Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
LA STOCCATA DELLO STORICO DEL FASCISMO AL MINISTRO DEL PENSIERO SOLARE (E LECCACULO), ALESSANDRO GIULI: “È UN BENE CHE MELONI NON MI ABBIA CHIAMATO, LEI HA BISOGNO DI UNA SQUADRA COMPATTA E SOPRATTUTTO CON UNA FEDE ENORME NEL SILENZIO ASSERTIVO”
«Comunque questo melonismo odora di democristianeria. L’odore è pungente. Qualche
volta, ma solo qualche volta, la premier si traveste da». Da? «Un po’ da quella roba lì, un po’ da destra reazionaria. Perché il doppio ruolo la costringe a fare due parti in commedia. Resta lo sfondo democristiano. Fratelli d’Italia a me sembra un po’ RaiUno e viceversa».
Giordano Bruno Guerri, storico e saggista oltre che studioso del ventennio fascista, risponde così al Fatto Quotidiano che gli chiede cosa pensa del governo Meloni. Lo studioso segnala che «è un bene che Giorgia Meloni non mi abbia chiamato. Un bene sia per lei che per me. La premier ha bisogno di una squadra coesa, compatta e soprattutto con una fede enorme nel silenzio assertivo, nell’esercizio conciliativo della parola. Io amo la polemica, l’audacia, l’individualità».
«Da un anno e mezzo non ho neanche più una collaborazione giornalistica. Devo dire che in un certo senso me lo merito
(metta le virgolette, però)», aggiunge. Alle europee ha votato per Antonio Tajani: «Mi è parsa Forza Italia una sopravvissuta meritevole di un atto di affetto e di considerazione».
Alla festa di Atreju non l’hanno invitato: «Mentre c’ero negli anni che furono, quando il confronto dialettico era vivacissimo. A quei tempi Atreju sembrava davvero un campo hobbit».
E ancora: «La convinzione che questa premier sia forte induce il sentimento adulatorio che fa strage di cuori anche tra voi giornalisti. Quando poi si proietta il potere della Meloni anche oltre questa legislatura, allora la famiglia di ciascuno diviene il valore da tutelare».
(da Open)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
OGGI UN PASTO CALDO A 14.000 PERSONE IN DIFFICOLTA’, 2.000 VOLONTARI MOBILITATI IN 18 PUNTI DELLA CITTA’ (70 NEI GIORNI SCORSI) : “ORGOGLIOSA DI ESSERE SINDACA DELLA MIA CITTA’”
Oltre 14mila persone sedute a tavola in tutta la città: 18 pranzi il 25 dicembre, oltre 70 nei giorni immediatamente precedenti e successivi: senza dimora, anziani, persone sole, famiglie, disabili raccolti da Sant’Egidio tra tutti coloro che sono sostenuti dalla Comunità nei suoi servizi. Il giorno di Natale Sant’Egidio ha imbandito tavole in tutta la città di Genova: dalla basilica della SS. Annunziata del Vastato, ai Magazzini del cotone, ad alcune chiese, ville, palazzetti dello sport, nella mensa di una scuola, in rsa e case famiglia. Per la prima volta un pranzo di Natale per circa 300 persone è stato organizzato nel salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale.
Per ciascuno il menù della festa – lasagne, arrosto, panettone – e un regalo personalizzato. Ma soprattutto la gioia e la dignità di un posto preparato con cura a un tavolo insieme a volti amici.
Oltre ai circa mille membri di Sant’Egidio a Genova, almeno altrettanti genovesi hanno messo a disposizione tempo ed energie per la realizzazione della festa: giovani e anziani, italiani ed immigrati, gruppi scout, aziende. Inoltre sono numerosi i benefattori che hanno dato un contributo alla realizzazione di una festa che ha scelto di non escludere nessuno: fondazioni, enti privati, famiglie, singoli cittadini.
Andrea Chiappori, il responsabile di Sant’Egidio a Genova, sottolinea la novità del pranzo di Natale nel salone del Maggior consiglio di Palazzo Ducale, dove si riunivano i 400 nobili che detenevano il potere della Repubblica di Genova: “La scelta di un luogo così – afferma Chiappori – è molto simbolica. È un modo per affermare che la solidarietà non può essere un gesto estemporaneo, ma deve diventare cultura, per scendere nel profondo della vita della città e generare idee e visioni. Come diceva papa Francesco, solo una nuova cultura della gratuità può contrastare la cultura del profitto e dello scarto che rende dura la vita di tante persone”.
