Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DELL’INTERNO HA PERSO DI NUOVO IN TRIBUNALE… IL TRIBUNALE DI RAGUSA HA ACCOLTO IL RICORSO DELLA ONG CONTRO IL BLOCCO AMMINISTRATIVO: SANZIONE ILLEGITTIMA, IL GOVERNO DOVRA’ PAGARE LE SPESE PROCESSUALI
Era il 17 giugno 2025 quando il governo Meloni – tramite la prefettura di Ragusa –
sanzionò la nave Sea Eye 5 della omonima Ong tedesca. L’imbarcazione aveva soccorso 65 persone in mare e, dopo aver aspettato circa 20 ore fuori dal porto in attesa dell’ok delle autorità, le aveva fatte sbarcare a Pozzallo. Poi arrivò il fermo amministrativo. Oggi il Tribunale civile di Ragusa ha accolto il ricorso della Ong, annullando il provvedimento, oltre al verbale e alla multa che erano stati contestati. Il ministero dell’Interno è stato condannato a pagare le spese processuali. Non è la prima volta che il governo è chiamato a risarcire una Ong punita ingiustamente.
Il caso Sea Eye 5: il soccorso, lo scontro sul porto di sbarco e poi il blocco
Il caso della nave Sea Eye 5 era stato particolarmente controverso. Dopo il soccorso, il governo aveva inizialmente indicato come porto di sbarco quello di Taranto. Ma si trattava di un viaggio di oltre 48 ore, che l’imbarcazione non poteva sostenere con tutte quelle persone a bordo. Dopo un intervento anche delle autorità tedesche, era stato concesso il porto di Pozzallo (Ragusa), più vicino. Ma il governo Meloni inizialmente intendeva far sbarcare in Sicilia solamente le persone in
condizioni di salute più critiche, e far proseguire le altre fino in Puglia. La nave aveva rifiutato. Dopo venti ore di stallo, lo sbarco era avvenuto.
Il giorno dopo, però, era scattato il fermo amministrativo di venti giorni con tanto di sanzione. L’equipaggio della Sea Eye 5 era accusato di non aver rispettato le indicazioni del centro di coordinamento marittimo di Roma, di non aver chiesto “ufficialmente e tempestivamente” un porto di sbarco e di non essere partita “senza indugio” per Taranto dopo aver ricevuto quell’indicazione.
Il tribunale di Ragusa lo conferma: la nave Ong non ha fatto nulla di sbagliato
Già allora la Ong aveva annunciato un ricorso. Oggi la vicenda si è chiusa, almeno in primo grado. Ricostruendo la vicenda, è emerso che fin dall’avvistamento del gommone che trasportava le 65 persone in pericolo era partito uno scambio di mail: la Ong aveva contattato il centro di coordinamento della Libia (il Paese più vicino), della Germania (il suo Stato di bandiera) e dell’Italia. Dai libici non erano arrivate risposte, come hanno dimostrato gli atti. Quindi l’Italia aveva assunto il coordinamento del soccorso.
Le autorità italiane avevano assegnato Taranto come porto sicuro. La distanza era di 390 miglia nautiche dal punto del soccorso. Il comandante della nave aveva subito chiarito che la situazione a bordo era critica, con alcune persone in stato di salute gravissimo – ustioni, disidratazione, ipotermia, inalazioni da carburante – e che l’imbarcazione non era equipaggiata per un viaggio di quel tipo con oltre 60 persone soccorse. Dopo alcune evacuazioni di emergenza effettuate dalla Guardia costiera italiana, il viaggio era proseguito.
La nave aveva comunicato di non avere più abbastanza acqua a bordo per raggiungere Taranto, e aveva chiesto un porto più vicino. L’Italia aveva chiesto di individuare solamente le persone vulnerabili e con esigenze più urgenti, per trasbordare loro a Pozzallo e lasciare gli altri in rotta per la Puglia. Il comandante aveva risposto che non aveva le competenze per fare una selezione di questo tipo, che avrebbe messo a rischio la vita dell’equipaggio e delle persone soccorse. Le autorità italiane avevano concesso lo sbarco a Pozzallo, ma poi era partito il fermo.
Il tribunale civile di Ragusa ha stabilito che il comandante ha agito correttamente, in modo “conforme alla normativa vigente” ha sempre dato le informazioni
richieste. La nave non si è “arbitrariamente rifiutata di fornire informazioni o di osservare indicazioni”, ma si è “limitata a rappresentare la situazione concreta”. Insomma, è sbarcata a Pozzallo non a causa di una “ingiustificata disobbedienza”, ma perché la situazione lo richiedeva.
Perciò, tutte le sanzioni sono state annullate. Il ministero dell’Interno è tenuto a pagare le spese processuali, quindi anche quelle sostenute dalla Ong per gli avvocati.
(da Fanpage)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
PER ABBATTERE UN DRONE SHALED DA 25.000 EURO GLI USA DEVONO USARE UN MISSILE PATRIOT DA 2,5 MILIONI
Il rumore che sta terrorizzando il Medio Oriente non è il boato di un jet supersonico, ma il ronzio di un motore a scoppio a due tempi alimentato a miscela e simile a quello montato su una comune Vespa: è il suono dei droni iraniani, armi “povere” ma letali che stanno mettendo in crisi la tecnologia bellica più avanzata del pianeta. Per farsi un’idea di cosa parliamo: uno “Shahed” iraniano non costa più di 25mila dollari (ma ce ne sono anche di molto più economici), mentre i due missili Patriot statunitensi spesso necessari per abbatterlo costano 2,5 milioni di dollari ciascuno, senza contare il prezzo del lanciatore. Così un Paese povero e sotto sanzioni da decenni – l’Iran – sta mettendo in crisi la logica militare delle superpotenze americana e Israeliana.
Fanpage.it ne ha parlato con il generale Paolo Capitini, docente di Storia militare presso la scuola sottufficiali dell’Esercito Italiano: a 15 giorni dall’inizio della guerra è sempre più chiaro che l’Iran non cerca lo scontro frontale, ma punta ai nervi scoperti dell’avversario. Mentre Washington spende oltre un miliardo di dollari al giorno – come rivelato due giorni fa dal New York Times – Teheran
continua a produrre armi a basso costo in fabbriche diffuse sul suo sterminato territorio, rendendo quasi inutile la superiorità aerea nemica. Dalle rampe di lancio nascoste nei tir ai costi insostenibili della difesa americana, Capitini decifra per noi i segnali di una guerra dove la “lucidità” strategica conta più della potenza di fuoco.
