Destra di Popolo.net

IL DURO POST DI RANUCCI CONTRO DANIELE PIERVINCENZI E GIULIA PRESUTTI: “NON E’ MEDIOCRE CHI NON CE L’HA FATTA, E’ MEDIOCRE CHI CE L’HA FATTA SENZA ESSERSELA GUADAGNATA”

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

“NON FERISCE CHI NON TI DEVE NULLA, FERISCE CHI TI DOVEVA TUTTO E HA SCELTO DI NON RICORDARSELO”

“Caro Daniele, ti sei lamentato sul Domani perché ho definito mediocre la scelta di affidare a te e a Giulia Presutti la conduzione di Report. Confermo, e specifico: mediocre non è la vostra professionalità, che non metto in discussione, mediocre è la scelta di mettervi alla guida del programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana”.
Inizia così il lungo post con cui Sigfrido Ranucci replica alle dichiarazioni rilasciate al quotidiano ‘Domani’ da Daniele Piervincenzi , nuovo conduttore del programma insieme a Giulia Presutti. L’ex conduttore contesta l’esperienza di Piervincenzi nel programma: “Un servizio realizzato per Report — peraltro mai andato in onda, e da me risistemato un paio di volte — non fa di nessuno un conduttore.
Del resto la tua precedente conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019 segnò performance dal 2,4% al 3,8%”. E menziona anche un episodio specifico: “È vero, come mi hai fatto notare, che hai realizzato a quattro mani un’inchiesta in Congo sul caso dell’ diplomatico ucciso in Congo, Attanasio.
L’ho accettata perché me l’hai chiesta tu, perché avevi bisogno di lavorare, e perché ho ancora la romantica abitudine di dare una mano a chi me la chiede. Una scelta che, guarda caso, ha creato attriti anche con Giulia Presutti, che voleva occuparsi della stessa storia. Ma tu lo sai meglio di chiunque altro: quel lavoro rientrava nei Lab, i contributi che stanno fuori da Report, non dentro”.
E, sempre su Piervincenzi, Ranucci aggiunge: “Mi hai scritto che comprendi il mio stato psicologico, e che per questo mi perdoni per le critiche. Ti risparmio la fatica: non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango, il cui unico scopo era delegittimare me, la mia storia, le persone che mi sono vicine e Report stesso, insieme a tutti i professionisti che l’hanno reso grande.
Un’operazione che ha raggiunto il suo scopo, visto che sono stato rimosso perché sarebbe venuta meno la mia credibilità. Dunque sono fuori, ma essendo stato per 20 anni dentro Report, ed avendo partecipato alla sua storia, credo di aver diritto ad esternare una mia opinione”.
La Rai, continua l’ex conduttore di ‘Report’, “ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto.
Non la capacità di dirigere un programma di prima serata di 160 minuti di inchieste. Io sono entrato in Rai trentasei anni fa, come assistente ai programmi. Poi programmista regista, redattore al Tg3, quindi a Rainews24, inviato nei Balcani. Nel 2001 a New York, per gli attentati alle Torri Gemelle. Nel 2003sono stato in Iraq. Nel 2005 a Sumatra, a documentare la tragedia dello tsunami. Sono arrivato a Report dopo un lungo percorso nel 2006, dopo aver realizzato scoop nazionali — come l’intervista smarrita di Paolo Borsellino — e uno scoop internazionale, quello sull’uso delle armi chimiche a Falluja, in Iraq, da parte degli americani. Un’inchiesta che per la prima volta nella storia ha portato il nome della Rai nel mondo”.
Da allora, ricorda, “per dieci anni, sono stato coautore di Milena Gabanelli, ho respirato la sua stessa aria. Ho imparato da lei il rigore, la lealtà, la dedizione al servizio pubblico. Ho imparato come si resiste alle pressioni della politica, difendendo il lavoro dei colleghi invece di scaricarlo.
Ho passato dieci anni lunghi anni accanto a lei in studio, a guardare come si scrive un testo, come si impara a memoria, dove si interviene dentro le inchieste altrui con rispetto ma anche con decisione quando si pensa al bene del prodotto, ma anche come si costruisce una grafica. In quel ruolo ho imparato, e tanto anche da quella generazione di inviati storici, a selezionare e a far crescere una squadra”.
“Una squadra di giornalisti straordinari”, scrive Ranucci. “Ruvidi, anche un po’ stronzi — non hanno mai fatto sconti a nessuno, tantomeno a me, come raccontano le cronache di questi giorni — ma sempre leali con il pubblico. Ed è per questo che voglio loro ancora un gran bene, e cerco di difendere la loro storia.
Come sono grato a tutte le persone della produzione, professioniste straordinarie che avrebbero da insegnare il mestiere a molti giornalisti e conduttori alle prime armi. E’ stato un percorso lungo. Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né ho avuto la passione per il rugby.
Ma alla fine di sedici anni di Rai, passati in ruoli diversi, non sono stato calato dall’ alto, ma sono stato accettato da un gruppo perché scelto da Milena Gabanelli, l’unica persona in grado di capire davvero cosa servisse a Report. Una scelta basata esclusivamente sul merito e rispettata anche dai vertici della Rai. Il merito non fa rumore quando arriva. Fa rumore solo quando qualcuno prova a scavalcarlo”.
Quanto a Giulia Presutti, dice: “Ha realizzato, con nota insofferenza, dei Lab. Mai un’inchiesta principale. Sono stato il primo a credere nelle sue qualità. Ma dopo un paio di anni se n’era andata per guadagnare di più. Poi l’ ho accolta a braccia aperte, quando mi ha chiesto di ritornare perché aveva bisogno di sentirsi protetta da un programma importante.
Era reduce da un periodo personale difficile. Ora però quel programma che generosamente l’ha protetta rischia di distruggerlo. Pur sapendo da settimane che sarebbe stata la nuova conduttrice di Report ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi — anche quelli più vicini — tenendo nascosto l’ accordo che aveva già chiuso.
Giulia sa bene di averla fatta grossa: da quando la notizia è uscita, non mi ha risposto più al telefono. Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità. Se la cava meglio con opportunismo e furbizia. Ma la questione ora è un’altra. Come si può pensare, al di là del merito, che possa essere il volto credibile di una squadra di fuoriclasse ai quali ha mentito per settimane? Una frattura insanabile. In questa vicenda la grande assente è la gratitudine. Non ferisce chi non ti deve nulla. Ferisce chi ti doveva tutto e ha scelto di non ricordarlo”.
Infine, Ranucci chiude con una riflessione: “È umano, per un giornalista, desiderare di condurre il programma più importante della televisione italiana. È disumano pensare di farlo senza averlo meritato, camminando indifferenti sulle sue macerie. E’ disumano mortificare le professionalità straordinarie che da trent’anni lo hanno reso grande anche rischiando la propria incolumità. Per questo non posso non tornare al concetto di mediocrità che tanto vi ha irritato. Non è mediocre chi non ce l’ha fatta. È mediocre chi ce l’ha fatta senza essersela guadagnata”.

