Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“LE CELLE SONO BUIE, DI SOTTOMISSIONE. IN CIASCUNA METTONO DUE PERSONE. D’INVERNO SONO UN FREEZER, D’ESTATE SONO UN FORNO. VIENI DIVORATO DALLE ZANZARE” … “ALBERTO SA DI ESSERE UN PRIGIONIERO POLITICO, UNA PEDINA DI SCAMBIO. SIA IO CHE LUI AVEVAMO ATTACCHI D’ANSIA, CI DAVANO DEGLI ANTIDEPRESSIVI PER RIMANERE CALMI” – LE VIOLENZE DEI SECONDINI CONTRO I DETENUTI DURANTE GLI SPOSTAMENTI DI CELLA IN CELLA
«Alberto e io avevamo costruito gli scacchi usando dei pezzi di sapone e la carta igienica. Giocavamo attraverso le feritoie delle celle, la mia era davanti alla sua, a pochi metri. Avevamo fatto le torri, i pedoni, gli alfieri…Alfa 3, Charlie 5, comunicavamo così le mosse. Alberto ha imparato in carcere a giocare. Ma le guardie si innervosivano e ci portavano via anche gli scacchi, lasciandoci senza niente da fare, senza dignità».
Seduto nel giardino della sua casa di Villa del Rosario, a ridosso della frontiera col Venezuela, l’avvocato colombiano Iván Colmenares García, 35 anni, racconta di come anche lui è finito al Rodeo, penitenziario di Guatire a trenta chilometri da Caracas: il pozzo che lo ha inghiottito dal primo novembre del 2024 e fino allo scorso 24 ottobre. E dove ha avuto, per compagni di detenzione, il cooperante veneziano Alberto Trentini e l’imprenditore torinese Mario Burlò.
Com’è vivere dentro al Rodeo?
«Si sta sempre nella cella, tranne un’ora al giorno per andare al corridoio esterno dove si vede il cielo. Per portarti lì le guardie ti ammanettano e ti mettono un cappuccio sulla testa. Quando è arrivato, Alberto era sconvolto. Io e lui avevamo attacchi di ansia, per cui il servizio infermeria ci dava delle pillole di Sertralina (un antidepressivo, ndr). Mario è più bilanciato, riusciva a rimanere calmo».
Eravate costretti a prenderle?
«Le chiedevamo noi».
Di cosa parlava con Trentini?
«Mi raccontava di Venezia, delle bellezze della sua città, dell’architettura. Era preoccupato per la famiglia in Italia, per sua madre Armanda che è anziana. È un pensiero che tormenta, sapere che i tuoi cari non sanno se sei vivo o morto. Dopo sette mesi ti concedono una chiamata. Mario ha aspettato dieci mesi perché la prima volta non si ricordava i numeri di telefono. Alberto sa di essere un prigioniero politico, una pedina di scambio».
Come sono le celle?
«D’inverno un freezer, d’estate un forno. Vieni divorato dalle zanzare, di solito compaiono alle 18 e se ne vanno alle 2 di notte. Dormivo con le braccia infilate nella maglietta, e con i boxer sui piedi e sulla testa, per coprire il più possibile la pelle. Non so come ho fatto a non prendere la malaria».
Che vi davano da mangiare?
«Mangi arepa (focaccia di mais, ndr) a colazione, a pranzo e a cena. La mattina danno anche il caffé».
Quanto sono grandi le stanze?
«Ogni cella misura quattro metri per due, che diventano uno perché su un lato c’è la branda a castello. Tra la porta e il fondo ci sono sei passi, è tutto lo spazio che hai. Il bagno è un buco per terra, sporco di feci e infestato di scarafaggi. Sono celle buie, di sottomissione. In ciascuna mettono due persone».
Come stavano Trentini e Burlò l’ultima volta che li ha visti?
«Mario è dimagrito 30 chili. Anche Alberto è dimagrito, cammina su e giù lungo quei sei passi accanto al letto. Sono entrambi molto provati».
Vi hanno maltrattato?
«Le guardie spostano di continuo i detenuti da una cella all’altra, lo fanno apposta. Durante i trasferimenti diventano violente, buttano a terra o contro i muri, colpiscono col calcio del fucile. Ma la tortura bianca, che non lascia lividi, è anche peggio».
Cos’è?