Generale Capitini, siamo al quindicesimo giorno di guerra. Qual è la sua lettura della situazione attuale? L’Iran non sembra intenzionato ad arrendersi, anzi.
Dobbiamo innanzitutto capire che in questo momento, sullo stesso territorio, si stanno combattendo due guerre contemporaneamente. Da un lato c’è quella condotta dagli americani e dagli israeliani contro l’Iran, che segue una propria linea strategica. Dall’altro, però, c’è la guerra dell’Iran, che non si oppone frontalmente alla prima, ma persegue una linea d’azione completamente diversa. In pratica, si stanno attaccando a vicenda in campi dove l’altro non è presente. È una scelta che segue molto la lezione di Sun Tzu: combatti l’avversario dove lui non c’è. Se l’Iran avesse deciso di replicare all’offensiva israelo-americana sul piano convenzionale – contraerea, scontri tra jet, missili contro missili – sarebbe stato polverizzato in un attimo. Lo sanno perfettamente. Per questo hanno scelto un’altra via.
Qual è questa “altra via” scelta da Teheran?
L’Iran punta a colpire le fragilità politiche della coalizione avversaria a partire da un dato di fatto, cioè che i Paesi arabi e quelli del Golfo non vogliono prendere parte attiva alla guerra. L’Iran sta mettendo in risalto le contraddizioni di quella che potremmo definire un’alleanza innaturale. Il messaggio che Teheran invia ai vicini arabi è brutale: “Gli americani non sono in grado di difendervi”. Dice loro: “Avete speso cifre astronomiche, avete concesso basi e accesso al vostro territorio eppure, all’atto pratico, noi riusciamo a colpirvi comunque. Possiamo bloccare le vostre fonti di ricchezza, il petrolio, il gas; possiamo colpire le vostre città e la vostra tranquillità”. I paesi del Golfo hanno barattato la presenza americana con la protezione e la rispettabilità internazionale. Ora l’Iran sta dimostrando loro che hanno fatto male i conti.
Perché, all’atto pratico, gli USA non stanno proteggendo i loro alleati.
Esattamente. L’Iran suggerisce agli stati arabi un fatto molto semplice: se gli Stati
Uniti devono scegliere a chi destinare un missile contraereo, lo daranno sempre a Israele e mai a loro. Siete in un’alleanza con “ebrei e cristiani” contro altri musulmani e, per giunta, siete gli ultimi della lista nelle priorità di Washington. Ma Teheran offre anche una via d’uscita: ricorda a questi Paesi che hanno leve economiche e finanziarie gigantesche, che hanno sovvenzionato campagne elettorali e hanno i forzieri pieni di dollari nelle banche americane. L’Iran li spinge a usare questo potere per fare pressione sul loro “alleato”, che poi tanto alleato non è, per far cessare le ostilità.
Intanto, nonostante già nel primo giorno di guerra sia stato subito ucciso Ali Khamenei, il “regime change” in Iran non è riuscito. Come mai?
Perché l’Iran ha lavorato sulla coesione interna in modo molto diverso rispetto ad altre dittature come quella di Saddam Hussein. Quella iraniana è una leadership estremamente diffusa e condivisa. Non c’è un “capo” unico nel senso classico del termine, ma il potere è parcellizzato. Chi comanda davvero sono istituzioni come i Pasdaran, non il singolo comandante dei Pasdaran. Smantellare un sistema plurale di questo tipo, dove il comando è diviso per aree, è quasi impossibile. Inoltre gli iraniani si aspettavano questa guerra da trent’anni: si sono preparati tecnicamente per affrontarla.
Parliamo allora di armamenti. Abbiamo visto droni economici mettere in crisi sistemi di difesa sofisticatissimi. È questa la vera forza tecnologica dell’Iran?
L’Iran ha fatto un ragionamento strategico molto lucido. Il loro punto di forza è la capacità di bloccare lo stretto di Hormuz. Per farlo non serve una marina oceanica o un’aviazione di altissimo livello che possa competere con quella israeliana. Quando Israele o gli USA dicono di aver annientato la marina o l’aeronautica iraniana, dicono una cosa vera ma irrilevante. All’Iran non servono. Lo stretto di Hormuz è così stretto che lo si può bloccare con le mine o colpendolo con qualsiasi cosa che non sia un aereo ad alta tecnologia. Possono selezionare chi far passare: le petroliere cinesi e indiane passano, le nostre no. Questo è il primo pilastro. Il secondo è la produzione autonoma di droni e missili a basso costo.
Si dice che i droni iraniani siano quasi “artigianali”, eppure funzionano
Sono pieni di ingegneri capaci, non hanno bisogno di comprare roba all’estero. Progettano e producono da soli da anni, e lo fanno con una logica di guerra: sanno che le loro fabbriche possono essere bombardate, quindi hanno un sistema di produzione diffuso sul territorio. Non c’è un’unica “fabbrica dei droni” da colpire per risolvere il problema. Inoltre, hanno puntato tutto sulla mobilità. Non usano lanciatori fissi, ma rampe montate su camion, su semplici tir. In un territorio di un milione e mezzo di chilometri quadrati – grande quanto metà dell’Europa – nascondere un tir è facilissimo. La sfida tra i satelliti americani e i lanciatori mobili iraniani è una gara di resistenza. Al momento, nonostante gli annunci di Trump, siamo ancora all’inizio. Colpire quello che ha colpito lui non significa aver tolto all’Iran la capacità di nuocere.
Facciamo due conti: quanto costa questa guerra agli americani rispetto a quanto costa agli iraniani?
Se guardiamo ai costi, gli americani sono già “fuori con l’accuso”. Un drone iraniano dei più economici costa tra i 6 e i 7 mila dollari; quelli più avanzati arrivano a 25 mila. Un singolo missile Patriot, necessario per intercettarli, costa 2 milioni e mezzo di dollari. E siccome di solito se ne sparano due per essere sicuri dell’abbattimento, tirare giù un drone da quattro soldi ti costa 5 milioni di dollari. Il sistema THAAD, per i missili balistici, costa ancora di più, circa 6 milioni a colpo. Secondo il New York Times nei primi sei giorni di conflitto Washington ha già speso 11,3 miliardi di dollari. Certo, le guerre non finiscono mai solo per mancanza di soldi, ma il divario economico è clamoroso.
Come funzionano i droni iraniani low cost?
