REFERENDUM GIUSTIZIA, IL PROCURATORE NAZIONALE ANTIMAFIA MELILLO: “L’OBIETTIVO DI QUESTA RIFORMA E’ POTER CONDIZIONARE LE INDAGINI DELICATE”
“VEDO IL RISCHIO SU MAFIE, CORRUZIONE, FINANZA OPACA E GRANDI FRODI FISCALI”
La separazione delle carriere? “Una riforma chiusa a ogni confronto parlamentare”. Cercando “gli immediati vantaggi delle prove di forza”. Ignorando che “la Costituzione è un bene comune che deve riflettere un necessario pluralismo”. Soprattutto con una vittima già designata: il futuro pubblico ministero, su cui non incombe solo la riforma, ma “gli espliciti annunci di nuove leggi volte a ridurre le sue prerogative processuali sul cruciale versante dei rapporti con la polizia giudiziaria”.
Giovanni Melillo, Gianni per tutti i colleghi, sceglie una domenica mattina per distruggere, in poco più di due cartelle, spirito e contenuto della riforma che il Guardasigilli Carlo Nordio vende agli italiani come la panacea per la giustizia e che invece, per il procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ne segnerà la tombale catastrofe. Un’intervista istituzionale e tecnica al contempo, affidata alla
rivista giuridica Giustizia insieme, che certo non nasconde la sua propensione per un netto No al futuro referendum.
Da un ufficio come il suo, in quotidiano contatto con le procure di tutt’Italia, Melillo già vede “le pressioni politico mediatiche sistematicamente esercitate per condizionare le indagini più difficili e delicate”, in particolare quelle “sugli accidentati terreni della corruzione politico-amministrativa e dei mercati d’impresa, del riciclaggio delle ricchezze mafiose, della finanza opaca e delle grandi frodi fiscali”. Siamo di nuovo di fronte al tentativo, che fu già di Berlusconi allora premier, di azzerare con una raffica di leggi, le inchieste contro l’apparato di potere politico ed economico. E sarà un gioco facile perché “il rischio di un progressivo indebolimento del ruolo processuale e della stessa immagine del pm” è già in atto. Due Csm deboli, composti da magistrati sorteggiati, non avranno di certo la forza di reggere e fare da scudo.
Le sei risposte ad altrettante domande sono un profondo allarme per il futuro della giurisdizione. A partire da una legge, “per di più riferita all’ordinamento della Repubblica”, chiusa a qualsiasi emendamento, portata in piazza con una campagna referendaria che Melillo vede segnata “da acrimonia e palesi tentativi di strumentalizzazione politica”, in cui si manifesta l’intenzione “di chi apertamente rivendica la necessità di riduzione dei poteri di controllo e di garanzia propri della giurisdizione e in particolare dei poteri di direzione delle indagini del pubblico ministero”
Sì, certo, Gianni Melillo, pm prima a Napoli e poi procuratore di quella città, oggi al vertice dell’ufficio creato da Giovanni Falcone, con cui aveva fondato la corrente del Movimento Giustizia (una di quelle che Nordio etichetta come “paramafiose”), è in grande allarme per il destino del pm. Lo preoccupa “il rischio di un progressivo indebolimento del suo ruolo processuale e della sua immagine”. Per questo la riforma Nordio è “impossibile da condividere”, gestita con un metodo che “appare contraddire la stessa natura di un’architettura costituzionale delicata e preziosa per tutti”. Invece di “ricercare il dialogo”, si sono visti solo “gli immediati vantaggi delle prove di forza”, alla faccia di una Costituzione intesa come “bene comune che deve armonicamente riflettere un necessario pluralismo dei contributi di riflessione e proposta”.
Una riforma che merita “un giudizio negativo” per le soluzioni “largamente inadeguate e forzate” per il Csm, che prefigurano “contraddizioni e criticità assai gravi”. Melillo vede “neanche troppo in lontananza ulteriori profili di rischio per la sorte della condizione spirituale della magistratura, per lo statuto identitario del magistrato”. A preoccuparlo sono quei due futuri Csm, composti da magistrati sorteggiati, che produrranno “inevitabili processi di ripiegamento burocratico e micro corporativo delle visioni e delle prassi organizzative”. Si apre la via alla “deresponsabilizzazione istituzionale”.
(da ilfattoquotidiano.it)
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