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IL CASO DI DELMASTRO E DEL RISTORANTE DELLA FIGLIA DEL MAFIOSO “A SUA INSAPUTA”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA DI FDI DICE DI AVER LASCIATO LA SOCIETA’ QUANDO HA SCOPERTO TUTTO, MA ALCUNE DATE NON TORNANO… E SECONDO IL FATTO AVREBBE ANCHE PRANZATO CON CAROCCIA E LA FIGLIA CHE ALL’EPOCA NON LO RICONOBBE

«Si parla di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che si scopre essere “la figlia di”… Nel momento in cui l’ho scoperto ho lasciato la società e l’ho fatto per il rigore etico e morale che mi contraddistingue». Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove si difende con il classico “a mia insaputa” nella vicenda della società costituita da lui e da altri di Fratelli d’Italia con Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, successivamente condannato in via definitiva per associazione mafiosa con il Clan Senese. Eppure nella vicenda resa nota ieri 18 marzo da Alberto Nerazzini sul Fatto Quotidiano ci sono molte cose che non tornano.
Il ristorante
La storia comincia con un ristorante che si chiama Bisteccheria d’Italia e si trova in via Tuscolana 452a a Roma. La proprietà è della srl Le 5 Forchette, con capitale sociale di 10 mila euro e sede a Biella, ovvero a 700 km di distanza. E tra i soci della società compariva fino a poco tempo fa Delmastro insieme ad altri compagni di partito piemontesi: Cristiano Franceschini, assessore a Biella, Davide Zappalà, consigliere in Piemonte, Elena Chiorino, vicepresidente. Quando la società viene costituita Delmastro ha il 25%.Gli altri piccole quote. Il 50% è di proprietà della studentessa 18enne romana Miriam Caroccia, che della società diventa anche amministratrice unica. Suo padre si chiama Mauro Caroccia e ha una grande esperienza nella ristorazione, visto che da anni apre e chiude ristoranti a Roma. Ma soprattutto, è in affari con il clan Senese.
Le condanne e la vendita
Come ha raccontato Il Fatto Quotidiano, la società viene aperta dopo una sentenza della Corte di Appello di Roma che assolve Caroccia (e Senese) dall’accusa di associazione mafiosa. Quando la Cassazione annulla la sentenza alle quote della società cominciano a succedere cose curiose.
La prima è che Delmastro vende il suo 25% a sé stesso. Ovvero lo fa acquistare a una società che si chiama G&G Srl, si occupa di immobili e soprattutto è sua con il 100% delle quote. Poi si celebra il secondo processo d’appello, che condanna di nuovo Carocci e Senese. E infine la Cassazione conferma le condanne e Carocci finisce in carcere (dovrà scontare 4 anni di reclusione). Subito dopo la G&G vende il suo 25% a un’altra socia (un’impiegata che si chiama Donatella Pelle ed è moglie di Domenico Monteleone, avvocato) mentre gli altri esponenti di FdI Piemonte alienano le loro quote a favore di Miriam Caroccia.
A sua insaputa
Il Fatto Quotidiano scrive oggi che Delmastro si è recato nel ristorante Bisteccheria d’Italia almeno in un’occasione. E nell’occasione Miriam non lo ha riconosciuto: a dirle che il sottosegretario è al suo tavolo è suo padre Mauro. Che all’epoca gestisce la bisteccheria con tanto di video su TikTok per pubblicizzarla.
Rimane poi la curiosità maggiore, ovvero: come è successo che una serie di politici piemontesi di punto in bianco ha deciso di aprire un ristorante a Roma? Delmastro ha poi detto di essersi liberato «immediatamente» delle sue quote. In realtà prima ha girato il 25% alla sua società nel novembre 2025 e poi le ha cedute il 27 febbraio 2026. È una casualità che la condanna definitiva a Caroccia senior sia arrivata il 19 febbraio?
Meloni furibonda
Giorgia Meloni viene descritta come «furibonda» per la vicenda. Ma secondo Repubblica oltre un mese fa il sottosegretario ha informato i vertici di FdI rassicurandoli sulla cessione delle quote. Anche perché c’è un problema collaterale.
I deputati devono dichiarare le proprietà alle camere ma delle quote di Delmastro in Le 5 Forchette non c’è traccia nei documenti depositati all’amministrazione di Montecitorio. Il sottosegretario alla Giustizia ha attestato che l’unica variazione intervenuta dall’anno precedente è essere diventato proprietario al 100 per cento della società immobiliare Ezra Pound con sede a Biella, la sua città di origine. La società 5 Forchette è stata costituita il 16 dicembre 2024.
Chi è Mauro Caroccia
Appare ancora più curioso che Delmastro abbia scoperto successivamente chi fosse Mauro Caroccia. Visto che il suo nome compare spesso negli atti su Michele Senese ‘O Pazzo. Il reato che gli hanno contestato i giudici è la classica intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato i clan. Secondo le sentenze proprio attraverso società e attività di ristorazione venivano schermati e ripuliti i capitali riconducibili all’organizzazione. Mauro Caroccia era un prestanome che usava i ristoranti per riciclare denaro. E con chi ti va ad aprire proprio una società di ristorazione il sottosegretario?
(da Open)

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BUONA FESTA DEL PAPA’, NONNETTO: IN ITALIA L’ETA’ MEDIA DEL PRIMO FIGLIO E’ SALITA A 36 ANNI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’IMPATTO DEL FENOMENO DEMOSCOPICO E LE SUE CAUSE