(da agenzie)

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IL RITORNO DEL NAZISMO CHIAMATO PER NOME

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

LA DIFESA DELLA DEMOCRAZIA E’ UNA VERA LINEA ROSSA: COSA SI GIOCA IN GERMANIA

Proviamo a chiamare le cose con il loro nome. Nella fatale terra di duchi e margravi lungo l’Elba, al centro della Germania imperiale e poi di quella riunificata, passando per il fallimento della Repubblica di Weimar e della Repubblica democratica tedesca sovietizzata, alligna nelle forme oggi intrepidamente possibili il ritorno del nazismo. Meloni non c’entra, la considerano una nemica, una conservatrice ostile allo spirito reazionario. C’entra invece il fatto, da leggere come fenomeno in un buon libro di storia di Stefano Cappellini, fresco di libreria, sui rossobruni, che si sorride sì, ci si sposa tra donne sì, e si fanno figli con il sorriso della speranza sulle labbra, si imita il modo di vita delle democrazie occidentali o liberali sì, ci si veste casual quando non si è in costume völkisch, ma si gioca con le svastiche, non solo da piccoli, si attacca il modernismo della scuola del Bauhaus qualche decennio dopo la mostra sull’arte degenerata, si combatte per espellere con la forza e per ragioni etnico-razziali lo straniero (remigration!) e l’omosessuale, si considera come culto della colpa e vergognoso rinnegamento dell’anima germanica la memoria filosemita e antirazzista delle classi dirigenti impopolari nel paese costituzionale e liberato di cui si rifiuta nell’insieme la storia, e si è pilastri qui da noi, mentre la guerra infuria sull’Ucraina, del grande denazificatore, il Führer dei russi e dei carri armati in Europa, Vladimir Putin.
Tutto questo fra innocenti boccali di birra e profumi d’ambiente per uomo e per donna (la specializzazione commerciale di quello che lo Spiegel considera l’uomo più pericoloso della Germania, Ulrich Siegmund).
Tempo fa, nemmeno tanto tempo fa, venivano messi in croce gli storici che in Italia concordavano con l’equiparazione, nata con Orwell, dei totalitarismi di destra nazionalista e di sinistra classista, il Führerprinzip e la dittatura del proletariato. Scatta la censura ideologica se ancora oggi ci si pronuncia contro i vecchi mostri del Novecento, appaiandoli, magari non al posto di una dichiarazione di antifascismo bensì in suo sostegno. Si può dire che nei fatti la discussione o diatriba è superata. Il nuovo nazismo, che per adesso accenna a un sempre meno timido esperimento di potere via elezioni in un paio di Länder non proprio periferici come la Sassonia-Anhalt e la Pomerania, nasce nelle fibre della vecchia DdR, procede dalla tristezza dei casermoni, dalla cultura di stato, dagli schedari della Stasi, dalla nostalgia delle Trabant, dalla sfiducia nella libertà testimoniata, anzi monumentalizzata, in quella parte della Germania dell’ultimo Dopoguerra che era rimasta al di là dal Muro di Berlino, dove i Vopos sparavano tanto agli operai in sciopero quanto ai povericristi in fuga dal comunismo verso il mondo libero. Fa impressione il tratto weimariano delle classi dirigenti che la nuova ondata rischia di travolgere. Combattono o si provano a combattere, promettono di tenere riservati i segreti di stato e non comunicarli agli eventuali nuovi padroni del Land sassone, ma per lo più hanno di nuovo come linea rossa la difesa della democrazia senza la spada. Gruppi che dovrebbero essere sciolti a norma di Costituzione, una carta costata milioni di morti in Europa, agiscono sostanzialmente indisturbati e pretendono senza problemi il monopolio elettorale della protesta antisistema e antiliberale così concepita. Lo pretendono in nome del risentimento democratico delle masse, del rancore di cosiddetti esclusi, del caos linguistico e memoriale creato dalla nuova intelaiatura della comunicazione politica. Dalla Linke, dalla sinistra, si staccano pezzi, come il partito di Sarah Wagenknecht, che chiudono il cerchio del tradimento prospettando la loro alleanza, sempre nel segno del putinismo, con i nuovi nazi alle soglie del potere.

