Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHÉ LE AUTORITÀ DI ROMA NON ERANO STATE INFORMATE? GLI AGENTI CHE HANNO FATTO IRRUZIONE NELLA SUA CAMERA D’ALBERGO A ROMA, POCHE ORE PRIMA DELLA MANIFESTAZIONE “NO KINGS” PERCHÉ SONO INTERVENUTI A QUASI UN MESE DALLA SEGNALAZIONE?
Le scuse e le giustificazioni non bastano. Il giorno dopo l’identificazione di Ilaria Salis, svegliata in albergo a Roma da due poliziotti arrivati poche ore prima della manifestazione No Kings per controllare quel nome associato ad un alert nel Sistema informativo Schengen, i leader di Avs confermano l’intenzione di depositare un’interrogazione parlamentare.
Dal Viminale, fino ad ora, nessun passo formale se non la richiesta al dipartimento di pubblica sicurezza di una puntuale ricostruzione di quanto accaduto. In aula, al ministro Piantedosi toccherà spiegare come mai i poliziotti incaricati di quel controllo non sapessero che si trattava dell’europarlamentare fino a quando la stessa Salis, svegliata alle 7.30 del mattino, lo ha fatto presente, bloccando di fatto qualsiasi tipo di accertamento nei suoi confronti.
Ma il punto adesso non è più questo. Dal governo, Salis e Avs (che hanno intenzione di interrogare sul tema anche le istituzioni europee) vogliono sapere come sia possibile che un’eurodeputata italiana possa essere oggetto di indagini, monitoraggio, controlli senza che le autorità italiane ne siano state informate.
Perché — ed è il punto centrale di questo inciampo — se è in qualche modo plausibile che i due poliziotti incaricati del controllo potessero non sapere chi fosse Ilaria Salis, altrettanto non si può ipotizzare per le autorità di polizia o della magistratura tedesca che hanno inserito l’alert sul suo nome all’inizio di marzo.
Le date sono fondamentali nella ricostruzione: la segnalazione nel Sistema informativo Schengen è del 2 marzo, quando ovviamente Ilaria Salis era già deputata europea. Sonogià passati tre anni dal suo arresto a Budapest dopo i disordini alla Giornata dell’Onore, accusata di aver aggredito tre militanti neonazisti.
È dall’indagine ungherese, in cui risultano coinvolti una decina di esponenti del gruppo di estrema sinistra Hammerbande, che nasce il proseguo dell’inchiesta in mano ai magistrati tedeschi che li accusano di organizzazione eversiva. Ilaria Salis non sarebbe indagata ma è evidente che gli investigatori tedeschi tengono ancora accesi i riflettori su di lei e sui suoi rapporti con questi gruppi.
È per questo che il 2 marzo inseriscono la segnalazione chiedendo, in sostanza, alle polizie europee di informarli sulle eventuali presenze di Ilaria Salis nei loro Paesi, sui suoi accompagnatori, sui motivi dei suoi spostamenti. Un modo per monitorare eventuali attuali contatti con la galassia dei gruppi di antagonisti sotto inchiesta.
Solo che Ilaria Salis è un’europarlamentare e non può essere soggetta a questo tipo di controlli.
Nella catena dei contatti nessuno si è reso conto che Ilaria Salis è europarlamentare, nessuno ha associato nome e cognome al ruolo che ricopre. È l’origine del pasticcio di sabato, quando due agenti hanno raggiunto Salis in albergo a Roma per un controllo in seguito a una richiesta di Berlino.
Per raccontare questa vicenda bisogna tornare al 2 marzo, quando la Germania dirama una richiesta di segnalazione su Salis, probabilmente legata a un’indagine su Hammerbande, la “banda dei martelli”, collettivo internazionale di estrema sinistra protagonista di diverse aggressioni agli oppositori politici. La richiesta, come da procedura, arriva al Servizio per la cooperazione internazionale di polizia e, in particolare, alla divisione Sirene, l’unico ufficio ministeriale che può gestisce gli alert di Schengen.
