Destra di Popolo.net

FOGNA SOVRANISTA: KRISTI NOEM, EX SEGRETARIA ALLA SICUREZZA INTERNA SILURATA DA TRUMP, VIAGGIAVA SULL’AEREO DI STATO (COSTATO 70 MILIONI) CON L’AMANTE, IL SUO CONSIGLIERE COREY LEWANDOWSKI, IL VELIVOLO AVEVA ANCHE UNA CAMERA DA LETTO MATRIMONIALE, POLTRONE DA PRIMA CLASSE E UN BAR

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

UFFICIALMENTE, L’AEREO SAREBBE SERVITO PER “DEPORTARE GLI IMMIGRATI ILLEGALI” (FACCE RIDE!)

Ventiquattr’ore dopo il licenziamento di Kristi Noem da segretaria alla Sicurezza interna, i media americani stanno passando ai raggi X la sua storia. E l’attenzione si è concentrata sull’oggetto che ha attirato di più le critiche del Congresso nelle ultime settimane: il jet da 70 milioni, con suite, camera da letto matrimoniale, poltrone first class e bar incorporato, che Noem aveva ordinato e pagato con i soldi dei contribuenti.
Ufficialmente sarebbe servito per deportare gli immigrati illegali e facilitare gli spostamenti dei vertici del dipartimento di Sicurezza interna. In realtà Noem l’ha usato per muoversi liberamente con quello che a Washington indicano come il suo amante, il consigliere Corey Lewandoski.
Adesso emerge un nuovo particolare: il 737 Max sarebbe stato usato molte volte anche dalla first lady Melania Trump, per spostarsi da Washington a New York e ritorno. L’aver dato a Melania la possibilità di viaggiare sul jet di lusso, secondo il Daily Beast, doveva servire a garantire alla segretaria alla Sicurezza una sorta di immunità.
Una fonte anonima dell’amministrazione ha svelato questo retroscena ad Axios, forse nel tentativo di salvare l’immagine di Noem e coinvolgere la persona più vicina al presidente Donald Trump, che ha silurato la “zarina” della lotta all’immigrazione illegale. Ma il caso rischia di mettere ancora più in difficoltà l’ex segretaria del dipartimento, già finita nella bufera in passato per aver ucciso il proprio cane da caccia, perché non rispondeva ai suoi ordini, e aver posato con un
Rolex d’oro al polso da sessantamila dollari, lasciandosi come sfondo gli immigrati illegali detenuti in una cella in Salvador.
L’ex segretaria alla sicurezza, non contenta della vita di extralusso che si era ritagliata, stava pianificando di spendere 270 milioni su tre jet, uno dei quali era il 737 Max finito al centro delle polemiche. Il fatto che la first lady possa aver viaggiato sull’aereo del dipartimento potrebbe indurre la minoranza a chiederne conto.
Secondo il biografo più odiato da Trump, Michael Wolff, Melania, 55 anni, in realtà vive da tempo a New York, lontana dal presidente, 79 anni, e l’aereo le avrebbe permesso di presenziare agli eventi, limitando la sua permanenza alla Casa Bianca a poche ore. I jet sembrano il punto debole dell’amministrazione americana:
Trump è finito sotto attacco per aver accettato in dono dal Qatar un Boeing 747-B di lusso da 400 milioni di dollari, da trasformare nel nuovo Air Force One, l’aereo presidenziale. Il direttore dell’Fbi, Kash Patel, è stato accusato di aver usato il jet a disposizione dell’agenzia federale investigativa per portare a cena la fidanzata. A novembre Patel era andato a Las Vegas per assistere al Gran Premio di Formula Uno.
(da agenzie)

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DOPO UNA SETTIMANA DI GUERRA IN MEDIORIENTE, IL GOVERNO E’ ALLO SBANDO, MELONI NON SI È FATTA VEDERE IN PARLAMENTO. IL SUO UNICO INTERVENTO? UNA BREVE INTERVISTA RADIOFONICA

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

“C’E’ L’IMPRESSIONE DI UN GOVERNO IMPACCIATO SULLA VIA DA SEGUIRE. QUANDO INVECE È PALESE CHE IL SENTIERO È OBBLIGATO”

