Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
PREVISTA UNA NORMA AD HOC PER FARE UNO “SCONTO” ALLE SOCIETÀ DI ASSICURAZIONE, CHIESTI FINANZIAMENTI A ENTI E TEATRI “AMICI” (VEDI LA FONDAZIONE TEATRALE “AMILCARE PONCHIELLI” DI CREMONA). E POI LA CONSUETA NOMINA DI COMMISSARI STRAORDINARI
Una norma ad hoc per le società di assicurazioni. Una pioggia di risorse a fondazioni
e comuni. E la solita scorribanda a favore di commissari straordinari. Il decreto Anticipi, che corre in parallelo alla legge di Bilancio in esame alla Camera, sta diventando il piano B per elargire mancette lontano da occhi indiscreti. L’attenzione è infatti rivolta alla manovra, che ha avviato l’iter al Senato, travolta dalle polemiche.
A Montecitorio il decreto Anticipi è un altro assalto alla diligenza della maggioranza con emendamenti talvolta a rischio di inammissibilità: molti sono sub judice. Anche per operazioni che non richiedono esborsi.
Il deputato di FdI, Andrea Mascaretti, ha orchestrato un intervento che fa tirare un sospiro di sollievo alle compagnie assicurative. La sua proposta di modifica non mette fondi, ma punta a smontare un pezzo della legge sull’economia dello spazio (seguita in parlamento proprio da Mascaretti, ingegnere spaziale), approvata nei mesi scorsi, che obbliga le società alla stipula di contratti assicurativi a copertura di eventuali danni connessi all’attività spaziale con un massimale di 100 milioni di euro per incidente.
L’emendamento cancella questa somma che andrebbe rimodulata con un decreto del ministero delle Imprese e soprattutto elimina «l’azione diretta contro l’assicuratore per il risarcimento del danno subito», come riporta l’attuale norma.
Se a Firenze il teatro della Toscana, affidato a Stefano Massini, subisce il declassamento, nel decreto Anticipi la destra, in particolare la Lega, va a caccia di risorse per aiutare teatri ed enti vicini, da un punto di vista territoriale e culturale.
Un emendamento attinge dallo stanziamento per l’assunzione di personale nella cabina di regia, rientrante nella riforma del mercato dei capitali, del Mef. L’organismo ancora deve partire e i fondi rischiano di andare perduti.
Allora si punta a dare, per il bilancio 2025, 300mila euro alla fondazione teatro Amilcare Ponchielli di Cremona, per la realizzazione del Monteverdi festival. La prima firma della proposta è della deputata leghista, Silvana Comaroli, eletta nel collegio di Cremona.
Restando Lombardia, altri 250mila euro potrebbero essere destinati, per il Giubileo (che sta finendo), al comune Sotto il Monte Giovanni XXIII, in provincia di Bergamo, noto per aver dato i natali a san Giovanni XXIII. Stessa cifra, sempre a
copertura delle spese dell’anno giubilare, dovrebbe finire nelle casse del comune di Pietrelcina, nel beneventano, località natia di Padre Pio.
Il capogruppo di Forza Italia, Paolo Barelli, invece propone di stanziare un milione di euro per l’Università di Roma Tor Vergata per sostenere un progetto di letteratura.
Non mancano poi le disposizioni su misura. È il caso della norma che modifica l’istituzione del commissario straordinario per il polo logistico Alessandria smistamento, città che è feudo politico del capogruppo leghista alla Camera, Riccardo Molinari.
Nell’attuale versione, se fosse stato nominato commissario un dipendente pubblico, sarebbe stato messo in automatico fuori ruolo per la durata dell’incarico. Con l’emendamento (firmato da Comaroli) il futuro commissario potrebbe conservare il doppio ruolo, rendendo più ampio il raggio di scelta.
L’altra leghista, Elena Maccanti, chiede che per il commissario dei lavori della Linea 2 della metropolitana della città di Torino venga prevista «l’apertura di una contabilità speciale». Mentre per il commissario del sistema idrico del Gran Sasso si lavora al finanziamento di 3,9 milioni di euro, dal 2026 al 2028.
