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CROSETTO: “IL GOZZO DI FICO ORMEGGIATO A NISIDA DA QUANDO ERA PRESIDENTE DELLA CAMERA, NON ESISTE ALCUN ABUSO DA PARTE SUA, E’ TUTTO REGOLARE, PAGA 550 EURO ANNUI”

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

CROSETTO RISPONDE ALL’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE SUL POSTO BARCA NELL’AREA MILITARE DEL CANDIDATO ALLE REGIONALI IN CAMPANIA … DUE SETTIMANE DI PALATE DI FANGO DALLA FECCIA SOVRANISTA FONDATE SUL NULLA

Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, fa chiarezza sulla vicenda del “gozzo” di Roberto Fico, candidato presidente della Regione Campania per il centrosinistra, su cui la destra ha scatenato un’aggressiva campagna per un presunto “ormeggio abusivo” presso l’area militare del porto di Nisida, nel Napoletano. Sulla vicenda è stata presentata anche un’interrogazione parlamentare ed è a questa che il ministro
risponde, affermando che non esiste alcun abuso
Nella sua relazione, Crosetto evidenzia come Fico abbia mantenuto l’ormeggio a Nisida anche dopo la fine del suo mandato da presidente della Camera, epoca in cui ne aveva fatto richiesta per ragioni di sicurezza. Poi, c’è quel dato sul “costo medio” annuo della concessione “in altre aree simili” in Italia: 550 euro.
“È stato appurato – scrive Crosetto nella sua risposta, ripercorrendo la vicenda – che l’ormeggio dell’imbarcazione dell’onorevole Roberto Fico“ a Nisida, “è avvenuto successivamente alla sua nomina a presidente della Camera dei deputati, in ragione di richiesta di parte del 2018, per poter disporre di un posto barca in un’area sorvegliata e controllata militarmente, per esigenze di sicurezza personale”. “Anche dopo la fine del mandato”, tuttavia, la concessione dell’ormeggio “è stata rinnovata annualmente, senza soluzione di continuità”.
Come è stato possibile? Fico è socio sostenitore della Asd, un’associazione sportiva dilettantistica (Sezione Velica Accademia Aeronautica) che opera sotto il controllo della stessa Aeronautica militare e ha in gestione i posti barca all’approdo di Nisida. Per l’assegnazione del posto barca, chiarisce l’informativa, è sufficiente essere soci ordinari dell’associazione e “lo statuto esclude ogni limite sia temporale che operativo al rapporto associativo e ai diritti che ne derivano, fatto salvo il permanere dell’autorizzazione del comando accademia a praticare attività sociale presso il Nasm di Nisida”.
La quota annua “regolarmente corrisposta” risulta essere – conclude Crosetto -in media, di circa 550 euro.
(da agenzie)

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L’IMPARZIALITÀ VALE SOLO PER GLI ALTRI. FRATELLI D’ITALIA SI INDIGNA PERCHÉ UN CONSIGLIERE DEL QUIRINALE AVREBBE PARLATO DI POLITICA IN UNA CONVERSAZIONE PRIVATA. E ALLORA IGNAZIO LA RUSSA?

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DEL SENATO, SECONDA CARICA DELLO STATO, PARTECIPA A COMIZI ED EVENTI POLITICI, ENTRA A GAMBA TESA SULLE INCHIESTE, CHIEDE LE DIMISSIONI DI AVVERSARI POLITICI… LE FRASI INDECENTI SULLE SS DI VIA RASELLA (“UNA BANDA MUSICALE DI SEMI PENSIONATI”), L’INVITO ALL’ASTENSIONE AI REFERENDUM, LE MEZZE PRECISAZIONI

Lo scontro istituzionale tra Quirinale e Fratelli d’Italia è chiuso a parole, ma apertissimo sia politicamente sia mediaticamente. Politicamente, per colpa del comunicato fatto filtrare da palazzo Chigi dopo il colloquio tra Giorgia Meloni e Sergio Mattarella: in quella sede la premier si era posta come sinceramente dispiaciuta dell’incidente, ma la velina uscita dai suoi uffici l’ha descritta ancora bellicosa nei confronti del consigliere del capo dello stato, Francesco Saverio Garofani.
Un voltafaccia […] che ha decisamente infastidito il Colle. Un fastidio […] fatto recapitare a chi di dovere per poi stimolare il comunicato successivo dei capigruppo di FdI, che hanno dichiarato «chiusa la questione» (aperta però sempre da loro con Galeazzo Bignami)
Basterà? Di certo l’irritazione rimane, anche perché al Colle nessuno dimentica l’illazione, bollata come «ridicola», di una presunta cospirazione quirinalizia contro il governo, per altro in nessun modo motivata dai virgolettati pubblicati.
Tanto più che il «provvidenziale scossone» contro il governo Meloni attribuito a Garofani non è mai stato pronunciato. Del resto è emerso che la conversazione carpita e riportata nel pezzo è avvenuta durante una cena a piazza Navona organizzata da Luca Di Bartolomei.
Erano presenti manager, esponenti dello sport, politici e giornalisti, tutti accomunati dalla fede romanista. Al tavolo con Garofani ci sarebbero state una ventina di persone e la “gola profonda”, secondo Dagospia e i ben informati, sarebbe già stata individuata
Il paradosso ulteriore, si ripete in ambienti d’opposizione, è che proprio Fratelli d’Italia oggi decida di ergersi a paladina dell’essere e apparire istituzionali in tutti i contesti, impartendo lezioni di contegno a un consigliere di Mattarella il cui nome è noto agli addetti ai lavori ma non certo di grande risonanza mediatica.
Proprio in casa meloniana, infatti, alberga la maggiore contraddizione e a incarnarla è Ignazio La Russa, seconda carica dello stato e supplente del presidente della Repubblica in caso di suo impedimento.
Proprio lui è stato da subito il grande teorizzatore che l’istituzione la si incarna nell’esercizio della funzione nell’aula di palazzo Madama ma, sceso dallo scranno foderato di rosso, La Russa ha sempre orgogliosamente rivendicato il suo diritto a essere di parte.
Una filosofia applicata sin da subito: già nel dicembre 2022, a due mesi dalla sua elezione, l’esponente di FdI ha pubblicamente celebrato il settantaseiesimo anniversario della nascita del Movimento sociale italiano, ribadendo la sua appartenenza alla tradizione post-fascista.
Pochi mesi dopo, si è lanciato in dichiarazioni revisioniste sulla strage nazi-fascista delle fosse Ardeatine, definendo le SS presenti in via Rasella come «non nazisti, ma una banda musicale di semi pensionati».
Addirittura, in occasione dei referendum sul lavoro e sulla cittadinanza promossi dai sindacati, ha pubblicamente pre
posizione dicendo che si sarebbe «impegnato per l’astensione» perché «dalla sinistra c’è una campagna d’odio» e «il campo largo è morto».
Di recente, infine, è entrato a gamba tesa nell’inchiesta sull’edilizia a Milano, che ha toccato anche la giunta di Giuseppe Sala. La Russa ha pubblicamente detto che «la giunta deve dimettersi» e così anche il sindaco Beppe Sala, «che non ha la maggioranza».
In seguito a ogni pubblica presa di posizione sono poi arrivate le sue precisazioni, mezzi passi indietro ma anche rivendicazioni del suo diritto ad avere una opinione politica […]. Tanto che La Russa ha continuato a partecipare a iniziative politiche.
L’obbligo di apparire sempre imparziale vale quindi per un consigliere del Quirinale, altrimenti FdI si sente legittimata a credere a retroscena su presunti golpe del Quirinale. Lo stesso obbligo, invece, non grava sul presidente La Russa, che fuori da palazzo Madama può orgogliosamente tornare a indossare la casacca di partito.