Alla fine l’Italia ha condiviso, senza enfasi, le iniziative militari coordinate dei maggiori Paesi europei (Germania, Francia, Regno Unito). Il governo Meloni vuole essere l’ultimo a prendere le distanze da Washington, ma non può e di fatto non vuole spezzare un minimo di solidarietà europea per inseguire un rapporto privilegiato con Trump che al dunque sarebbe sterile. Ne deriva che in una chiave puramente difensiva anche Roma cerca di fare la sua parte, nei limiti di una media potenza. Sul fondo, resta la sintonia con la Germania di Merz: la più attenta, con l’Italia, a salvaguardare il rapporto atlantico.
È indispensabile, peraltro, che la presidente del Consiglio riprenda al più presto la sua funzione di leader della maggioranza. Accadrà in Parlamento mercoledì prossimo, l’11 marzo. Senza di lei, gli interventi di Tajani e Crosetto hanno dato l’impressione di un governo impacciato sulla via da seguire. Quando invece è palese che il sentiero è obbligato, come sempre quando la crisi internazionale s’incrocia con la principale alleanza politico-militare dell’Italia: quella con gli Stati Uniti, chiunque sia il presidente in carica.
(da Repubblica)

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DAL CASO BUTTAFUOCO AI MUSEI, TUTTE LE SPINE DI ALESSANDRO GIULI; GIORGIA MELONI E’ INCAZZATA CON IL MINISTRO PER LA SCELTA DEL PRESIDENTE DELLA BIENNALE PIETRANGELO BUTTAFUOCO DI INVITARE I RUSSI ALLA MOSTRA. UNA DECISIONE PASSATA SOPRA LA TESTA DI GIULI TENUTO ALL’OSCURO DI TUTTO

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DEL PENSIERO SOLARE SOTTO ACCUSA ANCHE PER LE NOMINE DEI CDA DEI MUSEI A FIRENZE E AL MANN DI NAPOLI (DOVE E’ STATA CHIAMATA L’EX COMPAGNA DI LICEO DI SANGIULIANO, RAFFAELLA DOCIMO) … IL PD: “SONO DETTATE DA LOGICHE DI APPARTENENZA PARTITICA, ANZICHÉ DA CRITERI MERITOCRATICI”

