Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
I POLIZIOTTI HANNO FINTO UNA PERQUISIZIONE NELLA ROULOTTE DI HAZDOVIC: HANNO PORTATO VIA 5MILA EURO IN CONTANTI E SEI OROLOGI DI LUSSO …I QUATTRO SONO STATI STATI ARRESTATI CON L’ACCUSA DI RAPINA AGGRAVATA
“Si devono mettere solo i turni quando c’è Danilo che può andare. Così mi ha detto lui”. A
parlare è Tomica Branilovic, basista croato, 43 anni. È una delle frasi che inchiodano l’organizzazione. Dall’altra parte c’è Said Essari, 28 anni, narcotrafficante marocchino e campione di kickboxing, che liquida tutto con un giudizio secco: «Questi fanno schifo».
Essari ostenta il suo potere in strada dicendo di essere «amico di quelli della mobile». Un rapporto che appare più che vantato: è così vicino agli agenti finiti sotto inchiesta da potersi scattare un selfie negli uffici del commissariato San Lorenzo, indossando il fratino della polizia.
Ora Essari è stato arrestato per rapina pluriaggravata in concorso insieme a Branilovic e a due poliziotti del commissariato Salario Parioli: Danilo Barberi, 51 anni, e Dario Scascitelli, 42. Secondo l’accusa, coordinata dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo, i quattro avrebbero organizzato e messo a segno una rapina ai danni di Celentano Hazdovic, residente nel campo rom di via dei Gordiani, a Centocelle.
Il 18 dicembre 2024, dopo una soffiata – fornita da Branilovic a Essari, confidente di Barberi — i due agenti entrano nel modulo abitativo della famiglia Hazdovic con la placca al collo, ma qualificandosi come «i carabinieri dei Parioli». Fingono una perquisizione per armi o droga e portano via 5mila euro in contanti e sei orologi di lusso: cinque Rolex (Daytona, Submariner, Explorer e Datejust) e un Cartier.
Ieri i carabinieri del nucleo investigativo di Ostia, insieme alla squadra mobile, hanno eseguito l’ordinanza di custodia cautelare in carcere per i due poliziotti e i loro complici. Barberi e Scascitelli erano già agli arresti domiciliari da giugno, accusati di un’altra rapina: 36mila euro sottratti durante una finta
perquisizione in un appartamento di via Carmelo Maestrini, a Mezzocammino. Entrambi erano stati sospesi dal questore Roberto Massucci.
È ancora il basista a raccontare, in un dialogo intercettato il 3 aprile scorso: «Solo Danilo lavora, fa vedere la placca e ruba alle persone». Esattamente ciò che accade il 18 dicembre. Gli agenti e i complici smontano i pannelli prefabbricati della casetta con un trapano, fino a trovare contanti e orologi.
«Mi hanno portato in un angolo e mi hanno chiesto se ero il capofamiglia — dice Hazdovic — io ho detto: “Si”. Loro mi hanno mostrato un foglio (un finto decreto di perquisizione, ndr) dicendo che avevo una pistola». [Dopo aver trovato il bottino, le minacce continuano, fino a provocare un malore alla vittima: «Mi devi ringraziare che ti ho lasciato per le feste con i tuoi figli».
(da Repubblica)
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Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
“OCCORRONO PRESIDI IN MARE PER SALVARE ESSERI UMANI”
Sulla tragedia nel Mediterraneo è intervenuto anche il presidente della Commissione Cei che si occupa di immigrati nonché presidente della fondazione Cei Migrantes: “Con che coraggio possiamo difendere i confini prima che difendere le persone
Perché non allarghiamo il presidio in mare per salvare le persone, con una collaborazione tra Europa e società civile? Sono domande che in queste ore sono insanguinate dalla morte di uomini, donne, bambini, che ipotecano il nostro futuro, il futuro della nostra Democrazia”.
“Ancora un naufragio, alla vigilia di Natale. La storia della famiglia di Nazareth non accolta, costretta a fuggire in Egitto per sfuggire alle violenze di Erode si ripete nel cammino di milioni di persone profughe e rifugiate. Per queste, contrariamente alla famiglia di Nazareth, – dice monsignor Perego – l’esito non è la salvezza, ma la violenza prima nei campi libici e poi la morte nel Mediterraneo”.