(da Dagoreport)

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RUPERT MURDOCH IMPALLINA TRUMP : UN SONDAGGIO DI “FOX NEWS”, RETE TELEVISIVA DI PROPRIETÀ DEL MAGNATE DEI MEDIA, AFFERMA CHE LA MAGGIORANZA DEGLI AMERICANI (IL 61%) DISAPPROVA LA POLITICA ECONOMICA DI DONALD TRUMP

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

IL 76% DEGLI INTERVISTATI HA UNA VISIONE NEGATIVA DELLO STATO DELL’ECONOMIA STATUNITENSE E, RISPETTO ALLA PROPRIA SITUAZIONE FINANZIARIA, IL 60% DEGLI ELETTORI DICHIARA CHE È “È SCADENTE”

Un sondaggio di Fox News – la rete vicina ai repubblicani – dice che la maggioranza degli americani disapprova la gestione dell’economia del presidente Donald Trump, che registra il tasso di approvazione più basso dal 2017 — era il suo primo mandato. I numeri: il 38% apprezza le politiche economiche di Trump, mentre il 61% no.
Nel complesso, il 76% degli intervistati ha una visione negativa dello stato dell’economia statunitense. Gli elettori attribuiscono la colpa più a Trump che all’ex presidente Biden. Trump continua a riscuotere un ampio consenso tra i repubblicani per il suo lavoro, ma dal 92% di marzo, il consenso oggi è all’86%.
Rispetto alla propria situazione finanziaria, il 60% degli elettori ha dichiarato che è «non così buona» o «è scadente», mentre per il 40% è «buona» o «eccellente». Il 60% degli ritiene che il costo della spesa sia «molto aumentato».
(da agenzie)

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IL “PIANO DEL QUIRINALE PER FERMARE MELONI” NON ESISTE: LO “SCOOP” DELLA “VERITÀ” È STATO CONFEZIONATO CON L’OBIETTIVO DI PRENDERE DI MIRA SERGIO MATTARELLA, COME MASSIMA RAPPRESENTANZA DI QUEL “DEEP STATE” CHE I CAMERATI DI PALAZZO CHIGI HANNO SUL GOZZO

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

LA STATISTA DELLA SGARBATELLA SOGNA L’EGEMONIA ISTITUZIONALE: BOCCIATO IL PREMIERATO, VUOLE CAMBIARE CON LA FORZA IL SISTEMA MODIFICANDO LA LEGGE ELETTORALE E INSERENDO IL NOME DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SULLA SCHEDA (COSI’ DA BYPASSARE DI FATTO I POTERI DI NOMINA DEL PREMIER CHE SPETTANO AL COLLE) … MA NON TUTTO FILA LISCIO: LEGA E FORZA ITALIA SI OPPONGONO E SE FDI NON AVESSE RINCULATO DAL QUIRINALE SAREBBE PARTITO UN SILURO A TESTATA MULTIPLA

