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CHIARA FERRAGNI ASSOLTA NEL PROCESSO PER TRUFFA SULLA VICENDA PANDORI E UOVA DI PASQUA

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

IN UN PAESE CHE PREMIA GLI EVASORI FISCALI, LA FERRAGNI E’ STATA MASSACRATA PER PARTITO PRESO DA UNA MASSA DI INVIDIOSI

Chiara Ferragni è stata assolta nel processo che la vede imputata per truffa aggravata, assieme ad altri due, per i noti casi del pandoro Balocco Pink Christmas e delle uova di Pasqua Dolci Preziosi.
L’annuncio è arrivato dalla stessa imprenditrice, che è uscita dall’aula sorridente e ha risposto alle domande dei giornalisti che attendevano nei corridoi del Palazzo della Giustizia. «Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower», ha detto Ferragni, visibilmente emozionata, dopo la sentenza di assoluzione, davanti a telecamere, cronisti e fotografi.Questa mattina, entrando nell’aula della terza penale di Milano, Ferragni si era detta «tranquilla e fiduciosa».
Perché è stata assolta Chiara Ferragni
Il giudice Mannucci, tecnicamente, non ha riconosciuto l’aggravante della minorata difesa dei consumatori o utenti online, che rendeva il reato di truffa procedibile anche senza una denuncia. In questo modo, poiché il Codacons circa un anno fa aveva ritirato la querela in seguito a un accordo risarcitorio con l’influencer, il Tribunale ha disposto il proscioglimento per estinzione del reato, riqualificato in truffa semplice.
Il proscioglimento ha riguardato anche i coimputati di Chiara Ferragni, ovvero l’allora suo braccio destro, Fabio Damato, e il presidente di Cerealitalia, Francesco Cannillo.
La richiesta di condanna della procura di Milano
L’aggiunto Eugenio Fusco e il pm Cristian Barilli aveva chiesto per l’influencer una condanna ad un anno e 8 mesi senza attenuanti. Stando alle indagini del Nucleo di Polizia economico finanziaria della Gdf, tra il 2021 e il 2022 Ferragni avrebbe ingannato follower e consumatori ottenendo presunti ingiusti profitti, in relazione a quelle vendite dei due prodotti, il cui prezzo non comprendeva la beneficenza pubblicizzata, per circa 2,2 milioni.
Il ruolo di Chiara Ferragni secondo l’accusa
Secondo l’accusa, Ferragni e il suo ex collaboratore Fabio Damato, pure lui imputato (richiesta di condanna a un anno e 8 mesi) avrebbero avuto un «ruolo preminente» nelle campagne commerciali con cui sarebbe stata realizzata quella truffa con «grande diffusività», perché i suoi 30 milioni di follower si fidavano di lei e alle sue società spettava «l’ultima parola» nell’ambito degli accordi con la Balocco e con Cerealitalia. Per il terzo imputato, il presidente di Cerealitalia Francesco Cannillo, l’accusa ha chiesto un anno.
Come si è difesa Ferragni
Ferragni ha sempre ribadito di essere innocente. Si è trattato al massimo di un caso di pubblicità ingannevole, dovuto ad errori di comunicazione e per il quale ha già chiuso il fronte amministrativo versando risarcimenti e donazioni per circa 3,4 milioni di euro. E soprattutto da parte di Ferragni, hanno evidenziato i legali Giuseppe Iannaccone e Marcello Bana, «non c’è stato alcun dolo», ossia alcuna volontà di raggirare i consumatori ed anzi, dal punto di vista oggettivo degli elementi probatori, non si è verificata alcuna truffa.
(da agenzie)

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DENIS VOLKOV, DIRETTORE DEL CENTRO LEVADA, UNICO ISTITUTO DI SONDAGGI INDIPENDENTE A MOSCA, SPIEGA CHE LA MAGGIORANZA DEI RUSSI È ANCORA DALLA PARTE DI PUTIN, NONOSTANTE I 1.419 GIORNI DI GUERRA: “IL 70% È CONTRARIO ALLA RESTITUZIONE DEI TERRITORI UCRAINI CONQUISTATI”

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

“ALLA MAGGIORANZA NON IMPORTA LA LIBERTÀ POLITICA, INTERESSA QUELLA ECONOMICA: LA LIBERTÀ DI COMPRARE CIÒ CHE VUOLE” … IN CASO DI FALLIMENTO DEI NEGOZIATI, “I RUSSI DAREBBERO LA COLPA ALL’EUROPA, CHE HA ORAMAI SOPPIANTATO GLI USA COME AVVERSARIO PRINCIPALE”