Immancabili le richieste di finanziamenti per infrastrutture. Il forzista Mauro D’Attis vuole dare 5 milioni «alla ristrutturazione dell’impianto natatorio comunale Daniela Samuele» di Milano. La leghista Elena Montemagni propone lo stanziamento di 74,5 milioni di euro per risolvere le «pendenze in essere con i concessionari uscenti» per varie autostrade, tra cui quella che riguarda la sua Viareggio.
La deputata di FdI, Ylenia Lucaselli, pensa all’istituzione di un “fondo Tech” con un costo di 59 milioni di euro per 2026 e di 18 milioni di euro per il biennio successivo. Insomma, la solita cascata di mance.
(da Domani)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
NON SOLO RIMANE UN MISTERO QUALI PAESI INVIERANNO I LORO UOMINI, MA NON È CHIARO COSA ANDRANNO A FARE
La risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite su Gaza, approvata lunedì sera, è stata definita un successo di Washington, ma tanti sono ancora i nodi da sciogliere affinché il piano Trump possa passare alla fase due.
Il voto arriva dopo due anni di bombardamenti israeliani, che hanno causato oltre 70.000 morti, raso al suolo circa il 70% degli edifici. Inoltre vede l’astensione di Mosca e Pechino, dato che ne rende già vaghi i contorni politici. Ma l’elemento più importante della risoluzione riguarda l’istituzione di una forza
internazionale di stabilizzazione che dovrebbe entrare nella zona orientale della Striscia di Gaza attualmente controllata da Israele rendendo possibile il ritiro dell’Idf e l’inizio della ricostruzione, tema che sta particolarmente a cuore alla Casa Bianca.
Non è però ancora chiaro quali Paesi invieranno i loro soldati per formare questa forza, né quale sarà esattamente il suo mandato, se alle truppe verrà chiesto di disarmare Hamas e le sue migliaia di combattenti sopravvissuti, e come verrà chiesto loro di farlo. Non a caso sia l’Azerbaigian che gli Emirati Arabi Uniti […] hanno rinunciato per evitare che i loro soldati possano finire a combattere contro i miliziani.
Hamas d’altro canto ha respinto la risoluzione delle Nazioni Unite, affermando che coinvolgere la forza internazionale di stabilizzazione nel disarmo la trasformerebbe di fatto in una longa manus di Israele.
Che la smilitarizzazione di Gaza sia faccenda complessa è chiaro a tutti. Anche a Washington, dove mettono già nel conto che Hamas mantenga il controllo della metà occidentale di Gaza (oltre la linea gialla), mentre la ricostruzione inizierà nella metà orientale controllata da Israele.
I più ottimisti sottolineano come la risoluzione ri-specchi un nuovo approccio di Trump
Le fantasie dei ministri della destra messianica, Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, sono state messe a tacere, sostituite da un piano internazionale che include le forze arabe a Gaza e un «percorso verso» lo Stato palestinese. Ma certo non è abbastanza per garantire la pace, la protezione dei civili e tantomeno il rispetto del diritto internazionale.
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
LA CLASSIFICA DEI DONATORI A KIEV È GUIDATA DAGLI USA, CON ORDIGNI PER UN VALORE DI 64,6 MILIARDI DI DOLLARI. SEGUONO LA GERMANIA, CON 17,7 MILIARDI E IL REGNO UNITO, CON 13,8 MILIARDI… PAESI MEDIO PICCOLI COME DANIMARCA, OLANDA, SVEZIA HANNO MOBILITATO TRA I 9 E I 7 MILIARDI DI DOLLARI. PIÙ DELLA FRANCIA, 6 MILIARDI. LA POLONIA, CON 3,6 MILIARDI. L’ITALIA SI FERMA A 1,7 MILIARDI IN TRE ANNI E MEZZO
Il flusso è cominciato subito dopo l’attacco russo, il 24 febbraio del 2022. Il «Kiel
Institute», centro studi tedesco, monitora le mosse di 42 Paesi. L’ultima statistica parte dall’inizio del conflitto e arriva fino al 31 agosto del 2025. Le cifre mostrano uno scenario in evoluzione.
Gli Usa restano in testa alla classifica dei donatori, con ordigni per un valore di 64,6 miliardi di dollari, accumulati prima della svolta trumpiana.