Questa volta, Giorgia Meloni ha fatto male i conti. Il “piano del Quirinale per fermarla”, che secondo Belpietro e “la Verità” sarebbe stato ordito dal consigliere quirinalizio Garofani, e squadernato in una cena conviviale di tifosi romanisti, non esiste.
Il vero obiettivo dello “scoop” del quotidiano di Belpietro era Sergio Mattarella in quanto massima rappresentanza dell’odiato Deep State (Corte dei Conti, Magistratura, Consulta, Ragioneria, funzionari e capi di gabinetto, ecc.) che vigila sul corretto funzionamento delle istituzioni secondo la Costituzione.
Dopo la fine del ventennio di dittatura fascista, è prevalso il paradigma liberal democratico basato sul mandato popolare indiretto, il primato della Carta costituzionale, la divisione dei poteri, i partiti come filtro e canale tra masse e Stato.
Tale ruolo di bilanciamento dei poteri, ovvero i meccanismi di checks and balances immaginati dai padri costituenti e messi in atto dal Deep State, ‘sto “cane da guardia” del potere esecutivo, a Giorgia Meloni sta massimamente sul cazzo.
In questi tre anni e mezzo, i rapporti del governo Meloni con il potere burocratico, che può mettere in discussione o in crisi Palazzo Chigi, sono sempre stati di aperto attrito e conflitto.
Un confronto a distanza reso più aspro da un’asimmetria di competenze. I politici di Fratelli d’Italia, saliti per la prima volta al potere dopo decenni di marginalità politica, sono dilettanti allo sbaraglio nella gestione della “cosa pubblica”. Non conoscono o ignorano le “buone pratiche” del potere e la sua grammatica. Non si procede a spallate: ci si confronta. Non si impone la
propria linea pretendendo che tutti obbediscano: occorrono mediazione, concertazione, dialogo. Rispetto agli apparati che sono lì da sempre, i Fratelli d’Italia sono dilettanti allo sbaraglio.
Così, dietro il fumo dell’egemonia culturale agitato dalla destra al governo, divampa l’incendio della egemonia istituzionale (per quella economica il successo è stato raggiunto affidandosi a Francesco Gaetano Caltagirone che, attraverso la quota di Mps in mano al Mef, ha espugnato il “forziere d’Italia” Mediobanca-Generali.
Ma politicamente, chi governa davvero il paese? La “Statista della Sgarbatella” non ha mai avuto dubbi: lei per mandato del popolo sovrano.
Non è ancora un mandato diretto, come tanto sognava: sulla riforma costituzionale, il cosiddetto “premierato”, è stata costretta a rinculare, sparando strali e piagnistei all’insegna del vittimismo “chiagni e fotti: il Deep State è contro di noi.
In attesa del referendum sulla riforma della giustizia (il vero punto non è la separazione delle carriere ma lo sdoppiamento del Csm), in vista delle politiche del 2027, la Ducetta sogna una nuova legge elettorale, da approvare entro la prima metà del 2026.
I geni di via della Scrofa hanno capito che, con la legge attuale, il centrodestra rischia di perdere le elezioni, o quanto meno di vincerle stentatamente (con una strategia elettorale unitaria il centrosinistra avrebbe gioco facile a prevalere nei collegi uninominali)
Urge quindi procedere al varo di un nuovo sistema che permetterebbe alla Meloni di diventare presidente del Consiglio sull’onda del consenso popolare attraverso l’indicazione del candidato premier direttamente sulla scheda elettorale.
Una forzatura del “sistema”. La Lady Macbeth del Colle Oppio va a sbattere contro quanto stabilito dall’articolo 92 della Costituzione: il Presidente del Consiglio, come i ministri, è nominato dal Presidente della Repubblica, che solitamente conferisce l’incarico al leader della coalizione che ha vinto le elezioni e ha una maggioranza in Parlamento.
Dunque la nomina del premier dipende formalmente dal Quirinale: l’indicazione del candidato premier sulla scheda è un modo per indebolire le prerogative del Capo dello Stato, previste dalla Costituzione.
L’indicazione del premier sulla scheda fa irritare gli alleati di governo Salvini e Tajani che verrebbero cannibalizzati da Fratelli d’Italia (più della Lega è avversa Forza Italia, che vedrebbe cassato il santo nome di Silvio Berlusconi dal simbolo).
Senza l’ok di Lega e Forza Italia, pero’, Giorgia Meloni non puo’ portare a casa il “premierato di fatto”. E va ricordato che il voto sulla riforma elettorale è segreto…
Al “No!” degli alleati, si aggiunge anche il ripensamento del segretario del Pd, Elly Schlein, che in un primo tempo si era mostrata favorevole.
A tali ostilità, la “Camaleonte di Colle Oppio” ha risposto spingendo a tavoletta il pedale del gas sulle tre Regioni che il 23 e 24 novembre andranno al voto: coltello tra i denti, calzato l’elmetto, non riuscendo a ficcarsi nella testolina bionda che annichilire ancor di più Salvini e Tajani si trasformerebbe in un boomerang, la premier vuole la supremazia totale all’interno della maggioranza, prendendo più voti della Lega in Veneto e di Forza Italia in Campania.
Davanti alle “resistenze” del Deep State, alla riottosità di Salvini e Tajani a farsi divorare e alle probabili batoste del centrodestra in Campania e Puglia, gli otoliti di Giorgia Meloni sono on fire.
Uno stato di nervosismo e di vittimismo paraculo che ha spinto Giorgia Meloni a cavalcare il “complotto del Colle”, confezionato dalle manine esperte di Maurizio Belpietro, rinfocolato dalle dichiarazioni stentoree del fedelissimo Galeazzo Bignami e evocato a gran voce da tutti i camerati in servizio permanente ed effettivo.
Una “scemeggiata” che ha trovato la sua ciliegina sulla torta nel disastroso “incontro di chiarimento” tra la premier e Mattarella.
Il “dispiacere” per la banale uscita di Garofani, espresso dalla Meloni durante il colloquio al Colle, zac!, è svanito una volta messi i piedini fuori dal Quirinale
Ed ecco farsi avanti la protervia della Ducetta che ha vergato un duro comunicato che ha riaperto la cicatrice del “caso-Garofani”, facendola sanguinare ancor più copiosamente.
La dichiarazione della sora Giorgia, che ha ribadito seccamente l’”inopportunità” delle parole del consigliere di Mattarella, si è
trasformata in uno sgarbo istituzionale: dopo un colloquio con il Capo dello Stato, semmai spetta al padrone di casa, Sergio Mattarella, il compito di emettere un comunicato, non all’ospite.
L’incazzatura al Colle ha raggiunto un tale livello di guardia che l’incauta Giorgia Meloni è stata costretta a imporre ai suoi due capigruppo parlamentari, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, una dichiarazione riparatoria. I due hanno dettato alle agenzie una nota conciliante: “Il caso Garofani è chiuso”.
Diversamente sarebbe partito, come un siluro a testata multipla, un duro comunicato di risposta dal Quirinale e, a quel punto, il conflitto di poteri con Palazzo Chigi sarebbe deflagrato a un punto di non ritorno…
(da Dagoreport)

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COSA STA SUCCEDENDO ALL’EX ILVA; IL PIANO DI UN GOVERNO INCAPACE RISCHIA DI FERMARE GLI STABILIMENTI DI GENOVA, NOVI LIGURE E RACCONIGI, CAUSANDO MIGLIAIA DI LICENZIAMENTI

