Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
“HANNO AMPLIATO L’AREA DI CONSEGNA E GLI ORDINI ARRIVANO ANCHE DA 30 CHILOMETRI DI DISTANZA. CON LA BICICLETTA ELETTRICA TROPPO PERICOLOSO, E TRA COSTI E TEMPO IMPIEGATO PER ARRIVARE DAI CLIENTI SIAMO SEMPRE IN PERDITA. MA SE RIFIUTIAMO GLI ORDINI L’ALGORITMO CI PUNISCE E NON CI FA LAVORARE” – “IN UNA SERA EVADO CIRCA DIECI ORDINI. NON CI SONO TURNI FISSI. IO INIZIO A LAVORARE ALLE 18 E STACCO ALLE 23”
«Sei euro per consegnare un panino anche a 30 chilometri di distanza. Da Verbania mi è
capitato di ricevere ordini addirittura da Belgirate, nel Novarese. Io per le consegne uso la bicicletta elettrica e ogni volta rischio la vita. Non solo per le strade gelate, ma anche per gli automobilisti che spesso andando a tutta velocità non ci vedono. Senza contare che questo tipo di consegne non convengono nemmeno. Tra costi e tempo impiegato per arrivare dai clienti siamo sempre in perdita. Ma se rifiutiamo gli ordini l’algoritmo ci punisce e non ci fa lavorare».
Filippo Testi ha 20 anni, ed è nato a cresciuto a Verbania, sul lago Maggiore, dove ora, anche per aiutarsi durante gli studi in Storia, da due anni lavora come rider. È lui il portavoce della protesta avviata dai fattorini che ogni giorno corrono su e giù per i 74 paesi del Verbano-Cusio-Ossola.
«Ogni sera riesco a guadagnare anche 30 euro, ovviamente lordi. Ma ormai l’area per le consegne è troppo estesa e evadere gli ordini è diventato un vero e proprio percorso a ostacoli».
Che cosa l’ha spinta a fare il rider?
«Lo faccio da un paio di anni, dal 2023. Avevo iniziato l’università, studio Storia a Torino e avevo bisogno di un’entrata per essere autonomo. Così ho iniziato con le consegne prima a Verbania e poi a Torino. Avevo appena 18 anni e tutto andava bene. Ma la situazione di lavoro negli ultimi mesi è cambiata…».
Cioè?
«Deliveroo a Verbania non ha mai coperto solo la città. Ma fino a qualche mese fa l’area era suddivisa ancora nelle vecchie
province. Le tratte erano accettabili. Adesso l’area è stata ampliata e gli ordini arrivano anche da 30 chilometri di distanza…».
Cosa vuol dire?
«Che ci arrivano ordini da Vergante, vicino ad Arona, ma anche Baveno, Stresa. Addirittura Belgirate a 30 chilometri da Verbania. Se per esempio arriva un ordine da Stresa partendo da Intra devo percorrere 22 chilometri di strada pericolosa, al buio e molto trafficata. È davvero assurdo».
Come si svolge una sua giornata?
«Quando l’ordine arriva lo si accetta. Certo che se ad esempio bisogna consegnarlo a Stresa, oltre 22 chilometri, partendo da Intra, dove ci sono i ristoranti della città, bisogna valutare se fare o no la consegna. La luminosità è praticamente zero, sei in mezzo alla strada nella maggior parte del percorso, illuminato solo dai fari delle auto. Sono caduto tante volte. Insomma in bici è quasi impossibile fare le consegne. E in auto non conviene a causa delle spese alte».
E i pagamenti?
«Si rischia la vita per circa 7,66 euro. Lordi ovviamente.
Non tutti gli ordini sono così, alcuni sono anche più grandi e si arriva a prendere 10 euro. Ma, se si valuta l’andata e il ritorno è sempre troppo poco.
Anche perché bisogna considerare che se si consegna in bicicletta fino a Stresa poi per poter ricominciare a lavorare bisogna ritornare a Verbania».
Quanti ordini si riesce ad evadere in una sera?
«Circa dieci. Non ci sono turni fissi. Io inizio a lavorare alle 18 e stacco alle 23. I colleghi fanno più ore. Certo si lavora di più nei mesi autunnali e primaverili quando il lago è pieno».
Cosa succede se si rifiuta l’ordine?
«L’applicazione ripropone gli ordini, maggiorando sempre un pochino il prezzo di pochi centesimi fino a un certo limite per spingerci ad andare. Ma se rifiuti, l’algoritmo ti penalizza non mandando più molti ordini nei giorni seguenti.
Chi pedala non è un numero ma una persona e ad un lavoratore serve dignità e giustizia. Per questo in 15 abbiamo deciso di avviare una vertenza sindacale. Vogliamo riconosciuti i nostri diritti».
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
I RAID ORDINATI DA TRUMP SERVONO A METTERE SOTTO PRESSIONE IL GOVERNO DI ABUJA, E COSTRINGERLO A TRATTARE UN ACCORDO COMMERCIALE FAVOREVOLE A WASHINGTON
Nelle ore successive al raid compiuto dalle forze statunitensi contro obiettivi dello Stato islamico in Nigeria, l’America si interroga sull’opportunità di tale operazione. Mentre un altro quadrante dell’Africa finisce nel mirino della Casa Bianca dopo il riconoscimento da parte di Israele del Somaliland.
