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“TRUMP È UN DITTATORE E L’EUROPA È IL GHETTO DELLA DEMOCRAZIA”: L’ ANALISI GEOPOLITICA DI JACQUES ATTALI, EX CONSIGLIERE DI MACRON

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

“LA NATO È MORTA, MA L’EUROPA DELLA DIFESA NON È ANCORA NATA. SENZA GLI AMERICANI, NON ABBIAMO RISORSE PER DIFENDERCI.”… “IN PASSATO LE RELAZIONI DI FORZA DEGLI USA ERANO NELL’INTERESSE DEL PAESE, ADESSO LA VOLONTÀ È DIFENDERE GLI INTERESSI DELLA “MAFIA” DI TRUMP. PER LUI L’EUROPA È UN OSTACOLO AL SUO BUSINESS CON LA RUSSIA”

«Oggi più che mai, con Donald Trump, le relazioni internazionali non sono nel segno del diritto ma dei rapporti di forza: l’accordo non vale niente. È vero da secoli, adesso ancora di più. Non è rimasto niente dello stato di diritto».
A parlare è Jacques Attali, economista e saggista tra i più noti a livello internazionale, già consigliere speciale dell’ex presidente francese François Mitterrand e primo presidente della Banca Europea per la ricostruzione e lo sviluppo.
Nel 2025 Donald Trump ha rivoluzionato la geopolitica contemporanea.
«La novità di Trump è che mentre le relazioni di forza degli Usa nel passato erano nell’interesse del paese, adesso è maggiore la volontà difendere gli interessi e la “mafia” di Trump. Si veda, per esempio, il rapporto con l’Europa: per Trump non è più
necessaria, ma è un ostacolo al suo business con la Russia. Il suo business è la sua famiglia. Con Trump gli accordi degli americani non valgono niente: non rispetta mai la sua parola».
E i paesi europei?
«Siamo soli, in una situazione terribile. Non abbiamo le risorse per difenderci senza gli americani, ma lo dobbiamo fare perché la difesa dell’Europa non è contemplata tra gli interessi della famiglia Trump. È difficile da accettare, ma bisogna trasformare la nostra difesa per essere indipendenti molto più rapidamente di quanto pensiamo. La Nato è morta, ma l’Europa della difesa non è ancora nata».
Pensa anche alla Groenlandia?
«La Groenlandia sarà presa per soddisfare l’interesse personale di Trump: lui non ne ha bisogno per fare gli interessi degli Stati Uniti, ma per poter dire che è il primo presidente dopo Dwight D. Eisenhower capace di creare uno stato americano in più che si aggiunge ai 50. Se succederà sarà la fine della Nato, fatto molto pericoloso per l’Europa, ma credo che lo farà».
Dal Venezuela alla Groenlandia, le iniziative di Trump sono l’effetto del nuovo conflitto globale tra Usa e Cina?
«Sì, è un punto molto importante. Lo abbiamo visto sui dazi: Trump ha provato a far pagare ai cinesi tariffe più alte, ma quando Xi Jinping ha deciso di non dare più le materie prime critiche agli Usa, si è fermato immediatamente. Ha capito che la Cina è molto potente e non gli conviene affrontarla».
Intanto assistiamo alla crisi profonda del diritto internazionale: Trump agisce sciolto da ogni regola…
«Il diritto internazionale non è mai esistito. Quando si dice “diritto”, vuol dire che c’è un sistema giudiziario che controlla e punisce chi non lo rispetta: in Italia chi non rispetta la legge va in carcere. Ma se un governo non rispetta il diritto internazionale non succede niente.
Il diritto internazionale non esiste, esiste solo la forza. Un governo rispetta i trattati quando vuole e fa i suoi interessi. Giorgia Meloni all’inizio disprezzava l’Unione europea, ma ha capito che è nell’interesse dell’Italia rispettare i trattati dell’Unione. Trump è motivato, in più, dall’interesse personale della sua famiglia».
Il diritto internazionale è stato anche usato come una copertura dai dittatori
«Per me Trump è un dittatore adesso. Oggi nel mondo la democrazia liberale va diminuendo. Esiste in Europa, ma non molto di più: siamo il ghetto della democrazia».
Come finirà la partita in Groenlandia
«Gli Usa hanno bisogno della Groenlandia per ragioni economiche e militari. Trump non ha bisogno di basi Nato, vuole che le compagnie americane sviluppino i loro affari in Groenlandia: lo vuole e lo farà. Il solo sistema per evitarlo sarà quello di installare una base militare europea in Groenlandia e vedere se le forze armate americane si assumeranno il rischio di combattere contro francesi, tedeschi e italiani: il che sarebbe terribile. Ma non si può vincere la forza senza la forza
Se l’Europa non avrà una forza militare di dissuasione sarà vinta senza combattere. E se i russi capiscono che l’Europa è nuda… capisce cosa può succedere. L’Europa spera di salvare l’Ucraina senza difendere la Groenlandia? È un’illusione: così le perdiamo
tutte e due. Siamo in ritardo: l’Europa è sola da 20 anni. Ma è difficile capire questo visto che siamo stati dipendenti dagli aerei F35 e dai missili americani. Riarmarsi per difendersi è difficile da accettare, ma bisogna farlo».
Come si è mossa l’Europa sull’Ucraina e che cosa dovrebbe ancora fare?
«Ha fatto molto bene, ma deve fare molto di più. Bisogna portare Italia, Francia, Germania e Spagna in una economia di guerra per sviluppare capacità di produrre munizioni e altri armamenti. Non abbiamo coscienza che la capacità militare dell’Europa è enorme: abbiamo i migliori armamenti navali, aerei e terrestri. Saremmo meglio degli americani ma ci manca tutta l’infrastruttura digitale. Se si è rotto il rapporto di fiducia con gli Usa non ha più senso acquistare i loro F35 perché possono neutralizzarli».
È una rottura definitiva
«Sono grato agli Usa per aver salvato l’Europa nella seconda guerra mondiale e sono un ammiratore della civiltà americana. Spero si possa ricreare un’amicizia in futuro, ma non è questo il momento. Se gli americani ritorneranno democratici, potremo essere di nuovo insieme per difendere la democrazia nel mondo»
Pechino detiene le terre rare, Washington controlla il mercato energetico, ma la partita si gioca anche sulla tecnologia. Che sfida dobbiamo aspettarci?
«L’America è un gigante del petrolio, la Cina è un gigante dell’elettricità del futuro che è l’elettricità green. Pechino lo ha capito da tempo. Venti, sole, nucleare, batterie: almeno 15 anni fa i cinesi hanno capito che più dell’ottanta per cento dell’energia può diventare elettricità verde.
Oggi sulla transizione verde sono avanti rispetto ai paesi europei e agli Stati Uniti. Gli Usa sono in difficoltà. L’Unione europea potrà svolgere un suo ruolo solo se capirà che bisogna sviluppare l’elettricità verde».
(da agenzie)

