Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
SILENZIO VILE SULLE VIOLAZIONI DI TRUMP, NETANYAHU, LIBIA E MEZZO MONDO POI ANDIAMO A FARE I MORALISTI CON LA SVIZZERA… IL SISTEMA GIUDIZIARIO SVIZZERO PREVEDE LA LIBERTA’ PROVVISORIA SU CAUZIONE CON FIRMA OGNI GIORNO, SORVEGLIANZA E RITIRO DEI DOCUMENTI, DOVE STA IL PROBLEMA? … CHI HA VERSATO LA CAUZIONE? SARANNO CAZZI LORO
«Il presidente del consiglio ed io stamani eravamo veramente indignati. Non solo come rappresentanti del governo italiano, ma come genitori e io anche come nonno». Queste le parole del ministro degli esteri Antonio Tajani sulla scarcerazione di Jacques Moretti.
Accusato insieme alla moglie Jessica Maric di omicidio, lesioni e incendio colposi per la strage di Capodanno a Le Constellation di Crans Montana, è stato «salvato» (per ora) da un amico. Che ha versato sul conto della procura di Sion la cauzione fissata in 200 mila franchi svizzeri, ovvero 215 mila euro.
«Per 200mila franchi – ha aggiunto il ministro – si è venduta la giustizia in quel cantone. Siamo indignati con la magistratura cantonale». Dura anche la nota di Palazzo Chigi. Per Tajani Moretti potrebbe fuggire: «La magistratura cantonale che è responsabile di una inchiesta che fa buchi da tutte le parti». E infine: «Consideriamo la decisione di scarcerare il signor Moretti inaccettabile, che offende non soltanto la memoria delle vittime e offende i feriti, ma offende il sentimento di tutto il popolo italiano e non solo».
Chi ha pagato? La persona ha deciso di rimanere nell’anonimato anche per evitare problemi con l’opinione pubblica. Ma sono tre i personaggi della cittadina svizzera che potrebbero aver effettuato il pagamento. Ovvero il notaio o l’agente assicurativo che hanno gli uffici vicino al locale dei Moretti. Oppure un terzo uomo che, assieme a «persone che frequentiamo regolarmente per le nostre attività», non gli avrebbero fatto mancare la solidarietà. Intanto, rischia di aprirsi un caso diplomatico: l’Italia, infatti, dopo la decisione del Tribunale di Sion, ha deciso di richiamare l’ambasciatore italiano in Svizzera.
La decisione è stata presa di comune accordo tra il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, determinata a far valere le istanze dell’Italia e dei familiari delle vittime e dei feriti. Dopo la notizia del rilascio di Jacques Moretti, la premier Meloni aveva espresso tutta la sua indignazione: «La considero un oltraggio alla memoria delle vittime della tragedia di Capodanno e un insulto alle loro famiglie, che stanno soffrendo per la scomparsa dei loro cari. Il governo italiano chiederà conto alle autorità svizzere di quanto accaduto».
Duro anche il messaggio pubblicato su X dal ministro Tajani: «È un atto che rappresenta un vero oltraggio alla sensibilità delle famiglie che hanno perso i loro figli a Crans-Montana, che non tiene conto del lutto e del dolore profondo che queste famiglie condividono con il Popolo italiano».
Jacques il Corso, 47 anni, è uscito dal carcere perché i pm hanno ritenuto l’importo «adeguato e dissuasivo». La persona che ha pagato ha prima informato i suoi avvocati e poi ha chiesto protezione alla polizia. Alcuni dubbi sulla provenienza illecita dei franchi usati per Moretti sono caduti: il tribunale ha esaminato l’origine della cifra, così come la «natura del rapporto tra l’imputato e la persona che ha versato tale cifra», appunto quel «caro amico».
Per questo, spiega oggi il Corriere della Sera, è arrivato il via libera all’uscita dal carcere des Îles. Dove Moretti stava in una cella in cui non riusciva né a mangiare né a dormire. E per la stanchezza aveva anche ottenuto il posticipo della seconda parte del suo interrogatorio.
Gli obblighi
A Moretti, così come era successo prima alla moglie Jessica e ai figli, sono stati tolti i documenti d’identità. Avrà anche l’obbligo di presentarsi a firmare ogni giorno in un commissariato. Probabilmente quello di Sierre, località a metà tra Lens (dove Jacques possiede anche il ristorante Vieux Chalet) e Sion. E dove la moglie firma ogni 72 ore. Nel frattempo, la Procura di Sion afferma che l’indagine «può estendersi», un riferimento alle presunte responsabilità del comune di Crans che dal 2019 non aveva ispezionato il Constellation. I sospetti sull’identità dell’amico partono da una coincidenza spaziale. I loro uffici sono proprio di fronte a Le Constel. Appena oltre la rotatoria dove si trovava l’entrata del locale.
