Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
IL MESSAGGIO INTIMIDATORIO È RIVOLTO AI SEI TESTIMONI, TRA I QUALI UN MINORENNE, CHE HANNO VUOTATO IL SACCO… INVECE CHE PRENDERE LE DISTANZE DA QUESTI DELINQUENTI MINACCIANO CHI LI HA DENUNCIATI
La mano che ha scritto la frase è esperta, l’intimidazione non lascia spazio a molte interpretazioni.
Nella città già ferita dadelitto di Raffaele Marianella, arriva un altro pugno allo stomaco. Uno striscione con su scritto «Nascondetevi infami, sappiamo chi siete» è apparso ieri mattina sul cancello dell’ingresso 4, quello riservato alle autorità, del Palasojourner.
Una minaccia che arriva all’indomani della convalida del fermo dei tre accusati dell’omicidio volontario di Raffaele Marianella, il secondo autista che si trovava in prima fila sul pullman che domenica scorsa stava accompagnando i tifosi del Pistoia Basket a casa ed è stato sorpreso da una sassaiola.
Per gli investigatori sembra abbastanza chiaro a chi si riferiscono quelle parole di minaccia. Sono stati sei i testimoni, tra i quali un minorenne, che hanno spiegato ai poliziotti della squadra mobile chi c’era a ridosso del guardrail sulla statale Terni-Rieti con i sassi in mano, chi ha pianificato quella spedizione punitiva, chi è scappato dopo la morte dell’autista.
I nomi sono sempre gli stessi: quelli dei tre ultrà in carcere. Ma in quella serata di violenza i testimoni sono stati, chi più chi meno, partecipanti al raid. Le loro identità sono conosciute perché anche loro sono ultrà della curva Terminillo.
Ma se sono quasi certi i destinatari di questo nuovo atto di odio, la firma sullo striscione bianco è inequivocabile. Il carattere utilizzato per scrivere la frase, con uno spray nero, è quello Ultras Liberi anche conosciuto come Fasciofont. Ha radici fasciste e neofasciste. Viene utilizzato dalle curve negli striscioni contro la polizia, sui muri e nelle manifestazioni. E due dei carcerati, ma anche altri appartenenti alla curva Terminillo, sono legati al mondo dell’estrema destra.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
QUELL’ORA DI GIOCHINI E DI RIFFE, DIVENTATA LA FASCIA PIÙ RICCA DELLA PROGRAMMAZIONE, È DIVENTATO PER LA RAI UNO SMACCO ECONOMICO … TRA LA FINE DEL TG1 E L’INIZIO DI “AFFARI TUOI”, “CINQUE MINUTI” DI VESPA FA PERDERE AUDIENCE
E’ cosa ben nota agli amministratori delle emittenti di essere finiti sotto il tallone del potere della Pubblicità. Chi sa far girare gli spot, incassa e vince. Purtroppo il tempo passa, i pupi crescono, le mamme imbiancano, e anche i programmi televisivi sfioriscono. E quando scocca la fatal ora, vuoi per la concorrenza oppure quel conduttore non incanta più, come una volta, il gentile pubblico a casa, ai Signori Padroni non rimane che prenderne atto, pena il rischio di trovarsi con le tasche vuote.
Così la questione di “Affari tuoi”-“La ruota della fortuna” va inquadrata in un quadro economico di partita doppia che va al di là di ogni giudizio sull’”artisticità” (nessuna) dei due programmi
in onda.
Anche ieri sera i “pacchi” dello sculettante Stefano De Martino sono finiti sotto l’implacabile “Ruota della fortuna” del pacioso Gerry Scotti. A dividerli ci sono tre punti di share: 22,1% contro il 25,1%. Ebbene, direte voi: qual è la tragedia?
Il motivo che sta mandando in fibrillazione i capoccioni della Rai e del Biscione ha origine dal fatto che ormai da un pezzo la cosiddetta fascia ‘’access prime time”, come del resto in gran parte del mondo, è diventata anche in Italia la vera prima serata, quindi la più affollata e pagata dagli inserzionisti pubblicitari.
Allungando l’”access prime time”, la prima serata è slittata verso le 22, con il conseguente annullamento della terza serata che, quando va bene, arriva a mezzanotte. Anzi: è più facile che inizi allo scoccare del giorno dopo (vedi ormai l’irrilevanza di un programma una volta “pesante” politicamente come “Porta a Porta”).
