Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE SEQUI: “NELLA STORIA REPUBBLICANA È STATO SEMPRE CRUCIALE MANTENERE UN RAPPORTO SPECIALE SIA GLI USA CHE CON IL VATICANO. SUL BOARD, TUTTAVIA, LE DUE POSIZIONI DIVERGONO IN MODO SOSTANZIALE E QUESTO CI PROVOCA IMBARAZZO E TENSIONI”
Il Board of Peace riunitosi ieri a Washington ha annunciato fondi, riaffermato impegni e confermato ambizioni globali. Non ha però sciolto il nodo cruciale: chi eserciti l’autorità effettiva a Gaza e a quali condizioni possano realmente avvenire disarmo di Hamas e ritiro israeliano. È in questa distanza tra proclamazione e potere di determinare le variabili decisive che si misura la credibilità dell’iniziativa.
Occorre innanzitutto distinguere con precisione tra il piano di pace in venti punti e il Board. Il piano è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza con la Risoluzione 2803 ed è giuridicamente fondato.
Lo statuto non limita l’organismo a Gaza: gli attribuisce il compito di garantire «pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitto». Formalmente collegato all’Onu, nei fatti è progettato per muoversi oltre il suo perimetro. Il Board, dunque, non è una istituzione multilaterale tradizionale ma un organismo a concentrazione verticale dell’autorità.
In un sistema Onu fondato su sovranità formalmente eguali e bilanciamenti procedurali, introduce una logica diversa: la leadership prevale sull’istituzione. Non incardina la potenza in regole condivise; la organizza attorno a un centro decisionale personale.
A ciò si aggiunge la monetizzazione dell’adesione. Il seggio permanente costa un miliardo di dollari. Il contributo non finanzia soltanto l’organizzazione: determina l’accesso. La gestione dei fondi resta a discrezione del vertice, mentre la responsabilità giuridica grava sui donatori.
È una torsione del principio di legittimità e di accountability. Il Board prevede controllo senza responsabilità e responsabilità senza controllo. In questo quadro la pace non è più un bene pubblico multilaterale, ma diventa funzione di una discrezionalità del suo presidente.
Israele e diversi Paesi arabi condividono una convergenza tattica – contenere Hamas e stabilizzare Gaza – ma divergono sul “dopo”: statualità palestinese, governance, garanzie. L’unità è contingente, non strutturale. L’Europa entra frammentata e a ranghi sparsi in un foro concepito per aggirare l’Onu: la frammentazione non è un incidente e diventa parte dell’effetto del Board.
Alcuni aderiscono, altri osservano, altri declinano. La Santa Sede ha rifiutato per difendere il primato dell’Onu nella gestione delle crisi: non è una scelta simbolica, è una valutazione di legittimità. La questione non è Gaza; è chi definisce cosa sia la pace.
L’assenza della Santa Sede indebolisce la legittimità morale del Board, introduce una dimensione etica nel confronto e amplifica la frattura europea, recuperando la centralità dell’Onu.
Qui emerge una divergenza concettuale netta. La visione deal-centrica trumpiana tende a identificare la pace con la chiusura operativa, anche temporanea, di una crisi. Papa Leone XIV ha ricordato invece che la pace non è mera interruzione delle ostilità, ma ordine giusto e riconosciuto.
La distanza tra pacificazione amministrata e pace legittima riflette due concezioni diverse dell’ordine. Per l’Italia ciò genera due tensioni strutturali. In passato, quando Roma veniva esclusa da formati ristretti, l’appoggio americano spesso consentiva di superare le resistenze di alcuni partner europei e di ottenere l’accesso ai tavoli decisionali. Oggi quella dinamica non funziona più. I formati si sono biforcati tra circuiti a guida statunitense e configurazioni europee autonome.
L’allineamento a Washington non garantisce più automaticamente integrazione in formati ristretti europei e può anzi produrre un costo politico nei rapporti con i partner Ue. La scelta di essere paese “osservatore”, non prevista dallo statuto, è il male minore, ma ha un costo: legittima il Board senza avere voce.
Il secondo cortocircuito riguarda il rapporto con Usa e Vaticano. Nella storia repubblicana è stato sempre cruciale mantenere un rapporto speciale con entrambi, anche per ragioni di legittimazione nei confronti della nostra opinione pubblica.
Il risultato è che il Board non abolisce l’Onu: lo rende aggirabile. Non distrugge il multilateralismo ma lo relativizza. È coerente con la linea espressa a Monaco da Rubio: multilateralismo selettivo, funzionale all’interesse nazionale americano e non vincolante.
La questione non è se il Board ricostruirà Gaza, ma se l’ordine internazionale reggerà se la pace è organizzata come club e la legittimità diventa una variabile dell’interesse del momento. Con queste premesse, la pacificazione può produrre tregue ma, senza legittimità condivisa, non produce stabilità.
