Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI E LO “SCONTO” DEL CONDOMINIO… IL DANNO ERARIALE CAUSATO DA UN AMMINISTRATORE? PAGHERA’ SOLO IL 30%, IL RESTO LO PAGANO GLI ITALIANI
Perché nel condominio no e nel Condominio invece sì? A furor di popolo condominiale, imbufalito dall’etichetta di fesso appiccicatagli dalla proposta di legge che agli inquilini in regola voleva far pagare i debiti non saldati ai fornitori dai coinquilini morosi, giorni fa Fratelli d’Italia ha dovuto rinnegarla. Eppure oggi il Senato sta per approvare in via definitiva — nella riforma della Corte dei Conti fortemente voluta dalla maggioranza di
governo — una norma ancor più onerosa per tutti gli italiani: in base alla quale, le poche volte in cui i giudici della Corte dei Conti dovessero condannare un amministratore pubblico a risarcire il danno erariale causato da un suo atto, costui non pagherebbe più del 30% del danno, «e comunque» — congiunzione magica — al massimo due anni di stipendio: norma degna di quella abortita sul condominio, visto che nel Condominio, cioè in quello spazio comune che è la tutela delle risorse pubbliche alimentate dalle tasse, al posto dell’amministratore pubblico graziato dal tetto di legge saranno dunque tutti i contribuenti a dover mettere mano al portafoglio per saldare il restante 70% del danno erariale da lui causato.
Con l’ulteriore iniquità — nel Condominio — dell’altra nuova norma che automaticamente presume sempre la «buona fede» dei politici allorché i loro atti siano firmati o proposti o vistati dai tecnici. Cioè quasi sempre, visto che quasi sempre gli atti di un politico hanno la firma o il visto di un tecnico: un po’ come se, nelle scale del condominio, alcuni privilegiati fossero esentati dal pagare i danni delle loro condotte tutte le volte che il portiere non gli avesse detto esplicitamente che quella certa cosa non si poteva fare.
In più la legge, nel fissare la prescrizione del danno erariale a soli 5 anni, li fa decorrere dalla data del danno e non dalla scoperta (di solito molto successiva): e ciò anche se l’amministratore l’ha occultato dolosamente, sol che abbia avuto l’astuzia di farlo non con «condotta attiva» ma con silenzi furbi, omissioni, reticenze. Norme, per il governo, volte a togliere a chi amministra la «paura della firma»: ancora? Ma non era la scusa
già usata per abrogare l’abuso d’ufficio?
(da Il Corriere della Sera)
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Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
AGITANDO LA BANDIERA DELLA “SICUREZZA” IL GOVERNO FA NELLE CITTA’ IL VUOTO POLITICO, CANCELLANDO NON SOLO LUOGHI, MA COMUNITA’
Fanno un deserto e lo chiamano legalità. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna a
Torino, che segue di pochi mesi quello del Leoncavallo a Milano, e i prossimi annunciati ministero dell’Interno in tutta Italia, sono il volto più visibile e cruento di un disegno di potere che ha per obiettivo non solo le città come spazi di relazioni, vita collettiva e conflitti, ma l’idea stessa di
cittadinanza come dispositivo di appartenenza, partecipazione, emancipazione.
Nell’anno che abbiamo alle spalle, una destra forte con i deboli e debole con i forti ha reso sempre più manifesto il desiderio di ridurre al silenzio ogni voce dissenziente, di azzerare ogni sussulto di resistenza, di demolire ciò che resta della storia e l’attualità di movimenti sociali di opposizione alla guerra, alla violenza dei confini, alla distruzione ambientale, allo sfruttamento economico.
Se il “decreto Sicurezza”, approvato lo scorso giugno, ha dato veste giuridica alla strategia di repressione del dissenso del governo guidato da Giorgia Meloni, la pratica degli sgomberi e delle intimidazioni verso attiviste e attivisti ha generato un clima di aperta ostilità a ogni espressione di espressione di conflittualità sociale.