(da agenzie)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
“VEDERE PERSONE DI TUTTO IL MONDO SEDUTE A TAVOLA, UNA ACCANTO ALL’ALTRA, E’ IL MESSAGGIO PIU’ POTENTE CHE SI POSSA DARE IL GIORNO DI NATALE”
Mattinata di Natale all’insegna della solidarietà per la sindaca di Genova Silvia Salis, che
oggi ha portato gli auguri di buon Natale della città agli ospiti e ai volontari dei tradizionali pranzi organizzati dalla Comunità di Sant’Egidio.
Due le sedi coinvolte: il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale e la Basilica della Santissima Annunziata del Vastato, dove era presente anche l’arcivescovo di Genova Marco Tasca.
Nel corso della visita, la sindaca ha voluto ringraziare pubblicamente la Comunità di Sant’Egidio e i suoi volontari per l’impegno quotidiano a favore delle persone più fragili. “Grazie Sant’Egidio – ha affermato la sindaca – e lo dico con un po’ di imbarazzo. L’imbarazzo che le istituzioni e la politica devono avere di fronte alla forza di questi volontari e al lavoro che fanno per coprire il vuoto che c’è tra dove arrivano le istituzioni e dove ci sarebbe bisogno veramente di arrivare. Dobbiamo fare sempre di più per sostenervi”.
Salis ha poi condiviso l’emozione per la partecipazione al suo primo pranzo di Natale con Sant’Egidio: “Le immagini di questa mattina le porterò sempre nel cuore: è è il primo pranzo di Natale di Sant’Egidio a cui partecipo e vedere una chiesa e Palazzo Ducale con persone di tutto il mondo sedute a tavola una di fianco all’altra credo che sia il messaggio più potente che si possa dare nel giorno di Natale”.
Un momento che, secondo la sindaca, restituisce l’immagine di una città capace di accogliere e includere. “Genova dimostra
ancora una volta di avere un’infrastruttura solidale incredibile. E in questi momenti mi sento ancora più orgogliosa di essere la sindaca di questa splendida città. Buon Natale e che tutti possano passare una bellissima giornata insieme”.
(da agenzie)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
PEGGIORA IL GIUDIZIO DEGLI ITALIANI SUL GOVERNO MELONI: LO BOCCIA IL 64% CONTRO IL 30% DI FAVOREVOLI (ASTENUTI 6%)
Fratelli d’Italia continua ad incassare consensi. Bene anche il Partito democratico che prende sette decimi (la variazione più alta di tutti) e sale al 22,8%. Crolla invece, il Movimento 5 Stelle. Vediamo come vanno i partiti, chi prende più voti e chi ne perde secondo l’ultimo sondaggio politico di Youtrend per Sky Tg24.
Fratelli d’Italia è in testa. Si prepara a chiudere l’anno confermando il primato conquistato in questi tre anni di governo, in cui il partito della premier non solo è cresciuto nei consensi, ma ha è riuscito a mantenerli schivando le polemiche che, di volta in volta, hanno riguardato la leader e i suoi esponenti. Il 2025 è ormai agli sgoccioli ma FdI continua a crescere (+0,5%), posizionandosi al 28,3%.
Cresce anche il Partito democratico. Incassa uno 0,7%, che lo fa salire al 22,8%. Guardando ai consensi l’ultimo anno è stato altalenante per il Nazareno, con fasi di crescita alternate a momenti di flessione. Il risultato fotografato da questa rilevazione è positivo e può far sorridere il dem, che riescono ad accorciare la distanza con FdI.
Recuperano terreno anche Forza Italia e Lega. Nello specifico, gli azzurri guadagnano sei decimi, raggiungono l’8,3%. Un aumento che gli permette di superare il Carroccio, che nonostante il leggero incremento (+0,3%) si ferma poco più sotto, all’8,1%.
Nel centrosinistra invece, calano sia Movimento 5 Stelle che Alleanza Verdi-Sinistra. Il calo è più consistente per i 5S che perdono lo 0,7% e si posizionano al 12,7%. Mentre è più leggero per Avs che riesce ancora a raccogliere il 7,3% ( -0,3%).
Tra i partiti più piccoli, l’unico a superare la soglia di sbarramento al momento è Azione. La forza guidata da Carlo Calenda prende il 3,3% (sebbene un calo dello 0,6%) ed è seguita da +Europa, che riporta la variazione peggiore (-0,8%), al 2%. Infine a chiudere la classifica: Italia Viva, con l’1,7% (0,2%) e Noi Moderati, allo 0,9% (+0,1%).