Ettore Sequi
per “la Stampa”
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
IL TYCOON MASTICA AMARO: “È UNA VERGOGNA. HO UN PIANO DI RISERVA” … ORA, GLI IMPORTATORI HANNO IL DIRITTO A ESSERE RISARCITI PER IL DANNO ECONOMICO SUBITO: OLTRE UN MIGLIAIO LE AZIENDE CHE HANNO PRESENTATO RICORSO CONTRO LA CASA BIANCA – TRA I COLOSSI CHE CHIEDONO RISARCIMENTI CI SONO PUMA, REEBOK, GOODYEAR E ANCHE L’ITALO-FRANCESE ESSILORLUXOTTICA
La decisione della Corte Suprema è una “vergogna”. Lo ha detto Donald Trump, secondo
quanto riporta Cnn. Il presidente ha anche assicurato di avere un piano di riserva. La Corte Suprema ha bocciato i dazi con 6 voti a favore, 3 contro
La Corte Suprema ha stabilito che Donald Trump non può imporre i dazi in base all’International Emergency Powers Act, quello a cui ha fatto ricorso il presidente per giustificare i dazi del ‘Liberation Day’.
La legge dà al presidente l’autorità di affrontare “minacce straordinarie” in caso di un’emergenza nazionale, inclusa quella di “regolare” l’importazione” di “beni esteri”, ed è stata approvata negli anni 1970 per limitare i poteri presidenziali in materia di sicurezza nazionale dopo i dazi imposti da Richard Nixon per affrontare la crisi della bilancia dei pagamenti in seguito al crollo del sistema monetario di Bretton Woods.
La norma non fa alcun riferimento esplicito ai dazi, competenza esclusiva del Congresso come le tasse e per i quali sono state concesse solo alcune deleghe al presidente.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
ROSY BINDI: “PER IL GOVERNO CIÒ CHE MUOVE UNA CRITICA È UN FASTIDIO. IN QUESTO MODO SI RISCHIA LA DITTATURA DELLA MAGGIORANZA. IL DISSENSO DIVENTA UN REATO, GLI SCIOPERI SONO UNA RIVOLTA SOCIALE E I MAGISTRATI ANZICHÉ MARCIARE CON IL GOVERNO IMPEDISCONO DI FARE SCELTE CONTRO LA LEGGE E LA COSTITUZIONE”… “È UN REFERENDUM POLITICO, PERCHÉ STRAVOLGE LA COSTITUZIONE E CAMBIA L’EQUILIBRIO TRA I POTERI”
Il procuratore Nicola Gratteri aveva detto che voteranno per il sì indagati, imputati,
massoneria deviata e centri di potere. Non trova che anche il fronte del no stia alzando i toni?
«Gratteri usa toni forti, non c’è dubbio. Però nel merito, è difficile attaccare chi sostiene che questa riforma indebolisce la magistratura, che è una riforma che piace ai mafiosi e ai massoni deviati, perché rende più debole la magistratura che ha combattuto la mafia e il terrorismo».
Dalle parti di via Arenula dicono che il ministro Carlo Nordio ha paragonato il Csm a una struttura para-mafiosa dopo aver ascoltato le parole di Gratteri
«Io penso che le vere intenzioni della riforma vengano dichiarate continuamente dal ministro e dalla presidente del Consiglio quando dicono che è necessario
riequilibrare i rapporti tra i poteri a vantaggio della politica. Vogliono mettere sotto tutela l’autonomia della magistratura».
Il governo alza il livello dello scontro per paura di perdere il referendum?
«Gli attacchi ai magistrati avvengono sempre quando prendono decisioni a tutela dei più deboli. Per il governo tutto ciò che muove una critica è un fastidio, un impedimento. In questo modo si rischia la dittatura della maggioranza. Il dissenso diventa un reato, gli scioperi sono una rivolta sociale e i magistrati anziché marciare con il governo impediscono di fare scelte contro la legge e la Costituzione».
All’orizzonte c’è anche la riforma del premierato. Si lega a quanto successo negli ultimi giorni?
«Nelle riforme di questo governo, compresa la riforma della giustizia e quella del premierato, viene messo in discussione anche il ruolo del presidente della Repubblica smembrando il Csm e sottraendo al capo dello Stato la guida dell’Alta corte».
Vede il rischio di un’eccessiva politicizzazione del referendum?
«È un referendum politico, perché stravolge la Costituzione e cambia l’equilibrio tra i poteri. Se politicizzarlo significa trasformalo in uno scontro, abbassiamo i toni, ma deve farlo per primo chi ha scritto la riforma e lo ha fatto da solo arrogandosi un potere costituente che non ha. Dal nostro comitato, presieduto da Bachelet, abbiamo sempre richiamato a un confronto civile. Tanto che in occasione del centenario di Vittorio Bachelet all’università La Sapienza il vice presidente del Csm ucciso dalle br verrà ricordato da me e da Stefano Ceccanti schierato, per il sì».