“I 116 morti al largo della Libia in queste ore si aggiungono ai 1700 morti quest’anno nel Mediterraneo”, denuncia l’esponente della Cei che ribadisce: “Con che coraggio possiamo difendere i confini prima che difendere le persone?”.
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Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
IN UN PAESE NORMALE E SENZA MAGISTRATI SOVRANISTI SAREBBE STATO GIA’ APERTO UN FASCICOLO PER OMISSIONE D’ATTI D’UFFICIO
La nave naufragata nel Mediterraneo Centrale avrebbe avuto a bordo 117 persone e sarebbe
partita da Zuwara, dalle coste della Libia, la sera 18 dicembre. È quanto riporta Alarm Phone che precisa di aver ricevuto informazioni sulla partenza e di aver “ripetutamente tentato di contattare l’imbarcazione tramite telefono satellitare, senza successo.
Le guardie costiere e le ONG competenti sono state allertate, nonostante non disponessero di una posizione GPS”. “Quando abbiamo contattato la Guardia Costiera italiana, hanno confermato di aver ricevuto la nostra email, ma hanno immediatamente interrotto la chiamata senza fornire ulteriori informazioni o rassicurazioni”, mentre – prosegue Alarm Phone – “la cosiddetta Guardia Costiera libica ci ha comunicato telefonicamente di non aver soccorso né intercettato alcuna imbarcazione il 18 o il 19 dicembre”.
“La sera del 21 dicembre il sistema di alert ha “ricevuto la notizia che alcuni pescatori tunisini avevano trovato un unico
sopravvissuto su una barca di legno. Secondo quanto riferito, ha dichiarato di essere partito da Zuwara due giorni prima e di essere l’unico sopravvissuto”. “Secondo la sua testimonianza – riporta Alarm Phone -, solo poche ore dopo la partenza le condizioni meteo sono peggiorate drasticamente, con venti che hanno raggiunto i 40 km/h.
Era estremamente debole e non siamo riusciti a ottenere un resoconto dettagliato dell’accaduto. Il sopravvissuto sarebbe stato trasferito in un ospedale in Tunisia dai pescatori”. Alarm Phone “ha cercato di verificare questa informazione, ma non è ancora riuscita a confermarla pienamente”.
(da agenzie)
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Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
AL COLLE SPIEGANO CHE GLI EMENDAMENTI BOCCIATI NON C’ENTRAVANO NIENTE CON LA LEGGE DI BILANCIO. UN MODO EDUCATO PER DEFINIRE LE FURBIZIE DEGLI ESPONENTI DELLA MAGGIORANZA
I cinque altolà imposti l’altro giorno dal Quirinale al governo sulla manovra chiudono un anno di coabitazione non sempre semplice con l’esecutivo di Giorgia Meloni. Al Colle spiegano che gli emendamenti bocciati erano del tutto fuori contesto. Non c’entravano niente con la legge di bilancio.
Ettore Sequi per “La Stampa”Un modo educato per definire le furbizie degli esponenti della maggioranza di centrodestra che hanno cercato di trarre vantaggio dalla confusione di una legge vasta e complessa come la finanziaria.
Non è la prima volta che succede. Anzi. Ma al Quirinale fanno ancora il Quirinale e quindi vigilano, correggono, e nel caso bloccano. Nei mesi scorsi reiterate sono state le bocciature degli uffici del presidente Mattarella per emendamenti inseriti surrettiziamente in decreti legge del tutto estranei all’oggetto. E anche stavolta, si fa notare, è stata superata una soglia.
Il caso più clamoroso di questi giorni riguarda la tutela agli imprenditori condannati per avere sottopagato i lavoratori. L’aveva proposta in Commissione il senatore di Fratelli d’Italia, Matteo Gelmetti (prima di lui ci aveva provato nel decreto Ilva il collega Pogliese).
Avrebbe limitato la possibilità per i lavoratori di ottenere gli arretrati salariali, anche nei casi in cui un giudice stabilisce che la retribuzione percepita è stata troppo bassa.
Era del tutto incongruo rispetto alla natura della legge di bilancio, fanno notare al Quirinale. Una questione di metodo, insomma. Ma qui non si può non sottolineare che sui salari troppo bassi, le mancate tutele dei lavoratori, la piaga del precariato, Mattarella tuona, inascoltato, da dieci anni. Due emendamenti li ha presentati la Lega. E prevedevano meno paletti per chi passava da un incarico pubblico a uno privato e viceversa.