Peggiora il giudizio nei confronti del governo Meloni
Mentre FdI stravince nei sondaggi, per il governo Meloni le cose vanno diversamente. Il gradimento nei confronti di Palazzo Chigi risulta in calo, con uno stacco parecchio ampio tra colore che giudicano positivamente l’esecutivo e coloro che invece, lo bocciano. In particolare, le opinioni positive sono il 30% (+1%), mentre quelle negative salgono al 64% (+2). Il resto, il 6%, dichiara di non saper rispondere.
(da Fanpage)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
SVIZZERA, USA E FRANCIA HANNO RIPORTATO A CASA I LORO PRIGIONIERI, IL GOVERNO MELONI INCAPACE DI TUTELARE UN ITALIANO, ALTRO CHE PATRIOTI
Da 405 giorni, Alberto Trentini è prigioniero a Caracas, in Venezuela. Oggi, però, è un
giorno che porta con sé un peso ancora più grande, perché oggi è Natale. Detenuto da più di un anno nel carcere di El Rodeo, il cooperante veneziano non sa ancora per quale motivo sia stato privato della sua libertà, né quando potrà tornare a casa.
Ma una cosa è certa: sua madre, suo padre, e pure i suoi concittadini lo stanno aspettando, e non smettono di lottare per il suo rilascio. «Non so rassegnarmi a un secondo Natale senza mio figlio. Io lo aspetto», racconta Armanda Colusso, la madre di Alberto, in un’intervista esclusiva a Chora News. «13 mesi senza Alberto sono stati un calvario, un’agonia interminabile. Siamo abituati alle sue assenze per motivi di lavoro, ma sempre con un contatto quotidiano. Ora c’è un senso di frustrazione e di angoscia però ci rimane un barlume di speranza che non possiamo spegnere».
La lotta della famiglia Trentini
Il Natale è un giorno speciale, ma per Armanda e la sua famiglia non ha lo stesso sapore di un tempo. Il pensiero di Alberto, rinchiuso in una minuscola cella a Caracas con altri prigionieri, senza poter tornare a casa, rende questo periodo dell’anno ancora più doloroso. E la madre non può fare a meno di immaginare le difficoltà che il figlio ha vissuto in questi mesi, il peso della solitudine e della sofferenza che sicuramente ha dovuto affrontare. «So che Alberto è dimagrito molto, e temo per le sue condizioni di salute. Ogni giorno che passa aumenta il nostro timore che il peso psicologico e fisico di questa prigionia lo stia logorando», aggiunge. «Immagino che al mattino, quando inizia la giornata, penserà il suo Paese lo ha abbandonato e io temo che tutto questo silenzio e senso di abbandono possono aver logorato la sua mente e la sua anima».
Le lettere a Maduro
Ma Armanda non si arrende. Con «la forza di una madre», continua a scrivere lettere al presidente venezuelano Nicolás Maduro, chiedendo la liberazione del figlio. «Gli ho scritto due volte – racconta ancora Armanda – e nelle mie lettere ho spiegato che Alberto era andato in Venezuela per aiutare il suo popolo, per sostenere i bisognosi, e che il suo lavoro non aveva nessuna connotazione politica. Ho poi aggiunto che Alberto è il nostro unico figlio, la nostra ragione di vita. E alla fine, da madre, l’ho supplicato di prendere in considerazione con benevolenza la mia richiesta di liberarlo». Le manifestazioni pubbliche di sostegno continuano a moltiplicarsi, anche grazie al lavoro delle organizzazioni internazionali per i diritti umani. L’ambasciatore Alberto López – scrive il Fatto Quotidiano – ha recentemente consegnato una delle lettera di Armanda a Maduro, chiedendo la liberazione del figlio.
L’appoggio di Mattarella
Nel frattempo, la solidarietà per Alberto non arriva solo dai suoi familiari, ma anche dalle istituzioni. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha espresso la sua vicinanza alla famiglia Trentini con una telefonata alla madre di Alberto. Fonti vicine alla famiglia riferiscono che il presidente ha manifestato la solidarietà del popolo italiano, sottolineando l’importanza di un’azione coordinata per riportare a casa il giovane cooperante
Il messaggio al governo italiano
Al governo, spiega ancora Armanda, «mi sono rivolta più volte per sollecitare e ribadire che per Alberto non è stato fatto quello che era necessario fare e che ci vuole un’azione più incisiva e coordinata. Inoltre – prosegue – voglio ricordare che Svizzera, Francia e Usa hanno portato a casa i loro prigionieri». La mamma di Alberto, poi, rivela che al suo Natale non riesce proprio a pensare. «Penso solo a quello di Alberto, rinchiuso da 405 giorni senza colpa. Per questo continueremo a chiedere alla stampa e a tutti gli italiani di pronunciare il nome di mio figlio, affinché qualcuno si stanchi di sentirlo e questo possa scuotere la coscienza di chi ha il potere di agire», conclude.