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
COME MAI GIORGIA MELONI NON HA MAI CONDANNATE VIOLENZE NEONAZISTE COME L’UCCISIONE DI UN GIOVANE DI SINISTRA IN GRECIA AD OPERA DI ALBA DORATA?
A neanche due mesi dall’atteso vertice Francia-Italia di Tolosa, il primo dopo sei anni, nuovo
screzio tra i leader dei due Paesi uniti dal Trattato del Quirinale.
L’omicidio del militante di estrema destra Quentin Deranque a Lione fa sentire le sue conseguenze ormai anche sui rapporti tra partner europei. Durante uno scambio con i giornalisti a New Delhi, in visita ufficiale in India, il presidente Emmanuel Macron ha risposto con durezza a un precedente intervento della premier italiana Giorgia Meloni: «Sono colpito nel vedere i nazionalisti, che non vogliono essere infastiditi a casa loro, sempre pronti a commentare quel che succede in casa degli altri. Che ognuno resti a casa propria e le pecore saranno ben custodite».
Proverbio di ispirazione rurale, e in sostanza un netto invito a che «ognuno si faccia gli affari propri». «È rivolto a Giorgia Meloni?», chiede un giornalista, a scanso di equivoci, e Macron conferma: «Avete capito bene».
Ma che cosa aveva detto la presidente del Consiglio? Due giorni fa ha pubblicato su X un messaggio nel quale definisce l’uccisione di Quentin Deranque in Francia «un fatto che sconvolge e addolora profondamente».
«La morte di un ragazzo poco più che ventenne, aggredito da gruppi riconducibili all’estremismo di sinistra e travolto da un clima di odio ideologico che attraversa diverse Nazioni, è una ferita per l’intera Europa»
In Francia da giorni il clima politico è estremamente teso perché tra gli 11 ventenni arrestati per il feroce pestaggio di Quentin Deranque ci sono alcuni membri del disciolto gruppo estremista di sinistra Jeune Garde Antifasciste, vicino al partito la France insoumise (Lfi) fondato da Jean-Luc Mélenchon.
Rispetto alla ricostruzione iniziale, che indicava Quentin Deranque come un giovane «militante pacifista», è poi emerso che il 23enne ucciso era un attivista neofascista, e che il suo gruppo ha aperto le ostilità usando una bomboletta di gas lacrimogeno e una sbarra di ferro.
(da “Corriere della Sera”)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
PER LA FOTO DI RITO DEL CLUB DEI PUZZONI MONDIALI, TRUMP HA FATTO IL SUO INGRESSO SUL PALCO SULLE NOTE DI “GLORIA” DI UMBERTO TOZZI (NELLA VERSIONE IN INGLESE DI LAURA BRANIGAN), SEGUITA DA “NOVEMBER RAIN” DEI GUNS N’ ROSES
Una decina di miliardi dagli Usa, oltre sette da alcuni Paesi membri, migliaia di soldati per la forza di stabilizzazione internazionale (Isf) offerti da cinque Paesi: mentre soffiano sempre più venti di guerra sull’Iran, Donald inaugura a Washington il Board of Peace per Gaza annunciando i primi risultati del controverso organismo da lui presieduto a titolo personale, nell’ambito del piano di pace per la Striscia. La sede è quella dell’Institute of Peace, ribattezzato col suo nome (“un’iniziativa di Marco Rubio, io non c’entro niente”, precisa).
La platea è formata dai rappresentanti di quasi una cinquantina di Paesi, alcuni con i loro premier o presidenti, come Viktor Orban e Javier Milei. Altri come osservatori, come la commissaria Ue per il Mediterraneo Dubravka Suica, l’alto funzionario del ministero degli Esteri di Berlino e il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani per l’Italia. Assente Parigi, idem Russia e Cina, che stanno ancora valutando l’invito ma “saranno coinvolti”, assicura Trump
La musica e i toni sono quelli da comizio, con la sua eclettica playlist a tutto volume che include Elvis Presley, i Beach Boys, ‘Gloria’ di Umberto Tozzi nella versione dell’artista americana Laura Branigan e, nel finale, l’immancabile colonna sonora della sua campagna elettorale: “Ymca”. Non mancano i cappellini rossi ‘Maga’, distribuiti ai partecipant
The Donald parla per un’ora ma divaga molto, come nei suoi rally: attacca gli oppositori interni, esalta i guadagni di Wall Street, evoca i dazi, lancia un ultimatum di 10 giorni all’Iran, elenca ed elogia i leader presenti, vantandosi anche dell’endorsement che ha dato ad alcuni di loro, come Milei e Orban. Poi lancia la prima frecciata a chi non ha aderito al Board of Peace, un organismo “senza pari in termini di potere e prestigio: quasi tutti hanno accettato” l’invito “e quelli che non l’hanno fatto, lo faranno.
