagli ipersonici ai bombardieri stealth B21, Donald Trump preferisce invece investire miliardi nella “Golden Dome”, la cupola spaziale contro tutti i missili. Ma l’allarme per i nuovi artigli del Dragone non riguarda solo gli Usa.
«C’è una domanda – ha suggerito Mike Ryan – molto interessante: cosa hanno pensato Putin e i suoi generali guardando la parata? Sono sicuramente preoccupati. Hanno combattuto contro la Cina nello scorso secolo e adesso hanno dovuto spostare gran parte delle loro forze dalla Siberia per combattere in Ucraina.
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
PROSEGUE LO STALLO NEL CENTRODESTRA SUL CANDIDATO PER IL VENETO, SALTA ANCHE IL TANTO ATTESO VERTICE A ROMA PER TROVARE LA QUADRA
Si annusano, si studiano e per ora si evitano. Luca Zaia torna a Venezia mezz’ora
prima che Salvini lasci la città lagunare per sbarcare al Lido. Lo scenario è quello dell’Hotel Excelsior. Osservatore privilegiato Bruno Vespa che a un certo punto chiede: «Salvini passa di qua?”».
Poi arriva il ministro che “elogia” l’amico Luca: «Zaia è valore aggiunto per il Veneto e per la Lega». Gli facciamo notare che ormai in politica «valore aggiunto» è un aggettivo quasi trasparente, come “sereno”. Perché non dire di lui che è un «pilastro». «No, pilastro no», chiosa Salvini.
«Se vedrò Luca Zaia a Venezia in questi giorni? Possibile» dice Matteo Salvini con un sorriso disarmante che è il ritratto dell’innocenza. E lo dice dallo spazio della Regione Veneto all’hotel Excelsior da cui il presidente della Regione se n’è andato non più tardi di mezzora prima. Curiosamente anche i loro interlocutori sono gli stessi, a partire dal campione di sci Kristian Ghedina che è alla Mostra per presentare il suo film
«Storie di sci».
Tanto che, pare, i due eventi (la presentazione delle torce olimpiche di Milano-Cortina 2026 alle 12.30 e la presentazione del film di Ghedina alle 16) fossero inizialmente uno dopo l’altro. Zaia, però, ha dovuto lasciare la Mostra per un impegno intorno alle 15 a palazzo Balbi. Sfortuna ha voluto, quindi, che i due «campioni olimpici» della Lega non si incrociassero. Anche se, assicura Zaia, «probabile che accadrà».
Qualcuno sottolinea come si tratti dell’ennesima dimostrazione del «grande freddo» fra i due esponenti del Carroccio.
In realtà, spiega lo staff del presidente, i due si sarebbero salutati «via messaggio». Per dirsi cosa? «Si sono salutati». La cortesia non manca mai e, anche in privato, assicurano che i rapporti sono cordiali. Senza riuscire, però, a fugare i dubbi delle malelingue. Che anche ieri Zaia si sia sottratto a un incontro in cui, evidentemente, i contenuti sul futuro del Veneto, e di Zaia stesso, sarebbero stati interlocutori?
Il dubbio resta e, se così fosse, la sliding door delle agende avrebbe tolto dall’imbarazzo entrambi. Il balletto in cui Zaia e Salvini si «sfiorano», complice la convergenza sul tema olimpico, dura da qualche mese ma la clessidra si sta svuotando veloce. E il 23 novembre, data ultima per il voto regionale si avvicina a lunghi passi.
Salvini ribadisce: «In Veneto il simbolo della Lega sicuramente ci sarà, le liste sono pronte. Il nome del candidato governatore spero arrivi il prima possibile». E Zaia ci sarà in quelle liste? «Zaia è un valore aggiunto per la Lega e per il Veneto in generale», una risposta ormai standard. Il tormentone della giornata è: ma i due si vedranno o no al Lido o a Venezia? Salvini risponde con una punta di sadismo nei confronti dei cronisti: «È possibile, però non ve lo diremo».