(da agenzie)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
LA CIA C’ENTRA QUALCOSA CON L’ASSASSINIO DI JFK A DALLAS? LE VOCI SECONDO CUI IL WATERGATE E LE DIMISSIONI DI NIXON FOSSERO PARTE DI UN COLPO DI STATO INTERNO ORDITO DAGLI 007 AMERICANI… LA STORIACCIA DI MARY MEYER, MOGLIE DI UN PEZZO GROSSO DELLA CIA, E AMANTE DI JOHN KENNEDY: ANCHE LEI È STATA ACCOPPATA POCHI MESI DOPO IL PRESIDENTE. DA CHI? NON È CHE MARY SAPEVA TROPPI SEGRETI SULL’AGENZIA?
Pronto, chi è? Sono la CIA. E che vuoi? Farmi i caz*i tuoi. E certo basterebbe questo a scolpire “Storia Segreta della CIA” (Giunti), se non fosse che, “sotto”, in nome della sicurezza nazionale, ci sta ben altro, trooooooppe coooooose, maneggi, impicci, frodi, omicidi, colpi di stato, tradimenti, menzogne, cardini occulti ma non troppo dell’impianto occidentale, e no, dalla II guerra mondiale, a oggi.
Da dove inizio? Dal fatto che la CIA è come Gesù Cristo: è nata in una baracca! La sede di Langley è operativa dal 1961, ma la CIA è nata “ufficialmente” nel 1947 “col quartier generale alloggiato in baracche lungo il bacino riflettente del National Mall”.
E che fa, per prima cosa? Spia l’Europa, appena divisa in 2. Mette naso a Berlino, e in Grecia, poi si sposta da noi. Ciao italiani, che fate? Abbiamo finalmente libere elezioni! E per chi votate? Il voto democratico è libero e sovrano! Sì, vabbè, ma siccome il vostro De Gasperi è appena stato da noi, a Washington, dove ha ritirato un po’ di milioni, vedete di votare giusto e comunque, per stare sicuri, il voto lo… sbirciamo noi. Li volete i soldi del Piano Marshall, sì?
Poi la CIA si impiccia in Iran. Ciao iraniani, che state a fa′? Stiamo per nazionalizzare il petrolio! E allora la CIA fa cadere Mossadeq, per il ritorno dei più obbedienti re Pahlavi. La CIA, negli anni ′50, col pres. Eisenhower, spadroneggia. Eisenhower con la diplomazia si abbiocca, usare la CIA è più divertente, si fanno i colpi di stato per mettere al potere chi ti sta più simpatico, e specie in America Latina. Qui la United Fruit Company c’ha i suoi bei interessi: che governino dittature militari che piacciono alle aziende USA con le quali, per di più,
mezzo esecutivo Eisenhower ha le mani in pasta.
Ma quando alla Casa Bianca arriva John F. Kennedy… per la CIA iniziano i dolori. Subito essa passa a Kennedy il piano di Ike per rimuovere Castro a Cuba. Kennedy è dubbioso: scusa, CIA, com’è che quando Castro ha preso il potere, te non ti sei accorta di nulla? È vero, capo, si dormiva, e a dirla tutta non ci siamo accorti manco quando la Cina è diventata rossa, che sbadati, ma questo piano è perfetto: l’Operazione Baia dei Porci sarà una passeggiata. Fidati. Kennedy si fida, e approva.
L’Operazione è un fiasco totale, la CIA pensa di sfangarla con la copertura aerea USA, che però Kennedy gli nega. È qui che Kennedy e CIA diventano nemici. JFK lo dice più volte: “La CIA va frantumata e riformata” e inizia cacciandone dal comando la cariatide Allen Dulles. Poi JFK toglie alla CIA ogni libertà di azione di cui aveva goduto con Ike. La soluzione pacifica della crisi dei missili cubani, la distensione, sono successi di JFK, che della CIA fa a meno: gli puzza, la tiene a cuccia. La CIA si lega risentita ogni torto al dito. Caro Kennedy, ci vediamo a Dallas.