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

INTERVISTA A STEFANO BONAZZI, SEGRETARIO DELLA FIOM DI GENOVA

La crisi dell’ex Ilva – oggi Acciaierie d’Italia – è entrata in una fase decisiva e rischia di travolgere l’intera industria siderurgica nazionale, con buona pace dei proclami del governo Meloni sul “sovranismo” e il Made in Italy.
A Genova, dove nello stabilimento di Cornigliano lavorano 1.200 persone, i lavoratori sono in mobilitazione da ieri contro il nuovo piano dell’esecutivo, che prevede di fermare l’arrivo dei rotoli d’acciaio prodotti a Taranto e destinati alla trasformazione nel nord.
Una scelta che metterebbe in ginocchio non solo il capoluogo ligure, ma anche i siti di Novi Ligure e Racconigi, bloccando di fatto l’unica produzione nazionale di banda stagnata – la latta –materiale strategico per la filiera alimentare e dell’imballaggio. In poche parole: se il piano del governo dovesse vedere la luce, migliaia di lavoratori e lavoratrici verrebbero licenziati in tutti i siti del nord Italia.
Intanto a Taranto si sciopera contro la chiusura delle cocherie, considerata un passo verso la fermata degli altoforni. Sullo sfondo, migliaia di posti di lavoro a rischio e un futuro industriale appeso alle trattative per la cessione del gruppo, tra cui quella con il fondo Bedrock.
Ne abbiamo parlato con Stefano Bonazzi, Segretario Generale Fiom Cgil di Genova, per capire che cosa sta davvero accadendo e quali scenari si aprono ora.
Segretario Bonazzi, molte persone associano l’Ilva quasi esclusivamente a Taranto. Partiamo dalle basi: che cos’è l’ex Ilva di Genova e quale ruolo ha nella siderurgia italiana?
L’ex Ilva di Genova è uno dei grandi impianti siderurgici storici del Paese. In città oggi lavorano circa mille persone, che diventano 1.200 se includiamo anche il personale dell’amministrazione straordinaria. La produzione genovese è completamente a freddo: significa che qui non si fonde il minerale, ma si lavorano i coils, cioè i rotoli di acciaio che arrivano dall’altoforno di Taranto. La filiera del nord comprende Genova, Novi Ligure e Racconigi: tutto l’acciaio prodotto a caldo a Taranto viene trasformato in questi tre siti, e qui viene lavorato.
Che cosa si produce esattamente nello stabilimento di Genova
Due tipi di prodotti: la banda zincata e la banda stagnata, che tutti conoscono come latta. Genova è l’unico impianto in Italia che produce latta. È un materiale centrale per l’industria alimentare e per l’imballaggio: le lattine, i barattoli del pomodoro, le scatolette che usiamo ogni giorno, ma anche il contenitore per le vernici. Dal punto di vista tecnico è un acciaio laminato e poi stagnato, indispensabile per un mercato nazionale molto importante.
E perché la produzione di latta è così strategica?
Perché l’Italia è il primo consumatore europeo di latta, soprattutto grazie all’industria delle conserve. Ogni anno importiamo centinaia di migliaia di tonnellate di banda stagnata proprio perché non ne produciamo abbastanza. Se chiude l’ex Ilva di Genova, chiude l’unico impianto nazionale in grado di realizzarla.
È paradossale, specie per un governo che parla di sovranità industriale, immaginare che l’Italia debba dipendere totalmente dall’estero per un materiale d’uso quotidiano e con un mercato interno così forte.
Eppure è quello che sta avvenendo…
Prima di tornare a Genova, ci aiuti a capire cosa sta accadendo a Taranto in queste ore. Anche lì si sta scioperando: ma perché?
L’ex Ilva è in amministrazione straordinaria da quando ArcelorMittal ha abbandonato la gestione. L’impianto di Taranto è l’unico che esegue il ciclo a caldo: gli altoforni trasformano il minerale in acciaio. Questo acciaio, a regime, dovrebbe poi
essere inviato a Genova, Novi e Racconigi per la trasformazione. L’azienda ha una capacità teorica di circa otto milioni di tonnellate l’anno. Oggi però funziona un solo altoforno, e la produzione reale è scesa a un milione di tonnellate: un livello minimo, totalmente insufficiente a sostenere la filiera.
E scusi, cosa c’entra il governo con quello che accade negli stabilimenti ex Ilva?
Il governo aveva presentato settimane fa un piano industriale che, almeno nelle dichiarazioni iniziali, puntava a ricostruire una produzione da otto milioni di tonnellate all’anno, con un processo di decarbonizzazione: tre forni elettrici a Taranto e un forno elettrico a Genova. Quel piano è già stato accantonato. Oggi viene proposto un piano “temporaneo” basato sul cosiddetto ciclo corto.
Cosa significa?
Taranto produrrebbe coils e li venderebbe direttamente sul mercato, senza inviarli più agli stabilimenti del nord.
E quali sarebbero le conseguenze di questa scelta?
Conseguenze pesantissime. Se i coils non arrivano più a Genova, Novi e Racconigi, gli impianti del nord si fermano immediatamente. Nella riunione di martedì sera il governo lo ha detto in modo ufficiale. Ecco perché abbiamo proclamato lo sciopero. Nel frattempo anche Taranto sta protestando, perché lo stesso piano prevede la chiusura delle cocherie: sono impianti fondamentali, producono il coke necessario per far funzionare gli altoforni. Se chiudi le cocherie, chiudi l’acciaieria. La verità è
che l’intero piano è, come hanno dichiarato le segreterie nazionali dei sindacati, un piano di morte industriale.
Quindi i mercati non mancano. L’Italia ha ancora bisogno di acciaio?
Il mercato c’è, eccome. Lo vediamo a Genova: i nostri prodotti sono richiesti, la latta in particolare. L’Italia, come dicevo, è il primo mercato europeo di banda stagnata. Se la produzione nazionale viene meno, il Paese dovrà importare tutto. È difficile capire perché si voglia rinunciare a un presidio industriale strategico proprio mentre si invoca la produzione nazionale. C’è anche un ministro del Made in Italy…
Se il governo deciderà davvero di fermare gli impianti del nord, che cosa accadrà a Genova?
Nell’immediato, un massiccio aumento della cassa integrazione. Ma sarebbe solo l’inizio. La fermata degli impianti non ha mai un carattere neutro: è una scelta industriale che porta, nel medio periodo, alla chiusura definitiva. Il rischio reale è la perdita di migliaia di posti di lavoro, non solo a Genova, ma anche a Novi Ligure e a Racconigi. Parliamo di una ricaduta che coinvolge l’intera filiera. Voglio essere chiaro: se il Governo ferma gli impianti fa una precisa scelta industriale che di fatto porta alla chiusura definitiva di quelle fabbriche.
In questa partita si inserisce anche Bedrock, uno dei fondi interessati all’acquisto di Ilva. Che cosa sta succedendo?
La procedura aperta dal governo ha messo in campo alcuni soggetti internazionali: Bedrock è uno di questi. Ha lasciato
filtrare un’idea di ristrutturazione molto profonda del gruppo, con esuberi significativi. Ma non è affatto detto che sarà l’acquirente finale. Il governo sostiene che ci siano altri due potenziali soggetti, di cui però non sono stati comunicati i nomi.
Il sindacato chiede una presenza pubblica stabile. Perché?
Perché parliamo di un asset strategico nazionale: l’acciaio serve a tutta l’industria italiana. Noi chiediamo una partecipazione pubblica nella nuova società, non necessariamente una nazionalizzazione totale. Sarebbe una scelta in linea con il sistema industriale italiano: solo a Genova ci sono Leonardo, Ansaldo, Fincantieri, tutte realtà dove lo Stato è presente in modo importante. Non è un tabù, insomma, è la normalità. E soprattutto garantirebbe stabilità, investimenti e una visione di medio-lungo periodo che un fondo privato, da solo, non garantisce.
Anche perché questi gruppi utilizzano moltissimo acciaio. Penso, ad esempio, a Fincantieri.
Fincantieri è uno dei principali consumatori nazionali di acciaio. Avere una produzione interna, controllata e programmabile, è un vantaggio industriale enorme. Ma per farlo è necessario produrre acciaio, non chiudere gli impianti, come prospetta il Governo.
Che cosa accadrà ora? Quali scenari si aprono se il governo non riapre una trattativa?
La mobilitazione è aperta e non si fermerà. Per Genova abbiamo chiesto un incontro dedicato, e lo consideriamo indispensabile. Se il governo non avvia un confronto reale, la protesta
proseguirà senza limiti. I lavoratori difendono il loro futuro, ma anche quello di un settore decisivo per il Paese. Non accetteremo un piano che porta alla chiusura degli stabilimenti del nord e al ridimensionamento di Taranto. Siamo di fronte a un bivio: rilanciare davvero la produzione o consentire lo smantellamento dell’industria siderurgica italiana. E noi non permetteremo che si imbocchi la seconda strada.
(da Fanpage)