È da metà gennaio che il governo cerca di convincere Pietrangelo Buttafuoco a ripensarci. La decisione del presidente della Biennale di Venezia di ospitare alla prossima edizione la Russia, con un suo padiglione, nel nome di una “tregua culturale” viene considerata dalle parti di Palazzo Chigi «quantomeno inopportuna, perché travalica i confini della Biennale ed entra in contrasto con la linea di politica estera dell’Italia».
Buttafuoco, d’altronde, sapeva quanto la questione fosse delicata. Non a caso decide di informare il governo già tre settimane fa, quando inizia a coltivare l’idea di invitare gli artisti russi a Venezia. Non si rivolge, però, al ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ma – racconta una fonte di Palazzo Chigi – scrive direttamente al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, che in quel primo confronto mostra tutte le sue perplessità.
Buttafuoco insiste. Si appella anche alla premier. Lo ha scelto lei, due anni fa, per guidare la Biennale. Vuole provare a convincerla. Lo fa sapere lui stesso in un’intervista a Repubblica, in cui lascia intendere che alla fine, Meloni fosse d’accordo.
E qui nasce un ulteriore motivo di fastidio a Palazzo Chigi, perché – puntualizza chi è vicino alla presidente del Consiglio – a Buttafuoco era stato risposto tutt’altro. Gli era stato fatto notare che una decisione del genere «andava oltre le normali scelte culturali di un presidente della Biennale, perché la Russia è un Paese sottoposto a sanzioni dall’Unione europea, volutamente isolato anche da questo governo». Poi, certo, si aggiungeva che «la Biennale gode di piena autonomia e qualunque sua scelta è legittima». Ma questo è scritto nello statuto della fondazione veneziana, «non è un segno di concordia con Palazzo Chigi».
E l’ha presa anche peggio il braccio destro di Meloni, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, che tra l’altro è sposato con una donna ucraina. Difficile per lui gestire comunicativamente l’imbarazzo del governo: ad aprire le porte alla Russia è un uomo scelto proprio da Fratelli d’Italia.
Il ministro della Cultura, invece, viene tenuto all’oscuro di tutto. Buttafuoco lo informa – fanno sapere da Fratelli d’Italia – solo una volta che l’accordo tra Mosca e Venezia è ormai chiuso. Giuli gli sconsiglia di proseguire su quella strada, ma non può fare molto di più.
Vicenda amara per il ministro della Cultura, che in questi giorni deve fare i conti anche con gli attacchi da sinistra per una serie di nomine nei consigli di amministrazione di importanti musei italiani. «Nomine dettate da logiche di appartenenza partitica, anziché da criteri meritocratici», attaccano i deputati toscani del Pd Simona Bonafè e Federico Gianassi, che annunciano un’interrogazione parlamentare. Si concentrano su tre nomi.
Quello di Andrea Fossi, avvocato, candidato alle ultime elezioni amministrative di Firenze con FdI, nominato nel cda della Galleria dell’Accademia e dei Musei del Bargello. Quello di Alessia Galdo, professione notaio, anche lei candidata con FdI alle ultime Comunali, scelta dal ministero della Cultura per il cda delle Ville e Residenze Monumentali fiorentine. Insieme a un’altra esponente del partito di Giorgia Meloni, l’architetto Chiara Mazzei, già in corsa alle elezioni politiche. «Ti candidi con FdI e non ti eleggono? Nessun problema, Giuli c’è», ironizzano i dem, che denunciano come il ministro sembri portare avanti «una strategia nazionale di progressiva invasione della politica nei musei statali».
Firenze non è un caso isolato. Meno di due settimane fa sono arrivate le nomine per il Consiglio di amministrazione del Mann di Napoli e anche lì i due prescelti dal ministero hanno una precisa provenienza politica. Raffaella Docimo era stata accreditata in pole position per prendere proprio il posto di Giuli alla guida della Fondazione del Maxxi di Roma. In questi anni è rimasta lì come semplice consigliera e ora aggiunge l’incarico al museo archeologico napoletano.
Lei che è una odontostomatologa, professoressa di Odontoiatria pediatrica all’università di Tor Vergata. Ma, soprattutto, ex compagna di liceo dell’ex ministro Gennaro Sangiuliano, che ora è capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale.
(da La Stampa)

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LA BATTAGLIA DI SILVIA PER I GENOVESI: LA TASSA D’IMBARCO DI 3 EURO STABILITA DAL GOVERNO TRE ANNI FA E MAI COLPEVOLMENTE RISCOSSA DALLA PRECEDENTE GIUNTA SOVRANISTA (PER FARE UN FAVORE AGLI ARMATORI)

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

ORA SILVIA SALIS NON SOLO LA APPLICHERA’ CONFORMEMENTE ALLA LEGGE, MA CHIEDE ALLA CORTE DEI CONTI SE QUALCUNO OMETTENDO I SUOI DOVERI HA SOTTRATTO 17 MILIONI ALLA CITTA’