Che la CIA centri qualcosa con l’omicidio di JFK a Dallas resta un mistero, fatto sta che, con Johnson presidente, la CIA ricomincia a fare come gli pare. Pres. Johnson, che facciamo in Vietnam? Col cavolo che ci ritiriamo com’aveva pensato JFK, lui non c’è più, mo′ ci sto io, LBJ, e ai vietnamiti, cara CIA, gli facciamo un c*lo così. LBJ invia soldati, napalm, in Vietnam fa la guerra vera, e la CIA a Saigon accrocca un colpo di stato dietro l’altro. Ma la guerra non si vince. LBJ è nell’ignominia. È il 1968.
Bob Kennedy candidato presidente è la peste per la CIA. Ma tu guarda: pure a quest’altro Kennedy lo ammazzano. Porello. Però, problema risolto. Si elegge Nixon. La CIA è contenta: con Nixon si conoscono benissimo, lui è stato 8 anni il vice di Ike. E Nixon avverte la CIA di stare pronta, lui per vincere in Vietnam attacca Laos e Cambogia. Nixon ordina alla CIA di sorvegliargli gli oppositori. Radical, neri, rompiscatole di ogni tipo e colore. Ma non è roba da FBI, questa? Sì, dice Nixon, ma intervenite pure voi, della CIA. E per il Cile, che mi fa girare fin troppo le p*lle, avete il numero diretto di Henry Kissinger.
La CIA è in allarme: Pres. Nixon, è successo un guaio! Il New York Times pubblica i Pentagon Papers, che sp*ttanano gli imbrogli che abbiamo fatto e facciamo in Vietnam! E Nixon si incaz*a: dannate spie del caz*o, ma ′sti Pentagon Papers, chi li ha trafugati??? Pres. Nixon, ne è successa un’altra: il Washington Post dice che tu sei a capo di una gang con cui spii e rubi le elezioni! Ma tu CIA, ribatte Nixon, invece di starnazzare, perché non mi aiuti a insabbiare ′sto macello? Perché per noi della CIA ti devi dimettere, Nixon bello.
E sebbene non sia comprovato che le dimissioni di Nixon siano in realtà un colpo di stato interno della CIA, i 70s sono anni neri, per la CIA. È svergognata, in casa, da suoi ex agenti pappa e ciccia col Congresso. E anche Hollywood la sbertuccia. Tenere a libro paga boss dei media, del cinema, e giornalisti, alla CIA non basta più. Viene fuori pure la storiaccia di Mary Meyer, moglie di un pezzo grosso, della CIA, e pure amante di John Kennedy, e pure morta accoppata pochi mesi dopo di lui, e da chi?
Non è che Mary sapeva troppi segreti, pericolosi, sulla CIA?
Non è che sapeva che l’LSD è stato sperimentato, dalla CIA, come arma? E non è che tutta quell’ ero che fa strage di giovani dalla fine dei 70s, e per tutti gli 80s, è stata immessa, dall’alto, per zittire i ragazzi, e farli stare buoni?
Una CIA indebolita nel 1975 scappa dal Vietnam vincitore, e nel 1979 non fa nulla per salvare il pres. Carter dalla figuraccia degli americani ostaggi della rivoluzione islamica in Iran. La CIA non si muove perché, sotto sotto, tifa per l’elezione di Reagan, che ridà alla CIA il suo antico comando, e ecco gli ostaggi liberati il giorno del giuramento di Reagan: che coincidenza!
E, dopo Reagan, la CIA sta in panciolle, col pres. Bush Sr., ex capo della CIA. E la CIA dorme quando, nel ′91, l’URSS implode. Come dorme davanti a un terrorismo internazionale a matrice islamica che nel 2001 butta giù le Torri Gemelle. La CIA ci impiega 10 anni a scovare Bin Laden. E le armi atomiche di Saddam, cara CIA, ma dov’è che stavano? E che pacchia, con Obama, a fondi sfondati!
La nomina di Gina Haspel capa della CIA, governo Trump I, è una rivoluzione, in un ambiente, la CIA, immerso da muta fratellanza omo-sociale. E daje Kamala Harris a berciare, in Senato, che Gina Haspel no, non va bene: è donna e è a favore della tortura! Cattiva! Dopo la tr*mbata elettorale la Harris, al contrario di Gina Haspel, è a spasso. Kamala si proclama tanto brava e migliore, possibile che non le si trovi un posto, in una delle 18 agenzie di intelligence?