Parti di una storia
I centri sociali di cui si minaccia la definitiva sparizione non sono stati e non sono semplici «occupazioni abusive» o «situazioni di illegalità», come piace descriverli al ministro Matteo Piantedosi, ma parti di una storia e punti di una cartografia di soggetti che fanno cultura fuori dai circuiti del consumo culturale, che praticano la solidarietà e il mutuo sostegno laddove non arrivano i servizi di welfare, e naturalmente fanno politica, in un tempo in cui gli spazi, per la politica, sono sempre meno, o non ci sono più.
Ora, agitando la bandiera della “sicurezza”, il governo fa nelle città il vuoto politico, cancellando non solo luoghi, ma comunità. Con altrettanta durezza, colpisce i movimenti dei giovani e
giovanissimi, quelli che cercano di risvegliare le coscienze su urgenze come il cambiamento climatico o il genocidio a Gaza.
«Democrazia passiva»
Tutto questo avviene in un contesto come quello italiano in cui la partecipazione politica è già ridotta al lumicino. I dati dell’Istat mostrano un calo vistoso, negli ultimi vent’anni, dell’interesse per la politica e dell’impegno attivo, soprattutto tra i più giovani.
Il disimpegno si traduce anche nei numeri sempre più allarmanti dell’astensione. Come scrivono Paolo Natale, Luciano Fasano e Roberto Biorcio nel libro Schede Bianche (Luiss University Press), quella che va configurandosi è una «democrazia passiva», con il non-voto come «fenomeno generalizzato, in grado di investire trasversalmente diversi gruppi e categorie sociali», inclusi «i settori più attivi di una società». Se sempre più persone si astengono è perché cresce l’indifferenza alla politica, accompagnata dalla sfiducia nella sua capacità di produrre cambiamento.
L’interesse e il senso di efficacia per la politica non cominciano né finiscono, ovviamente, negli spazi sociali auto-organizzati. Chiamano in causa, come minimo, la condizione dei partiti e dei corpi intermedi. Ma quando le esperienze di partecipazione politica e sociale che non passa dai canali tradizionali vengono ridotti al silenzio, l’allarme dovrebbe suonare per tutte e tutti, per chiunque abbia a cuore la salute della democrazia.
Ridurre all’apatia
Perché questa politica della legalità non è una risposta alla crisi delle forme e dei luoghi della cittadinanza. Ne è, piuttosto, una causa, laddove separa la difesa della legalità da obiettivi di
giustizia sociale, ovvero mette il rispetto cieco della legge davanti ai principi dell’eguaglianza, dei diritti fondamentali, della cura delle persone.
Il governo attuale non è né il primo né l’unico ad aver usato la leva della legalità contro i più deboli, anziché contro i più forti. Ma sembra questo il primo a inquadrare simili politiche in un disegno scoperto di riduzione della cittadinanza all’apatia. A voler produrre attivamente un deserto del disimpegno dove forme sempre più verticali di potere possano avanzare incontrastate.
(da editorialedomani.it)
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Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
IL 17% DEI POSTI RESTA VACANTE, MA LA PERCENTUALE SALE AL 47% PER I REPARTI DI MEDICINA D’URGENZA E AL 60% PER ANATOMIA PATOLOGICA… VIA DALL’ITALIA 5.000 PROFESSIONISTI
I concorsi medici che finiscono deserti sono il primo segnale di una fragilità che rischia di trasformare una criticità gestibile in una falla strutturale del Servizio sanitario nazionale. Non si tratta soltanto di graduatorie con pochi idonei o rinunce in ultima battuta: sempre più bandi – soprattutto per Pronto soccorso, anestesia, urgenti e specialità usuranti – non raccolgono candidature sufficienti. È un fenomeno che sta crescendo con l’allentamento delle restrizioni al turnover e che potrebbe aggravare quella carenza di camici bianchi che oggi, pur non essendo ancora allarmante, è già sotto osservazione dai manager sanitari.