La sindaca di Genova, Silvia Salis, ha inviato una lettera alla Corte dei Conti per comprendere se la mancata applicazione della tassa per i diritti di imbarco durante la precedente amministrazione di centrodestra possa configurare il reato di danno erariale. Secondo le stime degli uffici comunali, non aver applicato la tassa d’imbarco negli anni passati avrebbe portato a una perdita di introiti per Genova di circa 17 milioni di euro.
Lo scontro sulla tassa d’imbarco
La tassa d’imbarco, dell’importo di 3 euro, è un tema che scalda da tempo la politica genovese. Alla fine del 2025, il consiglio comunale ha votato un
provvedimento che impone l’applicazione di un’addizionale sui diritti portuali. Una mossa che ha mandato su tutte le furie le compagnie di navigazione, che proprio in questi giorni – scrive Repubblica – hanno fatto ricorso al Tar della Liguria. «Quando avremo la notifica del ricorso al Tar, allora vedremo di calendarizzare un altro incontro», spiega il vicesindaco e assessore al Bilancio, Alessandro Terrile. Ma i tempi sono stretti, perché il Comune di Genova vorrebbe applicare l’addizionale già dal prossimo giugno.
Il braccio di ferro in tribunale
Il braccio di ferro tra Salis e le compagnie di navigazione, inizialmente di natura politica, sembra destinato a finire nelle aule di tribunale. Non solo per il ricorso al Tar presentato dagli operatori, ma anche per la lettera inviata alla Corte dei Conti dalla sindaca di Genova. «È dal primo gennaio del 2023 che il Mit aspetta che questa tassa venga applicata a Genova, con un accordo che era stato firmato dall’allora sindaco Marco Bucci (oggi presidente della Liguria – ndr) e non è mai stato ottemperato, finché il Ministero non mi ha chiesto di farlo in modo molto fermo a pochi giorni dalla chiusura del bilancio», ha spiegato la prima cittadina del capoluogo ligure.
Salis dice che la sua amministrazione è aperta «a qualsiasi tipo di soluzione». Ma, avverte, «non possiamo permettere che la città subisca un ulteriore danno». Secondo le stime degli uffici comunali, Genova avrebbe perso in un anno e mezzo «una cifra vicina ai sessanta milioni» se non avesse applicato la tassa per i diritti di imbarco. Quindi, insiste Salis, «devo dire che non solo non avevamo scelta, ma è stato un percorso obbligato anche dalle necessità finanziarie del Comune».
(da agenzie)

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REFERENDUM SONDAGGIO SWG: NO 52%, SI’ 48%

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

AFFLUENZA PREVISTA TRA IL 46% E IL 51%… IN 4 MESI IL SI’ E’ CROLLATO DAL 62% AL 48%, IL NO E’ SALITO DAL 38% AL 52%

Nell’ultimo giorno utile per diffondere sondaggi, il «No» al referendum confermativo sulla giustizia è in vantaggio.
Lo certifica l’ultima rilevazione di Swg per il TgLa7, che dà il fronte contrario alla riforma del governo Meloni al 52% delle preferenze contro il 48% dei «Sì».
La propensione ad andare a votare si attesta tra il 46 e il 51 %.
Nel primo sondaggio fatto a novembre 2025, il «Sì» partiva dal 62%. A marzo 2026, è calato drasticamente al 48%.
Percorso opposto per il «No», cresciuto dal 38% di novembre 2025 all’attuale 52%.
(da agenzie)

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IL RAPPER CHE SI E’ PRESO IL NEPAL