(da Dagoreport)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
ALBERTO MATTIOLI E IL DIVIETO DI URLARE “SÌ” AL TERMINE DELL’INNO DI MAMELI: “NEL TESTO NON C’È. NELLO SPARTITO DI MICHELE NOVARO SÌ. DI SOLITO IN QUESTI CASI PREVALE LA LEZIONE MUSICALE. DEL RESTO, I SONDAGGI INDICANO CHE, PER QUANTO L’ITALIA CHIAMI, GLI ITALIANI PRONTI ALLA MORTE SAREBBERO POCHI”
Mameli sì, Mameli no, la terra dei cachi. L’Italia è, credo, l’unico Paese al mondo che ha
avuto un Inno nazionale provvisorio per settantun anni: dal 1946 quando Il canto degli Italiani fu adottato, appunto, in via provvisoria, al 2017 quando la legge numero 181 l’ha reso definitivo. Adesso si discute se vada eseguito il “Sì!” dopo “L’Italia chiamò” (con il punto fermo, attenzione, non di domanda).
Nel testo di Goffredo Mameli in effetti non c’è, nello spartito di Michele Novaro sì e di solito in questi casi prevale la lezione musicale. Curioso però che a fare della filologia sia lo Stato maggiore della Difesa, sia pure recependo un decreto presidenziale. Del resto, i sondaggi indicano che, per quanto l’Italia chiami, gli italiani pronti alla morte sarebbero decisamente pochi.
Concesso e non dato che sappia chi sia, temo che a un ventunenne di oggi Mameli appaia una specie di marziano. Ma aveva quell’età quando andò a farsi ammazzare perché credeva nell’Italia e che l’Italia, appunto, lo chiamasse.
Il canto degli Italiani, si sa, è pieno di inconvenienti. L’attuale maggioranza rumorosa di analfabeti di ritorno brancola nel buio davanti a un linguaggio da libretto d’opera, la coorte, l’elmo di Scipio, “dall’Alpe a Sicilia ovunque è Legnano; ogn’uom di Ferruccio ha il core, ha la mano”, boh.
“I bimbi d’Italia si chiaman Balilla; il suon d’ogni squilla i Vespri suonò”, ma che sta a di’, questo Mameli? Anche la musica non appare memorabile: un dignitoso quattro quarti in si bemolle maggiore, allegro marziale che poi diventa mosso per una marcia che suona quasi come una cabaletta verdiana (no, non esageriamo, Verdi è troppo: Pacini, Ricci, al massimo Mercadante).
Ma ha almeno una certa brada efficacia ed è facilmente memorizzabile. Però i soliti esterofili fanno notare che i Paesi seri hanno per lo più inni lenti e solenni, vedi il Regno unito, o la Germania, e che insomma la marcia può facilmente apparire una marcetta. Da qui le polemiche che ricicciano ogni tanto, le proteste perché l’Inno è bellicoso, retorico e perfino patriarcale, e le proposte di sostituirlo con qualche coro magari verdiano, specie “Va’, pensiero” (però la Patria attuale è sempre bella ma non ancora perduta, via), oppure con l'”altro” Mameli, quello musicato da Verdi su richiesta di Mazzini.
Tutte alternative, per una ragione o per l’altra, impraticabili. Anche la Marcia reale, comunque, era tremenda. Nell’incertezza fra monarchia e repubblica, come Inno provvisorio prima del Fratelli d’Italia a sua volta provvisorio fu scelta La canzone del Piave, celebrazione dell’unica guerra che l’Italia sia riuscita a vincere.
E tuttavia ammettiamolo: magari non ci convince del tutto, ma a Fratelli d’Italia siamo affezionati. Non sarà bellissimo, ma è facile, efficace, trascinante e soprattutto nostro. Dopo l’impegno pedagogico che c’è voluto (e qui, chapeau a un grande Presidente come Carlo Azeglio Ciampi) per spiegare che la parola “Patria” non è una parolaccia, e che Inno e Tricolore non sono dei relitti del passato, ma i simboli del presente e le speranza per il futuro, teniamoci stretto e caro anche Il canto degli Italiani.
Va amato per quel che è, la colonna sonora di questa povera Patria che non ci piace quasi mai ma resta pur sempre la nostra, Inno compreso. E poi, con tutta la fatica che si è fatta per ficcarlo in testa ai calciatori, mica vorremo mandarli ancora di più nel pallone cambiandoglielo, anche solo togliendo un “Sì!”? No!