Ma salgono la Germania, con 17,7 miliardi e il Regno Unito, con 13,8 miliardi. Tuttavia, il dato politico più interessante è un altro: negli ultimi mesi si è formato un blocco nordico che sta assumendo un ruolo guida nel sostegno militare. Paesi medio piccoli come Danimarca, Olanda, Svezia hanno mobilitato tra i 9 e i 7 miliardi di dollari. Più della Francia, 6 miliardi.
Poi c’è il fianco Est. La Polonia, con 3,6 miliardi, contribuisce con una cifra più che doppia rispetto all’1,7 dell’Italia e più che quadrupla rispetto allo 0,79 della Spagna. Il dialogo tra i militari di Kiev e alcune capitali europee sta diventando sempre più intenso. Vediamo alcuni esempi.
Varsavia è il riferimento numero uno per i carri armati: ne ha inviati in Ucraina 354, anche se in gran parte versioni più o meno aggiornate dei vecchi T-72 di fabbricazione sovietica.
Poi ecco il blocco del Nord: Olanda, 104; Danimarca 94. Più dei 76 tank spediti dagli americani, tra i quali figurano solo 31 Abrams moderni. In prima fila c’è, naturalmente, la Germania. Per mesi il governo guidato da Olaf Scholz ha esitato. Oggi risultano spediti 60 Leopard, in due modelli.
Ma pare che questi carri così attesi abbiano dato risultati deludenti. Nella prima fase della guerra si è rivelata cruciale l’artiglieria, incardinata sulle batterie Howitzers. Qui, l’apporto combinato degli europei ha superato quello degli Stati Uniti.
Gli Usa hanno messo in campo 210 pezzi; la Germania 110; il Regno Unito, 94; l’Italia 76; la Francia 69 e la Danimarca 42. Nella contraerea, però, il contributo americano rimane ineguagliato. Negli ultimi tre anni, Washington ha dato agli ucraini 41 piattaforme multi lancio Himars, i più efficaci. La Germania ne ha consegnate solo tre.
Prima dello stop deciso da Trump, gli Usa avevano inviato tre missili Patriot, oltre a 13 batterie di missili terra-aria Nasams. Zelensky è alla perenne ricerca di Patriot. Finora la Germania gliene ha concessi tre. Italia e Francia hanno partecipato con tre Samp-T, un sistema simile, ora però a corto di munizioni.
La Danimarca è stato il primo Paese a investire nell’industria militare ucraina, specie nel settore decisivo dei droni. È una formula che piace molto a Kiev e che viaggia in parallelo con la razionalizzazione dell’assetto europeo.
Un percorso non semplice, come testimoniano le tensioni tra Francia e Germania che rischiano di affossare il progetto del
caccia di nuova generazione, il Fcas (Future combat air system). L’azienda francese Dassault Aviation chiede di avere più peso ai partner tedeschi e spagnoli. La risposta è attesa nelle prossime settimane. In gioco un affare da 100 miliardi di euro.
(da Corriere della Sera)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
DI FRONTE A UN REATO EVIDENTE DI VIOLENZA PRIVATA, PIANTEDOSI NON HA NULLA DA DIRE? … AL CONSIGLIERE DI MUNICIPIO DEL PD CHE ANCORA GIUSTIFICA QUESTA FOGNA UNA SOLA PAROLA: VERGOGNATI!
Una protesta di una ventina di persone ha bloccato l’ingresso in una casa popolare da parte di una famiglia assegnataria di origine rom in viale della Venezia Giulia. È successo ieri 18 novembre tra i quartieri di Villa Gordiani e Collatino a Roma, dove un piccolo corteo ha sfilato fra i lotti di edilizia residenziale sociale per impedire alla famiglia con tre bambini di prendere possesso di una casa assegnata regolarmente dal Comune.
La serratura dell’appartamento è stata trovata manomessa e a sostenere la protesta ci sarebbero membri del movimento di estrema destra ‘Roma ai Romani’, fondato nel 2017 dal neofascista Giuliano Castellino e collegato al partito ‘Indipendenza’ dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, ora in carcere.