Quell’ora di giochini che ruotano sulla Dea Fortuna che regala agli affamati di esistenza catodica qualche gruzzolo, nello stesso tempo porta nelle casse di Rai e di Mediaset il più dovizioso bottino pubblicitario delle 24 ore (che viene calcolato tra i 500 e gli 800 mila euro), ottimo per mantenere lontano il rosso del bilancio dell’azienda.
Altra conseguenza: oggi non vale più la candela, come una volta, puntare tante risorse economiche su spettacoli di lustrini e colossali fiction che partono alle ore 22, quando il mercato degli spot più doviziosi inizia una progressiva fase discendente per il graduale trasferimento del pubblico in camera da letto, tra le braccia di Orfeo
Un mesto “Viale del tramonto” lo si è visto recentemente in Mediaset, dove anche un tipino non particolarmente dotato di un carattere decisionista come Piersilvio Berlusconi, una volta messo sotto la scure dei ricavi mancanti dal responsabile di Publitalia, Stefano Sala, è stato costretto a compiere un atto da molti considerata improbabile.
Messo davanti al declino di “Striscia”, surclassato ogni sera di 10 punti di share da “Affari tuoi’’, provocante un danno economico che Cologno Monzese non poteva più sopportare, Piersilvio ha colto di sorpresa tutti e decide di lanciare, approfittando del vuoto estivo, un vecchio format degli anni Ottanta, “La Ruota della Fortuna”, ben restaurato con la conduzione di un ‘’famiglio catodico” come Gerry Scotti.
L’operazione del secondogenito della dinastia di Arcore ha raccolto un insperato successo perché ha fidelizzato quel vasto pubblico famigliare e di tele-morenti che, senza un euro per andare in vacanza o farsi una apericena in qualche rosticceria, se ne sta davanti al televisore, tra una moglie che rompe e un figlio imbecille, indovinando la vocale mancante, attratti dall’ancheggiare esotico dell’italo-senegalese Samira.
E quando a settembre, è ritornato di gran corsa il povero scugnizzo sposato un dì lontano con Belen, si è ritrovato davanti a una macchina messa a punto che ogni sera conquistava sempre più spettatori. Oltre a far tornare in anticipo De Martino, la Rai di Rossi ha chiesto il sommo sacrificio a Bruno Vespa di iniziare la sua sacra rubrica “Cinque minuti” con un mesetto di ritardo.
Risultato: ogni sera, la “Ruota” spazzava via i “pacchi”. A questo punto, davanti a tale successo, è saltata la promessa di
Piersilvio nel santo giorno dell’annuncio dei palinsesti della stagione 2024/2025: “‘Striscia la Notizia’ inizierà a novembre. Anche se ciò che va in onda, e non sarà così, dovesse fare un trilione di ascolti”.
Sappiamo come è finita la promessa. Ciò non toglie che far fuori dal palinsesto dell’’’access prime time’’ una trasmissione che ha fatto davvero la storia della tv e del Biscione, in onda da ben 35 anni al termine del Tg5, come “Striscia la notizia”, convincendo – meglio, costringendo – il leggendario principe della satira televisiva Antonio Ricci a trasformarla in un unico appuntamento settimanale, deve essere stato un compito duro, durissimo per l’erede di Arcore.
Col sorpasso ormai quotidiano della “Ruota” sui ‘’pacchi’’ una volta invincibili di De Martino, il problema è così rimbalzato sull’altra sponda, quella della Rai.
Uno smacco che la dirigenza di viale Mazzini addebita non solo al fatto che Gerry Scotti allunghi di una manciata di minuti il programma ma soprattutto al fatto che tra la fine del Tg1 e l’inizio di “Affari tuoi”, c’è di mezzo il “Cinque minuti” di Vespa.
Quindi, oltre ai 10 minuti di prolungamento della “Ruota” occorre aggiungere la perdita di un punto e mezzo di share a causa dell’approfondimento dell’ottuagenario giornalista, oggi “artista”.
Salgono le pressioni, sia dei dirigenti Rai sia dei produttori della “riffa”, su Giampaolo Rossi di togliere di mezzo quei “Cinque minuti”. Analizzando infatti i dati di ieri si nota che il Tg1 delle 20 ha chiuso con una media del 24.4%, seguito poi da un calante
Vespa (20.2%) e “Affari tuoi” (22.1%) è finito sotto “La ruota della fortuna” (25.1%).
Oltre ad aver calamitato un bel bottino di spot su Canale5, si aggiunge un altro danno economico: infatti, allo scopo di spingere in alto lo share di “Cinque minuti” sono stati eliminati gli spot tra il Tg1 e l’inizio del Vespone.