Nel corso del 2025 su 15.283 posti messi a bando dalle Regioni per varie specialità mediche 2.569, pari a circa il 17%, sono rimasti vacanti. Ma i camici bianchi. Si tengono alla larga soprattutto dai settori nevralgici e al tempo stesso usuranti del nostro sistema sanitario. Nella medicina di emergenza e urgenza, quella che deve cavarsela nel girone dantesco dei pronto soccorso d’Italia, su 976 posti disponibili, solo 537 sono stati assegnati, con circa il 47 % dei posti vacanti. Ma ci si tiene ala larga anche da anatomia patologica, radioterapia e discipline di laboratorio, specialità che i certi casi hanno oltre il 60% di posti non assegnati.
In Valle d’Aosta il 56% dei concorsi medici banditi sono andati deserti; al Cardarelli di Napoli un concorso per dirigenti di Pronto soccorso non ha registrato neppure un candidato; in Piemonte bando per cinque Pronto soccorso senza partecipanti; idem per il posto di dirigente del Serd (il servizio per i tossicodipendenti) a Trento e per i due posti da nefrologo alla Asl di Vercelli; a Rovigo nessuno per un posto da anestesista a tempo indeterminato; in diverse Asl del Nord-Ovest i bandi per ginecologia, ortopedia e urologia si chiudono nel nulla. È la punta di un iceberg che gli ospedali già percepiscono sulla loro pelle ogni giorno.
Una componente importante è poi la mobilità internazionale. Negli ultimi anni circa mille medici italiani ogni anno hanno richiesto i certificati per trasferirsi e lavorare all’estero, secondo stime della Federazione nazionale degli Ordini dei medici – un numero che è una costante, non un picco episodico. Altre fonti associative parlano di oltre 5.000 medici italiani e 1.000 infermieri che negli ultimi cinque anni hanno presentato richieste di trasferimento fuori dai confini nazionali, con mète che vanno dall’Europa settentrionale agli Emirati Arabi. Una fuga che non è solo statistica, ma impatta sugli organici locali, in particolare nei reparti più stressati e nel territorio.
Questa mobilità si somma a un altro problema: l’imbuto formativo. Il numero programmato all’ingresso di Medicina, le
lunghe attese per le specializzazioni e la scarsa attrattività di alcune branche rallentano l’ingresso stabile di giovani medici nel mercato del lavoro. Secondo un’indagine del sindacato medico Anaao Assomed, anche molti concorsi di specializzazione restano senza assegnazione: nel 2024 non è stato attribuito il 25% delle borse di specializzazione, mentre per medicina d’emergenza-urgenza è stata assegnata meno di una borsa su tre.
Percentuali molto alte di posti non coperti si rilevano per microbiologia, patologia clinica, radiologia, medicina nucleare.
Ma a rischiare la desertificazione sono soprattutto gli studi dei medici di famiglia. Nel 2024 su 2.623 borse di studio disponibili, infatti, sono solo 2.240 i candidati che si sono fatti avanti, lasciando vuoto il 15% dei posti disponibili con punte nelle Marche (881 candidati per 155 posti), Toscana (150 presenti per 3200 posti), Veneto (186 aspiranti medici di base per 212 posti disponibili).
I numeri raccolti da Istat e Agenas raccontano di una grande fuga dei medici di famiglia, che dagli oltre 46mila del 2002 ha portato 42.426 medici nel 2019, 41.707 nel 2020, 40.250 l’anno successivo per arrivare da qui al 2025 a contarne solo 36.628, qualcosa come diecimila in meno in 12 anni, durante i quali la popolazione sarà pure leggermente diminuita ma è anche invecchiata. E sono proprio gli anziani a fare più spesso visita agli ambulatori dei camici bianchi sul territorio. Il problema è che già oggi la maggior parte di loro ha oltre 25 anni di servizio e il ricambio generazionale non è in vista all’orizzonte. Anzi, secondo l’Enpam, l’ente previdenziale dei dottori, i giovani formati da qui al 2031 copriranno solo la metà dei 20mila medici
di famiglia destinati ad andare in pensione, visto che oltre il 50% di loro ha già più di 60 anni.