Una famiglia con tre figli non riesce a entrare nella casa
assegnata
“Case agli italiani” e “Via dai nostri quartieri” gli slogan. Mentre un residente ha aggiunto “Ci teniamo a specificare che questa protesta non è contro la famiglia assegnataria, ma serve più che altro a denunciare una situazione che è giunta al limite della sopportazione”. Intanto, sono quelle persone, con tre figli di cui il più grande di 13 anni, a non avere un tetto sopra la testa. Venivano dal campo di via Salviati, a Tor Sapienza e l’11 novembre scorso hanno ricevuto le chiavi da parte del Comune.
In questo quadrante della Capitale la prima assegnazione di un alloggio a famiglie rom è avvenuto nel 2020, con tre nuclei, poi nessuna nel 2021 e una nel 2023, ma anche nel centrosinistra c’è chi ha sostenuto la rivolta contro l’ingresso. Come Claudio Poverini, capogruppo del Partito Democratico al Municipio V: “È disdicevole quello che è successo, ma la gente delle case popolari è esasperata da una somma di problemi, queste situazioni devono essere affrontate con tranquillità. È necessario parlare con la cittadinanza prima di fare questi inserimenti”. Intanto l’estrema destra torna ad alimentare l’odio contro una pericolosa invasione di quattro famiglie.
(da Fanpage)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
AVVIENE IN UNO STABILE POPOLARE DI PAVIA: “HO DENUNCIATO BOTTE E MINACCE DI MORTE, DICONO DI AVERE PAZIENZA”… MA LO STATO CHE TUTELA I CITTADINI DOV’E’?
Trentasei anni, di cui quasi quindici trascorsi in Italia in cerca di un futuro per sé e
per le sue figlie, Reine Atadieu Djomkam non nasconde l’amarezza nel raccontare a Fanpage.it come ha visto infrangersi i suoi sogni: “Quando sono partita dal Camerun – ricorda Reine -, credevo che in Italia fosse tutto bello come lo vedevo in tv, che ci fossero persone pronte ad accogliere chi come me non ha prospettive nel Paese dove è nato, mai avrei immaginato di trovarmi nella situazione in cui sono oggi”.
Insulti, aggressioni, minacce
Dopo essersi separata dal compagno, la 36enne è riuscita a ottenere un alloggio popolare nella periferia nord di Pavia: “Ero contenta – spiega -, anche perché, non avendo un impiego stabile, per me è impossibile, economicamente, sostenere un contratto d’affitto sul libero mercato”. Ma i problemi emergono da subito: “Già durante il trasloco l’inquilino del piano sotto il nostro aveva mostrato totale intolleranza per ogni tipo di rumore, dato ovviamente dal fatto che stavamo arredando l’appartamento”.
Il peggio però si manifesta nella quotidianità: “Ci chiama ‘africane di mer*’ – racconta Reine -, ogni volta che passiamo sul pianerottolo [l’edificio è sprovvisto di ascensore, ndr] ci intima di tornarcene al nostro Paese e spesso arriva alle mani, lo ha fatto anche con la mia figlia più grande mentre andava a scuola. Le ha detto che poi sarebbe andato ad ammazzare me”.
I video e le denunce
“Questa situazione va avanti ormai da quasi cinque anni – dice Reine -, ma all’inizio nessuno mi credeva, perché era la mia parola contro la sua. È stato così che ho iniziato a documentare le molestie che subivamo io e le mie figlie: dai biglietti di insulti lasciati sulla porta alle aggressioni fisiche e verbali”.
“Ho denunciato più volte, l’ultima all’inizio di agosto 2025 – precisa la donna -, quando questo signore mi ha fatta finire al pronto soccorso dopo avermi colpita in fronte con un porta giornali. Diceva ‘Se sali ancora da queste scale ti scanno come un maiale, sono nel mio Paese”.
E in effetti il video, registrato da una delle figlie di Reine, che implora l’uomo di non fare del male a sua madre, è
agghiacciante. “Le forze dell’ordine, intervenute più volte, ci hanno consigliato di uscire di casa il meno possibile per evitare di incontrarlo – spiega Reine -, ma come si fa a vivere così? In cinque anni le mie figlie non sono mai andate al parco sotto casa perché hanno paura. E ce l’ho anche io, perché se mi incontra mi aggredisce, anche per strada, al supermercato, mentre sono in macchina… E solo perché per lui non dovrei essere qui”.
