Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
“NON VEDO LA DISTANZA TRA EUROPA E USA CHE CI PROPINANO. I GOVERNI NON SONO UN POPOLO. TUTTA QUESTA OPPOSIZIONE MI SEMBRA COSTRUITA. CHIUNQUE SIA A CAPO DI UN PAESE NON È IL RITRATTO DI QUEL POSTO”
In mezzo al campo del Monaco improvvisamente capace di battere il Psg che stava a 10 punti di distanza, sul tappeto rosso dello Yacht Club di Montecarlo come miglior atleta dell’anno: Mondo Duplantis è l’uomo più ingiocabile del pianeta.
La definizione di solito inquadra un momento di grazia ma nel caso del campione di salto con l’asta accompagna una carriera.
Il suo rivale Emmanouil Karalis si ritrova candidato per il premio fair play, grazie alla felicità dimostrata davanti all’ennesimo record, 6,30 metri ai Mondiali di Tokyo. Praticamente candidato per aver imparato a perdere contro chi non si può battere.
Si ricorda ancora che significa sconfitta?
«Certo. Capiterà di subirne una. So bene che succederà e se non
fossi pronto, quel giorno segnerebbe la fine di tutto. Invece sarà solo un risultato».
Le è capitato di perdere quattro volte da quando è professionista, l’ultima nel 2023. Nel 2025, ha migliorato il suo record quattro volte, in totale lo ha perfezionato tredici volte.
«Tutti pensano che io collezioni numeri e invece nemmeno li conosco. Se mai tengo care le foto dei successi, lì si vede che non sono solo miei. Sono molto orgoglioso di quel che ho fatto, soprattutto quest’anno. Dopo le Olimpiadi di Parigi, vinte addirittura con un primato ho pensato: “ora qualsiasi altro risultato è un extra” e invece è arrivata l’energia unica dell’oro mondiale a 6 metri e 30 nello stadio di Tokyo che ho visto vuoto per il Covid e in estate è impazzito, tutto esaurito, mentre saltavamo insieme».
Se l’asta fosse una bacchetta magica che ci farebbe?
«Mi metterei a volare».
Non succede già?
«Sì, e appunto rispetto la magia, ma starei in aria molto più a lungo, mi sposterei».
Finalista con Mattia Furlani che l’ha definita «lo sportivo più rilevante di sempre».Che cosa pensa dell’azzurro campione di salto in lungo?
«È straordinario, è bello guardare come si muove, punto su di lui come star dell’atletica perché ha il talento la personalità e quel fattore speciale… si percepisce».
Lei è nato in Louisiana, vive lì, da ragazzino non ha mai avuto la tentazione di rappresentare gli Usa invece della Svezia, patria materna?
«Ci ho pensato molte volte, la decisione non avrebbe potuto essere immediata, andava ragionata, ma una volta presa non ho mai avuto un ripensamento. Io sono Europeo».
Perché?
«Perché in ascensore non parlo con gli estranei, fisso i pulsanti. Perché penso a come vestirmi, faccio attenzione ai dettagli. Non è che sia meglio, è così. In Louisiana è tutto molto rumoroso, marcato ed è un atteggiamento passionale che adoro, però io non sono così. Poi c’è il sistema sportivo e la scarsa considerazione dell’atletica, in generale di tutto ciò che non è squadra».
Il sistema dei college americani di solito è usato come esempio.
«Non se sei il ragazzino che è considerato solo un dei tanti, non se fai atletica e devi lasciare la palestra o il campo perché arriva la squadra di football americano. Nelle mie garette da bambino non mi sentivo per nulla considerato, ma nei circuiti giovanili estivi in Svezia c’era un’altra attenzione, un’altra partecipazione. Rappresentare la Svezia mi rende orgoglioso».
Da europeo-americano avverte una tensione tra i due continenti?
«Mi rendo conto che a qualcuno piacerebbe fosse così. Ma i social non sono le persone e i governi non sono un popolo. Tutta
questa opposizione mi sembra costruita. Chiunque sia a capo di un Paese non è il ritratto di quel posto: i cittadini fanno la nazione e gli scambi, le relazioni fanno la ricchezza quindi non è super intelligente credere di essere davvero in una fase di conflittualità economica e culturale. Io vivo in entrambi i continenti e so che non è così».
Enhanced Games, i Giochi a doping libero in programma nel 2026 con molti sponsor e ora anche diversi atleti importanti. Come Fred Kerley, sprinter che condivideva gli eventi con lei e ora è in quel cast. Che effetto fa?
«Sono a disagio (fa una smorfia che gli stravolge la faccia). È immorale ed è ovvio: lo sport deve essere pulito, però non è questo che mi spaventa. L’idea di fondo è spingere il fisico a trasformazioni estreme per vedere che cosa? Non dove l’uomo può arrivare perché non resta nulla di nulla di lecito, ma per metterlo a rischio. Lì c’è un laboratorio che controlla la salute, però tra dieci, vent’anni? Mi rende nervoso».