Una notizia, però, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture la dà: il tanto atteso vertice del centrodestra per trovare la quadra
sui candidati delle 7 regioni al voto (contando anche l’autonoma Valle D’Aosta) non sarà oggi e non sarà domani come ventilato: «Io questi vertici li leggo sui giornali. Non sono mai stati messi in agenda. In questa settimana non è prevista nessuna riunione, la prossima penso e spero di sì».
(da Corriere della Sera)
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Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
“IL MIO SFIDANTE ACQUAROLI NON PARLA DELL’INCHIESTA MA TUTTI I SUOI SODALI MI ATTACCANO: DA BIGNAMI A BOCCHINO, FINO AGLI ESPONENTI LOCALI. MA QUESTA VIOLENZA MEDIATICA NON FA ALTRO CHE RAFFORZARMI” … “IL SOSTEGNO DELLA MELONI A ACQUAROLI? NOI NON ABBIAMO BISOGNO DI TUTOR. POSSONO FARLA FOTO DI RITO MA IL GOVERNO NAZIONALE HA MALTRATTATO LE MARCHE IN QUESTI ANNI”
Matteo Ricci, il voto di fine estate trasforma le elezioni delle Marche in un primo test nazionale. Questo favorisce lei o il suo avversario?
«Il destino delle Marche è nelle mani dei marchigiani. Si vota per investire nella sanità pubblica, in trasporti efficienti e nel sostegno a imprese e lavoratori. Chi politicizza la campagna lo fa per nascondere i 5 anni di nulla della giunta Acquaroli».
Giorgia Meloni verrà nelle Marche per sostenere Francesco Acquaroli: il suo consenso, sempre alto, può essere considerato un vantaggio decisivo nella corsa del governatore?
«Noi mettiamo la nostra faccia in questa campagna popolare. Abbiamo costruito un’alleanza larghissima. Qualcuno preferisce nascondersi dietro la premier. Noi non abbiamo bisogno di tutor nazionali. Siamo felici che i leader dei partiti e movimenti componenti la nostra Alleanza del cambiamento stiano venendo nelle Marche a sostenere la campagna. Ma la partita è tra me e Acquaroli».
Giuseppe Conte, invece, non si è ancora fatto vedere nelle Marche…
«Il presidente Conte verrà nelle Marche a sostenermi, abbiamo già le prime date. Ho il pieno sostegno del M5S, che è un pezzo fondamentale della nostra Alleanza del cambiamento, e moltissimo aiuto quotidiano nella campagna da molti loro attivisti».
Il centrodestra ha previsto un comizio con tutti i leader. E centrosinistra?
«Il governo nazionale in questa regione si è fatto vedere solo in campagna elettorale, come dimostrano la vicenda Zes o il furto fatto ai danni dei marchigiani dei 2 miliardi per la ferrovia Adriatica a favore del Ponte sullo Stretto. O, ancora, l’imbarazzante silenzio sui tagli alla sanità pubblica marchigiana. Possono fare la foto di rito e nascondersi dietro i ministri, ma il governo nazionale ha maltrattato le Marche in questi anni. Noi abbiamo scelto di stare tra le persone, non di prendere ordini di partito da Roma».
Acquaroli non ha strumentalizzato l’inchiesta nella quale lei è coinvolto. Il suo silenzio la «aiuta»?
«Acquaroli non parla dell’inchiesta ma tutti i suoi sodali mi attaccano: da Bignami a Bocchino, fino agli esponenti locali. Dietro la facciata morigerata di Acquaroli, le seconde e terze linee utilizzano metodi da squadristi. Ma questa violenza mediatica non fa altro che rafforzarmi».
Lei è stato eletto a Strasburgo un anno fa, ora è pronto ad abbandonare quel seggio, Decaro potrebbe fare altrettanto. Il Pd prende poco seriamente l’Europarlamento?