Giuliano Ferrara
(da ilfoglio.it)

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LA CULTURA COME ANTIDOTO

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

NON C’E’ MATERIA PIU’ COSMOPOLITA DELLA CULTURA, METTERE SOTTO CONTROLLO INTELLETTUALI E ARTISTI E’ OSSESSIONE DO TUTTII REGIMI

La promozione della «cultura patriottica» e dell’identità nazionale è una fissazione comune di tutte le nuove destre. Ne fa parte la grottesca decisione della Rai meloniana di sostituire Rai Scuola con una rete che si chiama Italiana, e si sa già come andrà a finire: la promozione del caciocavallo e il corteo degli sbandieratori potranno finalmente prendere il posto delle pedanterie tendenziose dei professori di sinistra.
Per non dire della campagna dei fascisti tedeschi di Afd contro il glorioso Bauhaus, che fu culla del modernismo europeo e in quanto tale viene giudicato «non tedesco». Già il nazismo aveva inserito Bauhaus nel lungo elenco dell’«arte degenerata», quasi un secolo dopo si deve prendere atto che qualcuno ci riprova.
Perché mai arte e cultura debbano essere «patriottiche» è una domanda che non prevede risposta. È insensata in partenza. Da sempre, ma tanto più nel mondo incredibilmente rimpicciolito dal web e dalla continua contaminazione culturale, le gabbie nazionali stanno molto strette alle attività intellettuali. Basta dire “università” per capirsi, anche etimologicamente parlando. E basta pensare alla ricerca scientifica per considerare le identità nazionali come irrilevanti.
Non c’è materia più cosmopolita della cultura, che per sua natura va oltre le angustie, il già noto, il già digerito. Mettere sotto controllo intellettuali e artisti è l’ossessione di tutti i regimi, tanto più se quei regimi nascono speculando sulla paura del nuovo, del diverso, dell’impuro.
Il mito della Tradizione che ci salva da tutto ciò che sta fuori dall’uscio di casa fa colpo su chi, non avendo potuto studiare, ha meno cultura: appunto. La cultura fa respirare. È il principale antidoto all’idea claustrofobica di Patria che i nuovi patrioti cercano di somministrare al popolo.

(da Repubblica)

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L’ITALIA SI SVUOTA: ENTRO IL 2088 OLTRE 13 MILIONI DI ABITANTI IN MENO: LE NUOVE PREVISIONI ISTAT

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

SEMPRE PIU’ VECCHI: L’ETA MEDIA SI ALZERA’ DAI 46,9 ATTUALI AI 52,1

Un Paese sempre più vuoto e sempre più vecchio. È il futuro dell’Italia descritto dal nuovo report diffuso oggi dall’Istat, che stima una perdita di oltre 13 milioni di residenti nell’arco dei prossimi 55 anni. Secondo l’istituto, si procederà a un ritmo ancora contenuto nel breve periodo per poi accelerare bruscamente nei decenni successivi, ridisegnando la mappa demografica del Paese e accentuando le distanze, già oggi marcate, tra Nord e Sud.
Le previsioni, dedicate alla popolazione residente, le famiglie e le forze lavoro, sono basate sui dati aggiornati al 1° gennaio 2025. Secondo le stime, nel breve periodo, tra il 2025 e il 2030, il calo della popolazione sarà contenuto, con una variazione pari a -0,1%. Nel medio termine, tra il 2030 e il 2050, la contrazione si accentua arrivando al -0,3%, per poi rafforzarsi ulteriormente nel lungo periodo, dal 2050 al 2080, quando il ritmo di declino raggiungerà il -0,6% medio annuo. Nel complesso dei 55 anni presi in esame, l’Italia è destinata a perdere oltre 13 milioni di residenti, 4 dei quali già entro il 2050. La popolazione scenderebbe quindi dai 58,9 milioni di residenti registrati lo scorso anno a 58,7 milioni nel 2030, per poi ridursi a 55 milioni nel 2050 e a 45,8 milioni nel 2080. È “un risultato praticamente certo”, sottolinea l’Istat. “Già nel medio periodo nessuno degli scenari considerati prospetta un ritorno agli attuali livelli di popolazione e, nel lungo termine, il calo risulta confermato in tutte le possibili evoluzioni demografiche”.
Il quadro non risulta uniforme sul territorio nazionale: il Nord Italia è l’unica zona che nel breve periodo registra una crescita dello 0,1%, passando da 27,5 milioni di abitanti nel 2025 a 27,7 milioni nel 2030. Tuttavia, dal 2030 in poi, anche al Nord la tendenza si inverte scendendo a 27,2 milioni nel 2050 e a 24,2 milioni nel 2080. In Centro Italia il calo si manifesta già nel breve periodo, seppur in maniera contenuta. Ci saranno circa 40mila residenti in meno tra il 2025 e il 2030 (-0,1%) mentre tra il 2030 e il 2050 la percentuale scende al -0,3%, portando la popolazione a 11 milioni. Entro il 2080 scenderà ulteriormente dello 0,6% arrivando a 9,3 milioni. La situazione più critica riguarda il Sud, dove la dinamica risulta decisamente meno favorevole. La popolazione passerebbe dai 19,7 milioni del 2025 ai 19,4 milioni nel 2030, per poi calare più rapidamente nel periodo 2030-2050 fino a 16,7 milioni. Tra il 2050 e il 2080 la contrazione raggiungerebbe l’1% medio annuo, portando la popolazione del Sud a 12,3 milioni di abitanti, oltre un terzo in meno rispetto ai livelli di partenza.
E neppure il contributo migratorio compenserà le perdite derivanti dal saldo naturale negativo, neanche negli anni in cui il saldo migratorio raggiunge livelli più elevati. I migranti in Italia passeranno da circa 432mila nel 2025 a 423mila nel 2030, per poi ridursi a 372 mila nel 2050 e risalire a 404mila nel 2080. Per quanto riguarda gli emigrati all’estero, nel 2025 si attestano invece intorno a 144mila, nel 2030 saranno 176mila, 169mila nel 2050 e 183mila nel 2080. Il saldo migratorio estero, fa sapere l’Istat, rimane positivo: da circa 296mila persone nel 2025 scende a 247mila nel 2030 e a 204mila nel 2050, per poi tornare a crescere fino a 221mila nel 2080.
In più nel 2047 in Italia le coppie senza figli sorpasseranno quelle con figli. Il numero delle coppie con figli è destinato a diminuire: dagli attuali 7,5 milioni, pari al 28,1% del totale – meno di tre famiglie su 10 – scende a 5,8 milioni nel 2050 (-22,3%), quando arrivano a rappresentare appena il 21,1% delle famiglie, poco più di una su cinque. La riduzione interesserà sia le coppie con almeno un figlio di età fino a 19 anni, che perderanno oltre 1 milione di unità (-22,0%), sia di quelle in cui tutti i figli hanno dai 20 anni in su (-22,8%). “La futura contrazione delle coppie con figli dipende in parte dai previsti livelli di fecondità ma anche da elementi strutturali, come la progressiva riduzione delle generazioni in età riproduttiva – spiega l’Istat – conseguenza della bassa natalità del passato, e il rinvio della formazione della famiglia e della nascita dei figli a età più avanzate. Si innesca così un processo cumulativo: generazioni meno numerose danno origine, a loro volta, a un numero più contenuto di nuove famiglie con figli, anche nell’ipotesi in cui la fecondità non dovesse diminuire”. A livello nazionale, il sorpasso delle coppie senza figli su quelle con figli si verificherà nel 2047, ma nel Nord e nel Centro avverrà prima (rispettivamente, nel 2038 e nel 2044). Nel Mezzogiorno, invece, nonostante un sostanziale avvicinamento, le coppie con figli manterranno il primato in tutto il periodo.
Oltre al calo numerico, l’istituto di statistica segnala come la popolazione italiana continuerà ad invecchiare. Già tra il 2025 e il 2050 l’età media salirà da 46,9 a 48 anni, mentre la quota di persone con almeno 65 anni passerà dal 24,7% al 27,2% del totale. Allo stesso tempo, la fascia 15-64 anni scenderà dal 63,4% al 62,1%, mentre i giovani fino a 14 anni si ridurranno dall’11,9% al 10,7%. Nel 2050, l’età media supererà i 51 anni, gli over 65 arriveranno a rappresentare il 34,5% della popolazione e la quota di 15-64enni scenderà al 55,3%. Nel lungo periodo, tra il 2050 e il 2080, l’invecchiamento proseguirà ma con ritmi più contenuti: l’età media salirà a 52,1 anni, gli over 65 si stabilizzeranno intorno al 36,8%, la popolazione in età lavorativa scenderà al 53,2%, mentre i giovani sotto i 15 anni resteranno vicini al 10% del totale.
Il report prevede anche un aumento significativo delle persone che vivono da sole. Tra il 2025 e il 2050 il numero crescerà del 16%, passando da 10 a 11,6 milioni e la loro quota sul totale delle famiglie salirà dal 37,5% al 42,0%. Si tratta di un fenomeno che riguarda soprattutto le età più avanzate: se nel 2025, su 10 milioni di persone sole, 4,6 milioni (il 46,3%) hanno almeno 65 anni, entro il 2050 questa fascia potrebbe salire a 6,6 milioni su 11,6, arrivando a rappresentare il 57% del totale. In particolare, gli over 75 che vivono soli raggiungeranno i 4,7 milioni nel 2050, di cui 3,4 milioni donne, 1,7 milioni in più rispetto al 2025, passando dal 29,5% al 40,3% delle persone sole complessive.