Poi c’erano due emendamenti di Claudio Lotito, il senatore di Forza Italia e presidente della Lazio. Uno era sui magistrati fuori ruolo e puntava a a ridurre da dieci a quattro anni l’anzianità di servizio per poter essere autorizzati al collocamento fuori ruolo,
e quindi fare altro. Un’altra norma che non c’entra nulla con la legge di Bilancio, è stato fatto notare, invitando il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, a depennarle. E infatti ai dirigenti dei gruppi di maggioranza è arrivato un foglietto con su scritto «norme da sopprimere».
Lotito voleva anche rivedere la disciplina per il personale della Covip, l’Autorità che vigila sui fondi pensione. Ieri fonti di governo hanno fatto sapere che in quest’ultimo caso il Quirinale intendeva cambiare sola una parte della norma, ma per un difetto di comunicazione è stata cassata per intero. «Non volevamo esporci a rischi di incostituzionalità» del testo: sintetizza il viceministro all’Economia Maurizio Leo spiegando lo stralcio delle cinque norme.
Resta il fatto che finora tutte le petizioni di Mattarella, espresse in varie lettere di accompagnamento alle leggi, non sono servite granché. A ottobre, sul pasticcio della festività di San Francesco, aveva richiamato tutti all’ordine: «Non posso non sottolineare l’esigenza che i testi legislativi presentino contenuti chiari e inequivoci».
Alla fine dalla maggioranza ci provano comunque a fare passare leggi mancia, norme elettorali, emendamenti per gli amici degli amici. Come il condono edilizio. Non sarebbe mai passato, hanno fatto trapelare da lassù. E a quel punto al Senato, anche su pressione delle opposizioni, l’hanno derubricato a ordine del giorno.
(da agenzie)
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Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE SEQUI: “I NODI SONO RIMASTI APERTI: TERRITORI E GARANZIE DI SICUREZZA. KIEV ACCETTEREBBE OGGI IL CONGELAMENTO DELLA LINEA DEL FRONTE; MOSCA PRETENDE IL RICONOSCIMENTO DELL’INTERO DONBASS, INCLUSI TERRITORI NON CONTROLLATI. SULLE GARANZIE, L’UCRAINA CHIEDE IMPEGNI CHE RENDANO IMPOSSIBILE UNA NUOVA AGGRESSIONE; LA RUSSIA PRETENDE CHE TALI IMPEGNI NON ESISTANO”
Le trattative di Miami sull’Ucraina, come previsto, si sono chiuse senza accordo. Hanno
però chiarito che oggi non esiste una prospettiva di pace che soddisfi simultaneamente le esigenze di sicurezza dell’Ucraina e la strategia di potere della Russia.
I nodi sono rimasti aperti: territori e garanzie di sicurezza. Sul territorio, Kiev accetterebbe oggi il congelamento della linea del fronte; Mosca pretende il riconoscimento dell’intero Donbass, inclusi territori non controllati. Sulle garanzie, l’Ucraina chiede impegni che rendano impossibile una nuova aggressione; la Russia pretende che tali impegni non esistano.
Il conflitto ruota, dunque, attorno a due progetti incompatibili: l’Ucraina negozia per eliminare una vulnerabilità strutturale, la Russia per conservarla. Tutto il resto deriva da questa asimmetria.
Kiev non tratta solo per congelare il fronte, ma per chiudere una sequenza che ha prodotto due aggressioni russe in meno di un
decennio.
Per Kiev l’obiettivo non è solo la tregua, ma impedire che la Russia possa usare nuovamente la forza contro l’Ucraina come un’opzione politicamente sostenibile, militarmente praticabile e strategicamente conveniente. Da qui la centralità di garanzie di sicurezza vincolanti, di una capacità militare credibile e dell’ancoraggio europeo
La Russia negozia su una logica opposta. Cerca un assetto che legittimi i risultati territoriali ottenuti -e quelli ancora rivendicati- mantenendo aperta la possibilità di coercizione futura. In prospettiva, l’obiettivo non è solo il territorio, ma la subordinazione strategica dell’Ucraina, una Bielorussia 2.0, formalmente sovrana ma strutturalmente dipendente.
Questa è la funzione reale del negoziato per Mosca, una pace che renda l’Ucraina sicura sarebbe, per il Cremlino, una sconfitta strategica. Per questo le proposte di Miami vengono respinte come “non costruttive” e Mosca si richiama allo “spirito di Anchorage” come recinto politico già fissato.