Alcuni stanno un po’ facendo i furbi ma non funziona, non potete fare i furbi con me”. “Stanno giocando un po’, ma si stanno unendo tutti, la maggior parte immediatamente”, ha proseguito. “Molti dei nostri amici in Europa stanno partecipando oggi e siamo ansiosi di vederli diventare membri a pieno titolo
Tutti vogliono diventare membri, abbiamo avuto una grande risposta dall’Europa”, ha proseguito. In realtà la reazione del vecchio continente finora è stata prevalentemente fredda o tiepida, per l’opaco profilo statutario dell’organismo e i timori che si sostituisca all’Onu, nonostante sia stato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad autorizzarlo.
In effetti Trump ha quasi ribaltato i rapporti tra le due istituzioni. “Penso che le Nazioni Unite – ha affermato – abbiano un grande potenziale. Il Board of Peace avrà quasi il compito di sorvegliare le Nazioni Unite e di assicurarsi che funzionino correttamente. Ma le rafforzeremo, ci assicureremo che le loro strutture siano efficienti, se hanno bisogno di aiuto, dal punto di vista finanziario, possiamo aiutarli”.
Tra i risultati annunciati dal tycoon, i 7 miliardi promessi da Kazakistan, Azerbaigian, Emirati Arabi, Marocco, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan e Kuwait, oltre ai 10 degli Usa, ma per l’Onu servono almeno 70 miliardi per la ricostruzione di Gaza.
Le Nazioni Unite contribuiranno con 2 miliardi di dollari per l’assistenza umanitaria mentre la Fifa raccoglierà 75 milioni di dollari per progetti legati al calcio a Gaza. La Norvegia ospiterà un evento del Board of Peace, ma ha chiarito di non aderire al Board. Il generale Usa Jasper Jeffers, comandante della forza di stabilizzazione internazionale (Isf) nella Striscia, ha invece annunciato che almeno cinque Paesi hanno offerto i loro soldati o poliziotti: Marocco, Kazakistan, Kosovo, Albania e Indonesia (fino a 8.000 uomini), che assumerà il comando in seconda
La forza inizierà ad operare nella città di Rafah, controllata da Israele, e addestrerà una nuova forza di polizia, con l’obiettivo finale di preparare 12.000 agenti e schierare 20.000 soldati. Secondo il Guardian, gli Usa pianificano anche “la costruzione di una base militare” per 5.000 unità nel sud di Gaza, estesa su una superficie di oltre 1,4 chilometri quadrati, come base operativa militare per la Isf.
Tra i nodi da sciogliere la smilitarizzazione di Hamas: “sembra che si sbarazzerà delle sue armi ma dobbiamo accertarlo”, ha detto il tycoon, minacciando altrimenti “punizioni durissime”. “Non esiste un piano B per Gaza. Il piano B è tornare alla guerra. Nessuno qui lo vuole”, ha messo in guardia il segretario di Stato americano Marco Rubio.
(da agenzie)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
MA CHI SONO “LORO”? NON TANTO L’AD, GIAMPAOLO ROSSI, CHE FRA L’ALTRO HA IN MANO IL SUO FUTURO (SARÀ LUI A DECIDERE COME RICOLLOCARLO), QUANTO PIUTTOSTO I CAPATAZ DI FRATELLI D’ITALIA, A PARTIRE DA ARIANNA MELONI E FRANCESCO FILINI, IL BRACCIO DESTRO DI FAZZOLARI IN COMMISSIONE VIGILANZA
È caccia al «traditore» in Rai, dopo che Paolo Petrecca ha accompagnato le sue dimissioni da
Rai Sport, con un post su Instagram, recante una citazione del Vangelo, alludendo al fatto di essere stato scaricato.
Chi lo ha incontrato ieri lo ha descritto furioso e incredulo: «Dopo tutto quello che ho fatto per loro! Non me lo merito…». Il fatto è che, a sentire le voci di corridoio quel profilo di apostolo infedele calza a parecchi.
Il primo indiziato è il suo mentore e massimo sponsor in Rai: l’amministratore delegato Giampaolo Rossi. A chi lo ha sentito, il manager avrebbe detto di essere stato accusato troppe volte di aver difeso Petrecca per finire ora tra i suoi nemici.
E in effetti qualcuno ricorda quando, davanti alla prospettiva di uno sciopero della redazione sportiva nel primo giorno di campionato, l’anno scorso, proclamato da un’assemblea inferocita, Rossi avrebbe mandato il direttore a parlare con i consiglieri di destra nel cda per ricavarne l’appoggio.
Petrecca riuscì nell’impresa, visto che il consiglio non lo dimissionò già sei mesi fa.
Ora però, dopo avergli chiesto un’assunzione di responsabilità, all’indomani della disastrosa telecronaca dei Giochi, anche Rossi deve aver gettato lo spugna.
