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IL GOVERNO DI GIORGIA MELONI INANELLA RECORD UNO DOPO L’ALTRO: È L’ESECUTIVO CON PIÙ VOTI DI FIDUCIA CHIESTI ALLA CAMERA E AL SENATO: 104 APPROVATE IN POCO PIÙ DI TRE ANNI DI LEGISLATURA (LA MEDIA PIÙ ALTA DEI GOVERNI POLITICI DELLA STORIA REPUBBLICANA, 2,7 FIDUCIE AL MESE)

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

L’ALTRO FRONTE È LA MANCANZA DI TRASPARENZA SUI COLLABORATORI DELLA PREMIER E DEI MINISTERI CHE FANNO CAPO A PALAZZO CHIGI: LE ULTIME INFORMAZIONI RISALGONO ALL’ESTATE 2024, NONOSTANTE SIA CAMBIATO UN MINISTRO E SI SIA INSEDIATO IL SOTTOSEGRETARIO LUIGI SBARRA

Giorgia Meloni ambisce al raggiungimento del record di longevità del suo governo. Un obiettivo legittimo e che potrebbe essere alla portata. Ma in termini di primati, la leader di Fratelli d’Italia ha già ottenuto quello, poco lusinghiero, dei voti di fiducia chiesti alla Camera e al Senato: il 2025 inizia con 104 fiducie approvate in poco più di tre anni di legislatura.
La media si conferma la più alta rispetto a tutti gli altri esecutivi repubblicani di matrice politica (esclusi quelli tecnici): 2,7 al mese, compresi i periodi di ferie.
Ma c’è un altro fronte su cui palazzo Chigi nell’epoca meloniana ottiene un record: la mancanza di trasparenza sui collaboratori della premier e dei ministeri che fanno capo alla presidenza del Consiglio. Le ultime informazioni risalgono all’estate 2024. E pensare che, nel frattempo, è cambiato un ministro, con l’arrivo di Tommaso Foti al posto di Raffaele Fitto, e si è insediato il sottosegretario al Sud, Luigi Sbarra.
(da Domani)

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IL PAPA AMMONISCE TRUMP PER L’ATTACCO ILLEGALE DEGLI STATI UNITI CONTRO IL VENEZUELA: “UNA AGGRESSIONE CHE ATTACCA NON SOLO UN TERRITORIO, MA LA DIGNITÀ DI UNA REGIONE”

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

PAPA LEONE XIV: “OCCORRE SUPERARE LA VIOLENZA E INTRAPRENDERE CAMMINI DI GIUSTIZIA E DI PACE GARANTENDO LA SOVRANITÀ DEL PAESE”

Tela vaticana per scongiurare la guerra civile. Il segretario di Stato Pietro Parolin è stato nunzio a Caracas, il Sostituto Edgar Peña Parra proviene dalla diocesi di Maracaibo: diplomazia in campo. «Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela – dice il Papa all’Angelus -. Il bene del popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione».
Occorre «superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili, lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione di stabilità e di concordia». Attenzione «ai più poveri che soffrono per la difficile situazione economica».
Estefano Jesús Soler Tamburrini, intellettuale venezuelano ed ex operatore Caritas, spiega a La Stampa: «L’episcopato venezuelano teme che esploda l’odio degli estremi: da parte un chavismo senza Maduro, dall’altra un’opposizione esclusa da tutto per anni che cerca giustizia spinta degli esuli. I vescovi non si schierano perché la situazione non è chiara, l’intera cupola politico-militare è rimasta intatta a parte il leader, Corina Machado, scaricata da Trump, e il governo di transizione poggia sulle basi del vecchio regime».
Intanto, reti e gruppi cattolici, rilanciati dall’agenzia missionaria vaticana Fides, deplorano l’operazione militare Usa. «No alla guerra. Vediamo con profondo dolore come la pace invocata dal Papa venga violata dagli Stati Uniti». Si moltiplicano dichiarazioni e interventi di sigle e gruppi legati alla Chiesa cattolica venezuelana che manifestano critiche e ripudio del blitz di Trump.
Si tratta, per la galassia ecclesiale, di una «aggressione che attacca non solo un territorio, ma la dignità di una regione». La Commissione Justitia et Pax definisce «inammissibile» il golpe in Venezuela e richiama l’autodeterminazione dei popoli come «principio fondamentale del diritto internazionale». I venezuelani, secondo i movimenti popolari cattolici, hanno il «diritto di scegliere la propria strada senza interferenze esterne».
Dietro le quinte la Santa Sede lavora a una transizione incruenta, come accaduto dopo il crollo del Muro nell’Europa dell’Est. «Ma a differenza della Polonia, stavolta non c’è una Solidarnosc di cui fidarsi», dicono in Curia e il blitz svela «zone opache» e «geopolitica della prepotenza» .
(da agenzie)

