ASIA, DA GIORNALISTA A VOLONTARIA DI “HOSPITALLERS” IN UCRAINA: “LA NOSTRA FREDDEZZA SALVA VITE”
E’ INFERMIERA VOLONTARIA NELLA ONG: “LA PAURA C’E’, MA SO COSA DEVO FARE”… FERITA, E’ TORNATA AL FRONTE: “NON SONO UN’EROE, SONO EROI I RAGAZZI UCRAINI CHE COMBATTONO IN PRIMA LINEA CONTRO L’INVASORE PER LA LIBERTA’ DI TUTTI GLI EUROPEI”
Poi succede quel che non poteva non succedere. L’esplosione. schegge che volano. Solo dopo, il clamore. Seguito da un silenzio sordo. Detriti che cadono. Un uomo è a terra. Intorno, la foresta di Kreminna, oblast di Lugansk. Ucraina.
“Era appena uscito dal blindato, sotto il fuoco, per andare a soccorrere un soldato ferito”, racconta Asia. “Non ci ha pensato un attimo. Anche se il bombardamento di artiglieria era terrificante. Il peggiore che abbia mai visto in quattro anni di guerra”.
Anastasiia Prokaieva, Asia per gli amici, ha 26 anni. Fa parte dell’organizzazione medica volontaria Hospitallers. Nome di battaglia “Uno”. Ne ha viste tante, dal 2022. Ma il ferimento del suo “fratello” — così si chiamano tra di loro gli ucraini al fronte — sotto il fuoco dell’artiglieria russa a Kreminna rimane un punto di svolta. Per inciso: colpito dall’obice se l’è cavata. Oggi sta bene.
Distacco professionale e umanità
“Non so quanti soldati ho soccorso. Tanti. Uno che ricordo in particolare? Tutti”. Sorride, finalmente. Dura solo un attimo.“E nessuno. L’emotività al fronte è sotto controllo stretto. Siamo addestrati a una concentrazione assoluta. Rapidità. Efficacia. Sicurezza. La freddezza aiuta. La nostra freddezza e la nostra sicurezza è la condizione per salvare vite”.
La combat medic rievoca un episodio in cui il distacco professionale è stato messo alla prova. Soccorso al fronte. Un ragazzo in pieno shock traumatico. Frequente, nelle ferite da arma da fuoco o da esplosione. La pelle diventa fredda, pallida, sudata. Battito cardiaco accelerato. Respirazione rapida. Confusione. Pressione giù.
Non basta intervenire sulla ferita e comprimere. Per stabilizzare il ferito devi anche mantenerlo cosciente. Parlarci. Metterlo in una posizione di sicurezza. Coprirlo.
L’interazione tra ferito e soccorritore diventa fitta. Le emozioni da controllare aumentano. “Se ne stava andando. E parlava con la sua mamma. Ma c’ero solo io. Parlava come se accanto avesse sua madre, a casa. Ma parlava a me. Un combat medic sul campo di battaglia”. Il ragazzo, poi ce l’ha fatta. Asia prima faceva la giornalista. Ha raggiunto l’organizzazione subito dopo l’invasione del ’22. “Volevo aiutare il mio Paese in un momento terribile”, spiega a Fanpage.it. “Aiutare chi deve combattere per difenderlo”. Nel 2024, Asia è rimasta ferita. Ospedale. Riabilitazione. E di nuovo al fronte.
Paure diverse per situazioni diverse
“Se questi anni mi hanno cambiato? Oh sì. Sono diventata più resistente. Anche più flessibile. In guerra devi abituarti alla svelta. Qualsiasi condizione si presenti. Sono sempre condizioni dure”.
E la paura? “Tutti abbiamo paura. Ci sono paure diverse per situazioni diverse. Certo che ho paura. Ma sono una combat medic. So qual è il mio compito: dare una mano. Penso a quello. Me lo tengo bene in testa. Mi concentro. Aiuta”.