Salis è eurodeputata, quindi, secondo gli articoli 24 e 25 del regolamento europeo 1862 del 2018, la richiesta avrebbe dovuto essere messa in stand by. Per usare un termine tecnico, si sarebbe dovuta apporre una red flag.
Una procedura prevista «qualora uno Stato membro reputi che dare applicazione a una segnalazione inserita non sia compatibile con il proprio diritto nazionale, con i propri obblighi internazionali o con interessi nazionali essenziali». All’ufficio Sirene, però, nessuno associa il nome di Ilaria Salis al ruolo che ricopre. La questione non si pone e l’alert viene inserito nel terminale di tutte le questure italiane.
Così, quando Salis arriva nella Capitale e si registra in hotel, scatta una blue notice dell’Interpol. Due agenti delle volanti raggiungono l’albergo, ma nemmeno loro sembrano sapere che quell’Ilaria Salis è un’eurodeputata. Bussano, lei si qualifica e a quel punto i due poliziotti restano sulla porta. Per evitare un ulteriore passo falso in questa catena di malintesi.
Da qui, poi, le versioni un po’ divergono. Gli agenti parlano di una mera identificazione durata meno di mezz’ora. Salis sui social prima parla di «controllo preventivo» di oltre un’ora, poi ridimensiona l’accaduto. Gli esperti sottolineano come l’attività, chiamata “controllo discreto”, preveda che l’interessato non si accorga di nulla.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
NON SOLO PERCHÉ SIGNIFICHEREBBE TRADIRE LA PAROLA, DOPO AVER SPERGIURATO CHE IL GOVERNO NON SAREBBE CADUTO IN CASO DI VITTORIA DEL NO, MA ANCHE PERCHÉ NON C’È GARANZIA CHE, UNA VOLTA SALITA AL COLLE, SERGIO MATTARELLA SCIOLGA LE CAMERE … IL NODO DELLA LEGGE ELETTORALE E IL FACCIA A FACCIA TESO CON SALVINI E TAJANI
A sette giorni dal voto referendario, la nebbia intorno al governo non accenna a diradarsi.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal giorno del voto non si è più fatta vedere in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni se non attraverso le note ufficiali di palazzo Chigi, ha solo una domanda in mente: voto anticipato sì o no?
La risposta sembra essere arrivata dalla cena informale a casa sua che si è svolta venerdì scorso dopo il consiglio dei ministri, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Dei tre, quello uscito meno acciaccato dal voto è stato il leghista, che può vantare – pur avendo speso il minimo sforzo – la vittoria del Sì solo nelle regioni governate dal suo partito
In questo quadro, la premier si sarebbe convinta che il voto anticipato non sia una strada percorribile né auspicabile. Innanzitutto, perché «significherebbe tradire la parola, dopo aver spergiurato che il governo non sarebbe caduto in caso di vittoria del No», spiega una fonte d’area.
Ma anche e forse soprattutto perché non c’è garanzia che, una volta salita al Colle, Sergio Mattarella sciolga le camere: il contesto internazionale è tale e ha talmente tanti riverberi sul piano economico, che il voto anticipato sarebbe un azzardo per la tenuta del Paese. Senza contare che, senza una nuova legge elettorale, con il campo progressista unito e il Sud che apparentemente le ha voltato le spalle, il centrodestra rischia la sconfitta.
Eppure, a palazzo Chigi si è fatta largo la grande paura del logoramento. «In ogni caso sarà un’anatra zoppa», era stata la sinistra profezia sul governo di Matteo Renzi, che di referendum se ne intende. In ogni sede, Meloni ha ripetuto: «Non intendo galleggiare».