Negli Usa, il tema della violenza jihadista in Nigeria è tornato al centro del dibattito politico, con particolare riferimento alle attività di Boko Haram. Il senatore repubblicano del Texas Ted Cruz è tra i principali promotori della questione.
In un messaggio pubblicato su X il 7 ottobre, ha sostenuto che in Nigeria sarebbero stati uccisi oltre 50 mila cristiani dal 2009 e che più di 18 mila chiese e 2 mila scuole religiose sarebbero state distrutte. Il suo ufficio ha però precisato che il senatore parla di «persecuzione» e non di «genocidio».
Parole riprese anche da Donald Trump, che ha definito la Nigeria un «Paese in disgrazia».
La vicenda nigeriana viene descritta da diversi osservatori come
più articolata.
La minaccia, avanzata dal presidente americano, di inserire la nazione africana nella lista dei «Paesi di particolare preoccupazione» appare riconducibile a una pluralità di fattori e viene interpretata soprattutto come uno strumento di pressione diplomatica volto ad allineare Abuja agli interessi statunitensi.
Sul piano economico, la Nigeria rappresenta uno dei principali produttori di petrolio dell’Africa e riveste un ruolo di rilievo per gli interessi energetici degli Stati Uniti nella regione. Non è un caso che Washington in primavera abbia manifestato interesse a investire nel progetto del gasdotto Nigeria-Marocco.
Secondo diversi osservatori, la questione non sarebbe dunque riconducibile unicamente alle accuse di persecuzione dei cristiani o a narrazioni di violenze su larga scala, ma andrebbe letta all’interno di un più ampio confronto economico e geopolitico. Il contesto internazionale contribuisce a rafforzare questa interpretazione.
Il progressivo indebolimento dell’influenza statunitense registrato nel decennio scorso nell’area ha favorito l’espansione dell’influenza di attori come Cina e Russia.
In questo scenario, la Nigeria, per la sua collocazione strategica e l’abbondanza di risorse naturali, si trova al centro di dinamiche globali sempre più competitive.
La violenza che colpisce la Nigeria si inserisce inoltre in una crisi più ampia che interessa l’intera regione del Sahel. I gruppi terroristici attivi in Africa occidentale sono oggi considerati tra i più operativi a livello globale e rappresentano una minaccia crescente per la stabilità dei governi regionali.
L’escalation della violenza ha avuto ripercussioni anche sul piano politico. Il peggioramento delle condizioni di sicurezza ha contribuito a indebolire la legittimità di diversi governi dell’area, favorendo un clima di instabilità che, in alcuni casi, ha aperto la strada a colpi di Stato.
In questo contesto, la Russia ha rafforzato la propria presenza e influenza nel Sahel, proponendosi come alternativa ai partner occidentali tradizionali. Così come la Cina è protagonista di una penetrazione economica e commerciale nel continente, che è vista dagli Usa come parte della sfida globale tra Washington e Pechino.
(da La Stampa)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
DA MESI ‘GNAZIO FA DISPETTI ALLE SORELLE MELONI CHE NON VOGLIONO METTERSI IN TESTA CHE A MILANO NON COMANDANO I FRATELLI D’ITALIA BENSI’ I FRATELLI ROMANO E IGNAZIO LA RUSSA … DALLA SCALATA A MEDIOBANCA ALLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, DAL CASO GAROFANI-QUIRINALE ALLO SVUOTA-CARCERI NATALIZIO, – L’ULTIMO DISPETTUCCIO DI ‘GNAZIO-STRAZIO ALLA LADY MACBETH DEL COLLE OPPIO
Il video che un vibrante Ignazio La Russa ha dedicato alla celebrazione dell’anniversario della
fondazione del Movimento sociale italiano di almirantiana memoria, nume tutelare delle radici post-fascio dei Fratellini d’Italia, di sicuro non avrà fatto un granché piacere a Sua Altezza, la Regina Giorgia.
In soldoni, lo sfogo della Melona si può riassumere così: Ma vi sembra il momento opportuno, con un record di tre anni e mezzo di Palazzo Chigi, mentre in Europa mi sbatto come un moulinex per entrare un santo giorno nelle grazie del Partito Popolare Europeo dei Merz e di von der Leyen, mettersi a rivendica’ l’Italia fascista, la nascita del Msi, la Fiamma come “simbolo di continuità”, ahò, ve sembra il caso?
Essì, alla orgogliosa celebrazione delle proprie radici politiche post-fasciste mancava solo che La Russa aggiungesse un tonante “Eia Eia alalà” e il coro finale sulle note di “Faccetta nera”.
Ma, come abbiamo spesso sottolineato, lo sfrenatissimo presidente del Senato non ci sta proprio a inginocchiarsi ai piedi della Marchesina del Grillo seduta sul seggiolone di Palazzo Chigi.
Per dare un’idea della guerriglia che conduce da mesi La Russa in modalità La Rissa contro la dittatura delle sorelle Meloni: il 23 dicembre è andato in scena un infiocchettato natalino dei parlamentari di Fratelli d’Italia per la tradizionale cerimonia degli auguri.
Eccoli riuniti, allegri e trepidanti sotto l’albero con la Befana per la presidente del Consiglio e leader del partito: ‘’un super computer, costo 10mila euro circa, dotato di postazione fissa, mobile, gran casse hi-tech” (“La Repubblica”), esito di una colletta da 50 euro a testa per deputati e senatori della Fiamma.