Il notaio sta a destra, l’assicuratore a sinistra lungo rue Centrale. «A parte le relazioni professionali, l’imputato non ha concretamente stretto relazioni personali con nessuno in Vallese», scriveva la procura di Sion. «Non ha tempo per nessun momento libero, quindi, a parte la sua attività professionale e i suoi beni immobili ampiamente ipotecati (del valore di oltre 5 milioni), non ha alcun legame in Svizzera», aggiungeva segnalando il pericolo di fuga. Anche se nelle ore successive alla strage la procuratrice generale Béatrice Pilloud non aveva ritenuto di dover utilizzare misure cautelari.
«Abbiamo la nostra famiglia qui, le nostre attività sono qui, i nostri figli sono nati qui. Ci sentiamo molto vicini alle persone di questo posto e speriamo di poter continuare la nostra vita qui» perché «la nostra vita è il lavoro», aveva detto lui ai giudici nelle testimonianze preliminari. Aggiungendo di avere a Crans-Montana pochi amici e «molto stretti», e citando per nome il notaio, l’agente assicurativo e un terzo uomo che, assieme a «persone che frequentiamo regolarmente per le nostre attività», non gli avrebbero fatto mancare la solidarietà: «Abbiamo ricevuto sostegno da tutte le parti».
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
AL SERVIZIO DEI POTERI FINANZIARI, CON UNA GRETTEZZA E UN BULLISMO IN CUI SI POSSA RICONOSCERE UN’OPINIONE PUBBLICA DEGRADATA
Per comprendere il fenomeno apparentemente assurdo di un uomo come Donald
Trump assurto sulla poltrona più potente dello scenario mondiale, occorre operare
quella che in filosofia si chiama “fenomenologia”. Ossia risalire ai presupposti nascosti e al senso profondo per cui si è ritenuto di svilire la democrazia al punto da farla governare da un burattino della finanza, tanto incapace, dispotico ed eterodiretto nella sua amministrazione economica e politica, quanto sguaiato e violento nella sua azione socio-culturale. Un po’ quello che Umberto Eco aveva fatto, nel 1961, volendo spiegare il retroterra culturale che sottendeva il fenomeno appena nato della televisione, quando scrisse il fortunato pamphlet Fenomenologia di Mike Bongiorno.
Operare una fenomenologia di Donald Trump è fondamentale per non restare impigliati nelle maglie strette dei due atteggiamenti predominanti fra le persone di buon senso: da una parte, incredulità, sconcerto e pena per come si è ridotta la “più grande democrazia dell’Occidente”, arrivando ad avere come presidente un soggetto oscillante fra azioni fasciste e imperialiste; dall’altra, condanna e rifiuto netti col rischio di scivolare, però, nella sterilità, dal momento che trattasi di persona democraticamente eletta da un popolo a cui non è bastato il primo mandato e che, evidentemente, sente di rifiutare l’alternativa liberal e democratica.
Occorre, allora, risalire a un fatto di cui ricadeva il 50esimo anniversario nel 2025 e che oggi è stato completamente ignorato. Mi riferisco al Rapporto sulla governabilità delle democrazie, curato da Samuel P. Huntingrton (per i dati sull’America), Michel Crozier (Europa) e Joji Watanuki (Giappone e Oriente). Già il titolo principale era eloquente: “La crisi della democrazia”. Ma non una crisi come potrebbero intenderla oggi dei sinceri democratici, osservando per esempio gli scempi che ne sta facendo il presidente americano. No, con il termine “crisi” la Commissione Trilaterale (un’élite finanziaria e politica fondata dal banchiere statunitense David Rockfeller, fondatore anche del Gruppo Bilderberg) intendeva questo: le società democratiche di quel tempo (post Sessantotto) erano in “crisi” perché troppe persone studiavano e si impegnavano a ragionare di questioni politiche. Cioè troppe persone si istruivano ed erano in grado di mobilitarsi, in seguito all’esercizio del pensiero critico, per contestare la “finanziarizzazione” della vita politica e quotidiana che le elite neo-liberiste intendevano imporre. Insomma: troppa istruzione e troppa democrazia erano individuati come fattori di pericolo per chi desiderava una società governata dai mercati.
Il Rapporto della Trilaterale suggeriva misure capillari al fine di ottenere una popolazione con pochi strumenti per criticare e contestare il potere economico, sulla base appunto della difesa della democrazia. Si trattava di erodere gradualmente il “pensiero complesso”, di distruggere la capacità logica delle persone e di affermare una “psicologia di massa della sottomissione”, per riprendere le espressioni del situazionista Guy Debord (l’autore de La società dello spettacolo). Insomma, per recuperare l’analisi chirurgica, stavolta del sociologo americano Charles Wright Mills, si trattava di costruire un’umanità fornita di razionalità economica ma sprovvista della ragione.
Quella stessa umanità che oggi – stando ai rilevamenti degli studi di settore – risulta in larga parte incapace di un pensiero autonomo e critico, inetta nell’operare un pensiero logico in grado di collegare cause ed effetti di un fenomeno, inadeguata a cogliere il significato profondo di un testo scritto o di un discorso verbale.