È un numero scolpito nella coscienza collettiva dei russi. Che evoca il sacrificio e la resilienza: 1.418. Tanti giorni durò la Grande guerra patriottica dell’Urss contro il Terzo Reich. E da ieri, 12 gennaio, quella che Vladimir Putin chiama “Operazione militare speciale” e spesso paragona alla lotta sovietica al nazismo l’ha superata in durata.
Una sconfitta simbolica, eppure, assicura Denis Volkov da Mosca, questo sorpasso è passato in sordina. «I media non ne hanno parlato e la gente non ci ha badato», spiega il direttore del Centro Levada, unico istituto di sondaggi indipendente, bollato come “agente straniero”.
«C’è una certa stanchezza per il prolungarsi del conflitto in Ucraina, ma non influisce sul consenso. Dopotutto la maggioranza della popolazione non è direttamente coinvolta nello sforzo bellico. Per loro l’Operazione “speciale” è diventata “ordinaria”, uno sfondo inquietante della loro esistenza con cui convivere».
Volkov, che cosa si aspettano i russi dal nuovo anno?
«La maggior parte guarda al 2026 con speranza, il 76%, la percentuale più alta mai registrata. Sperano principalmente nella fine del conflitto, ma ci credono meno che l’anno scorso quando contavano su Donald Trump. Sono tornati a crescere quanti credono che il conflitto si trascinerà».
Come reagirebbero se i negoziati naufragassero del tutto?
«La maggioranza non darebbe neppure la colpa del fallimento all’Ucraina, ma all’Europa che ha oramai soppiantato gli Usa come avversario principale. I russi non vogliono il conflitto, ma sanno di doverlo affrontare. È una questione di approccio, come con il clima. A nessuno piace, ma che cosa si può fare al riguardo? Lo stesso vale per il conflitto. Comporta problemi, come gli attacchi dei droni o le interruzioni di Internet, ma i russi pensano che ci si debba adattare».
Non c’è desiderio di pace?
«Due terzi dei russi vogliono che le ostilità finiscano il prima possibile. Ma non a qualsiasi costo. Ci sono alcuni caveat: pensano che spetti al governo decidere le condizioni e sono contrari a rinunciare ai territori annessi. Proponiamo un quesito in due formulazioni. Se chiediamo che cosa penserebbero se Putin dicesse che il conflitto è finito, circa l’80% è favorevole.
Ma se chiediamo cosa penserebbero se Putin dicesse che il conflitto è finito e che restituirà i territori, allora lo è solo il 30%. Va capito che la maggior parte concorda con le autorità sulle “cause profonde” del conflitto».
Da dove nasce questa resilienza?
«La maggioranza della popolazione è esentata dall’azione militare. Le fasce della società che hanno parenti che combattono o che vivono nelle zone di confine con l’Ucraina e subiscono attacchi quotidiani sono limitate. Il governo fa di tutto per mantenere un’apparenza di normalità. Nel 2022 aveva cercato di mobilitare la popolazione ma, dopo lo shock seguito alla mobilitazione parziale, ha optato per i soldati a contratto.
In questo modo il conflitto tocca soltanto i volontari che sono pagati profumatamente per il rischio che corrono, mentre il resto della società può continuare la propria routine. Per questo la maggioranza sostiene le politiche di governo. Perché non la toccano così tanto».
La popolazione non sente il peso dell’inflazione e delle prime crepe economiche?
«L’anno scorso abbiamo registrato qualche tendenza negativa nella percezione della situazione economica. Ma fino a metà 2024 il trend era positivo. Sempre più persone sostenevano che la loro vita stesse migliorando perché guadagnavano di più.
Un effetto del surriscaldamento dell’economia: le aziende aumentavano gli stipendi per trattenere il personale a causa della carenza. Ora che il governo sta cercando di raffreddare l’economia, da qualche parte gli stipendi hanno smesso di crescere e alcuni hanno iniziato a lavorare quattro giorni e quindi guadagnano meno.
L’inflazione resta la principale preoccupazione anche nel 2026: la cita il 59% dei russi, ma meno di un anno fa. La situazione resta stabile».
Non c’è nessuno che si opponga al conflitto o alle autorità?
«C’è, ma è una minoranza stabile intorno al 20%. Alla maggioranza non importano le libertà politiche, interessano le libertà economiche: la libertà di comprare ciò che vuole».
(da agenzie)