Passano i minuti, ma la silhouette della Statista della Sgarbatella
non si appalesa. Arriva o non arriva? Boh… Per ingannare l’attesa, tutti si abbandonano al chiacchiericcio del taglia-e-cuci.
Quando infine è arrivata Giorgia con l’Arianna di complemento, ne mancava uno all’appello per il bacio della pantofola: Ignazio La Russa, la cui santa pazienza natalizia è durata una ventina di minuti: fatele gli auguri anche a nome mio…
Il problema che serpeggia tra i due co-fondatori (il terzo è Guido Crosetto) del primo partito in Parlamento gira intorno a questa domandina: chi comanda a Milano, Fratelli d’Italia o Fratelli La Russa? La seconda che hai detto: le candidature proposte dalle Sorelle Meloni per il comune di Milano e la Regione Lombardia si sono infrante davanti al no secco di ‘Gnazio: cara Giorgia, a casa mia comando io…
Anche sulla linea politica, i contrasti non mancano. Il siculo-meneghino, che ha sempre goduto di un ottimo rapporto con la Procura di Milano, non ha nascosto la propria contrarietà alla riforma della giustizia: “E’ giusta la separazione, ma forse il gioco non valeva la candela…
Massì: vale la candela mettersi contro i magistrati sdoppiando il Csm, vero obiettivo di Nordio, altro che la separazione delle carriere? Su, siamo uomini di mondo, meglio lasciar perdere… perché cercare sempre rogne? Del resto, tra il vivacissimo figlio e l’amica con le mani bucate Santanché, ‘Gnazio ne sa qualcosa…
Anche la regia del Governo Meloni al piano di Lovaglio-Caltagirone-Milleri per la scalata Mps-Mediobanca, obiettivo il forziere d’Italia di Assicurazioni Generali, non ha mai fatto girare la testa a La Russa, che non è mai stato trafitto dalle affinità elettive scoppiate tra la Fiamma Magica di Palazzo Chigi e l’imprenditore Caltagirone.
Del resto, il padre di ‘Gnazio ha guidato uno studio legale legatissimo a Salvatore Ligresti e al patron del mondo economico e finanziario italico che era incarnato da Enrico Cuccia con la sua Mediobanca.
Da Milano a Roma, dalla riapertura del caso Garofani, che Meloni aveva dichiarato “chiuso”, all’auspicio di ‘Gnazio di svuotare le carceri in previsione delle feste natalizie, su cui è sceso il no secco dei manettari di Fdi alla Delmastro, assistiamo a un La Russa deciso a distinguersi mettendosi di traverso alla Lady Macbeth della Garbatella.
Sorprendente è stata anche la stonatura di ‘Gnazio sul caso della trattativa per la vendita di “Repubblica” e “Stampa”, punti di riferimento della sinistra, al magnate greco Theo Kyriakou.
La possibile transizione che non può dispiacere alla permalosissima Meloni ha invece scatenato, come si dice, l’allarme democratico per la libertà dell’informazione di ‘Gnazio
Manco fosse Crozza camuffato da Landini col pizzetto mefistofelico, si è dichiarato disposto a fare da intermediario tra i giornalisti “comunisti” di Gedi e il greco usurpatore: ‘’Le proprietà hanno diritto a cambiare, vendere, cedere, ma non hanno diritto di imporre linee di condotta univoche alla redazione. Le vostre preoccupazioni le capisco e sono a disposizione anche come intermediario perchè abbiate soddisfazione nelle risposte che attendete”.
(da Dagoreport)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
SE MOSCA HA INVENTATO LE FABBRICHE DI BOT E I TROLL SUI SOCIAL MEDIA, PECHINO STANZIA UN ENORME BUDGET PER UN’OPERAZIONE DI INFLUENZA GLOBALE ATTRAVERSO UN RECLUTAMENTO DI PERSONE MOLTO DISTANTI DAL PARTITO
Influencer che reclutano influencer, l’informazione – non solo quella online – che diventa marketing e poi propaganda: se la Russia ha inventato le fabbriche di bot e i troll sui social media, la Repubblica popolare cinese ha cambiato metodo, e ora gli agenti d’influenza cinesi pagati dal Partito sono sempre più difficili da individuare e da smascherare. ll modello di manipolazione tramite slogan e bandierine non esiste più, e l’operazione di influenza globale sfrutta la credibilità altrui.
Sostiene di aver già “reclutato” diversi influencer tra Giappone, America e perfino Italia, attivi in diversi ambiti, dai viaggi alla cucina, incaricati di promuovere “la bellezza della cultura tradizionale cinese”. Con Xu vuole fare un lavoro diverso: parlare di una potenziale guerra nello Stretto enfatizzando però le carenze militari taiwanesi, alimentando così la confusione e la sfiducia. E poi magari puntare alla guerra in Ucraina, anche lì per dare un esempio di “resistenza fallimentare”.
L’aspetto più interessante della conversazione è l’enorme budget a disposizione e il reclutamento di persone molto distanti dal Partito.
E’ chiaro che alla nuova guerra cognitiva della Cina non interessano i grandi nomi con un profilo anticinese molto esposto, ma gli esperti di medio livello, soprattutto se faticano ad arrivare alla fine del mese: i contenuti sono sempre fatti per instillare un dubbio, non smaccatamente falsi. E infatti quando Xu chiede quali siano i limiti da non superare, la risposta è illuminante: si può anche criticare un po’ il Partito comunista, “piccole critiche che aiutano il quadro generale”, ma Xi Jinping non si tocca.
