Aprile 19th, 2019 Riccardo Fucile
INCASSATI I SOLDI DEL PRESTITO-PONTE
Mentre si vanta perchè finalmente riesce a far arrivare gli aerei in orario (anche se con tutti i miliardi che ha incamerato a quest’ora avrebbe dovuto portarci sulla luna con tariffe low-cost), Alitalia incamera i 900 milioni di prestito-ponte.
Racconta oggi Gianni Trovati sul Sole 24 Ore che il governo ha cancellato il termine del 30 giugno prossimo per la restituzione del prestito di 900 milioni di euro concesso dal ministero dell’Economia ad Alitalia dopo il commissariamento.
Dopo tre proroghe, il governo ha deciso di abolire la scadenza che era stata fissata «non oltre il termine 30 giugno 2019», nel decreto semplificazioni del dicembre scorso.
La novità è prevista nelle prime bozze del decreto legge crescita, nell’articolo 38, la norma «volta a consentire l’eventuale ingresso del Mef nel capitale sociale della Newco Nuova Alitalia».
La norma prevede che il Mef possa usare i proventi degli interessi sul prestito, «stimati in 145 milioni», per sottoscrivere quote di capitale dell’ipotizzata «nuova Alitalia», la società che verrà costituita se avrà successo il progetto delle Ferrovie dello Stato con altri soci per comprare l’aviolinea commissariata (finora le adesioni sono insufficienti, limitate al 60% del capitale della «newco», incluso il 15% del Mef).
A meno di modifiche nel testo finale del decreto, che sarà esaminato il 24 aprile dal Consiglio dei ministri, non c’è più una data fissa entro la quale i 900 milioni devono essere restituiti allo Stato. La bozza stabilisce che i 900 milioni del «prestito ponte» saranno restituiti al Mef «nell’ambito della procedura di ripartizione dell’attivo dell’amministrazione straordinaria a valere e nei limiti dell’attivo disponibile di Alitalia Società aerea italiana Spa in amministrazione straordinaria». E c’è di più. Mentre Repubblica dice che i Benetton non hanno intenzione di entrare in Alitalia, secondo Carlo Di Foggia sul Fatto è vero il contrario:
Fonti finanziarie però spiegano al Fatto che la società si prepara a convocare un cda straordinario il 26 aprile prossimo per discutere dell’ingresso nella nuova Alitalia. L’investimento sarebbe intorno ai 300 milioni.
Se arriverà l’ok, le Fs chiederanno ai commissari che gestiscono la compagnia aerea in amministrazione straordinaria altre due settimane per chiudere l’operazione.
Bisognerà infatti trovare un altro investitore che copra la parte restante (intorno al 5-10%), anche perchè nessuno degli attori in causa vuole diventare l’azionista di controllo, che significherebbe consolidare a bilancio i conti della nuova Alitalia (e le eventuali nuove perdite).
Prima, però, a Palazzo Chigi il premier Giuseppe Conte convocherà i ministeri coinvolti, dallo Sviluppo economico, guidato da Di Maio, alle Infrastrutture e al Tesoro per dare il via libera politico.
Ma se i Benetton aiutano il governo per Alitalia, tutti quei discorsi sulla loro “inadeguatezza” che avrebbe portato al crollo del Ponte Morandi dove finiscono?
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 18th, 2019 Riccardo Fucile
SINDACATI SUL PIEDE DI GUERRA DOPO CHE IL GOVERNO HA FALLITO L’ENNESIMO TENTATIVO DI TROVARE UNA SOLUZIONE ALLA CRISI DI ALITALIA
Atlantia, la società che controlla Autostrade per l’Italia e gli aeroporti di Roma, chiude le porte a
un’idea di ingresso nella partita per il salvataggio di Alitalia: “Il cda non ha mai affrontato questo tema. Abbiamo talmente tanti fronti aperti che aprirne un altro in più, particolarmente complesso, non ce lo possiamo permettere”, ha detto l’amministratore delegato, Giovanni Castellucci, rispondendo sull’ex compagnia di bandiera in assemblea.
Come ricostruito da Repubblica nei giorni scorsi, con i potenziali partner stranieri sfilati, l’operazione Alitalia non può ricaredere interamente sulle Fs: lo sforzo del governo – che pure ha fatto la guerra alla società dopo la tragedia del Ponte Morandi – di coinvolgere Adr è cresciuto con l’aumentare dei rischi di fallimento del vettore. La holding dei Benetton e la sua controllata negli aeroporti avevano già fatto sapere di non avere interesse a un intervento nel capitale della compagnia accanto alle Fs.
Castellucci ha ribadito il concetto: “E’ vero che essendo azionisti dell’hub in cui Alitalia opera, speriamo che venga rilanciata salvata e ristrutturata per poter competere ma, dall’altro lato, abbiamo tanti fronti aperti ed aprirne uno ulteriore, particolarmente complesso, non ce lo possiamo permettere”.