Lo sport può contrastare questa deriva?
«Non riconosce nulla di quel che esce da lì, impedisce a chi partecipa di rientrare. Sono posizioni. Spero che nonostante tutti gli investimenti, l’esperimento non funzioni. Che non dia ritorno o interesse: serve un fallimento di un progetto tanto disgraziato».
Il giorno del Ringraziamento ha postato un video: lei bimbo mentre salta con l’asta nel cortile di casa e lei oggi che fa lo stesso, sempre lì.
«Mio nonno era super contrario. “Come minimo devasti qualcosa, salti troppo in alto ormai”. Dovevo dare un tributo a quel posto e alla mia famiglia. Avevo 5 anni quando ho iniziato in quel modo e se non fosse partito tutto come un gioco, non sarei a 6 metri e 30. Per adesso».
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
ALLE LUSINGHE DI CANDIDARLO NEL 2027 A SINDACO DI MILANO DI ‘GNAZIO, ORA AGGIUNGONO LE COCCOLE DELLA DUCETTA CHE SI E’ SCAPICOLLATA ALL’ASSEMBLEA DEL NANO-PARTITO FONDATO DAL SOSIA DELLA FIGLIA DI FANTOZZI
Homo homini Lupi… Il moderatissimo ciellino Maurizio Lupi s’agita, scalpita, si
barcamena. Sa di essere conteso tra Ignazio La Russa e Giorgia Meloni. Sembra incredibile ma, ormai, siamo in caduta libera..
Se il presidente del Senato l’ha indicato come candidato in pectore alla carica di sindaco di Milano, per il centrodestra, sfanculando il candidato della Ducetta, il fedelissimo Carlo Fidanza.
La premier della Sgarbatella a denti stretti ha capito che in Lombardia i Fratelli d’Italia non toccano palla, comandano solo i Fratelli La Russa, allora ha ripiegato su un Lupi in funzione anti-Salvini.
La “centralità” del sosia della figlia di Fantozzi non è tanto dovuta ai voti, che non ha (Noi moderati in Campania, regione di Mara Carfagna, ha preso appena l’1,27%), quanto piuttosto al suo essere una leva per scardinare i vecchi equilibri nella maggioranza. Lupi, infatti, si è spostato ormai sempre più a destra: se un tempo si parlava di un’opa di Forza Italia su Noi moderati, ormai la formazione, incardinata nel Partito popolare europeo, è una “costoletta” di Fratelli d’Italia
È per questo che Giorgia Meloni, presidente del Consiglio di un Paese del G7, con un’agenda fittissima di visite di stato, summit europei, video-call con intelligence e diplomazia, ha trovato il tempo di recarsi all’assemblea di Noi moderati, il nano-partito di Lupi, al Marriott Park Hotel di Roma.
Essì: serviva far sentire importante il Maurizio, il cui partitino che potrebbe tornare utile alla causa di de-salvinizzazione che ha in mente la Ducetta del Colle Oppio per infine affiancarsi ai democrisrìtiani del Partito Popolare Europeo, che detestano il “patriottismo” orbaniano anti-EU di Salvini .
Dal palcoscenico, non a caso, la Ducetta del Colle Oppio ha ribadito la necessità (secondo lei) di procedere spediti con premierato e nuova legge elettorale.
Le nuove regole immaginate dalla sora Giorgia sono kryptonite per Salvini: come scrivevamo su Dagospia la scorsa settimana: “la soglia del 40% permetterebbe alla “Giorgia dei Due Mondi”
(Colle Oppio e Garbatella) di fare a meno della Lega. Il calcolo è presto fatto: con Fdi al 30-31%, Forza Italia al 9-10% e cespugli centristi tra l’1-2%, l’ex Truce del Papeete, ormai alleato rompicojoni, non serve più”
E ‘Gnazio? La Russa questa volta ha avuto la buona creanza di non presentarsi: in quanto seconda carica dello Stato, riveste un ruolo super partes di cui spesso si dimentica. Inolte, lo stesso Lupi è dubbioso sulle avance del mai paludato ras siculo lombardo di Fdi:
Certo, Lupi è stuzzicato dall’idea di diventare sindaco di Milano, ma le elezioni ci saranno solo nel 2027. Campa cavallo: “Lui mi candida, ma nel frattempo tutto può succedere…”. E allora mostrarsi disponibile alla Statista della Sgarbatella può sempre servire…
(da Dagoreport)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
L’INTERVENTO DELL’EX PREMIER AL POLITECNICO DI MILANO: “L’APPLICAZIONE DELLE TECNOLOGIE LEGATE ALL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE POTREBBE INNALZARE IN MODO SIGNIFICATIVO LA CRESCITA ECONOMICA E RIDURRE LE DISEGUAGLIANZE”… “I GIOVANI CAMBIERANNO LA POLITICA PIÙ DEI DISCORSI”
“Per oltre due secoli il miglioramento del tenore di vita è stato alimentato da progressive ondate di progresso tecnologico, oggi le tecnologie rimangono il principale motore della prosperità”.Lo “Le economie avanzate non possono basarsi solo sul lavoro e il capitale per le prosperità, rendendo le tecnologie ancora più centrali”, prosegue Draghi all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano.