Agli agenti d’influenza credibili – erano considerati critici del Partito anche diversi indagati per spionaggio verso la Cina in Europa – si affiancano poi le soluzioni più rumorose. Dopo che un senatore delle Filippine ha presentato le prove dei pagamenti dell’ambasciata cinese a Manila verso l’agenzia filippina InfinitUs Marketing Solutions, il media d’inchiesta Rappler è risalito a un’operazione di influenza online molto sofisticata.
Si trattava di costruire un “esercito di troll” con profili falsi con identità fittizie (insegnanti, rider, studenti ecc.) usati per diffondere contenuti pro-Pechino. Ma l’operazione includeva anche le linee guida dettagliate per creare account “credibili” e contenuti che rafforzassero temi come la difesa dei diritti cinesi o la costruzione di un’immagine vittimistica, criticando attori paesi il Giappone o accentuando la polarizzazione.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
PRIMA HANNO COLPITO IL TELEFONO DELL’EX PRIMO MINISTRO, NAFTALI BENNET, E POI QUELLO DI TZACHI BRAVERMAN, CAPO DELLO STAFF DEL PREMIER, BENJAMIN NETANYAHU
Lo stesso gruppo di hacker iraniani che la scorsa settimana si è infiltrato nel telefono dell’ex
primo ministro israeliano Naftali Bennett afferma di essere riuscito a violare il telefono del capo dello staff di Benyamin Netanyahu, Tzachi Braverman. Lo scrive il Times of Israel.
Gli hacker di Handala affermano che pubblicheranno oggi nuove informazioni che collegano Braverman allo scandalo Qatargate. L’ufficio del primo ministro ha dichiarato però al Times of Israel che “non è stata riscontrata alcuna violazione. La questione è in fase di indagine”.
Due consiglieri di Netanyahu avrebbero lavorato per conto del Qatar per l’agenzia di pubbliche relazioni Perception, guidata da Yisrael Einhorn, ex responsabile della campagna elettorale di Netanyahu, mentre erano alle dipendenze del premier. Uno dei consiglieri, Eli Feldstein, ha affermato che Braverman era coinvolto in un presunto scandalo separato ma correlato, riguardante la fuga di informazioni riservate alla Bild, nell’ambito di un presunto piano per influenzare l’opinione pubblica e allentare la pressione su Gerusalemme affinché raggiungesse un accordo con Hamas.
Feldstein, che ha ammesso di aver fatto trapelare le informazioni, ha affermato che Braverman era venuto a conoscenza di un’indagine segreta delle Idf sulla fuga di notizie e lo aveva rassicurato che avrebbe potuto essere smentita, sebbene
il capo di stato maggiore lo avesse anche minacciato se avesse fatto la spia agli inquirenti. Braverman dovrebbe diventare ambasciatore di Israele nel Regno Unito, ma le accuse rischiano di ritardare la nomina. Sia Braverman che Netanyahu negano qualsiasi coinvolgimento negli scandali.
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
LA DUCETTA HA VOLUTO STRINGERE LA CINGHIA QUEST’ANNO, CON UNA MANOVRA ULTRA MICRAGNOSA DA APPENA 18 MILIARDI, PER ANTICIPARE DI UN ANNO IL RIENTRO DEL DEFICIT SOTTO AL 3% DEL PIL: L’OBIETTIVO È AVERE LE MANI LIBERE PER LA FINANZIARIA 2026, IN COINCIDENZA CON LE ELEZIONI POLITICHE DEL 2027. MA LA COMMISSIONE EUROPEA HA FATTO CAPIRE CHE I CONTI ITALIANI SONO AL LIMITE, E MOLTO DIPENDERÀ DAI CALCOLI DEI TECNICI
La Finanziaria più faticosa del governo Meloni è al traguardo. Arrivata ieri a Montecitorio per il passaggio della seconda Camera con quasi mille emendamenti (949 per l’esattezza), verrà approvata il 30 dicembre con la fiducia e senza modifiche.
Se così non fosse, sarebbe necessario ripassare dal Senato e scatterebbe l’esercizio provvisorio. Per avvicinare l’obiettivo del tre per cento nel rapporto deficit-Pil il ministro del Tesoro Giancarlo Giorgetti ha dovuto scontentare parecchi e imporre più tasse che sgravi, più tagli che aumenti di spesa.
Lo certificano i dati definitivi elaborati dai tecnici della Camera: la legge di Bilancio per il 2026 vale 9,6 miliardi di maggiori entrate, 7,9 di sgravi, 6,7 di tagli alla spesa, cinque dei quali reperiti con una mossa poco pubblicizzata ma per certi versi
storica: l’utilizzo di fondi residui del Recovery Plan europeo.
A contribuire alle nuove entrate saranno in gran parte banche e assicurazioni: il solo aggravio dell’Irap gli costerà 1,3 miliardi. Il governo può rivendicare di aver alleggerito l’Irpef al ceto medio per tre miliardi, al quale chiederà qualcosa di più per le sigarette, l’affitto delle seconde case, la rivalutazione di terreni e partecipazioni.
Sul ritocco dei requisiti per la pensione (era previsto dal 2033) Meloni e Giorgetti hanno sfiorato la crisi di governo con la Lega. La norma è saltata, e quella mancata norma lascia aperto un grande dubbio: basterà questa Finanziaria a far uscire l’Italia dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo la prossima primavera?