Gli Shahed hanno motori a due tempi, quando passano sembrano lambrette. Tant’è che alcuni Paesi arabi stanno già cambiando tattica: invece di sprecare missili costosissimi, mandano in aria elicotteri con a bordo soldati armati di mitragliatrici per cercare di tirarli giù “a vista”, dato che sono molto lenti. Usare i jet contro i droni è pericoloso e antieconomico: devi avvicinarti troppo, rischiando che i detriti dell’esplosione vengano risucchiati dai motori del caccia, e comunque dovresti
usare un missile che costa una fortuna. L’Iran sta conducendo una guerra molto intelligente.
Se l’Iran riesce a rimanere in piedi dopo questa ondata di attacchi, cosa succederà agli equilibri del Medio Oriente?
Se alla fine di tutto questo la Repubblica Islamica, pur ammaccata, sarà ancora in piedi, dovremo ridiscutere l’intero ordine regionale. Molti inizieranno a chiedersi se valga davvero la pena affidarsi a un alleato come Israele, la cui unica opzione strategica sembra essere bombardare i vicini, o agli Stati Uniti, che non sono riusciti a garantire la sicurezza promessa.
Nelle ultime ore si parla di una possibile missione navale europea per proteggere il transito delle petroliere nello Stretto di Hormuz. Ma quant’è alto il rischio?
Se decidi di mandare navi da guerra per far passare petroliere legate alla coalizione, ti stai esponendo direttamente. Per l’Iran, una nave che scorta un obiettivo “nemico” diventa essa stessa un obiettivo. Che siano droni, missili o barchini esplosivi, il rischio è altissimo. Anzi, per Teheran aumentare il numero di nazioni coinvolte e “sotto tiro” è quasi un vantaggio: più Paesi subiscono danni o perdite, più aumenteranno le pressioni su Washington affinché si metta fine al conflitto. Più il fronte dei “protestatari” si allarga a inglesi, francesi o italiani, più la posizione israeliano-americana si indebolisce.
Un’ultima questione, forse la più inquietante. Donald Trump ha spesso mostrato un’imprevedibilità marcata. Esiste il rischio reale che possa evocare o minacciare l’uso dell’arma nucleare contro l’Iran?
Se guardiamo al personaggio, la risposta è sì. In Putin, o persino in Medvedev, c’è una razionalità cinica, un disegno leggibile. Le dichiarazioni di Trump, invece, sono spesso illogiche: un giorno chiede la resa incondizionata, il giorno dopo dice di voler trattare; un momento dichiara che non c’è più nulla da colpire, e il momento dopo ordina nuovi bombardamenti. In questo quadro di incoerenza, la minaccia nucleare ci sta benissimo, fa parte del suo repertorio comunicativo. Se lo dicesse un altro Presidente, il mondo si fermerebbe terrorizzato. Detto da lui, fa fare qualche titolo in più, il che è paradossalmente ancora più pericoloso perché abbassa la
soglia di allarme. La speranza è che nella “cerchia” dei suoi consiglieri ci sia ancora qualcuno in grado di spiegargli che non è onnipotente.
(da Fanpage)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
BOLLETTE DA + 350 EURO A FAMIGLIA E BENZINA ALLE STELLE
Il conflitto in Medio Oriente incendia i prezzi dei combustibili fossili: petrolio a +45% e gas
a +62%. Mentre le città italiane contano i danni miliardari, l’industria lancia l’allarme insolvenza: «Sopra i 130 dollari a barile agricoltura e tessile rischiano il crac»
A due settimane dall’esplosione delle ostilità in Iran, l’economia italiana inizia a presentare il conto. Se i mercati delle materie prime «fredde» come rame e nichel mostrano una tenuta solida, il comparto energetico è in piena ebollizione. Secondo l’ultima analisi della Cgia di Mestre, i rincari di petrolio (+45,8%) e gas (+62%) sono già più violenti di quelli registrati dopo l’invasione russa dell’Ucraina, trasformandosi in una tassa invisibile ma pesantissima per cittadini e imprese.
La stangata sulle bollette
Le stime di Nomisma Energia parlano chiaro: ogni famiglia italiana si prepara a sborsare, in media, 350 euro in più all’anno per luce e gas. Si tratta di un salasso complessivo da 9,3 miliardi di euro che colpirà con particolare durezza le grandi
aree metropolitane. Roma guida la classifica nazionale dei rincari con una spesa energetica aggiuntiva prevista di 705,8 milioni di euro, seguita da Milano con 554,5 milioni e Napoli, che sfiora i 406 milioni. Al contrario, l’impatto sarà decisamente più contenuto nelle province di Isernia, Aosta e Vibo Valentia, dove i rialzi oscilleranno tra i 12 e i 23 milioni di euro complessivi.
Lo spettro del petrolio a 150 dollari
Come riportato dal Corriere della Sera, il Brent sta danzando pericolosamente intorno ai 100 dollari, ma ha già toccato picchi di 119 dollari. Il vero timore degli analisti riguarda lo Stretto di Hormuz: se il blocco navale dovesse persistere a lungo, il greggio potrebbe schizzare a 150 dollari, superando il record storico raggiunto nel luglio del 2008. L’Italia appare estremamente vulnerabile a questo scenario, avendo importato dal Medio Oriente beni energetici per quasi 16 miliardi di euro nel solo 2025. Il nostro Paese è oggi il secondo importatore europeo dall’area del Golfo dopo la Francia, con una dipendenza strategica cruciale dal Qatar per il gas liquefatto e dall’Iraq e Arabia Saudita per il greggio.
Dall’agricoltura ai voli: i settori a rischio crac
Lo stress test di Scope Rating lancia un monito severo: se il petrolio dovesse restare stabilmente sopra la soglia dei 130 dollari, molti settori industriali andrebbero incontro a rischi di insolvenza. L’agroalimentare è già in prima linea: Coldiretti ha presentato esposti in Procura per denunciare sospette manovre speculative sul gasolio agricolo, il cui prezzo è passato in una sola settimana da 0,85 a 1,25 euro al litro. Non va meglio nei cieli, dove il supplemento carburante per i voli è già raddoppiato, né nel mondo della moda, dove il rialzo delle fibre sintetiche e la chiusura delle boutique negli hub del lusso come Dubai stanno mettendo in ginocchio la filiera italiana.