Dunque sa di dover cambiare passo e che le purghe post referendarie (il ministro Carlo Nordio è stato descritto come ancora irrequieto dopo le dimissioni della sua capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi) non siano sufficienti, ma ora serva cambiare alcuni tasselli nella formazione
«Stringere i bulloni», come si è scritto nei giorni scorsi, e sostituire chi non appare all’altezza delle sfide dell’ultimo anno di legislatura. Se alcuni sono intoccabili (i vicepremier, ma anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello della Difesa, Guido Crosetto), altri vacillano da mesi e nel mirino, c’è in particolare il Ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso
Proprio sabato Urso è stato tra i chiamati in causa da Confindustria per il mancato rispetto dei patti per i cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0
Secondo il Corriere della Sera, Urso potrebbe essere il primo a saltare. Non con un “licenziamento” come Santanché, ma con un passo di lato: la premier ha tenuto l’interim sul Turismo dove potrebbe transitare Urso, per far spazio a un sostituto considerato più capace sui delicati dossier dei prossimi mesi.
Il nome sarebbe quello dell’ex governatore del Veneto e già ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia
Sulla carta sarebbe perfetto, ma la pratica è complessa. Il Colle dovrebbe accettare quello che è stato definito un «rimpasto chirurgico», il centrodestra un avvicendamento spurio rispetto agli equilibri di coalizione: fuori un meloniano, dentro un leghista, e nulla per Forza Italia, che pure è considerata stabilmente sopra la Lega nei sondaggi.
I bilancini politici, però, sono solo una parte del problema. Dopo lo scontro con Confindustria, in settimana è attesa anche la relazione sulla crescita del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche da quel pulpito potrebbero arrivare brutte sorprese.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
PER L’ACCUSA, NEL 2024, MAURO (PRESTANOME DEI SENESE) E MIRIAM CAROCCIA HANNO INVESTITO AL FINE DI “PERMETTERE AL CLAN DI ACCRESCERE E RAFFORZARE LA SUA POSIZIONE SUL TERRITORIO ATTRAVERSO IL CONTROLLO DI ATTIVITÀ ECONOMICHE” … MA COME È POSSIBILE CHE IL BISTECCHIERE DELMASTRO NON SAPESSE DELLE ATTIVITÀ E DEI RAPPORTI DEI SUOI SOCI?
Mauro e Miriam Caroccia, indagati dalla Procura di Roma nel procedimento sulla società ‘Le 5 Forchette’ di cui è stato azionista anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, hanno “trasferito e reinvestito” nella società proventi delle attività illecite del clan di stampo camorristico dei Senese.
È quanto emerge dagli atti dell’indagine della Dda di Roma in cui si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Una attività illecita aggravata dal fatto di averla “commessa al fine di agevolare l’associazione di stampo mafioso” facente capo al gruppo dei Senese.
Secondo l’impianto accusatorio i due indagati, nel dicembre del 2024, hanno ‘investito’ nella Srl al fine di “permettere al clan di accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche” e “di reinvestire i capitali illecitamente accumulati nel corso degli anni”.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
AL REFERENDUM HA VINTO IL NO; IL PRESIDENTE DELL’ARS GAETANO GALVAGNO E L’ASSESSORA AL TURISMO ELVIRA AMATA, ENTRAMBI DI FDI, SONO INDAGATI PER CORRUZIONE, E POTREBBERO FINIRE DIMISSIONATI
«Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio, mi ha mandato un messaggio molto stizzito a
mezzanotte. La donna più potente del mondo, con tutto quello che sta succedendo, all’estero e in Italia, trova il tempo per infastidirsi e arrabbiarsi con me». Nella fotografia della crisi del centrodestra e della leadership di Giorgia Meloni, si inserisce anche Ismaele La Vardera. Ex giornalista, ex inviato delle Iene, oggi è un deputato di opposizione dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana, leader del movimento Controcorrente.
Qualche ora prima di ricevere la visita su WhatsApp di Meloni, La Vardera aveva pubblicato un video per denunciare la decisione presa venerdì dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge regionale siciliana sui ristori per le zone colpite dal ciclone Harry, definendola «una ritorsione» contro il plebiscito a favore del No che ha travolto l’Isola governata dalla destra
Va tenuto in mente perché fa da premessa alla reazione della premier. Che va su tutte le furie e gli scrive in piena notte: «La ritorsione??? (con tre punti interrogativi, ndr), io veramente non ho parole. E ora che faccio mi metto a impugnare le leggi di quasi tutte le regioni? Che modo vergognoso di fare politica. Il cambiamento…».
