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MELONI E LE DIMISSIONI DI SANTANCHE’: COSA SUCCEDE DOPO IL NO DELLA MINISTRA

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

LA SOLUZIONE IN GIORNATA O SI VOTA IN PARLAMENTO

«Non mi dimetto, anzi. Sono pronta a presentarmi al prossimo Consiglio dei ministri». Così risponde attraverso i retroscena dei giornali la ministra del Turismo Daniela Santanchè alla premier Giorgia Meloni, che ha chiesto le sue dimissioni. E ancora: «Delmastro è rimasto al governo da condannato per un anno, perché dovrei lasciare io con un semplice rinvio a giudizio?».
Anche perché, spiega, i problemi nel suo caso sono dovuti «alla mia privata attività di imprenditrice». Tutte «storie peraltro vecchie di anni», che «nulla hanno a che fare con il mio ruolo di ministro». Intanto si parla già di chi potrebbe sostituirla. Al Turismo potrebbe andare «un uomo del Sud», visto come ha votato il Meridione al referendum. Oppure Giovanni Malagò.
Le dimissioni di Santanchè e il ruolo di La Russa
Il Corriere della Sera fa notare che la diatriba tra le due somiglia a quella di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini: «Che fai, mi cacci?»; «Che fai, mi sfidi?». In realtà a oggi la situazione somiglia molto alla diatriba tra l’allora premier Lamberto Dini e il suo guardasigilli Filippo Mancuso, poi risolta con la “sfiducia individuale” al ministro in parlamento. «Da oggi non copro più nessuno: chi sbaglia paga», è la convinzione della premier. Che dopo le dimissioni di Giusi Bartolozzi e di Andrea Delmastro (Nordio le ha offerte per salvare la sua capa di gabinetto, ma Meloni ha detto no perché così il governo avrebbe dovuto affrontare un passaggio parlamentare) ha puntato Santanchè. L’amico (di Daniela) Ignazio La Russa ha provato a mediare tra le due senza successo.
La ricattabilità di Giorgi
Di certo la richiesta di dimissioni nei confronti di Santanchè non c’entra nulla con l’esito del referendum. Dal quale la Pitonessa si è sempre tenuta lontana, per evitare polemiche. Per questo non capisce perché, dopo tanto tempo passato dall’attualità dei suoi guai giudiziari, la sua richiesta sia arrivata proprio ora. Smentendo le insinuazioni circolate negli ultimi tempi (e arrivate anche in parlamento) su una sua presunta ricattabilità e sul doppio filo (simul stabunt, simul cadent) che la legava alla ministra del Turismo. La sfiducia pubblica nei suoi confronti è una dichiarazione di guerra. «Non ci penso nemmeno», fa sapere lei tramite Repubblica. Nel giorno in cui la premier decide di «cambiare fase», di «rilanciare l’azione di governo», di «stringere i bulloni», sembra proprio una provocazione.
Il senso di impunità
La svolta di Giorgia arriva per «rispondere alla bocciatura delle urne su un senso di impunità che sembra albergare nel governo», hanno spiegato gli emissari di Meloni Giovanni Donzelli, Arianna Meloni, Francesco Lollobrigida a La Russa. Ma lei non sembra avere intenzione di cedere: «Non mi dimetto, anzi. Sono pronta a presentarmi al prossimo Consiglio dei ministri». E c’è chi racconta che ieri ha rinfacciato «all’amica Giorgia» le percentuali da prefisso telefonico di Fratelli d’Italia all’inizio della sfida e i risultati di oggi. Ma i meloniani non ci cascano: «Ha lasciato uno storico come Delma, deve fare altrettanto Daniela. Stavolta dovrà cedere», profetizzano i colleghi di partito.».
Il redde rationem
Oggi Meloni alle 12 atterrerà ad Algeri per trattare con il governo sul gas. Santanchè ha un appuntamento istituzionale alle 15 a Napoli. È molto probabile che FdI si aspetti una soluzione alla crisi entro la mattinata. Con l’addio di Santanchè dopo una nottata di riflessioni, magari condito da una nota in cui ribadisce la sua innocenza e l’estraneità alle difficoltà dell’esecutivo. La soluzione alternativa è un massacro parlamentare con i piatti sporchi da lavare in piazza. Che non conviene a nessuna delle due. O forse sì?
(da agenzie)

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CARLO NORDIO, MINISTRO A SUA INSAPUTA E QUELLE DIMISSIONI RIMANGIATE

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

NORDIO IERI PER TUTTA LA GIORNATA HA NEGATO ADDII AL SUO MINISTERO MENTRE FDI DECIDEVA ALLE SUE SPALLE… POI HA MINACCIATO DI ANDARSENE, MA SENZA ESITO