Asia non si ritiene un’eroina. Neanche un po’. Se glielo dite, si indispettisce. “No, no. Gli eroi sono i nostri ragazzi in prima linea. Sono loro che combattono e muoiono per fermare l’invasore. Sono loro gli eroi. I miei eroi. Noi combat medic li aiutiamo. Cerchiamo di salvargli la vita. È pensando ai ragazzi in linea che trovo la forza di fare questo lavoro. Sono la mia motivazione”.
È una vita molto diversa da quella dei suoi coetanei europei, la vita di Asia. Non ce l’ha certo con loro. Anche se non hanno idea di cosa sia la guerra e nemmeno ci pensano, all’Ucraina. “È giusto che sia così. E che abbiano una vita spensierata, senza le preoccupazioni che abbiamo noi qui”.
I messaggi di Asia
Un messaggio per i giovani d’Europa? “Vorrei dir loro che la libertà è preziosa. Forse non lo sanno, quanto. E che devono proteggerla, la libertà. Anche combattendo, se necessario. Spero che noi ucraini possiamo essere un esempio, in questo senso. Nient’altro, davvero. Ah, sì: mai stata in Italia. Mi piacerebbe farci una vacanza, quando tutto questo sarà finito”.
Questa guerra finirà. Tutte le guerre finiscono. Quando finirà, Asia non tornerà a fare la giornalista. “No, no. Lavorerò con i veterani. È più importante”. Ha deciso
parlando con gli psicologi dopo che l’auto su cui viaggiava insieme ad altri infermieri al fronte è stata bersagliata da droni russi. Danni più psicologici che fisici.
“Ho capito che voglio aiutare gli ex-soldati a superare le conseguenze delle ferite e dei traumi. A tornare a vivere pienamente nonostante le amputazioni. È una parte di questa guerra. Strascichi che continueranno ad agire in tempo di pace, a lungo”.
Chissà perché delle guerre si contano morti e non meglio qualificati “feriti” ma quasi mai gli amputati. Eppure, le disabilità create dai conflitti sono un uragano sociale. Distruggono vite, impoveriscono famiglie, riducono la forza lavoro, aumentano disoccupazione e povertà, richiedono politiche pubbliche su lavoro, sanità e inclusione. Gli effetti durano decenni. Senza contare i nuovi amputati da mine inesplose, frutto velenoso di ogni dopoguerra.
Si calcola che tra le 50mila e le 100mila persone abbiano perso un arto in guerra, in Ucraina. Oggi è quasi impossibile non incontrare ragazzi con arti amputati, facendo una passeggiata nel centro di qualsiasi città grande o piccola.
Dignità sotto il fuoco
L’organizzazione volontari Hospitallers è composto per la maggior parte da giovani donne. Asia è un’erede quasi diretta di Florence Nightingale, Edith Cavell, Clara Burton, per nominare le tre crocerossine di guerra più famose nella Storia.
Motto della ONG: “Per ogni vita, non importa di chi”. Ha attualmente circa 300 medici e paramedici impegnati in turni al fronte. Forniscono il primo soccorso medico e evacuano i feriti verso l’ospedale. Offrono anche supporto post-ospedaliero e riabilitazione. Ad oggi, le squadre di combat medic hanno già effettuato più di 43000 evacuazioni.
Ma il lavoro va oltre le persone. Se “ogni vita è importante”, lo sono anche quelle degli animali lasciati indietro in condizioni difficili. I combat medic salvano anche loro, durante le missioni di evacuazione. L’organizzazione ha avuto in passato legami con movimenti politici ucraini. Da tempo recisi, secondo quanto ha potuto appurare Fanpage.it.
“Non scegliamo né il paese in cui nasciamo, né il tempo in cui nasciamo, ma scegliamo sempre se essere persone oneste o meno”, commenta Oleksandra Matviichuck, Nobel per la pace con il suo Centro per le libertà civili. “Alcuni
considereranno il lavoro di queste donne-paramediche un sacrificio. Secondo me, la parola più appropriata è dignità”.
Matviichuck parlerà di diritti umani, volontariato femminile e Ucraina la sera del 25 marzo a Milano, presso la Fondazione Collegio delle Università Milanesi, in occasione di una mostra fotografica sull’attività delle Hospitallers.
(da Fanpage)
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