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LA LOGICA SOVRANISTA: UNO STATO SOVRANO AGGREDITO DOVREBBE CEDERE PARTE DEI SUOI TERRITORI ALLO STATO AGGRESSORE E DIMEZZARE PURE IL PROPRIO ESERCITO

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

E’ LA FILOSOFIA DEI COMPLICI O DEI VIGLIACCHI, ENTRAMBE BEN SI ADDICONO AI PATRIDIOTI

Il mondo in cui vivono uomini come Donald Trump e Vladimir Putin è fatto così, è un mondo dove non esistono regole. O meglio, esistono, ma semplicemente possono essere ignorate. Perché in fondo fare la voce grossa e mostrare i muscoli ripaga. E questa logica, quella dei bulli di quartiere, è anche la logica alla base delle trattative diplomatiche sui piani di pace: si può strapazzare il territorio ucraino, fregandosene beatamente del diritto internazionale, e prendersi qualche pezzetto, imponendo al tempo stesso a uno Stato sovrano di dimezzare il proprio esercito. Si possono mettere queste come condizioni per bloccare
i bombardamenti, stoppare le uccisioni di civili.
È assurdo, quando si mette in fila quello che sta succedendo, pensare che accada nell’Europa del 2025. Pensare che i primi artefici siano gli Stati Uniti, il Paese che abbiamo studiato nei libri di storia come la più grande democrazia del mondo. Eppure, è esattamente quello che starebbe accadendo.
Per ora sono rivelazioni del sito Axios, che le parti interessate non hanno ancora commentato. Ma visto quello che è accaduto negli ultimi mesi – sia durante le trattative sulla guerra in Ucraina, che nel piano di pace per Gaza – è uno scenario decisamente verosimile. Parliamo di un piano di pace in 28 punti, negoziato direttamente tra Stati Uniti e Russia. Un negoziato sulla pace in Ucraina che non coinvolge l’Ucraina, insomma. Però la riguarda, la riguarda eccome, visto che prevede anche la cessione di alcuni territori.
Steve Witkoff, l’inviato speciale dell’amministrazione Trump, avrebbe negoziato questo piano con l’inviato russo Kirill Dmitriev in gran segreto, incontrandolo a Miami tra il 24 e il 26 ottobre. E Dmitriev avrebbe detto in toni ottimisti che “parrebbe che la posizione russa sia stata ascoltata”. Che non è esattamente una buona notizia per il resto del mondo.
Cosa prevede il piano di pace in 28 punti
Axios cita una fonte dell’amministrazione USA informata del piano, che spiega come tra questi 28 punti ci sarebbe di fatto la cessione di territori ucraini alla Russia. In particolare il Donbass, le regioni di Donetsk e Lugansk. Queste province passerebbero
di fatto sotto il controllo di Mosca, ma dovrebbero diventare un’area smilitarizzata, in cui alla Russia non verrebbe concesso schierare le truppe.
Che però sarebbe una ben magra consolazione, visto che comunque si sta chiedendo a uno Stato sovrano aggredito di cedere parte del proprio territorio proprio a chi lo ha attaccato. Che tra l’altro, non si accontenterebbe del Donbass, ma vorrebbe anche il riconoscimento legale della Crimea come territorio russo. E non è tutto, perché all’Ucraina verrebbe anche richiesto di dimezzare il suo esercito e di rinunciare a specifici armamenti, in particolare a quelli a lungo raggio, capaci quindi di colpire oltre le linee russe.
In cambio di tutto questo, l’Ucraina riceverebbe delle generiche garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti. Vista la quantità di volte in cui Trump ha cambiato idea e fatto dei clamorosi retromarcia per quel che riguarda la guerra in Ucraina, queste promesse – che siano dettagliate o meno – lasciano comunque il tempo che trovano.
La Casa Bianca spinge Kiev ad accettare
Nell’articolo di Axios viene citato un funzionario della Casa Bianca, secondo cui l’Ucraina non riuscirà a resistere ancora a lungo, quindi comunque finirà per perdere territorio. Allora, tanto vale accettare questo piano di “pace”. Secondo l’Institute for the Study of War al momento l’Ucraina controllo comunque ancora il 14% del Donbass, quindi non solo sarebbe costretta a cedere al Cremlino i territori che l’esercito russo ha occupato con la forza, ma dovrebbe anche rinunciare a delle zone dove Mosca non è ancora arrivata.
Nelle regioni di Kherson e di Zaporizhzhia, anche queste martoriate dall’attacco russo, verrebbe pressapoco congelata la linea del fronte. Anche se la Russia potrebbe, in futuro, dover restituire delle porzioni di territorio. Questi particolari, però, sarebbero ancora in fase di negoziato.
La reazione dell’Europa
In tutto questo oggi c’era anche il Consiglio europeo Affari esteri, cioè la riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue, presieduta dall’Alta rappresentante Kaja Kallas. Che arrivando al vertice ha spiegato di non essere mai stata a conoscenza di questo piano e questi contatti segreti tra la Russia e gli Stati Uniti. E ha sottolineato che nessun piano di pace potrà funzionare se l’Ucraina e l’Europa non vengono coinvolte. Questo comunque, non sembra un piano di pace, ma più che altro un piano per la capitolazione dell’Ucraina. E in quanto tale, irricevibile per Kiev.
Durante la riunione oggi gli europei hanno sottolineato che ci si dovrebbe ricordare che in questa guerra c’è un aggredito e un aggressore, e che quest’ultimo dovrebbe intanto porre fine agli attacchi – che anche in queste ore stanno mietendo vittime civili – e poi sedersi al tavolo con Kiev e negoziare una pace giusta. Insomma, cedere alle richieste di Putin non è la soluzione. Anche perché – e di questo alcuni, come i tedeschi o i polacchi, ne sono più convinti degli altri – il presidente russo non si fermerà.
(da Fanpage)