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IL VENEZUELA ANNUNCIA LA LIBERAZIONE DI UN NUMERO “IMPORTANTE” DI DETENUTI VENEZUELANI E STRANIERI. LA DECISIONE È STATA PRESA IN MODO “UNILATERALE” DAL GOVERNO DI CARACAS CON L’OBIETTIVO DI “FAVORIRE E RAGGIUNGERE LA PACE”

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

I DETTAGLI SULLE IDENTITÀ E IL NUMERO DELLE PERSONE LIBERATE SARANNO COMUNICATI IN UN SECONDO MOMENTO: L’ITALIA SPERA CHE NELLA LISTA CI SIA ALBERTO TRENTINI

Il presidente dell’Assemblea del Venezuela, Jorge Rodríguez, ha annunciato oggi la “liberazione di un numero importante di detenuti venezuelani e stranieri”. Rodríguez ha affermato che la decisione è stata presa in modo “unilaterale” dal governo di Caracas con l’obiettivo di “favorire e raggiungere la pace”.
Il presidente dell’Assemblea venezuelana ha quindi annunciato che i dettagli sull’identità e il numero delle persone liberate verranno comunicati in un secondo momento e ha ringraziato l’ex presidente del governo spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, e il governo del Qatar per la mediazione che ha reso possibile tale decisione.
(da agenzie)

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PUTIN È IN DIFFICOLTÀ, VESTE I PANNI DI UN PREDICATORE E, DURANTE LA MESSA PER IL NATALE ORTODOSSO, SI LANCIA UN UNA SORTA DI “OMELIA”: “IL CONFLITTO IN UCRAINA È UNA SACRA MISSIONE. UNA GUERRA SANTA. I SOLDATI LA COMBATTONO PER ORDINE DEL SIGNORE, PROPRIO COME IL NOSTRO SALVATORE VENUTO SULLA TERRA A SALVARE GLI UOMINI” (CHIAMATE LA CROCE VERDE!)

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

IL CRIMINALE TRAVESTITO DA PATRIARCA RUSSO ORTODOSSO KIRILL CONFERMA CHE, IN RUSSIA, CHIESA E STATO SONO QUASI LA STESSA COSA: “MOSCA È ORAMAI IL RIVALE SPIRITUALE DELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE, CHE GIUSTIFICA IL PECCATO”

Quando il prete termina di officiare la veglia di Natale, Vladimir Putin prende inaspettatamente la parola. Senza abbandonare le volte affrescate della chiesa intitolata a San Giorgio Il Vittorioso, patrono dei militari, si rivolge agli ufficiali dell’intelligence militare in uniforme e alle loro famiglie che hanno preso parte con lui alla messa.
I suoi auguri per il Natale ortodosso — che secondo il calendario giuliano cade il 7 gennaio — si trasformano in un’omelia. Il conflitto in Ucraina, dice, è una «sacra missione». Una guerra santa. E i soldati la combattono «per ordine del Signore» proprio come il «nostro Salvatore venuto sulla Terra a salvare gli
uomini». Nessun segno di distensione. Di desiderio di pace
Il primo Natale in tempi di Operazione militare speciale in Ucraina il leader del Cremlino aveva pregato in totale solitudine nella Cattedrale dell’Annunciazione all’interno delle mura del Cremlino. A partire dall’anno seguente, invece, si era sempre presentato attorniato da veterani e loro famiglie.
Anche quest’anno Putin prende parte alla messa di mezzanotte insieme a uomini in uniforme con mostrine appuntate sul petto, mogli con le mantiglie merlettate e bambini impettiti nei maglioncini inamidati. Il Cremlino, stavolta però, si limita a indicare che si trovano «nella regione di Mosca».
È il sito investigativo online Agentsvo a svelare la località: la base militare di Solnechnogorsk, sede del Centro Speciale Senezh, o Unità Militare 92154, parte del Dipartimento per le Operazioni Speciali dell’intelligence militare Gru. L’unità che, secondo diverse inchieste, nei mesi scorsi sarebbe stata responsabile di sabotaggi in Europa.
Non a caso Aleksandr Junashev, membro del pool di giornalisti al seguito del Cremlino, si lamenta che coprire la funzione religiosa quest’anno sarà più arduo del solito perché alcuni dei presenti «non possono essere ripresi dalle telecamere».
Agentsvo, tuttavia, identifica gli uomini che attorniano Putin. Al suo fianco c’è Aleksej Galkin, il comandante stesso dell’Unità 92154 che, dopo essere stato fatto prigioniero durante la Prima guerra cecena, aveva ispirato un film. Ci sono anche Andrej Popov e Konstantin Masljanko. Sono tutti alti ufficial dell’intelligence militare, insigniti della massima onorificenza statale di Eroe della Russia. È a loro che parla Putin chiamandoli «cari amici».
Ai loro familiari dice che possono «essere giustamente orgogliosi dei vostri padri e delle vostre madri, proprio come nel nostro Paese, in Russia, siamo sempre stati orgogliosi dei nostri soldati». Poi traccia il parallelo tra «il Salvatore» e i militari: «Molto spesso chiamiamo il Signore il nostro Salvatore, perché è venuto sulla Terra per salvare tutti gli uomini.