Certo, prima di decidere potevano almeno fargli un fischio. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio nell’immediatezza dei risultati del referendum ha assicurato che non voleva dimettersi. E anche che tutto il governo era saldo. Compresi Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi. Il giorno dopo ha detto la stessa cosa al Corriere della Sera e alla Stampa e in un’intervista a Start su SkyTg24: «Non mi dimetto. Bartolozzi? La sua posizione non è in discussione. Delmastro? Chiarirà».
Appena otto ore dopo Delmastro e Bartolozzi si erano già dimessi. E i retroscena dei giornali raccontano che anche lui è stato sull’orlo dell’addio. Ma Meloni lo ha fermato un attimo prima che prendesse la porta.
Il ministro a sua insaputa
Nel pomeriggio il destino di Delmastro e Bartolozzi è già segnato, spiega Repubblica. Ma Nordio non lo sa. Per questo va in tv a dire il contrario. Intanto in via della Scrofa ci sono Arianna Meloni e Giovanni Donzelli ai quali si aggiunge Delmastro. Si decide per l’addio del sottosegretario. E a quel punto la premier telefona al guardasigilli: proprio per chiedergli il passo indietro di Bartolozzi. Ma il ministro non ci sta. Difende la sua capa di gabinetto. E minaccia le dimissioni. Poi, dopo un incontro con i due, a quanto pare la minaccia rientra. Ma lui cancella un’intervista programmata con il Tg1 delle 20. Secondo il Corriere della Sera se Nordio dovesse lasciare, visto che è in bilico anche Santanchè, si rischia il rimpasto e un nuovo voto del parlamento. Per questo il ministro viene risparmiato dalla mattanza.
Il colloquio con Bartolozzi
Il Corriere racconta che nell’ufficio del guardasigilli si è svolto un colloquio tra Nordio e Bartolozzi. Di oltre 180 minuti. Poi, dopo la notizia delle dimissioni, Nordio ha fatto mandare dal suo staff un comunicato alle agenzie di stampa: «Resta al suo posto». Mentre iniziava a circolare anche per lui la voce di un sostituto. Il nuovo mediatore con l’Anm sarà in ogni caso il viceministro Sisto. Mentre il nuovo capo di gabinetto di Nordio è il magistrato Vittorio Corasaniti, area Mi, vicino al governo.
L’ipotesi voto anticipato
Sempre Repubblica parla di un’ipotesi di voto anticipato circolata ai piani alti del governo. Con il voto in primavera. Con addirittura un nuovo esecutivo guidato da un tecnico per gestire la fase del voto e il post-elezioni. Ma votare in fretta vorrebbe dire non poter cambiare la legge elettorale. E rischiare un pareggio o quasi. Per questo alla fine l’ipotesi sembra rientrare.

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PORTI, MERCI E FRODI FISCALI