Ora il compito di Rossi per riporre nelle teche o da qualche altra parte del palinsesto il programmino condotto dall’ottuagenario si prospetta ben più arduo, al limite dell’impossibile, di quello di Piersilvio con Antonio Ricci, essendo cosa nota e acclarata del rapporto diretto di Vespa con le sorelle Meloni
(da Dagoreport)
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Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
BRUGNARO E I PARI SUOI CONSIDERANO LA MUSICA ‘COLTA’ E IL TEATRO D’OPERA MERO INTRATTENIMENTO, E PURE PIÙ LUNGO E PALLOSO DI ALTRI. ROSSINI O VERDI, PER TACERE DI WAGNER, ERANO DEGLI INCONTINENTI MUSICALI
Venezia ci dà anche oggi la nostra Venezi quotidiana. L’ultimo scontro è fra il sindaco, Luigi
Brugnaro, che è anche presidente della Fondazione Fenice, e i lavoratori del teatro. In un monologo sul Gazzettino, Brugnaro fa sapere che Venezi, anzi «questa ragazza» alla faccia di ogni possibile paternalismo, è amareggiata «ma non ha intenzione di fare marcia indietro. Io stesso glielo sconsiglio: sarebbe la fine della sua carriera»
(e qui il sindaco si sbaglia: la carriera italiana è già finita, distrutta dal fuoco amico di sponsor mal-destri. E, secondo Norman Lebrecht, spesso ben informato, il Colon non le rinnoverà il contratto da primo direttore ospite che scade a fine anno).
Poi il sindaco ne ha per tutti. Attacca i sindacati, che nel frattempo hanno chiesto le dimissioni del sovrintendente, Nicola Colabianchi: «Comincio a pensare che ci sia sotto qualcosa di politico».
Se la prende con gli abbonati che minacciano di disertare la Fenice se dovesse occuparne il podio la bacchetta sponsorizzata da Roma: «Quello che mi dice: io non vengo più perché sostiene che non sentirà più, con questa direzione, la nota musicale particolare, me ne farò una ragione».
A parte che sulla sintassi, insomma, il sindaco non cede. Accusa i ribelli, cioè tutti i lavoratori della Fenice, di «causarle un grave danno», e sull’affollatissima manifestazione pubblica di protesta del 17 ottobre scorso spiega che «il campo che ho concesso io» è servito ai sindacati «per aizzare la folla».
In quell’occasione, una pericolosa comunista come la contessa Barbara di Valmarana, già presidente degli Amici della Fenice, fece notare come il sindaco che pontifica di curricula direttoriali a teatro non si sia mai visto. Risposta di Brugnaro: «Bisogna andare a sentire la musica classica da riposati. Se ci arrivi stanchissimo, come me che mi alzo alle sei, ti cade l’entusiasmo».
E questo è il punto. Brugnaro e i pari suoi considerano la musica «colta» e il teatro d’opera mero intrattenimento, e pure più lungo e palloso di altri. Ieri impazzava sui social un esilarante video dove il sottosegretario alla Cultura, Gianmarco Mazzi, si esibisce in una supercazzola al cui confronto quelle del conte Mascetti sono Kant. Ma, riferendosi alle opere liriche come prodotto di un’epoca «pre-elettrica», Mazzi fa passare il messaggio che sono «troppo lunghe» e consiglia tagli.
Così quando si è obbligati a farsi vedere a teatro non si deve rinunciare a proprio tutta la puntata del Grande fratello. Rossini o Verdi, per tacere di Wagner, erano degli incontinenti musicali.Meglio Antani (con scappellamento a destra, ovvio).
(da La Stampa)
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Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
“’INGRASSATA’ DAL DENARO FACILE DEGLI ANNI DEI TASSI BASSI, L’INDUSTRIA TECH DIVENTA SEMPRE PIÙ REAZIONARIA E ALIENATA DAI SUOI CLIENTI”
C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui figure della Silicon Valley come Elon Musk e Marc Andreessen finanziavano e sostenevano candidati politici democratici.
Anche se talvolta rimpinguavano le casse di repubblicani favorevoli alle imprese, sembravano comunque incarnare in modo affidabile l’etica liberale che da sempre permea la scena tecnologica della California settentrionale.
A un certo punto, però, qualcosa si è rotto. Non si è trattato solo di un cambio di fedeltà politica: sono diventati guerrieri culturali, impegnati in una battaglia uscita dai confini di X (Twitter) per trasformarli in presenze fisse di Mar-a-Lago e della Washington dell’era Trump 2.0.