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L’INFERNO IN TERRA VISSUTO DA ALBERTO TRENTINI. IL COOPERANTE HA RACCONTATO I SUOI 423 GIORNI DI PRIGIONIA AL DIRETTORE DELL’AISE, GIOVANNI CARAVELLI, SULL’AEREO DI RITORNO DA CARACAS

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

I GIORNI “PASSATI NELL’ACQUARIO”: UNA GRANDE STANZA CIRCONDATA DA VETRI, ATTRAVERSO I QUALI NON SI PUÒ GUARDARE ALL’ESTERNO, MA TUTTI GUARDAVANO DENTRO: “NON POTEVO PARLARE CON NESSUNO, NÉ GUARDARE. SI RESTAVA SEDUTI DALLE 5 ALLE 21” – LA CELLA DI QUATTRO METRI PER DUE, DA DIVIDERE CON UN COMPAGNO, I MATERASSI LERCI BUTTATI PER TERRA, GLI SCARAFAGGI E I TOPI CHE CAMMINAVANO ACCANTO E LA PAURA DELLE TORTURE

I giorni «passati nell’acquario»: una grande stanza circondata da vetri, attraverso i quali non si può guardare all’esterno. Ma tutti guardavano dentro. «Non potevo parlare con nessuno, né
guardare. Si restava seduti dalle 5 alle 21, quando ti davano la possibilità di sdraiarti».
La cella: quattro metri per due, forse anche più piccola. Da dividere con un compagno. «Nel mezzo c’era un bagno alla turca, sopra la doccia. Dovevi fare tutto davanti a tutti, se eri fortunato, perché l’acqua arrivava soltanto poche ore al giorno».
I materassi lerci buttati per terra, gli scarafaggi che camminavano accanto, le zanzare che costringevano a dormire bardati, con il caldo torrido d’estate e il freddo gelido d’inverno. La paura delle torture, quelle che si raccontava fossero perpetrate in un piano della struttura.
L’isolamento dall’esterno: aveva una Bibbia in spagnolo. All’ambasciatore non è stato nemmeno concesso di portare i libri che gli aveva preparato, sull’intelligenza artificiale e su San Francesco. Le lunghe partite a scacchi, con i pezzi costruiti con la carta igienica.
Alberto Trentini è seduto sul Gulfstream G600 in uso ai Servizi per tornare a casa. Ha dormito in ambasciata nelle ore trascorse ad aspettare la partenza: era arrivato nella tarda serata di Caracas di domenica ed è rimasto lì fino alle sei del pomeriggio di lunedì. E nelle dieci ore di volo si appisola soltanto un paio di volte.
Accanto a lui c’è Mario Burlò, il compagno di prigionia. Ma soprattutto c’è il direttore dell’Aise, Gianni Caravelli, e altri quattro agenti del nostro servizio estero che hanno lavorato in questi mesi per la sua liberazione. E che sono partiti per andarlo a riprendereHanno davanti un piatto di pollo al limone e carciofi alla romana, che Alberto gusta con calma, per non perdersi alcun sapore. Chiede del parmigiano. Aprono una bottiglia di vino rosso.
La procura di Roma, trattandosi ufficialmente di un arresto e non di un sequestro, non ha aperto alcun fascicolo. E si è deciso di non sentirli per il momento, come invece accadde — tra non poche polemiche — in un caso simile, quello di Cecilia Sala. Ma non è affatto escluso che ascoltarli diventi prima o poi necessario.
Quello che emerge dai loro racconti assomiglia a vere e proprie torture durante la prigionia. Non «un buon trattamento», come era stato fatto emergere nelle prime ore, forse anche per non irritare il governo venezuelano.
«Non ho subito alcuna violenza fisica», ripete Alberto agli uomini dell’Aise mentre sono in volo. Niente botte, quindi. Nessuna tortura. Ha sempre mangiato — focaccia di mais a colazione, pranzo e cena — non sempre sono riusciti a prendere le medicine. Ma a travolgerlo è stata la capacità di El Rodeo «di non ucciderti in un giorno, ma di cambiarti in silenzio».
È la paura, l’alienazione, il degrado a cui viene costretto un essere umano. Alberto Faceva fatica a vedere, perché non aveva gli occhiali. Ma non faceva fatica a sentire, sul corpo nella testa. Alberto ha confermato ai nostri agenti di essere passato per «La Pecera», l’Acquario appunto, un luogo dove vengono portati i detenuti politici prima di El Rodeo. Una stanza, «con i condotti dell’aria condizionata», in cui tutti possono guardare dentro. Ma non si riesce a stare fuori.
Bisogna stare seduti su una sedia, immobili. Quasi nudi. Al
freddo. Per più di sedici ore senza poter fare nulla. Né parlare, né guardare. È una tortura bianca. Così come lo era la minaccia costante di essere portati nel piano «delle torture fisiche», di cui tutti parlavano: una zona in cui i detenuti sarebbero stati picchiati.
Trentini non c’è mai stato. Ma bastava il racconto a terrorizzare. «Alle volte spargevano la voce che dall’esterno fosse arrivato l’ordine di farci passare a un regime ancora più duro». Hitler, Diavolo, Squalo: così si facevano chiamare i secondini che giravano per i corridoi della prigione.
Quelli che li incappucciavano ogni volta che dovevano portarli fuori dalle celle, che stringevano le manette ai polsi fino a farli sanguinare, che li interrogavano con domande ripetute e ossessive, nella paranoia di complotti anti Maduro. Si ha paura di non uscire vivi.
Non perché una di quelle pistole che i secondini puntavano alla tempia durante gli interrogatori potesse sparare. Ma perché non si riusciva più a resistere alla tortura bianca del «non fare nulla», alle luci sempre accese, al dormire tra gli scarafaggi, ai topi che passavano a pochi metri dal volto.
«Come sto?» ha chiesto agli agenti, toccandosi la testa. Gli hanno tagliato barba e capelli prima di liberarlo. Hanno capito che qualcosa stava per succedere quando li hanno portati fuori dalla cella senza cappuccio. Era una delle prime volte.
«Dentro il carcere non sapevamo nulla, nessuno ci aveva detto che fosse caduto Maduro». Non sapeva nemmeno che temperatura ci fosse fuori. In borsa, lui e Burlò avevano soltanto magliette a maniche corte e pantaloncini. «In Italia fa freddo?»
ha chiesto, mentre un agente gli passava un pile e un giubbotto. Meno che in un acquario. La nuova vita di Alberto Trentini è cominciata così.
(da Repubblica)