«Trasmettono la propaganda chavista. Il martedì il programma di Maduro, il giovedì “El mazo dando”, la trasmissione del ministro Diosdado Cabello, quattro ore di sofferenza a sentir ridere Cabello, il venerdì ci facevano ascoltare “El turco alimaña” sabato ci finivano con “Aló Presidente” di Hugo Chavez».
Come sono le giornate?
«Vivi un giorno solo moltiplicato per i mesi di prigionia. Alle 5 l’appello, devi dire alle guardie come ti chiami e da dove vieni. Sempre così, ogni mattina. Poi delle braccia ti passano la colazione attraverso la feritoia, stessa modalità per il pranzo e la cena. L’unica possibilità di uscire e durante l’ora d’aria o quando vai in infermeria».
Il servizio medico funziona?
«Ti serve un miracolo di Dio per accedervi, devi stare proprio male. Mario soffre di diabete e pressione alta, prende un sacco di pastiglie che all’inizio non gli hanno dato, poi si sono accorti che rischiava di morire e allora le ha avute. Siamo merce di scambio, gli serviamo vivi».
Ha visto morire qualcuno?
«No. Però tre yemeniti hanno provato a impiccarsi con le lenzuola».
Lei come è stato arrestato?
«Ero alla frontiera di Arauca, già in territorio venezuelano, per un progetto umanitario con la mia ong. Mi hanno preso quelli del Dgcim, l’intelligence militare. Stavo per avere il timbro sul passaporto quando il funzionario mi ha detto di aspettare perché mi avrebbero dovuto fare delle domande. Così mi hanno catturato. In manette e con un cappuccio in testa, sono finito a Caracas nella pecera. Sa cos’è?».
No.
«L’acquario, lo chiamano così.E’ una piccola stanza dove le pareti sono vetri opachi. Dall’esterno invece ti vedono. Mi hanno tenuto lì 20 giorni di fila, seduto dalle 5 della mattina alle nove della sera, da solo. Non potevo parlare o muovermi, neppure girare la testa. Anche Alberto e Mario ci sono passati, credo».
(da Repubblica)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE MOSSE DELLA MELONI AVREBBERO RITARDATO LA LIBERAZIONE DI TRENTINI
Alberto Trentini è nella lista dei prigionieri che il governo venezuelano è pronto
scarcerare. Dunque, c’è da tenere le dita incrociate. E sperare che Caracas non cambi idea. In Italia stanno preparando tutto per poterlo andare a prendere appena arriverà il segnale: potrebbe essere questione di ore o di giorni ma, per la prima volta in questi 13 mesi, non c’è soltanto speranza. Ma un concreto ottimismo.
Al di là delle dichiarazioni di intenti, ieri è accaduta una cosa molto importante: sono stati scarcerati i primi prigionieri dal carcere di El Rodeo I, quello dove da oltre quattrocento giorni è rinchiuso il cooperante italiano. Nella prima tranche di liberazioni il suo nome non figurava. Trentini compare però in un secondo elenco, sul quale si stanno concentrando ora le trattative diplomatiche, in un quadro ancora fragile e soggetto a continui aggiustamenti.
La decisione di procedere alle scarcerazioni è stata annunciata giovedì dal presidente dell’Assemblea nazionale Jorge Rodríguez, con l’obiettivo dichiarato di aprire «una nuova stagione politica» e favorire la pacificazione del Paese. Caracas ha rivendicato il carattere «unilaterale» dell’iniziativa, ma il contesto internazionale pesa. In particolare gli Stati Uniti, che stanno svolgendo un ruolo chiave in questa fase, anche come garanti del processo.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha consegnato al segretario di Stato Marco Rubio l’elenco dei detenuti italiani ancora in carcere, tra cui Trentini, chiedendo un impegno diretto per arrivare a una soluzione. Washington avrebbe inoltre inviato una propria delegazione per monitorare l’esito delle liberazioni, un passaggio che ha generato frizioni interne al governo venezuelano.
In particolare il ministro dell’Interno Diosdado Cabello, insieme al controspionaggio militare e ai servizi di intelligence, avrebbe tentato di rallentare il meccanismo. A questo si sommano problemi tecnico-burocratici non secondari: molti detenuti, Trentini compreso, si trovano in cella senza una condanna e senza accuse formalizzate. Da qui l’ipotesi, ancora sul tavolo, di un’amnistia generale come «schermo» giuridico per le liberazioni.