“Se l’Europa non copre il divario che la separa da altri Paesi e aree geografiche nell’adozione delle tecnologie legate allo sviluppo dell’Intelligenza artificiale rischia “un futuro di stagnazione”.
“Se non colmiamo questo divario e non adotteremo queste tecnologie sul larga scala l’Europa rischia un futuro di stagnazione, con tutte le sue conseguenze”, prosegue Draghi intervenendo all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano.
L’applicazione delle tecnologie legate all’Intelligenza artificiale “potrebbe innalzare in modo significativo la crescita economie avanzate: se si muovesse sulla stessa linea dello precedente sviluppo del digitale negli Stati Uniti, potrebbe esserci una spinta di poco meno dello 0,8% annuo”, se fosse sui livelli dell’elettrificazione negli anni 20 del secolo scorso la crescita potrebbe essere superiore dell’1% all’anno.
Lo afferma Mario Draghi. Si tratterebbe dell'”accelerazione più significativa che l’Europa ha visto da decenni”, prosegue Draghi all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano
“Ciò che spesso è assente nelle discussioni sul tema” dello sviluppo delle tecnologie come l’Intelligenza artificiale “è la considerazione di quanto queste tecnologie possano aiutare a ridurre alcune delle disuguaglianze che più incidono sulla vita quotidiana delle persone”. Lo afferma Mario Draghi. L’ex presidente della Bce ed ex presidente del Consiglio all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano porta l’esempio delle liste d’attesa nella sanità, citando anche studi studi Usa secondo cui “strumenti di triage e gestione dei flussi” con l’Ai “hanno ridotto i tempi di attesa in pronto soccorso di circa il 50%”.
I giovani in Italia e in Europa “devono pretendere di avere le stesse condizioni che permettono ai loro coetanei di aver successo in altre parti del mondo e combattere gli interessi costituiti che si oppongono. I loro successi cambieranno la politica più di qualunque discorso o rapporto e costringeranno regole e istituzioni a cambiare”.
“Gli studenti sono invitati a riflettere su come possano contribuire a rendere il loro Paese e il loro continente un luogo in cui l’innovazione possa prosperare”, aggiunge l’ex presidente della Bce ed ex presidente del Consiglio. “Sono stati formati da una società che ha investito in loro, da famiglie che li hanno sostenuti, da insegnanti che li hanno stipolati e da istituzioni pubbliche che hanno dato loro l’opportunità di apprendere e sviluppare i loro talenti.
Ripagare questo debito non significa che debbano tutti rimanere in Italia, poiché la tecnologia è globale e il talento va dove ha le migliori opportunità, ma sono invitati a non rinunciare a costruire qui”, prosegue Draghi rivolto agli studenti durante il discorso tenuto all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano.
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
CENTRISTA CATTOLICO, CONTRARIO ALLE NOZZE GAY, ARTIGUES È STATO FILMATO A SUA INSAPUTA IN UNA STANZA D’ALBERGO CON UN “PROSTITUTO”
Il sindaco di Saint-Etienne, Gaël Perdriau, è stato condannato a 5 anni di carcere, di cui
uno con la condizionale, e a 5 anni di ineleggibilità per i ricatti con video a luci rosse contro un ex rivale politico. Pronunciando la sentenza, la presidente del tribunale di Lione, Brigitte Vernay, ha sottolineato ”l’estrema gravità dei fatti” e il ”dovere di esemplarità” imposto dall’incarico di primo cittadino.
Perdriau, 53 anni, ex membro dei Républicains (LR, destra) viene ritenuto ”completamente colpevole” di quanto accaduto e verrà presto incarcerato. Ha assicurato fino all’ultimo di non avere avuto alcun ruolo nel complotto ordito contro il suo ex vicesindaco e rivale politico, Gilles Artigues.