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L’AMERICA È UNA POLVERIERA PRONTA A ESPLODERE: GLI SGHERRI ANTI-IMMIGRAZIONE DI TRUMP HANNO FERMATO UN’AUTO CON UNA DONNA ALLA GUIDA E L’HANNO TRASCINATA FUORI DAL VEICOLO IN MODO VIOLENTO

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

SEI PROCURATORI FEDERALI IN MINNESOTA SI SONO DIMESSI IERI PER PROTESTA CONTRO IL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA CHE SPINGE PER UN’INDAGINE PENALE A CARICO DELLA VEDOVA DI RENEE GOOD E OSTEGGIA LE INDAGINI SUL FEDERALE CHE HA SPARATO

Resta alta la tensione a Minneapolis, ad una settimana dalla morte di Renee Good uccisa da un agente dell’immigrazione con tre colpi di pistola al volto.
Durante una manifestazione nella città del Minesota l’Immigration and Customs Enforcement ha fermato un’auto con una donna alla guida e l’ha trascinata fuori in modo violento, mentre lei cercava di liberarsi dalla presa degli agenti. La donna è stata portata via ammanettata, mentre altri manifestanti hanno cercato di bloccare le forze dell’ordine.
Sei procuratori federali in Minnesota si sono dimessi ieri per protesta contro il dipartimento di Giustizia che spinge per un’indagine penale a carico della vedova di Renee Good, la donna uccisa mercoledì scorso da un agente a Minneapolis.
Lo stesso dipartimento osteggia invece le indagini sul federale che ha sparato. A dimettersi è stato anche il numero due della procura del Minnesota, Joseph Thompson: non ha voluto cedere alle pressioni ad avviare un’inchiesta penale su Becca Good, che con la moglie partecipava al monitoraggio dei raid anti-migranti.
(da agenzie)

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“A MILANO MILLE EURO DI STIPENDIO E 700 DI AFFITTO PER UNA CASA SENZA TERMOSIFONI”

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA STORIA DI ALESSIA: AFFITTI ALLE STELLE E STIPENDI BASSI RENDONO IMPOSSIBILE L’AUTONOMIA DEI GIOVANI