Esattamente come nel caso della fenomenologia di Mike Bongiorno si trattava di costruire un personaggio in cui il pubblico potesse riconoscersi (ottenendo il successo mediatico e quindi commerciale), nel caso della fenomenologia di Donald Trump si è trattato di affermare un personaggio – anche lui al servizio dei poteri finanziari – nella cui grettezza, superficialità, dispotismo e bullismo si potesse riconoscere un’opinione pubblica degradata. Ma anche un’opinione pubblica, quella che si riconosceva nell’area liberal e progressista, che ha dovuto assistere impotente alla distruzione del sistema di giustizia sociale e alla privatizzazione dei beni pubblici operate a cavallo del millennio proprio da governi sedicenti di sinistra (Clinton, Schroeder, Blair, Prodi).
Perché l’onestà intellettuale impone di riconoscere questo dato sostanziale: il fenomeno Trump negli Usa, come anche l’affermazione di tutte le altre destre più o meno becere e revansciste all’interno della galassia occidentale, sono figlie tanto di un pensiero reazionario, razzista e imperialista duro a morire, quanto di un mondo progressista che risulta privo di un pensiero almeno dal 1989.
Paolo Ercolani, Filosofo, Università di Urbino “Carlo Bo”
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
I CONTROLLI FUNZIONANO SOLTANTO PER LO STORICO CHE SI E’ PERMESSO DI ANNUNCIARE IL SUO NO AL REFERENDUM
Hanno messo sulla graticola lo storico Alessandro Barbero accusandolo di essere uno sparaballe perché ha osato dire che voterà No al referendum. Ma al Sì tutto è concesso, compresa la censura dell’altrui opinione. Aiuta il fatto che Meta, nel suo regolamento, preveda appositamente di non fare le pulci ai post dei politici. Ovvio che il meglio allora siano proprio le bufale ripetute senza rischi di fact checking: la separazione delle carriere compirà i miracoli più disparati come finalmente far funzionare i centri d’Albania che ci costano 1 miliardo per rimanere deserti. Ma renderà anche più sicura la nazione spedendo altrove gli irregolari e mettendo in ceppi gli scalmanati nostrani e pure in gattabuia i pedofili. Provare per credere.
Matteo Salvini lo scorso 14 gennaio ha fatto bingo associando il referendum alla sconfitta del male. “Siamo oltre l’assurdo. Per me, per aver fermato gli sbarchi e difeso i confini, avevano chiesto 6 anni di reclusione. Per questo MAIALE che ha stuprato una bambina di dieci anni mettendola incinta, una condanna di 5 anni? Difficile definirla ‘giustizia’: sempre più convinto a votare SÌ al referendum”, ha detto, anche se poi la riforma serve pure per i bimbi del bosco e molto altro. La tesi la declama in un post del 24 novembre. “Il referendum sulla riforma della giustizia è un passo avanti fondamentale di civiltà. Anche la cronaca degli ultimi giorni lo dimostra, dal sequestro dei tre bambini portati via in modo indegno e vergognoso all’incredibile vicenda di Garlasco”. Per rimanere in zona Garlasco, va detto che Giorgia Meloni alla kermesse di Atreju ha trovato il vero colpevole. “Avanti con la storica riforma della giustizia. Votate per voi stessi e per il futuro della nazione. Votate perché non ci possa più essere una vergogna come quella di Garlasco”. Ma che c’entrano i bimbi nel bosco o Garlasco con la riforma? Assolutamente nulla, come del resto il caso di Enzo Tortora.
Ma tutto fa brodo e ognuno gli dà la piega che vuole. Quella di FI è la solita. “Mai più casi come quello del presidente Berlusconi! Mai più una giustizia usata come una clava. Il referendum è per tutti gli italiani: per dare voce ai cittadini e trasformare le parole in fatti” ha detto la vicepresidente del Senato di Forza Italia, Licia Ronzulli. Ma c’è pure chi vuol far credere che si deve votare Sì alla riforma perché i magistrati scarcerano pure senza motivo alcuno ogni tipo di teppaglia e di
malviventi compresi i ProPal: è un dettaglio che il caso preso ad esempio dell’andazzo si riferisca a una decisione assunta dalla giustizia amministrativa di cui la riforma non si occupa affatto.
Ecco qui però in azione la propaganda social di Fratelli d’Italia che rilancia il titolo del Tempo con chiosa di rito – Sì, bisogna cambiare –: “Il Tar sospende il Daspo urbano ai proPal che devastarono Milano”. Ma fanno gioco pure gli Imam. Sentite qui. “La giustizia funziona in Italia? No. Votiamo #Sì al referendum: soggetti simili non resteranno più sul suolo italiano” si legge in un post del meloniano Galeazzo Bignami dopo un intervento su Libero cavalcando il sempreverde teorema delle “Toghe rosse” associato “alle follie Islamiche”.