Ma attenzione: all’ad spetterà decidere la ricollocazione di Petrecca (lui vorrebbe una direzione importante, come le Relazioni internazionali o istituzionali).
E forse dargli del traditore, sia pure tra le righe, non sarebbe prudente, visto che, dopo le dimissioni, l’ex direttore non può permetterselo.
Qualcuno dice che per individuare il profilo di chi ha scaricato Petrecca bisogna invece risalire lungo il filo che in Rai lega ogni vertice (nessuno escluso) a un partito.
E quello di Petrecca è Fratelli d’Italia, che tramite il capogruppo in Vigilanza, Francesco Filini, porta fino a Arianna Meloni.
Qui va ricordato che Petrecca, quando era direttore di RaiNews24, incurante delle critiche, ha assicurato un affaccio speciale nella rete alla premier e al partito. Malgrado ciò, all’ultima kermesse di Atreju non è stato invitato, il che ha fatto pensare che, passato a dirigere Rai Sport, fosse considerato poco decisivo
E se il «traditore» andasse cercato tra quei colleghi cui Petrecca ha assicurato un posto al sole a Rai Sport e che nell’ora più buia lo avrebbero lasciato solo?
Tra questi figurerebbe il vice Marco Lollobrigida, confermato nell’incarico da Petrecca, e ora nominato suo successore ad interim , e forse non solo.
L’indiziato negherebbe l’addebito, puntando il dito altrove. E qualche sospetto ricade anche su Paolo Maggioni, il conduttore della Domenica sportiva che Petrecca ha portato da RaiNews allo Sport, regalandogli la gloria del video. Maggioni sarebbe tra quelli che hanno ritirato le firme: una scelta però fatta da quasi tutti i giornalisti impegnati nei Giochi.
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
A DIMOSTRAZIONE DEL LIVELLO INTELLETTIVO DELL’ELETTORATO SOVRANISTA, MANCA ANCORA UN COMICO E UNA RAGAZZA PON PON E SIAMO AL COMPLETO
Se Fabrizio Corona scendesse in politica con un suo partito, alle elezioni prenderebbe più voti di Roberto Vannacci. È quanto emerge dall’ultimo sondaggio realizzato in esclusiva per Fanpage.it dall’Osservatorio Delphi e promosso da Piave Digital Agency. L’ex re dei paparazzi prenderebbe almeno il 4% contro il 3,8% del generale.
Cosa dice il sondaggio su Corona e Vannacc
Secondo l’Osservatorio, se Corona decidesse di fare il suo ingresso in politica, il 4% degli intervistati sarebbe “assolutamente” pronto a votarlo. Il 7% risponde
“probabilmente sì” mentre il resto si divide tra i contrari (in totale il 78%) e gli indecisi (l’11%).
Un aspetto da segnalare sicuramente è il confronto con Vannacci. L’appena costituito Futuro Nazionale prenderebbe meno voti rispetto a Corona: tra il 3,7% e il 3,8% a seconda che l’ex generale scelga di presentarsi col resto del centrodestra o con una lista autonoma.
L’elettore tipo di Corona
“Corona è leggermente più forte al Sud, ma parliamo di due o tre punti percentuali di differenza, non così marcata. Il suo elettore tipo è under 45, di centrodestra, libero professionista o studente; questi tratti emergono in modo piuttosto evidente”, spiega a Fanpage.it l’analista Gian Piero Travini.
Quanto all’elettore tipo dell’imprenditore “si tratta in tutti i casi di occupati, non di Neet o disoccupati. C’è un buon consenso anche tra le donne che fanno lavoro domestico, le ‘casalinghe’, diciamo. Se Corona tornasse ad avere un programma televisivo – prosegue – attiverebbe anche una parte degli over 60, quella parte dell’elettorato che è più attirata dal suo ruolo nel mondo del gossip. Adesso gli over 60 sono quasi del tutto assenti perché è scomparso dal mondo televisivo e in pochi lo seguono su Youtube o sugli altri social media. Il suo nome appare sui giornali, sì, in televisione se ne parla saltuariamente, ma non è una presenza così invasiva come quella online”, conclude.
I voti ai partiti
Passiamo ai consensi ai partiti. Piave delinea due ipotetici scenari che differiscono sulla base della presenza o meno di FnV nella coalizione di centrodestra. Nel caso di un’alleanza, Fratelli d’Italia risulterebbe al 28,2%; diversamente il 27,6%. Forza Italia prenderebbe l’8,1% con FnV dentro la coalizione, l’8,4% senza Vannacci. Non cambierebbe nulla per la Lega, ferma al 7,7%.
Nel centrosinistra, per il Pd cambierebbe poco: 21,9% con FnV alleato col centrodestra, 21,8% con FnV fuori. Stabili il Movimento 5 Stelle, al 13,8%, e Alleanza Verdi-Sinistra al 6,2%.