E così i guerrieri della Russia svolgono da sempre, per volonel Signore, questa missione: difendere la patria e il suo popolo, salvare la madrepatria e il suo popolo. In Russia, in ogni epoca, la gente ha sempre considerato i propri guerrieri come coloro che, per ordine del Signore, svolgono questa santa missione». La vittoria, conclude, «è sempre una per tutti, una per tutti». […]
E il patriarca russo ortodosso Kirill, intervistato da Tass, conferma quanto la Chiesa vada a braccetto con lo Stato dicendo che la Russia è oramai il rivale spirituale della civiltà occidentale che «giustifica il peccato».
(da agenzie)

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IL “FINANCIAL TIMES” DEDICA UN LUNGO ARTICOLO ALLA DUCETTA D’ITALIA E STRONCA LA SUA (IN)AZIONE DI GOVERNO: “SEMPRE PIÙ ITALIANI SI INTERROGANO SU CIÒ CHE IL SUO GOVERNO ABBIA EFFETTIVAMENTE REALIZZATO AL DI LÀ DELLA SEMPLICE SOPRAVVIVENZA POLITICA. PER MOLTI LA RISPOSTA, FINORA, È UNA SOLA: DELUDENTEMENTE POCO”

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

“LA SUA SQUADRA HA MOSTRATO FINORA SCARSO INTERESSE, O SCARSA CAPACITÀ, PER LE RIFORME STRUTTURALI IN GRADO DI AUMENTARE LA PRODUTTIVITÀ” … “LEI LE TASSE SONO AUMENTATE”… “IL MALCONTENTO LATENTE PER UN’ECONOMIA STAGNANTE E PER LA COMPRESSIONE DEI REDDITI REALI POTREBBE RIFLETTERSI SUL REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA PREVISTO PER MARZO”

