LA LEGGE ELETTORALE RISCHIA DI TRASFORMARSI IN UNA “CAPORETTO” PER MELONI, TRA VETI INCROCIATI DEGLI ALLEATI E TECNICISMI PER FRENARE L’AVANZATA DI VANNACCI NEI SONDAGGI
IN SENATO IL CENTRODESTRA CI RIPROVA CON LE PREFERENZE, BOCCIATE ALLA CAMERA DALLE “FRANCHE TIRATRICI” (COSA FARANNO ORA?) – IL NODO DEL BALLOTTAGGIO SOPRA IL 40% E LA LEGA CHE ALZA LE BARRICATE – IL RISCHIO INCOSTITUZIONALITÀ PER UN TESTO PARTORITO MALE, PRONTO A DIVENTARE UN “FRANKENSTEIN” CHE SARA’ VIVISEZIONATO DALLA CONSULTA
La vigilia è stata una giornata convulsa di riunioni, telefonate e abboccamenti tra
pontieri dei partiti di centrodestra, con un unico obiettivo: finalizzare l’emendamento sulle preferenze che verrà depositato con la firma di tutti e capire cosa altro verrà depositato dai singoli partiti.
Con un’incognita emersa negli ultimi giorni: reintrodurre il ballottaggio. Che c’era nella bozza originaria del Melonellum, ma era stato fatto saltare dopo le critiche e i rischi di incostituzionalità sollevati durante le audizioni dei costituzionalisti alla Camera.
Invece, sul Sole 24 Ore, il presidente della commissione Affari costituzionali del Senato, Andrea De Priamo (FdI), la definisce una «partita aperta». Tanto che il battitore libero Marcello Pera, eletto nelle file di FdI e aperto sostenitore di questa soluzione, ha presentato proprio ieri sera un emendamento per introdurre il ballottaggio. […]
La Lega è contraria, Forza Italia prudentemente favorevole (e dovrebbe presentare questa mattina un proprio emendamento), FdI, al netto di Pera, è incerto su come collocarsi.
Nel corso della giornata di ieri le fonti del centrodestra sono rimaste insolitamente silenziose, segno di come il passaggio sugli emendamenti sia delicatissimo. Unica certezza: le preferenze ci saranno, con i capilista sempre bloccati.
Indefinita fino all’ultimo, invece, appare la seconda parte dell’emendamento concordato prima dell’estate: dovrebbe esserci anche l’alternanza di genere, ma solo dal secondo in lista. Se così fosse, la soluzione soddisferebbe poco le richieste delle donne e in particolare di FI, il partito che più apertamente aveva manifestato l’esigenza di un correttivo di genere.
Sul ballottaggio, invece, dopo l’accelerazione di Pera, si vedrà. Nel merito la proposta del senatore vorrebbe assegnare il premio di coalizione al primo turno a chi ottiene il 48 per cento, con un secondo turno per le prime due coalizioni che abbiano superato il 38 per cento dei voti.
Nell’idea di FI, invece, la soglia per il premio di maggioranza scenderebbe dall’attuale 42 al 40 per cento. Se nessuno supera questa soglia i seggi vengono distribuiti in modo proporzionale. Se invece due coalizioni ottengono più del 40 per cento, a quel punto scatta il ballottaggio.
Su questa soluzione, in realtà, è in corso una campagna bipartisan, con il costituzionalista ed ex deputato dem, Stefano Ceccanti, che considera il ballottaggio una soluzione positiva «in una logica di sistema», ma percorribile solo nel caso in cui le due coalizioni partecipanti al ballottaggio abbiano «entrambe conseguito il 38 per cento dei voti in entrambe le camere»
Il testo arrivato in Senato è a rischio di costituzionalità già senza il ballottaggio e tanto più lo sarebbe nel caso di una sua introduzione in modo sgangherato. Secondo i costituzionalisti, per introdurlo, servirebbe una modifica della Carta a causa del bicameralismo paritario e del Senato eletto su base regionale.
Il paradosso di questa ipotesi è stato messo in luce dal costituzionalista e senatore del Pd, Dario Parrini, che della commissione è vicepresidente: quando il ballottaggio era stato escluso, «la ministra per le Riforme Casellati affermò che lo faceva per recepire le critiche dei costituzionalisti».
«Meloni pensa soltanto a cambiare la legge elettorale» ha attaccato la segretaria dem Elly Schlein, «quella degli italiani è pagare il pieno all’automobile e la spesa».
La sensazione è che, più ci si avvicina alla ripresa dei lavori per l’approvazione della legge elettorale, più la confusione aumenti nel centrodestra, alla ricerca di ricette definite «di stabilità» ma che hanno l’unico obiettivo di garantire alla maggioranza uscente il miglior risultato possibile.
Con il rischio che il 15 settembre, quando arriverà per il voto al Senato, il testo emendato in commissione sarà ormai un Frankenstein così pasticciato da finire immediatamente sotto la lente della Consulta.
Anche per questo c’è, a destra, chi torna alla domanda iniziale: perché Meloni si è impuntata sulla modifica della legge elettorale, che rischia di essere un boomerang più che una spinta per la sua campagna elettorale?
(da “Domani”)
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