(da Il Fatto Quotidiano)

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I CAPOCCIONI DEL PD, CHE SONO SCESI IN CAMPO PER SCONGIURARE LA JATTURA DELLE PRIMARIE, TEMONO (A RAGIONE) CHE SE ELLY PERDESSE AI GAZEBO IL DUELLO CON CONTE, TRASCINEREBBE IL PARTITO NEL BARATRO

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

DA QUALCHE SETTIMANA SONO PARTITI GLI AVVERTIMENTI VIA STAMPA, ANCHE DI ESPONENTI PD NON OSTILI ALLA SCHLEIN COME DARIO NARDELLA, DI FARE UN PASSO INDIETRO… LA TRAGEDIA È CHE L’AMBIZIOSA SCHLEIN, NONOSTANTE I SONDAGGI HORROR, SI VEDE GIÀ A PALAZZO CHIGI

C’è un grosso equivoco intorno al dibattito contro le primarie dei capicorrente e dei capoccioni del PD, deflagrato nelle ultime settimane sule pagine di tutti i quotidiani, che invitano Elly Schlein, a riflettere sui possibili contraccolpi negativi della sfida ai gazebo contro Giuseppe Conte.
Ragionamento in breve: se perde Schlein, l’elettore del Pd non vota Conte, ma se perde Conte, l’elettore del M5s non vota Schlein. E la Meloni ce la teniamo per altri vent’anni.
Da Roberto Speranza a Dario Franceschini, fino a Michele Pascale e Stefano Bonaccini, ivi compresi i gemelli Fratoianni & Bonelli, a cui si sono aggiunti le “teste d’uovo” di Michele Serra e Francesco Piccolo e Corrado Augias, c’è stata una rincorsa ad agitare crocifisso più aglio per scongiurare il vampirismo demoniaco dei gazebo.
Appelli e dichiarazione e preghiere che in molti, in primis la Ducetta del Nazareno, hanno interpretato come una sconfessione pubblica della leadership della segretaria cehe ha sibilato: “Le interviste sulle primarie? Sono solo esercizi intellettuali, alla festa dell’Unita’ parlo io…”
La verità è che le tante, troppe anime del Partito Democratico sono finalmente arrivate al punto che se Elly perde alle primarie (come probabile), si chiude baracca e andiamo tutti a scopare il mare.
Una fine spaventosa che ha costretto anche un esponente non ostile alla segretaria, come Dario Nardella, ad arrivare a dire che “le primarie ci indeboliscono e fanno il gioco di Meloni”.
Forse è giunto il ”tragic moment” che Elly faccia una riflessione più approfondita.