Come suggerisce il titolo del libro, “Gilded Rage”, l’autore Jacob Silverman ritiene che tutto questo sia molto più di una semplice questione di interesse personale o di divergenze politiche con i Democratici. In questo racconto, i tecnologi sono
ricchi e arrabbiati, e non hanno più intenzione di sopportare nulla.
“Gilded Rage” è un resoconto vivace e provocatorio su come alcune delle menti più brillanti della tecnologia siano passate a destra, anche se non fornisce una spiegazione del tutto completa.
Secondo Silverman, tutto iniziò con la crescita smisurata delle fortune tecnologiche negli anni dei tassi d’interesse bassi successivi alla crisi finanziaria del 2008.
“Ingrassata” dal denaro facile, scrive l’autore, l’industria tech divenne “sempre più reazionaria e alienata dalle persone che avrebbero dovuto essere i suoi clienti”.
È una critica ormai classica del periodo di Uber e WeWork: l’innovazione venne sostituita dal cinismo dello sfruttamento, mentre le startup abbandonavano la creatività per usare montagne di contanti allo scopo di schiacciare la concorrenza.
Un’analisi più equilibrata riconoscerebbe che ogni esplosione d’innovazione è seguita da una fase di assestamento, mentre la nuova tecnologia raggiunge il mercato di massa.
Più che un tradimento dello spirito originario della Silicon Valley, questa appare come una fase necessaria del ciclo tecnologico.
Qualunque ne sia l’origine, Silverman sostiene che la ricchezza e il potere enormi che ne seguirono abbiano rivelato forze reazionarie latenti. Quando gli spavaldi imprenditori tecnologici si accorsero di non ricevere il riconoscimento che credevano di meritare, esplosero in un impeto di risentimento.
L’autore definisce questo fenomeno come «una destra corporativista e tecno-fascista, il naturale territorio ideologico di
miliardari viziati che un tempo pensavano di poter rifare il mondo a propria immagine, salvo poi scoprire che la loro rivoluzione proposta incontrava la resistenza di attivisti per la privacy e i diritti dei lavoratori, regolatori, giornalisti e persone semplicemente non disposte ad accettare la visione offerta».
Questo aiuta a spiegare il bizzarro senso di risentimento che trasmettono alcuni miliardari di oggi, ma manca di sfumature. L’intensa frustrazione verso l’apparato amministrativo mostrata da persone come Musk, l’istinto libertario e il desiderio tipico degli uomini d’affari di avere meno regolamentazione e tasse più basse possono aver creato un cocktail tossico, ma Silverman non dimostra che ciò equivalga a un vero sostegno per il fascismo. Inoltre, concentrandosi su pochi estremisti anti-woke e rumorosi, l’autore ignora il più ampio adattamento dell’industria tecnologica alla nuova Casa Bianca di Trump.
Musk è la figura centrale del libro, anche se Gilded Rage si basa perlopiù su inchieste e interviste altrui, aggiungendo poco di nuovo sull’uomo. Il suo scivolamento verso lo zelo anti-woke su X viene attribuito al fatto che uno dei suoi figli è transgender, ma resta in parte un mistero come l’uomo più ricco del mondo si sia lasciato distrarre da un tentativo donchisciottesco di smantellare il governo federale.
Per molti lettori, però, più interessanti di Musk sono gli altri protagonisti della nuova destra tecnologica: Peter Thiel, da tempo spina dorsale intellettuale dei libertari della Silicon Valley, e investitori come Andreessen, David Sacks e Garry Tan. Queste figure sono diventate non solo importanti finanziatori, ma anche profeti e filosofi per una nuova generazione di imprenditori.
Silverman costruisce la sua tesi attraverso una serie disordinata di episodi, con risultati alterni. Un capitolo sulla partecipazione saudita in Twitter risale perlopiù a prima dell’acquisizione di Musk.
Un altro, che presenta i legami più stretti tra la tecnologia e il Pentagono come un’inquietante svolta a destra, trascura le origini militari della Silicon Valley e il fatto che fu Ash Carter, segretario alla Difesa sotto Obama, a voler costruire ponti con il nuovo establishment tecnologico.
Molte delle critiche di Silverman, però, colpiscono nel segno. Denuncia giustamente l’ipocrisia di un gruppo di sedicenti libertari che due anni fa invocò l’intervento del governo per salvare la Silicon Valley Bank, quando a rischio c’erano i loro stessi soldi.