La ricetta per evitare il default delle famiglie
La Cgia chiede al Governo interventi fiscali immediati per evitare che la speculazione affossi definitivamente il potere d’acquisto. Le proposte sul tavolo prevedono un calo temporaneo e mirato delle accise sui carburanti, che hanno già subito rincari pesanti (benzina +8,7% e diesel +18,2%), oltre a una modulazione
dell’Iva e una riduzione degli oneri di sistema nelle bollette. Parallelamente, gli esperti suggeriscono di rafforzare i poteri delle autorità di vigilanza per monitorare le speculazioni lungo tutta la filiera energetica. In questo clima di incertezza, Piazza Affari ha già bruciato 48 miliardi di euro di capitalizzazione dall’inizio del conflitto, pur mostrando una resistenza maggiore rispetto ai listini di Francoforte e Parigi.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
EX DISOCCUPATO, EX FUORI CORSO, ORA ANCHE PROFESSORE ONORARIO AL KING’S COLLEGE LONDON
In assenza di smentite, la notizia è da considerarsi vera: Luigi Di Maio, il nostro mitico Giggino, è stato nominato professore onorario presso il dipartimento di Defence studies del King’s College London. Lo so che può apparirvi incredibile. Ma temo che ogni stupore sia fuori luogo. L’hanno chiamato Zelig, Bel Ami, Forrest Gump.
Di Maio, in realtà, è solo Di Maio. Un esemplare unico. Spaventoso, però unico. La prima volta che ci parlai fu al telefono. Beppe Grillo e Casaleggio avevano da poco inoculato il tremendo virus dell’ “Uno vale uno” nelle vene del Paese e Giggino, a 26 anni, ex disoccupato, ex fuoricorso, ex steward allo stadio San Paolo di Napoli, era diventato vice-presidente della Camera.
Subito già nel ruolo, parlava con la scaltrezza di un vecchio politico. Non diceva niente, ma lo diceva magnificamente. L’inizio di una carriera mostruosa. Sul nulla. Mentre il suo compare dell’epoca, Alessandro Di Battista, dopo essere uscito dal Parlamento, aver fallito come falegname, barman e scrittore, ora va in giro a raccattare ospitate tivù, Giggino – un governo dopo l’altro, abbracciando prima la Lega, poi il Pd, poi tutti – è stato capo del M5S, vice-premier, ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro e persino ministro degli Esteri.
Persino, perché sembra si facesse aiutare da tre interpreti: per il francese, il tedesco e l’inglese. Forse un po’ d’inglese, ora, l’ha imparato. Me lo ricordo che, a malapena, diceva yes, please, Manchester City. Arrampicatore determinato e furbissimo. Sempre in ghingheri, sbarbato, l’aria di uno che dice cose serie. Anche quando collocava Pinochet in Venezuela. Chiamava “Ping” il presidente cinese Xi Jinping
Oppure da Fazio chiedeva l’impeachment per Mattarella, salvo – sei mesi dopo – definirlo «l’angelo custode del governo». Si lascia andare solo una volta. La sera
che s’affaccia al balcone di Palazzo Chigi e urla alla folla: «Abbiamo abolito la povertà!». Intendeva la sua.
Fuori dalla politica, Giggino diventa Rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico a 12 mila euro (netti) al mese. Gira con la scorta di un sultano. Chiaro che, a uno così, il King’s College non poteva rinunciare. E che noi ci ostiniamo a far fuggire all’estero le nostre menti migliori
Fabrizio Roncone
(da corriere.it)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL TONO CIALTRONESCO CON CUI TRUMP SI RIVOLGE ALL’UMANITA’
Forse un giorno ci diranno che era un esperimento. Una specie di stress test: per quanto
tempo la democrazia più importante del mondo può reggere un Presidente che parla come Cetto La Qualunque? La solennità drammatica della guerra – di ogni guerra, persino di questa fatta di armi, vittime e macerie invisibili – ha reso ancora più stridente il tono cialtronesco con cui Trump si rivolge all’umanità.
Ecco alcune perle che ha messo in fila nelle ultime 24 ore: «Guardate cosa succederà a questi pazzi bastardi: li sto uccidendo ed è un grande onore per me farlo». «Il regime sta per cadere». «Il regime cadrà, ma forse non subito». «Stanno per arrendersi, ma poiché abbiamo fatto fuori tutti i loro leader, non c’è nessuno che possa annunciare la resa». «Potremmo fargli cose terribili, ma siamo buoni». «La prossima settimana colpiremo duro». «Putin li sta un po’ aiutando, d’altronde anche noi stiamo un po’ aiutando l’Ucraina, è giusto così». «Le navi tirino fuori le palle e attraversino lo stretto di Hormuz!»
E con la civettuola immagine di una petroliera che esibisce gli attributi possiamo congedarci dal sommo conferenziere, almeno per oggi.
Considerando che quell’altro fanfarone del suo ministro, Pete Hegseth, ha appena paragonato i capi nemici a un branco di topi, mai avrei immaginato di aspettare con impazienza le dichiarazioni di Netanyahu per sentire finalmente qualcuno parlare della guerra come se fosse una guerra.
(da corriere.it)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
“IL VERO PUNTO È: A QUALE TITOLO MARCO BUCCI SEGNALAVA GLI ARTICOLI A LUI SGRADITI E SUGGERIVA CORRETTIVI? CON QUALE DIRITTO? CON QUALE DENARO È STATO PAGATO QUESTO LAVORO DI DOSSIERAGGIO NEI CONFRONTI DEL SECOLO (E, A QUANTO SEMBRA, ANCHE DI ALTRE TESTATE)? CON DENARO DELLA REGIONE, CIOÈ PUBBLICO, CIOÈ DEI CONTRIBUENTI?”
Questa è la storia delle pressioni che Marco Bucci (A quale titolo? Con quale diritto?) ha esercitato sul Secolo XIX. Vado per punti in ordine cronologico.
Marco Bucci ha cominciato a esercitare pressioni sulla mia direzione quando era ancora sindaco, e prima ancora che io cominciassi, e prima ancora che tra noi due ci fosse alcun contatto (io e Bucci non ci conoscevamo).