Sul versante italiano, la linea seguita in queste ore è quella della massima cautela. Dopo mesi difficili, Roma sta cercando di mantenere un atteggiamento coerente e stabile nei confronti di Caracas, anche per rimediare agli inciampi accumulati dall’inizio della vicenda. Durante la fase finale del governo Maduro, il dossier Trentini è passato di mano troppe volte, cambiando
interlocutori e livelli di responsabilità.
Prima il sottosegretario Edmondo Cirielli, poi Giorgio Silli: un avvicendamento che, secondo più fonti, non ha aiutato a costruire un canale continuo e riconoscibile. A complicare ulteriormente il quadro c’è stata anche la scelta politica della presidente del Consiglio Giorgia Meloni di telefonare a María Corina Machado. Tutto sarebbe però rientrato con i messaggi inviati ieri a Rodríguez, prima dalla stessa Meloni e poi da Tajani: quel «riconoscimento ufficiale» che, fin dalle ore successive al sequestro-arresto di Trentini, il Venezuela aveva chiesto.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
PER QUESTO LA MELONI HA DETTO CHE FORZERÀ L’APPROVAZIONE DELLA RIFORMA, ANCHE A MAGGIORANZA… SI LAVORA SU UN SISTEMA PROPORZIONALE CON PREMIO DI MAGGIORANZA: AVRÀ IL 55% DEI SEGGI CHI OTTIENE ALMENO IL 40% DEI CONSENSI: IL TESTO ENTRO FEBBRAIO
Durante la conferenza stampa di inizio anno, tutti — a destra come a sinistra — hanno tratto la stessa impressione. Il cambio della legge elettorale è imminente, Giorgia Meloni ha dato il via libera ufficiale alla trattativa con le opposizioni, corredata da un’avvertenza che restituisce il senso dell’urgenza: «Se c’è chiusura, deciderà il Parlamento a maggioranza».
Chiaro il messaggio: nessuna tattica dilatoria verrà tollerata, le prossime politiche si giocheranno con regole nuove e nessuno si sogni di protestare. Anche perché «esiste un precedente e l’hanno creato loro», fa notare un alto esponente di FdI: «Nel 2015 Renzi fece approvare l’Italicum coi soli voti del centrosinistra».
Dunque si va dritti. Senza cercare lo scontro, ma neppure consentire lungaggini sull’introduzione di un sistema proporzionale con premio di maggioranza: avrà il 55% dei seggi chi ottiene almeno il 40% dei consensi, fino al 60 se la
coalizione raggiungerà il 45%. Sul punto nel centrodestra l’accordo c’è.
Tant’è che si sta già mettendo a punto la strategia per provare a creare una convergenza la più larga possibile. Probabilmente sarà la stessa premier a fare la prima mossa, chiamando tutti i leader della minoranza per sondarli: una telefonata che ricalcherà la convocazione a palazzo Chigi nell’agosto del ‘23 sul salario minimo. Poi toccherà ai parlamentari “governativi” presentare un testo organico entro febbraio, da sottoporre ai colleghi di opposizione.
Sarà anche per questo se i leader del centrosinistra sono cauti. Attendisti. «Non ci è stata ancora presentata alcuna proposta formale, quando arriverà la valuteremo», taglia corto Elly Schlein. Tuttavia poco ottimista: «Non ci sembra una buona premessa voler cambiare la legge elettorale perché hanno capito che con le opposizioni unite perderebbero e come antipasto del premierato, che noi contestiamo perché esautora il Parlamento e indebolisce le prerogative del capo dello Stato», conclude la segretaria del Pd.
Un po’ più aperturista Giuseppe Conte: «Di quale legge elettorale si parla? Nessuno lo sa. Io non ho detto di essere favorevole al proporzionale, ho detto che tradizionalmente il M5S è favorevole. Poi dipende da come viene confezionato questo principio proporzionale nell’ambito di un’operazione più complessiva». Chi vivrà vedrà. Febbraio si avvicina.,
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL PADRE DI UN BAMBINO: “ERA UN’EMERGENZA ANNUNCIATA”
Farmaci salvavita sempre più “rari” nelle farmacie di tutta Italia: è l’emergenza che sta
impegnando diversi pazienti del nostro Paese. “Per un adulto è drammatico, immagini come può viverlo un genitore – ha spiegato a Fanpage.it Marco Macri, papà di un bimbo con epilessia e Presidente di Genova inclusiva -. Nelle farmacie c’è carenza di una serie di medicinali salvavita tra i quali farmaci per l’asma, per chi ha problemi emolitici e antiepilettici”.