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

COME LA CINA DOMINA IL TRAFFICO CON L’EUROPA

Tutto a prezzi competitivi: telefonini, tablet, personal computer, apparecchi elettrici, componenti per auto elettriche, auto elettriche, pannelli solari, turbine eoliche, prodotti chimici, mobili, giocattoli, vestiti, scarpe, borse. Tutto «made in China». Nel 2025 le importazioni Ue dalla Cina hanno registrato un ulteriore aumento contribuendo a un nuovo record del deficit commerciale europeo nei confronti di Pechino stimato intorno ai 360 miliardi di euro, più 18% rispetto al 2024. Anche grazie ai dazi imposti da Trump negli Usa, l’Europa è diventata il mercato di sbocco dell’eccesso di export cinese. La quasi totalità di questi prodotti viaggia via nave su portacontainer. La Cina, attraverso le compagnie statali COSCO e China Merchants Group, possiede la più grande flotta mercantile al mondo: circa 1.900 navi che partono dagli immensi porti di Shanghai o Shenzhen per approdare in ogni dove percorrendo la «Via della seta marittima». Un sistema globale di infrastrutture e collegamenti che garantisce il coordinamento dei flussi commerciali, e include anche il controllo di 129 terminal distribuiti nei porti di arrivo in 60 Paesi. In Europa Pechino ha un piede dentro a tutti i porti più trafficati. Eppure, investire in un terminal non è sempre un’attività particolarmente redditizia. E allora qual è il tornaconto?
La presenza nei porti europei
La governance di un porto prevede una separazione netta tra l’autorità che amministra lo scalo, solitamente pubblica, e gli operatori privati che gestiscono i terminal tramite concessioni pluriennali. È piuttosto raro che le due funzioni coincidano. È il caso del porto del Pireo ad Atene dove COSCO controlla sia la Piraeus Port Authority , sia i due principali terminal container. A Rotterdam, CK Hutchison, multinazionale di Hong Kong riconducibili al controllo politico di Pechino, gestisce tre terminal, uno in collaborazione con COSCO. Le società cinesi
controllano anche un terminal a Bruges–Zeebrugge, uno ad Amsterdam, uno a Valencia, uno a Bilbao, uno a Barcellona, uno a Stoccolma e uno a Gdynia. Nel Regno Unito gestiscono un terminal a Harwich, a Felixstowe e nel polo industriale dell’Isle of Grain. Queste società detengono poi quote di partecipazione nei terminal di Marsiglia, Dunkerque, Montoir-de-Bretagne, Le Havre, Amsterdam, Anversa, Amburgo, Rotterdam, Vado Ligure, Malta e Salonicco.
Il business aumenta
In sostanza queste società sono oggi i maggiori investitori stranieri nei porti europei: circa 9 miliardi di euro è il valore degli investimenti fatti dalle due compagnie cinesi di Stato COSCO e China Merchants Group (FONTE: Centre for Eastern Studies). Un apporto che indubbiamente ha rilanciato scali in difficoltà, favorendo l’arrivo di nuovi flussi di merci dall’Asia. Ad esempio, a Zeebrugge, il porto marittimo di Anversa-Bruges, lo sbarco dei container è passato in 6 anni da 316.000 agli oltre 1,2 milioni del 2023. Effetto della fusione fra i 2 porti, ma soprattutto dal peso di COSCO, che dal 2017 controlla il terminal container CSP. Ancora più impressionante è l’aumento del traffico nel porto del Pireo: prima dell’acquisizione da parte dei cinesi era il sedicesimo scalo europeo, nel 2023 era già diventato il quarto. Comprare terminal è un’attività dagli alti costi operativi e non garantisce automaticamente grossi margini, però serve a rafforzare la propria influenza economica e geopolitica. Ed è questo l’obiettivo della Cina. Ma non solo.
Frodi doganali e l’indagine Calypso
Controllare terminal rafforza la catena logistica riducendo costi e tempi e facilita l’ingresso di merci, spesso sottocosto e sovvenzionate da Pechino. Prendiamo il Porto di Rotterdam, che è il più trafficato d’Europa perché in grado di accogliere navi lunghe fino a 400 metri con un carico superiore ai 24.000 container (Qui pag.35). In questo scalo olandese nel 2025 il valore delle merci «Made in China» ha raggiunto 118 miliardi di euro: più 8% rispetto al 2024. Ogni anno nei porti di Rotterdam e Anversa-Bruges sbarcano dalla Cina 4 milioni di container.