(da Dagoreport)

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L’ENNESIMO PASTROCCHIO DI TELE-MELONI. DOPO AVER SCOPERTO CHE GIULIA PRESUTTI, SOSTITUTA DI RANUCCI A “REPORT”, ERA UNA HABITUE’ DEL RISTORANTE DI LAVITOLA, “DOMANI” RIVELA CHE DANIELE PIERVINCENZI, ALTRO CONDUTTORE DEL PROGRAMMA, È SOCIO E AMMINISTRATORE DELLA CASA DI PRODUZIONE CINEMATOGRAFICA “OUTCAST SRLS”. NEL MAGGIO 2025, L’AZIENDA HA OTTENUTO 47 MILA EURO DAL CNEL, ENTE GUIDATO DA RENATO BRUNETTA

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

IN BASE AL CODICE ETICO RAI, I DIPENDENTI NON POSSONO AMMINISTRARE E POSSEDERE SOCIETÀ MA PIERVINCENZI NON HA ANCORA FIRMATO IL CONTRATTO (TECNICAMENTE È UNA PARTITA IVA) … L’OMBRA DEL CONFLITTO DI INTERESSI E ALL’INTERNO DELLA REDAZIONE C’E’ CHI MALIGNA: “COME PUÒ IL TITOLARE DI UNA SOCIETÀ CHE PRENDE SOLDI PUBBLICI E IN PARTICOLARE DA RENATO BRUNETTA, FARE INCHIESTE SUL POTERE? COME PUÒ FARE I CONTI IN TASCA AI POTENTI SE DAI POTENTI HA FATTURATO? NOI A REPORT SUL CNEL ABBIAMO FATTO PIÙ DI UN’INCHIESTA”

Il curriculum di Daniele Piervincenzi, neo prescelto dai vertici Rai per la conduzione di Report insieme alla collega Giulia Presutti, mostra tutta la sua versatilità.
Piervincenzi, seppure abbia quasi tutta la redazione contro dopo la decisione dei vertici meloniani di affidargli la co-conduzione insieme a Giulia Presutti, ha anche collaborato per Report nel 2025. Nello stesso anno, ha scoperto ora Domani, ha però aperto anche una società, la Outcast srls.
Il sostituto di Sigfrido Ranucci alla conduzione del programma investigativo di Raitre ne è amministratore unico e socio al cinquanta per cento. Di cosa si tratta? Di una società attiva nel settore della produzione cinematografica, di video e programmi televisivi con sede a Roma.
Una società che a marzo scorso e maggio 2025 ha ottenuto due affidamenti diretti per complessivamente circa 47mila euro dal Cnel. Cioè dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro guidato dall’ex ministro Renato Brunetta, incarnazione del “simbolo della casta” contro cui lotta da sempre Report.
Non è un caso che Brunetta, piazzato al Cnel direttamente da Giorgia Meloni, dopo gli articoli di questo giornale sul suo aumento di stipendio da 256mila a 311mila euro, ha fatto dietrofront cercando di rimediare alle critiche ricevute dalla stessa premier.
L’Outcast srls, che in questi due anni ha incassato soldi pubblici per la «fornitura di servizi» direttamente dall’ente presieduto dall’ex ministro berlusconiano, non appartiene soltanto a Daniele Piervincenzi, ma anche al collega Alessandro Righi che ne detiene l’altro 50 per cento.
Nel 2025 il fatturato è di 23.850 euro: in pratica la srl ha lavorato solo per Brunetta. Mentre l’Outcast incassava risorse pubbliche dal Cnel, Piervincenzi e il suo socio Righi lavoravano a un servizio per Report Lab sul Congo. Servizio che sarebbe dovuto andare in onda tra aprile e giugno scorsi, ma alla fine è sfumato perché sarebbe «stato consegnato troppo tardi», dicono da Report.
Tutto legittimo, certo. In base a quanto scritto dal codice etico Rai, solo i dipendenti dell’azienda non possono amministrare e possedere società. E Piervincenzi, vincitore dell’ultimo concorso per le redazioni regionali della Rai, non ha ancora firmato per la Tgr Campania dove sarebbe destinato. Tecnicamente, dunque, è ancora una partita iva.
Tuttavia, con la conduzione di Report alle porte, questo suo inedito ruolo alla guida della srls, potrebbe causargli qualche problema. Il conflitto di interesse è dietro l’angolo. «Come può il titolare di una società che prende soldi pubblici e in particolare da Renato Brunetta, fare inchieste sul potere?», dicono i più maliziosi. «Come può – continuano gli antipatizzanti – fare i conti in tasca ai potenti se dai potenti hai fatturato? Noi a Report sul Cnel abbiamo fatto più di un’inchiesta».
Domande – quelle sul conflitto di interesse – che, probabilmente, lo stesso Piervincenzi si sta ponendo. Contattato da questo giornale, il giornalista ha detto di essere approdato al Cnel «grazie a Massimiliano Monnanni, che poi ne sarebbe diventato segretario generale, per un progetto, ormai concluso, riguardante i ragazzi delle scuole dell’hinterland romano: le scolaresche sono state portate al parlamentino del Cnel, Renato Brunetta non ha partecipato ed è stata una bella iniziativa».
Sulle ombre di conflitto di interesse Piervincenzi a Domani ha detto che una volta che firmerà in Rai «mi libererò di questa cosa, cedendo la società a Righi».
Al contrario di Piervincenzi, che nelle ultime ore si sarebbe mostrato titubante sul nuovo incarico, la collega Presutti, habituè del Cefalù bistrot di Valter Lavitola, da quanto dicono fonti a lei vicine, sarebbe «contentissima» di sostituire Ranucci, che anni fa l’accolse a Report. Nel frattempo, salvi colpi di scena, sabato l’associazione Articolo 21 ha organizzato una manifestazione a Napoli per chiedere alla Rai di rivedere la decisione di rimuovere Ranucci dalla conduzione della trasmissione.