Per la premier la Sicilia è un problema serio. La Regione guidata da Renato Schifani, Forza Italia, è preda di lacerazioni. L’onda che ha spazzato via la riforma della giustizia e la serenità della coalizione è un campanello d’allarme.
Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e l’assessora al Turismo Elvira Amata, entrambi di FdI, sono indagati per corruzione, e potrebbero essere i prossimi a finire dimissionati da un ordine di Meloni, come successo al sottosegretario Andrea Delmastro e alla ministra Daniela Santanchè. Il primo dei due è, tra l’altro, come quest’ultima, amico e fedelissimo del cofondatore di FdI, Ignazio La Russa.
Un tentativo di rigenerare l’anima più legalista, che la leader aveva però accantonato nei lunghi mesi della battaglia referendaria, quando ha lasciato tutti al proprio posto, nonostante le inchieste e, in alcuni casi, le condanne.
Per La Russa, che ha provato a difendere inutilmente Santanchè, e che ha un suo personale fortino in Sicilia, sarebbe un ulteriore smacco. Non è neanche certo che il governo di Schifani sopravviverà.
La crisi siciliana potrebbe essere il preludio a un crollo nazionale. Altre volte in passato l’Isola ha funzionato da laboratorio, ha anticipato tendenze, trionfi e sciagure. È successo con l’onda che ha portato il M5S al potere nel 2018. E oggi il No che colora di rosso le province del Sud è per la premier un segnale di emorragia di consenso.
(da La Stampa)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO È STATO FISCHIATO DURANTE UN COMIZIO A GYOR, HA PERSO LE STAFFE ACCUSANDO GLI OPPOSITORI DI ESSERE FILO UCRAINI. E IL GIORNALISTA INVESTIGATIVO UNGHERESE SZABOLCS PANYI È STATO FORMALMENTE ACCUSATO DI ESSERE UNA SPIA AL SOLDO DEGLI UCRAINI
La narrazione della paura, a iniziare da quella dei migranti, ha spinto Viktor Orbán per tre mandati consecutivi alla guida dell’Ungheria. Ma questa volta, a due settimane dal voto che potrebbe segnare la fine di un’era, sembra soprattutto lui ad essere in preda al panico, mentre arranca nei sondaggi dietro al suo rivale, Péter Magyar.
Quando l’altro giorno è stato fischiato a un suo comizio a Gyor, città guidata dall’opposizione, il leader magiaro ha perso le staffe e ha iniziato ad accusare chi gli chiedeva conto della disastrosa situazione economica di promuovere «gli interessi ucraini», di puntare a «un governo filo ucraino» e di voler trasferire «i soldi degli ungheresi in Ucraina». Slogan onnipresenti nella sua campagna elettorale
Ora questi slogan sono stati scagliati come insulti contro quegli ungheresi non allineati. Ci mancava poco e sarebbero stati bollati anche loro come spie, come è accaduto in questi giorni al giornalista investigativo ungherese Szabolcs Panyi, autore dell’inchiesta sui colloqui segreti prima e dopo le riunioni Ue tra il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó e il suo omologo russo Sergey Lavrov: Panyi ora è stato formalmente accusato di essere una spia al soldo degli ucraini.
Nell’incalzante conto alla rovescia verso il voto, le elezioni in Ungheria appaiono una spystory dai contorni sempre più foschi, con rivelazioni e contro rivelazioni.
«La storia del “cyberattacco di Stato” sta crollando sotto il suo stesso peso» ha osservato ieri sui social il portavoce del governo Zoltán Kovács.
Il riferimento è all’inchiesta della testata investigativa ungherese Direkt36 che descrive il tentativo dei servizi segreti di Budapest di infiltrarsi nel partito di opposizione Tisza, caso che Magyar ha ribattezzato «Orbán gate». Un agente, identificato come «Henry», avrebbe cercato di reclutare due informatici che lavoravano per Tisza con l’obiettivo di introdursi nel server del partito. Quando i due informatici hanno deciso di smascherare l’agente, sono stati accusati di pedopornografia, ma nulla di compromettente è stato trovato
Ora questa versione è stata ribaltata dal governo, che ha reso pubblici quelli che ha definito elementi declassificati di un briefing sulla sicurezza nazionale: uno degli esperti informatici di Tisza avrebbe «ammesso di essere stato reclutato da agenti ucraini, addestrato all’estero e collegato a reti legate a Zelensky». E così l’«attacco
governativo» si trasforma in «operazione di controspionaggio in difesa dell’interesse nazionale».