In questo contesto la sfida è doppia. Da un lato c’è la gestione del turnover e delle pensioni di massa che si avvicinano – nel 2022, un quarto dei medici di famiglia e ospedalieri aveva già superato i 60 anni – con prospettive di uscite significative nei prossimi dieci anni. Dall’altro c’è la capacità di attrarre e trattenere professionisti sanitari qualificati, in un mercato europeo dove la domanda è diffusa e i salari e le condizioni di lavoro spesso più vantaggiosi. Senza contromosse valide non solo quella infermieristica, ma anche l’emergenza medica è destinata ad esplodere.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
MENO DI UN TERZO DELLE SUE FRASI E’ RISULTATO VEROSIMILE
Centonovanta dichiarazioni nel 2024. Che portano a quasi 400 le affermazioni della premier
e leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, sottoposte a fact-checking dall’inizio del suo mandato alla guida del governo. È il bilancio sull’attendibilità della presidente del Consiglio fatto da Pagella Politica: meno di un terzo delle sue dichiarazioni verificate quest’anno è risultato pienamente attendibile.
Le dichiarazioni analizzate sono state divise in: attendibili, ossia quelle corrette o con lievi omissioni; imprecise che contengono errori o tralasciano dettagli rilevanti; e, infine, quelle poco o per nulla attendibili che sono in gran parte o del tutto scorrette.
Quanto è stata attendibile Meloni nel 2025
Le dichiarazioni attendibili sono state 59, pari al 31,1 per cento del totale. Quelle imprecise sono state 66, il 34,7 per cento, mentre 65, cioè il 34,2 per cento, sono risultate “poco o per nulla attendibili”. In sintesi, quasi il 70 per cento delle dichiarazioni di Giorgia Meloni verificate da Pagella Politica presenta imprecisioni o problemi più seri di attendibilità.
L’analisi consente di capire come e quanto spesso, nelle dichiarazioni più rilevanti emergano errori, imprecisioni o
ricostruzioni fuorvianti dei fatti. E i risultati del 2025 sono sostanzialmente in linea con quelli dell’anno scorso, riporta pagella Politica, e con l’andamento registrato nelle dichiarazioni di Meloni nei primi anni alla guida del governo.
Nei contesti istituzionali
Nel corso del 2025 la premier è risultata più attendibile nei contesti istituzionali, come i discorsi ufficiali e gli interventi in Parlamento, dove le affermazioni sono in genere più misurate ma dove sono, comunque, emersi errori e imprecisioni.
Negli eventi di partito
Il livello di accuratezza peggiora durante eventi di partito e nelle interviste. In questi contesti, le sue parole sono più spesso enfatizzate e orientate a valorizzare l’azione del governo, con ricostruzioni dei fatti talvolta parziali o non pienamente supportate dai dati disponibili.
Pnrr e politica estera
Nel tempo, nelle dichiarazioni di Meloni si sono consolidati alcuni filoni ricorrenti usati per ribadire i presunti successi del governo su diversi fronti, come i risultati sul fronte del mercato del lavoro o della realizzazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Nel 2025, a questi temi si è affiancato anche il riferimento alla politica estera e alla situazione in Medio Oriente, ambito in cui alcune frasi della premier sono risultate sovrastimate o formulate in modo non del tutto aderente ai fatti, sempre come riporta l’analisi fatta da Pagella Politica.
(da La Repubblica)
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Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
NEL CYBER-ATTACCO SONO STATI FREGATI 300 MILA INFORMAZIONI SENSIBILI, CHE ORA SONO IN VENDITA SUL DARK WEB: PER 25 EURO SI PUÒ ACQUISTARE UN PROFILO LEGATO A UNA RICETTA MEDICA. CON 35 EURO SI COMPRANO TUTTI I DATI DI UN UTENTE (ANCHE MAIL E NUMERO DI TELEFONO)
Il servizio PazienteConsapevole è sospeso. Sul sito rimangono poche altre scritte. Non c’è traccia dei servizi offerti dal portale, lo stesso che dal 2009 metteva in contatto pazienti e medici di base in Lombardia.
La storia è iniziata il 10 ottobre, quando è partito un maxi attacco hacker che ha bloccato la piattaforma. Il sito era rimasto in “manutenzione” per diverse ore. Alla fine Regione Lombardia aveva detto: “Non risultano furti o compromissioni di dati”. Non sembra sia andata esattamente così.