Azione oscilla tra il 2,6% e il 2,5%, seguita da Italia Viva, tra il 2,2% e il 2,1% e
+Europa, al 2,3% con Vannacci dentro il centrodestra, al 2% nel caso di una lista autonoma. Chiude Noi Moderati, tra l’1,1% e l’1%.
La discesa in campo di Marina Berlusconi
Il sondaggio si sofferma anche su un’ipotetica discesa in campo di Marina Berlusconi. Se la figlia dell’ex premier entrasse in politica prenderebbe il 4% (anche lei più di Vannacci). Il 14% degli intervistati dice che “probabilmente” la voterebbe, mentre il 18% “probabilmente no”. I contrari invece, sono il 38%, gli indecisi il 26%.
(da Fanpage)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
E L’AGENTE ORA RISULTA A LIBRO PAGA DEGLI SPACCIATORI
Ricapitoliamo, che è meglio.
Il 26 gennaio scorso un poliziotto, nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Rogoredo, uccide un uomo di 28 anni di nome Abderrahim Mansouri. A quanto dicono l’agente e altri quattro suoi colleghi testimoni oculari della vicenda, questo “presunto pusher” gli avrebbe puntato addosso un’arma da fuoco che poi si scopre essere a salve. A quel punto, il poliziotto gli avrebbe sparato all’altezza della tempia, uccidendolo.
La stessa sera, col cadavere ancora caldo, Matteo Salvini aveva tuonato che lui stava col poliziotto, “senza se e senza ma”. Che era uno scandalo fosse indagato per omicidio volontario, mentre ai manifestanti che avevano picchiato un poliziotto a Torino non fossero stati incriminati – giudici brutti e cattivi! – per tentato omicidio.
La Lega aveva addirittura iniziato una raccolta firme al grido di “io sto col poliziotto”, chiedendo a gran voce lo scudo penale per le forze dell’ordine.
Cioè, la presunzione di legittima difesa ogni volta che sparano a qualcuno. Cosa che puntualmente avviene il successivo 6 febbraio con l’approvazione dell’ennesimo decreto “sicurezza” – virgolette d’obbligo.
Tempo due settimane e scopriamo che in realtà Abderrahim Mansouri non avrebbe avuto in mano nessuna pistola. Che anzi, quella pistola pare che qualcuno l’abbia messa lì dopo l’omicidio, proprio per farlo sembrare un caso di legittima difesa.
Che i ventitré minuti passati dal momento dell’omicidio a quello della chiamata dei soccorsi siano serviti proprio per alterare la scena del crimine, simulando un’inesistente minaccia per il poliziotto, mentre Mansouri era a terra agonizzante.
E che le testimonianze dei quattro poliziotti colleghi del loro assistente capo che aveva sparato il colpo forse non erano così attendibili.
Ecco se questa storia fosse successa oggi, un giudice avrebbe potuto chiudere senza
problemi questa pratica senza nemmeno indagare, convinto si trattasse di legittima difesa.
Salvini avrebbe continuato a raccogliere soldi perché stava col poliziotto.
Il poliziotto sarebbe ancora libero e in servizio, senza indagini a suo carico.
E un uomo sarebbe morto uguale, ma senza ottenere giustizia, con lo stigma di essersela cercata.
Tutto questo, avrebbe la firma in calce di un governo che predica sicurezza ma solo sei italiano, che emana sentenze senza essere giudice e che strumentalizza la morte di un uomo per portare a casa una norma. Con il silenzio assenso (o quasi) di un’opinione pubblica e di un sistema dei media – e chi scrive non si sente assolto, sia chiaro – che quando a essere ucciso è uno straniero, in un parco di spaccio, dimentica il beneficio del dubbio.
Non sappiamo se Giorgia Meloni si riferisse a questo, quando diceva “basta lotta nel fango” tra politica e magistratura.
Forse no.
Ma in ogni caso, questo non è solo fango. È molto peggio.
E per quel che vale: scusaci tutti, Abderrahim. Anche da parte loro.
(da Fanpage)
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Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESPERTO: “IL SI’ HA RAGGIUNTO IL MASSIMO ATTUALE, PER VINCERE DEVE PORTARE ALLE URNE ALMENO IL 52%, C’E’ CHI STA CAMBIANDO IDEA”… “MELONI DEVE MOBILITARE TUTTO IL CENTRODESTRA SE VUOLE VINCERE, MA SE CONTINUA AD ATTACCARE I GIUDICI MOBILITA ANCORA DI PIU’ IL FRONTE OPPOSTO”… “OCCHIO A RENZI, HA LASCIATO LIBERTA’ DI VOTO, MA E’ UNO CHE SA PIAZZARE IL COLPO AL MOMENTO GIUSTO E SE DICE CHE BISOGNA VOTARE NO PER FAR SALTARE IL GOVERNO I SUOI LO SEGUONO”
Il referendum sulla giustizia sarà il principale appuntamento con il voto del 2026. Manca un mese all’apertura delle urne, il 22 e 23 marzo, e oggi tutti i sondaggi riportano una rimonta del No rispetto al Sì alla riforma della magistratura. L’osservatorio Delphi, in una rilevazione pubblicata da Fanpage.it, registra che il 51,5% degli italiani che sanno come schierarsi oggi voterebbe Sì, il 48,5% No. Resta però una grande percentuale (crescente) di indecisi.Cosa può succedere da qui alla data del referendum? Che effetto avrà l’affluenza sui risultati del voto? E come potrebbe muoversi Giorgia Meloni nelle prossime settimane per provare a garantire il successo del Sì? Ne abbiamo parlato con Gian Piero Travini, analista di Piave Digital Agency.