Macri ha raccontato di aver personalmente contattato la causa farmaceutica produttrice del Depakin, il medicinale prescritto al figlio. “Ci hanno detto che dopo il 15 di gennaio questa carenza potrebbe risolversi. Mi ha fatto arrabbiare che mi abbiano chiesto di dare i riferimenti della farmacia dove solitamente prendo i farmaci per mandare il prodotto direttamente lì. Non credo che la disponibilità del medicinale debba variare in seguito alla mia lamentela personale, è una questione di giustizia che deve riguardare tutti. I cittadini devono poter accedere a questi farmaci”.
“Parliamo di decine di migliaia di genitori con bambini epilettici – ha continuato ancora Macri – e moltissime fanno anche i conti con l’autismo, perché l’epilessia è spesso una comorbidità di questa condizione. È un problema serio, in Italia abbiamo migliaia di ragazzi e ragazze con disabilità, questo vuol dire che nelle varie regioni d’Italia ci sono famiglie in grave difficoltà”
“Nel nostro Paese è in corso un’emergenza che è grave ma che era anche prevedibile. I fatti sono chiari e documentabili: già a metà ottobre alcuni farmaci antiepilettici risultavano inseriti nelle liste ufficiali dei medicinali carenti. A novembre, genitori e caregiver hanno iniziato a segnalare con forza l’impossibilità di reperire questi prodotti. A gennaio la situazione è esplosa con scaffali vuoti e terapie interrotte. – ha sottolineato ancora Macri – Questo vuol dire che non si tratta di un evento improvviso e imprevedibile, ma di una mancata risposta istituzionale di una catena di ritardi, sottovalutazioni e silenzi che oggi ricade su chi non può permettersi attese, ossia i bambini che dipendono quotidianamente da farmaci salvavita”.
“Chiediamo con urgenza il ripristino della disponibilità dei farmaci antiepilettici carenti – ha continuato – oltre a procedure rapide e semplificate per l’importazione e la sostituzione terapeutica, trasparenza totale sui tempi di rientro delle forniture e l’apertura di un canale diretto di ascolto per le segnalazioni delle famiglie. Ogni giorno senza farmaco è un rischio concreto per la salute e la vita di questi bambini e ogni ulteriore ritardo è una responsabilità che qualcuno dovrà assumersi”.
I dati di Aifa sulla carenza di farmaci
Secondo le liste aggiornate al 4 novembre dall’Agenzia Italiana del Farmaco Aifa, sono circa 2.760 i farmaci carenti ma con equivalenti disponibili nelle farmacie italiane. Altri 604 medicinali non hanno alternative sul mercato a causa di cessata commercializzazione, problemi produttivi, eccesso di domanda o ridotta disponibilità delle materie prime.
A queste categorie si aggiungono le liste dei farmaci per i quali Aifa può autorizzare l’importazione dall’estero e di quelli soggetti a un blocco temporaneo dell’esportazione, aggiornata a
luglio 2025, per garantire la priorità di fornitura sul territorio nazionale. Il numero complessivo dei farmaci carenti supera le 4mila unità.
L’associazione europea dei farmacisti PGEU tra novembre 2024 e gennaio 2025 ha condotto un sondaggio in 28 Paesi e tutti riportano carenze di medicinali, dovute in particolare all’interruzione dei processi produttivi (68%), alle politiche di prezzo e di gara nazionali (54%) e all’aumento imprevisto della domanda (50%). Per affrontare la crisi, l’Ema, l’Agenzia europea per i medicinali, ha attivato una nuova piattaforma digitale che obbliga i produttori a segnalare tutte le emergenze legate alle carenze per migliorare il monitoraggio e la risposta a livello europeo.