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FRATELLI DI ROMA: IL PARTITO DELLA MELONI AFFILA LE ARMI IN VISTA DELLE ELEZIONI DELLA CAPITALE, NEL 2027: IL SOGNO È CANDIDARE ARIANNA, MA LA SORELLA DELLA PREMIER NON VUOLE CORRERE IL RISCHIO DI PERDERE (PER LEI È GIÀ PRONTO, COMUNQUE, UN SEGGIO IN PARLAMENTO)

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LE ALTERNATIVE, PER ORA, SONO TUTTE AMMOSCIA-ELETTORI: IL MINISTRO DELLO SPORT ANDREA ABODI, IL SEMPITERNO “GABBIANO” FABIO RAMPELLI, IL DEPUTATO PREZZEMOLONE FEDERICO MOLLICONE. URGE TROVARE UN NOME PIÙ SEXY, ALTRIMENTI SI RISCHIA UN NUOVO MICHETTI

Il sogno è Arianna Meloni. La sorella della presidente del Consiglio che corre al Campidoglio, nel 2027, per riportare Roma, città simbolo di Fratelli d’Italia, a destra. Ma la responsabile della segreteria del partito non è disposta a correre il rischio di andare incontro a una sconfitta. Per lei è pronto un seggio in parlamento.
In alternativa, per sfidare Roberto Gualtieri, si valuta il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che unisce l’appartenenza politica all’immagine di politico mite. Anche qui sono in corso “studi di fattibilità”.
Altri non vedrebbero l’ora di candidarsi. Uno su tutti: il deputato, Federico Mollicone, “uomo-ovunque” degli eventi romani, presidente della commissione Cultura alla Camera. Le chance sono poche.
La scelta identitaria potrebbe dividersi tra il vecchio e il nuovo, ossia tra Fabio Rampelli e Marco Perissa. Il primo, vicepresidente della Camera, padre dei “Gabbiani”, la generazione missina che ha formato – tra le altre – Meloni
Il secondo è il coordinatore romano del partito, trampolino di lancio per posizioni di prestigio. A meno che i meloniani non vogliano deresponsabilizzarsi, puntando su Luciano Ciocchetti, ora deputato di FdI, ma con un cursus honorum di post democristiano.
(da Domani)

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PER LA PRIMA VOLTA IN TRE ANNI, IL GASOLIO È PIÙ CARO DELLA BENZINA. PER EFFETTO DELLE NUOVE ACCISE IN VIGORE DAL PRIMO GENNAIO PER DECISIONE DEL GOVERNO

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL PREZZO MEDIO NAZIONALE DEL DIESEL QUESTA MATTINA È DI 1,666 EURO AL LITRO DEL DIESEL CONTRO 1,650 DELLA VERDE… GIORGIA MELONI NEL 2019, SI ERA FATTA RIPRENDERE ALLA POMPA DI BENZINA MENTRE STREPITAVA: “LE ACCISE VANNO ABOLITE”