Idem per un’altra intervista dello stesso capogruppo FdI al quotidiano di Capezzone. “Per avere un’Italia sicura va riformata la giustizia. Così chi sbaglia dovrà pagare”. Rilanciata con questo commento sui social meloniani: “Non possiamo fingere di non vedere una parte della magistratura che agisce per motivi ideologici. Toghe rosse pronte a sabotare, a suon di cavilli e con l’appoggio della sinistra, quanto fa il governo. Chi ha a cuore la sicurezza dell’Italia deve votare Sì”. E via postando con altre card fabbricate per accostare il tema dei migranti e della sicurezza alla riforma. “I centri in Albania sono un modello per l’Europa, ma non per certi giudici politicizzati. Il 22 e 23 marzo non fermare il cambiamento!”. Per finire con la chicca: “Voglio che non ci siano disegni politici della magistratura sull’immigrazione” spiega la card su fondo bianco e barcone carico di clandestini. Che incassa like ma pure i pernacchi per la disinformatia che gode dell’immunità dei fact checking zelanti.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO DE GAULLE DISSE: “QUESTA EUROPA E’ SENZA ANIMA. SENZA SPINA DORSALE, SENZA RADICI”
Ah Zelensky: ci frusta, ci sveste, ci sibila addosso impietoso. Stronca, puntiglioso, il
nostro pavido Kukturkampf fatto di chiacchiere e impotenza, di recidivi engagé inadempienti. Ma come? La vittima di Putin a cui abbiamo affidato armi raffinate e denaro, molto denaro senza clausole o scadenze : sia lui a decidere quando la pace gli sembrerà giusta…
Anni sessanta, la frase è implacabile come era il personaggio: ‘’Questa Europa è senza anima, senza spina dorsale, senza radici’’. La voce: De Gaulle. Non risuonano moleste assonanze? Il Generale stroncava, allora, un continente che oscillava capricciosamente tra due mondi: tra il mondo della divisione e della soggezione e quello che voleva raggiungere, dell’indipendenza e dell ‘unità. Somiglianze che hanno fatto la muffa nella penobra dei tempi nuovi: cresceva anche allora il risentimento per il ‘’dominio americano’’, che Trump ha solo reso
più esplicito e brutale, ma l’Europa non trovava come oggidì accordo su come ridurre questa dominazione.
De Gaulle faceva appello a ‘’una Europa indipendente, forte e influente nel mondo libero’’. Anche se poi fu lui, rifiutando di diluire la sovranità francese in una comunità politicamente unificata, a contribuire a quel mancato sviluppo. C’è molto De Gaulle nell’europeismo eppur così lodato di Macron ….Oggi l’Unione sulla carta esiste. ma il problema resta irrisolto.
Così, più di mezzo secolo dopo, a scandire verità implacabili è l’ucraino Zelensky. L’Europa, ci accusa impietosamente, è una potenza di second’ordine, anzi nemmeno una potenza vera e propria: ama molto parlare del futuro ma non agire nel presente…’’.. Perché non sono più i tempi che consentono svogliate acquiescenze, sono epoche di sciacalli e di lupi. Mentre il suo potere economico è maggiore di quanto lo sia mai stato la sua influenza politica è scomparsa : ‘’c’è sempre qualche cosa di più urgente…manca il tempo? O la volontà politica?…’’.
Un tempo una guerra in Europa, come quella in Ucraina, diventava automaticamente ‘’una guerra mondiale’’, oggi non più. Zelensky non può, dal suo punto di vista, che rammaricarsene. da quattro anni incalza, se gli europei vogliono davvero salvare l’ucraina (e sé stessi) devono combattere direttamente contro la Russia. e non metter mano, in modo ipocrita, solo al portafoglio.
L’Europa, dixit il leader di Kiev, non è più il centro del palcoscenico mondiale ma uno spettacolo caleidoscopico di secondo piano . Quando si tratta di deflagrazioni fondamentali di politica estera (Iran, Palestina, Ucraina, Taiwan…) i reali centri di decisione stanno ormai altrove.
Accuse ingiuste? Aggettivi sgradevoli? Il fatto che da quattro anni l’Ucraina resista anche, e forse soprattutto, per l’indiretto aiuto europeo può offendere i sonni tranquilli di Bruxelles. Ma non elude il fatto che zelensky, in gran parte, ha ragione. L’esempio che ha scelto , l’Iran dove si stanno battendo tutti record di repressione, è un tentennamento e una impotenza non scelto a caso. Perché qui sta per scatenarsi la nuova manesca tempesta di Trump; e anche questa volta gli europei staranno a guardare tenendosi alla larga se non con postille e inviti alla ‘’deregulation’’, asserragliati nel bozzolo del mai nato diritto internazionale. Zelensky, di fronte alla spasmodica attenzione che l’Europa ha rivolto invece al problema del ‘’suo’’ pezzo di ghiaccio artico, ha tratto la morale: inutile perder tempo come finora, a fare la corte a volenterosi e meno volenterosi egualmente impotenti. Vi preleverà ancora
soldi (l’Europa bancomat…) e retoriche lodatorie, con cui non si difendono le trincee, ma se vuole salvarsi dalla micidiale usura di Putin, l’unico suo interlocutore è Trump ‘’con cui lavora ogni giorno’’. L’unione è un ‘’board’’ di anime candide, di principi immacolati, di esperti di apocalisse annunciate e di predicatori che sguazzano nel retorico per sfuggire alle terrificanti grane della realtà.
