PER ISRAELE I GIORNALISTI SONO BERSAGLI. LO STATO EBRAICO HA UCCISO LA REPORTER LIBANESE AMAL AL-KHALIL, MENTRE ERA AL LAVORO NEL SUD DEL PAESE. L’ATTACCO È AVVENUTO DURANTE IL CESSATE IL FUOCO. E BEIRUT DENUNCIA CHE I SOLDATI ISRAELIANI HANNO IMPEDITO IL SOCCORSO, SPARANDO CONTRO L’AMBULANZ
FRANCESCA MANNOCCHI: “AMAL AL-KHALIL È STATA UCCISA MENTRE CERCAVA DI RACCONTARE CHE COSA RESTA DEL SUD DEL LIBANO SOTTO IL FUOCO ISRAELIANO. LA SUA MORTE DICE, CON NETTEZZA BRUTALE, CHE TESTIMONIARE È DIVENTATO UNA FORMA DI ESPOSIZIONE”
Non è stata solo l’uccisione di una giornalista libanese nel sud del Paese. La morte di
Amal al-Khalil, ieri ad al-Tiri, nel sud del Libano, è un altro capitolo della trasformazione del giornalismo in un bersaglio utile, militarmente disponibile, già delegittimato in partenza.
Amal era andata lì con la fotografa Zeinab Faraj per documentare le demolizioni israeliane nei villaggi di frontiera
Un primo attacco ha colpito il veicolo davanti al loro; le due donne hanno cercato riparo in una casa; poi è stata colpita anche quella casa.
Quando i soccorritori sono tornati per raggiungerla, il ministero della Salute libanese ha denunciato che l’esercito israeliano ha impedito il completamento della missione sparando una granata assordante e colpi d’arma da fuoco contro l’ambulanza; la stessa dinamica è stata riferita da un alto funzionario militare libanese, dal sindacato dei giornalisti e dai soccorritori, mentre Israele nega di avere ostacolato i soccorsi.
Tutto questo è accaduto sei giorni dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco del 16 aprile, una tregua di dieci giorni che nel sud non ha mai coinciso con una reale sospensione delle ostilità: gli attacchi sono proseguiti e Israele ha mantenuto una fascia di territorio occupata di fatto lungo il confine.
Amal al-Khalil aveva quarantatré anni. Lavorava da anni in quella striscia di Libano meridionale dove raccontare non significa solo vedere, ma restare abbastanza a lungo da capire che cosa la guerra fa alle case, alle strade, ai campi, alla lingua delle persone.
Il numero dei giornalisti uccisi in Libano da quando il fronte si è riacceso nell’ottobre 2023 era già salito, a inizio aprile, a 14. Amal si aggiunge a questa sequenza.
La traiettoria è sempre la stessa: giornalisti riconoscibili, sul lavoro, colpiti in aree dove stavano documentando l’attività militare israeliana o i suoi effetti sui civili.
La delegittimazione non arriva dopo la morte per spiegarla; molto spesso la prepara. È la stessa logica che Israele ha affinato a Gaza e che ora si vede con sempre maggiore chiarezza anche in Libano. Prima si svuota la parola «giornalista» della sua protezione politica e morale, poi la si sostituisce con una categoria più elastica e più opaca: simpatizzante, collaboratore, propagandista, presenza ambigua.
In questo slittamento linguistico c’è già una parte decisiva della violenza. Il diritto internazionale umanitario, invece, è molto netto: i giornalisti sono civili e, in quanto civili, non possono essere attaccati; perdono quella protezione solo se partecipano direttamente alle ostilità. Non se lavorano in un territorio controllato da un gruppo armato, non se scrivono per una testata ostile a Israele, non se documentano ciò che un esercito vorrebbe sottrarre allo sguardo.
Colpire un giornalista significa colpire un civile. Ma la protezione dei giornalisti in guerra non riguarda solo l’incolumità di una categoria professionale. Riguarda il posto che una società riconosce al testimone. E Israele, da mesi, combatte anche su questo piano.
Screditare chi documenta serve a rendere meno credibile ciò che documenta; eroderne la legittimità serve a erodere il valore stesso della prova; trasformare il reporter in parte in causa serve a far apparire il suo ferimento o la sua uccisione non come la soppressione di uno sguardo civile, ma come l’eliminazione di una figura già spostata narrativamente verso il campo nemico
Amal al-Khalil è stata uccisa mentre cercava di raccontare che cosa resta del sud del Libano sotto il fuoco israeliano. La sua morte dice, con una nettezza brutale, che testimoniare è diventato esso stesso una forma di esposizione specifica. Chi documenta le demolizioni, i villaggi svuotati, il paesaggio della frontiera trattato come una zona da cancellare, finisce dentro lo stesso dispositivo che colpisce i luoghi e poi scredita chi li racconta.
Francesca Mannocchi
per “La Stampa”
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