ALESSANDRA GHISLERI: “QUASI UN CITTADINO SU DUE (49,8%) SI SCHIERA A FAVORE DELLA FAMIGLIA ANGLOSASSONE A CUI SONO STATI ALLONTANATI I FIGLI. SUL FRONTE OPPOSTO TROVIAMO IL 35,2% DEGLI INTERVISTATI, CONVINTI CHE LA TUTELA DEL MINORE DEBBA PREVALERE SU TUTTO”
“UN ITALIANO SU DUE RITIENE CHE I GENITORI SIANO ‘PARZIALMENTE’ LIBERI DI ADOTTARE UNO STILE DI VITA ALTERNATIVO PER I FIGLI (49,7%)
Il caso della famiglia anglo-australiana che da anni viveva nei boschi di Palmoli, in
Abruzzo, ha acceso un dibattito nazionale come poche volte accade. La decisione del Tribunale dei minori di allontanare i tre figli – e temporaneamente la madre – dal padre, collocandoli in una casa protetta, ha polarizzato l’opinione pubblica su due fronti che sembrano inconciliabili: da una parte la libertà di scelta e di stile di vita alternativo, dall’altra la protezione e i diritti del minore.
Secondo l’ultimo sondaggio di Only Numbers, quasi un cittadino
su due (49,8%) si schiera apertamente a favore della famiglia e contro la decisione dei giudici.
Tra i sostenitori di questa posizione ci sono i difensori dell’educazione «rurale», fatta in casa, modellata sui ritmi naturali e non su quelli standardizzati della scuola e della società.
A rendere la famiglia ancora più «simpatica» agli occhi di uparte dell’opinione pubblica è la percezione che si trattasse non di un contesto di miseria, ma di una scelta consapevole: bambini curati, genitori presenti, vita essenziale, ma non degradata. Un esperimento di autosufficienza più che un caso di abbandono.
Sul fronte opposto troviamo il 35,2% degli intervistati, convinti che la tutela del minore debba prevalere su tutto. È la parte del Paese che guarda ai fatti con occhi pragmatici: la casa giudicata fatiscente, priva di servizi essenziali; l’assenza di elettricità, acqua corrente e sicurezza strutturale comporta possibili e facili rischi concreti per la salute e l’incolumità dei bambini.
Il vulnus se vogliamo è proprio l’interpretazione del «come» questi bambini siano stati educati, curati, istruiti e inseriti nella società dai loro genitori Nathan e Catherine. Il Paese, insomma, è profondamente diviso: il 44,1% ritiene che il Tribunale dei Minori abbia oltrepassato i propri limiti; il 37,7% sostiene che
abbia semplicemente applicato le norme, come previsto dalla legge.
Tuttavia questa storia – al di là della cronaca – ci mette davanti a domande più profonde, che interpellano il nostro rapporto collettivo con la genitorialità, la libertà individuale e il ruolo dello Stato. Dove finisce il diritto dei genitori di educare secondo i propri valori e dove comincia il diritto del minore a condizioni di vita sicure e conformi agli standard sociali?
È una domanda senza risposte immediate, perché tocca la sfera più delicata dell’esperienza umana: crescere ed essere cresciuti. Non stupisce, dunque, che un italiano su due ritenga che i genitori siano «parzialmente» liberi di adottare uno stile di vita alternativo per i figli (49,7%).
Interessante il dato del target tra i 24 e i 44 anni, cioè tra chi oggi ha figli piccoli o potrebbe averli, la percentuale sale al 59,7%; e tra i 18 e i 24 anni dove la percentuale sfiora l’80% (78,9%). Segno che la generazione che si confronta ogni giorno con l’educazione è quella più sensibile alla necessità di trovare un equilibrio.
Nel campione nazionale solo il 26% sostiene invece la libertà totale dei genitori, mentre il 14,1% ritiene che debba prevalere la
norma sociale, l’insieme delle regole condivise che definiscono ciò che consideriamo accettabile per un minore nella nostra società.
Nel giudicare questa vicenda, ciascuno di noi finisce per interrogare la propria idea di infanzia, di comunità, di responsabilità. Non è – e non sarà mai – una questione di «giusto» o «sbagliato». È una questione di confini: quelli tra autodeterminazione e tutela, tra scelta personale e bene collettivo, tra natura e società. E i confini, si sa, sono sempre i luoghi più difficili da abitare; tuttavia, sono anche quelli in cui una comunità, se vuole crescere, è chiamata a guardarsi dentro – senza slogan e senza polarizzazioni – e a capire chi desidera essere «da grande».
Alessandra Ghisleri
per “La Stampa”
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