Caro vita alle stelle, instabilità del lavoro e stipendi inadeguati rendono ormai impossibile l’autonomia dei giovani. E così ecco che anche a Milano e dintorni, da sempre considerata in tutta Italia come la terra delle possibilità, per chi cerca di farsi strada nel mondo del lavoro e uscire dalla casa dei genitori la strada è ogni anno più in salita.
Alessia C., 25 anni, è una docente precaria di scuola primaria che oggi insegna a Inzago, provincia di Milano. “Ho iniziato come commessa in città. Dopo la scuola avevo necessità di mantenermi da sola, così ho cercato subito un impiego e ho fatto in modo di rendermi indipendente. Impossibile”.
Affitti alle stelle a Milano
L’ostacolo più grande? È quello dell’affitto. “Mi sono messa alla ricerca di una semplice stanza, e per mesi non ho trovato niente. C’è una competizione incredibile, e vedevo in giro solo prezzi folli. Poi ho trovato una soluzione a 600 euro più spese in via Padova, quindi 700 euro al mese. Con pagamento in nero, ovviamente: ogni primo del mese si presentava una donna a raccogliere i soldi, e poi spariva per i 30 giorni successivi. Con me c’erano ragazzi della mia età, studenti o giovani lavoratori appena trasferiti dal Sud”.
Giovani in cerca di un’opportunità che oggi, senza una famiglia alle spalle, il più delle volte sono destinati a essere espulsi dalla città, o al massimo confinati tra l’hinterland e le periferie.
Il prezzo pagato da Alessia per un posto letto, del resto, è in linea con la media cittadina, visto che Milano si è confermata anche quest’anno come la realtà più cara d’Italia per affittare una stanza, con una spesa di ben 732 euro al mese. E non sempre il già salato affitto corrisponde a un reale comfort abitativo. Anzi, troppo spesso le condizioni dell’appartamento pagato a caro prezzo sono ai limiti dell’agibilità. “Era terrificante. La cucina un corridoio strettissimo, ci si entrava a malapena, con due fornelletti da campeggio. In mezzo alle due stanze da letto, proprio all’ingresso, si trovava un tavolo da bar, di plastica, dove mangiare e studiare. Il tutto senza riscaldamento, non c’erano proprio i termosifoni. Per scaldarci c’erano solo delle piccole pompe di calore in camera, ma il resto della casa era freddo. Il bagno, d’inverno, era ghiacciato”.
Il tentativo di andare ad abitare fuori casa per Alessia, così, si interrompe dopo qualche tempo. “Il mio era un contratto a chiamata, con orari sempre diversi. Facevo più o meno 20-25 ore a settimana e, se andava bene, lo stipendio non superava comunque i mille euro. Solo per la casa ne spendevo 700… la mia era pura sopravvivenza, non vita. Ho chiesto con difficoltà una mano ai miei genitori, poi mi sono rassegnata. Mi sono detta: non vale la pena stare qui per vivere in questo modo, nascosta in una topaia, senza riuscire a mettere nulla da parte”.
Gli stipendi troppo bassi e la precarietà del lavoro
Del resto la questione riguarda anche gli stipendi medi, fermi da 20 anni e di conseguenza ormai troppo bassi per stare al passo con i costi di una metropoli come Milano, che mentre attira milionari, star e manager lascia indietro la maggior parte della popolazione. Offrendo loro, oltre a case a costi proibitivi e svaghi pagati a caro prezzo, un mercato del lavoro che prevede troppo spesso stage non pagati, continui contratti a termine o a chiamata. Il risultato? Niente casa propria, niente figli e famiglia, progetti personali rimandati a data da destinarsi. In poche parole, niente autonomia per i cittadini e niente crescita per il Paese, destinato in questo modo a stazionare sempre in fondo alle classifiche europee.
“Trovare un lavoro qui non è difficile, solo che poi non ti permette comunque di sostenerti davvero economicamente. Così dopo aver cambiato altri impieghi simili, sempre a scadenza, ho da poco deciso di provare a intraprendere la strada dell’insegnamento. La vedevo più sicura, un posto garantito, con orari che consentono una miglior qualità di vita e non che cambiano ogni settimana con turni fino alle 21, nel weekend o durante i festivi. Ma in realtà si è rivelata molto, molto difficile. Ho iniziato con le messe a disposizione e le supplenze alle elementari, quando mi chiamano prendo sui 1300/1400 euro al mese. Studierò per avere più titoli e tenterò il concorso, quando uscirà. Ma sarà un percorso lungo e complicato. Ora come ora non posso fare progetti a medio o lungo termine, vivo alla giornata, senza certezze o prospettive”.
Una vicenda emblematica, visto che stando ai dati di Adesso!, l’età media dell’uscita di casa è oltre 30 anni (in Svezia, Danimarca o Finlandia è 21), mentre il 67 per cento degli under 35 vive ancora sotto il tetto dei genitori, in perenne attesa di costruire il proprio futuro visto che i salari medi si aggirano intorno ai 1200 euro al mese, con il 70 per cento dei contratti a tempo determinato e un affitto medio che a Milano pesa il 76 per cento sullo stipendio.
L’autonomia impossibile dei giovani lavoratori
“Intanto sto comunque cercando casa in provincia, dove adesso lavoro. Anche qui, però, i costi sono proibitivi. Per trovare degli affitti accessibili bisogna allontanarsi da Milano, spingersi verso Lodi o Treviglio, ma l’offerta inizia a scarseggiare. Nel mio caso poi, da precaria senza garanzie familiari alle spalle, non è facile. Senza contare che per un monolocale non arredato a Cassano d’Adda mi hanno appena chiesto 600 euro, la metà del mio stipendio. Non è un caso raro, anche in provincia i bilocali arrivano a costare fino a 800/900 euro. Da sola senza genitori alle spalle è impossibile, dovrei trovare per forza un compagno o qualcuno con cui divedere le spese”. Senza agevolazioni o detrazioni statali per i giovani sul primo affitto, insomma, non tutti riescono a mettere le basi per la propria vita.
“Sono davvero avvilita, soprattutto quando sento puntare il dito contro i giovani che escono di casa tardi. Quando studiavo non vedevo l’ora di essere indipendente, vivere la mia vita… ora guardo i miei compagni di classe, e vedo che nessuno è ancora riuscito a costruirsi una vera e propria strada. Bisogna necessariamente alzare gli stipendi, che in Italia sono bassissimi, e adeguarli a un costo della vita ormai altissimo. Soprattutto a Milano”.
(da Fanpage)

