CASO LASSINI: PER BERLUSCONI “MEGLIO SE RIMANEVA AL SUO POSTO”
D’ALTRONDE LASSINI NON AVEVA CHE RIPETUTO IL CONCETTO DI “BRIGATISMO GIUDIZIARIO” A LUI CARO, DIVENTANDO DI FATTO IL SUO MANDANTE MORALE… BOSSI AVVERTE: “TROPPI ERRORI, COSI’ IL GOVERNO CADE”
“Quel Lassini avrebbe fatto bene a non dimettersi, fosse dipeso da me…”. 
Chi entra ed esce da Palazzo Grazioli e ascolta il presidente del Consiglio ringrazia il cielo che non ripeta in pubblico cosa ne pensi di tutta questa storia. Dei manifesti di Milano.
Di chi lo difende “e finisce sulla graticola”.
E del monito senza precedenti del presidente della Repubblica Napolitano.
Ecco, non è un caso se su quella lettera dai toni assai ultimativi il Cavaliere ha fatto calare una cappa di silenzio, fanno notare i più fidati consiglieri.
“Il capo dello Stato è stato prontissimo a bollare come ignobile provocazione i manifesti sulla procura – tuona Berlusconi al cospetto di ministri e avvocati – ma nessuno si è sognato di intervenire o di aprire un’indagine su Asor Rosa che ha progettato un golpe sulla prima pagina di un giornale”.
D’altronde, per capire gli umori di Palazzo Chigi è bastato ascoltare i toni della filippica di Giuliano Ferrara a “Radio Londra” ieri sera, dedicata al “gentile presidente della Repubblica: lei non può ignorare…” e giù con “golpe”, “eversori” e tutto l’armamentario antigiudici già sfoderato dal premier nel week end.
Ha evitato di aggiungere dell’altro, il Cavaliere.
Ma certo non si pente di quanto detto.
Eppure, ieri per la prima volta la Lega ha preso pubblicamente le distanze su questo modo di gestire i rapporti col Quirinale ma soprattutto sulla piega che ha preso la campagna elettorale a Milano.
Lo ha fatto, con l’apprezzamento del capogruppo Marco Reguzzoni alle parole di Napolitano.
Bossi non vede nè sente Berlusconi da parecchi giorni. Le cose a sentire il Senatur non vanno come dovrebbero.
La decisione del premier di investire tutta la campagna milanese sul nodo giustizia e sui processi personali dell’imputato Berlusconi non piace affatto in via Bellerio.
Oltre a essere considerato un rischio, alla luce dei sondaggi che non offrono alcuna garanzia di un successo della Moratti.
Bossi ai suoi lo ripete con tono grave da qualche giorno: “Se vince Pisapia a Milano, noi apriamo la crisi”.
E il Carroccio è già in stato d’allerta.
La parola d’ordine in campagna elettorale intanto è distinguersi dai berlusconiani. Nei toni ma anche nei contenuti.
“Noi la imposteremo su altre basi, la giustizia non sarà il nostro traino” dice chiaro Reguzzoni in Transatlantico.
Su quella linea, come dire, loro non ci stanno.
Di più.
È stato proprio su input dei leghisti che ieri, durante il vertice di maggioranza tra capigruppo e Guardasigilli Alfano a Montecitorio, è stato messo nero su bianco l’impegno di portare avanti la riforma della giustizia nel suo complesso, assieme alle legge che stanno più a cuore al premier.
Norme ad personam sì, ma dentro una cornice più “presentabile” per gli elettori leghisti.
Berlusconi va per la sua strada, consapevole anche lui di giocarsi tutta la partita delle amministrative a Milano.
È lì che sta spendendo d’altronde la sua “faccia”, come ama dire.
Alle amministrative del 2006 il centrosinistra ha conquistato 27 centri, dopo cinque anni – stando ai suoi calcoli – ne confermerebbe non più di 15.
Numeri alla mano, dunque, il premier potrà comunque dire di aver vinto.
Ma se perderà nell’unica piazza in cui è “sceso in campo” da capolista, se anche dovesse andare al ballottaggio la Moratti, questo segnerebbe l’inizio del suo declino anche elettorale.
Con l’alleato più fedele pronto a presentare il conto.
“Sarebbe – ammonisce il Senatur – la fine del berlusconismo”.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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