E’ l’ennesima trasformazione di Zelensky, si toglie una maschera, la vittima impavida, l’eroe indomito ma ‘’per conto di…’’, e ne indossa un’altra: si elegge vero Capo dell’Europa spaventata, lui che la guerra la combatte e la paga con il sangue del suo popolo, lui che ha la Forza e la sa usare. Che cosa è diventata in questi quattro tremendi anni di guerra, per necessità, la Ucraina? Uno Stato militare in cui tutto è volto alla guerra totale, in grado di resistere e (forse) di vincere contro la Russia putiniana. Oggi l’ucraina, sputando sangue, è la nuova Prussia d’Europa: il congegno militare più forte del vecchio continente, gli ucraini sono guerrieri a tempo pieno, per cui non esiste un addio alle armi prossimo o remoto. gli eserciti europei recitano la guerra nelle innocue esercitazioni da cui, come in Groenlandia, si torna a casa dopo pochi giorni.
Era così nel Settecento la Prussia di Federico Guglielmo il re sergente, il padre di Federico secondo, che vi aggiunse il genio tattico, un paese di contadini perennemente coscritti che dedicava ogni goccia di energia a un apparato bellico in grado di confrontarsi con i Grandi europei dell’epoca, abituati come ora a guerre ‘’en dentelles’’, tra salotti illuministi e Trianon cortigiani. Un esercito che possedeva uno Stato e non viceversa.
In fondo Zelensky rivolge all’Europa le stesse accuse di Putin, che vi aggiunge il disprezzo: dopo aver tormentato sé stessi e il mondo con questioni di rango e di potenza, ora hanno interesse solo per l’abbondanza e per l’ozio. Loro, invece, sono immersi, da quattro anni, non più nel tempo delle guerre dei pigmei ma in quello reale della lotta tra i giganti.
Siamo stati noi a creare questo Zelensky che si sente potente e affrancato da riconoscenze: accettando, supinamente, continue richieste di armi e denaro, che servivano a zittire le sue rampogne perché non facevamo mai abbastanza.
Domenico Quirico
(da lastampa.it)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
FATTI CON LO STAMPINO: COMITATO DI AFFARI DI SPECULATORI
Si dice che Lenin, per lodare il comunismo, sostenesse che anche la sua cuoca, nella nuova società, sarebbe stata in grado di governare. Ma né la cuoca di Lenin né la casalinga di Voghera, a conti fatti diversamente illuse, sono riuscite a spuntarla.
I vecchi assetti del potere si sono lasciati appena scalfire dalle due grandi illusioni del Novecento, la rivoluzione socialista e la democrazia. E difatti siamo qui a fare i conti con la sola figura davvero dominante, che è l’affarista di Mar-a-Lago.
Con tutti i suoi derivati. Il finanziere, l’immobiliarista, lo speculatore, il manipolatore di bitcoin, il giocatore in Borsa, in parole semplici il ricco nel suo modello invariabile: maschio bianco ricco. Non c’è uno, dico uno degli uomini del presidente che non corrisponda a questo cliché.
Non c’è un tramviere, un operaio, un insegnante, un geologo, un elettricista, un politico; e tantomeno una tramviera, una operaia, una insegnante, una geologa, una elettricista, una politica. Fanno tutti lo stesso lavoro: l’uomo bianco molto ricco.
Il nuovo nome, ennesimo, è tale Josh Gruenbaum, 40 anni, ultimo arrivato nello staff di negoziatori americani per la guerra in Ucraina. Viene dal mondo finanziario: gestione fondi di investimento.
Sono fatti con lo stampino, gli uomini di Trump. Sono un comitato d’affari, stufo della democrazia e delle sue regole, effettivamente ingombranti, che ha deciso di mettersi al timone in prima persona. Anche nell’ipotesi che siano abili (ladri, ma abili) quello che li distruggerà è la loro monotonia. Sono tutti uguali, sono tutti la stessa persona. L’umanità non è disposta a morire di noia.
(da Repubblica)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE REGIONALE DI FORZA ITALIA AVREBBE INFLUENZATO LE ELEZIONI COMUNALI A CASTEL VOLTURNO
Nuovi guai giudiziari per il consigliere regionale di Forza Italia Giovanni Zannini, cui la
Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha notificato tramite i carabinieri un avviso di conclusione indagini per voto di scambio in relazione alle elezioni comunali che si sono svolte a Castel Volturno nel giugno 2024, quando fu eletto l’attuale sindaco Pasquale Marrandino.
L’avviso è stato notificato anche a quest’ultimo, così come al primo cittadino di San Cipriano d’Aversa Vincenzo Caterino – indagato in qualità di Presidente della GISEC (Gestione Integrata Servizi Ecologici Campania), l’azienda pubblica della provincia di Caserta che gestisce i rifiuti e i servizi ecologici nel territorio – e sempre per voto di scambio politico-elettorale.