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LA CLASSE DI UN CIALTRONE. UN OPERAIO GRIDA A TRUMP: “PROTETTORE DEI PEDOFILI” E LUI RISPONDE CON IL DITO MEDIO E UN “VAFFANCULO”

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA SCENA DURANTE UNA VISITA DI TRUMP ALLA FORD DI DETROIT

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato il dito medio a un contestatore durante una visita a uno stabilimento della Ford a Detroit. In un video dell’episodio rilanciato dal tabloid statunitense Tmz, si vede Trump rivolgere un insulto e mostrare il dito medio a una persona fuori campo, che lo accusa di essere un “protettore di pedofili”.
§Il riferimento riguarda con ogni probabilità il caso di Jeffrey Epstein e il rapporto del tycoon con l’ex finanziere, condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori, morto in carcere.
Cos’è successo
Trump si trovava nello stabilimento per una visita prima di tenere un discorso presso il Detroit Economic Club nel Michigan, sull’economia statunitense. Lo scambio di insulti è stato documentato da un video pubblicato online e rapidamente diffuso sui social. Nel filmato, qualcuno – probabilmente uno degli operai dell’impianto, urla contro il presidente statunitense anche se non è ben chiaro cosa gli dice. Le uniche parole che si riescono a sentire sono “protettore di pedofili”. Un’accusa a cui Trump risponde con rabbia. “Vaffanculo”, replica l’inquilino della Casa Bianca prima di mostrargli il dito medio.
Il commento dell’azienda
Interpellata sull’accaduto, Ford ha affermato tramite il portavoce David Tovar di aver preso visione del filmato, ribadendo che il rispetto è uno dei valori fondamentali dell’azienda e che non vengono tollerati comportamenti inappropriati all’interno dei propri impianti, senza però entrare in dettagli specifici. “Abbiamo avuto un evento fantastico oggi e siamo orgogliosi di come i nostri dipendenti hanno rappresentato Ford. Abbiamo visto il video a cui ti riferisci. Uno dei nostri valori fondamentali è il rispetto e non tolleriamo che nessuno dica cose inappropriate del genere all’interno delle nostre strutture. Quando ciò accade, abbiamo una procedura per gestirlo, ma non entriamo in questioni specifiche relative al personale”, ha dichiarato a Tmz.
(da Fanpage)

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MELONI E SALVINI INSIEME A NETANYAHU E AI LEADER DELL’ESTREMA DESTRA PER LO SPOT ELETTORALE DI ORBAN