Perché il No al referendum sulla giustizia sta rimontando
È innegabile che nelle ultime settimane si sia vista una netta rimonta del No. Rispetto al sondaggio Delphi di novembre, l’interessamento al referendum è salito del 12% (ora coinvolge il 55% della popolazione) e il vantaggio del Sì è calato. Il motivo è principalmente che da allora “è partita la campagna elettorale del No”, mentre prima “erano mobilitati solo quelli veramente interessati alla tematica della riforma”. In questo periodo, la campagna del No “ha fatto aumentare l’attenzione, ha movimentato tutto l’elettorato di centrosinistra”. E con l’attenzione è arrivata la crescita nei sondaggi.
Soprattutto, come mostrano le rilevazioni, “sono aumentati i Non so”. Considerando tutti gli elettori, oggi ben il 34% dice di non sapere come voterà. “Con tutta probabilità, sono persone che votavano Sì e adesso non sanno come schierarsi”. È una conseguenza del fatto che il referendum sia diventato chiaramente politicizzato, con il governo da una parte e, soprattutto, l’opposizione dall’altra: “In quel Non so c’è una parte di elettorato progressista che vorrebbe la separazione delle carriere, ma non vuole aiutare il centrodestra”.
Nel campo del Sì, invece, “tutti quelli che potevano essere mobilitati lo sono. Questo è il principale punto debole della campagna del Sì al momento”. L’obiettivo del centrodestra, quindi, deve essere “riuscire a far interessare anche quelli che non sono interessati in questo momento, e che andrebbero a votare solo per scopo politico. È una missione complessa”.
Cosa aspettarsi dai prossimi sondaggi sul referendum
Il dato chiave, quindi, è che molti elettori che prima pensavano di votare Sì ora sono diventati indecisi. Secondo Travini, però, è fisiologico che almeno una parte di questi tornerà a convincersi della sua idea iniziale: “Nei prossimi giorni il Sì dovrebbe guadagnare nuovamente terreno”.
Attenzione, però: “Se non va così, allora il No ha delle serie possibilità di farcela”. Significherebbe che gli indecisi restano tali e che il Sì non riesce ad attirare nuovi consensi. Se invece dovessimo vedere il vantaggio che torna nuovamente ad allargarsi, “diventa più difficile invertire la tendenza una seconda volta per la
campagna del No. Ce l’hanno già fatta una volta, ma non credo ci sia margine per una seconda ‘spallata’”.
Che effetto avrà l’affluenza sul risultato finale
“È uno di quei casi in cui l’affluenza è veramente determinante”, ha detto Travini. Il motivo è semplice: “Se Giorgia Meloni riesce a portare tutto l’elettorato di centrodestra a votare per il referendum, per il No non c’è speranza. Lo dice la matematica”. Il motivo è che i sostenitori della destra sono abbastanza compatti a sostenere la riforma mentre nell’opposizione ci sono opinioni diverse: “Anche solo sommando l’elettorato di centrodestra a quello di Azione, per esempio, che è già schierato sul Sì, il No perde”.
Secondo l’analista, c’è una soglia massima sopra la quale il fronte del Sì avrebbe la vittoria: “Oltre il 51,8-52% di affluenza, diventa quasi impossibile il successo del No”. Il calcolo si spiega così: “Finora il centrosinistra ha cercato di convincere tutti coloro che votarono Sì al referendum dell’anno scorso, quello sul lavoro e sulla cittadinanza, a tornare a votare. Si tratta di circa 10-13 milioni di elettori. Perché quel gruppo sia una maggioranza, l’affluenza non può superare il 52%. Altrimenti significherebbe che in tanti nel centrodestra sono andati a votare””.
Cosa deve fare Giorgia Meloni: le opzioni per ‘scendere in campo’
Di fronte a tutto questo – il No in crescita grazie alla politicizzazione del voto, un elettorato di centrosinistra mobilitato, un fronte del Sì che sembra avere pochi margini di crescita – resta molto importante capire come deciderà di muoversi Giorgia Meloni. Per Travini, la presidente del Consiglio ha di fronte “un’impresa abbastanza titanica”.