Infatti nei mesi di agosto e settembre del 2024 Bucci ha più volte detto in pubblico, rivolgendosi a giornalisti del Secolo XIX, che sarebbe presto arrivato un direttore
che “li avrebbe messi in riga” dopo il modo in cui il Secolo aveva seguito l’inchiesta della Procura della Repubblica sul governatore Giovanni Toti.In un’occasione disse a un giornalista del Secolo che avrebbe parlato con lo stesso giornale solo dopo il mio arrivo: “A quel punto sì che faremo tante interviste”. La circostanza è provata da un editoriale pubblicato sul Secolo XIX dall’allora direttrice Stefania Aloia, che denunciava il disprezzo per la democrazia e per la libertà di stampa dell’allora sindaco Bucci
Quando sono arrivato (29 settembre 2024) dopo i primi incontri di cortesia, Bucci ha cominciato a lamentarsi per alcuni articoli (qui sotto le mie chat con Bucci su whatsapp).
Ho sempre cercato di fare un giornale il più equilibrato possibile, come è nella mia storia giornalistica (20 anni al Corriere della Sera, sei a La Stampa, e poi direzioni di giornali non schierati: La Provincia di Como, la Gazzetta di Parma, il Quotidiano Nazionale, il Resto del Carlino) e come mi aveva raccomandato a Ginevra il mio editore, il signor Gianluigi Aponte, il giorno della mia assunzione: “Faccia un giornale apolitico, apartitico, dia voce a tutti e non si faccia tirare la giacca da nessuno”.
Ho annunciato l’equidistanza del giornale nell’editoriale di ingresso e in quelli all’inizio delle due campagne elettorali, per le regionali e per le comunali, in pieno accordo con il mio editore
I primi contatti con Marco Bucci, allora sindaco, sono stati cordiali. Lui mi disse subito che il Secolo era fazioso, di sinistra, schierato con la Procura della Repubblica. Io gli risposi che avrei fatto un giornale imparziale e lo invitai a segnalarmi eventuali errori o squilibri. Lui cominciò presto a mandarmi messaggi di lamentela su alcuni articoli.
Durante la campagna per le elezioni comunali della primavera 2025 Bucci ha cominciato a intensificare le pressioni facendo preparare dal suo staff una serie di dossier tesi a dimostrare che il Secolo era schierato con il centrosinistra.
Questi dossier, e non semplici rassegne stampa, riportavano alcuni articoli del Secolo XIX seguiti da commenti negativi e da informazioni del tutto false: venivano inviati da Bucci al presidente di Blue Media, editrice del Secolo, Pierfrancesco Vago, che me li girava solo per conoscenza, senza mai dire di favorire alcuno.
A un certo punto (13 maggio 2025) Bucci ha inviato a Vago anche le istruzioni su come fare il giornale in campagna elettorale e Vago me le ha inoltrate. È un foglio che si intitola “Risposta del governatore Bucci”: lo ripubblico e pubblico anche lo screenshot che dimostra l’inoltro, contemporaneo a quello di uno di questi dossier preparati dallo staff di comunicazione di Bucci.
Ho interrotto i rapporti con Bucci, protestando per il suo comportamento, l’8 maggio 2025, come risulta dalla chat tra me e lui su whatsapp.
In ottobre Pierfrancesco Vago mi ha chiesto un incontro chiarificatore con Bucci, avvenuto in Regione il giorno 9. Gli ho risposto via mail che ritenevo irrituale che l’incontro si svolgesse in Regione . Alla fine ho accettato quella sede solo per il grande rispetto che ho nei confronti del signor Vago, persona educata, onesta, perbene, che mi ha sempre trattato in modo impeccabile.
In quell’incontro ho ripetuto a Bucci quello che gli avevo sempre detto: che mi era stato dato mandato di fare un giornale super partes, e gli avevo chiesto che se avesse visto qualche errore, inesattezza o faziosità, avrebbe dovuto segnalarmela (in modo da permettermi di verificare ed eventualmente correggere, come faccio con chiunque) invece che far preparare questi dossier.
Dossier che erano confezionati a cadenza regolare. Prova ne sia che, come pubblichiamo in queste pagine, ce n’è uno che parte da settembre, quindi in un tempo in cui Bucci ed io non avevamo rapporti. Altro che concordati con me
Ma anche dopo quel 9 ottobre Bucci ha continuato a inviare a Vago questi dossier sul Secolo per dimostrare che il giornale è fazioso e contro di lui (risulta dalle chat tra Vago, che mi inoltrava le lamentele di Bucci, e me). Bucci contesta perfino la mia presenza alla festa di compleanno della sindaca Salis, dove c’era mezza città: quindi non potevano certo essere dossier concordati con me! Addirittura lo staff di Bucci contesta la qualità delle fotografie pubblicate, sostenendo che in un servizio sull’Ilva quella del governatore era sfuocata e quella di Silvia Salis più nitida; che lui era ritratto a capo chino, e lei “orgogliosa” a testa alta. Lascio al lettore giudicare il livello culturale, intellettuale e politico di simili osservazioni. Per “provare” che stiamo con la sinistra, l’ufficio comunicazione di Bucci stigmatizza perfino il fatto che un giornalista del Secolo, Emanuele Capone, dice “brava la mia sindaca!” commentando sui social un video in cui Silvia Salis canta con i Pinguini Tattici Nucleari. Sto scherzando? Purtroppo no.
Il 22 novembre Bucci ha inviato anche a me uno di questi dossier, e gli ho risposto in modo chiaro che si trattava di ricostruzioni inaccettabili (vedi chat tra me e Bucci)
Da quel momento Bucci ha ripreso a inviare i dossier al mio editore, che me li inoltrava. Ho sempre risposto al mio editore che non accettavo le interferenze del presidente della Regione. Tutto questo è riscontrabile nella chat integrale tra me e Bucci, che ho anche allegato all’Ordine dei Giornalisti e che è agli atti dell’inchiesta.
All’inizio di dicembre 2025 Bucci scrive al mio editore che il Secolo non deve dare spazio a “quelli del Pd”, i quali sono “cretini totali”, e che invece il giornale dovrebbe denunciare il Pd “come il partito delle tasse”.
Le pressioni dell’ufficio stampa della Regione sono diventate di dominio pubblico a Genova, anche perché non riguardavano solo il Secolo, e l’Ordine dei Giornalisti della Liguria in gennaio ha aperto un’inchiesta sui giornalisti che compongono l’ufficio comunicazioni del governatore
Il 14 gennaio 2026 Federico Casabella, capo dello staff di Bucci, ha fatto mettere a verbale all’Ordine dei Giornalisti che i dossier sui giornalisti del Secolo, a quanto gli risultava, erano stati concordati tra Bucci e me. Una palese menzogna, che ho potuto dimostrare all’Ordine dei Giornalisti in quattro punti:
1) il fatto che questi dossier sono sempre stati inviati al mio editore, e non a me, salvo l’ultimo di settembre-ottobre-novembre, inviato a entrambi a fine anno.