Per la prima volta da tre anni il gasolio è più caro della benzina. Per via delle nuove accise in vigore dal primo gennaio, il prezzo medio nazionale del gasolio risulta questa mattina più alto di quello della benzina: 1,666 euro/litro del diesel contro 1,650 della verde.
Un’inversione che non si verificava dal 9 febbraio 2023, all’uscita dalla fase più acuta della crisi dei prezzi iniziata con l’invasione russa dell’Ucraina. Con il taglio dell’accisa, il prezzo della benzina scende al livello più basso dal 19 dicembre 2022.
Sui prezzi dei carburanti alla pompa si è inoltre riversato dal primo gennaio anche un nuovo aumento del costo di miscelazione dei biocarburanti, per via dell’aumento della quota d’obbligo: sulla base delle rilevazioni di Staffetta Quotidiana, il costo di miscelazione è aumentato tra 1,5 e 2 centesimi al litro.
Un aumento che è stato compensato dal calo delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, scese tra la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno proprio di 1,5-2 centesimi al litro, senza che questo si traducesse in un calo dei prezzi alla pompa.
L’allineamento delle accise tra benzina e gasolio, ricordiamo, è stato adottato in quanto l’aliquota più bassa di cui godeva il gasolio era considerata un “sussidio dannoso dell’ambiente”, essendo il gasolio più inquinante della benzina.
L’eliminazione del “sussidio dannoso per l’ambiente” (Sad) attraverso l’allineamento delle due aliquote è stata inserita dal governo Meloni nella revisione del Pnrr a fine 2023 (v. Staffetta
27/11/23), poi recepito nel Piano strutturale di bilancio a settembre 2024 (v. Staffetta 30/09/24), quindi annunciato dal ministro Giorgetti alla presentazione della manovra di bilancio a ottobre 2024 (v. Staffetta 13/03) e inserito nel decreto legislativo di riordino delle accise adottato un anno fa nell’ambito della riforma fiscale (v. Staffetta 05/04/25). Un primo passo di avvicinamento delle due aliquote era stato fatto lo scorso maggio (v. Staffetta 15/05/25).
Sul gasolio l’Italia ha ora l’accisa più alta d’Europa; sulla benzina scivoliamo invece dal terzo all’ottavo posto, dietro Francia e Irlanda e sopra la Germania. La manovra non è a saldo zero ma frutterà alle casse dello Stato quasi 600 milioni di euro nel 2026 e circa tre miliardi nei prossimi quattro anni.
(da agenzie)

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“WASHINGTON POST”: “TRUMP NON HA SOSTENUTO CORINA MACHADO ALLA GUIDA DEL VENEZUELA PER VENDETTA”

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

AGLI OCCHI DEL MISERABILE CALIGOLA DI MAR-A-LAGO, LA MACHADO HA LA “COLPA” DI AVER ACCETTATO IL PREMIO NOBEL A CUI LUI IL TENEVA TANTO

Due persone vicine alla Casa Bianca hanno affermato che la mancanza di interesse di Donald Trump nel sostenere Maria Corina Machado deriva dalla decisione della leader dell’opposizione venezuelana di accettare il premio Nobel per la pace, un premio che il presidente Usa ambiva. Lo scrive il Washington Post.
Sebbene Machado abbia dichiarato di dedicare il premio a Trump, accettarlo è stato un “peccato grave”, ha affermato una delle persone presenti. “Se avesse rifiutato e avesse detto: ‘Non posso accettarlo perché è di Donald Trump’, oggi sarebbe la presidente del Venezuela”, ha detto questa persona.
(da agenzie)

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UN ALTRO SUCCESSO PER IL GOVERNO DEL MADE IN ITALY: AL MINISTERO GUIDATO DA URSO CI SONO 48 TAVOLI DI CRISI AZIENDALI APERTI, ALTRI TRENTA SONO QUELLI IN “MONITORAGGIO”, CON QUASI 60 MILA LAVORATORI CHE RISCHIANO IL POSTO

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA CGIL: “PIÙ DI CENTO AZIENDE DI RESPIRO NAZIONALE SONO IN DIFFICOLTÀ”… LE ORE DI CASSA INTEGRAZIONE AUTORIZZATE NEL 2025 DOVREBBERO SUPERARE QUELLE DEL 2024