E coglie bene il mutamento che ha visto start-up idealiste e ribelli trasformarsi in colossi aziendali che si presentano come campus utopici, ma si governano come stati di sorveglianza, con uffici dedicati al monitoraggio delle potenziali “minacce interne”.
Gilded Rage si conclude prima del caos e del fallimento del progetto governativo di Musk, il cosiddetto Doge Project, e dice poco sul modo in cui i CEO delle altre grandi aziende tech si sono lasciati usare come comparse nella dorata Casa Bianca di Trump.
Il focus ristretto su Musk e il suo gruppo lascia poco spazio a figure come Mark Zuckerberg, la cui nuova e spavalda personalità è una delle manifestazioni più interessanti della
correzione culturale in atto nella tecnologia.
Liberatosi dalle sue precedenti certezze liberal, Zuckerberg si è lamentato del fatto che il mondo degli affari sia diventato “culturalmente neutro” e che serva più “energia maschile”. Le sue strane dichiarazioni catturano perfettamente la ricerca goffa di un terreno comune tra l’etica libertaria e maschile della Silicon Valley e il populismo reazionario anti-woke del trumpismo.
Quanto durerà questa alleanza va oltre l’ambito del libro. Le spaccature con Musk e le divergenze su temi come l’immigrazione qualificata e il finanziamento della ricerca scientifica rivelano importanti differenze. Suggeriscono che il tecno-futurismo della Silicon Valley sarà sempre un abbinamento scomodo con le forze retrive e negative del trumpismo.
La recente minaccia di Musk di creare un nuovo partito politico è stata presto dimenticata e, ultimamente, l’Es incontrollato della Silicon Valley sembra aver ricucito i rapporti con il Super-Io della Casa Bianca. Ma la loro rottura ha comunque il sapore di un presagio di ciò che verrà.
Richard Waters
per il “Financial Times”
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Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
MACRON E STARMER SONO PRONTI A SPEDIRLI A KIEV, MENTRE GIORGIA MELONI È CONTRARIA – LA CHEERLEADER TRUMPIANA ASPETTA CHE “THE DONALD” PRENDA UNA POSIZIONE CHIARA
Consegnare più armi all’Ucraina, inclusi i missili a lungo raggio per permettere all’esercito di
Volodymyr Zelensky di colpire gli obiettivi strategici in territorio russo. Allargare la platea dei Paesi aderenti al progetto per finanziare un prestito a Kiev attraverso l’uso degli asset finanziari di Mosca congelati, coinvolgendo il Regno Unito e – se possibile – anche la Norvegia. E intensificare le sanzioni nel settore petrolifero per «tagliar fuori» la Russia dal mercato energetico globale.
Sono le tre carte che la Coalizione dei Volenterosi intende giocare per costringere Vladimir Putin a sedersi al tavolo negoziale, anche se ovviamente la differenza potrà farla soltanto il jolly Donald Trump. Che in questo momento sembra essere della partita, ma domani chissà.
Gli oltre trenta Paesi che sostengono Kiev si sono ritrovati ieri per una nuova riunione in formato ibrido: alcuni sono andati fisicamente a Londra per sedersi accanto a Zelensky e al padrone di casa Keir Starmer. Altri hanno invece preferito partecipare da remoto.
A differenza delle precedenti riunioni, questa volta il fulcro della discussione non è stato il ruolo da giocare nella fase post-conflitto […] bensì la strategia da adottare per «fare pressioni sulla Russia» proprio nel momento in cui – secondo il segretario generale della Nato, Mark Rutte – «Putin sta perdendo soldi, truppe e idee».
L’olandese è appena tornato dalla missione a Washington e ha dato garanzie sulla solidità dell’asse euroatlantico, ma proprio nelle scorse ore è arrivato negli Stati Uniti Kirill Dmitriev, il rappresentante di Putin per la cooperazione economica all’estero. Oggi incontrerà a Miami l’inviato speciale della Casa Bianca, Steve Wiktoff e altri rappresentanti dell’amministrazione americana.
Dopo la cancellazione del summit Putin-Trump a Budapest e dopo il fallimento del dialogo tra il segretario di Stato americano, Marc Rubio, e il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, i due inviati si incontreranno per capire se ci sono margini per far ripartire un processo bruscamente interrotto.
In questo contesto, l’iniziativa di Londra è vista come fumo negli o chi dal Cremlino, con Dmitriev che ha denunciato «il tentativo dei Paesi europei, compresa la Gran Bretagna, di far fallire ogni dialogo diretto tra il presidente Putin e il presidente Trump».