Innanzitutto, potrebbe essere obbligata a “intestarsi il referendum, farlo diventare un voto su di lei, cosa che finora ha sempre rifiutato di fare”. Molti hanno notato che negli ultimi giorni sono arrivati diversi attacchi di Meloni alla magistratura e hanno fatto un immediato collegamento con il referendum. Travini, però, sottolinea che in questi discorsi la leader di FdI “non ha mai fatto riferimenti espliciti al referendum. A differenza, per esempio, di Forza Italia e la Lega”, che stanno sfruttando apertamente i casi di cronaca per invitare a votare Sì.
Fratelli d’Italia finora “ha attaccato i giudici – basta vedere le dichiarazioni di Nordio – ma senza collegarsi al referendum. Sembra che così cerchi di portare al voto tutti gli ‘estremisti’, quelli che voteranno ‘di pancia’ per ostilità verso la magistratura”
Il problema è che questa parte di elettorato potrebbe non bastare. Bisogna mobilitarne un’altra, portare alle urne tutto l’elettorato di centrodestra. Secondo l’analista, Meloni aspetterà “che siano finite le Olimpiadi e soprattutto Sanremo, quando non ci sarà un un argomento polarizzante a livello nazionale. A quel punto avrà una ventina di giorni giorni dove spiegare perché bisogna andare a votare Sì al referendum”.
Se attaccare ‘di pancia’ non basta, però, come fare? “Potrebbe usare motivazioni diverse, più approfondite”, ma “nella comunicazione politica, più cerchi di spiegare una cosa, più è difficile che venga capita, soprattutto su una materia tecnica come questa”. L’alternativa è cercare un’impostazione del tutto diversa: “Ad esempio quella del ‘voto politico’ per non ‘far decidere la sinistra nei processi’, magari puntando sulla lotta all’immigrazione dopo l’ultima sentenza del Tribunale di Palermo sul caso Sea Watch. Insomma, una linea che parli agli elettori di centrodestra non direttamente interessati dalla questione della magistratura”. Sarà difficile, ma se Meloni dovesse riuscirsi “diventerà molto complicato per il centrosinistra”.
Un’altra figura che potrebbe influenzare il risultato è Matteo Renzi. Il leader di Italia viva non si è ancora espresso sul referendum, ufficialmente ha dato libertà di voto ai suoi e si è riservato di rendere pubblica la sua posizione a pochi giorni dal referendum. “Tendenzialmente il suo è un elettorato progressista molto simile a quello di Azione, che quindi potrebbe sostenere la riforma costituzionale”, ma “sicuramente se lui si esprime, l’elettorato di Italia Viva lo seguirà: è fortemente polarizzato su di lui”. Potrebbe anche “scegliere di non esprimersi, alla fine, per non rischiare con la sua dichiarazione di voto di far cambiare idea a chi già ha deciso di votare No. Solitamente la piccola spallata dell’ultimo minuto Renzi la piazza bene. Bisogna vedere come la vuole piazzare e se la vuole piazzare, magari limitandosi solo a dire come cambierebbe lo scenario politico futuro in caso di sconfitta di Meloni”.
Che effetto ha la politicizzazione del referendum
L’elettorato non apprezza che il referendum sia diventato un tema in gran parte politico. Ben il 60% ritiene che ormai si sia trasformato in uno scontro governo-opposizione, per il 50% degli elettori è una cosa dannosa oppure che crea confusione. A ritenerla utile è soprattutto l’elettorato di Forza Italia e Lega
Il Partito democratico è diviso: per il 50% la politicizzazione è inutile o dannosa, per il 30% è utile. Secondo Travini, comunque, “non è un fattore che influenzerà la decisione sul voto”: anche chi ritiene sbagliato trasformare il referendum in uno scontro politico, alla fine, probabilmente voterà seguendo la linea del proprio partito di riferimento.
Il problema potrebbe arrivare dopo: una campagna di comunicazione molto polarizzante come quella portata avanti dal Pd “può creare problematiche di affiliazione elettorale, nel breve. Soprattutto in caso di esito negativo. Ad esempio, “una parte dell’elettorato over 55 e moderato potrebbe perdere un po’ di stima nei confronti della comunicazione aggressiva che il Partito democratico ha portato avanti. Al contrario, magari una parte di quello più giovane ci si avvicina attivamente”.
Secondo l’analista, i democratici hanno comunque fatto una scelta giusta, o perlomeno sensata: “Il Pd deve provare a uscire da schemi di comunicazione vecchi, incentrati sull’essere moderati a qualunque costo e non scontentare nessuno, se vuole trovare nuove basi elettorali. Ha funzionato per Salvini, che quando partì con la ‘Bestia’ era al 6,15%, e per Meloni che era al 3,67% quando ha iniziato a usare Twitter in maniera sistematica (era il 2014). Chiaramente per il Pd, che parte da una base molto più ampia, c’è il rischio di perdere qualcuno. Ma si può considerare un investimento sul futuro”.
(da Fanpage)
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