Un accordo costruito solo da Washington e Mosca ridurrebbe l’Europa a oggetto della propria sicurezza e mero finanziatore della ricostruzione ucraina. Le aperture di Macron a Putin vanno lette in questa chiave. Non gesto simbolico, ma tentativo di evitare che la sicurezza del continente sia decisa altrove, in negoziati a cui l’Europa parteciperebbe solo indirettamente. Tanto più che ora, anche nella UE, stanno prendendo forma meccanismi analoghi alla coalizione dei volenterosi.
In questa fase gli Stati Uniti non vogliono o non riescono a imporre una pace, ma solo a governare il processo. Tengono
aperti i canali, coordinano alleati e avversari e gestiscono il rischio di escalation. Ma il punto di blocco è chiaro, poiché l’accordo che renderebbe l’Ucraina realmente sicura richiederebbe garanzie automatiche che Washington non intende concedere
Al contrario, l’accordo che gli USA sarebbero disposti a sostenere lascerebbe a Mosca margini di coercizione futura e non sarebbe quindi accettabile per Kiev. In questa gestione rientra anche la logica triangolare di Trump: quando le crisi che ha promesso di risolvere rapidamente -Ucraina e Gaza- non avanzano, apre o amplifica un terzo fronte (Groenlandia, Venezuela, dazi, ecc.), spostando l’agenda e attenuando temporaneamente la percezione dello stallo di quelle principali.
La risposta russa è coerente. Mosca ha accettato il principio di un incontro con Macron, incanalandolo subito in una logica di bilateralizzazione: non per riconoscere l’Europa come interlocutore unitario, ma per trasformare ogni iniziativa europea in una relazione asimmetrica e controllabile. La bilateralizzazione non è una concessione diplomatica ma uno strumento di divisione.
La guerra non è separata dal negoziato, ne è parte integrante. Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e la pressione sui civili mantengono elevato il costo politico e sociale del conflitto. Così come le minacce ibride, sempre più aggressive, mirano a colpire la resilienza delle opinioni pubbliche e a testare la tenuta del sostegno occidentale. È così che Mosca segnala che il dialogo non modifica il comportamento sul campo.
La pace diventerà possibile solo se una delle due condizioni si
imporrà: o la Russia non sarà più in grado di sostenere il costo complessivo della coercizione, oppure l’Occidente accetterà un accordo che lasci l’Ucraina strutturalmente vulnerabile. Tutto ciò che sta in mezzo non è una transizione verso la pace, ma la gestione di una guerra che rischia di durare. Miami ha reso visibile questa realtà.
Ettore Sequi
per “La Stampa”
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Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
FONTANA, FEDRIGA (E ZAIA) SI SCHIERANO CON IL MINISTRO (“CONCRETO, NON FA PROPAGANDA”) … LE MOSSE DI SALVINI CHE ACCAREZZA L’IPOTESI DI LANCIARE GIORGETTI NELLA CONTESA PER IL SINDACO DI MILANO ANCHE PERCHÉ SA CHE, IN CASO DI BIS NEL 2027, MELONI LO RIPRENDEREBBE AL MINISTERO DELL’ECONOMIA E PER IL CAPITONE SAREBBE QUASI IMPOSSIBILE PRETENDERE PER SÉ ANCHE IL VIMINALE
Ma sulla guerra interna alla Lega che s’è scatenata attorno a Giancarlo Giorgetti le cicatrici rimangono, visibili a occhio nudo. Visibile a occhio nudo è stata la benedizione che Matteo Salvini ha dato in privato alla ciurma, capitanata da Claudio Borghi, che pur di far accantonare la norma sulle pensioni s’è spinta a definire «un ministro tecnico» il titolare dell’Economia.
Come visibile a occhio nudo è stata la presa di posizione del «partito dei governatori», sceso in campo anche oltre i tempi supplementari — quando la norma era già stata cestinata — per difendere Giorgetti.
L’ha fatto pubblicamente ieri il governatore della Lombardia Attilio Fontana, che parlando col Foglio l’ha definito «una figura talmente forte, competente e specchiata, che apprezziamo tutti», il cui valore non può «essere messo in discussione da nessuno». L’aveva fatto il pari grado del Friuli-Venezia Giuli
Massimiliano Fedriga, sottolineando in un’intervista alla Stampa che «Giorgetti sta facendo un lavoro importantissimo per il Paese», perché «è un ministro molto lontano dalla propaganda e guarda ai fatti concreti» e «questo è un bene per l’Italia».