(da Domani)
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DONALD TRUMP RISCHIA DI GIOCARSI LE MIDTERM A CAUSA DELLA… CARTA IGIENICA! IL CARO-VITA SI PREANNUNCIA COME UNO DEI PRINCIPALI PROBLEMI PER IL TRUMPONE IN VISTA DELLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

OLTRE ALL’AUMENTO DEI PREZZI E DELLA BENZINA E DEI GENERI ALIMENTARI, IL TYCOON DEVE FAR FRONTE AI RINCARI DELLA CARTA IGIENICA, SCATENATI DALLA GUERRA COMMERCIALE CON IL CANADA

Il costo della vita si preannuncia come uno dei principali problemi per Donald Trump e il Partito repubblicano in vista delle elezioni di midterm, ormai distanti meno di dieci settimane. Dal prezzo di benzina e generi alimentari fino a quello della carta IGIENICA, tornata al centro dell’attenzione per i timori di rincari legati alla guerra commerciale con il Canada, l’aumento dei costi rischia di pesare sulle possibilità del Gop di conservare le proprie maggioranze al Congresso.
Secondo l’ultimo All-America Economic Survey di Cnbc, il prezzo di cibo e generi alimentari rappresenta la principale preoccupazione degli elettori e su questo tema i democratici vantano sette punti di margine sui repubblicani.
Una vulnerabilità che i vertici del Gop non sembrano voler riconoscere: Trump continua a sostenere che il termine “affordability”, inteso come accessibilità economica, sia stato inventato dai democratici per attaccarlo, mentre secondo il vicepresidente JD Vance i generi alimentari “costano quello che costano”.
A preoccupare i repubblicani è soprattutto il rischio che il malcontento economico si traduca in una sconfitta elettorale ben più ampia del previsto. Secondo Politico, nel Midwest il Gop è in difficoltà soprattutto negli Stati agricoli, dove dazi, caro-diesel e aumento dei costi dei fertilizzanti stanno mettendo sotto pressione gli agricoltori.
“E’ in guai seri nelle aree rurali – ha ammesso il senatore repubblicano del North Dakota Kevin Cramer – Trump in quanto Trump, e Trump siamo noi. Non sono molto ottimista”. I timori si estendono però anche oltre il Midwest, con segnali negativi dal Maine all’Alaska e in alcuni Stati del sud.
Tra i timori degli strateghi del partito ci sono proprio l’elevato costo della vita, l’impopolarità di Trump tra gli elettori centristi e il maggiore entusiasmo dell’elettorato democratico. A diventare un simbolo particolarmente concreto delle preoccupazioni degli americani per il caro-vita è ora la carta igienica.
Secondo quanto riportato da Ms Now, il prodotto è tornato al centro dell’attenzione per i possibili rincari provocati dalla guerra commerciale con il Canada: Ottawa è il principale fornitore estero degli Stati Uniti e le importazioni canadesi di carta igienica sono ora soggette a dazi del 50%, insieme a fazzoletti, carta da cucina e tovaglioli.
Il rischio di una vera e propria carenza appare tuttavia limitato: le importazioni rappresentano appena il 5% del consumo americano grazie alla forte produzione interna, che fa degli Stati Uniti il secondo produttore mondiale dietro la Cina. I prezzi stanno comunque aumentando, soprattutto per effetto dell’inflazione generale e dei maggiori costi di materiali, produzione e trasporto, legati anche alla guerra in Iran.
La carta igienica, bene di uso quotidiano praticamente in ogni famiglia, potrebbe così trasformarsi in un indicatore particolarmente immediato del malessere economico degli elettori, facendo riaffiorare anche il ricordo delle corse agli acquisti e degli scaffali vuoti durante la pandemia del 2020.
La Casa Bianca ha minimizzato le preoccupazioni: il rappresentante americano per il Commercio Jamieson Greer, riferendosi alla guerra commerciale con il Canada, ha assicurato che “non c’è alcuna possibilità che possa realmente incidere sul benessere degli Stati Uniti”.
Per i repubblicani, tuttavia, il rischio è che minimizzare il problema alimenti la percezione di una Casa Bianca distante dalle difficoltà quotidiane degli americani, proprio mentre i democratici cercano di trasformare il caro-vita nel principale terreno di scontro della campagna per i midterm.

(da agenzie)

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IL CENTRODESTRA PROVA A “DISINNESCARE” L’EFFETTO VANNACCI. ECCO L’EMENDAMENTO DI FORZA ITALIA ALLA LEGGE ELETTORALE (OSTEGGIATO DALLA LEGA): SE DUE COALIZIONI SUPERERANNO IL 40% DEI VOTI SCATTERA’ IL SECONDO TURNO. CHI VINCE NELLA SECONDA TORNATA OTTERRA’ 70 DEPUTATI E 35 SENATORI COME BONUS, CHE ANDRANNO A SOMMARSI A QUELLI OTTENUTI CON LA PERCENTUALE DEL PRIMO TURNO (FONDAMENTALI PER L’ELEZIONE DEL PROSSIMO CAPO DELLO STATO, NEL 2029)

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

È UNA MOSSA PARACULA PER FRONTEGGIARE L’AVANZATA DI VANNACCI. SENZA L’EX GENERALE IN COALIZIONE, IL CENTRODESTRA E’ DATO APPENA SOPRA AL 40%, MA SOTTO AL CAMPO LARGO. IN UN EVENTUALE BALLOTTAGGIO, MELONI, SALVINI E TAJANI SANNO CHE UN ELETTORE DI FUTURO NAZIONALE SARA’ “COSTRETTO” A VOTARE A DESTRA (O AD ASTENERSI)