Emergenza farmaci carenti anche nel 2026
Nell’elenco di Aifa aggiornato al 9 gennaio 2026 risultano anche moltissimi antibiotici e farmaci per trattare influenza, raffreddore e mal di gola. In queste settimane, infatti, sono tantissimi gli italiani che hanno fatto i conti con difficoltà nel reperire medicinali per il trattamento di malattie “ordinarie”. Per molti farmaci “di marca” sono disponibili equivalenti, mentre per altri le difficoltà sono le stesse. Anche in questo caso, l’elenco di Aifa è consultabile sul sito.
(da Fanpage)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONTRATTO IN SCADENZA E LE PROTESTE PER LE CONDIZIONI DI LAVORO
Si chiama Pietro Zantonini e aveva 55 anni il vigilante morto a Cortina mentre svolgeva un servizio di vigilanza notturna in un cantiere delle Olimpiadi di Milano-Cortina. Ha perso la vita nella notte dell’8 gennaio. La sua famiglia ha sporto denuncia e la procura ha già disposto il sequestro della salma e l’esecuzione dell’autopsia, per chiarire le cause esatte del decesso e le
circostanze in cui è avvenuto. La famiglia, che ha conferito l’incarico all’avvocato Francesco Dragone del Foro di Lecce, chiede «che venga fatta piena luce sull’accaduto e che nessuna morte sul lavoro venga trattata come un evento privato o inevitabile».
Il contratto a termine e la mancanza di tutele
Il vigilante era arrivato in Veneto a settembre 2025 e lavorava con un contratto a termine, già prorogato, che sarebbe scaduto a fine gennaio. Sembra che Zantonini avesse confidato più volte ai familiari di lavorare in condizioni difficili, lamentandosi in particolare per i turni notturni prolungati e la mancanza di tutele adeguate.
Il 118 chiamato dai colleghi
A chiamare i soccorsi sono stati alcuni suoi colleghi, a cui aveva chiesto aiuto al telefono. Zantonini svolgeva servizio di vigilanza nel cantiere dello stadio del ghiaccio e lavorava in un gabbiotto da cui usciva ogni due ore per fare una ricognizione. Quando i soccorritori sono arrivati, hanno tentato di rianimarlo ma senza successo.
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
NEL GIORNO DEL SUO 70ESIMO COMPLEANNO AVREBBE DOVUTO CHIUDERE L’AMBULATORIO A NAPOLI
Mariarosaria Sestito il 7 gennaio ha compiuto settant’anni. Avrebbe dovuto chiudere
l’ambulatorio a Napoli per l’ultima volta e iniziare la pensione ma si è ritrovata in ambulanza, accanto a un paziente in codice rosso. La sua storia la racconta il Corriere della Sera, dove il medico precisa che ha «semplicemente fatto il suo dovere».
Il caso del paziente e la corsa a casa
Il paziente cinquantenne, fragile, diabetico e fumatore, era già stato visitato da lei il 5 gennaio. «Avevo rilevato una situazione respiratoria compromessa e sospettato una broncopolmonite. Ho iniziato subito la terapia e prescritto una radiografia». Ma la lastra non mostrava complicazioni gravi. Il sei scorre sereno, il sette il paziente la chiama, non sta bene. Sestito corre a casa sua, la saturazione è a 74. «Ho allertato immediatamente il 118 per un codice rosso», racconta. Quando arriva l’ambulanza, però, non c’è un medico a bordo. «Mi hanno chiesto di salire con lui. Non potevo lasciarlo solo». Ora «è ancora ricoverato, ma sotto controllo». Nel tragitto il cortisone d’urgenza ha fatto la differenza.
Aveva chiesto di andare in pensione a 72 anni, ma la Asl non le ha mai risposto
Mariarosaria Sestito aveva chiesto di rimandare la sua pensione, chiedendo il prolungamento fino a 72 anni. Ma la risposta formale dell’Asl, riporta il quotidiano, non le è ancora arrivata. «Ho scelto comunque di restare. Non si abbandonano i pazienti quando hanno bisogno», racconta. «Faccio il medico da 45 anni. Guardia medica, ospedale, unità coronarica, poi medicina generale. Sono sempre stata raggiungibile: ho tre telefoni attivi», aggiunge. E precisa che i medici di base non sono irreperibili: «Lavoriamo ogni giorno fino alle undici di sera».
