Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
È VISTO COME L’UOMO CHE PUÒ BATTERE LO SPAURACCHIO-FARAGE MA CHE SPAVENTA I MERCATI – LA CITY LO CONSIDERA IL PEGGIOR CANDIDATO POSSIBILE ALLA SUCCESSIONE DI STARMER PERCHÉ BURNHAM HA DETTO CHE INTENDE ROMPERE LE REGOLE DI BILANCIO E FARE PIÙ DEBITO PER FINANZIARE LA SPESA PUBBLICA
Tutti lo chiamano il «re del Nord» e il suo credo – da lui stesso coniato – è il
«manchesterismo». Ma soprattutto Andy Burnham, sindaco di Manchester, da pochi giorni eletto al Parlamento di Westminster, è ormai il primo ministro in pectore del Regno Unito.
A catapultarlo verso Downing Street – dopo le dimissioni di Starmer – è stata una vittoria a valanga, quella delle suppletive nel seggio di Makerfield, contro il candidato di Reform, il partito populista di Nigel Farage: «Questa è l’ultima chance
per il cambiamento – aveva ammonito il neo-eletto – non ce ne sarà una seconda». Il messaggio-chiave che arrivava dalle urne era chiaro: Burnham è l’uomo in grado di battere Farage, che i sondaggi danno tuttora in testa se si tenessero oggi le elezioni politiche generali.
Ma che premier sarebbe il sindaco di Manchester, il settimo capo del governo a Londra dopo il referendum per la Brexit di dieci anni fa? Lui è sicuramente un grande comunicatore e l’unico politico genuinamente popolare in Gran Bretagna, forte del successo riscosso nel promuovere la rinascita della sua città: ma le sue intenzioni politiche restano assai vaghe.
La barzelletta che circola a Londra è la seguente: «Un blairiano, un browniano e un corbyniano entrano in un pub. Il barista dice: ‘Andy, cosa ti servo?’». Come a dire che Burnham non ha nessuna convinzione propria, ma sposa le idee che più gli convengono al momento.
Di certo è visto come uno spauracchio dai mercati: già lo scorso autunno, quando aveva reso pubbliche le sue ambizioni da premier, dichiarando improvvidamente che la Gran Bretagna non deve sentirsi «in pegno ai mercati obbligazionari», aveva fatto affondare la sterlina e schizzare in alto lo spread.
La City lo considera pertanto il peggior candidato possibile alla successione di Starmer: non a caso la valuta britannica è immediatamente scesa, dopo le dimissioni dell’attuale premier. E questo perché Burnham ha detto che intende rompere le regole di bilancio e fare più debito per finanziare la spesa pubblica: con Londra sorvegliata speciale sui mercati a causa degli alti livelli di deficit e debito pubblico, non è il miglior viatico per la stabilità.
La filosofia del «manchesterismo» include anche nazionalizzazioni, aumento delle tasse, abolizione della Camera dei Lord, instaurazione del sistema proporzionale e riavvicinamento alla Ue più deciso di quanto non abbia fatto finora Starmer.
A favore di Burnham gioca comunque un lungo apprendistato: figlio di un tecnico telefonico e di una centralinista, laureato in Lettere a Cambridge, era entrato nel partito laburista a 15 anni sull’onda degli scioperi dei minatori contro Margaret Thatcher e dal 1997 aveva ricoperto una serie di ruoli minori nei governi di Tony Blair, fino a essere nominato ministro della Sanità da Gordon Brown nel 2009.
Già nel 2010 si era candidato una prima volta, senza successo, alla leadership laburista e poi, sotto la guida di Ed Miliband, era stato ministro-ombra per la Cultura e per la Sanità. Di nuovo nel 2015 aveva lanciato la scalata al partito, arrivando fino allo spareggio contro Jeremy Corbyn (e perdendo di nuovo). Con il leader di ultra sinistra era stato ministro-ombra degli Interni, fino a conquistare nel 2017 la poltrona di sindaco di Manchester, vincendo a mani basse con una maggioranza del 63%. Rieletto due volte, nel 2021 e nel 2024, è chiamato ora alla sfida della sua vita, quella «marcia su Londra» che da re del Nord deve portarlo alla guida del Paese.