Messa in pausa dal capitombolo elettorale in Toscana e dal conseguente ingresso in un cono d’ombra del generale Vannacci, la cui ascesa nel cuore pulsante del Carroccio era stata oggetto del contendere tra i due fronti («Col ca…o che ci vannaccizziamo», Fontana dixit), la distanza interna tra la Lega di Salvini e quella dei governatori si ripropone attorno alla figura del ministro dell’Economia, anche se il perimetro in cui si gioca la partita è decisamente più esteso e la sua proiezione ormai è più sul futuro che sul presente.
Di qua il segretario, sempre meno europeista, sempre più di lotta e meno di governo a dispetto dei galloni da vicepremier, sempre meno propenso ad allargare i cordoni della borsa quando si tratta di aiutare l’Ucraina; di là loro, dove loro sono non solo Fontana e Fedriga, ma anche e soprattutto Luca Zaia che governatore non è più: sono più europeisti, più di governo, più vicini all’Ucraina, inclini a declinare il fenomeno dell’immigrazione più nell’ottica delle imprese che in quella del dividendo nei sondaggi d’opinione.
Fuori dai confini della Lega, quando la questione dei due fronti del Carroccio finisce nelle chiacchiere degli altri partiti della maggioranza, com’è stato a proposito della disfida sulle pensioni, si tende a minimizzare la portata dello scontro, a derubricarlo alla replica di uno spettacolo andato in scena decine di volte a partire dal 2019, l’anno del Papeete, dei «pieni poteri»
chiesti da Salvini.
Stavolta però è diverso. Il 2026 sarà l’anno pre-elettorale, quello che fisserà la griglia di partenza della legislatura a venire. Uno di quelli che ha assistito da dentro al riaccendersi delle tensioni negli ultimi giorni racconta per esempio che «a Salvini piacerebbe da morire l’ipotesi di lanciare Giorgetti nella contesa per il sindaco di Milano anche perché sa che, in caso di bis nel 2027, Meloni lo riprenderebbe al ministero dell’Economia e per Matteo sarebbe quasi impossibile pretendere per sé anche il Viminale, visti i rapporti di forza attuali e quelli in prospettiva». Ma l’impresa forse è oltre i limiti dell’impossibile.
Quindi, per evitare che lo scontro tra i due fronti della Lega torni a deflagrare, serve una sorta di «patto», un accordo che eviti incidenti futuri tipo quello andato in scena negli ultimi giorni.
Tra quelli che in Parlamento sono più sintonizzati col tridente Fedriga-Fontana-Zaia, per esempio, si fa largo una variante del modello tedesco «Cdu-Csu», che in Germania sono due partiti, col secondo che opera solo in Baviera. Immaginare la Lega divisa in due tronconi che si separano consensualmente è quasi fantapolitica. «Ma un riequilibrio nei vertici che tenga conto di questa differenza e la cristallizzi in via Bellerio no»
(da corriere.it )
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Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
LA MELONA RIESCE A INFILARE DEL VITTIMISMO ANCHE NEGLI AUGURI DI NATALE: “NON È FACILE GOVERNARE UNA AMMINISTRAZIONE COME QUESTA” (NESSUNO TI OBBLIGA…)… IL COMPUTER IN REGALO DA 10.000 EURO RESTA INVISIBILE COME LE PROMESSE ELETTORALI
Il Palazzo chiude un paio di giorni e dopo le tribolazioni sulla manovra, dentro FdI tirano
sospiri di sollievo lunghi come corridoi ministeriali. Giorgia Meloni però già avverte: «È trascorso un anno tosto ma non preoccupatevi, perché il prossimo sarà molto peggio…».
Il clima tra i suoi, alla fine, è comunque talmente da rompete le righe che al brindisi con i parlamentari di FdI, radunati alla sala Tatarella della Camera, Giovanni Donzelli architetta pure uno scherzone, prima che la leader si presenti: «Giorgia non viene più, è dovuta andare al Quirinale».