Secondo Cyberoo, società di sicurezza informatica, un furto di dati sanitari in Lombardia ci sarebbe stato. Non sarebbe il primo caso di un attacco del genere in Lombardia. Anzi. Anche togliendo i piccoli attacchi ransomware che non arrivano alle cronache, giusto il 23 dicembre il servizio mensa Milano Ristorazione aveva avvisato utenti e dipendenti di stare attenti alle mail in arrivo. Il 24 novembre Milano Ristorazione era stato colpito da un attacco hacker e ora temono che i dati vengano presi e usati per nuove truffe.
Vediamo l’analisi. Il 25 novembre Cyberoo pubblica un report sul suo blog in cui parla di un “vasto archivio di dati sanitari di cittadini del Nord Italia” in vendita su un forum.
A proporre l’affare un utente noto come wizgun. Nel report di Cyberoo si parla di circa 350.000 record con dati personali e di 90.000 pazienti identificati. Tra questi anche 30.000 con indirizzo mail e 4.300 con numero telefonico.
Il costo? C’è un tariffario. 25 euro per un profilo legato a una ricetta medica. 35 euro per un profilo completo con tutti i dati compresi i contatti, le prescrizioni mediche e i documenti collegati alla malattia. Circa 137.000 euro da pagare in bitcoin per tutto.
Cyberoo non collega direttamente l’archivio a PazienteConsapevole. Dice però che il venditore nell’annuncio spiega che i dati arrivano da un attacco informatico descritto dai giornali italiani. Esattamente l’attacco informatico a PazienteConsapevole. Cyberoo definisce solo il collegamento come “Plausibile”.
(da Fanpage)
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Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
LE POTENZIALI PROTESTE IN ARRIVO NEL 2026
Un’analisi di Bloomberg Economics ha messo in luce i fattori che alimentano l’angoscia
giovanile attuale che si traduce in mobilitazione
La Generazione Z sta trasformando la rabbia e la frustrazione in una pressione politica concreta, dimostrando che la protesta non passa solo per le piazze ma trova nuovi linguaggi e forme di mobilitazione attraverso i social media.
Criticata da più parti per essere la generazione del «click» più che della marcia, quella dei TikTok, dei meme e dei post virali, la Gen Z sta invece dimostrando una capacità di organizzazione e influenza rilevante.
In Indonesia come in Perù, dal Nepal al Madagascar, i giovani stanno traducendo la propria indignazione in azioni concrete che costringono i governi a confrontarsi con richieste radicali e immediate. Un’analisi di Bloomberg Economics ha messo in luce i fattori che alimentano questa angoscia giovanile che si traduce in mobilitazione. L’analisi è stata realizzata alimentando un modello di apprendimento automatico che spazia dalla polarizzazione politica alla disuguaglianza di reddito, dai prezzi del petrolio alle strutture demografiche. Nei Paesi dove la penetrazione dei social è elevata e l’età media bassa, come appunto Nepal, Madagascar, Perù e Marocco, le tensioni su temi quali disoccupazione, disuguaglianza e corruzione hanno maggiori probabilità di trasformarsi in proteste diffuse e disordini civili.
Le proteste in Nepal che hanno portato alle dimissioni del primo ministro
In Nepal, ad esempio, decine di migliaia di giovani sono scesi in piazza dopo che il governo aveva imposto restrizioni sui social. La protesta, inizialmente pacifica, è degenerata in scontri con le forze di sicurezza. Diversi edifici pubblici e persino l’Hilton di
Kathmandu sono stati dati alle fiamme e si sono registrati diversi morti e feriti. Il risultato è stato clamoroso, il primo ministro K.P Sharma Oli si è dimesso, sostituito da una leadership ad interim guidata da Sushila Karki, ex giudice della Corte Suprema. Inoltre, il blocco del governo a 26 piattaforme social è stato rimosso.