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEGLI ESTERI NON SI FIDA DELLA MINORANZA INTERNA DEL SUO PARTITO CHE PREME PER SOSTITUIRE IL CAPOGRUPPO ALLA CAMERA, PAOLO BARELLI, FEDELISSIMO E CONSUOCERO DEL SEGRETARIO… SI VA VERSO UNO STOP AI CONGRESSI REGIONALI DI FORZA ITALIA, PER IMPEDIRE A TAJANI DI BLINDARSI E DI GOVERNARE LA DELICATA FASE DI COMPOSIZIONE DELLE LISTE ELETTORALI
Mercoledì o giovedì, alla fine di una doppia trasferta a Kiev prima e a Belgrado poi, Antonio
Tajani incontrerà Marina Berlusconi. Un faccia a faccia fortemente cercato dal segretario di Forza Italia, per provare a frenare la slavina interna, innescata dalla sconfitta al referendum.
«Se si vuole dare una scossa al partito, concordiamola. Io non posso subirla». Questo il ragionamento che Tajani avrebbe condiviso con i suoi e vorrebbe portare alla figlia del fondatore del partito in quello che auspicherebbe come «un chiarimento definitivo, almeno fino al voto delle Politiche». Non per puntellare sé stesso, giura, ma per salvaguardare il partito.
Tajani non si fida della minoranza interna che da giorni preme per sostituire il capogruppo, fedelissimo e consuocero del segretario, Paolo Barelli, come ha già fatto con Maurizio Gasparri al Senato, dopo aver sollecitato e ottenuto il via libera dalla famiglia Berlusconi. «Se sostituiamo Barelli — il calcolo che Tajani vuole portare all’attenzione di Marina Berlusconi — non si fermeranno, il giorno dopo pretenderanno altro».
E «l’altro» è già emerso: bloccare i congressi regionali il cui iter è stato avviato dal segretario, con circolare formale, a meno di 24 ore dalla batosta elettorale.
Se questa è la strategia di Tajani, sul fronte della minoranza regna una calma apparente. A consigliare prudenza in parte è la paura delle elezioni anticipate, minacciate dalla premier.
Se la sostituzione di Barelli è congelata — «ma non certo abortita», sono sicuri i più attivi —, domani bisogna confermare l’impegno con Gasparri che deve essere eletto presidente della commissione Esteri e difesa.
Si attende uno stop ai congressi, per impedire a Tajani di blindarsi e di governare la delicata fase di composizione delle liste elettorali senza contraddittorio. Ma lo snodo fondamentale è ancora un altro: le nomine nelle aziende pubbliche.
Giovedì infatti si depositano le prime liste dei candidati alla guida di Poste, Eni, Enel, Terna. E Leonardo, su cui sono puntati gli occhi di tutti. E la partita interna alla maggioranza è cominciata da tempo. Per la presidenza al posto di Stefano Pontecorvo, Forza Italia vorrebbe Stefano Cuzzilla: già manager pubblico, sostenuto da Barelli. Fermare la candidatura di Cuzzilla sarebbe un segnale non meno potente della sostituzione del capogruppo.
Se invece Tajani riuscisse a difendere l’indicazione, dimostrerebbe l’autonomia di manovra che rivendica. Autonomia dalla sua minoranza. Ma dalla famiglia non si prescinde. Così Tajani andrà a chiedere di condividere i passi di quel rinnovamento che Marina Berlusconi chiede.