Quarantuno tavoli di crisi aziendali attivi al ministero delle Imprese e del Made in Italy, 30 quelli di monitoraggio, poco più di 58 mila lavoratori diretti coinvolti. Senza dimenticare venti aree di crisi industriale complessa, distribuite in 13 Regioni.
È questa la panoramica delle vertenze italiane che si sono affacciate alla porta del governo. Mentre sullo sfondo la cassa integrazione resta una costante, visti gli immensi affanni della manifattura nazionale. Eppure, secondo la Cgil i conti sono ben diversi.
Nell’anno appena trascorso il Mimit ha raggiunto oltre venti intese, poi diventate accordi di reindustrializzazione e percorsi di rilancio produttivo. Un traguardo che ha tutelato più di 10 mila lavoratori e lavoratrici. Come le 210 addette de La Perla di Bologna, rimaste nell’incertezza per quasi due anni.
Oppure i 347 lavoratori della Diageo del marchio Cinzano a Santa Vittoria d’Alba, in Piemonte, rilevati da Newlat Food a maggio. O ancora gli oltre mille operai della Jsw di Piombino, dopo l’accordo con Metinvest. Nella lista delle vertenze chiuse in positivo del ministero figurano Beko, Coin, Gruppo Dema, Riello. Quest’ultima tornata in mano italiana a metà dicembre con l’acquisizione da parte del gruppo Ariston.
Ma l’allarme del settore manifatturiero è vivo. Il 2025 ha chiuso in contrazione. A dicembre l’indice Hcob Pmi è sceso a 47,9 punti, a fronte dei 50,6 di novembre. La frenata più brusca da marzo. I motivi: ennesimo calo di ordini e dei volumi della produzione.
Tra i tavoli attivi ci sono ancora partite di peso per il futuro dell’industria italiana: dall’ex Ilva a Conbipel, passando da Eurallumina. E sui tavoli di monitoraggio ci sono dossier bollenti. Tipo l’agonia di duemila lavoratori dell’ex Alitalia, il Chapter 11 attivato su Magneti Marelli – ora in mano ai creditori -, gli esuberi della turca Piaggio Aero Industries o i 288 addetti dell’azienda di logistica Trasnova in apnea, visto che il contratto di fornitura per Stellantis, appena rinnovato, scade ad aprile.
E, intanto, altre vertenze continuano ad aprirsi. E forse alcune neanche arriveranno ai tavoli di Palazzo Piacentini, che di solito segue realtà imprenditoriali con oltre 250 addetti o con rilevanza strategica per il Paese. Per questo motivo, la Cgil storce il naso.
Il sindacato indica circa 100 aziende di respiro nazionale in crisi (di cui la metà del settore metalmeccanico e il 30% degli ambiti energetico, chimico e tessile) che coinvolgono almeno 121 mila lavoratori e lavoratrici. Una stima che ancora tiene a mente
aziende magari uscite dalle tabelle del Mimit dopo gli accordi o le acquisizioni, tipo la Lear di Grugliasco o la Beko.
Ma comunque non tiene conto dell’indotto, quasi mai all’attenzione dell’esecutivo. E quindi la cifra può lievitare. «La situazione è complessa – commenta il segretario confederale della Cgil, Gino Giove -. Ormai da tre anni, la produzione industriale è in costante calo, trascinata da quella della Germania, di cui siamo subfornitori.
Senza una politica industriale e un piano di investimenti pubblici, rischiamo di perdere gran parte della nostra capacità produttiva. Per tutelare quel Made in Italy che il governo vuole proteggere abbiamo bisogno di idee».
Anche perché c’è un altro nodo: le ore di cassa integrazione autorizzate. Una voce ormai esplosa fra ordinaria, straordinaria e in deroga. Soltanto nei primi nove mesi del 2025, l’Inps calcola 418.930.098 ore. A ridosso di un 2024 nero (con le sue oltre 495 milioni di ore), che rischia di essere superato. Già oltrepassato il 2023 (409.084.364).
(da La Stampa)

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L’ANPI HA COMMISSARIATO LA SEZIONE “AURELIO FERRARA” DI NAPOLI PER AVERE ORGANIZZATO IL CONVEGNO “RUSSOFILIA, RUSSOFOBIA, VERITÀ” ALL’UNIVERSITÀ FEDERICO II, CON LO STORICO ANGELO D’ORSI E L’EX PARLAMENTARE M5S, ALESSANDRO DI BATTISTA