2) il fatto che in questi dossier si critica il mio operato: ad esempio quando si chiede all’editore di farmi cambiare linea per le elezioni comunali o si stigmatizza la mia presenza alla festa di compleanno della sindaca Silvia Salis. È del tutto evidente che simili affermazioni non possono essere state concordate con me.
3) Il fatto che in tutte le chat su whatsapp tra me e Bucci e tra me e Vago è sempre evidente la mia protesta per tali dossier e tali indebite ingerenze.
4) Il fatto che l’11 giugno 2025 ho scritto un editoriale in prima pagina e ospitato a pagina 10 una serie comunicati di protesta contro il comportamento di Bucci il quale, a un evento pubblico e davanti alle telecamere, aveva detto “quelli del Secolo devono darsi una regolata”. È evidente che tra noi due c’era un duro contrasto, non un accordo
Il 27 febbraio scorso l’Ordine dei Giornalisti mi ha prosciolto dall’accusa di aver concordato i dossier con Bucci, accusa che ha ritenuto del tutto falsa, alla luce della documentazione che ho prodotto
Voglio infine aggiungere che faccio questo lavoro da mezzo secolo e ho diretto cinque quotidiani, ma mai ho visto una cosa del genere. Bucci non ha fatto solo pressioni: si è comportato come se avesse un chissà quale diritto sul Secolo XIX. Un conto sono le normali osservazioni o lamentele dei politici (quelle esistono ovunque e da sempre), un altro conto è un presidente di Regione che manda all’editore l’elenco degli articoli da pubblicare in campagna elettorale. A che titolo?
I dossier preparati dall’Ufficio Stampa della Regione, su richiesta di Bucci, riportano solo alcuni articoli, senza mai menzionare quelli in cui, invece, è Bucci stesso o comunque il centrodestra a parlare. Si tratta insomma di estrapolazioni, come la raccolta del Secolo può facilmente dimostrare.
Molte affermazioni a commento di queste “rassegne stampa”-dossier sono assolutamente false. Ad esempio vien scritto, nelle istruzioni che Bucci pretende di dare al giornale per la campagna elettorale per le comunali, che il Secolo ha intervistato solo politici nazionali di centrosinistra, e nessuno di centrodestra. Ma a quella data (12 maggio 2025), come si può agevolmente documentare, il Secolo aveva intervistato molti più esponenti nazionali di centrodestra (quasi il doppio) che di centrosinistra
Sono a Genova da un anno e mezzo e con nessun altro politico ho avuto problemi. Anche nel centrodestra, non c’è nessuno che mi abbia mai manifestato lamentele per una faziosità del giornale.
È infine del tutto evidente che la dichiarazione di Casabella, secondo il quale io sarei stato d’accordo con Bucci nel confezionare e inviarmi dossier sui miei giornalisti, è di una gravità assoluta e comporta un ingente danno reputazionale. La mia redazione avrebbe avuto ben diritto di sfiduciarmi e avrei subito pesanti (ma soprattutto infamanti) sanzioni disciplinari, credo anche la radiazione dall’Albo. Quindi sono stato costretto a tutelarmi presentando alla Procura della Repubblica di Genova una querela per diffamazione contro il portavoce Casabella e chiunque altro abbia eventualmente contribuito a convincerlo dell’esistenza di quell’accordo.
Mercoledì 11 marzo il governatore Marco Bucci e il suo portavoce Federico Casabella hanno indetto una conferenza stampa in Regione ribadendo la menzogna di un mio accordo nella preparazione dei dossier, chiamati da loro “normali rassegne stampa”. Due giornalisti hanno chiesto conto del vademecum mandato al mio editore per la campagna elettorale 2025 ed entrambi hanno risposto di non sapere di che cosa si trattasse, di non aver mai visto quel foglio, e quindi – tantomeno – di non averlo mai inviato ad alcuno.
Giovedì 12 ho scritto che Bucci mente e ho indicato la data, l’ora, il minuto e il secondo in cui quel vademecum è stato inviato al mio presidente Vago.
A quel punto Bucci, con un comunicato diffuso anche dall’Ansa, ha rettificato, dicendo che se quel documento è intitolato “Risposta del governatore Bucci” significa che qualcuno glielo aveva chiesto, e quindi che non era nato di sua iniziativa. Bucci si è dunque smentito da solo.
Lo stesso giorno (12 marzo) Bucci mi ha chiesto il permesso di pubblicare le chat tra noi due. Gli ho risposto che non avevo alcun problema (infatti le pubblico qui integrali) ma, a quel punto, bisognava pubblicare tutte le chat, anche i messaggi che lui mandava al mio editore, e di depositare tutto alla Procura della Repubblica. Gli ho scritto: “Ci stai?”. Marco Bucci non mi ha risposto, ha eluso l’opzione-Procura e nella tarda serata di venerdì 13 ha diffuso, senza il mio permesso, le chat tra noi du
Ecco perché ho reagito pubblicando anche i messaggi che il mio presidente mi ha inoltrato, sbugiardando Bucci – tra l’altro – sul vademecum elettoral
“Reagito” è la parola chiave. Nulla, in questa vicenda, è stato frutto di una mia iniziativa.
Ho reagito alla prepotenza e all’arroganza di dossier pieni di falsità, che accusavano i giornalisti del Secolo. Ho difeso i miei colleghi, la mia testata, la sua storia di 140 anni di indipendenza
Ho reagito quando ho saputo dall’Ordine dei Giornalisti che Federico Casabella aveva affermato che quei dossier erano stati concordati con me.
Ho reagito quando Bucci ha detto in conferenza stampa di non aver mai inviato nulla al mio editore.
Ho reagito quando Bucci ha affermato – in una conferenza stampa ripresa in diretta da Primocanale e da TeleNord, quindi tutto documentato – di non sapere nulla del vademecum elettorale sulle comunali 2025.
Ho reagito quando ha diffuso le chat tra me e lui (io non avevo mai pubblicato sue frasi delle chat, solo due mie proteste).
Ecco, questa è la storia di uno di noi, anzi di loro. Una storia voluta da Bucci e il suo staff, non certo da me, che ho sempre respinto le sue pressioni anche grazie al mio editore Pierfrancesco Vago, che mi ha sempre solo riferito di queste pretese di Bucci, senza mai impormi nulla, anzi sempre ribadendomi di “tenere la barra dritta per un giornale imparziale ed equilibrato”.