Alberto Mattioli
per “la Stampa”
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
LA SUA TESI: “ANDARE ALLO STADIO FA PARTE DEL MIO LAVORO, DEVO INTRATTENERE RELAZIONI”… IL MASSIMO E’ STATO QUANDO HA ESULTATO IN DIRETTA PER IL GOL DELLA JUVE
«Andare allo stadio fa parte del mio lavoro». È questa la spiegazione che Vito Cera, consigliere comunale sponda FdI di San Giuliano Milanese, ha fornito dopo aver partecipato in videocollegamento dallo Juventus Stadium alla seduta dello scorso 10 dicembre, durante cui è stato approvato il bilancio previsionale 2026-2028. Non una riunione di piccola importanza, dunque, ma per il 51enne la gerarchia la fa il cuore a strisce bianconere.
Da una parte il Consiglio comunale, dall’altra l’appuntamento di Champions League tra Juventus e i ciprioti del Pafos, vinto dalla Vecchia Signora per 2-0. Due appuntamenti imperdibili per Vito
Cera, che ha deciso bene di non rinunciare a nessuno dei due: con le cuffiette nelle orecchie seguiva la riunione, con un occhio (anzi qualcosina in più) la partita.
Il tutto, trattandosi di Consiglio comunale, trasmesso urbi et orbi nella diretta su YouTube, come i colleghi della maggioranza, consiglieri dell’opposizione e i cittadini stessi hanno potuto appurare. Anzi, al 2-0 di Jonathan David che ha congelato la partita per la squadra torinese, Cera non è riuscito a trattenere l’esultanza.
Eppure, nonostante il trasporto dimostrato durante il Consiglio comunale (e di certo non per il bilancio previsionale), Cera ha insistito di non aver fatto nulla di male. «Lo stadio non è un contesto disdicevole, ero in tribuna per lavoro», ha detto al Giorno. «Sono direttore sportivo professionistico che partecipa a meeting e svolge consulenze. Anche assistere alle partite fa parte del mio lavoro, è una questione di contatti e pubbliche relazioni».
(da Open)
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Dicembre 25th, 2025 Riccardo Fucile
“POTREI AVERE UN GLAUCOMA, MA L’ESAME NON E’ POSSIBILE PRIMA DI MAGGIO 2026”
“Cecità” è la prima parola che rimbomba nell’aria fredda fuori dall’ospedale Policlinico di
Milano. È qui – e negli ospedali Fatebenefratelli e Macedonio Melloni – che Fanpage.it ha documentato nelle scorse settimane il malfunzionamento del nuovo Cup regionale e le infinite liste d’attesa che non risparmiano nemmeno donne in gravidanza e cardiopatici.
Ed è sempre qui che la nostra telecamera si sofferma su una donna che tiene in mano dei referti e dice sconsolata: “Mi hanno detto che sono a rischio glaucoma, una patologia che può portare alla cecità, ma per avere una diagnosi devo attendere un esame disponibile solo al 28 maggio del 2026”.
Sei mesi per una diagnosi decisiva
Siamo a novembre 2025 e la signora, che chiede di rimanere anonima, ci spiega: “Ho appena fatto una visita oculistica e, con l’impegnativa che tra l’altro ha una scadenza, mi sono messa in fila all’accettazione per prenotare l’esame che mi è stato prescritto, la tomografia ottica a radiazione coerente. Dopo due ore di attesa allo sportello mi hanno detto che il primo posto disponibile è a fine maggio 2026, eppure proprio alla visita mi è stato detto che se non si interviene per tempo i danni agli occhi potrebbero essere irreversibili”.
Il glaucoma è infatti una malattia cronica e progressiva, che danneggia il nervo ottico, generando una graduale perdita del campo visivo. Se non viene trattato in tempo può portare alla cecità, mentre diagnosi precoce e terapie possono rallentare o bloccare il danno.
Per avere conferma di quanto detto durante la visita, la signora dovrebbe sottoporsi a un esame non invasivo, la tomografia ottica a radiazione coerente, che grazie al laser restituisce immagini ad alta risoluzione degli strati della retina, della cornea e del nervo ottico. Il costo medio, sostenendo l’esame a pagamento, a Milano varia dai 100 ai 200 euro, in compenso i tempi d’attesa sono anche inferiori a una settimana.
“Nel privato il posto lo trovi subito”
“Mio marito – aggiunge la donna – ha avuto un problema al tunnel carpale e per tutto il 2026 non c’era un posto disponibile per fare una visita. Pagando il posto l’ha trovato già il giorno 5 di questo mese”.