«Mio figlio non ha mai visto il mio colore naturale della mia barba, quando è nato era già quasi tutta bianca». Basta una frase del genere per fotografare un fenomeno demografico spesso tralasciato. Perché parliamo sempre dell’età in cui le donne diventano madri per la prima volta, ma ci dimentichiamo dei padri. E anche per loro i dati non sono rassicuranti: secondo gli ultimi dati disponibili, in Italia, gli uomini hanno avuto il primo figlio attorno ai 36 anni. Ma a stupire non è solo l’età dei neopadri, è soprattutto la velocità con cui l’età media è avanzata nel giro di trent’anni. Secondo le ricostruzioni basate sui dati Istat, infatti, negli anni ’90 gli uomini diventavano padri molto prima: tra i 25 e i 27 anni.
Cosa è successo in una generazione
Nel giro di una generazione, quindi, l’ingresso nella paternità si è spostato in avanti di quasi dieci anni. Non si tratta di una semplice trasformazione culturale, ma del segnale di un cambiamento più profondo che riguarda l’intero percorso verso l’età adulta. Se negli anni ’70 e ’80 diventare genitori era una tappa relativamente precoce, oggi arriva alla fine di un percorso molto più lungo e incerto. Le ragioni sono diverse e si intrecciano tra loro. L’ingresso nel mondo del lavoro è sempre più tardivo, spesso segnato da anni di precarietà; l’uscita dalla famiglia di origine avviene più tardi; la stabilità economica necessaria per avere un figlio si raggiunge (quando si raggiunge) ben oltre i trent’anni. E poi c’è anche la stabilità sentimentale, pure quella molto instabile. In questo contesto, la decisione di diventare padre non è più un passaggio naturale, ma una scelta che viene rimandata fino a quando le condizioni lo permettono.
La biologia conta anche per gli uomini
C’è poi un altro aspetto che pesa, anche se meno raccontato: la paternità, a differenza della maternità, è stata a lungo considerata meno “urgente” dal punto di vista biologico. Eppure negli ultimi anni la ricerca ha iniziato a ridimensionare
questa idea. Gli uomini sono più fertili tra i 20 e i 30 anni. Tra i 30 e i 35 peggiora anche la qualità dello sperma, con un aumento delle mutazioni genetiche e delle alterazioni epigenetiche legate al continuo processo di produzione degli spermatozoi. Questo si traduce, da un lato, in una riduzione della fertilità e delle probabilità di successo anche nelle tecniche di procreazione assistita, e dall’altro in un incremento, seppur contenuto, di alcunirischi per il nascituro. La letteratura scientifica ha individuato una correlazione tra età paterna avanzata e disturbi neuropsichiatrici come l’autismo e la schizofrenia: studi epidemiologici mostrano che i figli di padri sopra i 40 anni hanno una probabilità significativamente più alta di ricevere una diagnosi nello spettro autistico rispetto a quelli con padri sotto i 30. Anche il rischio di aborto spontaneo cresce con l’età paterna, in particolare dopo i 40–45 anni.
L’involontaria politica del figlio unico e le sue conseguenze
Ma diventare padri più tardi non è solo una questione anagrafica. Incide, infatti, anche sulla possibilità di avere altri figli, il che contribuisce al calo delle nascite e, soprattutto, alla scomparsa del secondo o terzo figlio. Avere meno figli significa anche dividere il patrimonio familiare tra meno eredi, e quindi, almeno in teoria, aumentare la quota di ricchezza per ciascun figlio. Ma questo meccanismo non rende la società più ricca nel suo complesso: secondo gli economisti, tende piuttosto a renderla più diseguale. Nelle famiglie con patrimoni consistenti, infatti, meno figli significa concentrare la ricchezza e rafforzare il vantaggio economico tra generazioni. Al contrario, chi parte da condizioni più fragili continua a ereditare poco o nulla. Il risultato è un sistema in cui il peso dell’origine familiare cresce e la mobilità sociale si riduce. A questo si aggiunge un effetto più ampio: meno figli oggi significa anche meno lavoratori e contribuenti domani, con conseguenze dirette sulla sostenibilità del welfare e delle pensioni.
Il confronto con l’estero
Gli uomini diventano padri sempre più tardi, dunque, e questa è una tendenza comune a molti Paesi. In Italia, però, le cose vanno un po’ peggio che altrove. In paesi come Francia e Germania si resta intorno ai 33–34 anni, mentre nei paesi del Nord Europa – dalla Svezia alla Danimarca – l’ingresso nella paternità avviene attorno ai 30. L’Italia, insieme alla Spagna, si colloca stabilmente nella fascia più alta, con valori vicini o superiori ai 35 anni. Ma come fanno gli altri Paesi ad
abbassare età paterna del primo figlio? Con le politiche per la famiglia. Nei paesi del Nord Europa, ad esempio, esistono congedi parentali più lunghi e meglio retribuiti, spesso con quote riservate ai padri: in Svezia e in Norvegia ogni genitore ha mesi di congedo non trasferibili, e se il padre non li utilizza vanno persi. Anche in Germania negli ultimi anni sono stati introdotti incentivi per favorire la condivisione del congedo tra i genitori, mentre in Francia il sistema di servizi per l’infanzia – a partire dagli asili nido – è più capillare rispetto a quello italiano.
(da agenzie)

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“CHARLIE KIRK NON VOLEVA LA GUERRA, HA DECISO NETANYAHU”: COSI’ IL MONDO MAGA SI DIVIDE SU TRUMP