Del resto non è certo l’unico a parlare con i Berlusconi: nei prossimi giorni gli appuntamenti già fissati con la figlia del fondatore sono diversi.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL MONDO REALE SMENTISCE LA NARRAZIONE SOVRANISTA TRA IDENTITA’, PAURA E RIFIUTO DELLA DEMOCRAZIA
Dalle piazze americane ai giovani delle Nazioni Unite, passando per lo stop a Meloni al referendum fino all’Europa: il mondo reale smentisce la narrazione della destra tra identità, paura e rifiuto dei limiti democratici. Da New York, in questi giorni, si ha una percezione molto chiara: il mondo non si sta restringendo, si sta allargando. E lo sta facendo più velocemente di quanto la politica, soprattutto quella europea, riesca a comprenderlo.
Ma c’è anche un altro segnale, ancora più importante. In questi giorni, nell’evento annuale ospitato dalle Nazioni Unite, “Change the World”, che riunisce migliaia di ragazzi provenienti da decine di Paesi per confrontarsi su futuro, diritti, sviluppo e trasformazioni globali, emerge un dato netto: per le nuove generazioni, il mondo rabbioso e identitario è fuori dal tempo.
Così come per le piazze americane di queste ore, figure come Donald Trump non rappresentano una risposta al futuro. Rappresentano una regressione. E lo stesso vale per una destra europea, da Giorgia Meloni a Viktor Orbán, che continua a inseguire una narrazione identitaria mentre il mondo cambia.Perché mentre quella politica continua a incidere sugli equilibri globali, i ventenni guardano in un’altra direzione: convivenza tra identità diverse, apertura, uguaglianza, cooperazione. Esattamente l’opposto della chiusura identitaria che domina il discorso dei nazionalisti.
E nello stesso tempo, le piazze di queste ore, piene e partecipate, attraversate da una mobilitazione civile forte contro le derive autoritarie e in difesa della Costituzione americana, dicono qualcosa di ancora più chiaro. Non è una protesta isolata. È un’onda. Negli Stati Uniti si sono svolte oltre 3000 manifestazioni “No Kings” in più di 3000 città, da New York a Washington, da Chicago a Boston, a Minneapolis
fino ai centri più piccoli. Milioni di persone sono scese in piazza contro l’aumento dei prezzi, i costi della sanità, le tensioni internazionali e contro un’idea di potere sempre più concentrato.
Non è solo quantità. È qualità politica. È una società che si muove per difendere un principio semplice: abbiamo una Costituzione, non un re. Ed è impossibile, stando qui, non cogliere anche un altro elemento. Questa non è rabbia. È consapevolezza. Non è chiusura. È richiesta di democrazia. E mentre negli Stati Uniti prende forma una mobilitazione di dimensioni quasi storiche, anche in Europa qualcosa si muove. Sabato a Roma è andata in scena una protesta partecipata, che segnala come in Italia esista una domanda di alternativa, di diritti, di giustizia sociale.
Due contesti diversi, certo. Ma un filo comune molto evidente. Da una parte milioni di persone negli Stati Uniti che si oppongono a una deriva autoritaria e nazionalista. Dall’altra una società europea che, pur con numeri e forme diverse, torna a mobilitarsi. È il segno che qualcosa si è rimesso in movimento. E che, nonostante il racconto della destra, non è vero che il mondo chiede più chiusura e più potere senza limiti: sta chiedendo esattamente il contrario.
Qui non c’è traccia di quell’Occidente compatto, omogeneo, quasi assediato evocato da molti leader nazionalisti. C’è, al contrario, un mondo aperto, competitivo, interdipendente, attraversato da trasformazioni profonde: tecnologiche, demografiche, sociali. Il punto è semplice, ma decisivo: non è il mondo che non regge più. È la loro idea di mondo che non regge più. Perché i problemi reali delle società occidentali non hanno nulla a che fare con la difesa di un’identità astratta. Riguardano la vita quotidiana delle persone: salari che non crescono, lavoro che cambia e si precarizza, costo della vita, accesso alla casa, qualità dei servizi pubblici, sanità, scuola, tempo di vita, sicurezza sociale.