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CONSULENZE, EVENTI ED INCARICHI: COME FUNZIONA IL SISTEMA TARGATO FRATELLI D’ITALIA NELLA ASP SAN MICHELE

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

AVVOCATI E COMMERCIALISTI, ESPERTI DI COMUNICAZIONE ED EX CAMPIONI DELLO SPORT, UNA PIOGGIA DI INCARICHI E CONSULENZE A PERSONAGGI LEGALI AL DEPUTATO MELONIANO LUCIANO CIOCCHETTI

Da quando nel 2023, grazie alla spinta dell’amico e assessore alle politiche sociali del Lazio Massimiliano Maselli, Libanori è arrivato alla presidenza dell’Istituto Romano San Michele – l’Azienda pubblica di servizi alla persona più grande della Regione – personaggi del giro politico legato al deputato di Fratelli d’Italia Luciano Ciocchetti hanno ottenuto una serie di appalti, come abbiamo raccontato nella prima parte della nostra inchiesta. Ma non è tutto. Libanori ha attinto da lì anche il personale dello staff della presidenza dell’Istituto, monopolizzandolo con i suoi sodali.
Il cerchio magico di Libanori al San Michele
Uno di questi incarichi lo ottiene la psicologa e psicoterapeuta Nausica Cangini. Un volto noto in Fratelli d’Italia, candidata
all’Ottavo Municipio alle ultime elezioni comunali a Roma e oggi parte del direttivo di Nazione Futura, la fondazione di Francesco Giubilei vicinissima a FdI. A Cangini, Libanori affida una consulenza per lo sviluppo e il coordinamento dei diversi progetti socio-assistenziali del San Michele, per un totale di circa 110mila euro in quattro anni.
Cangini sui social definisce Ciocchetti il suo padre e maestro politico. È una presenza abituale alle iniziative di Fratelli d’Italia e ha partecipato attivamente alla campagna elettorale di Francesco Carducci, il candidato alle europee del 2024 sponsorizzato dalla corrente democristiana di FdI. La psicoterapeuta è stata anche coautrice del libro “L’altro femminismo”, introdotto da una prefazione di Arianna Meloni.
Ad affiancare Cangini nel coordinamento dei progetti sulla giustizia riparativa del San Michele c’è Giorgia Venerandi, avvocato penalista e membro dell’Osservatorio Inclusione e accessibilità del Cnel. Nel 2022 è stata candidata in parlamento con Italexit di Paragone. Successivamente sembra essersi avvicinata a Fratelli d’Italia e ha partecipato a diversi convegni e iniziative del partito. Per i suoi compiti, ha ottenuto fino a oggi un compenso di 31mila euro.
C’è un altro soggetto dello staff della presidenza che merita attenzione: Antonio Di Flavio, dipendente del Comune di Roma, transitato nella segreteria di Maselli in Regione Lazio, per poi approdare al San Michele. Anche se formalmente è incaricato dell’organizzazione delle attività dell’istituto, le voci interne alla Asp raccontano che il suo ruolo sarebbe soprattutto quello di occuparsi di gestire l’agenda politica di Libanori.
La fioritura di consulenze per il sottobosco di Ciocchetti
A questo cerchio magico del presidente del San Michele, si aggiunge l’assegnazione di svariati incarichi e consulenze esterni, a nomi dell’inner circle degli ex Dc di Fratelli d’Italia. Un settore particolarmente prolifico da questo punto di vista è quello della comunicazione. Nel 2024, l’istituto di Libanori ha affidato l’organizzazione di una settimana di iniziative dedicate alla festa del San Michele alla Road to Green Srl, per un totale di 10mila euro. E ha incaricato di rifare il sito web della Asp alla Dbg management consulting, con un compenso di 40mila euro.
Entrambe le società fanno capo a Barbara Molinario, candidata in quota Ciocchetti con il partito di Meloni al XV Municipio di Roma alle ultime comunali, nel 2021. Molinario non fa mistero del suo supporto e vicinanza al deputato meloniano, tanto da aver condotto l’ultima edizione del “Giusto Sentiero”, la convention che Ciocchetti organizza ogni anno per radunare i suoi fedelissimi.
Per sostenere la sua attività, Libanori fa largo uso delle risorse dell’istituto. Oltre l’ufficio stampa interno, ha ingaggiato pure una figura esterna, Valeria Fossatelli, con un contratto da 90mila euro per tre anni. Fossatelli è compagna di vita e socia nella Ktp Agency di Emiliano Belmonte, storico addetto stampa di Luciano Ciocchetti.
Oltre all’incarico con il San Michele, il duo di comunicatori si occupa anche dell’ufficio stampa del Comune di Nemi, di cui Libanori è vicesindaco. E nel tempo libero Fossatelli e Belmonte si sono inventati Francesca Giubelli, la prima candidata sindaca di Roma creata con l’Intelligenza Artificiale. C’è da chiedersi se la candidata virtuale si opporrà anche a Ciocchetti, nella sfida per il Campidoglio. O se invece, al momento giusto, non sarà utile per lanciare la corsa del deputato di Fratelli d’Italia.
Sempre sul versante delle spese della comunicazione, nel 2025 il San Michele ha dato 4mila euro al sito Castelli Notizie per realizzare servizi giornalistici finalizzati a promuovere le iniziative dell’Asp. Non si capisce perché un ente con sede nel cuore di Roma dovrebbe pubblicizzare la sua attività su una testata focalizzata sulla zona dei Castelli Romani, a grande distanza dal raggio d’azione dell’istituto. Ma la scelta diventa più “comprensibile”, se si pensa che proprio quell’area è una delle roccaforti elettorali di Ciocchetti, nonché il cuore dell’attività politica dello stesso Libanori.
Gli avvocati del San Michele e gli eventi per la campagna di Maselli
Non è solo la comunicazione del San Michele a offrire opportunità di guadagno all’inner circle di Ciocchetti: anche le consulenze legali e fiscali diventano terreno fertile per incarichi ben retribuiti. Tra beneficiari c’è l’avvocato Giuseppe Cavallaro, che tra il 2024 e il 2025 ottiene diversi incarichi dal San Michele, per un totale di oltre 27mila euro. Cavallaro non è soltanto – come si definisce lui stesso sui social – “amico da una