Agli occhi degli investitori la faccenda è quasi ininfluente. Il differenziale fra i i Btp italiani e i Bund tedeschi è basso come mai nell’ultimo decennio. Ereditato da Mario Draghi a quasi duecento punti base, oggi veleggia poco sopra i sessanta. Per inciso: non è l’Italia ad essersi avvicinata ai bassi rendimenti della Germania, ma l’opposto.
E però la mancata uscita dalla procedura di infrazione per l’Italia potrebbe essere un problema politico: se non avvenisse, nel 2026 Roma non potrebbe chiedere la clausola di salvaguardia per scorporare la maggiore spesa militare.
La faccenda è rilevante: abbiamo preso l’impegno in sede Nato ad aumentare gradualmente quelle risorse, oggi ancora inchiodate – nella migliore delle ipotesi contabili – al due per cento della ricchezza prodotta.
La Commissione europea ha fatto capire che i conti italiani sono
al limite, e molto dipenderà dai calcoli dei tecnici. Un eventuale “no” potrebbe essere paradossalmente un favore a Giorgetti, che da esponente leghista deve tenere conto dei mal di pancia di Matteo Salvini all’aumento del budget per la Difesa.
Paradosso nel paradosso, l’uscita dalla procedura imporrebbe al governo più coerenza nell’ultima Finanziaria della legislatura, quella da cui in qualche modo dipenderà l’esito delle elezioni politiche nel 2027. E però su quel risultato Giorgetti ha puntato molto, dunque anche l’eventuale “no” dell’Unione costerebbe un prezzo in termini di immagine.
Oggi le previsioni dicono che nel 2026 e 2027 l’Italia sarà il penultimo Paese europeo per crescita cumulata, un quarto di quel che sta facendo la Spagna […]. Palazzo Chigi e Tesoro sono consapevoli che la prossima legge di Bilancio dovrà essere più generosa dell’attuale. Quanto lo sarà, dipenderà anche dall’andamento della congiuntura internazionale.
Il 2026 sarà anche l’anno in cui bisognerà tirare una riga alle spese del Recovery Plan, l’enorme piano di aiuti europei senza il quale l’Italia sarebbe probabilmente vicina alla crescita zero della Germania
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
NEL LIBRO “LA REPUBBLICA TECNOLOGICA”, ALEXANDER KARP, CEO DI “PALANTIR”, TRATTEGGIA LA SALDATURA TRA POLITICA E OLIGARCHI TECH PER DOMINARE IL MONDO. UN TEOREMA IN CUI LA DEMOCRAZIA PRATICAMENTE NON ESISTE, E DOVE LA “REPUBBLICA” È UN INTERESSE PUBBLICO DOMINATO DAGLI APPARATI “ILLUMINATI” E “PATRIOTTICI”
“L’èra atomica sta per finire. Questo è il secolo del software e le guerre decisive di domani
saranno guidate dall’intelligenza artificiale”.
L’epoca della deterrenza atomica potrà essere archiviata, scrivono Alex C. Karp e Nicholas W. Zamiska in “La Repubblica Tecnologica”, ma non in nome di un disarmo etico, bensì perché la nuova deterrenza sarà nelle mani di chi avrà il controllo delle armi basate sull’AI.
“Gli Stati Uniti e i loro alleati esteri dovrebbero adoperarsi senza indugio a lanciare un nuovo progetto Manhattan per mantenere il controllo esclusivo delle forme più sofisticate di AI a fini bellici: i sistemi di puntamento, gli sciami di droni e, a tendere, i robot, che si riveleranno le armi più potenti di questo secolo”.
A scriverlo, con una prosa piana e consequenziale, a tratti quasi brutale non è un Dottor Stranamore: Alexander Karp, ceo di Palantir Technologies, la società di analisi dei big data fondata nel 2003 con Peter Thiel e specializzata nelle loro applicazioni militari e nella sicurezza.
Karp ha scritto con Zamiska “La Repubblica Tecnologica – Come l’alleanza con la Silicon Valley plasmerà il futuro dell’Occidente”, ora pubblicato in Italia da Silvio Berlusconi Editore, “frutto di un dialogo durato quasi dieci anni” e che non parla ovviamente solo di armi atomiche: è un vero e proprio saggio teoretico su una visione nuova, o comunque ribaltata rispetto al dibattito tradizionale, del ruolo della tecnologia digitale e della scienza, della loro “alleanza” (o funzione strumentale?) con il potere politico occidentale nella prospettiva di un dominio economico e militare sul mondo.
Alex Karp non è un personaggio banale: famiglia intellettuale multiculturale, laurea a Stanford in Diritto, studi di filosofia e psicoanalisi, una specializzazione all’Università di Francoforte in sociologia. Nel frattempo l’avventura imprenditoriale nella Silicon Valley. E la grande conversione […] dalla “ideologia californiana” della Valley (Karp ha sempre votato democratico) a una visione coincidente con la nuova destra d’epoca trumpiana.
A spiegare il lungo percorso basterebbe una delle citazioni messa in esergo del libro: “I fondamentalisti si precipitano dove i liberali hanno paura a passare”. Non è una frase di un trumpiano ma di Michael Sandel, sociologo e acclamato guru del pensiero comunitario, teorico anti-meritocratico: il migliore e più morbido pensiero progressista degli ultimi decenni.
Eppure, in quel pensiero progressista che ha dominato e di certo ha guidato le Big Tech della Valley, c’è un’aporia, l’anello che non tiene, dice Karp: dove i liberali hanno paura di passare, arrivano i nemici.