Madagascar, Perù e Serbia
Situazioni analoghe si sono registrate in Madagascar, dove i manifestanti hanno contestato tagli ai servizi essenziali, come acqua ed elettricità, e le diverse inefficienze del governo. Le proteste hanno costretto il presidente Andry Rajoelina a destituire l’intero esecutivo. In Perù, la Generazione Z ha contribuito alla caduta della presidente Dina Boluarte dopo l’esplosione delle manifestazioni contro la crescente insicurezza e la crisi politica del Paese, mentre in Serbia gli studenti universitari sono riusciti a mobilitare la popolazione contro il governo, facendo ritirare un progetto immobiliare controverso a Belgrado. È stata una delle proteste studentesche più grandi della sua storia post-jugoslava.
Le potenziali proteste in arrivo nel 2026
Secondo Bloomberg Economics, l’analisi dei dati globali mostra come la combinazione di alta penetrazione dei social media, giovani demografie e disuguaglianze economiche renda alcune società particolarmente vulnerabili ai disordini civili. Paesi come Etiopia, Angola, Guatemala, Repubblica Centrafricana e Malesia sono stati indicati nell’analisi di Bloomberg Economics come possibili nuovi focolai di disordini civili nel 2026. Le ragioni di questa rabbia sono ricorrenti. Difficoltà economiche,
disoccupazione giovanile elevata, sottoccupazione, corruzione politica, crescente insicurezza. Le economie avanzate, invece, tendono a essere meno inclini a gravi disordini civili, ma in alcune il rischio rimane comunque elevato, come negli Stati Uniti e Israele. Secondo l’economista Daron Acemoglu, premio Nobel 2024, «la democrazia sembra essere in una sorta di crisi in tutto il mondo. Non è un problema estraneo ai giovani, anzi, sono la punta di diamante di questa crisi». La sfida per le democrazie liberali sarà trovare soluzioni concrete e sostenibili a queste pressioni, altrimenti il malcontento rischia di trasformarsi in una rottura delle istituzioni o nel crollo del loro sostegno.
(da agenzie)
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Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
CON LA SCUSA DEL FREE SPEECH (SISTEMATICAMENTE VIOLATO DALLA PRESIDENZA TRUMP, CHE CENSURA E LIMITA L’ACCESSO AI GIORNALISTI), L’OBIETTIVO È DESTABILIZZARE IL VECCHIO CONTINENTE, PER FAVORIRE GLI OLIGARCHI TECH…L’UE SARÀ QUEL CHE SARÀ, MA È L’UNICO ARGINE ALLO STRAPOTERE DEI COLOSSI DELLA SILICON VALLEY
Dal braccio di ferro della Ue, nell’era del commissario Mario Monti, contro Microsoft accusata di abuso di posizione dominate – una disputa iniziata nel 1998 e sfociata nella prima maximulta transatlantica nel 2004 – a una vera e propria «guerra fredda» sull’alta tecnologia, scatenata dagli Usa contro Bruxelles.
Un’offensiva fatta di dazi punitivi e, ora, anche di messa al bando di personaggi, primo fra tutti l’ex Commissario Breton, accusati di essere paladini delle norme per la protezione degli
utenti digitali. Leggi – il Digital Markets Act e il Digital Service Act – votate l’anno scorso ad ampia maggioranza e sostenute da tutti i Paesi dell’Unione.
Nell’era di Donald Trump e dei giganti tecnologici che lo sostengono, siamo passati bruscamente dai conflitti tra la Commissione Ue e singoli giganti della Silicon Valley […] a una sfida lanciata dal governo americano che ha per oggetto natura e i limiti del free speech e della sovranità digitale.
Con l’Europa che, dopo aver rinunciato a luglio a introdur digital tax invisa agli americani per disinnescare i dazi punitivi di Trump, oggi, col governo Usa che arriva a trattare funzionari e politici europei come fossero oligarchi russi sottoposti a sanzioni, si vede costretta ad affermare con un suo portavoce che »la sovranità normativa della Ue non è negoziabile».
Davvero Washington, dopo aver accusato le democrazie europee si essere illiberali, vuole costringere l’Europa a rimangiarsi le sue leggi? E come si è arrivati a tanto?