Una versione che non ha evidentemente convinto i giudici. Centrista cattolico, opposto alle nozze gay, Artigues è stato prima filmato a sua insaputa in una stanza d’albergo con un prostituto. I congiurati lo hanno poi intimato a rinunciare alle sue battaglie politiche al rischio che quel video venisse svelato pubblicamente. Tre ex fedelissimi del sindaco hanno riconosciuto di essere all’origine della macchinazione. Pierre Gauttieri, per 10 anni capo di gabinetto di Perdriau, è stato condannato a 4 anni di carcere, di cui due con la condizionale.
Alla sbarra, ha ammesso che il sindaco gli chiese, già dall’elezione nel 2014, ”una soluzione per tenere a bada Artigues”. Per l’ex assessore all’Istruzione, Samy Kéfi-Jérôme, che ha posizionato la telecamera nascosta per incastrare la vittima, il tribunale ha pronunciato una condanna a 4 anni (di cui uno con la condizionale).
Quanto a suo ex compagno, Gilles Rossary-Lenglet, ha riconosciuto di aver avuto l’idea di incastrare Artigues sul piano intimo, prenotando l’escort-boy e montando ad arte i filmati ottenuti da quell’incontro in hotel. E’ stato anch’egli condannato a 4 anni di cui uno con la condizionale.
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
BUDANOV E’ UN MITO: PER DIECI VOLTE I RUSSI HANNO CERCATO DI ELIMINARLO SENZA SUCCESSO… E’ IL CERVELLO DI TUTTE LE OPERAZIONI UCRAINE OLTRE LE LINEE CHE HANNO RIDICOLIZZATO L’ESERCITO DI PUTIN
Se l’uomo di ghiaccio che guida le barbe finte militari del Gur, Kyrylo Budanov, non è volato a Miami a trattare con gli americani, è perché è lui la prima scelta di Zelensky per guidare l’ufficio presidenziale. Il presidente lo voleva a Kiev per chiederglielo.
Ma l’uscita di scena di Yermak ha cambiato le carte in tavola: mentre Umerov e gli altri lasciavano il Paese per volare negli States, Kyrylo entrava nell’ufficio di Zelensky: «Mi ha riportato la situazione della sicurezza, quella politica e le prospettive. Abbiamo identificato diversi punti chiave importanti nel
processo negoziale». Lo ha incontrato per primo, poi sono entrati gli altri papabili per la poltrona di Yermak: il suo vice Palisa, e il ministro della Difesa Shmyhal.
Nessuno sa ancora se Budanov accetterà. L’ultima volta che la presidenza gli offrì una “promozione”, Kyrylo distese il suo sorriso gelido e inespressivo: rifiutò e tacque. Era febbraio 2023, bisognava trovare qualcuno che prendesse il posto del ministro della Difesa Reznikov per un altro scandalo di corruzione.
Il capo della fazione parlamentare dei Servi del Popolo, Arakhamia, aveva già annunciato la nomina, invece toccò a Umerov: «Non lascerò l’incarico finché non finirà la guerra», rispondeva Kyrylo. Nei sondaggi sulla fiducia vola, sempre alle spalle di Zaluzhny, spesso davanti a Zelensky.
A quarant’anni da compiere la sua vita è un romanzo: «È sopravvissuto a dieci attentati», raccontano biografi e cronache di questi anni difficili. I russi hanno provato a ucciderlo in tutti modi. Nel 2016 tentò di far saltare in aria un aeroporto in Crimea, e ne uscì ferito. Da un’operazione in Donbass lo salvarono curandolo in America.
Il 4 aprile 2019, la sua Chevrolet saltò in aria troppo presto. Il 29 maggio 2023 i russi ci riprovarono con missili e droni sulla cittadella del Gur di Rybalskoye, a Kiev. Niente da fare. Ha un braccio che piega male e schegge in testa, è nell’elenco dei «terroristi da eliminare» di Mosca ma è al suo posto. Persino la moglie Marianna, «sempre al mio fianco dall’invasione», sopravvisse a un avvelenamento.
Zelensky lo ha premiato con la Stella d’oro nel 2024 per «il coraggio e l’eroismo»
Ora Zelensky ha bisogno di lui. Budanov era uno dei membri della unità 2245 dei servizi addestrata dalla Cia. Ha guidato operazioni spregiudicate dietro le linee, dagli elicotteri sull’Azovstal alle moto d’acqua lungo le coste russe fino ai
generali eliminati. A differenza di Yermak, che ore prima del 24 febbraio negava che i russi avrebbero invaso, Budanov lo aveva previsto come una inascoltata Cassandra.
(da agenzie)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
L’INCAZZATURA PER LA LEGGE ELETTORALE (IL NOME BERLUSCONI DEVE RESTARE SUL SIMBOLO) E I SONDAGGI COMISSIONATI: IL NOME BERLUSCONI VALE IL 5-7% IN PIÙ
Il palazzo è sempre lo stesso. In Largo del Nazareno, su un lato, il Pd ha la sua sede
nazionale. Dall’altra parte della piazzetta si trova invece Palazzo del Bufalo. Ai numeri civici 8 e 3, adiacenti, c’è l’ingresso che porta alle stanze dei dirigenti Mediaset, attraversato da Gianni Letta e due giorni a settimana da Fedele Confalonieri, gli uomini delegati alle relazioni di alto livello, politiche e aziendali, di Silvio Berlusconi.