In questi volumi si insidia il fenomeno, sempre più invasivo, delle frodi doganali: troppo spesso gli spedizionieri dichiarano un valore della merce, sul quale si pagano i dazi e l’Iva, inferiore a quello reale. E se il terminal è gestito dall’esportatore diventa più facile truccare le carte. Certo, dopo lo sdoganamento ci sono le ispezioni, ma in media non superano il 2% del totale (qui pag.8). La Procura
europea, con l’indagine «Calypso», lo scorso giugno, ha sequestrato al Pireo 2.435 container, carichi principalmente di biciclette elettriche, prodotti tessili e calzature. L’attività criminale, in atto da almeno 8 anni, ha portato all’arresto di 10 persone, inclusi due funzionari doganali, e ha coinvolto 14 Paesi Ue, Italia compresa, causando una perdita di almeno 350 milioni di euro in dazi e 450 milioni di Iva. «Il meccanismo è sempre lo stesso – spiega a Dataroom Fabio Botto, da 20 anni all’antifrode doganale – gli importatori dichiarano solo una parte della merce sulla quale devono pagare i dazi e che può arrivare fino al 70% in meno rispetto al valore reale; in più utilizzano in modo fraudolento il regime doganale che consente di non pagare l’Iva in dogana perché la merce è destinata ad un altro Stato membro. Così facendo realizzano un’evasione totale dell’Iva, che si aggiunge al minor dazio pagato». Secondo l’investigatore, nel porto del Pireo, dove le autorità doganali locali faticano a gestire l’enorme aumento dei flussi dalla Cina, le frodi si sono impennate. Complessivamente il danno economico ai danni della cassa Ue e dei singoli Stati membri è gigantesco (Corte dei conti Europea relazione speciale n. 8/2025 ndr), e sta generando il devastante impatto legato alla concorrenza sleale.
Il problema sicurezza
E poi c’è il pericolo che riguarda la raccolta dati sul traffico. I terminal di Amsterdam, Gdynia, Le Havre e Rotterdam si trovano in prossimità di porti militari utilizzati dalla Nato. Il governo cinese potrebbe sfruttarli per monitorare il passaggio di truppe o il trasferimento di forniture all’Ucraina. Un sospetto fondato poiché in sette porti europei (Anversa, Barcellona, Brema, Amburgo, Sines, Riga e Rotterdam) è in uso LOGINK, una piattaforma di gestione del traffico portuale amministrata dal Ministero dei Trasporti cinese. Significa che informazioni su merci, container, rotte navali e persone coinvolte potrebbero essere utilizzate per influenzare le operazioni portuali o sostenere interessi strategici di Pechino. Secondo il Parlamento europeo (Qui) questi terminal presentano un potenziale dual‑use, civile e militare, e potrebbero, in teoria, supportare la marina militare cinese. Infine, nei terminal controllati da società cinesi è elevata la probabilità che vengano favorite imprese di Pechino, come ZPMC per le attrezzature portuali o Huawei per le apparecchiature informatiche, penalizzando i fornitori europei.
Il nuovo corso della Ue
Bruxelles ha da tempo modificato il proprio atteggiamento nei confronti della Cina. In un rapporto sulle «prospettive strategiche» pubblicato dalla Commissione europea nel 2019, Pechino è stata definita non solo «un partner per la cooperazione», ma anche «un concorrente economico e un rivale sistemico». Questo cambio di rotta, ribadito anche nel recente Libro bianco della Difesa europea (Qui), si è riflesso nella politica sui porti, che non vengono più considerati esclusivamente piattaforme logistiche a fini commerciali, ma soprattutto infrastrutture strategiche da difendere. Nel 2022, anche su pressione della Commissione, la Germania ha ridimensionato la partecipazione di COSCO nel terminal Tollerort del porto di Amburgo, riducendola dal 35% al 24,99%, una soglia che impedisce al gruppo cinese di esercitare influenza sulle decisioni operative. Infine, c’è una risoluzione del Parlamento europeo del 2024 con la quale invita i Paesi membri a limitare la presenza cinese in infrastrutture strategiche come i porti (Qui).
In questa direzione si inserisce anche il lancio dell’Autorità doganale europea (EUCA), la cui sede sarà decisa oggi 25 marzo. Tra i 9 candidati c’è anche Roma. Con la nuova agenzia la gestione dei dati doganali sarà centralizzata e i codici uniformati. L’obiettivo è quello di favorire controlli più efficaci per contrastare le frodi e proteggere il Mercato unico.
Milena Gabanelli e Francesco Tortora
(da corriere.it)