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

BALENDRA SHAH DETTO BALEN, EX SINDACO DELLA CAPITALE, HA PROMESSO DI RADDOPPIARE IL PIL E L’ASSISTENZA SANITARIA

Il partito centrista Rastriya Swatantra Party (Partito dell’indipendenza nazionale) e il suo leader 35enne Balendra Shah detto Balen, ex sindaco della capitale e rapper popolare tra i giovani, hanno vinto le elezioni in Nepal. Dopo la rivolta giovanile dello scorso settembre che ha ucciso 77 persone e costretto l’allora premier K.P. Sharma Oli a dimettersi Balen aveva pubblicato un messaggio per i suoi milioni di follower: «Cara Generazione Z, le dimissioni del vostro assassino sono arrivate. Ora la vostra generazione dovrà guidare il Paese. Preparatevi».§
Il rapper che ha vinto le elezioni in Nepal
§Cinque mesi dopo l’uomo che è sceso in politica soltanto 4 anni fa diventando sindaco di Kathmandu è pronto a diventare primo ministro. Il suo partito sembra aver conquistato addirittura 100 seggi su 275 totali assegnati tra sistema maggioritario e proporzionale, ma per i risultati definitivi ci vorranno giorni. Il partito del Congresso nepalese ha ammesso la sconfitta. «Balen Shah è così popolare che ora gli autobus che arrivano a Kathmandu hanno adesivi con la scritta ‘Diretto alla città di Balen‘», dice a Reuters Bipin Adhikari, esperto di diritto costituzionale che insegna all‘Università di Kathmandu. Se Shah riuscisse a prendere il potere, si tratterebbe di un’ascesa spettacolare per un uomo che è salito alla ribalta pubblica con la musica rap, criticando l’establishment e sfruttando la sua popolarità per raggiungere alte cariche politiche.
Da primo cittadino della Capitale Balen ha migliorato le infrastrutture, la gestione dei rifiuti, l’assistenza sanitaria. È stato criticato da Human Rights Watch per aver usato la polizia per sequestrare le proprietà occupate. Il neopremier per ora evita la stampa mainstream. Per comunicare usa i social media. «Ciò che rende Balen
speciale è il fatto che rimane in contatto con i giovani attraverso i suoi brevi messaggi sui social media, ma non sarebbe una passeggiata per lui una volta diventato primo ministro», sostiene l’analista Puranjan Acharya.
Le canzoni contro il governo
Il padre era un praticante di medicina tradizionale ayurvedica, la madre era casalinga. Negli anni si è dedicato al rap influenzato da artisti americani come Tupac Shakur e Curtis “50 Cent” Jackson. Dopo la laurea in ingegneria civile in Nepal ha studiato in India mentre cominciava a pubblicare le sue canzoni. Una delle più note, “Balidan”, pubblicata nel 2019, che in nepalese significa “sacrificio” – ha totalizzato oltre 12 milioni di visualizzazioni su YouTube. Il testo recita: «Lasciatemi parlare, signore, non è un crimine, lasciatemi aprire la mente, non sono una maledizione per il palazzo, la mia mente non è cattiva, non ha paura di dire la verità».
Il partito
Lo scorso dicembre Shah si è unito all’RSP, guidato dall’ex conduttore televisivo diventato politico Rabi Lamichhane, come candidato primo ministro. Nel suo manifesto, l’RSP di Shah si è impegnato a creare 1,2 milioni di posti di lavoro e a ridurre la migrazione forzata, nel tentativo di far leva sulla frustrazione per la disoccupazione e i bassi salari che hanno spinto milioni di nepalesi a cercare lavoro all’estero. Il partito si è anche impegnato ad aumentare il reddito pro capite del Nepal da 1.447 a 3.000 dollari, a più che raddoppiare il Pil a 100 miliardi di dollari e fornire «reti di sicurezza» come l’assicurazione sanitaria per l’intera popolazione, il tutto entro cinque anni.
La squadra di governo
Gli analisti prevedono che, se verrà eletto, gran parte del successo di Shah dipenderà dal talento di cui si circonderà per riformare un sistema amministrativo moribondo, dilaniato dalla corruzione.
«Ha bisogno di una squadra, di esperti e di supporto. Con l’attuale apparato statale, non può funzionare e sarà finito come il legno attaccato dalle termiti».
(da Open)

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EMMA BONINO: “MELONI SULL’IRAN E’ AFONA”

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRA DEGLI ESTERI: “NON SI E’ PRESENTATA ALLA CAMERA”

«La presidente Meloni mi pare totalmente afona. Ciascun leader europeo ha voluto dire la sua.Mentre lei non si è presentata all’informativa alla Camera dell’altro ieri. Ma ha anticipato di ben una settimana le comunicazioni in vista del prossimo Consiglio europeo. Per non parlare della dissonanza di voci del suo stesso governo». In un’intervista a La Repubblica Emma Bonino, già Commissaria europea ed ex ministra degli Esteri, critica il governo e la premier sulla guerra tra Usa, Israele e Iran.
L’obiettivo giuridico
«Noi abbiamo un obbligo giuridico rispetto alla difesa degli altri Stati membri dell’Unione europea sulla base del Trattato di Lisbona. Così come lo abbiamo coi partner sotto il cappello della Nato. Almeno per quanto riguarda la difesa. Se si tratta però di altro tipo di operazioni serve rispettare il dettato costituzionale e il relativo e necessario passaggio parlamentare», sostiene Bonino. >La quale poi fa notare che «il Mediterraneo e il Medio Oriente sono aree molto esplosive. Mercoledì sera sono andata a dormire che i Paesi direttamente coinvolti erano dieci, l’indomani leggevo del coinvolgimento di Cipro e Turchia. E il conflitto potrebbe allargarsi all’Africa. Ora, più che mai, non si possono avere interventi circoscritti o lampo, per così dire. Date le tecnologie coinvolte e gli interessi in gioco in quell’area non è prevedibile quanto possa estendersi il conflitto».
Trump e Meloni
Sugli obiettivi di Trump Bonino aggiunge: «Sta chiaramente tentando di ridisegnare gli equilibri geopolitici mondiali per trarne vantaggio. L’unica opportunità per noi europei – conclude – è un rilancio del progetto federale europeo. Su questo obiettivo come Più Europa abbiamo deciso di convocare una convention per gli Stati Uniti d’Europa il 28 marzo a Roma».
(da agenzie)