La differenza tra pubblico e privato la conosce bene anche Mauro Collareda, 68enne milanese che Fanpage.it incontra in uno degli sportelli Acli in cui i cittadini possono fare ricorso contro i tempi della sanità.
“Sei anni fa – ci spiega – mi è stata diagnosticata la fibrillazione atriale. Sono stato sottoposto a tre interventi chirurgici e all’inizio ero molto spaventato, tanto che, non trovando posto subito nel pubblico, mi sono affidato al primo medico disponibile in intramoenia, cioè nel privato con visite svolte in ospedale”.
Oggi Mauro prende anticoagulanti e deve fare controlli ogni sei mesi, visite che gli costano 122 euro ciascuna. “Non è tanto e solo il costo – dice a Fanpage.it -, ma proprio il principio: perché non posso usare i soldi delle tasse che pago per un servizio di cui ho bisogno?”.
Ma i tentativi di ottenere la visita con il servizio sanitario pubblico non sortiscono risultati: “Allo sportello dell’ospedale Niguarda, dove sono in cura – continua Mauro – mi hanno detto che il primo posto disponibile è nel 2027”.
Sportelli e ricorsi
Mauro ha così deciso di rivolgersi a uno delle decine di sportelli gratuiti sorti sul territorio lombardo grazie a sindacati e associazioni. Nello specifico a quello delle Acli, chiamato appunto “Sportello Sos Sanità”.
“Per ogni tipo di inadempimento ai danni del cittadino – spiega a Fanpage.it Vincenzo Arenella, responsabile degli sportelli Sos Sanità delle Acli milanesi – abbiamo preparato un modello di lettera di ricorso. Quando il cittadino si presenta da noi deve portare con sé tutta la documentazione disponibile, compresa l’impegnativa del medico per l’esame o la visita, e in base alla sua storia lo indirizziamo verso uno specifico tipo di ricorso”.
“Si tratta – precisa Arenella – di un ricorso amministrativo e non legale, che è a firma del cittadino ma tramite la nostra pec noi inviamo alla direzione generale e amministrativa, nonché all’Urp e al responsabile unico delle liste d’attesa della struttura interessata; per conoscenza mettiamo anche la direzione generale dell’Ats di riferimento”.
Quando presentare un reclamo? “Facciamo ricorsi sia per mancate prenotazioni, quando cioè al cittadino viene detto che ‘le agende sono chiuse’ sia per prenotazioni che risultano in tempi non consoni rispetto a quelli previsti dalla legge. In genere nel giro di qualche giorno il cittadino ottiene una risposta e un nuovo appuntamento dall’Urp dell’ ospedale”
Una sanità sempre più privatizzata
Dopo aver parlato con Mauro Collareda e con il responsabile degli sportelli, ci spostiamo nell’ufficio della presidente delle Acli milanesi, l’avvocata Delfina Colombo, alla quale chiediamo un punto di vista sul problema sempre più gravoso delle liste d’attesa in Lombardia.
“Il punto – ci risponde Colombo – è che il sistema sanitario lombardo, inaugurato per come è all’epoca di Roberto Formigoni, quindi da metà degli anni 90, si basa sulla presunta libertà di scelta dei cittadini: io sono lombardo e quindi posso scegliere se curarmi nel pubblico o nel privato. Ma che libertà di scelta è se per avere una prestazione sanitaria nel pubblico io devo aspettare mesi, se non anni?”.
Al centro del problema c’è, secondo la presidente delle Acli di Milano, un sistema che privilegia sempre più il privato a danno del pubblico: “Prova ne è – precisa Colombo – la nuova delibera presentata all’inizio dell’autunno e rinominata super interamoenia, che sancisce accordi di convenzione tra ospedali pubblici e assicurazioni e mutue private”.
“In questo modo – continua la presidente delle Acli – si snatura il senso dell’intramoneia, che era nata proprio per snellire le liste d’attesa; d’altra parte la presenza di soggetti privati come mutue e assicurazioni peseranno in positivo sui bilanci degli ospedali pubblici, i quali, essendo pur sempre aziende, saranno inevitabilmente incentivati a dare maggior spazio ai pazienti mutuati e assicurati, a discapito di chi non può pagare”.
“Di fatto – conclude Colombo – il privato, nel sistema sanitario lombardo, si sta trasformando da integrativo a sostitutivo del pubblico, fatte salvo quelle prestazioni, come i pronto soccorso,
poco convenienti per gli operatori privati”.
(da Fanpage)
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