Molta attenzione, da parte dei media britannici, è dedicata alla sua formazione cattolica: lui ha ereditato la fede di Roma dalla madre Eileen, che era di origine irlandese, è stato educato in una scuola religiosa e da ragazzo faceva il chierichetto a messa. Lo stesso Burnham ha detto che le istituzioni che lo hanno forgiato sono la squadra di calcio dell’Everton, il partito laburista e la Chiesa cattolica: «In quest’ordine». Ma così sarebbe non solo il primo premier tifoso della squadra di Liverpool, bensì anche il primo cattolico a pieno titolo.
La sua militanza politica a sinistra, iniziata sin da adolescente, è in diretta continuità con i suoi valori religiosi, improntati alla solidarietà: la sua fonte di ispirazione è la Rerum Novarum, l’enciclica di Leone XIII che stabilì la dottrina sociale della Chiesa, e non a caso Burnham era un ammiratore di papa Francesco, al quale regalò una maglietta del Manchester United in occasione di una visita in Vaticano. Ma il cattolicesimo di Burnham è più un fatto culturale che non dogmatico: lui ormai non va molto a messa e ha posizioni liberali sui diritti gay e sui temi della sessualità.
Perfino la sua appartenenza geografica è dubbia: Burnham è nato a Liverpool (da qui il sostegno all’Everton), ma si considera altrettanto mancuniano (ossia di Manchester), città di cui è diventato sindaco nel 2017. Un espediente tanto più utile, visto che il seggio di Makerfield, dove è stato eletto, è a metà strada fra i due centri del Nord. E così prima della suppletiva si era detto a favore del rientro di Londra
nella Ue: ma poi ha fatto marcia indietro, dato che quella circoscrizione è piena di fautori della Brexit.
(da Corriere della Sera)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
E SONO IN MOLTI A NUTRIRE DEI DUBBI SULL’INTESA RAGGIUNTA CON GLI AYATOLLAH: PER IL 79% L’ACCORDO NON PORTERA’ ALL’ASCESA DI UNA NUOVA LEADERSHIP FILO-OCCIDENTALE A TEHERAN E QUASI NESSUNO CREDE ALLA FAVOLA DEL PROGRAMMA NUCLEARE STOPPATO
Il 78% degli americani ritiene che gli Stati Uniti debbano porre fine subito alla guerra con l’Iran, ma una conclusione in questa fase porta con sé anche la convinzione che l’impegno statunitense non abbia raggiunto gli obiettivi strategici o economici prefissati e che non abbia giustificato i costi sostenuti.
Lo rivela un sondaggio Cbs News/YouGov, secondo cui, inoltre, per il 79% degli intervistati l’intesa non porterà all’ascesa di una nuova leadership filo-occidentale a Teheran.
E la maggior parte (il 69%) ritiene improbabile che il programma nucleare iraniano sia stato fermato in modo definitivo o che l’Iran smetta di minacciare i Paesi vicini. Riguardo l’accordo raggiunto dall’amministrazione di Donald Trump con l’Iran, il 41% pensa che porti eguali benefici per entrambe le parti, mentre il 37% crede che sia migliore per Teheran, e solo il 22% per Washington.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA FESTA DELLA LEGA A CARONNO VARESINO
Dopo tre giorni di festa a Caronno Varesino, col grande finale della premiazione dopo il
torneodi calcio balilla, si smobilita: tavole, panche, bandiere, manifesti. Ma non la Lega, assicurano qui, perché anzi, «la Lega vera sta tornando».