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TRE CASI BOOMERANG PER IL SI’

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA CAMPAGNA DEL SI’ RACCONTA TRE DIVERSE INGIUSTIZIE, MA NESSUNO DEI MECCANISMI CHE LE HANNO PRODOTTE E’ TOCCATO DALLA RIFORMA

«Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere.» A dirlo non è un avversario della riforma, ma la senatrice Giulia Bongiorno, tra i suoi più convinti sostenitori. Prima ancora, a marzo 2025, era stato lo stesso Carlo Nordio a togliere ogni ambiguità: «Questa riforma non c’entra niente con l’efficienza della giustizia». Il 4 marzo 2026, a diciotto giorni dal voto, Nordio ha corretto il tiro davanti alle telecamere dell’Ansa: «Con la riforma i processi saranno velocizzati». Tre settimane, due versioni opposte. Il tempo di accorgersi che il referendum si poteva perdere.
Eppure quella stessa campagna ha costruito la sua architettura emotiva sulle storie degli innocenti condannati. Sui profili social del comitato «Sì riforma» compare Beniamino Zuncheddu, quasi 33 anni in carcere da innocente, con un appello semplice: «Mi hanno rubato la vita. Perciò votate tutti sì». Vale la pena verificare cosa dicono davvero i casi che il fronte del Sì ha scelto come bandiera.
Enzo Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983 su richiesta dei procuratori Cedrangolo e Marmo, sulla base delle dichiarazioni di pentiti della Nuova Camorra Organizzata poi rivelatisi inattendibili. Il giudice istruttore Giorgio Fontana – che avallò i mandati d’arresto e il rinvio a giudizio – era un giudice, non un ex pubblico ministero: la separazione funzionale tra accusa e giudicante c’era già. L’errore fu il credito acritico accordato ai collaboratori di giustizia, un meccanismo che nessuna disposizione della riforma tocca.
Giuseppe Gulotta trascorse 22 anni in carcere per una confessione estorta con la tortura nel 1976 ad Alcamo Marina. Separare le carriere non avrebbe fermato i carabinieri che picchiavano un diciottenne per fargli firmare una dichiarazione falsa. Beniamino Zuncheddu rimase quasi 33 anni dietro le sbarre perché il poliziotto che indagava mostrò la sua fotografia al testimone prima del riconoscimento formale. La riforma non introduce alcuna nuova procedura sui riconoscimenti né modifica le regole sull’attendibilità della prova testimoniale.
Tre cause diverse per tre ingiustizie diverse. Nessuno dei meccanismi che le hanno
prodotte è toccato dalla riforma: le norme sui collaboratori di giustizia, le tutele nella fase investigativa, le procedure sul riconoscimento del testimone. Il parere del Csm ha definito la riforma inutile «sul piano del miglioramento della qualità della giurisdizione». Nordio lo sapeva bene. Fino a diciotto giorni fa.
(da lanotiziagiornale.it)

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AI SOVRANISTI È BASTATO MENO DI UN ANNO PER DISTRUGGERE LA FENICE A BOTTE DI AMICHETTISMO