«La mia candidatura non è una scelta personale: è nata dalla richiesta proveniente dai territori e dal mio partito, si poggia sul sostegno di tanti cittadini marchigiani. In Europa continuo a fare il mio dovere, occupandomi del nuovo regolamento che riguarda i diritti dei passeggeri. L’amore per la mia terra poi ha prevalso. Saremo una regione forte, protagonista e conosciuta, e chiuderemo la campagna con un grande “comizio d’amore per le Marche” in piazza».
Acquaroli, in un’intervista al «Corriere», sostiene di essere orgoglioso della sanità delle Marche.
«Basta chiedere a qualunque marchigiano cosa pensa sia avvenuto negli ultimi cinque anni, se la sanità sia migliorata o peggiorata. Sono convinto che il 90% di loro dirà che è peggiorata. Se 150 mila marchigiani hanno smesso di curarsi, se le liste di attesa superano i sei mesi, se i pronto soccorso sono intasati, Acquaroli vuol dire o no una parola in merito? Vuole prendersi la responsabilità?»
(da corriere.it)
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Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
“HA TRASFORMATO IL CARROCCIO IN UN PARTITO SOVRANISTA, NON SO SE VOTERO’ ALLE REGIONALI”… “VANNACCI? UN ALTRO CHE NON MI PIACE”
Franco Rocchetta, 78 anni, fondatore della Liga veneta, non sa neanche se voterà alle
elezioni regionali nella sua regione. Perché «c’è una classe politica pietosa», dice oggi in un’intervista a La Repubblica.
Mentre Luca Zaia secondo lui «è il male minore. Però con lui la sanità è stata demolita, il sistema delle banche popolari pure, siamo una delle Regioni più devastate d’Europa, col Pfas che ha inquinato molte falde acquifere».
«Non mi piacciono i nazionalismi»
«Chi dice che debbo votare centrodestra? Non mi piacciono i nazionalismi», risponde, quando gli domandano se preferisca un
candidato leghista o di Fratelli d’Italia. E poi, su Matteo Salvini: «Vade retro Satana. Ha trasformato la Lega in un partito sovranista». Ora è il tempo dei Vannacci. «Un altro che non mi piace».
Rocchetta sostiene di aver «dedicato la vita al Veneto, ma resto un cittadino critico. Nessuno della sua classe dirigente parla di Gaza: il dramma dei palestinesi dovrebbe interpellarci. De Luca lo fa, Zaia no. Sabato ero alla manifestazione pro Palestina a Venezia Lido». Ma poi chiarisce: «Non guardo a sinistra, Schlein è la scialba copia di Meloni. Che è una buona attrice. Abbraccia tutti, Biden, Trump, Musk, Zelensky».
L’autonomia differenziata
Infine, su Zaia che non sta portando avanti l’autonomia differenziata, dice: «È ridotta a una messinscena. Non so se la vedrò, dipende da quanto vivrò».
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
COSA HA SCRITTO LA GIUDICE
La sentenza emessa dalla giudice federale che segna un’altra vittoria per l’ateneo contro la campagna della Casa Bianca. La giudice ha riconosciuto che Harvard si sta impegnando a combattere l’antisemitismo, seppur «tardivamente»
L’Università di Harvard ha ottenuto una vittoria legale significativa contro Donald Trump. Una giudice federale ha stabilito che il governo ha violato la legge congelando miliardi di
dollari destinati alla ricerca, tutto sotto la bandiera della lotta all’antisemitismo. La giudice Allison D. Burroughs della Corte distrettuale di Boston, nominata durante la presidenza di Barack Obama, ha inflitto quello che viene definito «un brutto colpo alla campagna del tycoon volta a rimodellare con la forza l’istruzione superiore d’élite». Anche se la sentenza potrebbe non essere definitiva, spiega il New York Times, rappresenta comunque una prima risposta alla campagna della Casa Bianca di voler riorganizzare con la forza l’istruzione superiore d’élite.