vita” di Ciocchetti, ma anche un attivo sostenitore della sua corrente politica. Tanto che nel 2023 organizza uno degli eventi principali della campagna elettorale di Massimiliano Maselli per le Regionali. Un appuntamento esclusivo, ospitato in una villa elegante, in una delle zone più prestigiose di Roma.
Cavallaro non è l’unico avvocato ad aver ricevuto incarichi, dopo essersi speso pubblicamente per la campagna elettorale di Maselli. Anche il legale romano Fabio Liparota, che a fine 2022 organizza un evento a sostegno dell’allora candidato presso un circolo di tiro a volo ai Parioli, nel 2024 ottiene dal San Michele una consulenza giuridica che gli frutta quasi 20mila euro.
Sempre in ambito legale, oltre 7mila euro sono destinati a Riccardo Guidarelli, diventato assessore al Comune di Fonte Nuova, dopo aver sostenuto il candidato consigliere comunale sponsorizzato dalla corrente di Ciocchetti. A Fonte Nuova, altra roccaforte del deputato di Fdi, nel marzo scorso Guidarelli ha partecipato al primo congresso locale di Fratelli d’Italia. E nel 2023 pure lui era stato tra i promotori di un incontro per la campagna elettorale di Maselli.
La filiera continua con lo studio legale Adotti. L’avvocato Alessandro Adotti – ex candidato sindaco a Frascati prima per l’Udc nel 2009 e poi per l’intero centrodestra nel 2014 – ottiene nel 2024 una consulenza da 6745 euro. Nello stesso periodo anche sua figlia Giulia Adotti riceve dall’istituto più di 5mila euro come compenso per la sua attività di consulenza legale.
Se non bastassero gli avvocati, ci sono i commercialisti. Come Vittorio Bevilacqua, ex assessore e vicesindaco al Comune di Nemi, il feudo di Libanori. Nel 2025 la Asp romana gli affida un generoso incarico di consulenza da oltre 68mila euro. I rapporti tra Bevilacqua e il presidente del San Michele non si limitano all’ambito politico: il professionista è anche presidente del collegio sindacale della Società Campeggi Italiani, di proprietà di Libanori, con cui quest’ultimo gestisce un camping ad Ardea, sul litorale laziale.
Sempre in ambito tributario, si segnala poi Francesco Abatiello. Commercialista e revisore, attivo nell’area dei Castelli. Dal San Michele riceve una consulenza triennale in ambito fiscale da 15mila euro, per il periodo 2025-2027. Il rapporto che lega il professionista all’attuale presidente del San Michele è consolidato: nel 2013 Abbatiello era dirigente della squadra di calcio del Cynthia di Genzano, di cui Libanori era vicepresidente. E oggi risulta dalle dichiarazioni pubbliche come suo commercialista personale. Nel 2023, poi, Abbatiello è stato mandatario per i contributi elettorali di Edy Palazzi – un altro alfiere della corrente Ciocchetti – durante la campagna elettorale per le Regionali nel Lazio.
I grandi e piccoli eventi nella sede del San Michele
Anche l’organizzazione delle attività ed eventi promossi dal San Michele è l’occasione per coinvolgere amici e sodali politici. Qui spicca il nome di Fabio Bertolacci, ex campione di motonautica e oggi alla guida della federazione dello sport acquatico nel Lazio. Ma, soprattutto, grande amico e sostenitore
di Ciocchetti. Con le sue società, Bertolacci cura l’organizzazione e la logistica di molti altri eventi promossi dal politico di Fratelli d’Italia, come la convention “Il Giusto Sentiero”. E allo stesso tempo il suo nome è legato a diverse realtà che – a vario titolo – ottengono soldi dal San Michele.
Tra queste c’è Cast Service srl, una società di proprietà di Bertolacci, a cui è stato affidato l’allestimento della Giornata regionale del Caregiver Familiare, tenuta all’interno della Asp. Un evento fortemente voluto e sponsorizzato guarda caso dall’assessore Maselli e pensato in grande, tra palchi, gazebi, decorazioni, videowall, che ha fruttato 74mila euro alla società di Bertolacci, con un finanziamento di 50mila euro erogato direttamente dalla Regione.
Ad occuparsi dell’allestimento della festa del patrono al San Michele è invece una società di noleggio gonfiabili, Sport Delivery. Questa non fa direttamente capo a Bertolacci ma, secondo quanto raccontano fonti a conoscenza della questione, sarebbe stato lui a gestire le negoziazioni tra l’azienda e l’istituto. D’altra parte, l’indirizzo e il numero di telefono di Sport Delivery coincidono esattamente con quelli delle società dell’amico di Ciocchetti. Inoltre, è questa impresa a fornire i gonfiabili per diverse manifestazioni sportive messe in piedi da Bertolacci, come la tappa di Fiumicino del campionato italiano di motonautica e la kermesse Sport in famiglia.
Tra gli organizzatori di queste iniziative, in cui Ciocchetti and Co. sono sempre ospiti d’onore, ci sono anche due società di motonautica, sempre strettamente legate a Bertolacci: la Csr Promotion e la Smile Events. E per qualche strano motivo, queste due associazioni sportive sono considerate da Libanori le più adatte anche a gestire i corsi di ginnastica e cucina per gli anziani del San Michele, per un compenso rispettivamente di 20mila e 8mila euro.
(da Fanpage)

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NORDIO HA DATO I NUMERI SULLE INTERCETTAZIONI? IL PROCURATORE DI BARI, ROBERTO ROSSI, ACCUSA IL GUARDASIGILLI DI AVERE CITATO “DATI FALSI” QUANDO, LO SCORSO 13 NOVEMBRE, HA RISPOSTO IN AULA A UN’INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO FORZISTA ENRICO COSTA, FINALIZZATA A DIMOSTRARE L’“APPIATTIMENTO” DEI GIUDICI SULLE RICHIESTE DEI PM PER AUTORIZZARE INTERCETTAZIONI (PER IL MINISTRO NEL 94% DEI CASI DAI GIP È ARRIVATO L’OK AGLI ASCOLTI).