Il percorso del libro è lineare, in qualche punto anche troppo, ma aiuta a comprendere con più esattezza le dinamiche culturali, geopolitiche, economiche e anche militari in atto negli anni di Trump (già dal primo Trump) che troppo spesso si tende a liquidare come semplice crisi del sistema politico.
Non è un caso che in un saggio di questo tipo la parola
“democrazia” compaia quasi per nulla, mentre il titolo rimanda alla “repubblica” intesa come un interesse pubblico dominato da apparati.
Intervistato dal New York Times, Karp è l’imprenditore-pensatore che poneva a sua volta domande così: “Siamo ancora abbastanza duri da spaventare i nostri avversari, e quindi evitare la guerra? Cinesi, russi, iraniani, ci considerano ancora forti?”.
La prima parte di “La Repubblica Tecnologica” è una radicale critica al “tradimento” che il mondo scientifico e l’industria digitale degli Stati Uniti hanno perpetrato nei confronti dell’America e dell’occidente
L’imbattibile superiorità tecnologia, e il conseguente “mito” della California, riepiloga Karp, ebbe origine durante la Seconda guerra mondiale, quando Roosevelt (il presidente democratico è curiosamente un idolo della “nuova destra” imprenditorial-ideologica) varò il Progetto Manhattan chiamando a raccolta le migliori menti scientifiche del paese e la forza economica delle più grandi imprese: “Roosevelt concentra sul Pacifico buona parte del suo sforzo di riarmo; gli investimenti nell’elettronica militare a San Francisco e dintorni seminano i primi germi di quella che in seguito diventerà la Silicon Valley”.
L’unione proseguì nei decenni successivi, non ci sarebbe Internet senza gli ingenti investimenti pubblici nel settore militare: “La California si è imposta da cinque generazioni come un laboratorio d’avanguardia, non solo per la sua capacità di sfornare dirompenti innovazioni tecnologiche di portata globale, ma anche come culla di rivoluzioni di costume, valoriali e politiche”
Nella baia di San Francisco nasce anche il movimento artistico e libertario. Poi con la rivoluzione digitale si è consumato il grande tradimento – così lo considerano tutti i nuovi tycoon, da Musk a Thiel – dei giganti della Silicon Valley: “Hanno commesso l’errore strategico di concepire la propria esistenza come fondamentalmente estranea al paese che li ha visti nascere”, scrive
“I fondatori di quelle società hanno perlopiù visto negli Stati Uniti un impero in agonia, il cui lento declino non sarebbe riuscito a intralciare la loro ascesa e la corsa all’oro… Molti hanno in sostanza rinunciato a ogni serio tentativo di far progredire la società, di assicurarsi che la civiltà umana continuasse ad avanzare nel suo cammino”.
Al dunque: “La cornice etica imperante nella Valley, una visione tecnoutopica secondo cui la tecnologia avrebbe risolto tutti i problemi dell’umanità, si è trasformata in un approccio utilitaristico limitato e superficiale”.
Il risultato è che “il comparto tecnologico aveva voltato le spalle alle Forze armate, non avendo il minimo interesse a scontrarsi con una burocrazia esagerata e con l’ambivalenza, se non proprio l’opposizione, dell’opinione pubblica nazionale”. Insomma la “rivoluzione digitale” per come è stata prodotta e vissuta da miliardi di consumatori: un grande divertimento senza confini e facilità del consumo.
Invece già allora Palantir batteva una strada opposta: la strada di domandarsi che tipo di società (quali “valori”) gli scienziati e l’industria digitale dovessero costruire per il futuro. Karp ha una certezza: quegli apparati hanno il dovere di contribuire alla
sicurezza degli Stati Uniti e proteggere i valori dell’occidente. Ora, anche grazie all’immensa e rapida trasformazione dell’intelligenza artificiale, è giunto il momento di resettare tutto.
La frattura avvenuta negli scorsi decenni tra la cultura della Valley e la sua industria e le necessità della geopolitica e militari del governo degli Stati Uniti hanno prodotto una crescente debolezza che riguarda tutto l’occidente, scrivono Karp e Zamiska.
“Un’intera generazione di fondatori di aziende si è ammantata della retorica di uno scopo nobile e ambizioso, ma il più delle volte ha accumulato quantità enormi di capitale e ha reclutato eserciti di ingegneri talentuosi solo per sviluppare app di condivisione foto e interfacce di chat per i consumatori moderni”.
Intanto nella Valley e in parte del paese “ha preso piede un certo scetticismo nei confronti dell’operato del governo e delle ambizioni nazionali”.
Ora, secondo il nuovo pensiero del fondatore di Palantir, è venuto il momento del redde rationem per le generazioni di “agnostici tecnologici” che hanno permesso il progressivo indebolimento dell’America di fronte a nemici tecnologicamente aggressivi: da che parte vogliono stare, in un mondo in cui la minaccia militare è ridiventata reale e in cui la “vittoria” sarà affidata non più alla “Bomba” ma ai big data applicati alla tecnologia di guerra?
Alex Karp non è un filosofo visionario e apocalittico come il suo collega e socio Peter Thiel. Nelle metafore imperiali che vanno
di moda nel nuovo mondo scombussolato dai conflitti, Thiel potrebbe essere Mecenate, il liberto-filosofo che costruì il tempo di pace di Augusto.