Il centrodestra accelera sul ballottaggio. E fissa una nuova soglia per accedervi: il 40%. Con questo emendamento, che Forza Italia ha scritto e sottoposto agli alleati, verrà modificato l’impianto e la filosofia della legge elettorale. Il significativo ritocco, osteggiato dalla Lega, sarà presentato domani in commissione Affari costituzionali del Senato, ma per ragioni regolamentari la vera conta sarà solo quella in Aula.
Questo il percorso deciso per la riforma e per il doppio turno: non cambierà, a meno che la riunione tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani in agenda in queste ore non fermi l’operazione.
Ma cosa prevede questo emendamento? Viene come detto fissata la soglia del 40%, da cui tutto discende. Se nessuna forza arriva a superare questa asticella, non c’è ballottaggio e i seggi vengono distribuiti in modo proporzionale. Se invece due forze superano il 40%, accedono al ballottaggio. Chi vince al secondo turno, ottiene 70 deputati e 35 senatori come bonus, che andranno a sommarsi a quelli ottenuti con la percentuale del primo turno (esempio: se la coalizione A vince, prenderà il 43% del primo turno più il premio di 70 deputati alla Camera e 35 senatori a Palazzo Madama).
Infine, terza ipotesi: una sola coalizione ottiene il 40%, mentre le altre restano sotto. In questo caso, la coalizione arrivata prima ottiene direttamente il premio di maggioranza, senza necessità del ballottaggio.
Esistono ovviamente dei potenziali problemi anche con questo schema. Che succede se al ballottaggio la coalizione A vince alla Camera e quella B al Senato? A chi va il premio? Presumibilmente a nessuno: varrebbe il proporzionale puro del primo turno.
Secondo possibile nodo: se una coalizione o due coalizioni si fermano al primo turno poco sopra il 40%, c’è il rischio che in determinate circostanze i 70 deputati e i 35 senatori del premio non bastino a superare il 50%, o permettano di farlo di un soffio, mettendo a repentaglio la governabilità. Dilemmi che i prossimi giorni dovranno risolvere.

(da Repubblica)

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“SALIS, GUALTIERI, MANFREDI, DECARO SONO PIÙ FORTI DI SCHLEIN E CONTE PERCHÉ HANNO PRESO I VOTI E NON SONO STATI NOMINATI. SALIS? STUDIA, CAPISCE LE COSE, DISCUTE CON TUTTI. È BRAVA…”:L’EX MINISTRO CLAUDIO BURLANDO, GIA’ PRESIDENTE DELLA REGIONE LIGURIA E FIGURA STORICA DELLA SINISTRA, INTERVIENE NEL DIBATTITO SUL CAMPO LARGO

Settembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

“SE CONTE E SCHLEIN SI FANNO LA GUERRA, ALLORA SI RAGIONI SU UNA PERSONA CHE VIENE DAL TERRITORIO. IL CENTROSINISTRA ESPRIME NOMI PIÙ FORTI A LIVELLO LOCALE CHE NAZIONALE… LE PRIMARIE PER IL PREMIER? LE ABBIAMO FATTE SOLO PER PRODI, NEL 2005. MA ERANO DIVERSE, IL VINCITORE SI SAPEVA GIÀ”