È da un po’che si parla, tra i portieri e i vicini, dei lavori di ristrutturazione di un ufficio che sarà a disposizione di Pier Silvio, il secondogenito del fondatore di Forza Italia ed ex presidente del Consiglio, scomparso nel giugno 2023.
Dentro Forza Italia si parla da tempo della voglia di Pier Silvio di scendere a Roma, frequentarla di più, «per annusare l’aria» – dicono interpretandone le suggestioni – «per comprendere
maggiormente gli ingranaggi della politica».
La tentazione resta quella: rimettere il piede sulle orme paterne, ricomporre un sogno, ridare slancio a un progetto liberale che si ritiene incompiuto, accucciato in un angolo della sovraesposizione della destra più populista e debilitato da una crescita anemica del Paese.
Roma è una città senza prìncipi, di tutti e di nessuno, aliena alle logiche aziendali e milanesi dei Berlusconi. Attrae e respinge. Anche per Marina è così: la secondogenita, presidente di Fininvest e del Gruppo Mondadori, ripete che «più di un giorno» non riesce a stare nella Capitale.
Ma con Roma bisogna fare i conti. Quando Pier Silvio si deciderà – se si deciderà – e aprirà le porte del suo ufficio, si troverà a circa trecento metri da Palazzo Chigi e Montecitorio. L’idea della politica lo stuzzica, ma non al punto da fargli digerire tutti i dubbi, i suoi e quelli più decisi della sorella.
Marina teorizza un altro modo di agire, restando fuori, controllando, guidando dall’esterno, e lo mette in pratica: mai come in quest’ultimo mese è stata attiva, partecipe, ha fatto sentire il peso della sua presenza ad Antonio Tajani, ministro degli Esteri, vicepresidente del Consiglio e segretario di un
partito che resta di matrice padronale.
Marina sente, ascolta, si confronta con esponenti azzurri che con Tajani sono in rotta o lo sono stati. Parla spesso e volentieri con Letizia Moratti e più volte, quando ha avuto bisogno di contatti a Roma, ha chiesto a Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ex uomo azienda, già direttore di Studio Aperto e di Panorama.
Marina ha invitato Tajani a casa sua a Milano, lunedì scorso, solo dopo aver incontrato, su propria iniziativa, i due vicesegretari di FI, il presidente del Piemonte Alberto Cirio e poi Roberto Occhiuto, governatore dalla Calabria rieletto a ottobre, profilo sempre più autonomo e in crescita, dirigente su cui scommettono i Berlusconi, anima di una corrente che testerà la propria forza con un convegno a Roma il 17 dicembre, a Palazzo Grazioli, la dimora che fu di Silvio e che oggi ospita la stampa estera.
A Tajani va la gratitudine per aver tenuto in vita Forza Italia. Ora però, all’approssimarsi dell’ultimo anno di legislatura, va promossa una nuova fase. In ballo ci sono le liste e i Berlusconi non hanno intenzione di lasciarle solo al gruppo dirigente del vicepremier.
Inoltre, considerano il referendum sulla giustizia una sfida
importante per rivitalizzare FI, da combattere in prima linea e in nome del padre. Marina e Pier Silvio condividono l’idea di svecchiare il partito, soffrono alcune figure che circondano Tajani e che a loro avviso sanno troppo di circolo romano, chiedono che FI abbia «più personalità» e che sia «meno schiacciata» su Meloni.
Marina ha premesso a Tajani che il nome Berlusconi deve restare sul simbolo, grande e ben visibile. Un partito postumo, eternamente personale. Da fonti aziendali risulta che a primavera sia stato commissionato un sondaggio: il nome Berlusconi ebbe il 5-7% in più.
Senza ancora mai essere davvero coinvolto, un’ipotesi di discesa in campo di Pier Silvio farebbe guadagnare a FI, sulla carta, percentuali più alte dell’attuale 8-9%, su un bacino potenziale calcolato al 20%.
Sono cifre che, però, non si sono mai misurate sul corpo a corpo della politica. Marina resta convinta che si possa portare avanti il brand senza impegno diretto. Pier Silvio invece studia il passato per attualizzarlo: Letta è sempre presente, sempre pronto a dare consigli, a tessere tele, come Confalonieri, che continua a scendere a Roma dal martedì al giovedì. Ma nell’ottica di un cambio generazionale, avanzano per quegli stessi ruoli i nomi dei cda di famiglia, da Danilo Pellegrino, ad Fininvest, a Gina Nieri, consigliera strategica.