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

UN INCONTRO CHE ERA STATO DEFINITO “UN RITROVO DI PUTINIANI” DA CARLO CALENDA … PER IL VICEPRESIDENTE DELL’ANPI, CARLO GHEZZI, IL CASO “HA MESSO IN DISCUSSIONE IL BUON NOME E IL PRESTIGIO DELL’ASSOCIAZIONE TUTTA”

La lettera è arrivata direttamente dal vicepresidente nazionale vicario dell’Anpi Carlo Ghezzi. «La sezione Aurelio Ferrara è commissariata». Una comunicazione che è arrivata a sorpresa ma che qualcuno considerava inevitabile dopo lo scoppio delle polemiche seguite alla conferenza «Russofilia- Russofobia Verità» organizzata prima di Natale e ospitata in una sala dell’Università Federico II.
Ospiti di quell’appuntamento, accusato di essere una sorta di ritrovo di «putiniani», furono lo storico Angelo d’Orsi e l’ex parlamentare M5S Alessandro Di Battista. Per alcune dichiarazioni rilasciate in quella sede si sollevò un polverone
politico (in prima fila tra gli accusatori il leader di Azione Carlo Calenda), ma soprattutto si infiammò la rete.
Il vicepresidente indica in particolare un post che risulterebbe «di straordinaria gravità di ordine etico» e «tale da mettere in discussione il buon nome e il prestigio dell’associazione tutta»
La sezione rigetta tutte le contestazioni e promette che darà battaglia. «Siamo diventati bersaglio sia della nostra stessa associazione – scrive l’Aurelio Ferrara in una nota – fatto grave e inaccettabile, sia dei nemici della libertà, della democrazia e della pace» .
(da agenzie)

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ASSOCIAZIONI E COLLETTIVI STUDENTESCHI SCENDONO IN PIAZZA CONTRO L’ATTO DI PIRATERIA DI TRUMP

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL PD ATTACCA GIORGIA MELONI PER IL SOSTEGNO A TRUMP: “LA DEMOCRAZIA NON SI ESPORTA CON VIOLENZA, BOMBE O AGGRESSIONI” … AVS: “L’ITALIA VUOLE ESSERE IL 51ESIMO STATO DEGLI USA E VASSALLA DELL’IMPERATORE TRUMP, O DIFENDERE LA DIGNITÀ DEL NOSTRO PAESE?”