Qualche leghista nelle prime votazioni scrisse il suo nome — durante la prima serata, venerdì, aveva intonato il Va’ pensiero, quello che voleva essere l’inno padano dell’indipendenza.
Sotto i tendoni dell’area festa hanno appiccicato le foto di Umberto Bossi sorridente col sigaro e lo slogan storico “né neri né rossi ma liberi con Bossi”: negli ultimi anni di sbornia sovranista e alleanze con estremisti di destra italiani e di mezza Europa quel grido era finito in soffitta.
Ora invece ritornano gli slogan contro “Roma ladrona” (…”la Lega non perdona”), le tovaglie verdi come le camicie di un tempo, gli striscioni con il Sole delle Alpi, le vecchie bandiere dei Giovani padani, i quali adesso si chiamano Lega giovani, faranno la loro festa nazionale a Milano Marittima il prossimo weekend (tra gli ospiti di onore anche Gio Urso, influencer famoso per osannare i ricchi e l’ostentazione del lusso, tra neologismi tipo fatturage e chiavage).
Il vintage è anche una scelta forzata e chissà se non fuori tempo massimo: con la concorrenza di Fn sul terreno nazionalista, serve tornare alle origini. Il segretario della Lega Lombarda Massimiliano Romeo lo va ripetendo nei suoi comizi sul territorio, lo ha fatto in provincia di Bergamo la settimana scorsa, idem qui nel varesotto. L’autonomia prima di tutto.
Un anno fa al congresso di Firenze si puntò su Elon Musk, sul rapporto con Donald Trump, con Viktor Orbán, si consegnò tessera e vicesegreteria, unico pacchetto, a Vannacci. Com’è andata a finire questa strategia è sotto gli occhi di tutti.
«La nostra Lega — riflette Manuela Maffioli, la deputata subentrata a Bossi dopo la sua morte, ex vicesindaca di Busto Arsizio — sono i volontari, i militanti, ma soprattutto la voglia di stare uniti e tenere duro, anche nei momenti meno facili». Questione di sopravvivenza.
(da Repubblica)
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Giugno 23rd, 2026 Riccardo Fucile
LA RESA DEI CONTI ARRIVERÀ IL PROSSIMO 20 SETTEMBRE, SUL PRATONE DI PONTIDA
Salvini, per la prima volta il partito del vostro ex Vannacci vi ha superato nei sondaggi di YouTrend. Che Pontida sta organizzando per rilanciare la Lega? «Non rispondo, queste sono solo fantasie. Poi i conti li faremo in cabina elettorale», risponde il leader al gazebo di San Babila, madido per i 40 gradi alle «primarie» per la scelta del candidato sindaco di Milano. Ma il problema, per Salvini, è che queste non sono «fantasie», bensì numeri.
Attilio Fontana e Massimiliano Fedriga, rispettivamente governatori di Lombardia e Friuli-Venezia Giulia, assieme al campione di preferenze Luca Zaia, «doge» leghista del Veneto, sono sempre più preoccupati.
Sul calendario c’è un doppio cerchio rosso sul 20 settembre.
Perché la resa dei conti potrebbe arrivare proprio nel pratone di Pontida, storico appuntamento leghista. «Senza una scossa finiamo al 3%», è il ragionamento.
Ancora nessuno di loro ha però chiesto esplicitamente un passo indietro del «capo». Dietro questo attendismo non c’è solo la volontà di evitare azzardi politici, ma una questione meramente pratica, che rende molto complesso il cambio di leader con un «putsch».
Salvini — nel gennaio 2025, poco prima del congresso dell’aprile successivo che lo riconfermò segretario per acclamazione — ha infatti registrato a suo nome tutti i simboli e loghi leghisti, compreso quello con Alberto da Giussano. Insomma: legalmente la Lega è di «sua proprietà» e chi vorrà sfidarlo dovrà trovare un accordo con lui.