Non suona esagerato sostenere che, a ogni singola mossa dei Berlusconi, i sismografi della coalizione di centrodestra registrano una certa agitazione dalle parti di Meloni e di Matteo Salvini. Lo scontro con FdI e Lega sugli extraprofitti bancari da impiegare in manovra di bilancio è stato solo un antipasto.
E Tajani ha accelerato sulla strategia di contenimento interno: sta coinvolgendo maggiormente gli uomini di Occhiuto, come Francesco Cannizzaro, ha in mente un ruolo più in vista per Mulè, e si vedrà con Moratti. Intanto oggi ha riunito 1400 esponenti di Forza Italia a Carate Brianza. Per parlare di futuro si riparte dalla discoteca Polaris Studio.
(da La Stampa)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
IL BLITZ SERVE A CONFERMARE LO STATUS QUO, PERCHÉ IN 48 ORE È DIFFICILE PER QUALSIASI PRIVATO PRESENTARE UN PIANO DI OFFERTA PER UNA GARA CHE VALE 30 MILIARDI DI EURO DI PEDAGGI… IL PRESIDENTE TRENTINO, IL LEGHISTA MAURIZIO FUGATTI, ESULTA: “RINGRAZIAMO IL MINISTRO”
È un vero e proprio blitz. Perché i tempi in effetti questo suggeriscono. Il ministero delle Infrastrutture, guidato dal ministro leghista Matteo Salvini, ha riaperto per poco più di 48 ore la gara per l’affidamento in concessione dell’autostrada del Brennero A22, oggi gestita dalla società Autobrennero di cui fanno parte le province autonome di Trento e Bolzano e una manciata di comuni: non a caso nel board si trovano spesso ex sindaci o candidati soprattutto di area Svp, Lega, FdI (ma non solo).
Un blitz che serve a confermare lo status quo, perché in 48 ore è difficile per qualsiasi privato presentare la documentazione e il piano di offerta collegato.
I primi a esultare, saputa della riapertura lampo della gara con annessa prelazione, sono stati i presidenti delle province autonome di Trento e Bolzano, Maurizio Fugatti e Arno Kompatscher: «Quella del ministero è una scelta condivisibile, siamo soddisfatti e ringraziamo il ministro», hanno detto.
Felici perché la gara in ballo vale 30 miliardi di pedaggi in cambio di un piano di investimenti pari a 10 miliardi. Ma soprattutto perché continuarne la gestione significa mantenere la mano pubblica su un’arteria cruciale del Nord-Est, appalti
inclusi.
L’autostrada è da decenni in concessione alla società pubblica. Le norme europee impongono una gara e da undici anni si va invece di proroga in proroga al concessionario pubblico. Lo scorso 3 gennaio è stato pubblicato dal Mit un bando europeo.
Ma prevedeva il diritto di prelazione per il gestore uscente, una disposizione nel mirino della Commissione europea, tanto che è pendente alla Corte di giustizia Ue un ricorso (che riguarda il Comune di Milano ma farà giurisprudenza) proprio sull’uso di questo escamotage
A causa di questa incognita, il bando del ministero è stato prorogato tre volte, l’ultima fino al 30 novembre. E nel frattempo è arrivato anche un parere durissimo della Commissione Ue, attraverso la Direzione generale del mercato, sulla previsione per l’autostrada del Brennero di un diritto di prelazione: «Come risulta dal dettato della direttiva Ue, la partecipazione del concessionario uscente… deve essere accompagnata da misure che assicurino che la concorrenza non sia distorta. Tale requisito non sembra essere soddisfatto».
Ma ecco la sorpresa: improvvisamente, a due giorni dalla scadenza dell’ultima proroga, e precisamente alle ore 17,22 del
28 novembre (venerdì, a ridosso del weekend), il Mit riapre i termini del bando dando tempo fino al 3 dicembre alle 12 per presentare «le domande di partecipazione, pena l’esclusione».
Tradotto: poco più di 48 ore lavorative per depositare una documentazione enorme con annessa offerta economica per una gara da 30 miliardi.
Di certo c’è il rischio che il bando si rifermi per ricorsi o per volere dell’Ue: ma se così fosse, ci sarebbe una nuova proroga. A chi? Agli attuali concessionari.