In totale sono 9 le persone indagate nell’inchiesta dei sostituti Giacomo Urbano e Anna Ida Capone (Procuratore Pierpaolo Bruni). La nuova contestazione si aggiunge al già pesante quadro giudiziario che vede Zannini protagonista. La Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto per lui la custodia cautelare in carcere per concussione, corruzione e truffa aggravata ai danni dello Stato per quasi 4 milioni di euro. Il 4 febbraio Zannini dovrà affrontare l’interrogatorio di garanzia davanti al GIP Daniela Vecchiarelli.
Secondo l’avviso di conclusione indagini notificato stamattina, Zannini, Marrandino e Caterino si sarebbero incontrati il 16 giugno 2024 – otto giorni prima del ballottaggio del 24 giugno – all’interno dell’Hotel Sinuessa di Mondragone con l’imprenditore Luca Pagano e i suoi collaboratori. In quella occasione, secondo l’accusa, i tre politici avrebbero promesso a Pagano, in cambio del suo voto elettorale e di quello dei suoi collaboratori per Marrandino: “una commessa/appalto da parte del Comune di Mondragone o di una delle ditte di rifiuti collegate allo schieramento di Zannini” – e qui entra in gioco il ruolo di Caterino come presidente della GISEC, società che ha il potere di affidare appalti per la raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti nei comuni della provincia casertana. Non solo. Ai Pagano veniva anche promessa la “locazione in fitto di un piazzale di 5.000 mq con uffici nella disponibilità di Pagano Luca a Falciano del Massico” come “deposito di mezzi della nettezza urbana”. Infine, veniva promesso un incarico politico alla figlia di Pagano, che era candidata nella lista “Castel Volturno città”.
L’imprenditore, secondo quanto emerge dalle carte, avrebbe rifiutato tutte le proposte. Ma l’inchiesta della Procura svela un sistema molto più articolato di compravendita di voti alle elezioni comunali di Castel Volturno dell’8-9 giugno
2024, con successivo ballottaggio del 24 giugno. Secondo gli inquirenti, Pasquale Marrandino – candidato alla carica di Sindaco – insieme a Giulio Natale, Michele Cantone e Michele Antolini avrebbero costituito una vera e propria associazione a delinquere finalizzata alla commissione di reati elettorali.
La base operativa era il Bar Quattro Stagioni di Ischitella, zona del Comune di Castel Volturno, di cui Antolini Michele è il titolare. Qui, secondo la ricostruzione della Procura, si consumava la compravendita dei voti: Cantone Michele, seduto a un tavolo appositamente allestito all’interno del bar, consegnava banconote da 50 a 70 euro ai singoli elettori convocati appositamente. Gli elettori venivano chiamati in cambio del voto alla lista “Marrandino-Natale” e ricevevano anche un “facsimile della scheda elettorale” con l’indicazione precisa della sezione di appartenenza e dove recarsi per votare.
Tra gli episodi più gravi contestati a Marrandino c’è quello che riguarda le pressioni rivolte al pastore evangelico Amanzio Criscuolo, cui era stata affidata dal precedente sindaco Umberto Petrella la gestione del Parco Oasi di Castel Volturno. Secondo gli inquirenti, Marrandino avrebbe minacciato Criscuolo di togliergli la concessione una volta divenuto sindaco, se non gli avesse dato il voto.
A Marrandino viene contestato anche di aver dato a Morrone Attilio “un suino sprovvisto di documentazione di provenienza” e di avergli promesso un posto di lavoro, in cambio del suo voto e di quello della sua famiglia. In un altro episodio, avrebbe promesso l’assunzione del figlio di Giovanni Torrano – Torrano Roberto – come vigilante/guardiano in cantieri navali, sempre in cambio del voto di Torrano e della sua famiglia. Tra gli episodi più inquietanti c’è quello che vede protagonista Anna Giacobbe, madre di RUSSO Francesco Pio, candidato nella lista di Marrandino. Il 24 giugno 2024, giorno del ballottaggio, la Giacobbe avrebbe minacciato in modo intimidatorio Manuela Olivo e il compagno Quirino Verrico mentre si recavano al seggio per votare.
I due venivano accostati da una macchina di colore nero con due persone a bordo che in modo minaccioso chiedevano se stavano andando a votare, dicendo: “Dovete votare Marrandino, non Anastasia Petrella. E se vince Marrandino vi regaliamo un televisore”. Poi venivano seguiti in macchina fino al seggio. Ma non solo. Secondo le accuse, la Giacobbe avrebbe anche avvicinato diversi altri elettori fuori dal seggio di una scuola, intimando loro di votare Marrandino e consegnando buste contenenti soldi, turbando così il regolare svolgimento delle adunanze elettorali e impedendo il libero esercizio del diritto di voto. In totale gli indagati sono 9: oltre a Zannini, Marrandino e Caterino, anche Michele Antolini (titolare del bar Quattro Stagioni), Michele Cantone (quello che distribuiva i soldi al tavolo), Anna Giacobbe, Beniamino Granato, Attilio Morrone e Giulio Natale (attuale vicesindaco di Castel Volturno). Tutti difesi dall’avvocato Alberto Martucci del Foro di Santa Maria Capua Vetere.