Karp, americano di nascita, somiglierebbe di più a Marco Agrippa, il generale di ferro e pragmatico amministratore romano che costruì il potere militare del primo imperatore. Ma il mestiere delle armi si regge sui pensieri, nei quali pesa anche il nuovo populismo della destra (“Ci lamentiamo dell’influenza del denaro nella politica, per poi rimanere in silenzio quando i ricchi dominano sempre di più la corsa elettorale”).
Pensieri lineari, brutali: “Negli ultimi cinquant’anni noi, in America e più in generale in occidente, abbiamo cercato di non definire le culture nazionali in nome dell’inclusività… Identificare qualcosa di simile a una cultura o a dei valori nazionali è diventato sempre più difficile e controverso”.
Eppure “nel corso della storia dell’umanità gli Stati Uniti, pur con le loro imperfezioni, hanno fatto più di ogni altro paese al mondo per costruire una nazione in cui essere cittadini significa qualcosa di più che una semplice appartenenza etnica o religiosa. Vogliamo davvero abbandonare questo progetto e rinunciare a migliorarlo?”. La risposta, armi e idee in pugno, è chiara: “In questo libro, avanziamo la tesi che il comparto tecnologico abbia l’obbligo imperativo di sostenere lo stato che ha reso possibile il suo sviluppo”
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
L’ULTIMA ARRIVATA È LA CHIESA DI GAIA A SPOKANE, NELLO STATO DI WASHINGTON, DOVE DURANTE LE CERIMONIE VIENE SERVITA AYAHUASCA, POTENTISSIMA SOSTANZA PSICHEDELICA
La Chiesa di Gaia a Spokane, nello stato di Washington, ha tutte le caratteristiche di un tradizionale luogo di culto: incontri regolari, canti comunitari e donazioni dei fedeli — con un’eccezione sostanziale: durante le cerimonie viene servita ayahuasca, una sostanza psichedelica che può provocare nausea e, talvolta, vomito a getto.
«Questa è una pratica puramente spirituale», ha dichiarato Connor Mize, guida cerimoniale della Chiesa di Gaia. «Non è qualcosa che si fa solo per divertimento».
Le sostanze psichedeliche sono vietate nella maggior parte degli Stati Uniti. Tuttavia, un ristretto numero di chiese ha ottenuto il diritto di utilizzarli come sacramenti: dagli anni Duemila, quattro organizzazioni hanno conquistato tutele legali per l’uso di psichedelici dopo lunghe battaglie con la Drug Enforcement Administration (DEA).
All’inizio di quest’anno, la Chiesa di Gaia è diventata la prima chiesa psichedelica a ottenere un’esenzione presentando una petizione alla DEA anziché citarla in giudizio. «Tutti gli altri hanno dovuto attraversare una qualche forma di contenzioso per arrivare a questo risultato, noi no», ha spiegato Mize.
Le stime indicano che negli Stati Uniti operino illegalmente centinaia di chiese psichedeliche.
La vittoria della Chiesa di Gaia, unita a due recenti accordi, porta a «tre nuove pratiche psichedeliche riconosciute nell’ultimo anno — più della metà di tutte quelle mai riconosciute», secondo Sean McAllister, avvocato specializzato in diritto degli psichedelici.
Le origini delle chiese psichedeliche legalizzate risalgono all’inizio del secolo, quando 30 galloni di tè di ayahuasca furono
sequestrati a un gruppo religioso con sede nel Nuovo Messico. Nel 2006, la chiesa fece causa con successo alla DEA invocando il Religious Freedom Restoration Act (RFRA), che impone al governo di superare una soglia legale molto elevata prima di limitare le pratiche religiose, dando così avvio a un nuovo standard per l’uso degli psichedelici.
Una vittoria legale analoga arrivò tre anni dopo in Oregon. Più recentemente, nel 2024 e nel 2025, chiese in Arizona e California hanno ottenuto tutele legali per l’uso di psichedelici dopo aver raggiunto accordi con la DEA.
«Oggi c’è una maggiore apertura nel concedere queste eccezioni, nel raggiungere accordi», ha osservato McAllister. «In parte perché hanno perso ogni volta che hanno portato questi casi in tribunale».
Le chiese possono ora anche richiedere esenzioni presentando direttamente una petizione alla DEA, dimostrando che le loro pratiche religiose sono sincere e ostacolate dalle leggi sugli stupefacenti. Questa strada si è rivelata popolare: tra l’anno fiscale 2016 e gennaio 2024, l’agenzia ha ricevuto petizioni da 24 organizzazioni.
Il via libera alla Chiesa di Gaia è arrivato al termine di un processo durato quasi tre anni, incentrato soprattutto sulla dimostrazione che l’ayahuasca sarebbe stata utilizzata esclusivamente a fini religiosi, e che nel frattempo ha impedito alla chiesa di operare. Sebbene si tratti del primo caso del genere, ne sono attesi altri. «Ce ne sono alcuni attualmente in fase di negoziazione», ha spiegato Taylor Loyden, avvocato di Terrapin Legal, lo studio che ha rappresentato la Chiesa di Gaia
Con il proprio status legale ormai garantito, la chiesa guarda al futuro. Mize è concentrato sull’ottenimento dei visti per insegnanti peruviani e sulla costruzione di un edificio circolare, con tappeti a terra, destinato a ospitare le cerimonie. Lì, gruppi dei quasi 70 membri della Chiesa di Gaia si riuniranno presto per rituali di diverse ore, sorseggiando ayahuasca mentre si purificano, ascoltano canti tradizionali amazzonici e praticano la loro fede.