Qualcuno impallidisce, qualcuno imbocca l’uscita, i più sghignazzano a denti stretti: è la vecchia goliardata da generazione Atreju, che non si crucciava di tendere tranelli al
capo quando il capo era Gianfranco Fini, e oggi non ha timore di tirare in ballo perfino il Colle, tanto per tenere allenato il battito cardiaco. Ignazio La Russa non aspetta la premier, ha un volo. Ma ha tempo per una battuta, che racconta bene le ansie dei Fratelli, dopo scorrerie della Lega sulla legge di bilancio: «Senza di me finivamo in esercizio provvisorio».
La premier alla fine si presenta, con la sorella Arianna. Discorso rapido, ma stretta di mano a tutti i presenti, a mo’ di colonnella con le truppe. Proferisce uno «scusate» per non avere concesso troppo tempo ai suoi quando è in aula, «devo occuparmi soprattutto dell’opposizione».
E un invito a serrare le file: «Tutti concentrati, ci aspetta un anno molto impegnativo». Applausi, cin cin. Manca il regalo, comprato con la colletta da 50 euro a testa: il famoso supercomputer da diecimila euro resta invisibile, come certe promesse elettorali.
Superato con più di un intoppo lo scoglio manovra, Meloni si congeda anche dai dipendenti di Palazzo Chigi. E pure a loro parla delle difficoltà passate e a venire, dell’anno «tosto» alle spalle e del 2026 che «sarà ancora peggio». Dunque a tutti dice: «In questi giorni riposatevi». Ricaricate le pile. Dirigenti, funzionari e travet di Chigi affollano il cortile nonostante la pioggia battente.
Meloni parla da un palchetto sotto il porticato che conduce allo scalone d’onore, circondata dal suo staff e guardata a vista dalle guardie del corpo. Nel suo intervento ringrazia l’entourage, a partire dalla segretaria particolare Patrizia Scurti, i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. «Non è facile
governare una amministrazione come questa. Noi siamo una famiglia, combattiamo tutto l’anno».
(da Repubblica)
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Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
SONO NUMERI CHE NESSUNA ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA PUO’ PIU’ NASCONDERE
Dimenticate Schlein, Conte, Fratoianni e pure le liti con Salvini, o le turbolenze nella Lega e in Forza Italia, o i presunti complotti del Quirinale. Dimenticatevi pure gli Eurocrati, le toghe rosse, la corte penale internazionale, le Ong.
Dimenticateveli, perché il vero nemico di Giorgia Meloni e del suo governo, da qui alle elezioni del 2027, è molto più subdolo e temibile. Si chiama economia italiana, e senza essere grandi indovini prevediamo la farà sudare parecchio. E i suoi numeri, impietosi, temiamo non possano essere accusati di essere al soldo dell’opposizione.
Partiamo dal prodotto interno lordo, la misura della ricchezza del Paese, che ormai non riesce a superare la soglia dell’1% di crescita – se si eccettua il rimbalzo post Covid, che non fa testo – dal 2017, quando crebbe dell’1,6%. Quest’anno, dicono le stime, crescerà dello 0,5%, in calo rispetto alle previsioni e alla crescita comunque asfittica degli ultimi due anni, dove si era fermato allo 0,7%. “È comunque una crescita”, direte voi. Sì, ma anche no.
Primo, perché i prezzi, dal 2018 a oggi, sono cresciuti sempre più del PIL, e il nostro potere d’acquisto è diminuito. Anche quest’anno, l’inflazione fa segnare un +1,1%, stabile rispetto al 2024. Il problema sono i due anni precedenti, in cui i prezzi sono cresciuti tantissimo a causa del Covid e della crisi energetica post guerra in Ucraina, e altissimi sono rimasti.
Secondo, perché tutto questo ovviamente ha un forte impatto sui consumi, soprattutto alimentari e relativi a beni durevoli, e sulla fiducia dei consumatori. E i dati sulle spese natalizie che vediamo in questi giorni sono la rappresentazione plastica di queste difficoltà. Tanto più se gli stipendi restano al palo, e la pressione fiscale continua a crescere.
Terzo, perché le nostre imprese sono sempre più in difficoltà, con gli italiani che sempre più si rivolgono a produttori o
distributori stranieri, più efficienti e a buon mercato, e comprano sempre meno italiano. Con un export che sempre meno riesce a compensare questa tendenza, a causa dei dazi e delle barriere che gli Stati Uniti del nostro “amico” Donald Trump ha alzato quest’anno. E con l’economia tedesca, che sovente in questi anni ci ha fatto da locomotiva in crisi nera.