La denuncia di Harvard e il primo emendamento
Harvard aveva denunciato la violazione del Primo Emendamento e dei diritti al giusto processo. La decisione della giudice potrebbe ora dare all’università una nuova leva nei tentativi di conciliazione con la Casa Bianca iniziati a giugno. In una sentenza di 84 pagine, la giudice Burroughs ha scritto: «Dobbiamo combattere l’antisemitismo, ma dobbiamo anche proteggere i nostri diritti, incluso il diritto alla libertà di parola, e nessuno dei due obiettivi dovrebbe né deve essere sacrificato sull’altare dell’altro».
L’appello della giudice per la «libertà accademica»
La giudice ha riconosciuto che «Harvard sta attualmente, seppur tardivamente, adottando le misure necessarie per combattere l’antisemitismo e sembra disposta a fare ancora di più, se necessario». La giudice, però, ha anche sottolineato il ruolo cruciale dei tribunali: «Ora è compito dei tribunali fare lo stesso, agire per salvaguardare la libertà accademica e la libertà di parola, come richiesto dalla Costituzione, e garantire che importanti ricerche non siano indebitamente sottoposte a sospensioni arbitrarie e proceduralmente inefficaci dei finanziamenti, anche se ciò comporta il rischio di incorrere nell’ira di un governo impegnato a perseguire i suoi obiettivi a qualunque costo».
Come era nata la causa
La causa era stata avviata dall’università lo scorso aprile, dopo che l’amministrazione Trump aveva insistito sul fatto che la più antica università del Paese fosse diventata una fonte di intolleranza. L’11 aprile, la Casa Bianca aveva preteso da Harvard che rivedesse i suoi criteri di selezione per l’ammissione degli studenti, eliminando per esempio i programmi di diversità e inclusione. E poi avrebbe dovuto esaminare ed eliminare «i programmi e i dipartimenti che più alimentano le molestie antisemite o sostengono posizioni ideologiche». Harvard aveva rifiutato quelle condizioni. Poche ore dopo, la Casa Bianca aveva annunciato l’inizio dei tagli dei fondi alla ricerca.
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2025 Riccardo Fucile
IL SAGGIO DI LINDA LAURA SABBADINI, UNA VITA ALL’ISTAT, SUI NUMERI CHE FANNO L‘ITALIA
Durante il fascismo non era possibile raccogliere e pubblicare dati sulla povertà e sulla
criminalità, che pure sarebbero stati, per quanto parzialmente, disponibili, tramite gli enti di assistenza e le questure. Avrebbero smentito la narrazione di un paese ordinato e tranquillo. Ma non sono solo i regimi dittatoriali a nascondere i dati, o a cercare di manipolarli.
Poche settimane fa, Trump ha licenziato la responsabile delle statistiche ufficiali sul mercato del lavoro perché i dati che erano stati pubblicati non corrispondevano alla narrazione del successo
della politica aggressiva dei dazi sull’occupazione.
La rappresentazione statistica dei fenomeni sociali è una questione cruciale che non riguarda solo gli esperti. È una questione politica, perché che cosa si misura, come lo si misura, se, come e a chi si rendono accessibili i dati costituisce un potente strumento di lettura di ciò che succede in società, quindi di valutazione delle scelte politiche, economiche e sociali che si fanno, dei soggetti, istituzioni, comportamenti meritevoli di attenzione.
Come scrive Linda Laura Sabbadini nel suo libro Il paese che conta (Marsilio), uscito in questi giorni, «misurare significa riconoscere. E ciò che non si misura spesso non entra nelle agende politiche. Non viene visto». Per questo la statistica è una conoscenza guardata con sospetto, o oggetto di tentativi di manipolazione, da parte dei regimi autoritari.