Una prospettiva, specie con Futuro nazionale in costante ascesa, che oltre a preoccupare i governatori «nordisti» sta innescando proteste a ripetizione anche nel popolo leghista, con striscioni di questo tenore: «Salvini grazie. Ma Zaia segretario ora».
La bocca dell’ex governatore del Veneto resta, per ora, cucita. Il primo confronto della «cabina di regia» è fissato per oggi, con Salvini e una decina di big, però sarà solo una riunione online. Ma i conti, nei partiti, si regolano di persona.
Il primo appuntamento è stato fissato da Salvini per il 4-5 luglio a Mogliano Veneto, con un grande «ritiro» programmatico. Ma potrebbe saltare: troppo alte le possibilità che il segretario venga contestato pubblicamente. «Matteo deve pensare al Nord», è il refrain dei militanti storici, che, specie in Veneto, sono preoccupati dal numero di Comitati Vannacci che si stanno radicando sul territorio, anche nei centri più piccoli: «Il generale ci sta portando via la nostra gente».
Perché senza una scossa, il blocco «anti Salvini» si è dato appunto come scadenza quella del 20 settembre. Senza svolte, una resa dei conti appare sempre più probabile. Perché dopo, già in piena campagna elettorale, sarebbe troppo tardi per mettere in pista un nuovo leader. E se lo scettro toccasse a Zaia, per l’ala sovranista oggi al potere si annuncerebbe un repulisti.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
DIFFICILE RICOMPORRE IL QUADRO: A DESTRA L’INTESA ANCORA NON C’È E SI MOLTIPLICANO I CANDIDATI. L’ULTIMO È IL FORZISTA PIETRO TATARELLA, GRADITO A UN PEZZO DEI FRATELLINI D’ITALIA MA NON A LA RUSSA, CHE HA PROPOSTO MAURIZIO LUPI
Tutti da La Russa, per trovare la quadra su Milano. Dopo la gazebata leghista, con primarie di
partito per lanciare Matteo Salvini e Silvia Sardonenel weekend, il centrodestra si riunisce per provare a risolvere il tetris del candidato sindaco del post Sala.
L’appuntamento è fissato per domani, intorno all’ora di pranzo a Palazzo Giustiniani, sede istituzionale della seconda carica dello Stato. Attesi tutti i big che stanno seguendo la partita meneghina, da Armando Siri e Alessandro Morelli per la Lega a Daniela Santanchè sempre in quota FdI, Alessandro Sorte per FI (forse anche Letizia Moratti), Alessandro Colucci per Noi Moderati.
Difficile ricomporre rapidamente il quadro, a destra l’intesa ancora non c’è, mentre si moltiplicano i candidati. L’ultimo è Pietro Tatarella, gradito a un pezzo di Fratelli d’Italia (ma La Russa non si è ancora espresso).
Classe 1983, milanese di Baggio, a lungo consigliere comunale per FI, imprenditore nel settore falegnameria, è noto per una lunga battaglia giudiziaria, terminata da poco con l’assoluzione piena.
Fu accusato di finanziamento illecito e corruzione, addirittura contatti con la ‘ndrangheta. All’esito dei processi, quasi sette anni dopo l’arresto, per il centrodestra è assurto a simbolo della malagiustizia. Ora la discesa in campo.
L’annuncio è in programma domattina, alle 12, con una conferenza stampa. È il nome buono per unire il centrodestra? Calma, predica l’ala larussiana di FdI, che a Milano conta eccome e che da mesi preme per candidare il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi.
FI vorrebbe un civico, si è fatto il nome di Carlo Cottarelli, gradito ad Azione,
mentre Paolo Berlusconi ha lanciato Guido Bertolaso.