Marzo 7th, 2026 Riccardo Fucile

“LA COPPIA GIANMARCO MAZZI-LUIGI BRUGNARO, RISPETTIVAMENTE SOTTOSEGRETARIO ALLA CULTURA E SINDACO DI VENEZIA, HA DECISO LA NOMINA A DIRETTRICE MUSICALE DI BEATRICE VENEZI. CERTO, ALLA FENICE CI SAREBBE ANCHE UN SOVRINTENDENTE, NICOLA COLABIANCHI, CHE PERÒ È LÌ, PARE, SOLO PER FORNIRE ALL’ENNESIMO DISASTRO ITALIANO L’INDISPENSABILE COTÉ GROTTESCO

È una destra double face, come certi tessuti (no, non l’orbace). Lo si è visto a Venezia, nuova capitale del melonismo culturale, con due notizie uguali e contrarie: Alessandro Barbera confermato dalla Biennale alla guida della Mostra del Cinema e Domenico Muti dimissionario dall’incarico di “procacciamento d’affari” della Fenice (definizione, peraltro, inedita nella storia dei teatri d’opera italiani e forse del mondo).
Iniziamo dalla notizia buona. Il presidente della Biennale, Pierangelo Buttafuoco, è un fascista intelligente che ha capito che per far funzionare l’istituzione servono più le competenze che le appartenenze.
E così ha confermato alla Mostra il direttore Barbera, che di certo non è di destra ma ha una caratteristica più importante: è bravo. Allo stesso modo, per il resto delle sezioni della Biennale ha fatto nomine magari discutibili, com’è discutibile tutto e in campo artistico anche di più, ma basate sul merito e non sull’amichettismo. Anche andando contro al nazionalsovranismo culturale già teorizzato dai suoi amici, e subito naufragato per l’evidente carenza di una classe dirigente all’altezza e per le difficoltà di improvvisarne una.
Ma, notizia cattiva, a Venezia c’è anche la Fenice, teatro che usciva dalle buonissime gestioni Chiarot-Ortombina.
Alla destra, in questo caso in versione maldestra, è bastato meno di un anno per distruggerlo a botte di amichettismo. Ultima puntata della saga, appunto le dimissioni di Muti junior, cui va dato atto di un gesto di dignità personale che altri evidentemente non sentono, oppure non hanno.
Tutto, com’è noto, è iniziato quando la coppia Gianmarco Mazzi-Luigi Brugnaro, rispettivamente sottosegretario alla Cultura e sindaco di Venezia, ha deciso la nomina a direttrice musicale di Beatrice Venezi, stritolando con la levità di un panzer prassi, modi e valutazioni che d’altronde non conosce o non è in grado di fare
Certo, alla Fenice ci sarebbe anche un sovrintendente, diciamo il Buttafuoco della
situazione, Nicola Colabianchi, che però è lì, pare, solo per fornire all’ennesimo disastro italiano l’indispensabile coté grottesco.
La sua direttrice musicale abbraccia un tale che ha appena insultato l’Orchestra o dichiara che alla Fenice comandano i sindacati e non lui, e Colabianchi zitto, nemmeno un plissé. In compenso, appena parla sbaglia.
Annuncia che Gianandrea Noseda dirigerà a Capodanno perché Venezi ha altri impegni (molto elegante nei confronti di Noseda, la cui carriera sta a quella della signora come l’oceano Pacifico a lago d’Iseo), spiega che senza il procacciatore non si faranno tournée (ma di contatti non ne ha proprio, nel mondo della musica? ), pigola che non riesce a trovare grandi direttori fino al 2030 (fatti una domanda e datti una risposta, direbbe Marzullo). È stato piazzato lì nel marzo 2025.
Da allora, il trio meravigliao Mazzi-Brugnaro-Colabianchi si è ficcato in un vicolo cieco dal quale non ha la minima idea di come uscire, pazienza, sono figuracce loro, e soprattutto ci ha messo il teatro, e questo è imperdonabile.
Intanto i lavoratori protestano, i veneziani si mobilitano e fondano comitati, i giornali commentano la stecca planetaria e l’intero mondo musicale italiano indossa spillette, diviso fra rabbia e umana compassione. Un capolavoro al contrario. Del double face, la Fenice è il risvolto nero, e non in senso politico.
(da La Stampa)

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