(da agenzie)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI MASSIMO CACCIARI
Nemmeno nelle scienze della natura possiamo arguire dagli eventi presenti quelli futuri. La credenza in nessi causali assolutamente determinati è superstizione. Così illustri filosofi. E questo dà speranza, poiché se dovessimo trarre previsioni da ciò che vanno combinando le leadership del nostro Occidente potremmo trarre un solo auspicio: l’imminenza di una nuova catastrofe globale. Iniziamo da quella complicata macchina che è l’Europa. Certo, chi ne conosceva la storia non attraverso apologie di maniera sapeva bene come il suo assalto al mondo abbia tenuto in affanno il genere umano per qualche secolo. E tuttavia era realistico pensare che dopo aver regalato, frutto del proprio unico seno, all’umanità due guerre mondiali, l’Europa politicamente unita si sarebbe “convertita” definitivamente a svolgere una missione di intesa, di dialogo, di pace. Che avrebbe concepito come propria impresa quella di costruire una nuova dimensione di diritto internazionale, dando quella concretezza che mai avevano prima avuto principi di diritti umani e giustizia nella relazione tra gli Stati. Che avrebbe difeso e promosso tutti gli organismi e istituti in qualche modo impegnati in tale impresa. Ma soprattutto che avrebbe almeno dato prova di modesta lungimiranza per evitare al proprio interno altri sanguinosi conflitti, altre guerre civili. E della ancora più modesta intelligenza atta a capire che l’Europa può assumere un ruolo politico globale, essere competitiva sul piano economico e tecnologico con i grandi Imperi, soltanto risolvendo il secolare scontro con il proprio Oriente, e convincendo, da autentica alleata e non da vassallo, gli Stati Uniti che questa strategia non intende affatto porre in crisi un’amicizia consacrata col sangue di due immani catastrofi, ma all’opposto rilanciare l’immagine e il
ruolo dell’intero Occidente all’interno di un mondo multipolare, dove il diritto internazionale si incarni in patti e trattati assunti nel corpo del diritto positivo dei diversi Stati.
Che fine abbiano fatto queste prospettive dopo la fine della guerra fredda è di tale violenta evidenza che solo per vergogna potremmo nascondercelo. Il dramma è che l’incapacità europea di procedere nell’unica direzione coerente con i suoi stessi interessi materiali sta mettendo a nudo contraddizioni di portata strategica interne al sistema delle alleanze occidentali, contraddizioni sempre rimosse, mai francamente affrontate – e che queste, se esplodessero, porterebbero il mondo davvero a un grado tale di entropia da dover pensare che soltanto attraverso un radicale mutamento di stato un nuovo equilibrio possa essere raggiunto. Era inevitabile – e non si tratta del senno del giorno dopo – che l’impotenza europea a prevenire i conflitti al proprio interno, e che una minima coscienza storica lasciava prevedere, e ad affrontarli con mezzi politici e diplomatici una volta scoppiati, avrebbe spostato tutta l’asse dell’alleanza occidentale sulla iniziativa e sulla volontà dell’America. La crescita quantitativa dell’Europa è stata inversamente proporzionale alla diminuzione non solo del suo peso politico, ma anche della sua quota nella produzione della ricchezza globale. Dopo la caduta del Muro la resa culturale delle leadership europee all’egemonia americana è stata pressoché incondizionata. Ma non si è trattato affatto di una buona notizia per gli Stati Uniti. Ciò ha condotto prima a guerre come l’invasione dell’Iraq e conseguente tracollo di ogni influenza politica europea nelle tragedie medio-orientali, poi a condizionamenti sempre più pesanti sulle stesse strategie
dell’Unione in materia economica e commerciale, infine agli strappi recenti e nient’affatto ricuciti su tariffe e dazi. Quando in un’alleanza neppure si finge una certa equipollenza tra le parti, è inevitabile che alla lunga il prevalere esorbitante di una finisca col metterla tutta in crisi.