Aler e le soluzioni proposte
Più persone si sono mobilitate per evitare una tragedia annunciata e Aler, l’azienda lombarda di edilizia residenziale proprietaria dello stabile, ha ricevuto plurime segnalazioni sulla vicenda, non solo dall’inquilina interessata, ma anche dall’Assemblea per il diritto alla casa e da Non una di meno Pavia.
“Finora mi hanno detto di avere pazienza, che l’alternativa era cercarmi da sola un alloggio da un privato – riferisce Reine -, dicono che stanno prendendo in carico la situazione, ma io e le mie figlie viviamo nella paura dal 2021”. Nonostante diversi solleciti, Aler non ha risposto alla richiesta di un confronto avanzata da Fanpage.it, ma proprio il giorno successivo all’intervista, Reine ci ha chiamati: “Finalmente, dopo tutti questi anni, mi hanno portata a vedere una casa alternativa, so che non dovrei essere io ad andarmene, ma pur di uscire da questa situazione mi va bene tutto. Però – precisa – prima di cantare vittoria voglio avere le chiavi del nuovo alloggio, visto che già una volta mi hanno fatto visitare un appartamento per poi dirmi che non me lo potevano dare”.
(da Fanpage)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
A METTERE LA BOMBA DUE CITTADINI UCRAINI CONDANNATI A LEOPOLI E SCAPPATI IN BIELORUSSIA AL SERVIZIO DI MOSCA
L’attentato alle ferrovie polacche è stato eseguito da due cittadini ucraini che avevano collaborato con l’intelligence russa e per questo erano fuggiti in Bielorussia. Lo ha fatto sapere il primo ministro Donald Tusk. L’esplosione si è verificata sulla linea Varsavia-Lublino, che collega la capitale polacca al confine con l’Ucraina. Ed è stata preceduta da un’ondata di incendi dolosi, sabotaggi e attacchi informatici. Verificatisi in Polonia come in altri paesi europei.
Varsavia si sente sotto il mirino di Mosca da quando la Polonia è diventata uno degli snodi degli aiuti a Kiev. «L’informazione più importante è che… abbiamo identificato le persone responsabili degli atti di sabotaggio», ha detto Tusk ai suoi parlamentari. Aggiungendo che si trattava di ucraini che avevano collaborato con l’intelligence russa per «molto tempo». «In entrambi i casi siamo certi che il tentativo di far saltare in aria i binari e la violazione dell’infrastruttura ferroviaria siano stati intenzionali. E che il loro scopo fosse quello di causare una catastrofe nel traffico ferroviario», ha affermato. La Russia ha ripetutamente negato di essere responsabile di atti di sabotaggio e martedì il Cremlino ha respinto le accuse di coinvolgimento.
Le accuse alla Russia
«La Russia è accusata di tutte le manifestazioni della guerra ibrida e diretta in atto», ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov a un giornalista della televisione di stato russa. «In Polonia, diciamo, tutti cercano di anticipare la locomotiva europea in questo senso. E la russofobia, ovviamente, sta
fiorendo lì». L’incaricato d’affari russo in carica in Polonia Andrej Ordaš ha dichiarato all’agenzia di stampa russa RIA di essere stato convocato al ministero degli Esteri polacco per una riunione, senza spiegare il motivo della chiamata. Il ministero degli Esteri ucraino ha affermato che gli incidenti dimostrano che, insieme all’invasione dell’Ucraina, la Russia sta «conducendo una guerra ibrida su vasta scala contro l’Europa, contro i nostri alleati. Cercando di rompere l’unità dei partner nell’assistenza all’Ucraina e, in generale, di destabilizzare la situazione».
Gli attentati
Nel primo incidente, avvenuto nel villaggio di Mika, un ordigno esplosivo è stato fatto esplodere sui binari al passaggio di un treno merci. Utilizzando un dispositivo collegato tramite un cavo lungo 300 metri. Parte dell’esplosivo non esploso è stato recuperato sul posto, ha dichiarato Tusk. Il quale ga aggiunto che altri treni avevano attraversato il tratto di binario interessato prima che uno si fermasse. In un secondo incidente vicino a Pulawy, una morsa d’acciaio è stata installata sui binari con il probabile scopo di far deragliare il treno. Un telefono cellulare collegato a un power bank era stato posizionato nelle vicinanze per registrare l’accaduto.