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

CARLSON: “ATTACCO DECISO DA TEL AVIV”… TRUMP DELUDE ANCHE I SUOI ELETTORI, CROLLO DI CONSENSI NEI SONDAGGI

«Joe, impediscici di entrare in guerra con l’Iran». A parlare era Charlie Kirk, che poi «all’improvviso viene assassinato pubblicamente e non ci è permesso fare domande al riguardo. Ci è stato impedito di proseguire le indagini. Ci sono molte domande senza risposta». In un video Joe Kent, l’ex capo del Centro antiterrorismo di Donald Trump, torna a raccontare le sue dimissioni e ad accusare Israele di aver deciso per il presidente Usa. Non è l’unico ex sostenitore del presidente a sostenere la tesi complottista: «È difficile dirlo, ma non sono stati gli Stati Uniti a prendere questa decisione. È stato Benjamin Netanyahu», ha detto Tucker Carlson. Ma intanto proprio Kent deve fronteggiare un’accusa che viene dall’Fbi: avrebbe diffuso informazioni classificate sull’amministrazione.
La guerra del Maga a Israele
Il movimento Maga (Make America Great Again) sull’Iran è profondamente diviso. Oltre a Carlson anche Megyn Kelly, che sul canale tv Sirius XM e su YouTube conduce uno dei podcast di destra più seguiti, si è dissociata dall’intervento in Iran: «Appoggio il presidente, ma ciò non significa accettare un’altra guerra in Medio Oriente senza porre domande». Entrambi hanno detto di continuare a sostenere il presidente («Lo amerò qualunque cosa dica di me»).
Ma sull’Iran e sull’influenza di Israele sull’amministrazione continuano ad attaccare Trump. Scontrandosi con altri all’interno del movimento che la pensano diversamente. Per esempio Mark Levin, che ha scritto su X: «Sono stati “gli ebrei” a far divulgare a Joe Kent informazioni classificate? …Lo hanno convinto loro a pugnalare alle spalle il nostro presidente e scrivere una lettera che i nostri nemici useranno come propaganda? Lo hanno fatto diventare loro suprematista e antisemita? E gli hanno fatto fare interviste con programmi neonazisti?».
Gli scontri e il complottismo
Levin ha anche accusato Kent di aver detto a Carlson di un suo incontro con Trump il 4 giugno scorso. Carlson twittò che Levin era alla Casa Bianca, «a fare pressione per la guerra con l’Iran… Perché Mark Levin si sta ancora una volta agitando per le
armi di distruzione di massa? Per distrarre dal reale obiettivo, il cambio di regime: giovani americani da mandare di nuovo in Medio Oriente a rovesciare un altro governo». Una guerra in cui non si risparmiano colpi bassi, anzi bassissimi: come racconta il Corriere della Sera, quando Levin ha criticato Kelly per non aver appoggiato la guerra in Iran, lei lo ha accusato di avere un «micropene», lui ha ribattuto che è «oscena e petulante».
I sondaggi
E i sondaggi cominciano a dare ragione ai Maga. Rich Baris, di Big Data Polls, sondaggista pro-Trump, ha avvertito che la base del presidente si sta restringendo e che questo avrà conseguenze disastrose per i Repubblicani nelle elezioni Midterm per il Congresso, in programma a novembre. Si prevede in gran parte che i repubblicani perderanno il controllo della Camera, e alcuni sondaggi hanno mostrato che anche il Senato potrebbe diventare contendibile per i democratici. Barisha indicato tra i problemi il costo della vita. «Alla maggior parte della gente interessa solo sapere quanti soldi hanno nel portafogli», ha aggiunto, ritenendo che i Repubblicani abbiano solo il 18% di probabilità di ribaltare la situazione a novembre.
L’accusa
Intanto il Federal Bureau of Investigation (FBI) ha avviato un’indagine formale nei confronti di Kent. L’ipotesi di reato riguarda una possibile diffusione di informazioni classificate, in un fascicolo aperto già prima delle dimissioni rassegnate dal funzionario all’inizio di questa settimana. L’amministrazione ha reagito con durezza alle sue dimissioni, etichettando l’ex direttore come una figura «sleale e inaffidabile». Secondo diversi analisti, l’offensiva verbale e l’avvio delle procedure legali potrebbero configurarsi come un tentativo di screditare Kent a seguito della sua rottura pubblica con l’esecutivo. Nella lettera di dimissioni, Kent ha espresso posizioni nette che mettono in discussione i presupposti dell’attuale strategia militare. Il funzionario ha affermato che l’Iran «non rappresentava una minaccia imminente» per la sicurezza nazionale. Attribuendo la scelta di colpire il paese alla pressione esercitata da Israele.
(da agenzie)

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REMESLO, L’EX FEDELISSIMO DI PUTIN: “E’ UN PRESIDENTE ILLEGITTIMO, UN LADRO E UN CRIMINALE”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’AVVOCATO CHE PERSEGUITAVA NAVALNY ROMPE CON IL CREMLINO… ECCO I SEI PUNTI DEL MANIFESTO CONTRO PUTIN