(da Repubblica)
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “UNA CONGIUNTURA DI FATTORI SFAVOREVOLI (QUANTO PILOTATI?) HA INDEBOLITO ZELENSKY. MOSCA E WASHINGTON SONO PRONTE AD APPROFITTARNE. CON OBIETTIVI CONVERGENTI. DA MOSCA ARRIVA L’INTIMAZIONE DI UNA PACE-CAPITOLAZIONE, DA WASHINGTON LA SPINTA AD UNA PACE AD OGNI COSTO”
Volodymyr Zelensky ha la pelle dura. Gli servirà, tutta e di più, per permettere
all’Ucraina di uscire indenne da due negoziati nell’arco di pochi giorni: quello americano-ucraino di ieri sera a Miami e quello, a breve giro, russo-americano a Mosca. Per mettere fine alla guerra servirebbe, e basterebbe, un solo negoziato: russo-ucraino.
L’Ucraina lo chiede ma Mosca lo nega e Donald Trump si offre come mediatore. In normali circostanze diplomatiche chi media si pone in una posizione di neutralità fra le parti. Meno evidente con un Trump che stende il tappeto rosso per ricevere ad Anchorage il leader di una delle due.
In passato, anche recente, il presidente ucraino non si è mai perso d’animo. Ha fronteggiato i parà russi a pochi passi dalla residenza presidenziale, poi quasi quattro anni di guerra, in febbraio l’imboscata verbale nello Studio Ovale, ultimamente i 28 punti del piano di pace-capitolazione tirato fuori dal cappello di Donald Trump su copione di Vladimir Putin.
Non l’ha perso neppure questa volta. Senza avere più al suo fianco il dimissionario Andriy Yermak, suo braccio destro da sempre, negoziatore a Ginevra appena una settimana fa, Zelensky ha immediatamente spedito a Miami – dov’era atteso Yermak – la nuova squadra negoziale, guidata da Rusten Umerov, consigliere per la Sicurezza Nazionale, e Andyriy Hnatov, capo di Stato Maggiore.
Come dopo Ginevra, Marco Rubio ha definito i colloqui produttivi. Umerov ha parlato di successo. L’uno e l’altro senza dettagli. Ma cosa ne penserà Putin? E a Mosca Rubio non ci sarà.
L’aggressione russa all’Ucraina è entrata in una fase di guerra o pace. Affinché Kiev possa uscirne limitando i pesanti danni già subiti – ha perso un quinto del territorio internazionalmente riconosciuto – il problema non sono le capacità diplomatiche, o
militari. Non le mancano né le une né le altre. Il problema immediato è di attraversare la tempesta perfetta dalla quale è travolta. In gergo nautico “tempesta perfetta” designa la rara convergenza meteorologica di due forti depressioni atmosferiche sulla stessa area marittima. Questo provoca un sovrapporsi e/o incrociarsi di onde enormi che fanno del navigarvi un’arte di sopravvivenza.
Sull’Ucraina si sono abbattute contemporaneamente due forze, una da Mosca, l’altra da Washington, che la spingono ad una pace che equivalga a una resa. Dopo la tempesta verrà infatti la quiete. Zelensky cerca di arrivarci senza aver capitolato a Putin. L’obiettivo dell’Ucraina è semplicemente di non perdere la pace dopo una guerra, subita, pur in nessun modo provocata, che è costata alla sua nazione sacrifici enormi e perdite territoriali che gli ucraini sanno di non poter recuperare.
La tempesta comincia evidentemente dalla Russia che ha fatto precipitare il barometro a ciel sereno il 24 febbraio del 2022.
Sergei Lavrov non perde occasione di invocare le «cause profonde», sinonimo di Ucraina sovrana e indipendente. Adesso Vladimir Putin avverte l’opportunità di incassare una pace che gli dia più o meno tutto quello che voleva con la sua “operazione
speciale” di tre giorni e non ha ottenuto in più di 1.300 e più giorni di guerra.
La tempesta si fa perfetta con Donald Trump. Il Presidente americano vuole chiudere la vicenda con una pace ad ogni costo, tanto sono gli ucraini a pagarla, in quanto ritiene che la guerra ucraina sia una distrazione dagli interessi americani. Il che lascerà gli europei ad interrogarsi se anche la difesa dell’Europa lo sia.
Ed è questo uno dei motivi che spingono gli europei a fare il possibile affinché Kiev non sia abbandonata dagli Usa. Con qualche successo, specie dopo il Putin-Trump in Alaska, ma le loro capacità di influire sull’amministrazione Trump sono limitate.
Volodymir Zelensky è preso fra due fuochi: da Mosca l’intimazione di una pace capitolazione, da Washington la spinta ad una pace ad ogni costo, anche capitolazione con qualche cosmesi. Accogliendo a braccia aperte “l’equilibrato” Viktor Orbán, Vladimir Putin rilancia il vertice bilaterale russo-americano a Budapest, con ucraini e europei alla finestra.
Gli europei vorrebbero aiutare ma non riescono – finora – a convincere il Belgio a scongelare quei 140 miliardi di euro che
garantirebbero all’Ucraina un paio d’anni di autosufficienza bellica e finanziaria. Il primo ministro Bart De Wever ha alzato un muro legale.