Ma secondo Starmer, «Putin è l’unica persona che non vuole far finire la guerra in Ucraina», il fronte europeo è «più che mai unito» nel sostenere Kiev e «sta con Trump». Zelensky ha detto
agli alleati di respingere «qualsiasi presunto di scambio di territori che premi l’aggressore o incoraggi future aggressioni».
Per questo è tornato a chiedere missili a lungo raggio perché «per portare Putin al tavolo negoziale bisogna fargli soffrire delle perdite sul territorio». Inoltre, ha scandito che l’intento del Cremlino è di innescare «un disastro umanitario in Ucraina questo inverno».
Starmer ha bollato come «ridicole» le richieste di Putin sui territori, mentre il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che fornirà all’Ucraina i caccia Mirage e altri missili di difesa aerea Aster. Starmer ha spiegato che sono in corso discussioni sulla fornitura di missili a lungo raggio, senza però entrare nei dettagli.
Rutte ha messo le mani avanti dicendo che la decisione sull’eventuale consegna dei Tomahawk spetta agli Stati Uniti, anche se giovedì, al vertice di Bruxelles, Zelensky aveva ricordato che alcuni Paesi europei ne sono dotati.
Sul fronte del sostegno all’Ucraina, il riferimento esplicito all’utilizzo degli asset finanziari russi, sparito dal testo di conclusioni del Consiglio europeo, è invece entrato in quello della Coalizione dei Volenterosi, firmato dai co-presidenti Macron e Starmer. Nel documento c’è infatti un passaggio che sottolinea l’intenzione di «elaborare opzioni per utilizzare l’intero valore dei beni sovrani russi immobilizzati» e che questo «dovrebbe essere in aggiunta ai flussi già esistenti di aiuti militari bilaterali, che non diminuiranno».
Ursula von der Leyen ha confermato che la Commissione presenterà «opzioni» per finanziare il prestito a Kiev e il premier britannico si è detto della partita. L’eventuale ingresso del Regno Unito potrebbe servire a rassicurare alcuni Paesi, incluso il Belgio, che insistono per una maggiore condivisione degli oneri.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
IL TYCOON APRE ALLA RICHIESTA DELLA COREA DEL NORD DI ESSERE RICONOSCIUTA COME STATO NUCLEARE COME PRECONDIZIONE PER IL DIALOGO CON WASHINGTON: “BEH, PENSO CHE SIANO UNA SORTA DI POTENZA NUCLEARE, HANNO MOLTE ARMI NUCLEARI…”
“Mi piacerebbe, lui sa che stiamo andando lì”. Così il presidente statunitense Donald Trump ha risposto a una domanda dei giornalisti su un eventuale incontro con il leader nordcoreano Kim Jong Un nella sua visita in Asia, durante la quale vedrà il presidente cinese Xi Jinping in Corea del Sud.
“Non lo so, gliel’abbiamo fatto sapere, sa che sto andando”, ha aggiunto Trump che ha incontrato Kim l’ultima volta nel 2019 durante il suo primo mandato. “Mi trovo molto bene con lui”, ha concluso.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha affermato che la Corea del Nord è “una sorta di potenza nucleare”, mentre lasciava gli Stati Uniti per l’Asia, in un viaggio che potrebbe includere un incontro con il leader di Pyongyang, Kim Jong Un.
Alla domanda a bordo dell’Air Force One se fosse aperto alla richiesta della Corea del Nord di essere riconosciuta come stato nucleare come precondizione per il dialogo con Washington, Trump ha risposto: “Beh, penso che siano una sorta di potenza nucleare. Quando dici che devono essere riconosciuti come una potenza nucleare, beh, hanno molte armi nucleari, lo dico.”.
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
AUMENTO DELL’ETA’ PENSIONABILE, MANCANZA DI RISORSE PER IL RINNOVO DEI CONTRATTI E CARENZE IN ORGANICO
Da quando è stata varata la manovra 2026 ha già scatenato diverse polemiche: dal contributo
richiesto alle banche, al centro dello scontro tra Lega e Forza Italia, al giallo attorno all’aumento della tassa sugli affitti brevi, passando per la preoccupazione dei Comuni di fronte ai numerosi tagli che minacciano i servizi essenziali per i cittadini e per l’insoddisfazione della mondo sanitario per le “briciole” lasciate a medici e infermieri. Insomma da più parti, così com’è stata presentata, la prossima legge di bilancio non piace. E scontenta pure le forze dell’ordine, che hanno criticato le norme sull’aumento dell’età pensionabile, l’assenza di risorse per il rinnovo dei contratti e la mancata pianificazione di nuove assunzioni che colmino la grave carenza di organico.