Mentre la Lega ha caldeggiato a lungo l’ipotesi di un civico, una manager della sanità, ma poi nelle primarie ha fatto votare agli iscritti Salvini e Sardone.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
COME LUI LA SOLITA AMMUCCHIATA DI RAGAZZI PON-PON DEL PUTINISMO: DA TRAVAGLIO A PAGLIARULO, DA CARACCIOLO A MONTANARI E A QUEL CANE DA RIPORTO (IL SUO) DI ALESSANDRO ORSINI
L’Ucraina, senza più il sostegno di Trump, ma anche senza il braccio legato dietro alla schiena da Biden, porta i droni della sua difesa fin dentro Mosca. Dopo oltre quattro anni resiste e contrattacca. Putin annaspa.]Ma quanti, in Italia, non ci credevano e non ci credono ancora?
Matteo Salvini è quello della prima ora, con tanto di medaglietta appuntata al petto dalla portavoce del ministro degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Se Hitler e Napoleone non sono riusciti a mettere in ginocchio la Russia, è improbabile che Macron, Starmer e Merz abbiano successo»
Gianfranco Pagliarulo ha spaccato l’Anpi: «È sbagliato parlare di Resistenza europea contro la Russia. Questa storia del nemico alle porte è assurda».
Vito Petrocelli, all’epoca presidente della commissione Esteri del Senato, poi cacciato dai Cinque Stelle: «Auguri per il 25 aprile e per la festa della LiberaZione». Con la zeta maiuscola, il marchio usato dall’esercito russo per l’invasione.
Lucio Caracciolo, direttore di Limes: «Militarmente l’Ucraina ha perso la guerra, lo sanno benissimo gli ucraini». Marco Tarquinio e Cecilia Strada sono critici sulle armi e Giuseppe Conte vota no: «L’Europa ha fallito completamente la strategia, la Russia non è affatto isolata».
Marco Travaglio: «Con il piano di pace di Trump, Zelensky può scegliere solo tra una sconfitta ora o una disfatta totale fra un anno».
Tomaso Montanari: «Questa guerra non può essere vinta dagli ucraini». Elena Basile: «Zelensky, se oggi si facessero le elezioni, sarebbe cacciato a pedate». Il generalissimo in vestaglia, Roberto Vannacci, fan di Putin: «È una follia, io voto a
Bruxelles e l’ho sempre fatto con coerenza per smettere di dare armi e fondi all’Ucraina».
Alessandro Orsini: «La guerra, per Zelensky, è diventata fonte di vita, dopo che Putin, strappando all’Ucraina la parte migliore di sé stessa, l’ha ridotta a dipendere dalla beneficenza dei governi stranieri».
Enzo Ghinazzi, in arte Pupo, orgoglioso della sua partecipazione al Festival russo: «In Ucraina mi hanno indicato come indesiderato, io non mi fermerò. Chiederei la cittadinanza russa». Francesco Totti a Mosca: «Sono onorato di essere qui». Al Bano: «Vado in Russia, hanno bisogno di me».
Pietrangelo Buttafuoco, con la sua Biennale, la spunta in punto di diritto contro il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il governo tutto, il padiglione di Mosca c’è e fare di Venezia la capitale europea della lotta all’oppressore non è affare suo.
Vincenzo De Luca dribbla sul fatto che Valery Gergiev sia un noto fiancheggiatore di Putin e invita il direttore d’orchestra alla reggia di Caserta. Tanti imprenditori pensano che se ci sono falle nelle sanzioni è cosa buona e giusta approfittarne.
Massimo D’Alema: «L’espansione della Nato ha alimentato il nazionalismo che ha portato all’invasione dell’Ucraina».
Matteo Salvini non si batte: «Basta soldi all’Ucraina, se servono a pagare mignotte e ville all’estero». «Sono convinto che la guerra Russia-Ucraina finirà presto, ma grazie a Trump, non all’Europa». «Ci sono zone storicamente russe, e appartengono legittimamente alla federazione russa». A Zelensky: «Amico mio, stai perdendo la guerra, devi scegliere tra sconfitta e disfatta».