L’avvocato e blogger russo Ilya Remeslo, storico fedelissimo del Cremlino noto per le sue battaglie contro l’opposizione, ha pubblicato un lungo manifesto su Telegram dal titolo “Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Vladimir Putin“. Come riportato nel suo post, così come dal The Moscow Times, il manifesto si conclude con parole esplicite: «Vladimir Putin non è un presidente legittimo. Deve dimettersi ed essere processato come criminale di guerra e ladro. Viva la libertà, dannazione!».
Chi è Ilya Remeslo
Ilya Remeslo è un avvocato e blogger russo, noto per il suo sostegno alle posizioni del Cremlino e di Vladimir Putin. Negli anni si è distinto come uno dei più attivi sostenitori della linea governativa, utilizzando anche le sue competenze legali per presentare denunce contro attivisti, giornalisti e oppositori politici.
È stato coinvolto in diverse campagne contro il leader dell’opposizione Alexei Navalny, partecipando anche a procedimenti giudiziari a suo carico. In passato ha fatto parte della Camera pubblica russa, un organismo consultivo legato al Cremlino, consolidando il suo ruolo all’interno dell’ecosistema mediatico e politico filogovernativo putiniano.
I cinque punti di Remeslo contro Putin
Nel lungo messaggio pubblicato su Telegram, Remeslo elenca cinque motivi principali alla base della sua rottura. Il primo riguarda la guerra in Ucraina, definita
«assolutamente senza via d’uscita». Secondo il blogger, il conflitto ha causato «1-2 milioni di vittime» e sta andando avanti senza benefici per i cittadini russi.
«Una guerra totalmente senza sbocchi, con enormi perdite… può andare avanti ancora 5-10 anni. Siete pronti a questo?» scrive Remeslo, sostenendo che il conflitto venga portato avanti «solo per i complessi di Putin», mentre «noi cittadini comuni non ne ricaviamo nulla, ma perdiamo soltanto».
Il secondo punto riguarda l’economia. Secondo Remeslo, «sanzioni, infrastrutture distrutte, perdita di partner commerciali» sarebbero costati «trilioni di dollari che avremmo potuto usare per costruire città, scuole, ospedali». Nel suo manifesto, il propagandista russo accusa il Cremlino di aver favorito «i palazzi del presidente e dei suoi amici», mentre milioni di russi restano poveri.
Nel terzo punto critica la repressione digitale e mediatica, sostenendo che il Cremlino abbia tradito le promesse sullo sviluppo di Internet: «Abbiamo visto che Internet mobile non funziona nemmeno nelle grandi città… tutti i social occidentali sono bloccati». Aggiunge, inoltre, che Telegram sarebbe «bloccato all’80%» e che sarebbe prevista una chiusura totale.
Il tema del potere e la critica personale a Putin
Il quarto motivo riguarda la permanenza al potere di Putin: «È al potere dal 1999, da oltre 26-27 anni… e sembra voler restare sul trono fino a 150 anni».
Remeslo, nel manifesto, richiama il principio secondo cui «il potere assoluto corrompe in modo assoluto», sostenendo che Putin sia cambiato nel tempo.
Infine, accusa il presidente di non ascoltare i cittadini: «Le “linee dirette” sono un circo… al presidente non interessano i problemi interni».
Secondo il blogger, in Russia non esiste più una vera opposizione: «Quelli che hanno provato a criticare sono stati dichiarati agenti stranieri, sono all’estero o sono morti». Il testo si chiude con un’esclamazione: «Viva la libertà, dannazione!».
Le prime reazioni e dubbi dalla Russia
Come sottolinea il The Moscow Times, attacchi così diretti a Putin da parte di figure vicine al sistema sono estremamente rari. Alcuni esponenti dell’area pro-guerra hanno ipotizzato un crollo psicologico, una messinscena o un hackeraggio del suo canale Telegram.
Secondo l’oppositore in esilio Leonid Volkov, citato dal The Moscow Times, «qualcosa non torna» e un attacco simile «supera ogni linea rossa». Tuttavia, è lo
stesso Remeslo, il giorno dopo, a smentire ogni teoria, confermando il suo attacco diretto contro Vladimir Putin.
La smentita e il nuovo attacco: «Non è una messinscena»
Di fronte alle numerose teorie circolate a seguito della pubblicazione del suo manifesto, dall’account hackerato fino a una messinscena, Remeslo ha smentito pubblicamente ogni dubbio.
In un video pubblicato sul suo canale Telegram ha dichiarato di aver scritto personalmente il manifesto, mentre in successive dichiarazioni riportate anche dalla stampa ha insistito: «Nulla di tutto questo è organizzato. Sto semplicemente dicendo la verità».
Non solo. Il giorno seguente ha rilanciato con un ulteriore attacco, aggiungendo un sesto punto alla lista delle accuse contro Putin, ovvero una «ossessione per il lusso al limite della malattia».
Secondo Remeslo, il presidente disporrebbe di numerose residenze, aerei e mezzi blindati, e avrebbe sprecato le risorse del Paese per arricchire sé stesso e il proprio entourage.
L’Ucraina, le azioni del Cremlino contro Navalny e l’attacco a Solovyov
Nei giorni successivi, Remeslo ha intensificato gli attacchi, definendo i territori occupati «terre gravate da debiti miliardari» e mettendo in dubbio i benefici della guerra per i cittadini russi: «Tutto è distrutto… che valore hanno questi territori?».
Ha accusato l’amministrazione presidenziale di orchestrare propaganda e operazioni contro l’opposizione, arrivando a sostenere che alcune azioni contro Alexei Navalny fossero decise ai vertici del potere.
Nel mirino anche i media filogovernativi e figure come Vladimir Solovyev, invitato a «criticare Putin». In più interventi ha ribadito che il presidente «non è il Paese» e che la guerra sta «distruggendo la Russia dall’interno».
(da agenzie)

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TRA IL PIROMANE TRUMP E GLI SPOT DI MELONI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

TRUMP APPICCA IL FUOCO IN IRAN E CI LASCIA IL CONTO DA PAGARE. MELONI TAGLIA LE ACCISE MA SOLO PER 20 GIORNI E A 4 GIORNI DAL REFERENDUM