Cosa dice la legge di bilancio su pensioni e stipendi per gli agenti
Il testo, va precisato, non è definitivo e in Parlamento subirà modifiche e correzioni prima dell’approvazione definitiva, attesa per fine dicembre. I sindacati delle forze dell’ordine hanno chiesto un intervento sul provvedimento, a partire dalla norma che riguarda le pensioni e che prevede un aumento dell’età pensionabile per i prossimi anni.
In particolare, all’articolo 42 della bozza della manovra si legge:
la disposizione prevede, con riferimento al personale militare delle Forze armate, compresa l’Arma dei carabinieri, del Corpo della guardia di finanza, nonché del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile e del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, a decorrere dal 1° gennaio 2027, in via aggiuntiva all’adeguamento dei requisiti di accesso al pensionamento alla variazione della speranza di vita, un ulteriore incremento di tre mesi dei requisiti di accesso al sistema pensionistico inferiori a quelli vigenti nell’assicurazione generale obbligatoria e soggetti al predetto adeguamento alla variazione della speranza di vita. Dalla disposizione derivano effetti positivi per la finanza pubblica e, in particolare, a carattere strutturale sul versante pensionistico per effetto del posticipo del pensionamento, in grado sostanzialmente di compensare gli effetti strutturali di anticipo del pensionamento previsti dalla presente disposizione, garantendo pertanto il grado di sostenibilità di medio lungo termine del sistema pensionistico, delle finanze pubbliche e del debito pubblico già previsto a legislazione vigente. Per quanto attiene in particolare agli effetti di breve periodo, attese le
specificità di settore sia in termini occupazionali sia di interazione con specifici istituti vigenti, ferma restando la valutazione di positività complessiva dell’intervento per la finanza pubblica, gli effetti finanziari specifici della disposizione verranno prudenzialmente registrati a consuntivo.
Le critiche
Questa misura fa il paio con mancata previsione di fondi per aumenti e assunzioni, lasciando deluse le forze dell’ordine a cui il governo Meloni ha finora promesso aiuti e sostegni. “La bozza della legge di bilancio 2026 dimostra una disattenzione grave nei confronti delle Forze dell’Ordine. Molte delle misure contenute sembrano pensate per colpire più che per sostenere”, hanno dichiarato in una nota Stefano Paoloni, Domenico Pianese, Valter Mazzetti e Pietro Colapietro, rispettivamente segretari generali dei sindacati di polizia Sap, Coisp, Fsp Polizia e Silp Cgil. “All’articolo 42, ad esempio si prevede un innalzamento dell’età pensionabile: di 3 mesi nel 2026, di 4 nel 2027. Un paradosso se pensiamo al logoramento psicofisico che il nostro lavoro comporta”, hanno sottolineato.
“Nessuna traccia, poi, di assunzioni straordinarie; nessuna misura concreta per colmare il vuoto di oltre 10mila agenti e nemmeno la copertura integrale dei pensionamenti: con il limite del 75%, nel 2026 perderemo altri 1300 poliziotti. Una voragine che si allarga mentre si chiedono sempre più sacrifici a chi è rimasto in servizio”. Anche sul fronte economico i sindacati si dicono “preoccupati da quello che appare un disinteresse: nessuno stanziamento per la ‘specificità’ della nostra professione, per il contratto dell’area dirigenziale e per la
previdenza complementare/dedicata, quanto mai necessaria. Non è questo il modo di trattare e considerare chi, portando una divisa, cerca quotidianamente, tra mille difficoltà e con spirito di sacrificio, di garantire sicurezza e benessere per tutta la comunità. Siamo fortemente amareggiati”, concludono.
(da Fanpage)
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Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
“CON 220 DENUNCE DOVREI ESSERE ARRRABBIATO, MA HO GRANDISSIMO RISPETTO PER LA MAGISTRATURA”
«Io non voglio che ritirino le querele contro di me, io voglio vincere sul campo, non per assenza di giocatori». A parlare è Sigfrido Ranucci, il giornalista finito sotto i riflettori mediatici dopo che una bomba rudimentale ha fatto saltare in aria la sua auto e quella della figlia, parcheggiate di fronte a casa. Nei giorni scorsi, una serie di figure vicine al conduttore di Report aveva sottolineato l’ipocrisia dei politici che avevano espresso solidarietà al giornalista pur avendolo querelato per alcune sue inchieste. Da Radio1, l’ex ministro Francesco Storace aveva subito proposto il ritiro delle querele da parte di tutti i politici che avevano preso di mira il giornalista Sulla questione interviene ora lo stesso Ranucci, che arrivando all’Assemblea dell’Anm precisa: «Non voglio che ritirino le querele contro di me, ma vorrei che se un politico denuncia un giornalista, sapendo che quello che il giornalista ha detto è vero, poi paghi. E paghi anche salato».