A Macron: «A Milano si direbbe: Taches al tram . Vacci tu, se vuoi. Ti metti il caschetto, il giubbetto, prendi il fucile e vai in Ucraina».
Basta?
(da il Corriere della Sera)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’UOMO HA SPORTO DENUNCIA: “STAVO ANDANDO A BERE ALLA FONTANELLA. DAVANTI AI VIGILI URBANI MI HA SPRUZZATO CON LO SPRAY” … L 30ENNE SENEGALESE SI TROVA IN ITALIA CON UN REGOLARE PERMESSO DI SOGGIORNO
Un blitz a sfondo razzista con una pistola spray al peperoncino: “Mi gridava ancora c’è un
africano qui? Torna a casa tua”. Protagonista è il personal trainer Simone Carabella, influencer del degrado, che si sarebbe scagliato senza un reale motivo contro un ambulante senegalese di 30 anni a Borgo Sant’Angelo.
La vittima, difesa dall’avvocato Giovanni Tripodi, è stata medicata con due giorni di prognosi all’ospedale Santo Spirito, poi ha sporto denuncia al comando di polizia locale del gruppo Prati, che ora indaga sulla vicenda.
La storia risale al 19 giugno. “Stavo andando a bere alla fontanella”, racconta il 30enne nella sua denuncia, in cui ricostruisce il momento in cui viene avvicinato da un uomo che, mentre lo riprendeva con il telefono, lo insultava. È Simone Carabella, che dopo aver tentato la carriera politica con Pd, Lega e Fratelli d’Italia, ora si dà da fare come giustiziere social.
Nella denuncia sono annotate tutte le offese ricevute: “Ancora c’è un africano qua?”, “vai a casa tua”, “tu che fai qua?”. Minacce che fanno subito degenerare la situazione. “Io rispondevo dicendo che non mi doveva riprendere e quando ho alzato la mano per coprire la telecamera, l’uomo ha estratto dalla propria auto parcheggiata un blocco nero molto simile ad una pistola. Spaventato anche io ho iniziato a riprendere con il mio cellulare”.
Intorno alle 11:15, l’ambulante ferma la polizia locale e racconta l’accaduto. È a questo punto che scatta la presunta aggressione: “Mi sono avvicinato per dirgli di smettere di riprendermi e lui mi ha spruzzato lo spray al peperoncino sul viso e sulla maglietta davanti alla municipale”
L’ambulante, non ha precedenti penali ed è titolare di un regolare permesso di soggiorno
(da Repubblica)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA GIORNALISTA SALENTINA… DENUNCIALI, VEDRAI CHE IN TRIBUNALE STRISCIANO COME VERMI
L’hanno invitata a tornare “a lavare i piatti”, le hanno detto che “è bella ma ignorante”, riservandole poi una serie di altre frasi irriferibili. Maria Teresa Giaffreda, giornalista salentina, collaboratrice di Quotidiano di Puglia, ha pubblicato un video di critica a Roberto Vannacci e si è ritrovata sommersa da una valanga di insulti sessisti.
Tutto è partito da un’analisi social che Giaffreda ha dedicato all’ex generale ed eurodeputato, descritto come un “semplificatore”, che ha cavalcato con il suo estremismo un malessere sociale già esistente, “intercettato attraverso un programma politico che – a giudizio della giornalista – è senza alcun fondamento” e “riduce tutto ai gay e ai migranti”. Una disamina che ha raccolto migliaia di visualizzazioni, ma che ha anche scatenato una reazione violenta da parte di una fetta della platea social.
A raccontare l’episodio è la stessa Giaffreda, in un post nel quale distingue nettamente il dissenso politico dalle aggressioni personali. “Il mio video ha sollevato un polverone – dice – e non solo per le visualizzazioni ma soprattutto per i messaggi d’odio che ho ricevuto”. Precisa subito di non voler generalizzare: “Non mi riferisco alle offese generiche, di quelle ne ho ricevute a fiumi ma francamente non mi toccano, e non si tratta neanche di chi ha idee politiche diverse dalle mie. Il sano confronto è sempre ben accetto”. Il punto, spiega, è un altro: “Si tratta invece di minacce e messaggi sessisti legati al mio aspetto fisico e al mio essere donna in quanto tale”.