L’inchiesta è coordinata dal sostituto procuratore Giacomo Urbano, lo stesso magistrato che insieme alla collega Gerardina Cozzolino ha firmato la richiesta di custodia cautelare in carcere per il procedimento su concussione, corruzione e truffa. Una coincidenza che evidenzia come la Procura di Santa Maria Capua Vetere stia conducendo un’indagine a 360 gradi sul sistema di potere che, secondo l’accusa, farebbe capo al consigliere regionale. Gli indagati hanno ora 20 giorni di tempo per presentare memorie difensive, chiedere di essere interrogati o depositare documenti a propria discolpa prima che i magistrati decidano se chiedere il rinvio a giudizio. Per Zannini, che alle ultime elezioni regionali ha raccolto quasi 32mila preferenze risultando il più votato di Forza Italia in provincia di Caserta, si tratta dell’ennesimo colpo giudiziario in un momento già delicatissimo. Il consigliere regionale si trova ora a dover affrontare contemporaneamente due procedimenti penali: quello per concussione, corruzione e truffa (con richiesta di arresto e interrogatorio fissato per il 4 febbraio) e questo nuovo per voto di scambio alle elezioni comunali di Castel Volturno.
(da Repubblica)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
SCOPPIA IL CAOS NEL REGNO UNITO, PAESE CHE HA SUBITO PIÙ PERDITE DOPO L’AMERICA (457 SOLDATI DECEDUTI). STARMER: “LE DICHIARAZIONI DI TRUMP SONO OFFENSIVE E SCIOCCANTI. HANNO CAUSATO DOLORE ALLE FAMIGLIE DI COLORO CHE SONO STATI UCCISI O FERITI IN GUERRA” … GOVERNO ITALIANO IN SILENZIO, UNA VERGOGNA
“I sacrifici” dei soldati britannici in Afghanistan “meritano rispetto”. E’ quanto si legge in un comunicato diffuso dal principe Harry in cui il secondogenito di re Carlo interviene dopo le dichiarazioni del presidente americano Donald Trump sul contributo militare e di sangue offerto dai partner della Nato finite al centro di una bufera nel Regno Unito. “Ho prestato servizio lì. Ho stretto amicizie per la vita lì. E ho perso amici. Solo del Regno Unito sono stati uccisi 457 militari”, ha sottolineato il duca di Sussex, ricordando la sua partecipazione da militare a due missioni in Afghanistan.
Il premier britannico Keir Starmer ha definito “offensive” le affermazioni del presidente americano Donald Trump, secondo cui le forze della Nato in Afghanistan, incluse quindi quelle del Regno Unito, avrebbero evitato la prima linea, e lo ha invitato a scusarsi. “Considero le dichiarazioni del presidente Trump offensive e francamente scioccanti, e non mi sorprende che abbiano causato tanto
dolore alle famiglie di coloro che sono stati uccisi o feriti”, ha dichiarato Starmer, aggiungendo che se si fosse espresso in modo così sbagliato si sarebbe “certamente scusato”.
Una nuova polemica si allunga a far ombra alla ‘relazione speciale’ fra Usa e Regno Unito dopo la ricucitura (tutta da verificare) sul dossier Groenlandia. A provocarla è stato ancora una volta il presidente Donald Trump, il quale – a margine della visita al Forum di Davos – ha preso di mira il contributo dato dagli alleati – Gran Bretagna in testa – all’invasione dell’Afghanistan seguita all’attacco dell’11 settembre 2001, sostenendo che i contingenti degli altri Paesi della Nato si sarebbero tenuti “un pochino a distanza dal fronte” di guerra vero e proprio.
Parole commentate stamattina come “sgradevoli” in un’intervista televisiva da un esponente del governo di Keir Starmer, il viceministro Stephen Kinnock; e denunciate come “un insulto assoluto”, dalla sua compagna di partito Emily Thornberry, presidente laburista della commissione Esteri alla Camera dei Comuni. Offeso anche il deputato dell’opposizione conservatrice Ben Obese-Jecty, un veterano delle forze armate che ha servito in Afghanistan, secondo il quale “è triste vedere il sacrificio della nostra nazione e dei nostri partner della Nato deprezzato con tanto cattivo gusto”.