I russi non sfondano il fronte ma puniscono città e civili con droni e missili. Dopo aver travolto due Ministri, Herman Halushchenko, Giustizia, e Svitlana Grynchuk, Energia, rimossi senza troppe cerimonie da Zelensky.
La tangente di 100 milioni di dollari a Energatom, l’agenzia ucraina per l’energia nucleare, costringe Andriy Yermak alle dimissioni. Non ci sono per ora indizi concreti di suo coinvolgimento. Non importa. Bisogna allontanare quanto più possibile le nubi dal presidente.
Una congiuntura di fattori sfavorevoli – tutti insieme, quanto casuali, quanto pilotati? – ha indebolito Zelensky e l’Ucraina. Mosca e Washington sono pronte ad approfittarne. Con obiettivi diversi ma convergenti. Per Trump è prioritario il dialogo con Putin; per Putin il dialogo con Trump serve a marginalizzare Zelensky.
Il presidente ucraino deve ora sperare che quanto spuntato dai suoi negoziatori a Miami non sia spazzato nell’incontro di Steve Witkoff con Vladimir Putin. A giorni se non a ore.
Stefano Stefanini
per “la Stampa”
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Dicembre 1st, 2025 Riccardo Fucile
L’ECONOMISTA SALVATORE BRAGANTINI: “IL MEF HA SVOLTO IL FONDAMENTALE RUOLO DI FACILITATORE DELLA MOSSA INIZIALE DA CUI TUTTO DISCENDE, VENDENDO MPS A POCHI OPERATORI PRESCELTI, A PREZZI CONCORDATI. HA POI SFRUTTATO UNA MORAL SUASION SPINGENDO IN OGNI MODO L’OPS”
Sono ormai note le incolpazioni provvisorie della Procura milanese contro Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio per la scalata di Banca Monte dei Paschi di Siena (BMps) a Mediobanca (Mb).
BMps fu salvata nel 2017 dal governo che s’impegnò con le istituzioni europee alla cessione integrale appena possibile; tuttavia a risanamento avvenuto (novembre 2024) ne vende solo il 15 per cento e coglie l’occasione per dotarsi di una banca amica, assecondando i disegni su Mb e Generali di Caltagirone, da anni frustrati.
Il ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) cede la quota a Caltagirone, Delfin, BancoBpm e alla controllata Anima, con una singolare procedura di cessione accelerata, affidata ad una piccola controllata di BancoBpm a un prezzo del 7 per cento sopra il mercato.
Ne deriva, più che un piccolo vantaggio per il cedente, […] uno grande per i compratori strategici. Il tutto con modi e tempi che hanno escluso dalla gara altri interessati e assicurato ai prescelti l’acquisto di BMps al prezzo pre-pattuito. Solo per finezze procedurali la Procura non ravvisa gli estremi della turbativa d’asta.
Il Mef ha svolto il fondamentale ruolo di facilitatore della mossa iniziale da cui tutto discende, vendendo BMps a pochi operatori prescelti, a prezzi concordati.
Ha poi sfruttato in ogni modo una poco moral suasion spingendo in ogni modo l’Ops, inducendo anche due Casse di previdenza a spendere centinaia di milioni su quote di Mb per bocciarne il progetto di integrazione con Banca Generali, appoggiato dagli investitori istituzionali perché conveniente per quella.
Delfin e Caltagirone sono infine accusati d’aver negato l’esistenza di un concerto fra loro, che li avrebbe obbligati alla ben più onerosa offerta in contanti. L’operazione appare davvero pensata ed attuata di concerto fra due privati e un Mef che ancora una volta si rivela incapace di interpretare con fermezza e rigore il proprio ruolo.
I privati fanno il loro interesse, anche bordesando ai margini e in
una dichiarazione pubblica Caltagirone è quasi candido; spetta ai poteri pubblici cercare le prove del concerto fra le parti; non servono accordi scritti, il Testo unico della finanza fa testo, basta e avanza quel che anche un orbo può vedere. La procura è costretta a sequestrare ora documenti di cui Consob da tempo dovrebbe disporre.
Quanto alle conseguenze, se su Mb nulla cambierà, su Generali il concerto, altrettanto evidente, costerebbe molto caro. E il CdA di BMps, in scadenza a primavera, potrà risentire dell’inchiesta. Come spesso avviene da noi, le conseguenze apparenti velano quelle reali. I privati fanno il loro mestiere.
L’accusato vero è chi ha concorso al progetto e l’ha poi amorevolmente spinto al traguardo, il governo; il paese ci guadagna solo il disdoro dovuto alla propria condotta, non all’indagine.
Salvatore Bragantini
per “Domani”
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