Nel fitto calendario del 2026 di Giorgia Meloni, il 4 settembre è una data di particolare rilievo. Quel giorno, se sarà ancora in carica, la prima donna a guidare il governo italiano supererà il record del compianto Silvio Berlusconi per il più lungo mandato continuativo alla guida del Paese dalla fine della Seconda guerra mondiale
Una simile tenuta politica non sarebbe un risultato da poco in un Paese che, dalla nascita della Repubblica nel 1946, ha conosciuto 68 governi, con una durata media di poco superiore a un anno. La stessa elezione di Meloni, nel settembre 2022, arrivò dopo il crollo di un esecutivo tecnocratico di unità nazionale guidato da Mario Draghi, l’ex presidente della Banca centrale europea, figura ampiamente rispettata a livello internazionale.
Pochi, all’epoca, avrebbero previsto che l’ex leader dell’opposizione dal temperamento battagliero — alla guida di Fratelli d’Italia, partito con radici nel neofascismo del dopoguerra — avrebbe presieduto il periodo di maggiore stabilità politica vissuto dall’Italia negli ultimi decenni. Meno sorprendente è il fatto che Meloni e i suoi alleati rivendichino costantemente la solidità del loro esecutivo.
Eppure, nonostante le ambizioni di proporsi come leader trasformativa, Meloni ha faticato a delineare una visione chiara per il futuro del Paese — in particolare per un’economia in affanno, segnata da una forza lavoro che invecchia rapidamente.
Sempre più italiani si interrogano su ciò che il suo governo abbia effettivamente realizzato al di là della semplice sopravvivenza
politica. Per molti — dai lavoratori comuni fino a esponenti del mondo imprenditoriale — la risposta, finora, è una sola: deludentemente poco.
Ora, con le prossime elezioni politiche all’orizzonte nel 2027, a Giorgia Meloni resta poco più di un anno per dimostrare di essere qualcosa di più di una prudente amministratrice dell’esistente, e di saper offrire soluzioni politiche concrete alle pressanti sfide economiche dell’Italia.
«È una coalizione fantastica, perché Meloni è in grado di imporre disciplina e quindi la tenuta nel lungo periodo del governo è garantita», osserva Romano Prodi, ex presidente della Commissione europea, esponente storico del centrosinistra che ha guidato l’Italia in due brevi mandati da presidente del Consiglio. «Ma il prezzo è l’assenza di innovazione in un Paese che è già paralizzato da molto tempo».
Il governo Meloni ha impressionato le agenzie di rating e gli investitori stranieri in titoli di Stato grazie alla sua prudenza fiscale, ma l’economia italiana sta comunque perdendo slancio, nonostante un massiccio afflusso di risorse — circa 140 miliardi di euro finora — provenienti dal fondo europeo per la ripresa post-Covid. Consumatori e imprese restano pessimisti.
La crescita si è rallentata a una stima dello 0,4 per cento nel 2025 ed è destinata a rimanere sotto l’1 per cento nei prossimi due anni: un ritmo nettamente inferiore rispetto a quello di altre economie mediterranee come Spagna e Grecia, e tra i più lenti dell’intera zona euro.
Eppure, il suo team ha mostrato finora scarso interesse — o scarsa capacità — per quel tipo di riforme strutturali in grado di aumentare la produttività che, secondo molti economisti, sarebbero necessarie per rilanciare la crescita, ma che rischierebbero di urtare interessi consolidati e potenti.
Sul piano internazionale, la presidente del Consiglio ha cercato di accrescere sia il peso dell’Italia sulla scena globale sia il proprio profilo personale. «Stiamo lavorando per costruire una nazione che sia innanzitutto un attore di primo piano in Occidente», ha dichiarato ad Atreju, insistendo sul fatto che Roma abbia il «dovere di essere influente a livello internazionale — e anche di contribuire alla risoluzione dei conflitti in un contesto globale estremamente difficile».
Da tempo ammiratrice del presidente statunitense Donald Trump, che ha elogiato la sua leadership e persino promosso l’edizione inglese della sua autobiografia sulla piattaforma Truth Social, Meloni ha spesso svolto un ruolo di mediazione tra la Casa Bianca e l’Unione europea, mentre le frizioni tra le due sponde dell’Atlantico si intensificavano.
Ma i suoi sforzi per restare nelle grazie di Trump senza alienarsi gli alleati europei sono destinati a diventare sempre più complessi. «Il suo cuore batte per il Maga, ma la geografia non si può cambiare», osserva Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto Affari Internazionali.
Sul fronte interno, Meloni deve inoltre affrontare un referendum ad alta posta in gioco, atteso per marzo, sulla riforma del sistema giudiziario italiano: una battaglia che ha sostenuto personalmente e che, a suo dire, «rafforzerà l’imparzialità dei giudici». I sondaggi indicano una sfida potenzialmente molto combattuta e imprevedibile su un tema complesso che continua a
disorientare una parte significativa dell’opinione pubblica.
Meloni e i suoi alleati di governo hanno più volte dichiarato che un’eventuale bocciatura della riforma della giustizia da lei proposta non metterebbe a rischio la stabilità dell’esecutivo. Gli analisti politici, tuttavia, avvertono che una sconfitta intaccherebbe l’aura di invincibilità della presidente del Consiglio e rafforzerebbe i suoi critici, inclusi avversari politici e gruppi imprenditoriali e industriali insoddisfatti di quella che considerano una performance economica deludente.
«È chiaro che se il referendum dovesse fallire sarebbe un colpo significativo per la sua leadership», afferma Lorenzo Pregliasco, socio fondatore di YouTrend, società di sondaggi politici. «Verrebbe vista per la prima volta come una perdente. Una volta che perdi quello che noi chiamiamo “il tocco magico”, è difficile recuperarlo».
Meloni, che entrò in politica da adolescente come attivista di un partito fondato dai reduci del regime di Benito Mussolini, ha indubbiamente smentito le ansie e le cupe previsioni che accompagnarono il suo giuramento poco più di tre anni fa.
Negli anni trascorsi come esponente dell’estrema destra populista e parlamentare, era stata una critica feroce della Commissione europea e dei mercati internazionali dei capitali, alimentando i timori che sotto la sua guida i rapporti di Roma con Bruxelles — e con gli investitori globali che detengono l’enorme stock di debito pubblico italiano — potessero deteriorarsi.
Ma Meloni ha tratto dure lezioni osservando il destino del suo ex mentore Silvio Berlusconi, costretto alle dimissioni nel 2011 nel
pieno di una crisi del debito e del panico dei mercati.
Una volta al governo, Meloni e il suo ministro dell’Economia leghista Giancarlo Giorgetti hanno mostrato un impegno per la disciplina fiscale più rigoroso del previsto
«Dal punto di vista della stabilità finanziaria, ha ottenuto molto», osserva l’anziano statista Romano Prodi, oggi 86enne. «Dalla sua esperienza con Berlusconi ha imparato che, se si verifica una crisi finanziaria, si perde tutto».
Di recente Moody’s ha alzato il rating del debito sovrano non garantito dell’Italia a Baa2 da Baa3, il primo miglioramento di questo tipo in 23 anni, ultimo di una serie di upgrade o revisioni positive dell’outlook da parte di agenzie come Fitch e DBRS.
Il consolidamento fiscale, tuttavia, ha avuto un costo per gli italiani comuni, in particolare per i lavoratori del settore pubblico, il cui potere d’acquisto è stato duramente eroso. A settembre, secondo Istat, i salari reali risultavano dell’8,8 per cento inferiori rispetto al livello di gennaio 2021.
Le tasse sono aumentate: il prelievo fiscale è salito al 42,8 per cento del Pil nel 2024, in crescita di 1,2 punti percentuali rispetto al 2023 e ben al di sopra della media OCSE del 34 per cento. L’aumento delle entrate fiscali in rapporto al Pil ha superato di gran lunga la crescita dell’economia.
Quando erano all’opposizione, i partiti di destra oggi al governo con Meloni sostenevano che «l’austerità fosse la cosa peggiore che un esecutivo potesse fare», osserva l’economista Veronica De Romanis, ex funzionaria del Tesoro e oggi docente alla LUISS. «Ma se si guarda ai fatti, l’attuale governo ha imposto la più grande dose di austerità, aumentando le tasse e tagliando la
spesa».
E mentre il debito italiano è stato rivalutato dalle agenzie di rating, i vecchi problemi strutturali dell’economia — bassa produttività e crescita anemica — stanno riaffiorando dopo il forte rimbalzo seguito alla pandemia. Meloni rivendica che il tasso di occupazione abbia raggiunto il massimo storico del 62,5 per cento, ma secondo molti economisti la maggior parte dei nuovi posti di lavoro riguarda impieghi mal retribuiti e precari nei settori del turismo e dell’edilizia.
Confindustria, la principale associazione industriale del Paese, denuncia che il settore manifatturiero italiano — caratterizzato da una forte prevalenza di piccole e medie imprese — sia stato spinto sull’orlo della crisi dai prezzi dell’energia più alti d’Europa, circa il 30 per cento sopra la media UE. La produzione industriale ristagna e migliaia di lavoratori sono in cassa integrazione.
La produttività per addetto in Italia è oggi più bassa rispetto a vent’anni fa, ha osservato di recente Goldman Sachs, mentre i posti di lavoro manifatturieri qualificati e ben retribuiti rappresentano una quota sempre più ridotta della forza lavoro complessiva.
La stessa Goldman Sachs ha avvertito che il potenziale massimo di crescita dell’Italia — oggi pari ad appena lo 0,8 per cento del Pil — rischia di scendere allo 0,5 per cento entro il 2030 senza riforme significative, in particolare per migliorare il livello di istruzione, che resta arretrato.
Le critiche pubbliche restano tuttavia contenute, anche per il timore di provocare la reazione di una presidente del Consiglio
che molti considerano volubile e poco incline ad accettare contestazioni.
«Tutti sono molto silenziosi, non perché approvino ciò che sta facendo, ma perché hanno paura di criticarla quando pensano che resterà in carica per un altro mandato», afferma un dirigente d’azienda che ha chiesto l’anonimato.
Alcuni, però, continuano a esporsi. Stefano Firpo, direttore generale di Assonime, la più antica associazione imprenditoriale italiana, avverte che una crescita prossima allo zero e dati negativi sulla produttività «non possono essere nascosti sotto il tappeto». «L’agenda politica su crescita, produttività e competitività è stata trascurata», afferma.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso trascorre gran parte del suo tempo a gestire crisi immediate, tentando di mantenere aperti stabilimenti in difficoltà con soluzioni di breve periodo, mentre l’unico schema pensato per sostenere investimenti capaci di aumentare la produttività è stato poco utilizzato a causa della sua cattiva progettazione e complessità. Il governo ha finito per riallocare le risorse inizialmente stanziate.
Secondo gli economisti, mentre riduce la spesa pubblica, il governo dovrebbe compiere scelte strategiche sulla riallocazione delle risorse verso i settori in grado di accrescere maggiormente il potenziale di crescita di lungo periodo dell’Italia, a partire dalla modernizzazione del sistema educativo e da maggiori investimenti in ricerca e sviluppo.
Ma interventi mirati per tagliare la spesa improduttiva finirebbero inevitabilmente per mettere sulla difensiva gruppi di interesse ben organizzati. È anche per questo che Meloni […] h
per lo più optato per tagli lineari di bilancio, dopo aver inizialmente chiuso un bonus edilizio divenuto insostenibile e sospeso un controverso schema di welfare
Il parlamentare Carlo Calenda, ex ministro dello Sviluppo economico e oggi leader del piccolo partito centrista Azione, afferma che Meloni e il suo team siano stati «completamente paralizzati» di fronte alle complesse sfide economiche dell’Italia. «Il suo approccio è: “meglio non fare errori, quindi non faccio nulla”», aggiunge Calenda, che mantiene comunque rapporti cordiali con la presidente del Consiglio e il suo partito.
Il malcontento latente per un’economia stagnante e per la compressione dei redditi reali potrebbe riflettersi sul referendum sulla riforma della giustizia previsto per marzo. Sebbene i dettagli tecnici della riforma interessino più le élite politiche che i cittadini comuni, elettori insoddisfatti dell’operato del governo Meloni potrebbero recarsi alle urne per esprimere un voto di protesta. «Sta diventando un referendum sul sì o no al governo», osserva Romano Prodi.
Anche in caso di vittoria sulla riforma della giustizia, le altre sfide di politica estera ed economica continueranno a pesare sulla premier, mentre si avvicina alla simbolica scadenza del 4 settembre.
La sua amicizia con Donald Trump ha finora prodotto pochi benefici tangibili per l’Italia, che è stata colpita dai dazi del 15 per cento imposti dagli Stati Uniti sulle importazioni di beni europei. Questo rende i suoi legami molto visibili con il presidente americano — noto per la sua imprevedibilità — e la sua insistenza sull’allineamento degli interessi tra Europa e Stati
Uniti un potenziale punto debole sul piano politico, soprattutto se l’attuale frattura transatlantica dovesse ulteriormente approfondirsi.
«Si trova in una posizione difficile», afferma Lorenzo Pregliasco di YouTrend. «Se Trump dovesse fare qualcosa di folle, sgradevole o senza precedenti contro l’Europa e l’Italia, le persone tenderebbero sicuramente ad attribuirne almeno in parte la responsabilità a lei … più Trump appare scollegato dall’Europa, più Meloni rischia di essere vista come qualcuno che non coglie ciò che sta accadendo»
Anche la crescita anemica sul fronte interno potrebbe incrinare l’umore di un’opinione pubblica che, per il resto, ha apprezzato una fase di relativa calma dopo anni di eccessivo dramma politico. «La stabilità economica, da sola, dice poco», osserva De Romanis. «Si può crescere o non crescere. Ma se non si cresce, si arretra».
L’imprenditore milanese Paolo Grimoldi, già parlamentare della Lega, afferma di essere «contento che i conti ufficiali siano in ordine e che le agenzie di rating internazionali dicano che non andremo in default domani», ma aggiunge che «se non ho i soldi per arrivare a fine mese, questa non è la mia priorità».
«Si occupano più delle istituzioni internazionali e dell’immagine all’estero che della vita reale delle persone», conclude Grimoldi. «Ciò che non è morale né etico è che in campagna elettorale dicano esattamente il contrario».
Amy Kazmin
per il “Financial Times”