L’affidabilità delle statistiche, il rigore metodologico, la trasparenza nei criteri di rilevazione, la verificabilità, dovrebbe essere, ovviamente, una caratteristica normale del lavoro di ogni studioso o istituto di ricerca. Ma, in un paese democratico, devono essere garantite e protette soprattutto quando si tratta di statistiche ufficiali. Perciò va difesa in ogni modo l’indipendenza degli istituti che le producono e garantito l’accesso ai dati a chi vuole utilizzarli. Perché buone, rigorose, complete, statistiche ufficiali sono, come scrive sempre Sabbadini, un bene comune e uno strumento di democrazia.
È una tesi che Sabbadini argomenta in modo appassionato, dove biografia personale e professionale spesso si intrecciano, tracciando la storia dello sviluppo delle statistiche sociali all’interno dell’Istat, dal dopoguerra ad oggi. Una storia che accompagna e documenta in modo sempre più ricco e articolato quella dell’Italia e che ha visto in Sabbadini, con il sostegno di alcuni presidenti dell’Istat disponibili ad allargare lo sguardo al di fuori dell’economia, e la collaborazione con studiosi di varie discipline, una importante protagonista.
Sono abbastanza vecchia da ricordare quando gli unici dati disponibili a livello nazionale sulle famiglie erano quelli – ridottissimi – dei censimenti. Analogamente poco o nulla si sapeva sui comportamenti di consumo. Dagli anni ’80 del secolo scorso e soprattutto in quelli che Sabbadini definisce (per le statistiche sociali) «gli splendidi anni ’90», prima con le Indagini sulle forze di lavoro e sui consumi, poi con il sistema delle Indagini multiscopo, i dati statistici sulla società italiana hanno allargato la nostra conoscenza sulle reti familiari e i rapporti di parentela, la divisione del lavoro interna alla famiglia, le modalità di formazione della famiglia, la salute, i consumi culturali, l’uso del tempo, la partecipazione politica e altro ancora, seguendone i cambiamenti nel tempo. Senza questi dati non sarebbe stato possibile costruire il sistema di indicatori del Benessere equo sostenibile (Bes) che oggi costituiscono un prezioso strumento di monitoraggio della società italiana.
A proposito del fatto che solo che ciò che si misura può diventare visibile ed entrare nel dibattito pubblico, molto importanti sono stati due cambiamenti di prospettiva, che hanno anche modificato il modo in cui si presentano i dati: l’introduzione di una prospettiva di genere, che ha consentito di rendere visibili le donne, i loro comportamenti, esperienze, modalità di collocazione sociale, e la messa a fuoco dei soggetti come individui, anche quando all’interno di una famiglia.
Questo doppio passaggio ha reso più articolata la lettura di dati già disponibili nelle indagini “classiche”. Ad esempio non si è più guardato solo all’incidenza della povertà tra le famiglie a seconda della loro composizione, ma anche alla sua distribuzione a seconda delle fasce di età, o del sesso. Soprattutto, ha aperto nuove piste di ricerca. Nascono così le indagini sulla violenza, sulla criminalità, sui bambini e gli adolescenti, sulla mobilità sociale e le disuguaglianze, sugli stereotipi.
Per la sua ricchezza, il libro di Sabbadini si presta a tre livelli di lettura: una storia della statistica ufficiale e dell’Istituto che ne è responsabile, dell’importanza che ha la solidità e l’indipendenza di questa istituzione, ma anche la capacità di innovazione (si arriva fino alla questione dell’utilizzo dei big data) e in ultima analisi della passione delle persone che in essa lavorano ai vari livelli; una storia sociale dell’Italia vista attraverso i cambiamenti nei modi di fare famiglia, nella struttura per età della popolazione, nei rapporti uomo-donna, nei consumi, nelle forme e gradi disuguaglianza; una autobiografia professionale e umana coraggiosa e appassionata.
(da lastampa.it)
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