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LA RAMAZZA DI MELONI ANTI-FRONDA

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

ALLA MELONI SERVE UN PIANO B MENTRE SCATTA IL PROCESSO AGLI ALLEATI

La ramazzata di Giorgia Meloni è arrivata all’improvviso. Via Andrea Delmastro, via Giusy Bartolozzi, quasi-via Carlo Nordio, spedito davanti ai microfoni per un pubblico autodafé («mia la legge, mia la responsabilità») con annuncio di pensionamento a fine legislatura. Licenziata anche Daniela Santanchè, che con il referendum c’entra poco ma con i suoi pasticci giudiziari è da tempo spina nel fianco della destra. È un atto di forza e al tempo stesso di astuzia politica che risponde a un preciso obbiettivo: ripristinare l’immagine della leader forte, ricordare agli italiani che l’imprinting legalitario della destra esiste ancora ed agisce anche nei confronti degli amici. La ramazzata serve, anche, a stroncare sul nascere (o a provarci) la resa dei conti interna che segue ogni sconfitta e che avrebbe avuto come ovvi bersagli gli uomini e le donne del melonismo. Fratelli d’Italia spazza il suo campo e si mette in condizioni di giudicare quello altrui.
Il campo di Forza Italia, innanzitutto, che sul suo progetto-bandiera, la riforma che doveva portare il nome di Silvio Berlusconi, non è riuscita a convincere nemmeno i fedelissimi (il 16 per cento degli elettori forzisti ha scelto il No, il 12 per cento si è astenuto) né ha saputo mobilitare le regioni che governa. E ovviamente il campo della Lega, apparsa assai disimpegnata per tutta la campagna elettorale e infine addirittura assente, con Matteo Salvini sparito in Ungheria nel giorno fatidico del voto (hai voglia a dire «in Lombardia e in Veneto abbiamo vinto», ci mancava solo l’insuccesso in due regioni dove il centrodestra è padrone dai tempi di Bossi).
Insomma, ciascuno dei partner ha qualcosa (molto) da rimproverare agli altri ma Meloni si mette in condizione di fare lei il processo ai deboli, ai distratti, agli assenti che hanno determinato il crollo della maggioranza in 72 province su 110. Le servirà nell’attesa di affrontare la vera questione che la sconfitta pone all’intero centrodestra: il “che fare” nell’ultimo anno di legislatura, questione assai più larga e complessa della caccia al colpevole del voto del 22 giugno. Il Piano A della maggioranza, fino all’altro ieri, era chiaro e non prevedeva alternative. Vince il Sì, riforma elettorale “per la stabilità” con buon premio di maggioranza, promessa agli elettori di procedere spediti verso premierato e federalismo, larghe sponde internazionali a sostegno dell’esecutivo «più stabile d’Europa» e della premier «migliore amica di Donald Trump» nonché pontiera tra l’Europa e gli Usa. Ora ogni singolo pezzetto del racconto è andato in fumo. Ha vinto il No, la nuova legge elettorale è ad alto rischio, ogni ulteriore promessa riformista risulta impossibile, e
§della sponda trumpiana non ne parliamo: persino citare per nome il Presidente Usa è da un pezzo un problema.
Bisogna trovare un Piano B, problema che non era mai stato preso in considerazione, sottovalutato persino quando i sondaggi hanno cominciato a mettere in dubbio il successo referendario del centrodestra. Votare subito è strada interdetta, farebbe esplodere la coalizione: tecnicamente non si capisce come la premier potrebbe ottenere lo scioglimento delle Camere, politicamente sarebbe una bandiera bianca alzata dopo una sconfitta, impensabile. Ma se non si vota è necessario riempire dodici mesi di agenda, e occuparli con un micidiale dibattito sulla riforma elettorale (incardinata ieri in Commissione Affari Costituzionali alla Camera) risulterebbe un affronto all’elettorato galvanizzato per mesi con la prospettiva di cambiamenti maiuscoli, storici, epocali.
Meloni dovrà decidere anche sul suo Piano B personale, su come presentarsi nel 2027 agli italiani, a quale visione appendere la sua proposta, il suo status e la sua richiesta di essere confermata a Palazzo Chigi. Non le basterà certo ottenere, in sede di riforma elettorale, l’indicazione del nome sul programma. Quel nome dovrà trovarsi un ruolo nuovo. La premier delle riforme che cambiano il Paese, la pontiera, la figlia di un dio minore che si fa garante della Nazione, la sovranista, la conservatrice, quella che critica l’Europa ma la aiuta a tenersi allacciata alle destre estreme di Orban e Fico nonché alla Casa Bianca, l’underdog vincente: sono tutte carte già giocate, qualcuna con successo e altre meno, ma nessuna sarà utile nel racconto della prossima campagna elettorale.
Persino il mito della premier dei conti in ordine rischia di appassire davanti a guerre che mettono a rischio gli equilibri di bilancio e il fine-mese di famiglie e imprese. E dunque, come raccontare questa destra che rivendica un secondo giro, questa premier che punta alla conferma, per fare cosa, per condurre dove il Paese? È questo il vero tema posto dalla sconfitta elettorale e dall’azzeramento del Piano A del governo. Converrà lavorarci da subito. La ramazzata sarà utile a evitare una resa dei conti velenosa con i partner e a ripristinare una primogenitura anche morale (“chi sbaglia paga”) rispetto al resto della coalizione. Ma per inventarsi una nuova prospettiva servirà molto di più del licenziamento di personaggi screditati e delle rassicurazioni sul governo che va avanti “come ha sempre fatto”.
(da Repubblica)

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LIBERARSI DELLE SCORIE NON BASTA