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

MA CHE BELLA COMPAGNIA AL SERVIZIO DI UN INFAME

Viktor Orbán ha scelto di aprire la sua campagna elettorale guardando oltre i confini ungheresi, come spesso accade quando il consenso interno non basta più a raccontare una storia di forza. In vista del voto di aprile, infatti, il leader di Fidesz (partito politico di orientamento nazional-conservatore e di destra) e Primo Ministro dell’Ungheria ha diffuso sui social un video che raccoglie una serie di messaggi di sostegno da parte di leader
stranieri, una sorta di passerella internazionale pensata per ricordare agli elettori che Fidesz resta il perno di una rete politica in grado di attraversare l’Europa e oltre
Tra i volti che scorrono nel breve filmato compaiono anche quelli di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. I due leader italiani partecipano con due stili e toni diversi, che però finiscono per riflettere proprio il ruolo che ciascuno ricopre oggi sulla scena internazionale: la Presidente del Consiglio parla in inglese, con tono istituzionale, collocandosi nel registro di una leader che dialoga con l’estero. Salvini sceglie invece l’italiano, poi chiude con un’incitazione in ungherese, quasi a voler stabilire un contatto diretto e simbolico con il pubblico di Orbán. Nel suo messaggio, Meloni richiama i temi a lei più familiari quando parla di Europa: la difesa della sovranità nazionale, l’orgoglio per le radici culturali e religiose, l’idea di una collaborazione tra governi che non rinunci alla propria identità. Salvini è invece più diretto e più allineato alla linea di Orbán, soprattutto sul terreno internazionale. Il suo appello al voto per Fidesz passa attraverso il tema della pace, con una sintonia che da tempo lo lega al premier ungherese anche nelle letture più controcorrente della guerra in Ucraina.
Ma il contesto in cui questo endorsement prende forma, è tutt’altro che neutro. Il video costruito dal leader di Fidesz mette insieme una compagine politica che rappresenta oggi il lato più controverso della destra internazionale; accanto a Meloni e Salvini, infatti, compaiono anche Alice Weidel, leader dell’AfD, partito tedesco di estrema destra spesso criticato per posizioni considerate vicine al neonazismo, Marine Le Pen, Santiago
Abascal, il presidente argentino Milei e, per finire, il premier israeliano Benjamin Neanyahu su cui pende niente meno che un mandato di cattura internazionale, emesso dalla Corte Penale Internazionale, per crimini di guerra e contro l’umanità. Una galleria di figure accomunate dall’attrito con i grandi equilibri europei più che da un progetto condiviso, figure però profondamente utili a Orbán per disegnare un fronte alternativo e compatto, almeno nell’immagine.
Ed è propria questa cornice a rendere l’operazione delicasoprattutto per la premier italiana: Meloni si ritrova infatti nello stesso spazio mediatico con leader da cui, in parte, ha cercato di tenere una certa distanza, in particolare con l’AfD di Weidel, esclusa dai Conservatori europei, per non compromettere il dialogo con il Partito popolare. Nel video, però le distinzioni politiche sembrano quasi attenuarsi, lasciando spazio invece a una scena che diventa collettiva, senza troppe gerarchie né distinguo espliciti.
In questo contesto, il momento scelto da Orban non sarebbe casuale: dopo anni di dominio quasi incontrastato, i sondaggi in questo periodo raccontano un’Ungheria molto meno prevedibile. Il partito di opposizione Tisza guidato da Péter Magyar, viene infatti dato in vantaggio, dunque la campagna elettorale si apre davvero in un clima di competizione reale. La parata di sostegni internazionali appare insomma allora come un tentativo di compensare le incertezze interne con una dimostrazione di solidità esterna, affidando così ai volti noti della destra globale il compito di rafforzarne la narrazione.
Insomma, lo spot che ne esce sembra andare oltre il semplice gesto di solidarietà politica. Racconta un’Europa che si muove ai margini dei circuiti tradizionali e una destra italiana che, pur mantenendo registri e ambizioni diverse, accetta di comparire nello stesso fotogramma: per Orbán è certo una scommessa necessaria in una fase più incerta del solito. Per Meloni e Salvini, una scelta invece che guarda al proprio elettorato, ma che inevitabilmente si deposita anche nei rapporti con Bruxelles e con le altre capitali europee, dove ogni immagine a volte, conta più delle parole.
(da agenzie)