Per oltre un quarto di secolo le tensioni tra Bruxelles e i giganti di big tech sono state un fatto endemico nel quale il governo americano non ha fatto interventi di grande peso anche perché fin dall’inizio, nel 1998, l’indagine Ue seguì una analoga denuncia contro Microsoft dello stesso ministero della Giustizia Usa. Dopo Microsoft toccò, nel secondo decennio del Ventunesimo secolo, al nuovo gigante di internet, Google, condannato per tre volte a multe miliardarie per comportamenti anti concorrenziali
Col GDPR, il regolamento per la protezione dei dati votato nel 2016 ed entrato in vigore due anni dopo, l’Europa fa un salto di qualità: non più solo concorrenza e mercato, ma anche privacy, protezione dei dati dei cittadini da tenere al riparo da usi abusivi di big data.
Non cause con singole aziende ma un nuovo sistema che costringe le grandi imprese digitali, quasi tutte americane, a ripensare il loro modo di raccogliere dati «a strascico» appropriandosi di tutti quelli dei loro utenti e delle loro interazioni.
Con le due leggi di regolamentazione del 2024 (Digital Markets Act e Digital Service Act, ricordati sopra) e le prime sanzioni per le violazioni comminate ad Apple (1,8 miliardi di euro), Meta (797 milioni) e X (120 milioni), le tensioni diventano improvvisamente incendio
Filosofie differenti, dazi e un attacco alla sovranità normativa dell’Europa.
La durissima reazione americana può essere interpretata in tre modi:
1) la rottura degli argini di tensioni latenti e crescenti legate ad alcune differenze di fondo tra Stati Uniti ed Europa in materia di tutela dei cittadini e libertà delle imprese: i Paesi del Vecchio Continente, abituati ad un maggior livello di intervento pubblico, che mettono al primo posto la tutela delle libertà civili dei loro cittadini e la protezione dei consumatori mentre nel Nuovo mondo si punta soprattutto su dinamismo imprenditoriale, competitività globale e tutela della sicurezza nazionale.
Il valore della tutela della privacy non è ignorato, ma rimane nelle retrovie: bisogna competere con la Cina che l’ha spazzata via. Partendo da quest’ottica, l’Amministrazione Trump
percepisce le norme europee come barriere protezionistiche che colpiscono in misura prevalente imprese americane (inevitabile, visto che in campo digitale dominano quelle della Silicon Valley).
2) Trump che Usa anche le regole in materia digitale per giocare la partita che più lo appassiona: quella dei dazi. A luglio Bruxelles ha rinunciato alla digital tax per ottenere la riduzione al 15% dei balzelli mozzafiato che il presidente americano aveva detto di voler imporre alla Ue. Ma per acciaio e alluminio i dazi sono rimasti al 50% e ad agosto, mentre l’Amministrazione Usa estendeva di nuovo il ricorso a maxidazi, applicandoli a molti prodotti che contengono quei metalli, il ministro del Commercio Howard Lutnick ha sollecitato la Ue a rivedere le norme digitali in senso più favorevole alle imprese Usa, promettendo, in cambio, un atteggiamento più morbido di Washington sui dazi.
3) La presidenza Trump che, nel secondo mandato, è autoritaria all’interno e imperiale nei rapporti internazionali, sta portando l’escalation nel rapporto coi vecchi alleati a un nuovo livello: se all’interno The Donald demolisce il sistema di pesi e contrappesi che per oltre due secoli ha garantito l’equilibrio della democrazia americana, all’estero mette sotto pressione crescente i suoi partner.
Le dure parole del segretario di Stato Marco Rubio – la cui nomina, un anno fa, aveva fatto tirare un sospiro di sollievo agli occidentali che vedevano in lui la faccia moderata e dialogante del trumpismo – fanno, purtroppo, temere che si stia andando verso la terza ipotesi: «La nostra politica estera America First prevede che venga respinta ogni violazione della sovranità Usa»
Rubio definisce, poi, le leggi europee che si applicano a imprese americane solo quando operano nel nostro continente «un eccesso di interventi extraterritoriali da parte di censori esteri». Con la moderazione dei contenuti immessi in rete per bloccare calunnie, diffusione di palesi falsità e odio, equiparati a bieca censura, anche se in passato Facebook, Twitter e le altre reti Usa hanno messo al lavoro decine di migliaia di «moderatori».