I sospettati
Uno dei sospettati era già stato dichiarato colpevole da un tribunale di Leopoli per aver partecipato a un sabotaggio in Ucraina, ma non era stato incarcerato in Bielorussia, ha affermato Tusk. «La Polonia è in costante contatto con i servizi segreti dei paesi alleati e faremo tutto il possibile per perseguire questi individui», ha affermato. Intanto aerei polacchi e alleati
sono stati schierati mercoledì mattina per garantire la sicurezza dello spazio aereo polacco dopo che la Russia ha lanciato attacchi aerei contro l’Ucraina occidentale, vicino al confine con la Polonia, hanno dichiarato le forze armate del paese membro della Nato. «Sono state inviate in volo coppie di caccia a reazione rapida e un aereo di allerta precoce, e i sistemi di difesa aerea e di sorveglianza radar basati a terra hanno raggiunto il massimo stato di allerta», ha dichiarato il comando operativo polacco in un post su X.
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX CAPO DELL’UFFICIO STUDI DI VIA NAZIONALE SPEIGA PERCHE’ L’EMENDAMENTO VOLUTO DALLA MELONI E’ INUTILE E DANNOSO
L’oro di Bankitalia agli italiani? È già così. E ridurre le riserve auree potrebbe essere
un pericolo. Salvatore Rossi, ex responsabile dell’Ufficio Studi di via Nazionale, su La Stampa di oggi spiega perché l’emendamento voluto da Giorgia Meloni sul metallo giallo di Palazzo Koch è inutile e potrebbe essere dannoso. L’emendamento recita: «Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d’Italia appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano». Ma, spiega Rossi, il Trattato istitutivo dell’area dell’euro – che ha rango costituzionale in tutti i Paesi dell’area – sancisce già che l’oro delle banche centrali è di proprietà delle banche centrali medesime, non dei rispettivi Stati.
L’oro alla patria?
Sul piano politico, aggiunge, non c’è dubbio invece che l’oro delle riserve nazionali appartenga in ultima analisi alla nazione tutta. Perché la Banca d’Italia è un organo di diritto pubblico. Il diritto europeo e quello italiano le affidano il compito di essere la banca centrale dell’Italia nell’ambito del Sistema europeo di banche centrali. E anche avendo la proprietà giuridica dell’oro, non può farne quello che vuole. A meno che il Parlamento non cambi le norme. Ma può farlo sopo rispettando le superiori norme europee. Ma d’altro canto a cosa servirebbe spostare la proprietà giuridica dell’oro ufficiale dalla Banca d’Italia, che lo detiene e custodisce, direttamente in capo allo Stato?
Vendere l’oro
Il motivo non può che essere uno. Ovvero l’intenzione di venderlo sul mercato. Magari per finanziare una riduzione del debito pubblico o le spese. Il governo tutto questo lo può fare con una legge. Ma sarebbe un’operazione ai limiti dell’impraticabilità. Perché le 2.500 tonnellate di oro fanno ipotizzare una vendita di 200 tonnellate ai prezzi di mercato attuali. Ma in tutto l’anno scorso il mercato globale ne ha trattato meno di 1.400. Quindi metterlo in vendita farebbe crollare il
prezzo. E così da una parte l’obiettivo di fare cassa non verrebbe totalmente raggiunto. Dall’altra si depauperebbe non solo il resto del deposito italiano, ma quello di tutte le banche centrali che lo detengono.
La Banca d’Inghilterra
C’è un precedente. 26 anni fa fu la Banca d’Inghilterra a provare a vendere il suo oro. Il risultato fu una grande ondata mondiale di proteste per il crollo del prezzo, seguita da un accordo fra banche centrali volto a far sì che un fatto del genere non accadesse mai più. Un piano pluriennale di vendita, che magari aggirerebbe il pericolo di crollo del prezzo, farebbe però perdere il vantaggio di finanza pubblica. E dareebbe al mondo il segnale che l’Italia è in pericolo.
Perché, conclude Rossi, quelle riserve hanno la funzione di rafforzare nel mondo la fiducia nella stabilità del sistema finanziario e della moneta del proprio paese, soprattutto in occasione di crisi valutarie o finanziarie. Far scendere sistematicamente il livello delle riserve auree per dare sollievo alla finanza pubblica equivale a dire al mondo: siamo ridotti al punto di doverci vendere l’oro, perché non abbiamo più altre risorse.