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

CON LO STESSO CINISMO ED IPOCRISIA, PRIMA LI DIFENDI OLTRE OGNI RAGIONEVOLE DECENZA, E POI LI SCARICHI

Con lo stesso cinismo e ipocrisia con cui li aveva difesi oltre ogni ragionevole decenza fino alla vigilia del voto referendario, Giorgia Meloni si libera in un pomeriggio di Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, sottosegretario e capo di gabinetto del ministero di Giustizia. E manda a dire alla terza impresentabile del suo governo, la ministra del Turismo Daniela Santanchè, che anche lei, per usare un termine che sappiamo caro al lessico di questa maggioranza, è diventata “carico residuale” e dunque “auspica” si tolga di torno. Possibilmente ad horas.
Per Meloni lo tsunami referendario che ha travolto la sua maggioranza e che interpella necessariamente la sua leadership non impone dunque una presa d’atto politica personale di fronte al Parlamento e al Paese, ma delle pulizie di Pasqua interne al partito. Che consentano di scaricare in una improvvisata bad company le responsabilità e i costi della bancarotta politica di un’avventura referendaria cui lei l’ha consapevolmente condotto e su cui lei ha messo la faccia. Convinta di potersene intestare la vittoria.
È uno spettacolo che conferma, ammesso fosse ancora necessario, quale sia la grammatica politica della presidente del Consiglio, la sua idea tribale del comando ma, soprattutto, la profondità della crepa che i 14 milioni di no al referendum hanno aperto nel cuore del governo svelando la formidabile debolezza che improvvisamente mostra chi lo guida. Perché se questo è l’incipit non è difficile prevedere in quale calvario la maggioranza si sia appena infilata e quale dose di rancore, diffidenza e ricatti muoveranno di qui in avanti le scelte di Meloni e quelle
dei suoi due sin qui suonati azionisti di minoranza: l’azzoppato Tajani e il latitante Salvini. Quale che ne debba essere il costo.
E tuttavia è un esito che non stupisce. La protervia con cui per quasi un’intera legislatura un ministero chiave come quello di Giustizia è stato affidato alle stonate cure di un ventriloquo come Carlo Nordio (da ieri per altro declassato a ologramma), alla spregiudicatezza della “zarina” Bartolozzi e dell’avvocato della presidente del consiglio Delmastro, il ricorso sistematico alla menzogna per dissimulare dentro e fuori le aule parlamentari le responsabilità politiche del caso Almasri o dell’uso illecito di atti coperti da segreto per colpire le opposizioni (il caso Cospito), fino alle bistecche cucinate dall’uomo che lavava soldi di mafia, sono state il manifesto di come Giorgia Meloni e la sua maggioranza interpretino l’esercizio del potere. In quale considerazione tengano il ruolo dell’opposizione.
Per questo, oggi, quello stesso ministero che doveva essere il grimaldello necessario a far saltare il chiavistello a protezione dell’equilibrio costituzionale tra poteri dello Stato può trasformarsi nella Caporetto di chi ha concepito quel disegno che il Paese ha respinto. A Meloni non basterà infatti aver accompagnato alla porta Delmastro, Bartolozzi e, “auspicabilmente”, Santanchè, per scrollarsi di dosso i costi presenti e futuri della “leggerezza” con cui gli impresentabili che ha voluto nel cuore del governo hanno interpretato la loro funzione. Perché di questo governo Delmastro e Bartolozzi sono stati ingranaggi chiave.
E a dimostrarlo, del resto, è una semplice domanda: perché la presidente del Consiglio ha aspettato la sconfitta al referendum per chiedere a Delmastro e Bartolozzi il passo indietro che avrebbero dovuto fare prima del voto? Lo capisce chiunque: perché se lunedì pomeriggio i si avessero vinto, oggi Delmastro e Bartolozzi non solo sarebbero al loro posto, ma di quella vittoria reclamerebbero i dividendi. Ecco perché – possiamo starne certi – di Giusi “la zarina” e del pistolero Delmastro sentiremo parlare ancora.
(da Repubblica)

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PRESUNTUOSI E ARROGANTI: SEMPRE PUNITI

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

AGLI ITALIANI STANNO SULLE SCATOLE

Qui non si parla di politica né di alta strategia, ma di come agli italiani stiano sulle scatole gli arroganti. Più che mai quando costoro sono pure presuntuosi. C’è scritto sui muri che fu il tracotante senso di onnipotenza a mandare in rovina il Garofano di Bettino Craxi e il Giglio magico di Matteo Renzi. All’altro Matteo, il Salvini, fu sufficiente invocare i pieni poteri dopo un brindisi di troppo per essere accompagnato all’uscita della politica che conta, come uno sfigato qualsiasi. Nel caso degli artefici del Sì alla più iniqua e squinternata “riforma” della magistratura, è sotto gli occhi di tutti che, ebbri di hubris, hanno lavorato alacremente per il No. Facendosi detestare fosse anche soltanto per quella arietta del noi siano noi e voi non siete un cazzo amplificata dai loro aedi televisivi. A tal punto che nelle ore successive al botto dei sedicenti modernizzatori era difficile, con una certa dose di perversione, sottrarsi alla visione di Rete 4 (una specie di ridotto in Valtellina per le brigate Nordio in ritirata). Per non perdersi certe facce, ah quelle facce. Ma, soprattutto, certe giravolte dialettiche dei Cerno e dei Porro, degne di edilizia acrobati
Neppure le più sofisticate analisi del voto ci potranno dire quanti potenziali elettori del Sì abbiano cambiato idea davanti, per esempio, alla sfrontatezza del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (detto “5 Forchette”) arroccato nella Bisteccheria dagli effluvi malavitosi. Chissà quanti voti contro ha suscitato, quelli del quando è troppo è troppo; ovvero il No per fatto personale. Arroganza e presunzione che a destra hanno marciato di pari passo visto che con qualche possibile voto in più in Parlamento, e dunque con una maggioranza qualificata, Giorgia Meloni non avrebbe avuto bisogno di ricorrere al referendum per mettere all’angolo le toghe. Una ricerca del consenso popolare che la premier ha perseguito fortemente per voglia di stravincere, convinta che gli italiani avrebbero risposto in massa al suo chi mi ama mi segua. […] Chi di populismo ferisce, con quel che segue. E neppure, il giorno dopo, sembra che la lezione sia servita al governo, in
questo caso al sottosegretario Fazzolari. Il quale, non pago della musata presa, paventa “un’azione ancora più invasiva” da parte della magistratura, come se stesse parlando del nemico alle porte e non di un potere costituzionale. Diceva quel tale, perché limitarmi a essere antipatico, se posso essere odioso?
(da agenzie)