E dentro queste trasformazioni si è affermato un altro fattore decisivo: il capitalismo digitale e l’accelerazione prodotta dall’intelligenza artificiale, che stanno comprimendo tempi, cambiando il lavoro, concentrando potere economico e ridefinendo gli equilibri sociali con una velocità senza precedenti. Eppure, di fronte a tutto questo, la destra continua a spostare il terreno dello scontro. Non parla di salari, parla di identità. Non affronta il lavoro, evoca la nazione. Non costruisce soluzioni, costruisce nemici. È un meccanismo noto: trasformare l’insicurezza materiale in paura culturale. Funziona sul piano del consenso, ma non nella realtà.
Negli Stati Uniti questa deriva è ormai esplicita. Ma non è inevitabile. Le piazze e le nuove generazioni lo dimostrano. E sarebbe un errore pensare che tutto questo resti lì. Anche in Italia, la destra al governo si muove nella stessa direzione. Evoca continuamente l’Occidente, la civiltà, le radici, ma quando si tratta di affrontare i nodi veri come salari, produttività, lavoro povero, sanità pubblica, scuola, politiche industriali, ricerca, il vuoto di proposta è evidente.
E soprattutto emerge una contraddizione che non può più essere nascosta: si parla di sovranità nazionale, ma si blocca sistematicamente il rafforzamento dell’Europa. Si difende il diritto di veto, si rallentano le decisioni comuni, si indeboliscono gli strumenti che potrebbero davvero proteggere cittadini e imprese. È una politica che rivendica forza, ma produce impotenza. Nel frattempo, il mondo si muove. E chi resta fermo non difende il proprio spazio: lo perde. C’è poi un elemento più profondo, meno visibile ma ancora più preoccupante: il tentativo di costruire una giustificazione culturale del potere senza limiti.
Figure come Peter Thiel non sono un’anomalia marginale. Rappresentano una regressione precisa: l’idea che il problema non sia il potere che si concentra, ma chi prova a limitarlo. È una torsione che va presa sul serio. Perché qui non siamo davanti a una semplice provocazione intellettuale, ma a una vera e propria deriva teologico politica del tecnopotere: l’uso di categorie religiose assolute per delegittimare la regolazione democratica e sottrarre il potere tecnologico a ogni forma di controllo pubblico. È il tentativo di dare una base ideologica e perfino “razionale” a un mondo in cui il potere non deve più essere limitato, ma liberato.
Ma questa visione non regge. Nessuno dei grandi rischi contemporanei, dall’intelligenza artificiale al cambiamento climatico, è affrontabile senza regole, senza standard condivisi, senza coordinamento internazionale. Negarlo non è anticonformismo. È negazione della realtà. Ed è qui che il quadro si ricompone. Da una parte il nazionalismo politico mobilita paura e identità.
Dall’altra, una parte delle élite tecnologiche delegittima ogni limite democratico.
Il risultato è una combinazione nuova e pericolosa: identità senza pluralismo, tecnologia senza regole, potere senza limite. E questo riguarda anche noi. Perché è legittimo chiedersi anche in Italia quale sia il livello reale di interlocuzione tra queste visioni e alcune aree della destra nazionalista. Su questo serve chiarezza. Non per alimentare polemiche, ma perché quando si mette in discussione il
principio stesso del limite democratico non siamo più nel terreno del confronto politico ordinario: siamo davanti a una questione che riguarda la qualità della nostra democrazia.
La verità è che la protezione che viene promessa non arriva. Arriva invece più fragilità, più isolamento, meno capacità di incidere. Ed è qui che si apre la vera sfida. Non si tratta di difendere un’idea astratta di Occidente, ma di costruire una proposta credibile per il presente. Perché il mondo è già aperto. La domanda è se la politica vive questa apertura e la interpreta o se continua a negarla. La destra ha scelto la seconda strada. Le nuove generazioni e le piazze di questi giorni indicano con chiarezza la prima.