Quarto, perché se l’industria va male è lecito aspettarsi contraccolpi sul lato dell’occupazione. E infatti nei primi nove mesi del 2025 le ore di cassa integrazione sono cresciute di quasi 20 punti percentuali rispetto al 2024. Sono dati questi, che stridono con quelli che sbandiera il governo – il tasso di occupazione più basso degli ultimi vent’anni – ma che rappresentano un campanello d’allarme di non poco conto per l’anno che verrà.
Quinto, perché la poca crescita di quest’anno – anzi, di questi ultimi tre anni – è drogata dai soldi del Pnrr e pure dalle ristrutturazioni del tanto vituperato Superbonus. Senza, probabilmente, saremmo già oggi in recessione, o quasi.
Per Giorgia Meloni, per il suo governo e per la maggioranza che lo sostiene, il consenso di questi anni, stabile nonostante tutto, potrebbe essere una trappola. Quando la realtà bussa alla porta, del resto, non c’è arma di distrazione di massa che tenga.
(da Fanpage)
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Dicembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
ENRICO GROSSO E’ IL PRESIDENTE DEL COMITATO DEL NO
Enrico Grosso è il presidente del comitato per il No, professore ordinario di diritto
costituzionale presso l’Università di Torino e presidente del Comitato a difesa della Costituzione
L’anno prossimo, gli italiani saranno chiamati a votare a un referendum costituzionale che boccerà o promuoverà la riforma della giustizia varata dal governo Meloni.
Tre i punti principali: separazione delle carriere di giudici e pm, sdoppiamento del Csm e nascita di una nuova Alta corte disciplinare.
Fanpage.it ha intervistato Enrico Grosso, costituzionalista che presiede il Comitato nazionale a difesa della Costituzione. Si tratta del comitato per il No creato dall’Anm (l’Associazione nazionale magistrati, contraria alla riforma) per avere una rappresentanza ‘laica’ nel dibattito ed evitare che le toghe dovessero esporsi in prima linea.
Grosso ha detto a Fanpage.it di aver firmato la nuova raccolta firme lanciata per presentare un quesito leggermente diverso sullo stesso tema – una raccolta finita al centro di polemiche perché, secondo i detrattori, servirebbe solo ad allungare i tempi e far slittare la data del voto. Il professore di diritto costituzionale all’Università di Torino, poi, ha spiegato le ragioni per cui è importante andare a votare e bloccare la riforma, che è una vera e propria “resa dei conti” nei confronti dei magistrati.
Negli scorsi giorni è nata una raccolta firme per il referendum sulla riforma della giustizia. L’hanno lanciata quindici cittadini, con un quesito leggermente diverso da quello che la Cassazione ha già ammesso il 18 novembre. Lei aderirà?
Come privato cittadino, e non a nome del comitato che presiedo, ho già firmato. Il comitato ha deciso di non raccogliere le firme, ma non significa che non guardiamo con assoluto favore a questa
iniziativa.
Il dibattito su questa riforma è già stato compresso durante la fase parlamentare, e riteniamo che ora invece debba essere sviluppato il più possibile presso la cittadinanza. Questa iniziativa contribuisce a illustrare ulteriormente le ragioni del referendum, a costruire un dibattito pubblico e soprattutto a garantire ai cittadini i tempi e gli spazi di una corretta informazione.
Secondo i promotori, la raccolta firme obbligherà a far slittare il referendum: c’è tempo fino al 30 gennaio per raccoglierle, quindi prima di allora il governo non potrebbe stabilire una data. È d’accordo con questa interpretazione?
Parlo da costituzionalista, so che c’è un dibattito in corso anche tra i miei colleghi: visto che il quesito proposto è leggermente diverso da quello che era già stato dichiarato legittimo dalla Cassazione, i proponenti hanno non soltanto il diritto di avere tempo per raccogliere le firme – e questo mi sembra evidente – ma soprattutto il diritto che la Cassazione si pronunci sul loro quesito, se il numero necessario di firme sarà raggiunto.
La Corte, in quel caso, stabilirà se gli italiani si dovranno esprimere sul quesito originale o su quello nuovo. Il governo deve lasciare alla Cassazione il tempo di farlo. Francamente non capisco perché si voglia a tutti i costi accelerare l’indizione del referendum.
Molti italiani non sanno ancora che ci sarà un referendum, o non sono interessati a votare. Cosa direbbe agli elettori per convincerli che andare alle urne sarà importante?