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
DURANTE L’INCONTRO ALLA CASA BIANCA TRUMP ELOGIA IL PRINCIPE SAUDITA BIN SALMAN: “HA FATTO UN LAVORO INCREDIBILE IN MATERIA DI DIRITTI UMANI” (DONALD, FACCE RIDE!)
Il presidente Trump ha criticato una giornalista americana per aver fatto una domanda sul ruolo del principe Mohammed Bin Salman nella morte del giornalista del Washington Post Jamal Khashoggi, fatto a pezzi in un consolato saudita nel 2018.
Trump ha difeso il leader de facto dell’Arabia Saudita, che ieri era in visita alla Casa Bianca e che già in passato ha negato ogni coinvolgimento nell’assassinio di Khashoggi attribuendolo ad agenti sauditi «fuori controllo», anche se l’intelligence americana concluse che sia stato lui a ordinarlo. «Non ne sapeva niente», ha detto Trump furioso, definendo Abc News (la tv della giornalista) «fake news».
«Non si deve imbarazzare il nostro ospite chiedendogli qualcosa del genere». E su Khashoggi: «A molta gente non piaceva il signore di cui stai parlando. Ma che vi piacesse o no, le cose capitano».
Ma il principe, sorridente e a suo agio, ha voluto rispondere (in inglese, lingua che parla ma preferisce di solito farsi tradurre
dall’arabo). Bin Salman ha detto che è «doloroso» quando qualcuno perde la vita «senza un reale motivo». E ha definito l’uccisione un «enorme errore».
Ha insistito che durante l’indagine saudita vennero fatti i «passi giusti», anche «per assicurare che nulla di questo genere possa succedere di nuovo». La giornalista ha detto che le vittime dell’11 settembre sono «furiose» per la sua visita, ma Mbs ha replicato che Osama bin Laden usò attentatori sauditi per dividere i due Paesi, la cui alleanza «danneggia il terrorismo».
Il principe non veniva negli Stati Uniti dal 2018, anche se di fatto «durante gli ultimi due anni della presidenza Biden ci sono stati negoziati su un trattato di difesa legato alla normalizzazione con Israele, sulla cooperazione nucleare civile, su un accordo di libero scambio, sulla semplificazione della vendita di armi e collaborazione sull’Intelligenza artificiale.
Erano tutti accordi quasi pronti per essere firmati prima che la crisi del 7 ottobre li deragliasse», spiega Bernard Haykel, professore di Princeton e uno dei maggiori esperti al mondo di Arabia Saudita, che dice al Corriere: «Infatti tutti gli accordi approvati ora sono stati avviati sotto Biden».
Tra le intese annunciate nella notte dalla Casa Bianca: l’Accordo di Cooperazione nucleare civile (che «getta le basi giuridiche per una partnership decennale») i progressi nella cooperazione sui minerali critici, un Memorandum d’intesa sull’Intelligenza artificiale che garantisce l’accesso alla tecnologia Usa, un accordo per la difesa, «future consegne di di F35» e la vendita di 300 carri armati americani.
Ma il principe era già arrivato con alcune promesse in tasca, come quella del presidente di vendergli i caccia F35 (anche s
serve ancora l’appoggio del Congresso), nonostante i timori del Pentagono che la tecnologia possa arrivare alla Cina e nonostante Israele chiedesse come condizione che Riad entri anche negli Accordi di Abramo.
Il principe è stato accolto con una pompa superiore a quella di altri ospiti stranieri: sei caccia (tra cui tre F35) hanno sorvolato la Casa Bianca, c’erano ufficiali a cavallo con le bandiere dei due Paesi e ieri sera c’era una cena nella East Room dove ha partecipato anche Elon Musk (alla Casa Bianca anche il calciatore Cristiano Ronaldo, che dal 2023 gioca proprio in Arabia Saudita e a cui il presidente americano ha detto: «Mio figlio Barron è un tuo grande fan»).