C’è chi le ha scritto che ha “una bellissima bocca” precisando che “non è maschilismo, è una constatazione”. C’è chi l’ha liquidata con un secco “sei solo una bella donna… poi niente”. E c’è chi le ha intimato di “andare a lavare i piatti”, sostenendo che “la politica non è per te”. Non manca chi mette in discussione il suo stesso diritto a esprimere opinioni su temi politici, con frasi come “ma come può parlare di Vannacci una come questa”.
Giaffreda collega l’accaduto a un tema più ampio: quello della tutela delle donne, anche alla luce delle posizioni dello stesso Vannacci su quote rosa e femminicidio, “passi avanti a tutela delle donne che lui vorrebbe cancellare con un colpo di spugna”. Da qui l’invito a una riflessione collettiva: “Se lo stesso video lo avesse realizzato un giornalista uomo, non avrebbe mai ricevuto contenuti ostili di questo tipo”. E conclude: “Noi donne abbiamo fortemente bisogno di un assetto giuridico, su più fronti, che ci tuteli da ogni forma di violenza”.
(da agenzie)
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Giugno 22nd, 2026 Riccardo Fucile
OGGI IL TAVOLO DI COORDINAMENTO DEI TERRITORI, PENSATO DAL VICEPREMIER PER RICOMPATTARE IL PARTITO
«Adoro la democrazia e il confronto con chi non la pensa come me». Matteo Salvini liquida
così gli striscioni comparsi in alcune città a sostegno di Luca Zaia segretario della Lega. E, nello stesso passaggio, ribadisce di non avere alcuna intenzione di farsi da parte: «I militanti mi hanno chiesto l’anno scorso di lavorare per altri quattro anni e questo farò».
Quanto agli autori dei manifesti, il leader del Carroccio scherza: «Non lo so, mica faccio l’ispettore Derrick».
Dovrebbe essere infatti quello di Massimiliano Fedriga il primo nome della nuova fase leghista. Nel tardo pomeriggio di oggi, alla riunione inaugurale del Tavolo di coordinamento dei territori che si terrà online, Salvini dovrebbe chiedere ufficialmente al presidente del Friuli Venezia Giulia di assumerne la guida e diventare il punto di riferimento dell’organismo chiamato a mettere in rete sindaci, governatori e amministratori del Carroccio.
Una scelta che vale più di una semplice nomina organizzativa. Arriva infatti in un momento in cui il leader della Lega prova a tenere insieme una classe dirigente attraversata da sensibilità differenti, tra i governatori del Nord e gli esponenti della Lega nazionale e sovranista, in una fase segnata dalla rottura con Roberto Vannacci e dal sorpasso di Futuro Nazionale nei sondaggi.
Non è un caso che proprio alla vigilia del debutto del nuovo organismo Salvini abbia affidato ai militanti un messaggio dal sapore quasi programmatico. Nella newsletter domenicale inviata agli iscritti, il segretario ha contrapposto il lavoro sui territori alle indiscrezioni sulle tensioni interne, rivendicando la necessità di «ascoltare cittadini e amministratori, costruire soluzioni e lavorare per il bene del Paese».
Puntare su Fedriga, che sabato dalla provincia di Udine ha evitato di alimentare le polemiche interne, rappresenta anche un segnale a Zaia. Mentre l’ex governatore veneto continua a sostenere una riforma dello statuto in chiave federale, su
modello dell’alleanza tra Csu e Cdu in Germania, Salvini sceglie di rafforzare il peso dei governatori senza mettere mano all’architettura del partito.
(da agenzie)
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