Questo referendum apparentemente è tecnico, ma in realtà riguarda il modo in cui i cittadini possono pretendere giustizia. Se questa riforma fosse approvata, i giudici sarebbero molto meno indipendenti di oggi. Non avrebbero più quell’organo che è oggi il Csm, che ne protegge quotidianamente l’indipendenza.
Questa riforma è una resa dei conti del governo nei confronti della magistratura, e lo scopo è quello di mettere in riga i magistrati. I magistrati messi in riga sono magistrati timorosi, meno liberi. Un Csm fatto di toghe sorteggiate, mentre i membri di nomina politica vengono scelti dai politici, avrebbe effetti diretti sui cittadini: sarebbe molto più difficile per i deboli avere giustizia, e molto più facile che i poteri forti condizionino le scelte giudiziarie.
Lei presiede il “Comitato a difesa della Costituzione”. Da cosa va difesa?
La nostra Costituzione, come tutte le costituzioni moderne, è nata per limitare il potere politico. Chi ha potere, per sua natura, tende ad abusarne. Porre dei limiti giuridici al potere è necessario per lo Stato di diritto.
I giudici sono chiamati, in maniera indipendente, ad applicare il diritto per limitare il potere. Se i giudici sono meno indipendenti, non sono in grado di svolgere questa funzione altrettanto bene.
Ha parlato dei giudici finora, ma molto dibattito si è concentrato sui pubblici ministeri. C’è il rischio che i pm finiscano ‘sotto il controllo’ del governo?
La riforma non dice nulla di questo. Ma, quando il corpo dei pm viene completamente staccato dalla giurisdizione, è prevedibile che sviluppi un potere autonomo talmente abnorme ed eccessivo che, inevitabilmente, si dovrà fare un’altra riforma per sottoporre
quel potere a qualcuno.
A chi?
All’esecutivo. Non vedo alternative. È avvenuto in tutti i Paesi in cui le carriere di pm e giudici sono state separate. Anche dove inizialmente non c’era una sottoposizione dell’accusa al potere esecutivo, alla fine, delle forme di subordinazione si sono introdotte. Proprio per evitare che quel gruppo di persone diventasse un potere incontrollato e incontrollabile.
Peraltro, a quel punto, l’alternativa sarebbe ancora peggio: ci sarebbe un pubblico ministero totalmente privo di freni. Dovrebbe far paura per primi a quegli avvocati che oggi sbandierano la la separazione delle carriere come se fosse il toccasana.
E anche al governo Meloni, che proprio del potere eccessivo dei pm si è lamentato in più occasioni. Ultimamente il referendum è stato messo in mezzo da esponenti dell’esecutivo mentre parlavano di diversi casi di cronaca, dalla famiglia nel bosco a Garlasco. Cosa pensa di questo approccio?
Sono discorsi totalmente strumentali, lo sanno benissimo anche loro. Questa riforma nulla cambierebbe rispetto a ciascuno di quei casi che vengono evocati.
Delegittimare sistematicamente ogni decisione giudiziaria è pericolosissimo. La giustizia è una delle grandi istituzioni dell’ordinamento costituzionale di questo Paese. Se si comincia a instillare questo veleno, se i cittadini cominciano a pensare che le decisioni giudiziarie sono tutte sbagliate e prese da incompetenti, si perde totalmente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Questa è l’anticamera per la distruzione dello Stato di
diritto.
Finora chi sostiene il No al referendum ha usato due argomentazioni che possono sembrare opposte. Da una parte i rischi per la Costituzione, l’equilibrio dei poteri, lo strapotere del governo. Dall’altra, il fatto che la riforma sia sostanzialmente “inutile”. In che senso?
Anche il ministro Nordio ha ripetuto più volte che questa riforma non ha nulla a che vedere con i problemi della giustizia. Non risolve la lentezza dei processi, la farraginosità delle procedure, il sotto-finanziamento del comparto giustizia, che oggi vive una crisi drammatica sia dal punto di vista dei giudici che degli apparati amministrativi.
Quindi, da una parte è una riforma che non si occupa di nulla di tutto ciò. Dall’altra, minaccia il modo con cui fino ad oggi si è pensato che dovesse essere la giustizia, cioè un giudice libero e indipendente che rende giustizia, soprattutto per i più deboli.
(da Fanpage)
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