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ORA I SOVRANISTI HANNO SCOPERTO LA BELLEZZA DEI DIRITTI E DEL DISSENSO, MA SOLO IN IRAN E IN VENEZUELA

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO ANNI PASSATI A NEGARE DIRITTI E A REPRIMERE IL DISSENSO SI SPACCIANO PER AMICI DEI GIOVANI

Finalmente Donald Trump dice di continuare a manifestare contro un potere autoritario e repressivo ai ragazzi nelle piazze.
Ragazzi iraniani, s’intende.
Finalmente Matteo Salvini dice che sta dalla parte dei diritti e della libertà delle donne, contro le ingerenze della religione e dei suoi sacerdoti.
Donne iraniane, s’intende.
Finalmente i media fanno la conta dei morti di chi si ribella all’oppressione, mostrando i segni della violenza e i sacchi neri dei cadaveri per strada, senza mettere in dubbio la versione dei manifestanti e degli oppressi.
Finalmente Ursula Von der Leyen parla di sanzionare economicamente, come minimo, chi opprime e reprime brutalmente i più deboli e gli indifesi.
Deboli e indifesi iraniani, s’intende.
Finalmente sentiamo parlare della bellezza di una civiltà secolare in cui la religione non deve avere ingerenze di alcun tipo nella vita politica.
Vita politica iraniana, s’intende
Finalmente nei talk show di Retequattro parlano con empatia e compassione di coloro i quali scappano dal loro Paese a causa di condizioni materiali devastanti. Migranti economici, insomma
Migranti economici venezuelani, s’intende.
Finalmente la destra dopo anni di prigioni “di cui buttare via le chiavi”, di decreti sicurezza, di migranti “da rimandare a casa loro”, di dissenso da reprimere, di blocchi stradali da sanzionare col carcere, di radici cattoliche e cuori immacolati di Maria da difendere con la cappa e con la spada, ha deciso di cambiare registro.
Ovunque, ma non da noi. S’intende.
(da Fanpage)

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IL BOOM DEI PREZZI ALIMENTARI IN 4 ANNI, LA SPESA PER IL CIBO PIU’ CARA DEL 24,9%

Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile

SCATTA L’INDAGINE SUI SUPERMERCATI

I prezzi dei beni alimentari sono sempre più alti e l’Antitrust ha deciso di avviare un’indagine conoscitiva sul ruolo della grande distribuzione organizzata (Gdo), ovvero la rete di supermercati, nella filiera agro-alimentare. Secondo i dati Istat, tra ottobre 2021 e ottobre 2025, i costi dei beni alimentari hanno registrato un aumento del 24,9%, superiore di quasi 8 punti rispetto all’indice generale dei prezzi al consumo (pari al 17,3%). L’indagine dell’Antitrust nasce dal grande divario, che si è creato negli ultimi anni, tra l’inflazione generale e l’inflazione dei generi alimentari e dal forte squilibro di potere contrattuale degli agricoltori rispetto alle grandi catene della Gdo.
Le motivazioni dell’indagine dell’Antitrust
L’Antitrust sottolinea che l’ambito della filiera agro-alimentare, nonché la fase di scambio tra i distributori finali e i fornitori «rappresenta uno snodo cruciale, sia per la determinazione del livello di remunerazione dei fornitori, e, di conseguenza, dellaredditività delle attività produttive a monte, sia per la definizione dell’andamento dei prezzi al consumo».
Per questo, l’indagine conoscitiva punta a chiarire «le modalità di esercizio del potere di acquisto da parte delle catene della Gdo, anche attraverso diverse forme di aggregazione non societaria (cooperative, centrali e supercentrali); la richiesta ai fornitori, da parte delle catene distributive, di corrispettivi per l’acquisto dei servizi di vendita – come l’inserimento in assortimento, le modalità di collocamento dei prodotti a scaffale, le promozioni, il lancio di nuovi prodotti, ovvero il cosiddetto trade spending) – il crescente rilievo dell’incidenza dei prodotti a marchio del distributore (le cosiddette Private Label)».
In particolare, quest’ultimo punto è considerato significativo. «La gestione degli acquisti e della vendita dei servizi ai fornitori, come quella dell’approvvigionamento e del posizionamento dei prodotti Private Label, rappresentano un’importante leva strategica di competizione a valle tra gli operatori della Gdo e incidono direttamente sulle dinamiche di formazione dei prezzi finali», spiega l’autorità sottolineando così il ruolo nella concorrenza.
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