Succede che il piromane Donald Trump, dopo aver appiccato il fuoco in Medio Oriente con lo sconsiderato e illegale attacco all’Iran insieme al ricercato internazionale Benjamin Netanyahu, ora vorrebbe lasciare i cosiddetti alleati europei (e la Cina) a spegnere l’incendio. Certo, i suoi modi brutali, ai quali dovremmo ormai esserci abituati, continuano a spiazzarci.
Ma non è che, toni a parte, con i suoi predecessori la sostanza della politica estera statunitense fosse poi tanto diversa. Dopo avercela menata per anni con la balla dell’esportazione della democrazia, tanto per fare un esempio, è stato il democratico Joe Biden ad ordinare in fretta e furia la vergognosa fuga degli Stati Uniti dall’Afghanistan, riconsegnando un intero popolo, sedotto e abbandonato, agli aguzzini talebani dai quali gli Usa promisero di liberarlo. Ora la storia si ripete con l’Iran.
Una guerra decisa senza consultare né avvisare gli alleati che in meno di tre settimane ha scatenato il caos nell’intera regione e una delle più gravi crisi energetiche degli ultimi anni. Un danno enorme per l’Europa a cui si somma pure la beffa: le sanzioni che Trump ha deciso di sospendere sul petrolio russo e che stanno già fruttando miliardi di dollari a Mosca. Cioè il nemico numero dell’Ue per interposta Ucraina. E di fronte al No – ci mancherebbe altro – degli alleati europei ad un intervento a supporto nello Stretti di Hormuz, chiuso alla navigazione dall’Iran come risposta agli attacchi israelo-americani, ora minaccia di lavarsene le mani lasciandoci, dopo i dazi e il 5% del Pil in armi, un altro conto da pagare.
Cosa arcinota, in verità, sin dall’inizio del conflitto che ha innescato, dal primo giorno dei raid contro il regime degli ayatollah una folle corsa dei prezzi dell’energia e dei carburanti. Questione sulla quale, fino a ieri, il governo Meloni non ha mosso un dito. Sarà un caso, ma la misura più volte annunciata è arrivata ad appena quattro giorni dal referendum sulla riforma che disarticola il Csm e sulla quale le destre rischiano di andare a sbattere.
Quanto al provvedimento, è previsto uno sconto sulle accise, ma solo per 20 giorni. L’ennesimo spot elettorale nel solco delle tante promesse fatte dalle destre, poi puntualmente disattese. A partire proprio dall’eliminazione delle accise sui carburanti.
(da lanotiziagiornale.it)

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FRATELLI D’ITALIA, IL FEUDO DEI BIELLESI UN INTRECCIO POLITICA-AFFARI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

NELLA CITTA’ I POLITICI DEL PARTITO DI MELONI SONO TUTTI COLLEGATI TRA LORO

Perché scegliere uno studio notarile di Biella per costituire la società che dovrà gestire un ristorante a Roma? Perché Biella è il feudo di Andrea Delmastro, sottosegretario alla Giustizia e socio di quella società insieme ad altri volti noti di Fratelli d’Italia. Tutti tranne una: Miriam Caroccia, appena diciottenne all’epoca della firma, figlia di Mauro, in carcere con una condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato un’associazione mafiosa. Quali sono i rapporti fra i Caroccia e Delmastro? Nessuno lo dice ufficialmente, né a Biella né a Torino. Anzi, tutti lasciano intendere che non sapevano chi fosse quella ragazzina con cui i quattro politici piemontesi si erano messi in società nel 2024. Tanto da dichiarare di essere usciti «immediatamente dalla società nel momento stesso in cui siamo venuti a conoscenza della posizione relativa al padre della giovane ex socia, che risulta tuttora incensurata».
Questa frase è firmata dai tre personaggi secondari di questa trama da libro giallo, soci con Delmastro e Caroccia ne Le 5 Forchette srl, società con un capitale di 10mila euro: Elena Chiorino, vice presidente della Regione Piemonte e assessora con delega al Lavoro; Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore comunale ai Lavori pubblici a Biella; Davide Eugenio Zappalà, consigliere regionale, anche lui del partito della premier Giorgia Meloni. A loro si aggiunge Donatella Pelle, moglie di Domenico Monteleone, noto avvocato calabrese ma residente a Biella da tanti anni.
Tutti e tre hanno scelto di parlare con una nota subito dopo le dichiarazioni pubbliche di Delmastro, quasi a voler rispettare una sorta di gerarchia in questo momento di particolare imbarazzo per il partito. Una volta che il vertice ha rotto il
silenzio, si sono espressi anche loro. Senza però sciogliere il dubbio principale di questo giallo dai contorni tutti da definire: che interesse avevano quei politici piemontesi a investire in una società con interessi a 700 chilometri di distanza? La domanda rimane sospesa visto che l’ordine, in Fratelli d’Italia, è limitarsi alla frase di Delmastro e alla nota inviata poco dopo dagli altri politici piemontesi.
Di certo c’è l’ennesimo coinvolgimento di Delmastro in una vicenda delicata: basti ricordare il caso di Emanuele Pozzolo, deputato di Fdi, condannato a un anno e tre mesi per i fatti di Capodanno 2024, quando un proiettile colpì uno dei partecipanti a una festa alla pro loco del paesino di Rosazza, in provincia di Biella. Un veglione organizzato proprio dal sottosegretario alla Giustizia.
Stavolta Pozzolo, espulso dopo quei fatti e ora passato a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, non c’entra nulla. Ma basta scavare fra le sedi delle partecipazioni nelle società per scoprire che, a Biella, i politici FdI sono tutti collegati in qualche modo fra loro. Non solo per il partito ma anche per gli affari: in via Pietro Micca 8, “casa” delle Le 5 Forchette, ha sede anche la G&G srl, al 100% di Delmastro. Ma anche lo studio da commercialista di Amedeo Paraggio, assessore al Bilancio del Comune di Biella. Anche lui di Fratelli d’Italia, ovviamente.
(da Repubblica)