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“HANNO AUGURATO LO STUPRO A ME E A MIA FIGLIA DI 2 ANNI”: LA CONSIGLIERA COMUNALE DI GENOVA FRANCESCA GHIO DENUNCIA 70 HATER

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

LA CAPOGRUPPO DI AVS: “UNA MAREA LUNGA SOMMERGERA’QUESTA CONVINZIONE DEL CAZZO CHE TU UOMO POSSA SOTTOMETTERMI QUANDO E COME VUOI”…I LEONI DA TASTIERA HANNO PERSO IL SORRISO

Francesca Ghio, la consigliera comunale di Avs che aveva scelto di rivelare pubblicamente, durante la seduta del Consiglio del 25 novembre, di essere stata vittima di abusi sessuali quando era giovanissima, ha deciso di denunciare gli autori di commenti minacciosi e a sfondo sessuale, anche nei confronti della figlia di due anni, che ha ricevuto online dopo un suo intervento in Sala Rossa
Ad annunciarlo è stata lei stessa su Facebook, con un post in cui ha condiviso anche alcuni stralci della querela, quelli in cui sono evidenziati alcuni dei commenti ricevuti: “Gli auguro sevizino tutte nel suo albero genealogico”, e ancora “Speriamo capiti a lei o alla figlia”, e “Ci auguriamo che un giorno capiti pure a te e saresti felice”. Messaggi carichi di odio che hanno portato a una settantina di querele per diffamazione, depositate nei giorni scorsi.
“La mia attività politica mi mette nella condizione di ricevere continuamente minacce, intimidazioni e commenti in cui si augurano stupri a me e alla mia famiglia, anche alla mia bimba di due anni – ha scritto – E non c’è niente di strano perché questa è la normalità in cui siamo immerse, continuamente e quotidianamente”.
Ghio ha spiegato di avere sporto querela per mandare un messaggio preciso: “La mia reazione è ferma e pubblica perché la mia possibilità è un privilegio e voglio che, anche se non sarà
mai abbastanza, chi minaccia e augura stupri sappia che ci sono conseguenze. Sogno di essere un’onda di una lunga marea che sommergerà questa convinzione del c…o che tu uomo possa sottomettermi quando e come vuoi”.