(da Fanpage)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
SERVIVA IMPEDIRE LA CELEBRAZIONE DI UNA MESSA PER CONVOCARE L’AMBASCIATORE ISRAELIANO, NON UN GENOCIDIO
Serviva impedire la celebrazione di una messa per convocare l’ambasciatore israeliano. Non
un genocidio, non decenni di apartheid, il bombardamento costante di altri Paesi o gli attacchi alle basi Unifil con il personale italiano. Nemmeno il sequestro di parlamentari e cittadini italiani in acque internazionali.
La decisione di non permettere al Patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, di presiedere alla messa in vista della Santa Pasqua, ufficialmente per questioni di sicurezza, è un segnale grave di un’ostilità che non colpisce più solo i palestinesi, ma tutti coloro che sostengono la popolazione e denunciano il massacro in corso, esattamente come fatto dallo stesso Pizzaballa e da padre Romanelli durante l’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza.
Eppure, questa è la reazione di Giorgia Meloni, rimasta in silenzio davanti al genocidio, così come il Ministro degli Esteri. Quest’ultimo, proprio mentre la Sumud Flotilla con decine di attivisti italiani si dirigeva verso Gaza, dichiarò che il diritto internazionale vale fino a un certo punto: quel punto coincideva con l’azione di Israele nel sequestrare i nostri concittadini in acque internazionali per trasferirli e arrestarli in territorio israeliano.
Oggi comprendiamo che quel limite è molto chiaro: impedire lo svolgimento di una funzione religiosa conta più di decine di migliaia di vite spezzate dalle bombe, dalla fame e dalla sete imposte dal governo Netanyahu o dagli assalti dei coloni contro i palestinesi, cristiani e musulmani. In Cisgiordania le comunità cristiane sono numerose e sempre più spesso subiscono attacchi nel silenzio totale. In quel contesto, l’indifferenza verso i palestinesi prevale sulla necessità di apparire “buoni cristiani”.
Non è un caso che Israele abbia vietato proprio a Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro: il motivo ufficiale è per questioni di sicurezza, quello reale è perché ha denunciato i crimini israeliani.
L’obiettivo della destra italiana sembra essere la difesa di valori cristiani di facciata. Si potrebbe citare la retorica sulla famiglia tradizionale, punto cardine per Meloni e Salvini, nonostante le loro storie personali vadano in direzione opposta. Ma soprattutto emerge l’assenza della solidarietà, pilastro del cristianesimo di cui non vi è traccia nella loro azione politica quotidiana.
(da Fanpage)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO ALESSANDRO GIULI, PRESIDENTE DEL MUSEO, FU CHIAMATO AL MINISTERO DELLA CULTURA, DOCIMO FU INDICATA ALLA REGGENZA, MA FU TRAVOLTA DALLE POLEMICHE E FECE UN PASSO INDIETRO. ORA, GIULI L’HA “RICOLLOCATA”
Nel magico mondo della cultura targato Fratelli d’Italia, che al ministero del Collegio romano ci sia Gennaro Sangiuliano o Alessandro Giuli, la logica per assegnare le nomine non cambia.
Il caso di Raffaella Docimo è significativo. Lei, stimata odontoiatra e docente universitaria napoletana, è amica da sempre di Sangiuliano, che ha spinto per la candidatura alle Europee del 2024 nelle liste Fratelli d’Italia. La docente non è stata eletta, ma intanto è andata, nominata da Gennaro, del cda della Fondazione Maxxi di Roma,
Quando Sangiuliano si è dimesso, Giuli, presidente del Maxxi, ha preso il suo posto.
Docimo, in quanto consigliera anziana del cda della Fondazione, è stata indicata a quel punto alla reggenza, con possibilità di restare al timone per un po’.
Ma le polemiche sono state travolgenti: che ci fa una specialista in odontoiatria alla guida del Museo nazionale delle Arti? Allora è arrivato il passo indietro. Ma Giuli non dimentica gli amici: poche settimane fa, nella grande infornata di nomine raccontata da Domani nella Cultura, ha inserito Docimo nel cda del Museo archeologico nazionale di Napoli (Mann). E pazienza se ci sono sospetti di nomine politiche: alla Camera, il sottosegretario Mazzi ha difeso le indicazioni di Giuli, rispondendo a un question time del Pd.
(da Domani)
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