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UN PROGRAMMA IN RAI: FRANCESCA VERDINI ALLA CONQUISTA DEGLI APPROFONDIMENTI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

UNA PRODUZIONE CHE ANDRA’ IN ONDA IN AUTUNNO

Sei puntate in seconda serata. Il nuovo programma prodotto da Francesca Verdini e la sua Casa rossa andrà in onda il prossimo autunno nel palinsesto della direzione Approfondimenti Rai, dopo un altro titolo della scuderia di Paolo Corsini. Al centro del programma, le truffe agli anziani e come evitarle: un prodotto che potrebbe coinvolgere anche la Polizia di stato (che, si apprende, finora ha avuto con la società soltanto un contratto preliminare)
Sarà condotto dalla criminologa Roberta Bruzzone, già in Nella mente di Narciso, prodotto sempre da La Casa rossa per Raiplay. Stavolta la produttrice, da anni è la compagna del segretario della Lega Matteo Salvini, si conquista un posto nella direzione di un dirigente considerato vicino a Fratelli d’Italia, ma l’accordo per portare il programma in seconda serata sembra essere nato a livelli ben più alti. I ben informati raccontano che i progetti de La Casa rossa arrivati sulla scrivania dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi siano stati parecchi.
Alla fine, l’ad e il presidente facente funzioni Antonio Marano – considerato gradito alla Lega – hanno deciso di lavorare sul titolo che riguarda le truffe, da qualche decina di migliaia di euro. Nonostante a parole tutti neghino l’intervento del partito di Salvini per spingere il programma prodotto da Verdini, tanto è risultato importante che si è anche trovato il modo di aggirare i vincoli di spending review della Rai.
Budget ad hoc
Il budget a disposizione di Corsini è già talmente risicato che molte trasmissioni d’inchiesta hanno dovuto fare i conti con tagli dei fondi disponibili, figurarsi un programma che non è considerato proprio la punta di diamante del palinsesto. Nessun problema, grazie a un generoso regalo in arrivo dal Prime time: il direttore Williams Di Liberatore – considerato gradito alla Lega – ha fatto a meno di un extrabudget che poi è stato ricollocato agli Approfondimenti. Anche qui c’è una versione ufficiale: «L’extrabudget del Prime time era legato alla fascia: nel momento in cui la seconda serata è passata agli Approfondimenti, si sono spostati anche i soldi». Insomma, sullo sbarco di un programma firmato Verdini in chiaro, le anime sempre in subbuglio dei dirigenti considerati vicini ai partiti di maggioranza spesso in lotta tra loro trovano una tregua (almeno temporanea).
Per lo meno, quelli di Lega e Fratelli d’Italia: dalle parti di Forza Italia, infatti, la collaborazione viene letta come l’ennesima manovra a detrimento degli azzurri, che già si sentono scippati della presidenza, ormai scivolata lontano, considerato che manca ormai poco più di un anno alla fine del mandato di questo Cda. Sempre che la riforma della Rai non intervenga prima ad azzerarlo, magari in estate come qualcuno – anche ai piani alti dell’azienda – inizia a supporre.
Intanto, le angherie reciproche continuano ad avvelenare il clima. Rosario Fiorello torna in televisione, su Rai2, dove alle 7.10 da qualche giorno va in onda una replica della puntata radio del giorno precedente. Una fascia che era quella di VivaRai2!, ma che nel frattempo è passata di mano – dopo qualche infruttuoso esperimento del Day time – e attualmente si spartiscono 1mattinaNews (progetto in condivisione tra Tg1 e la direzione di Angelo Mellone) e Buongiorno Italia, prodotto della Tgr. A provocare maretta, soprattutto il fatto che l’annuncio sia arrivato direttamente da Fiorello nel corso del programma
Da sempre garanzia di ascolti, lo showman si è guadagnato un’autonomia che non tutti apprezzano, tanto che c’è chi scherza se il vero ad non sia lui. Quel che è certo è che Rossi, assente la scorsa settimana all’incontro in Vaticano tra il papa, la redazione del Tg2 e i vertici dell’azienda, a Natale aveva trovato il tempo per passare alla festa del programma (agli auguri del presidente della Repubblica al secondo tg Rai di mercoledì, però, c’era). Ampia tolleranza dunque per tutti i capricci del conduttore etneo, inclusa qualche battuta sulla governance e i passi falsi della Rai.
A far alzare qualche sopracciglio anche la risposta spericolata di Tommaso Cerno al Corriere della Sera, a cui il neoconduttore di 2 di Picche ha confidato di non aver ancora firmato nessun contratto per la striscia. Una verità parziale: il contratto quadro – quello che include anche Domenica in – è firmato da tempo, mentre la variante che riguarda il programma quotidiano ancora attende la sigla del direttore.
L’intesa a parole c’è, la fiducia, da entrambe le parti, forse non abbonda: rivelatasi però una risorsa inutilizzabile, per Giorgia Meloni e i suoi alleati la Rai appare ormai in ogni caso più una scatola da riempire con la collaborazione di chi ci lavora. Quando le idee non arrivano da dentro, calano da fuori.
(da agenzie)

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“VOTATE SI’” A SUON DI BALLE: YACHT, ISLAM E FURTI IN TRENI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