Ora, al di là di tutto questo, il vero punto è: a quale titolo Marco Bucci segnalava gli articoli a lui sgraditi e suggeriva correttivi? Con quale diritto? Io, ripeto, ho fatto un giornale credo imparziale. Ma se anche avessi voluto farlo di sinistra, o di destra, nessun politico avrebbe avuto il diritto di eccepire. Solo l’editore può dire a un direttore: così non va bene. Non certo alcun altro. Marco Bucci, così come nessun altro politico, non ha alcun diritto di interferire nella linea di un giornale.
Ultimissima. Con quale denaro è stato pagato questo lavoro di dossieraggio nei confronti del Secolo (e, a quanto sembra, anche di altre testate)? Con denaro della Regione, cioè pubblico, cioè dei contribuenti?
Michele Brambilla
direttore de Il Secolo XIX)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
LE PRESSIONI DI SALVINI PER PRECETTARE I LAVORATORI
“In Italia è eccessivamente limitato il diritto di sciopero”; la sonora bocciatura arriva dal
Comitato europeo dei diritti sociali (Ceds), con una decisione appena pubblicata. Secondo l’organismo internazionale, infatti, le nostre norme sono troppo restrittive, riducono in modo esagerato il diritto di scioperare per i lavoratori dei servizi pubblici. Questo rappresenta un bel guaio per il governo Meloni, che ora dovrà adeguarsi al provvedimento arrivato dopo un ricorso presentato nel 2022 dall‘Unione sindacale di base (Usb), curato dal giuslavorista Giovanni Orlandini e dagli avvocati Danilo Conte e Marco Tufo. L’obiettivo dichiarato del centrodestra, in questi anni, era semmai ridurre ancora di più il diritto di sciopero con regole ancora più aspre.
Il Ceds è il comitato che vigila sul rispetto della Carta sociale europea da parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa, da non confondere con l’Unione europea. Anche l’Italia ne fa parte, quindi è tenuta a rispettare le norme della Carta. La nostra legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, la 146 del 1990, viola
invece diversi diritti riconosciuti dal documento. Innanzitutto, la nostra legge contiene una nozione troppo estensiva di servizi pubblici essenziali. Questo significa che un numero molto ampio di lavoratori può essere sottoposto alle limitazioni. Quindi il Comitato dice che bisogna invece ricomprendere solo le prestazioni che siano davvero connesse a interessi generali. Per esempio i trasporti: non sempre garantiscono servizi essenziali.
L’altro punto bocciato dal Comitato riguarda una norma che contraddistingue la legge italiana: l’obbligo di annunciare la durata dello sciopero, tra l’altro con largo anticipo. Secondo il Ceds, questo dovere imposto ai sindacati riduce l’efficacia della mobilitazione, perché dà tempo e modo alla controparte di organizzarsi per minimizzare il disagio. In Italia gli scioperi durano massimo un giorno, ma spesso sono solo per otto ore o addirittura solo quattro. In questo modo, la controparte non subisce alcuna pressione. Infine, l’altro rilievo mosso dal comitato riguarda l’eccesso di periodi in cui è vietato proclamare scioperi, le cosiddette franchigie. In Italia li abbiamo a ridosso di vacanze, feste religiose, grandi eventi. E ancora, il nostro ordinamento prevede il cosiddetto obbligo di “rarefazione”, cioè ogni sciopero deve essere proclamato a una certa distanza temporale dall’altro, per evitare di concentrarne troppi nello stesso periodo. Come detto, questi lacci e laccioli limitano il diritto di sciopero in settori che non sempre sono davvero riconducibili a servizi essenziali.
Il Comitato, va ricordato, ha una composizione moderata, le sue ultime decisioni hanno spesso deluso i sindacati. Solo una componente su quattordici ha una tendenza favorevole ai lavoratori, ma in generale non si tratta di un organo “militante”. Il destino beffardo ha voluto che questa pronuncia arrivasse proprio durante il governo Meloni, esecutivo che in questi anni aveva manifestato la volontà di dare un’ulteriore stretta al diritto di sciopero. Tra l’altro, la Commissione di garanzia per lo sciopero nei servizi pubblici essenziali (Cgsse), di nomina politica, ha già da tempo assunto un orientamento estremamente restrittivo, quindi ha già di fatto contratto il diritto di mobilitazione sindacale. Basti ricordare i provvedimenti sugli scioperi generali contro il governo di Cgil e Uil, i numerosi richiami nei confronti dei sindacati di base, e anche il blocco dello sciopero a favore di Gaza e della Flotilla.
L’orientamento severo della Commissione è stato cavalcato ampiamente dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che spesso ha fatto leva su queste pronunce per precettare i lavoratori. E tra l’altro Fratelli d’Italia prova da tempo a inserire una norma che imporrebbe ai lavoratori dei trasporti di comunicare preventivamente l’adesione agli scioperi. La decisione del Comitato non ha un’applicazione diretta, ma il governo dovrà adeguarsi e inoltre costituirà una fonte che dovrebbe indirizzare i giudici e le autorità amministrative. Quindi anche la stessa Commissione di garanzia dovrà tenere in considerazione questa pronuncia, ed evidentemente modificare in modo netto la tendenza degli ultimi anni.
(da agenzie)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
GLI AEREI SONO SEMIVUOTI, I TAXI IN AEROPORTO ATTENDONO ANCHE DIECI ORE E SPIAGGE E BAR SONO DESERTI …SE NE VANNO CITIBANK, DELOITTE, PWC, STANDARD CHARTERED, DISNEY
Dubai bye bye. Arrivi e capisci che la festa era ieri, e ora son pensieri. Non è Ghost City, la vita va avanti, però il fantasma della guerra fa paura. Il traffico non sarà mai stato il problema più grave, e ancora c’è. E si gioca a golf o a tennis, come sempre, anche se prenotare non è più un problema. Chi lavora, si rinchiude nello smart working come ai tempi del Covid. E nella fuga dei primi giorni qualche Ferrari è stata lasciata di corsa al confine con l’Oman, sì, ma non come nella crisi del 2008: nessun posteggio al sole di supercar, il lusso rimane nei garage, aspettando strade e futuri più sicuri.
I colossi tengono qui i manager, ma non si fidano a rischiare gli impiegati: se ne vanno Citibank, Deloitte, PwC, Standard Chartered, Disney..