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JACOB FREY, IL SINDACO CHE HA DETTO ALL’ICE: “VATTENE DA MINNEAPOLIS”

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

LA SITUAZIONE TESA IN CITTA’ E LE SQUADRE ANTI-AGENTI: I CITTADINI SI ORGANIZZANO PER DIFENDERE I MIGRANTI

Lo afferma chiaro e forte il sindaco di Minneapolis Jacob Frey: «L’uso sconsiderato del potere dei federali ha portato alla morte di una persona». Perciò la versione fornita dall’Ice sulla morte di Renee Nicole Good, cittadina americana uccisa da un agente nella sua città sono «bullshit» (cazzate, ndr). Rivolgendosi direttamente agli agenti federali, Frey ha lanciato un appello diretto: «Andatevene via da Minneapolis».
Frey è un democratico progressista, esponente del DFL. Eletto nel 2018, sente sulle spalle il peso di una città oramai sotto scacco dei federali. Ora le sue reazioni stanno diventando virali. Posizioni su cui potrebbero accordarsi altri sindaci che stanno vivendo una situazione similare a quella di Minneapolis. «Scusate se ho offeso le vostre orecchie da principesse Disney»
Tra i tanti interventi fatti dal sindaco in queste ore c’è una sua intervista alla Cnn. Davanti alla domanda se chi lo ha criticato per l’appello fatto ha replicato: «Mi dispiace molto se ho offeso le loro orecchie da principessa Disney, ma il punto è questo: se parliamo di ciò che è provocatorio, da un lato abbiamo qualcuno che ha detto una parolaccia, dall’altro abbiamo qualcuno che ha ucciso un’altra persona», ha detto il sindaco ricordando il suo fu*k rivolto agli agenti Ice durante il punto stampa di ieri. «Penso che l’azione più provocatoria sia uccidere qualcuno. Quindi, ancora una volta, cerchiamo di essere realistici, onesti e diretti su ciò che sta accadendo qui. Questo non va bene», ha concluso.
La situazione a Minneapolis
A dicembre l’amministrazione Trump ha aggiunto centinaia di altri agenti federali per l’immigrazione in Minnesota, in particolare per l’individuazione dei residenti somali. Secondo quanto ricostruito dal Guardian gli agenti federali stanno invadendo le principali città, andando porta a porta nelle attività commerciali e fermando le persone a bordo dei loro veicoli, come è successo a Minneapolis. Questa operazione durerà 30 giorni ed è la prima settimana di “lavoro”. Da giorni la situazione in città è tesa, con vetrine chiuse e strade silenziose nei quartieri un tempo popolati da residenti somali e latinoamericani.
I cittadini anti-Ice. «Questo non è normale»
La risposta della comunità all’invasione dell’Ice però, precisa il Guardian, si è dimostrata rapida e decisa. Migliaia di persone si
sono formate come osservatori costituzionali negli ultimi mesi. Le chat di Neighborhood Signal sono piene di avvistamenti di agenti e veicoli sospetti pronti a prelevare migranti. Gli osservatori pattugliano gli angoli delle strade nelle zone più trafficate. Chiamano le linee di assistenza che ricevono segnalazioni di attività dell’ICE e documentano la presenza degli agenti. Suonano fischietti o clacson quando confermano la loro presenza. E se una persona viene prelevata dall’ICE, i volontari lavorano per aiutare chi è rimasto solo in famiglia, con servizi legali, cibo, assistenza per il pagamento delle bollette e supporto emotivo. Torres DeSantiago gestisce uno di questi gruppi, l’Immigrant Defense Network. Al Guardian ha raccontato la sua attività: «Non è un comportamento normale quello di vedere una donna trascinata a faccia in giù sul pavimento di cemento, o colpita da spray al peperoncino o colpita da proiettili di gomma, o di vedere una persona disabile spinta violentemente a terra, o famiglie fatte a pezzi, o una situazione di stallo che si verifica sul tetto con temperature sotto lo zero. E cosa dovremmo fare? Continuare a sorseggiare il nostro caffè come se nulla fosse successo?». E infine: «Questo non è normale. Non è normale per la nostra psiche vedere questo livello di violenza e dare per scontato che saremo semplicemente a posto con quello che sta succedendo».
(da agenzie)

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IL PETROLIO DI CARACAS E’ UN DONO O UN CETRIOLO? LE SOCIETÀ PETROLIFERE AMERICANE VOGLIONO “GARANZIE SERIE” DA WASHINGTON PRIMA DI INVESTIRE IN VENEZUELA

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

“PER RIATTIVARE L’INDUSTRIA PETROLIFERA VENEZUELANA, DILAPIDATA DA ANNI DI MALAGESTIONE E MANCATE MANUTENZIONI, SERVIREBBERO DAGLI 80 AI 100 MILIARDI DI INVESTIMENTI. CHI DOVREBBE FINANZIARLI?… TRUMP HA SPAVENTOSI PROBLEMI INTERNI: I SONDAGGI IN RIBASSO, IL CASO EPSTEIN, I DAZI CHE SI SONO DIMOSTRATI UN BOOMERANG E STANNO PER ESSERE CASSATI DALLA CORTE SUPREMA, L’INFLAZIONE CHE PENALIZZA I CONSUMATORI