PER RIZZO LA RIFORMA CI LIBERA DEI MARANZA, CERNO HA L’INCUBO DEGLI IMAM

Se non ci fosse di mezzo lo smantellamento di 7 articoli della Costituzione, la campagna del Sì sarebbe uno spasso. Guai perciò a non riconoscere i meriti a chi da settimane sforna perle di involontaria comicità o di assoluto nonsense.
L’ultimo spot imperdibile è quello di Flavio Briatore. In un video pubblicato sui social, l’imprenditore appare affranto: “La mia coscienza mi dice che devo farlo”. Urca. “Dobbiamo votare Sì”. Ah. “E vi spiego perché: io sono il classico esempio di persecuzione”. Seguono tre minuti in cui Briatore racconta del suo yacht sequestrato dalla Guardia di Finanza e messo all’asta “a un prezzaccio” in tempo di Covid, signora mia, “tre settimane prima che la Cassazione mi assolvesse”. Il tipico perseguitato, appunto, d’altronde a chi non è capitato di vedersi svendere la barca a 7 milioni di euro?
L’elettore più ingenuo potrebbe allora pensare che la riforma Nordio tuteli i ricchi. Ma per fortuna c’è Marco Rizzo a spiegarci che non è così, perché il Sì è destinato a sgominare pure la microcriminalità. La sua è una storia di vita vissuta: “Oggi mia moglie a Milano è stata derubata: portafogli, carta di credito, bancomat, le solite cose. Ci siamo rotti! Perché poi quella gente lì, e non erano italiani, e sono molto incazzato, se li beccano, il giorno dopo li rivedete in metro”. La chiosa è un micidiale plot twist: “Basta! Ci siamo rotti le scatole! Votate Sì al referendum”. Yacht al sicuro e maranza in galera
Il filone securitario del referendum è uno dei più in voga. Per la verità il visionario precursore è stato come al solito Matteo Salvini, prima che sfortunatamente si stufasse della campagna elettorale. Comunque, già a novembre sentenziava: “Il referendum è un passo avanti fondamentale di civiltà. Anche la cronaca degli ultimi giorni lo dimostra, dall’incredibile vicenda di Garlasco al sequestro dei tre bambini portati via in modo vergognoso”. Da quel momento Garlasco e i bimbi nel bosco sono diventati evergreen, come se c’entrassero qualcosa con la riforma (anzi, Alberto Stasi è in carcere perché i giudici di Cassazione non hanno dato retta alla Procura generale: uno spot per il No).
Vale tutto, persino arruolare i defunti. E non quelli che ne sarebbero lieti, tipo Berlusconi o Gelli, ma chi, come Indro Montanelli, difficilmente sarebbe stato meloniano. Sul Fatto è dovuta intervenire Letizia Moizzi, nipote del giornalista, per lamentarsi di come la Fondazione Einaudi stesse strumentalizzando una sua intervista di 40 anni fa. È la caccia al […] L’altro giorno il Sì ha potuto arruolare pure Davide Lacerenza, ex re della Gintoneria fresco di patteggiamento a 4 anni e 8 mesi per droga e prostituzione. Roba che fa curriculum.
Poi ci sono le mitiche card social di Fratelli d’Italia. Una delle migliori ritrae una famiglia seduta a tavola mentre guarda la tv: “Tanto i rimpatri del governo Meloni trovano l’opposizione di certi magistrati”, dice il padre sconsolato. Nella bulimia di post capita però anche che FdI pubblichi un’immagine del presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, additandolo come “il giudice che condanna lo Stato” reo di aver scritto un libro contro la riforma. Concetto vero, quest’ultimo (il libro è Mani legate, Paper first), ma Morosini non ha scritto alcuna sentenza che “condanna lo Stato”: il riferimento era alla condanna civile (firmata peraltro da un’altra magistrata) a risarcire la Sea Watch per alcuni errori nel sequestro della nave della Ong. Persino Briatore sarebbe stato d’accordo.
Per non dire della deriva religiosa della campagna elettorale. A un certo punto la destra si è convinta che fosse una buona idea mandare un messaggio semplice – i buoni votano Sì, i cattivi No – e di declinarlo in forma confessionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano assicura: “I cattolici voteranno Sì perché puntano alla realizzazione della giustizia”. Anche teologo, direbbe un’ammirata signorina Silvani appena prima di sputazzare. Fatto sta che risultano una marea di cattolici anche per il No, ma forse Mantovano voleva solo onorare Maria Elena Boschi, che nel 2016 applaudì i “partigiani veri” schierati per il Sì, da non confondere con quelli annacquati dell’Anpi. Oggi idem: ci sono cattolici veri e cattolici finti.
Va da sé che gli islamici siano in blocco per il No. Ce lo conferma il Giornale, che ha iniziato una martellante campagna: “La Mecca dice no”; “La guerra santa al referendum: ‘Il No conviene agli islamici’”; “L’arma della sinistra: 1,7 milioni di musulmani per bocciare il referendum”. Tutti arruolati personalmente, previo furto del portafoglio della moglie di Rizzo.
(da agenzie)

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MELONI A POCHI GIORNI DAL REFERENDUM TAGLIA ACCISE PER 20 GIORNI, IL TEMPO DI VOTARE E POI “PASSATA LA FESTA, GABBATO LO SANTO”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