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

SECONDO ROSSI, NON ESISTONO STATISTICHE DELLE PROCURE A RIGUARDO. NORDIO REPLICA DICENDOSI “ATTONITO E INDIGNATO”

Si tinge di giallo il caso dei dati sulle intercettazioni utilizzati dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio per rispondere a un’interrogazione del deputato forzista Enrico Costa, finalizzata a dimostrare l’appiattimento dei giudici sulle richieste dei pm.
«Quei dati sono falsi» dice il procuratore di Bari Roberto Rossi, durante la festa per i 25 anni di Repubblica Bari del 19 novembre. Nordio si dice «attonito e indignato», mentre Costa agita lo spettro delle querele al procuratore: «Se non dimostra ciò che afferma, la sua è diffamazione bella e buona e ne risponderà».
Il caso esplode poche ore dopo il dibattito in cui, ancora una volta, Giovanni Falcone viene scomodato per sostenere l’urgenza della separazione delle carriere: «La verità del pensiero di Giovanni Falcone ormai è stata chiarita» afferma il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, al quale Rossi replica: «È un’offesa a un uomo che non può reagire. Ti devi sciacquare la bocca quando parli di Falcone, non vali neanche la punta delle
sue scarpe, come non la valgo neanche io».
A Bari la necessità di distinguere i ruoli dei magistrati viene difesa da Sisto anche attraverso i numeri con cui il 13 novembre Nordio ha risposto all’interrogazione di Costa: «Le autorizzazioni alle intercettazioni vengono disposte dal gip nel 94 per cento dei casi chiesti dai pm, le convalide e i decreti d’urgenza nel 95 per cento, le richieste di proroga delle intercettazioni nel 99 per cento, i decreti di proroga urgente nel 100 per cento e le proroghe delle indagini preliminari nell’85 per cento dei casi richiesti».
Per Rossi è la dimostrazione della malafede del governo, che «manipola le cose» per sostenere la separazione delle carriere. Per spiegare che i dati forniti da via Arenula non siano veritieri, chiarisce che «il modello 37 (in cui vengono annotate le operazioni di intercettazione, ndr) non è informatizzato e che alla Procura di Bari nessuno ha chiesto dati sulle intercettazioni».
A Sisto il procuratore chiede di chiarire la fonte dei numeri. La risposta del guardasigilli del 13 novembre faceva riferimento a «dati statistici disponibili, rilevati dai prospetti trasmessi periodicamente dagli uffici giudiziari».
In serata a chiarire è lo stesso Nordio: «I dati concernenti, tra l’altro, le richieste di rinvio a giudizio, le richieste di intercettazione, le richieste di proroga di indagini preliminari sono trasmessi periodicamente dagli uffici giudiziari al ministero della Giustizia mediante prospetti statistici trimestrali. Probabilmente è il procuratore della Repubblica di Bari che ha
dati sbagliati».
Ma negli uffici inquirenti baresi sono certi che comunicazioni del genere non vengano fatte. Perché è vero che le Procure hanno a disposizione i dati sulle intercettazioni effettuate ma non quelli sulle intercettazioni chieste ai gip o su quelle non autorizzate, come conferma anche il procuratore di Catania Francesco Curcio: «Non esistono comunicazioni con quelle statistiche fatte dagli uffici al ministero. Sarebbe interessante capire qual è la fonte dei dati citati».
(da agenzie)

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IL COLMO PER IL GARANTE DELLA PRIVACY? SPIARE I DIPENDENTI: IL SEGRETARIO GENERALE DELL’AUTORITÀ PER I DATI PERSONALI, ANGELO FANIZZA, DUE SETTIMANE FA AVEVA CHIESTO DI SPIARE I DIPENDENTI

Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile

IN UNA LETTERA AL DIRIGENTE DEL DIPARTIMENTO INFORMATICO, PRETENDEVA L’ESTRAZIONE DI DATI DA MAIL E COMPUTER DEI LAVORATORI, PER SCOPRIRE CHI FOSSE “LA TALPA” CHE AVEVA FORNITO NOTIZIE A “REPORT” – IL COLLEGIO DEL GARANTE, GIÀ NEL MIRINO PER LE RIVELAZIONI SU INGERENZE E RIMBORSI ALLEGRI, NON MOLLA LA POLTRONA E SCARICA FANIZZA

Mail, cartelle condivise, password. Questo e altro, nei giorni scorsi, avrebbe chiesto ai dipendenti dell’Autorità Garante per la Privacy il segretario generale Angelo Fanizza, dimessosi, nella tarda serata di ieri, dall’incarico.
In base a quanto si apprende, gli altri componenti del Collegio – Ginevra Cerrina Ferroni, Agostino Ghiglia, Guido Scorza e Pasquale Stanzione –, riuniti in assemblea, avrebbero deciso di non fare un passo indietro come il collega.
«Il segretario generale del Garante per la protezione dei dati personali, Angelo Fanizza, ha rassegnato le proprie dimissioni», è la nota stringata con cui il Collegio ha comunicato quanto avvenuto. Dimissioni, quelle di Fanizza, che dipenderebbero
dalla richiesta fatta ai dipendenti dell’Autorità.
Una richiesta mediata al capo informatico dell’organismo, Cosimo Covella, che si sarebbe rifiutato di fornire le informazioni personali dei dipendenti. Quale lo scopo della richiesta? Probabilmente scoprire la “talpa” che avrebbe, secondo il Garante, fornito il materiale sull’organismo alla trasmissione Report.
Ed è proprio la trasmissione di Sigfrido Ranucci a svelare il retroscena sulle dimissioni di Fanizza. «Poche ore fa – si legge sui canali social di Report – è stato reso noto all’interno dell’Autorità un documento riservato in cui il Segreterio Generale chiedeva al dirigente del dipartimento informatico di provvedere urgentemente all’estrazione della posta elettronica, degli accessi vpn, degli accessi alle cartelle condivise, degli spazi di rete condivisi, dei sistemi documentali, dei sistemi di sicurezza.
La richiesta di Fanizza – scrive Report – di spiare i lavoratori dell’Autorità risale al 4 novembre, due giorni dopo la prima puntata della nostra inchiesta. Secondo quanto riferito da fonti interne, oggi il dirigente del dipartimento per la sicurezza informatica ha informato i dipendenti e denunciato l’illegittimità di questa richiesta. I lavoratori del Garante della Privacy hanno chiesto le dimissioni dell’intero Collegio».
Dopo Fanizza, però, il resto del Collegio avrebbe deciso di rimanere sulle proprie posizioni ed afferma «la propria totale estraneità rispetto alla comunicazione a firma dell’ex Segretario
Generale». Come dire, è colpa solo di Fanizza.
(da agenzie)

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