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DOPO IL REFERENDUM, SILVIA NON CAMBIA IDEA: “PRIMARIE SBAGLIATE, NON SOSTERREI NESSUNO”

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

“IL MECCANISMO E’ DELETERIO PER LA COALIZIONE, IL LEADER VA DECISO ALL’INTERNO SENZA CREARE MOMENTI DIVISIVI CHE I SOVRANISTI POTREBBERO USARE CONTRO DI NOI”

“Non ho cambiato idea, le primarie sono sbagliate“. All’indomani del risultato del referendum sulla giustizia e mentre a livello nazionale, nel centrosinistra, c’è chi torna a parlare di primarie per stabilire chi – nel campo largo – sfiderà Giorgia Meloni alle prossime politiche, la sindaca di Genova Silvia Salis, più volte chiamata in causa come papabile candidata premier, ribadisce la sua contrarietà a un meccanismo che rischia solo, dice, di frammentare la coalizione.
“Le primarie sono sbagliate perché ti obbligano a mettere in contrapposizione due o più soggetti politici che in realtà sono nella stessa alleanza – continua, parlando a margine della presentazione di una quadrangolare di volley – tu dovresti fare, in pratica, campagna elettorale contro le persone che poi dovrebbero sostenere il tuo governo. Una cosa che trovo tecnicamente sbagliata, un messaggio di divisione che non sostengo, l’ho sempre detto, e il fatto che ci avviciniamo alle elezioni non cambierà la mia posizione. È uno sbaglio fare le primarie, bisognerebbe fare una discussione interna e trovare un leader in grado di guidare il campo progressista”.
A chi continua a tirarla per la giacca, in tal senso, come possibile candidata, Salis risponde: “Sono lusingata da questa attenzione ma come ho sempre detto sono la sindaca di Genova e non voglio partecipare, e come posso dirlo, lo dico fin da subito, se ci saranno le primarie non mi esprimerò per nessun candidato perché comunque tutti i partiti del campo progressista sostengono la mia esperienza amministrativa a Genova”.
Salis, quindi, in caso di primarie – se la coalizione scegliesse comunque questa modalità – si scansa da quella che sarà una futura corsa tra alleati. “Se ci saranno le primarie – aggiunge – non esprimerò alcun tipo di sostegno perché credo che qualunque cosa si dica in fase di, diciamo, campagna elettorale delle primarie, poi è qualcosa di divisivo che la destra userà contro il campo progressista durante la campagna elettorale nazionale. Per cui sono tutti elementi negativi dai quali dovremmo stare molto alla larga”.
Secondo la sindaca di Genova – “Ma parlo da elettrice di sinistra“, dice – “Ci sono due livelli di discussione, ci può essere una discussione interna, cioè i leader di partito tra di loro decidono chi è la persona più indicata per guidare la coalizione, che non è detto che sia un leader di partito, ma che potrebbe essere. E poi c’è invece la discussione dopo il voto. Cioè una coalizione che però scrive un programma chiaro, lo presenta alla nazione, prende i voti ogni partito e poi dalla somma di questi voti si capirà chi deve esprimere la leadership che, ripeto, potrebbe essere anche in quel caso il partito che ha preso più voti, ma non è neanche detto che lo sia. Comunque sono discussioni che vanno fatte senza generare divisioni all’interno del campo progressista. Almeno questa è la mia idea da elettrice di sinistra”.
(da Genova24)

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“I DIRIGENTI DELL’AVVOCATURA SI DIMETTANO”: LUCA PONIZ, EX PRESIDENTE DELL’ANM E ORA SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE A MILANO, ATTACCA DOPO LA VITTORIA DEL NO: “LE ASSOCIAZIONI DEGLI AVVOCATI SI SONO MOSTRATE PER ALMENO 25 ANNI FORTEMENTE COLLATERALI A POSIZIONI POLITICHE CHIARE, ED IN QUESTA CAMPAGNA ELETTORALE CIÒ È EMERSO CON EVIDENZA IN UNA IRRESPONSABILE CAMPAGNA DI VIOLENTA DELEGITTIMAZIONE DELLA MAGISTRATURA”

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

“I DIRIGENTI DELLA AVVOCATURA ISTITUZIONALE, POI, NON HANNO ESITATO A TRASCINARE L’INTERO CETO FORENSE IN UNA CAMPAGNA FAZIOSA E NON DI RADO VIOLENTA”