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo. E gli Stati Uniti potrebbero essere i primi a subirne il contraccolpo. Più si indebolisce l’Europa, più l’America si rafforza nei suoi confronti, ma insieme più sarà sola nell’affrontare le grandi sfide globali con Stati, civiltà e culture che non affondano le loro radici nell’avventura grandiosa e tragica del nostro Occidente. O America “great again” significa una nuova politica internazionale dell’intero Occidente, o lo slogan finirà col funzionare contro la stessa America. In questa fase della storia mondiale, che ha rivoluzionato i rapporti di potenza usciti dalla seconda grande guerra, l’America avrebbe vitale bisogno di un alleato che l’aiuti a superare l’attuale confusissimo mix di tendenze imperialistiche e protezionistiche. L’alleato che l’Europa non è – capace oggi soltanto di patetici balbettii sull’incredibile vicenda venezuelana o sulle pretese riguardo alle Verdi Terre artiche. Come non si sapesse dall’epoca di Jefferson che gli Stati Uniti considerano loro “spazio vitale” l’intero emisfero e hanno ritenuto sempre “normale” l’intervento per garantire al suo interno la “pax americana” (poche, negli Stati Uniti, e solo di qualche intellettuale le voci di dissenso a proposito). L’America latina è la nostra India, diceva un senatore un secolo e mezzo fa, “in concorrenza” con l’ancora formidabile impero britannico. Chi potrebbe spingere a rivedere queste
tendenze politiche secolari, sulla base di una realistica valutazione delle forze economiche e militari che oggi competono sulla scena globale? L’Europa che ha assistito alle tragedie balcaniche e ora pensa di risolvere quella ucraina con sanzioni (che colpiscono lei stessa in primis) e l’invio di qualche soldato? L’Europa governata, nelle sue capitali franco-carolingie, da coalizioni debolissime e, per reggere, sempre più “volenterose” di virare a destra, abbandonando tutte le politiche sociali che l’avevano caratterizzata fino all’ultima generazione?Ancora meno lo sarà l’Europa incapace di affrontare la crisi che sconvolge il suo pilastro etico-culturale: lo Stato di diritto. In fondo, democrazia significa questo: un sistema in grado di difendere i diritti della persona, nella sua individualità, nei confronti della potenza o prepotenza degli esecutivi e dell’apparato tecnico-economico operante oltre ogni confine statuale e capace di auto-regolarsi in base alla propria unica “legge”, che è quella del profitto. Il diritto oggi minaccia di soffocare, come ha scritto Natalino Irti nel suo ultimo libro, Sguardi nel sottosuolo, tra una moltitudine indifesa, controllata e manipolata e un sistema economico-politico-militare che gli intima di tacere affermando: i limiti della mia morale sono quelli della mia potenza. Reagire a questa deriva non è anelito da anime belle, ma voler salvare, per l’Europa e l’Occidente, il proprio ruolo, il proprio avvenire e la propria stessa unità. Le parti di qualsiasi organismo si disfano e vanno in rovina ognuna per conto proprio se a esso manca un’anima.
Massimo Cacciari
(da lastampa.it)
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
“INVECE DI RISPONDERE, HA DECISO DI INCALZARE LA COLLEGA (CHE NON AVEVA POSSIBILITA’ DI REPLICA):… BUGIE E AUTOCOMMISERAZIONE NON DEGNE DI UNA VERA LEADER
Anche all’inizio del 2026 Giorgia Meloni resta, ahinoi, Giorgia Meloni, e nonostante
tre anni e rotti di governo non riesce a (o non vuole) cambiare la sua postura populista e sovranista, in un mix di propaganda un tanto al chilo e solito, pericoloso, vittimismo. Uno stile di comando che ha confermato anche durante la conferenza stampa di inizio anno.
Lo spartito della premier è poi passato dal vittimismo all’aggressione alla stampa, altro tic che da presidente postfascista non riesce a guarire.
L’attacco è partito quando la nostra giornalista, Francesca De Benedetti, le ha posto una domanda sui suoi rapporti con Trump, e chiesto un commento sullo spionaggio effettuato dagli ex vertici dei servizi segreti – che lei stessa aveva promosso e da lei stessa dipendono – al suo capo di gabinetto Gaetano Caputi.
Invece di rispondere, ha preferito invertire i ruoli e deciso di incalzare la collega (che non aveva, naturalmente, possibilità di replicare a causa di un format codardo che protegge
l’intervistato): «Perché non mi ha chiesto del vostro “scoop” secondo cui io avrei brigato con l’Agenzia delle entrate per far accatastare casa mia in una classe catastale diversa? È una menzogna infamante».
Poi, sulla torbida vicenda Caputi (che ha appena perso la querela contro Domani), invece di chiarire ha nuovamente biasimato il giornale: «Le informazioni sensibili su Caputi sono state pubblicate da voi. Secondo lui non sono reperibili su fonti aperte: forse vuole dire lei a me qualcosa su questa vicenda?»