Ma nell’America di Trump, Vance e dei loro imprenditori-filosofi del tecnoautoritarismo fa testo solo la linea radicale del «figliol prodigo» Elon Musk: l’«assolutismo del free speech». Non a caso il salto di qualità nello scontro tecnologico con l’Europa arriva pochi giorni dopo il dirompente documento strategico Usa e la multa Ue a Musk (la più lieve di quelle fin qui comminate da Bruxelles). Incassata con sobrietà dall’uomo da 750 miliardi di dollari: si è limitato a chiedere lo scioglimento dell’Unione europea.
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 27th, 2025 Riccardo Fucile
LA MONTAGNA PIU’ ALTA D’ITALIA, DA SEMPRE SIMBOLO DI STABILITA’, DIVENTA UN INDICATORE DELLA CRISI CLIMATICA CHE SOLO DEI POLITICI IN MALAFEDE NON POSSONO VEDERE
Il Monte Bianco oggi è alto 4807,3 metri, ma quella quota non è destinata a restare uguale a
lungo. Infatti, certamente non a sorpresa, lo scioglimento dei ghiacci sta interessando anche il punto più alto d’Europa, che si sta trasformando velocemente settimana dopo settimana.
Questo è l’allarme lanciato dai ricercatori della Fondazione Montagna Sicura di Courmayeur i quali, grazie ad una missione condotta in collaborazione con il Laboratoire Edytem dell’Université de Savoie Mont-Blanc, hanno reso possibile definire quello che gli esperti chiamano “stato zero”, vale a dire la situazione attuale da cui partire per tenere d’occhio i cambiamenti futuri.
Per ottenere questa misura con una precisione millimetrica, il
team ha utilizzato un arsenale tecnologico d’avanguardia composto da strumenti come droni, telerilevamento e geo-radar. Queste analisi hanno permesso di guardare “dentro” la cima, rivelando che sotto la superficie ghiacciata si nasconde uno spessore di neve e ghiaccio di circa 20-25 metri, e che perciò la vera sommità rocciosa del Monte Bianco si trova intorno alla quota di 4.786 metri.
A margine di questa importante indagine scientifica circa il ruolo del cambiamento climatico sulle montagne, il coordinatore dell’area ricerca della Fondazione Montagna Sicura, Fabrizio Troilo, si è così espresso: “Il rilievo topografico non era mirato solamente a ottenere la quota della sommità, ma a ricostruire tutto l’intorno della cima con l’obiettivo futuro di misurarne l’evoluzione e i cambiamenti”.
E ha aggiunto ancora Troilo: “Questa serie mostra delle quote che nel tempo hanno delle variazioni piuttosto irregolari. Negli ultimi anni sembrerebbe che possa essere iniziato un trend di graduale discesa e diminuzione della quota della cima, cosa che andrà verificata, misurata proprio in futuro, partendo dai primi rilievi fatti adesso”.
Sebbene le serie storiche delle misure (effettuate ogni due anni dai geometri dell’Alta Savoia) abbiano sempre mostrato dei mutamenti irregolari legati agli accumuli nevosi, i dati recenti suggeriscono l’inizio di un trend di graduale e costante diminuzione.
Il fatto che lo scioglimento della calotta sommitale stia diventando evidente ad oltre 4.800 metri di altitudine sta scuotendo l’intera comunità scientifica, dato che si tratta di aree
che un tempo erano considerate “immuni” agli effetti immediati del cambiamento climatico.
Secondo i ricercatori, questa nuova misurazione, ufficializzata in occasione dell’Anno Internazionale della Conservazione dei Ghiacciai (proclamato dalle Nazioni Unite), deve spingere ad una profonda riflessione collettiva sull’entità delle trasformazioni in atto.
La riduzione del “cappello” di ghiaccio del Monte Bianco non è solo un fenomeno locale, ma un indicatore globale della velocità con cui il nostro pianeta sta cambiando, imponendo la ricerca urgente di soluzioni per il futuro della biosfera, che è fondamentale per l’origine e la sostenibilità della vita.
(da agenzie)
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