OGGI IL PODCAST CON FEDEZ CHE SERVE AD AUMENTARE LE INTERAZIONI E AUMENTARE L’AFFLUENZA

La tanica è nell’urna. Metti Sì nel serbatoio. Meloni vi fa il pieno di bonus benzina, offre uno sconto di 25 centesimi a litro, taglia le accise e impone il prezzo consigliato. Vale da oggi. Votate sì? Le risorse sono trovate con tagli lineari ai ministeri. Salvini va a Rete4 a vendersi la misura (“il taglio accise c’est moi”), Meloni a Rai1. Si sorpassano alla pompa. Sono misure temporanee fino al 7 di aprile e Giorgetti, in Cdm, scandisce tre volte: “Tem-po-ranee!”. E’ un Cdm di tensione che fa da rampa di lancio per la fine referendum. Il Garante per la sorveglianza dei prezzi diventa lo sceriffo con il lavavetri e trasmette ai magistrati verbali, prove per verificare se esistono “manovre speculative su merci”. Punire, e puniremo. I distributori devono comunicare i prezzi e non possono variarli nell’arco della giornata. Oggi sarà diffuso il podcast di Fedez con Meloni. Non è una trovata pop, ma l’alta ingegneria di Meloni: il Si che si nutre del No.
Il podcast di Fedez con Meloni è stato pensato da ben due mesi. Anche l’annuncio, la rivelazione del Fatto Quotidiano, l’anticipazione, è funzionale. Il quotidiano di Travaglio fa aumentare le menzioni su Meloni. La partecipazione serve ad avere materiale video per inondare i social, ed è materiale che circolerà tranquillamente a urne aperte, il memento vota. E’ un effetto studiato a tavolino, un’idea di Tommaso Longobardi, il social media manager di Meloni (il suo Dalì con il baffetto) e dell’autore di Fedez, Matteo Grandi. Era da fine dicembre che Longobardi lavorava all’appuntamento. Ospite di Fedez, Longobardi anticipava di fatto una possibile partecipazione di Meloni al podcast. Non è una spruzzata di giovanilismo ed è un errore pensare che il video di Meloni sia destinato ai giovani, molti dei quali non votano, o che Fedez sia stato scelto per aumentare la polemica. Si è solo scelto il meglio in termini di contatti che offriva il mercato.
FdI vuole replicare così l’effetto Marche. Anche allora, durante le elezioni regionali, le più sentite da Meloni, si diceva che le Marche fossero in bilico, si parlava di pareggio. In quel caso si è verificato che la discesa in campo di Meloni ha aumentato le interazioni. Il primo obiettivo del governo non è convincere a votare Sì. L’urgenza che ha Meloni, in queste ore, è informare gli italiani che domenica e lunedì si tiene un referendum. Il resto lo fa lei: polarizza. La prima ospitata da Porro, lunedì, fa entrare Meloni nella classifica delle pagine più viste sui social. Si tratta di menzioni. Martedì, l’anticipazione del Fatto, la partecipazione di Meloni al podcast di Fedez, produce un ulteriore effetto. Si inizia a parlare, e dividere, sull’opportunità o meno che Meloni vada. Si moltiplicano gli sberleffi, si aizzano le tifoserie, si creano contenuti falsi, altri sulla natura delle domanda. Scompaiono gli altri leader. Martedì, le menzioni social di Meloni hanno un balzo del venti per cento e le analisi predittive calcolano, per oggi, la crescita del sessanta per cento. Il paradosso è che Meloni cresce anche grazie ai rivali. I veri trascinatori del “no” sono Travaglio, Scanzi, Lorenzo Tosa, influencer che creano dibattito. La notizia del Fatto viene dibattuta in queste pagine. Anche chi sostiene le ragioni del “no” finisce nella scia di Meloni. Dice Luca Ferlaino, presidente di Socialcom, che analizza i dati social, che compulsa algoritmi: “La vera notizia è che dopo l’annuncio di Meloni da Fedez, il referendum esiste. A Meloni serve a far sapere che c’è una consultazione a un pubblico che neppure lo sapeva. Al momento ci sono state due bolle, quelle del Sì e del No. Meloni con questi video raggiunge italiani che non fanno parte di quella bolla”. Aumenta dunque l’affluenza dei votanti. Secondo alcuni sondaggi l’affluenza può danneggiare il Sì ma secondo Youtrend può aiutare Meloni. E’ la teoria di Matteo Renzi che secondo Chicco Testa: “Vota Sì ma non lo dice, come molti di sinistra, pavidi. Volete un consiglio? Votate Sì e non si scioglieranno più i ghiacciai. Sorridiamo e votiamo. Sì”. Le apparizioni di Meloni (Tg1, i 5 minuti di Vespa) sono necessari per oscurare i suoi fratelli di sparata. Dal parlamentare che invita a usare il sistema clientelare, fino ad Andrea Delmastro, il sottosegretario alla giustizia, che si occupava di ristorazione, schiavettoni e forchetta, con eredi di condannati per mafia. In America c’è Trump che è il Gratteri con il ciuffo (vuole fare una retata a Cuba). E’ convinzione di Meloni che se gli americani non chiudono la guerra presto, gli effetti sull’economia dei paesi europei saranno incalcolabili. Tajani pensa che una missione Onu a Hormuz sia una bellissima pensata di Crosetto ma impraticabile. Oggi Meloni è a Bruxelles e insieme a 9 paesi (c’è una lettera congiunta) chiede a Ursula von der Leyen di rivedere il sistema degli Ets. Anche Piersilvio Berlusconi vota sì (e lo ha dichiarato). Il Sì va da Fedez, e a nafta. (Ps. Salvini, che ha riunito le compagnie petrolifere, corretto il testo, lavorato con Giorgetti, dice che il decreto taglia accise è opera sua, scritto da lui. Se serve, vi pulisce anche il parabrezza.
(da Il Foglio)

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