Bin Salman ha assicurato che i 600 miliardi di dollari di investimenti sauditi negli Stati Uniti diventeranno quasi 1 trilione di dollari, un numero pari a quasi la totalità del fondo sovrano saudita: secondo molti economisti è assai irrealistico, dal momento che il Regno affronta il problema del prezzo basso del petrolio e la necessità di investire in patria.
Una giornalista ha chiesto al presidente se non ci sia un conflitto di interessi, visti gli affari della sua famiglia nel Golfo. Trump ha risposto che lui «non ha nulla a che fare» con quegli affari.
La Trump Organization e un partner saudita hanno annunciato una iniziativa che apre progetti immobiliari a investitori in criptovalute; e Jared Kushner, il genero, ha una società che ha preso 2 miliardi di dollari da un fondo saudita. Ma Trump ha detto: «La mia famiglia fa business dappertutto. E ne hanno fatti pochi in Arabia saudita, potrebbero fare molti di più».
Sulla normalizzazione con Israele, Mbs ha dichiarato: «Vogliamo essere parte degli Accordi di Abramo ma anche assicurare un cammino chiaro verso una soluzione dei due Stati». Trump ha cercato di fargli dire che è lui il miglior presidente americano dal punto di vista saudita
(da agenzie)
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Novembre 19th, 2025 Riccardo Fucile
I LAVORATORI IN PIAZZA CON MEZZI PESAnti: “IL GOVERNO DIA RISPOSTE”
Lo stabilimento dell’ex Ilva a Genova è stato occupato dai lavoratori in protesta fin
dalle 8.30, mentre un’assemblea sindacale ha segnato l’inizio della giornata di sciopero in protesta «contro il blocco degli impianti del nord e il piano che prevede l’aumento della cassa integrazione straordinaria fino a 6mila unità». Dopo pochi minuti di confronto, i manifestanti sono usciti dagli edifici interni della fabbrica e – anche con l’aiuto di mezzi pesanti, come scavatrici – hanno bloccato le strade dirigendosi alla stazione ferroviaria di Genova Cornigliano. Qui si terrà un presidio a oltranza.
La denuncia: «A rischio mille posti di lavoro, chiudono la siderurgia italiana»
«Ci sono mille posti di lavoro a rischio a Genova», denunciano dei sindacati secondo cui il piano del governo «porta alla chiusura della fabbrica: mille famiglie rischiano di perdere il loro sostentamento e la fine della siderurgia nella nostra città e nel Paese», ha commentato Armando Palombo, delegato Fiom-Cgil della ex Ilva. Secondo lui è un circolo vizioso: «Quel poco che si produce si vende subito a Taranto per fare cassa. Ovviamente gli stabilimenti del Nord, Genova in primis, poi Novi eccetera, non avranno più prodotto e quindi chiudono». L’appello a una protesta che possa davvero arrivare alle orecchie di Roma è estesa a quante più persone possibili: «Chiediamo agli enti locali, al Comune, alla Regione, di sospendere ogni attività come segno di solidarietà. E di cominciare a trovare soluzioni serie a mille posti di lavoro. Quindi non è più un problema del
cassintegrato in più o cassintegrato in meno. Qua stanno chiudendo la siderurgia d’Italia».
Il tavolo saltato e la protesta dei sindacati: «Seimila in cassa integrazione»
La protesta segue un tavolo di quattro ore – l’ennesimo – che non ha portato a nessun passo avanti concreto. Sono stati proprio i sindacati ad annunciare la rottura con il governo e lo stop a qualunque trattativa sul futuro di Acciaierie d’Italia: «Abbiamo chiesto alla presidenza del Consiglio di ritirare il piano e di fare intervenire direttamente la premier Meloni. Ci hanno risposto di no e noi abbiamo deciso di dichiarare sciopero», avevano spiegato da Fiom. Il piano prevede il passaggio in cassa integrazione di altri 1.550 lavoratori, portando il totale a 6mila, a partire da gennaio. In una nota, il governo aveva risposto puntualizzando che «non ci sarà un’estensione ulteriore della cassa integrazione», e di avere dunque «accolto la principale richiesta avanzata dagli stessi sindacati». L’alternativa è la disposizione di «percorsi di formazione» per far acquisire ai lavoratori le competenze necessarie alla lavorazione dell’acciaio prodotto con le nuove tecnologie green.
(da agenzie)
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