“Come osa Trump”, parlare in questo modo?, è insorto a sua volta Ed Davey, leader anti-trumpiano dei centristi del Partito liberaldemocratico. Tutti hanno poi ricordato il prezzo pagato da Londra, con un totale di 457 caduti, nei lunghi anni della missione afghana. Missione a cui partecipò pure il principe Harry, secondogenito dell’attuale re Carlo III. E durante la quale non sono mancati peraltro sospetti di uccisioni arbitrarie e altri crimini di guerra anche a carico di militari britannici: in particolare dei reparti speciali delle Sas, oggetto d’inchieste a scoppio ritardato che proseguono tuttora.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
NEL SUO DELIRIO, IL TYCOON CONSIDERA COME TERZO MANDATO LE ELEZIONI DEL 2020 CHE SOSTIENE DI AVERE PERSO PER COLPA DI BROGLI, MENTRE I SONDAGGI MOSTRANO IL PEGGIOR INDICE DI GRADIMENTO DA INIZIO PRESIDENZA, AL 35%… “QUELLI FAVOREVOLI A ME NON LI PUBBLICANO”: CHIAMATE LA CROCE ROSSA
Donald Trump rilancia l’ipotesi di un “quarto mandato” mentre i sondaggi mostrano il
peggior indice di gradimento della sua presidenza. “Numeri record ovunque! Dovrei tentare un quarto mandato?”, ha chiesto Trump su Truth, come riportato da Newsweek.
Il presidente sembra considerare le elezioni del 2020, che ha perso, come il suo terzo mandato, il che renderebbe una vittoria alle elezioni del 2028 il suo quarto mandato. E i commenti arrivano poche ore dopo aver attaccato i “sondaggi falsi” e minacciato azioni legali per la proiezione del New York Times/Siena College secondo cui il suo indice di gradimento e’ sceso al 35%.
“I sondaggi reali sono ottimi, ma si rifiutano di pubblicarli”, ha scritto, prima di definire la proiezione del Nyt “fortemente distorta a favore dei democratici”. Non è la prima volta che il tycoon insiste sull’idea di un altro mandato: negli ultimi anni ha più volte alluso all’ipotesi, arrivando a dire di “non scherzare” e persino a vendere merchandising “Trump 2028”. Tutti i presidenti degli Stati Uniti sono limitati a due mandati dal 22mo emendamento della Costituzione, ratificato nel 1951 dopo la morte di Franklin D. Roosevelt durante la sua quarta presidenza.
Prima del 22mo emendamento non esisteva un limite legale ai mandati presidenziali, sebbene la scelta volontaria del presidente George Washington di dimettersi dopo due mandati avesse stabilito una tradizione informale che durò fino a quando Fdr la infranse nel 1940.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL RICORDO COMMOSSO DI DI PIETRO: “ONORE ALL’AVVOCATO SPAZZALI, HO RISPETTATO LE SUE ARRINGHE, ANCHE MOLTO DETERMINATE, QUANDO ERA IN VITA E LE RISPETTO ANCORA DI PIÙ ADESSO CHE SE NE È ANDATO”… UN AVVOCATO D’ALTRI TEMPI CHE RICORDIAMO INSIEME A MARCO BEZICHERI, AVVOCATO DI DESTRA CHE DIFESE TANTI GIOVANI DI DESTRA
Il suo è un nome che ha fatto storia due volte nel nostro Paese, durante gli Anni di Piombo e, un ventennio dopo, durante quelli agitatissimi di Mani Pulite.
Evocare Giuliano Spazzali – il legale di Soccorso ma anche dell’anarchico Pietro Valpreda e poi successivamente di Sergio Cusani nel processo Enimont spentosi ieri a Milano a ottantasette anni – significa evocare uno dei maggiori protagonisti nelle aule giudiziarie italiane per le difese memorabili e per il modo di contrapporsi all’accusa.
Rappresentò anche il contraltare dell’allora pubblico ministero Antonio Di Pietro che oggi lo ricorda con parole serie e commosse: «Onore all’avvocato Spazzali, ho
rispettato le sue arringhe, anche molto determinate, quando era in vita e le rispetto ancora di più adesso che se ne è andato».
Negli anni’60 si trasferisce a Milano dove diventa il legale di Soccorso Rosso, assistendo molti militanti della sinistra extraparlamentare. In quasi mezzo secolo di carriera, difende a più riprese gli anarchici milanesi tra cui Valpreda, ingiustamente accusato per la strage di piazza Fontana, e anche il leader di Autonomia Operaia Toni Negri.
Suo fratello Sergio Spazzali, anche lui avvocato e difensore di molti esponenti delle Brigate Rosse, morirà esule in Francia il 22 gennaio 1994.
Passato il clima di piombo dei 70′ lo ritroviamo in piena Tangentopoli alla ribalta nel Foro meneghino come difensore di Sergio Cusani, imputato nel processo Enimont, il primo a diventare anche mediatico e spettacolarizzato.
In questo contesto diventa la toga antagonista di Antonio Di Pietro, l’ex pm simbolo di Mani Pulite con cui sovente intavola duelli giudiziari.Quando va in pensione, nel 2008, si dedica alle sue passioni, dai libri ai viaggi fino ai geroglifici e alla pittura, ma non dimentica l’antico amore e più di una volta si concede critiche severe al sistema giudiziario in metamorfosi («Ormai l’aula, il dibattimento, non esistono più – diceva-. Esistono i riti alternativi, il giudizio abbreviato, il patteggiamento, che comportano la totale rinuncia alla ricostruzione della verità»
(da La Stampa)
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