«Le immagini di Dubai ci fan pensare che gli acquisti si riducano — dice il presidente dell’Ice, Matteo Zoppas —, ma ci sono categorie indispensabili che dovranno pur restare».
Fra queste, non gli hotel: dove si viveva di turismo, il turista è volato via e gli affari son calati del 70%. Le suite pentastellate con doppio bagno vengono via a 150 euro. Le Tesla Model, le noleggiano al prezzo d’una 500 (anche se poi l’oscuramento dei satelliti fa impazzire i gps: Andrew, un rider ugandese che consegna pizze con la moto, racconta di metterci il doppio del tempo a trovare gl’indirizzi «perché il navigatore mi manda sempre in mezzo al mare…»).
Si svuotano le spiagge, e c’entra pure che piova, ma non si riempiono i bar e si sconsola il proprietario d’un ristorante libanese sul lungomare: «Mio cugino che sta a Beirut, anche lui sotto le bombe, ha più clienti di me…». In aeroporto, i taxi attendono anche dieci ore, atterrano solo Emirates ed Etihad: sul nostro volo da 2.200 euro eravamo in dodici, e gli altri erano bangla-schiavi costretti a rientrare per il lavoro di domestico, di giardiniere, d’autista.
Non è l’inizio della fine, si sforzano tutti di crederci, ma sembra finita una certa idea degl’inizi di Dubai. «Se ci sarà una cosa positiva dopo la guerra — prevede un’imprenditrice italiana —, sarà lo stop ai bilocali da 4 milioni d’euro». E forse a una folla di latitanti, evasori e papponi che faceva del Golfo una tortuga malvista, non il luogo dove tanti han cavato la fortuna dalla sabbia: «Alle prime esplosioni, i primi a scappare sono stati proprio quegli influencer che dicevano d’amare tanto Dubai…».
Mica tutti: sta finendo a stracci e querele, fra stampa inglese e tatuatissime opinion maker , dopo la scoperta che qualche regina dei follower postava video tranquillizzanti — «raga, qui è sicurissimo, venite che adesso costa meno!» — solo perché ben retribuita dall’Emirato.
Se danneggi Dubai, del resto, lo sai che son guai: una ventina di pensionati inglesi è stata denunciata per aver pubblicato i video dei droni, fiamme e fumo, l’accusa è d’attentato alla sicurezza e rischiano fino a due anni di galera. Non c’è post(o) al sole, per chi diffama. E l’emergenza non ammette sconti.
Chi è scappato, non s’è portato dietro neanche il cane: ne han salvati a decine, abbandonati sulle terrazze delle penthouse.
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA CRISI MAGGIORE È PER ALIMENTARI (-3,8%), EDICOLE, LIBRERIE E NEGOZI DI GIOCATTOLI (-3,6%) – L’ALLARME DI CARLO SANGALLI, PRESIDENTE DI CONFCOMMERCIO: “LA DESERTIFICAZIONE COMMERCIALE È DIVENTATA UN’EMERGENZA CHE PENALIZZA LE AREE URBANE, CON MENO SERVIZI E MENO SICUREZZA”
Lo scorso anno in Italia hanno cessato l’attività 17mila negozi, circa 46 al giorno. Il trend
delle chiusure è in accelerazione perché nel 2025 lo stock di attività commerciali è calato di quasi il 3,2% mentre in passato era al 2,2 per cento.
«Il fenomeno della desertificazione commerciale accelera, con il rischio che da qui al 2035 avremo città meno illuminate, alcuni quartieri-dormitorio, una popolazione anziana con difficoltà a fare la spesa e l’ipotesi di un maggior degrado delle città», ha detto Mariano Bella, direttore dell’Ufficio studi di Confcommercio, prima di presentare l’undicesima edizione dell’analisi “Città e demografia d’impresa”, che
ha scandagliato l’andamento di aperture e cessazioni per 18 tipi di attività in 107 capoluoghi di provincia e nei 15 comuni più popolosi.
Alimentari tra i più penalizzati Lo scorso anno tra le attività con la maggiore quota di chiusure ci sono, per esempio, i negozi di alimentari (-3,8%), edicole, librerie e negozi di giocattoli (-3,6%), computer e telefonia (-3,3%), abbigliamento e calzature (-2,6%). Il commercio ambulante ha perso quasi 4mila licenze (-6,4%), tanto che il sistema del commercio al dettaglio segna un -3,2% con poco più di 517mila imprese.
I ristoranti sono stabili, i bar vedono un -2,2% ma sovente diventano ristoranti. Per quanto riguarda l’ospitalità i b&b sono quasi 46mila con un +6,5% negli ultimi dodici mesi.
Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, va direttamente al punto. «La desertificazione commerciale è diventata un’emergenza che penalizza le aree urbane, con meno servizi e meno sicurezza – dice –. Va avviato il nostro progetto Cities con i sindaci su tre priorità: disciplinare l’offerta commerciale nei centri storici, riutilizzo immediato dei locali sfitti, coniugare sviluppo economico e urbanistica». Cities, a cui collabora anche l’Anci, potrebbe essere l’antidoto alla desertificazione aprendo un confronto costruttivo con sindaci e assessori.
Tra le proposte c’è il riconoscimento per le imprese di prossimità di essere attori del governo urbano, integrando politiche di sviluppo economico e urbanistica, attraverso l’attribuzione di deleghe a un’unica figura politica o a una cabina di regia inter-assessorile per favorire il raccordo tra gli strumenti di pianificazione urbanistica e la programmazione commerciale
Si auspica la creazione di un osservatorio permanente sul tessuto economico urbano, integrando le fonti amministrative tradizionali con fonti innovative, come le Cities Analytics di Confcommercio sui flussi pedonali nelle vie del commercio.
La lunga crisi
Più pesante il bilancio di lungo periodo dell’analisi “Città e demografia d’impresa”. «Tra il 2012 e il 2025 sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante, oltre un quarto del totale – continua Bella –. Crescono solo le
imprese del comparto alloggio, in modo particolare quelle legate agli affitti brevi, i B&B e ristorazione (+19mila) e aumenta il numero di locali commerciali sfitti».
Nello stesso lasso di tempo c’è stata la crescita impetuosa dell’ecommerce. «Nel 2025 le vendite online rappresentano l’11,3% dei consumi totali dei beni acquistabili e il 18,4% dei servizi, contribuendo a ridurre il numero di negozi fisici e modificando l’organizzazione dell’offerta commerciale» rimarcano da Confcommercio prima del confronto sulle performance tra on e offline.
(da agenzie)
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