“Giù le mani dal Venezuela”. Con questo slogan cittadini, associazioni e collettivi studenteschi si sono mobilitati in diverse città italiane davanti all’ambasciata ed ai consolati americani, dopo l’attacco degli Stati Uniti in Venezuela e l’arresto del presidente Nicolas Maduro e della moglie.
Non solo studenti e antagonisti. Infatti, già lunedì a Roma, in piazza Barberini, ci sarà il presidio promosso, tra gli altri, da Anpi Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete Italiana Pace e Disarmo. Per le associazioni il messaggio è chiaro: tutto serve al mondo, “tranne che un’altra guerra”. Ora è necessario “alzare la voce contro l’ennesimo arbitrio dei potenti e contro l’uso della potenza militare come strumento di legittimazione”.
Dalle prime notizie arrivate oltreoceano, le mobilitazioni hanno attraversato tutta Italia. Nella Capitale, nei pressi dell’ambasciata americana, circa duecento persone si sono radunate con striscioni contro gli Usa e per Maduro. I collettivi e gli studenti hanno poi anche annunciato una nuova manifestazione per il 10 gennaio, sempre in difesa della sovranità del Venezuela.
Oggi, nella Capitale, davanti al Colosseo, flash mob della rete dei comunisti con un maxi striscione e la scritta: “giù le mani dal Venezuela, libertà per Maduro”.
A Firenze, con lo slogan “Yankee go home” e sulle note degli Intillimani, si è svolto un sit-in, promosso dalle comunità di Perù, Cuba, Bolivia, Cile, Messico e Colombia, a cui hanno aderito anche centri sociali ed i giovani palestinesi, davanti al consolato Usa per contestare “l’aggressione imperialista degli Stati Uniti d’America contro il Venezuela Bolivariano e il sequestro del legittimo presidente Nicolas Maduro e della sua famiglia”.
Manifestazione anche a Viareggio, dove il Forum per la pace Versilia ha promosso un presidio in piazza Mazzini, mentre a Milano cittadini e associazioni si sono radunati davanti al consolato Usa con striscioni e bandiere venezuelane.
Per mantenere viva l’attenzione sulla situazione e sulle richieste dei manifestanti, le ong italiane e i collettivi studenteschi hanno assicurato che le mobilitazioni continueranno nei prossimi giorni, con nuove manifestazioni su scala nazionale.
A Genova nella notte di sabato è stato anche il momento della preghiera. Nel capoluogo ligure, infatti, la comunità venezuelana ha dato vita a una veglia per chiedere pace, giustizia e libertà per
il proprio Paese: “Viviamo ore di attesa, di speranza, ma anche di profonda preoccupazione”, si legge in una nota della comunità.
Anche il Pd condanna il sostegno di Meloni all’azione di Trump. L«a democrazia «non si esporta con violenza, bombe o aggressioni», ha avvertito Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in commissione affari europei. Ieri anche il senatore Dem Pier Ferdinando Casini ha definito quello che sta accadendo «una gigantesca sceneggiata in cui Maduro è stato (o si è) consegnato agli americani».
E Delcy al potere, conclude, «è un po’ come se in Italia si sostituisse Meloni con Bignami». La conferenza stampa di Trump sembra aver lasciato una certa preoccupazione nelle anime del centrosinistra. Angelo Bonelli, di Avs, chiede con lo spirito della provocazione se «l’Italia vuole essere il 51esimo Stato degli Usa e vassalla dell’imperatore Trump, oppure difendere la dignità del nostro Paese, fondatore dell’Europa». E come lui, Riccardo Magi, segretario di +Europa, chiede alla presidente del Consiglio di «chiarire al più presto quale futuro aspetta l’Italia e quale sarà la collocazione del nostro Paese in caso di invasione americana di un territorio della Danimarca».
Nel frattempo ieri in Toscana e in Umbria sono scese in piazza centinaia di persone per protestare contro l’attacco Usa in Venezuela provocando la reazione sdegnata di Fratelli d’Italia: «È lontano il tempo in cui le sinistre italiane stavano con il popolo.
(da agenzie)

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LOLLO, DATTI ALL’IPPICA: IL GOVERNO HA TROVATO 300MILA EURO DA STANZIARE PER LA “PIANIFICAZIONE STRATEGICA DEL CENTRO MILITARE DI EQUITAZIONE DI MONTELIBRETTI”, PICCOLO COMUNE ALLE PORTE DI ROMA

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

SARÀ FELICE IL SINDACO, LUCA BRANCIANI, FEDELISSIMO MELONIANO E CONSIDERATO VICINO AL MINISTRO DELL’AGRICOLTURA, FRANCESCO LOLLOBRIGIDA

Il contesto è dei più seri: qui si allevano e si addestrano «cavalli e cavalieri della Forza armata», una missione che richiama disciplina, tradizione e solennità istituzionale. Forse anche per questo, tra le pieghe della manovra, si è trovato il modo di stanziare ben 300mila euro — spalmati su due anni — per la «pianificazione strategica del Centro militare di equitazione di Montelibretti».
Una scelta che non dispiacerà al sindaco del piccolo comune (circa cinquemila abitanti) alle porte di Roma, Luca Branciani, fedelissimo meloniano, vicino al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida.
Branciani, d’altronde, ai cavalli ci tiene anche per altri motivi: non è solo primo cittadino di Montelibretti, ma anche presidente di Unirelab, società in house del Masaf di Lollobrigida, attiva nella ricerca e nei servizi legati al settore ippico.
Coincidenze, certo. Ma viene il sospetto che darsi all’ippica, più che una passione, sia diventato un investimento. Anche redditizio.
(da Domani)

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