Le società petrolifere americane vogliono “garanzie serie” da Washington prima di investire in Venezuela. Secondo quanto riportato dal Financial Times, le big del greggio hanno incontrato nelle ultime ore alcuni funzionari dell’amministrazione in vista dell’incontro alla Casa Bianca di venerdì. A loro hanno chiesto forti garanzie legali e finanziarie. Chevron, l’unica big già presente in Venezuela, è nel frattempo
in trattative con l’amministrazione per una possibile estensione della sua licenza speciale per operare nel Paese.
“Il Venezuela acquisterà solo prodotti americani con i soldi che riceverà dal nostro nuovo accordo sul petrolio. Gli acquisti includeranno, fra l’altro, prodotti agricoli, medicinali, e apparecchiature per migliorare la rete elettrica e gli impianti energetici”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth. “In altre parole, il Venezuela si impegna a fare affari con gli Stati Uniti come suo principale partner. Una scelta saggia”, ha messo in evidenza Trump
“Francamente non vedo che tipo di favore Trump abbia fatto alle compagnie petrolifere e al suo Paese: per riattivare l’industria petrolifera venezuelana, dilapidata da anni di malagestione e mancate manutenzioni, servirebbero dagli 80 ai 100 miliardi di investimenti. Chi dovrebbe finanziarli?» Paul De Grauwe, docente alla London School of Economics, invita a considerare i fatti nella loro essenzialità: «Dal punto di vista strettamente economico non è un affare, anzi è il suo contrario».
Perché allora Trump chiede agli americani di gioire con lui per questa bonanza di miliardi che starebbe per abbattersi sugli Stati Uniti?
«Perché è un uomo irrazionale, imprevedibile, fuori controllo. Pretende che le compagnie, che lo hanno ampiamente finanziato in campagna elettorale, condividano tutto il suo entusiasmo. E non si rendano conto che questo del Venezuela è solo un gigantesco diversivo per impressionare l’opinione pubblica in un momento in cui il presidente ha spaventosi problemi interni: i sondaggi in ribasso, il caso Epstein, i dazi che si sono dimostrati
un boomerang e oltretutto stanno per essere cassati dalla Corte Suprema, l’inflazione che penalizza i consumatori delle fasce meno abbienti, e altri ancora».
Beh, diciamo che come diversivo è in grande stile…
«Sì, ma si aggiunge a tante altre misure demagogico-populiste di cui non si vede la logica: è di queste ore l’annuncio che Trump vieterà ai fondi istituzionali di investire in case “per single”. Ma si rende conto? C’è poi da aggiungere che anche per le compagnie petrolifere stesse questa fase non è delle più felici».
Big Oil? Questo simbolo mondiale di ricchezza e potenza?
«Certo. Gli si chiede di farsi carico di ingenti investimenti ma nell’anno appena trascorso sono cresciute in Borsa di non più del 4-5% contro il 15 e più per cento delle aziende tecnologiche, e il 13% dell’indice S&P’s. Devono fronteggiare prezzi del greggio in caduta libera: siamo ormai ampiamente sotto i 60 dollari al barile quando tre anni fa si veleggiava sopra i 100. […] Hanno montagne di debiti a loro volta, e – proprio in Venezuela – hanno perso decine di miliardi di dollari a causa delle ripetute nazionalizzazioni, iniziate ancora prima dell’era Chavez negli anni ‘70».
Però hanno anche vinto una serie di cause in virtù delle quali hanno maturato oltre 60 miliardi in indennizzi.
«Chi dovrebbe restituirli? Il governo venezuelano? Ma quale governo? Trump vedrà i Ceo di Big Oil nel weekend ma per ora li messi solo in imbarazzo, altro che regalo».
(da agenzie)

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SE IL GOVERNO VINCE LA BATTAGLIA DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA, MELONI VUOLE ANDARE AL VOTO ANTICIPATO

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

DE ANGELIS: “FINORA IL CONSENSO DEL GOVERNO È RIMASTO INALTERATO. PERÒ CI SONO TRE ELEMENTI CHE POSSONO MUTARE IL CLIMA. IL PRIMO È TRUMP. IL SECONDO È L’ECONOMIA (AD AGOSTO 2026 FINISCE IL PNRR, IL CUI EFFETTO SULLA CRESCITA FINORA HA SCONGIURATO LA RECESSIONE). IL TERZO SONO GLI ALLEATI”

C’è una chiacchiera che, smaltiti i bagordi delle feste, ha ricominciato a girare nei Palazzi che contano, ora che la politica si è rimessa in moto. E riguarda l’eventualità di anticipare il ritorno al voto. Non di qualche mese rispetto alla scadenza
naturale, ovvero nella primavera del 2027, ma addirittura un anno prima. Non è la prima volta che l’ardita fantasia eccita gli animal spirits attorno a Giorgia Meloni. Accadde anche dopo il successo delle Europee. «Passiamo all’incasso» pensò qualcuno. Poi la tranquilla navigazione sconsigliò le avventure.
Ora, col referendum sulla giustizia, ci risiamo con la suggestione. Una vittoria del sì verrebbe, inevitabilmente (e giustamente), vissuta come un trionfo del governo. Di qui l’idea di battere il ferro finché è caldo, andando alle urne sulla scia del plebiscito. Questo spiega anche la fretta sulla data della consultazione, che pare sarà fissata al prossimo Consiglio dei minist
Prima si celebra, prima si archivia la pratica evitando i rischi di una campagna lunga, prima Giorgia Meloni può valutare, a bocce ferme, la via più conveniente: se scavallare l’anno oppure se, a quel punto, anticipare, magari dopo aver modificato, in pochi mesi, la legge elettorale come ultimo atto.
Come noto, i parlamenti non sopravvivono mai all’approvazione di nuove leggi elettorali. Sarebbe un contropiede micidiale per le opposizioni che, con ogni evidenza, non sono pronte e non si siederanno attorno a un tavolo prima di settembre per discutere di programmi e leadership.
Difficile trovare conferme a microfoni accesi perché non è un piano, ma nei conciliaboli riservati, dove il brain storming è libero, si fantastica eccome. La regia di questo secondo copione viene attribuita al solito Giovambattista Fazzolari, il grande tessitore di trame perigliose.
Dalla sua, c’è un elemento che quantomeno consente di immaginare lo scenario: l’attuale Parlamento è l’unico, da un po’di lustri a questa parte, in cui la sola alternativa al governo sono le urne. Non ci sono cioè né numericamente né politicamente altri governi possibili se Giorgia Meloni si dimette e dice, con intransigenza: «Voto». Lo stesso Mattarella potrebbe esprimere perplessità, ma non gli resterebbe che prendere atto.
Andrebbe però spiegato – e non è un dettaglio – il perché e per come si vuole interrompere la legislatura, proprio in questa condizione di stabilità, peraltro molto ostentata. E senza incidenti dentro la maggioranza. Ma, volendo, la mossa non è impossibile. Poiché, al giorno d’oggi, è difficile mantenere i segreti, il tramestio è stato già avvertito dai sensori di diversi ambienti istituzionali
Però merita di essere raccontato il ragionamento politico a monte. Che suona, più o meno, così: «Vai a vedere che succede tra oltre un anno». Già, finora il consenso del governo è rimasto pressoché inalterato, e francamente non era mai successo a nessuno dei predecessori di Giorgia Meloni. Però ci sono almeno tre elementi di contesto che possono mutare il clima
Il primo è Donald Trump. Tra un colpo di Stato in Venezuela e una minaccia alla Groenlandia solo degli sconsiderati non mettono in conto che tali montagne russe possano rovesciare stomaco e umori anche da queste parti.
Il secondo è proprio l’economia, dove il principio di realtà bussa prepotentemente alle porte. È vero che la fine della procedura di infrazione darà qualche margine creativo sui conti pubblici, però c’è l’incognita delle spese militari già programmate a drenare risorse. E, soprattutto, ad agosto di quest’anno finisce il Pnrr, il
cui effetto sulla crescita finora ha scongiurato la recessione. Anche Giorgia Meloni sa bene che la partita si gioca lì.
Il terzo sono gli alleati. Salvini si è ringalluzzito con l’assoluzione e, ove possibile, ha ricominciato a fare il bastian contrario. E il ritorno della famiglia Berlusconi nelle dinamiche interne di Forza Italia ha un effetto destabilizzante.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”