Secondo esperti legali, i gruppi che beneficiano dell’atteggiamento federale più morbido verso gli psichedelici potrebbero trovare ancora maggiore spazio sotto Donald Trump, alla luce dell’enfasi posta dal presidente sulla tutela dei diritti religiosi.
Anche il numero delle chiese è in forte aumento. Secondo Jeffrey Breau, che dirige un programma su psichedelici e spiritualità presso il Center for the Study of World Religions di Harvard, ce ne sarebbero probabilmente più di 500 attive negli Stati Uniti. «Molte di queste chiese sono nate negli ultimi cinque, sei, sette anni», ha affermato Breau.
Questa crescita coincide con una svolta verso la spiritualità mentre gli americani si allontanano dalle religioni tradizionali. Secondo un sondaggio del 2023 del Pew Research Center, quattro adulti statunitensi su dieci si sono dichiarati più spirituali nel corso della loro vita, mentre solo il 24% afferma di essere diventato più religioso.
Ma operare all’incrocio tra psichedelici e religione non è privo di rischi. Oltre agli ostacoli logistici — come ottenere assicurazioni o immobili operando in clandestinità — i leader delle chiese
devono fare i conti anche con il timore di vedere le forze dell’ordine bussare alla porta.
Bridger Jensen, fondatore del gruppo religioso Singularism, stava lasciando il lavoro lo scorso novembre quando si è ritrovato circondato da una squadra Swat. Un agente sotto copertura si era finto un potenziale membro della sua chiesa, con sede a Provo, nello Utah, che utilizza psilocibina o funghi allucinogeni durante le cerimonie. La polizia ha fatto irruzione nel centro di Singularism, sequestrato i funghi e incriminato Jensen.
Singularism ha risposto facendo causa. Invocando il RFRA a livello statale dello Utah, il gruppo è riuscito a bloccare il procedimento penale contro Jensen, a recuperare gli psichedelici sequestrati e a ottenere il permesso di continuare a operare mentre il caso è in corso presso un tribunale federale distrettuale. Se Singularism dovesse prevalere, diventerebbe la prima chiesa dei funghi mai riconosciuta negli Stati Uniti, aprendo potenzialmente il campo ad altre pratiche psichedeliche.
Finora, tutte le chiese esentate hanno utilizzato l’ayahuasca, in parte perché questa sostanza presenta un rischio minore di uso improprio rispetto ad altre droghe. Tuttavia, le chiese clandestine impiegano una varietà di sostanze, tra cui LSD e MDMA, e persino composti più recenti come il 2C-B. Alcune ne utilizzano più di una contemporaneamente, sollevando interrogativi sulla possibile legalità dei gruppi con più sacramenti.
«Per quanto mi riguarda, non chiederemmo mai alla Chiesa cattolica di scegliere tra il pane e il vino», ha detto Breau.
A Singularism, la chiesa si concentra esclusivamente sui funghi, in cerimonie che possono costare fino a 1.400 dollari a sessione. Non è raro che i partecipanti trovino una forma di chiusura con familiari da cui erano estraniati o sperimentino la cosiddetta “morte dell’ego”, ha raccontato Jensen. «Alcune esperienze sono molto euforiche e piacevoli, altre sono comprensibilmente difficili e a volte possono risultare scomode».
Jensen spera che la battaglia legale della sua chiesa possa estendere le tutele della libertà religiosa oltre l’ayahuasca. Ma teme anche che i progressi di Singularism possano danneggiare altri, spingendoli a tentare rivendicazioni simili senza adottare adeguate misure di sicurezza
«Credo che alcune persone finiranno in prigione cercando di replicare il nostro percorso», ha concluso Jensen. «Ci saranno altre pratiche che otterranno un riconoscimento dopo questa? Assolutamente sì, ma non senza enormi vittime lungo la strada».
(da agenzie)
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Dicembre 28th, 2025 Riccardo Fucile
E IN ITALIA? PRATICAMENTE NON C’È UN SISTEMA ANTI-AEREO, E QUANDO SI PARLA DI SPENDERE IN DIFESA, I “PACIFINTI” ALZANO LE BARRICATE
La Polonia prevede di completare entro due anni una nuova serie di fortificazioni anti-drone
lungo i propri confini orientali. Una scelta motivata dalle massicce incursioni di velivoli senza pilota russi nello spazio aereo polacco. Lo spiega al Guardian il viceministro della Difesa di Varsavia, Cezary Tomczyk.
“Prevediamo di avere le prime funzionalità del sistema tra circa sei mesi, forse anche prima. Il completamento dell’intero sistema richiederà 24 mesi”, ha dichiarato Tomczyk affermando che i nuovi sistemi di difesa aerea saranno integrati in una linea di protezione più vecchia costruita dieci anni fa. Nelle fortificazioni saranno coinvolti diversi livelli di difesa, tra cui mitragliatrici, cannoni, missili e sistemi di disturbo dei droni.
“Alcuni di questi sono destinati esclusivamente a condizioni estreme o di guerra. Ad esempio, queste mitragliatrici a canne multiple sono difficili da usare in tempo di pace”, ha affermato. Tomczyk ha spiegato che il progetto costerà più di 2 miliardi di euro e sarà finanziato principalmente con fondi europei del programma di prestiti per la difesa Safe (Security Action for Europe).
(da agenzie)
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