Mentre parla seduto sotto un melo nel suo orto di Marzano, a Torriglia, è difficile pensare a Claudio Burlando come a un ex. Ha lasciato la politica attiva, certo, ma contatti, consigli, incontri e pensieri finiscono per portarlo sempre lì, alla passione di una vita.
Gli esordi nel Pci e in Comune, l’esperienza da ministro del governo Prodi, le due volte in cui è stato presidente della Regione: Burlando ripercorre più di cinquant’anni di storia, che a tratti ha la esse maiuscola: la cena con Fidel Castro, l’incontro con Helmut Kohl, il ricordo di Taviani, Berlusconi, Napolitano.
Dopo due ore di chiacchierata, raccoglie fiori di zucca, pomodori e melanzane per portarli all’osteria “Becassa”. Intanto, di mele ne sono cadute tante, mai troppo lontano dall’albero: ad ascoltarlo c’è suo nipote Tommaso, neanche dodici anni. Da grande – e intuirne il motivo non è difficile – vuole fare politica.
Burlando, come si è avvicinato alla politica?
«Era una scelta quasi obbligata: mio padre era un camallo iscritto al Pci, abitavamo in un quartiere popolare, Quezzi, dove la sezione era intitolata a Ho Chi Min. Mia madre invece era di qui, cresciuta con i partigiani in casa. Sfuggire alla sinistra era difficile. Nel 1970 ci fu l’alluvione : andammo a spalare e poi ci iscrivemmo in tanti alla Figc. Avevo 16 anni».
Lei ha conosciuto bene il mondo dei camalli.
«Era un mondo familiare. Anche i miei due zii erano camalli. E poi venivano a casa a mangiare i soci di mio papà. Ce n’era uno, Gaggioli, che quando scaricava le banane ne mangiava 70 in un turno. Era la fame della guerra. Mio padre quando fu prigioniero dei tedeschi, a Creta, mangiava solo carrube. Non c’era altro. Un mondo mitico».
La prima volta candidato?
«Prima andai in circoscrizione, dove si veniva nominati. Poi nel 1981 mi candidarono – decideva il partito – in Consiglio comunale. Mi dissero: “Sarai eletto, ma tra gli ultimi”. Ne eleggemmo 33, io arrivai 32esimo. Come a dire: “Stai buono lì”. Poi ho fatto l’assessore, il vicesindaco e il sindaco».
La parentesi da sindaco fu breve: fu arrestato per un’inchiesta sul sottopasso di Caricamento e sul parcheggio di piazza della Vittoria. E si dimise.
«Al di là del breve periodo da sindaco furono dodici anni bellissimi in Comune, perché cambiò la città. Pensi all’Acquario: fu una nostra idea, dall’opposizione».
Poi fu assolto. Quella vicenda giudiziaria la segnò?
«Sì, ma fu tale la solidarietà, in un’epoca in cui tiravano le monetine, che percepii subito che le persone avevano capito. Avevano preso una bufala gigantesca. Romanengo, uno dei protagonisti dell’Expo, disse che prima era stato costretto a pagare ma che quando cambiò giunta non si pagò più. Resta il mistero sul perché ci misero quattro anni ad assolvermi. Quando i pm sbagliano non vogliono ammetterlo, lo fanno fare ai giudici. Fu un colpo, ma anche un’opportunità: senza, non avrei fatto il ministro. Ci fu un momento però in cui persi la pazienza».
Nel 1996 divenne ministro con Prodi.
«Conobbi Prodi quando era presidente dell’Iri e io vicesindaco, me lo presentò Carlo Castellano. Ero in segreteria con D’Alema: dopo la sconfitta del 1994, ci dicemmo che serviva una componente moderata e una figura unificante. Gli parlai di Prodi, iniziò un lavoro di due anni, con episodi mai raccontati».
Ce ne racconti uno.
«Il rapporto Prodi-D’Alema non era semplicissimo. Ma il momento più complicato fu quando, dopo la caduta del governo Dini, D’Alema pensò a un governo Maccanico. Prodi la prese malissimo. Andai da D’Alema, nel suo ufficio, c’erano Velardi e Latorre. D’Alema giocava a Tetris, e mi disse: “Dovresti chiamare il tuo amico di Bologna”. Io gli risposi: “Già fatto, lo vedrò domenica a pranzo”. A quel punto smise di giocare a Tetris».
E cosa accadde?
«Andai a casa di Prodi, a Bologna, con il mio collaboratore Piero Piccolo. Prodi per due ore mi disse: “Mi avete rotto le scatole, voglio fare il boy scout”. Si votava dopo pochi mesi, era il nostro candidato. La moglie aveva cucinato i passatelli in brodo, la discussione andò avanti a pranzo.
A un certo punto feci una battuta su D’Alema, raccontando l’episodio dell’Università. Lui rispose: “Ma se Massimo ha avuto un’infanzia difficile mica è colpa mia!”. Si sciolse un po’ il clima, e alla fine Prodi mi disse: “Avvisa Massimo, vengo a Roma”. E così fecero la pace e vincemmo le elezioni. La sera del voto fu emozionante, D’Alema si affacciò a Botteghe oscure e la gente gridò “Enrico, Enrico”, pensando a Berlinguer. Commovente».
Bertinotti fece cadere il governo, una scelta che rivendica ancora. Cosa ne pensa?
«Facemmo un accordo di desistenza con Rifondazione, non presentandoci in alcuni collegi. Sulla strategia D’Alema era il numero uno. Andai a Chianciano, a parlare con Cossutta e Bertinotti. Stavano organizzando una manifestazione contro l’euro, che era il nostro programma. Alla fine, aiutato da Armando, lo convincemmo. Fausto disse: “Con questo accordo batteremo i fascisti. Ma se poi vinciamo?…”. E io: “Fausto, se vinciamo pazienza…».
Questo spiega ciò che è successo dopo. Durò due anni e mezzo.
«Quel governo era incredibile: Prodi, Napolitano, Ciampi, Dini, Andreatta, Maccanico e alcuni ragazzotti come me, Bersani, Veltroni, Bindi, Finocchiaro. Interrompere un’esperienza così fu una bestialità senza senso».
Da ministro andò in Germania ed ebbe modo di conoscere il cancelliere Kohl.
«Prodi mi portò con lui, insieme a Dini e Ciampi. Io parlo tedesco, lo studiai per scelta di mia mamma. Kohl non parlava inglese, quindi a pranzo c’era l’interprete ma io capivo prima degli altri italiani. Tutte le premesse di Kohl erano chiare: sembrava che non ci volesse nell’euro. Poi disse “aber”, che in tedesco significa “ma”. E spiegò che la moneta unica era un fatto culturale e politico, che andava fatta subito, quando erano ancora vive le persone che avevano vissuto gli orrori della guerra. Anche a costo di perdere le elezioni. E infatti le perse. Uno statista».
Ha conosciuto Fidel Castro.
«Fui mandato dai Ds a un congresso all’Avana, e feci una cena di sei ore con Castro. Mi raccontò cose incredibili».
Ad esempio?
«Mi parlò del rapporto complicatissimo con i sovietici. I cubani sono latini, giocosi, mentre i russi sono quadrati. Mi raccontò che un pilota sovietico faceva dei giri in elicottero con lui per capire dove potevano attaccare gli Stati Uniti. Una notte questo pilota stava per andare a sbattere verso una montagna, e Fidel glielo disse. Lui rispose che il piano di volo veniva da Mosca e non poteva cambiarlo. Castro allora gli puntò una pistola alla tempia e gli disse: “Questo argomento è sufficiente a cambiare il piano di volo?”».
Nel 2007 suscitò clamore l’errore che la portò a prendere uno svincolo autostradale contromano. Che ricordo ha di quella serata?
«Presi una rampa, per cinque secondi, a passo d’uomo. Mi scusai. Biasotti chiese le mie dimissioni da presidente: adesso lui è condannato in primo grado per reati societari, è consigliere di Iren ma non si è dimesso. Possono vincere solo se ci dividiamo: la nostra classe dirigente, come dice spesso Salis, è migliore della loro».
Fu indagato anche per la vicende Tirreno Power, la centrale a carbone di Vado sequestrata dai giudici.
«È una vicenda diversa da Ilva. La rigorosissima dirigente della Regione Gabriella Minervini, bestia nera di chi inquina, mi ha sempre detto che erano nei limiti. Cambiò il procuratore e fummo tutti archiviati».
Salis può essere la leader del centrosinistra italiano?
«Quando è apparsa non la conoscevo, ma ho capito subito di che pasta è fatta: è brava. Studia, capisce le cose, discute con tutti. La girandola di nomi – Salis, Gualtieri, Manfredi, Decaro – è figlia del fatto che noi esprimiamo nomi più forti a livello locale che nazionale. Questi quattro, e tanti altri, diversamente da Schlein e Conte sono più forti perché hanno preso i voti e non sono stati nominati».
Serve un sindaco, quindi?
«È naturale che se Conte e Schlein si fanno la guerra, e non hanno la necessaria forza, allora si ragioni su una persona che viene dal territorio».
Le primarie vanno fatte?
«Le primarie per il premier le abbiamo fatte solo per Prodi, nel 2005. Ma erano diverse, servivano a mobilitare il popolo, il vincitore si sapeva già. Non so come andrebbero adesso: se poi si dice che sono primarie anche sulla politica estera, non ci siamo proprio. Ci sono momenti in cui è il leader a fare le svolte, come Occhetto».
Cos’è, per lei, la politica?
«Una grande passione che ti prende e non ti molla più».

(da “il Secolo XIX”)

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