«Ho grandissima fiducia nella magistratura»
In occasione dell’Assemblea dell’Anm, il giornalista Rai dice la sua sullo stato di salute della giustizia italiana e sulla riforma della magistratura del governo Meloni: «L’Associazione nazionale dei magistrati deve cominciare a ragionare in maniera meno correntizia, perché è un vizio politico quello delle correnti». E poi aggiunge: «Io ho grandissimo rispetto e grandissima fiducia nella magistratura come cittadino italiano,
nonostante abbia un numero di denunce enorme, 220, e quindi dovrei essere quello più arrabbiato. Basterebbe però approvare la legge sulle liti temerarie, perché quella che c’è adesso non mi sembra funzioni un granché».
(da agenzie)
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Ottobre 25th, 2025 Riccardo Fucile
ALL’ORIGINE LA “RICERCA DI PRESTIGIO PERSONALE”
Arresti in flagranza «costruiti» a tavolino, perquisizioni motivate da segnalazioni mai esistite,
inseguimenti inventati di sana pianta. Tutto, almeno secondo la tesi dei pm, per guadagnare visibilità, elogi e fare carriera. Sette poliziotti della Questura di Milano, tutti in servizio alle volanti, sono finiti sotto inchiesta per falso in atto pubblico e perquisizione arbitraria. Al momento, scrive il Corriere di Milano, due di loro sono stati trasferiti in altre città, mentre gli altri cinque sono stati assegnati a mansioni diverse.
L’episodio della prima denuncia
L’indagine, coordinata dal procuratore Marcello Viola e dalla pm Francesca Celle, è scattata in seguito alla denuncia presentata lo scorso agosto da un uomo arrestato a Quarto Oggiaro per detenzione illegale di un’arma. Secondo la versione messa a verbale dagli agenti, la perquisizione dell’abitazione e della cantina dell’uomo era scattata «d’iniziativa», dopo una presunta notizia confidenziale che segnalava la presenza di una pistola, con l’uomo che sarebbe stato colto in flagrante mentre cercava di recuperarla. Peccato che gli accertamenti successivi abbiano raccontato tutta un’altra storia. L’arma, sostengono gli inquirenti, si è rivelata una pistola antica, priva di potenziale offensivo. L’arresto è stato revocato poche ore dopo. E il presunto colpevole ha deciso di denunciare gli agenti: «Stavo dormendo al settimo piano, sono stati loro a bussare alla porta».
L’inseguimento (inventato) per le strade di San Siro
La querela ha fatto riemergere un altro episodio sospetto, avvenuto il 4 novembre dello scorso anno in via Ricciarelli, nel quartiere San Siro. Anche in quel caso, gli stessi agenti avevano raccontato di essere intervenuti d’urgenza dopo una soffiata su un appartamento che nascondeva gioielli rubati. Nel verbale si parlava di un inseguimento da film, con uno dei sospettati che avrebbe lanciato per aria un involucro con della droga prima di essere fermato e la moglie che nel frattempo tentava di nascondere la refurtiva in casa. Anche in questo caso, una ricostruzione spettacolare. Ma falsa, secondo la procura.
Le ipotesi dei pm sulla «ricerca di prestigio personale» dei poliziotti
Gli investigatori della Mobile, che sorvegliavano da mesi la palazzina in segreto per un’indagine più ampia sul traffico di merce rubata, hanno visionato le telecamere, scoprendo che non c’è stata alcuna fuga o inseguimento. Gli agenti si sono presentati direttamente nell’appartamento, come se sapessero già dove cercare. Secondo i pm, questi episodi non sono collegati a vantaggi economici o corruzione, ma semplicemente a una ricerca di prestigio personale e riconoscimenti interni. I sette agenti, che all’epoca dei fatti lavoravano all’Ufficio prevenzione generale o erano distaccati temporaneamente alle volanti, sono stati ascoltati nelle scorse settimane. Due di loro hanno dichiarato di aver soltanto firmato gli atti, senza partecipare materialmente ai blitz. Gli altri cinque si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.
(da agenzie)
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