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QUANDO SI TRATTA DI AIUTARE I VECCHI AMICI, TRUMP È IN PRIMA LINEA: A CONSIGLIARE “THE DONALD” SU COSA FARE IN GROENLANDIA È L’81ENNE RONALD LAUDER, EREDE DELL’IMPERO DELLA COSMETICA ED EX COMPAGNO DI STUDI DI TRUMP

Gennaio 8th, 2026 Riccardo Fucile

L’ANZIANO MILIARDARIO HA INVESTITO IN GROENLANDIA ED È STATO LUI A CONSIGLIARE AL PRESIDENTE AMERICANO DI METTERE LE MANI SULLA LANDA GHIACCIATA RICCA DI TERRE RARE… I RAPPORTI TRA LAUDER E PUTIN: I DUE SI SONO INCONTRATI DUE VOLTE AL CREMLINO

Un uomo d’affari vicino a Donald Trump e una mossa controversa sullo scacchiere geopolitico che dia lustro al presidente, ma anche agli investimenti fatti nel frattempo. Che si tratti di Venezuela o Groenlandia, gli ingredienti sono sempre gli stessi alla Casa Bianca: amici facoltosi, strappi diplomatici, denaro collocato nel posto giusto al momento giusto. E magari, dietro le quinte, il tentativo del Cremlino di manipolare il leader
degli Stati Uniti.
Nel caso della Groenlandia la figura chiave è il newyorkese Ronald Lauder, 81 anni, erede miliardario dell’impero della cosmetica e compagno di studi di Trump alla Wharton School of Business. Di recente Lauder ha lanciato una serie di investimenti in Groenlandia, emerge in una inchiesta del quotidiano danese Politiken.
Ma questo è solo l’ultimo passaggio della sua evoluzione. Lauder ha una storia di donazioni a candidati conservatori, di cui almeno un milione di dollari a sostegno di Trump negli ultimi anni. Al presidente, però, il miliardario dei cosmetici ha offerto negli anni scorsi anche un’idea: prendere proprio la Groenlandia.
John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump nel primo mandato, non ha dubbi in proposito. È stato Bolton stesso, oggi in rotta con Trump, a confermare a The Free Press come fu proprio Lauder per la prima volta a piantare l’idea della Groenlandia nella testa del presidente.
Questa versione conferma quanto scrivono i giornalisti Peter Baker (del New York Times) e Susan Glasser (del New Yorker) nel libroinchiesta su Trump The Divider, del 2021: Trump riferisce che era stato «un amico molto ricco» a proporgli di muovere sull’isola e questi non sarebbe altri che Lauder.
Non è chiaro tuttavia dove questi abbia tratto, a sua volta, l’idea. Il fatto che Lauder, da presidente del Congresso ebraico mondiale, abbia incontrato due volte Vladimir Putin al Cremlino — nel 2016 e nel marzo del 2019 — induce alcuni ad ipotizzare che sia stato il leader russo a provocare il miliardario, perché risvegliasse l’attenzione del suo amico Trump su questo tema.
Di certo in questi giorni Kirill Dmitriev, l’inviato di Putin, non fa che sottolineare sui suoi canali social le pressioni della Casa Bianca per avere la Groenlandia. L’interesse russo in questa partita è ovvio: un’usurpazione territoriale dell’america nell’artico può distrarre Trump dall’ucraina e legittimare quanto cerca di fare Putin stesso contro Kiev. Non ci sono però indizi di un intervento del Cremlino per spingere Trump ad agire contro la Danimarca.
C’è solo un sospetto, reso più vivo da una finta lettera ricevuta nell’ottobre 2019 dal senatore trumpiano dell’arkansas Tom Cotton: in carta intestata del governo groenlandese, a firma di un suo ministro, la missiva inviata al senatore annunciava a Washington «un referendum sull’indipendenza dalla Danimarca».
Ma è risultata falsa, di autori ignoti. Verissima invece la società d’investimento per la Groenlandia «Greenland Development Partners», registrata nel Delaware, con capitali anche di Lauder e interessi nei settori dell’acqua e dell’energia.
Simile il modello sul Venezuela, solo con impronte digitali russe questa volta evidenti. Fiona Hill, che lavorava nel Consiglio di sicurezza nazionale durante il primo mandato di Trump, ha detto in una testimonianza al Congresso che i russi nel 2019 proposero uno scambio alla Casa Bianca: lasciare agli americani mano libera sul Venezuela, per avere in cambio mano libera sull’Ucraina.
(da Corriere della Sera)

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