VIVEVA SOTTO PROTEZIONE IN UN DOMICILIO SEGRETO? MA AVEVA IL NOME SULLA TARGHETTA DI CASA
LA LEGGEREZZA INCREDIBILE DEL VIMINALE CHE NON HA SAPUTO APPLICARE IL PROTOCOLLO PREVISTO
Una pioggia di proiettili sparati per uccidere, un agguato in puro stile mafioso. 
È morto mentre tornava a casa nella sua auto, nel centro storico di Pesaro, Marcello Bruzzese, 51 anni, padre di due figli, fratello del pentito di ‘ndrangheta Girolamo. Secondo le prime ricostruzioni, attorno alle 18.30 i killer, con i volti coperti da cappelli e sciarpe, lo hanno atteso nei pressi di casa sua, in via Bovio.
Hanno aspettato che la sua auto rallentasse per entrare in garage, poi gli hanno sparato decine di colpi con una o due pistole automatiche calibro 9. Bruzzese è morto nell’abitacolo dell’auto, mentre gli assassini si sono dileguati a piedi lungo le strette vie del centro storico di Pesaro.
La pista della vendetta di ‘ndrangheta è apparsa subito la più plausibile, sia per le modalità dell’agguato e il numero dei colpi esploso, sia per l’identità della vittima. Bruzzese infatti viveva a Pesaro da circa tre anni non per scelta, ma perchè sottoposto a uno speciale programma di protezione: abitava con la famiglia in una casa pagata dal ministero dell’Interno, inserito in un programma di protezione la cui segretezza non è stata evidentemente sufficiente a salvargli la vita.
Della sicurezza della persona protetta si occupano speciali nuclei di protezione delle forze dell’ordine che dipendono dal Servizio centrale di protezione del Ministero dell’Interno: a seconda del livello di tutela assegnato possono anche essere cambiate le generalità a tutti i familiari compresi i figli affinchè dalla loro frequenza nelle scuole non si possa risalire ai genitori.
Ecco come Anacleto Flori – funzionario amministrativo presso il Ministero dell’Interno – descrive questo mondo di ‘invisibili’ in un articolo pubblicato sulla rivista mensile “Polizia Moderna”.
“Quei testimoni e quei collaboratori devono diventare da un giorno all’altro uomini e donne senza più un volto. Devono lasciare i luoghi che li hanno visti nascere e crescere, entrare in un protettivo, ma inquietante cono d’ombra che tutto nasconde, ma soprattutto devono imparare a mimetizzarsi con l’ambiente circostante, fino a diventare invisibili, quasi incorporei”.
“Anche le loro vere identità – aggiunge Flori – devono essere cancellate, cambiate, affidate all’oblio, perchè i boss mafiosi difficilmente dimenticano il nome di un ‘infame’. Da quel momento, da quella scelta di rottura con il passato le esistenze dei testimoni, dei collaboratori di giustizia e dei loro familiari sono appese a un filo. Spetta allora allo Stato, quello stesso Stato che ha avuto un aiuto prezioso nelle indagini, non voltargli le spalle e garantire loro la necessaria protezione e assistenza”.
Le barriere dello Stato che li difendono sono tali e tante da rendere impossibile a chiunque di essere individuati nella loro dimora che a tutti gli effetti è segretissima.
La domanda, ora, è: come hanno fatto i due killer a scovare Bruzzese?
C’è stata una falla del programma di protezione: un tragico errore o, peggio, una ‘talpa’?
(da agenzie)
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