Dal voto, con la vittoria del No al referendum costituzionale sulla giustizia, esce “travolta un’intera classe dirigente dell’avvocatura, impegnata in una irresponsabile campagna di violenta delegittimazione della magistratura, in ciò spesso alleata con le posizioni più estreme e non di rado volgari”.
Lo scrive sui social Luca Poniz, ex presidente dell’Anm e ora sostituto procuratore generale a Milano. Ora “quale sia il destino dei dirigenti delle camere penali”, aggiunge il magistrato milanese, “è un problema che riguarda loro”, tenuto conto che “si tratta della ulteriore conferma di una scarsa rappresentatività”, come la “già nota modesta rappresentatività numerica (4% della avvocatura)”
Per Poniz le associazioni degli avvocati “si sono mostrate per almeno 25 anni fortemente collaterali a posizioni politiche chiare, ed in questa campagna elettorale ciò è emerso con evidenza”. I dirigenti della “avvocatura istituzionale”, poi, “non hanno esitato a trascinare l’intero ceto forense” in una “campagna faziosa e non di rado violenta”. E ancora: “Se esistesse anche un minimo di sensibilità istituzionale, domani stesso – conclude Poniz – ci si attenderebbe dimissioni da parte di chi ha speso impropriamente ruoli di rappresentanza”.
(da agenzie)

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BAVIERA OVER THE RAINBOW. IL 35ENNE DOMINIK KRAUSE È IL NUOVO SINDACO DI MONACO DI BAVIERA: È IL PRIMO SINDACO VERDE E APERTAMENTE GAY DELLA CITTÀ, DA SEMPRE UN’ENCLAVE PROGRESSISTA NELLA BAVIERA CONSERVATRICE

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

KRAUSE SI ISPIRA AL SINDACO DI NEW YORK, ZOHRAN MAMDANI: HA CONQUISTATO IL VOTO DEI CITTADINI DICHIARANDO GUERRA AI PREZZI DELLE CASE, INACCESSIBILI PER TANTI CITTADINI

Nessuno l’ha previsto e nessuno l’ha visto arrivare, ma Dominik Krause, 35 anni, verde, gay, laureato in fisica, è il nuovo sindaco di Monaco di Baviera. […] Questa vittoria fa a pugni con una certa idea di Monaco che si ha dall’esterno. Meno, con quel che la città è diventata.
Prima di salire sul palco ripetendo «incredibile», «pazzesco», Dominik è andato a toccare il muso del leone alla Residenza: porta bene. Poi sempre in bici, come il sindaco di Parigi Emmanuel Grégoire, si è diretto al quartier generale del Grünen. Ma la sua carriera non è improvvisata: a 35 anni Krause era già il vicesindaco del regnante Bürgermeister Spd Dieter Reiter.
Ha studiato, è evidente — come quelli della sua generazione — dal newyorkese Zohran Mamdani. Anche se lui gira con un vestito monocolore, grigio o blu sulla camicia aperta, in stile startupper. L’inquadratura è la stessa, ripreso a mezzo busto mentre cammina per strada, mai aggressivo ma sempre sorridente. Come insegna Zohran.
Krause (allo slogan, «si può fare meglio») ha individuato l’anello debole di tutte le metropoli: le case. Monaco ha i prezzi di Milano, con zone centrali dove si superano i 10 mila euro al metro quadrato, inaccessibili per tanti cittadini. Ha fatto una campagna con tre messaggi: servono 50 mila nuovi alloggi che costruiremo o ricaveremo dagli uffici dismessi; più trasporto pubblico e tram in periferia fino a notte; e una città tollerante, aperta a tutti.
Monaco è da sempre un’enclave progressista nella Baviera conservatrice: la Spd qui governava (tranne una parentesi dal 78-84) dal 1948; subito dopo la guerra, addirittura avevano vinto i comunisti. L’arcivescovo Marx fa parte dell’ala progressista della Chiesa. E se Monaco lega una sua certa fama sinistra al putsch di Hitler, è stata fin dal primo Novecento una città di sinistra e moderna, tanto che Thomas Mann venne qui a passare il tempo nei caffè e fare le prime esperienze omosessuali
Krause si impegna attivamente per i diritti LGBTQI: «Nel 2023 — ha detto — non dovrebbe più avere importanza quale sia l’orientamento sessuale di una persona. Purtroppo però molte persone queer sono ancora oggetto di discriminazione, anche a Monaco. Finché sarà così, ritengo importante la visibilità». Sul palco domenica ha baciato il compagno Sebastian, medico, l’«amore della mia vita». Si erano conosciuti adolescenti a un corso di ballo.
Due anni fa fece infuriare mezza Monaco quando disse che l’«Oktoberfest è il più grande festival della cannabis a cielo aperto al mondo»: lui era per la legalizzazione. Però è un verde pragmatico, «amabile», l’ha definito l’avversario Reiter.
(da Corriere della Sera)

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