Ora, come spesso le capita, a mentire è solo la premier: non solo tutte le informazioni sugli affari e i conflitti di interessi del suo fedelissimo sono su fonti pubbliche (e pure se fossero segrete sarebbe stato nostro dovere pubblicarle: si chiama giornalismo), ma, sul merito della sua magione, Domani ha solo evidenziato che la casa è stata accatastata nella categoria A7 (semplice villino) e non A8 (villa di lusso con giardino e piscina). Evidenza grazie alla quale ha pagato circa 70mila euro di tasse in meno di quanto avrebbe dovuto se la sua casa fosse stata accatastata, come sarebbe stato giusto secondo esperti indipendenti, a un livello superiore.
Mai scritto e nemmeno pensato che Meloni «abbia brigato» con chicchessia: tanto che nell’articolo si segnalava come «i proprietari» dei villini non sono affatto «evasori fiscali. La colpa non è loro. Ma dei governi, che dovrebbero mettere mano alla riforma del catasto». Ovviamente la destra, amica dei ricchi, non ci pensa nemmeno: la storia di casa Meloni serviva solo a segnalare in maniera palese l’iniquità del sistema.
Il fastidio di Meloni verso la (poca) libera stampa rimasta in Italia si è palesato anche dopo alcune domande sullo scandalo Paragon. Invece di fare luce sullo spionaggio ad attivisti e cronisti, ha replicato che la sua «vita», e non quella dei giornalisti, sarebbe stata «scandagliata, i conti correnti spiati», e poi spiattellata sui media, comprese le vicende economiche e giudiziarie dei genitori.
Autocommiserazione non degna di una vera leader: Meloni finge di non sapere che per legge la privacy della figura più potente del paese non è uguale a quella di un giornalista intercettato, e che nelle democrazie sane è sacrosanto che la stampa racconti ai lettori (ed elettori) chi sono coloro che paghiamo per amministrare la nazione. Banalità, ma nell’Italia malata in cui viviamo è bene ricordarle.
Emiliano Fittipaldi
per Domani
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Gennaio 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA FILO-PUTINIANO VOTERA’ NO AL DECRETO SUGLI AIUTI A KIEV: “IO VADO AVANTI PER LA MIA STRADA, CHI MI AMA MI SEGUA. LA STRATEGIA DI MELONI È CONTRADDITTORIA”
Roberto Vannacci giura che con Meloni non farà il permaloso, «è lei che mi ha chiamato in causa in conferenza stampa, dunque devo risponderle: la sua strategia è contraddittoria». Intanto manda segnali (anche al suo partito, che l’ha nominato vicesegretario dopo le 500mila preferenze alle Europee): «Se qualcuno pensava di addomesticarmi, si sbagliava — confida a Repubblica — Il no al decreto Ucraina? Io vado avanti per la mia strada, chi mi ama mi segua». […] Per serrare le file del Carroccio, Matteo Salvini ieri ha deciso di radunare deputati e senatori.
Tutti convocati via Whatsapp per giovedì prossimo alle 8 di mattina. In teoria sarà un discorso motivazionale per l’anno nuovo. Ma il giorno non pare casuale: proprio il 15 il ministro Guido Crosetto illustrerà il decreto in Parlamento e ci sarà un primo voto sulle sue comunicazioni. Probabile quindi, secondo diversi colonnelli leghisti, che il capo darà indicazioni anche su un dossier cruciale come l’Ucraina
«Meloni? Da generale, non faccio confusione tra concetti distinti: quello di deterrenza e quello di invio di armi in un conflitto in corso il cui esito, a meno di un coinvolgimento diretto di Nato e Ue, appare scontato». Altra frecciata alla premier: «È contraddittorio inviare armi e poi affermare che non è opportuno l’invio di uomini sul terreno, perché a fronte di una potenza come la Russia non sarebbero mai abbastanza».
Il vicesegretario leghista attacca anche l’accordo di Parigi sulle garanzie di sicurezza, sottoscritto da Meloni: «La solita tiritera che non porta a nulla e che non verrà accettata dai russi». La posizione di Maria Zakharova. «Ma non c’era bisogno della sfera di cristallo per capirlo, basta avere un diploma di scuola superiore». Parola di Vannacci, che non vuole farsi addomesticare.
(da agenzie)
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