Il sindacato segue la partita, con idee differenti.
“Se non ci saranno risposte in termini urgenti potremmo anche pensare a uno sciopero nel mese di maggio”, ha detto il segretario generale della Uiltrasporti, Claudio Tarlazzi al termine dell’incontro con i commissari in cui non ci sono state novità , aggiungendo che “se non dovessero arrivare in tempi brevi informazioni dal governo sulla strategia per il piano industriale saremo costretti a mobilitarci”. “Nelle prossime settimane potremmo avere delle novità , ma è chiaro che se entro il 30 aprile non arrivano ci muoveremo con una mobilitazione”, ha fatto eco il segretario nazionale della Filt-Cgil, Fabrizio Cuscito.
Più cautela dalla Fit-Cisl: “Prima di assumere una decisione del genere, vogliamo avere chiara la situazione, in questo momento i commissari hanno fatto un buon lavoro e siccome il mese sta per scadere vediamo cosa succede”.
(da agenzie)
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Aprile 17th, 2019 Riccardo Fucile
DOPO LA VALANGA DI MINACCE DI ESPROPRIO SU AUTOSTRADE, HANNO LA FACCIA DI CHIEDERE AI BENETTON DI CACCIARE SOLDI DALLA FINESTRA PER LA COMPAGNIA AEREA
L’affaire Alitalia si ingrossa. Nonostante il no dei Benetton, il governo torna in pressing su Atlantia per trovare un partner per via della Magliana, mentre si spezza la cordata messa insieme dalle Ferrovie dello Stato perchè nessuno sembra entusiasta di buttare soldi su un vettore in perdita da trent’anni.
Il salvataggio di Alitalia, un plot narrativo in cui si impegnano tutti i governi che durano più di qualche mese, ha previsto da qualche settimana l’entrata in scena della famiglia Benetton, a cui l’esecutivo Conte voleva espropriare le concessioni all’epoca del crollo del Ponte Morandi ma a cui oggi chiede il favore di cacciare i soldi per Alitalia.
Scrive oggi il Messaggero che è sceso in campo direttamente il presidente del Consiglio:
Da un lato deve convincere Atlantia a rientrate nella partita, offrendo garanzie industriali sull’operazione; dall’altro deve superare le perplessità , anzi l’ostilità , dei 5 Stelle che ben sapendo che la società del gruppo Benetton è l’ultima carta spendibile, non cederanno facilmente.
Anche perchè negli ultimi mesi, pur con toni sempre più deboli, hanno continuato a minacciare di voler togliere la concessione autostradale, facendo così pagare a caro prezzo il crollo del Ponte Morandi.
Al momento il premier può contare quindi solo sulla sponda della Lega, che però ha già fatto capire che Atlantia, in assenza di alternative valide, sarebbe ben accetta.
Se non altro perchè Cdp e le altre società che sono articolazioni della Cassa fino ad oggi hanno fatto muro. Così come Poste, Leonardo e Fincantieri: tutte scomparse dai radar non appena il dossier è diventato pubblico.
Secondo il quotidiano però Conte sa benissimo che in gioco ci sono migliaia di posti di lavoro e che senza un partner privato Fs, regista dell’operazione, sarà costretta a fare un passo indietro. Per questo a Palazzo Chigi si starebbe pensando di spostare di un mese la data ultima entro cui chiudere l’operazione: da fine aprile a fine maggio.
E di farlo mettendo a punto un escamotage tecnico, un po’ come accaduto con la Tav, per «comprare» altro tempo e dare ad Atlantia la possibilità di riflettere ancora se vale la pena mettere sul tavolo 300 milioni per rilevare il 35% della NewCo.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 14th, 2019 Riccardo Fucile
IL CARROZZONE IN DEFICIT TENUTO IN PIEDI PER MERI FINI ELETTORALI DA LEGA E M5S
La carta di Cassa Depositi e Prestiti per Alitalia. Mentre la cordata delle Ferrovie dello Stato mostra la corda e Delta Airlines rimane unico vettore interessato a entrare con una quota di minoranza per svolgere il ruolo di partner industriale.
Per questo il Messaggero racconta oggi che potrebbe essere CdP a muoversi:
Respinta al mittente la proposta di Lufthansa, pronta a rilevare la flotta tricolore ma solo dopo il taglio di 4-6 mila dipendenti, e cadute nel vuoto le offerte di easyJet e di alcuni fondi d’investimento, dalle parti del governo si sta pensando nuovamente a una partecipazione della Cassa depositi e prestiti: un’idea che nelle intenzioni degli advisor che lavorano attorno alla formazione della cordata, avrebbe dovuto completare la combinazione con Atlantia.
Ma, pubblicamente frenata dal presidente dell’Acri Giuseppe Guzzetti («Non farei mai un investimento in Alitalia»), alla fine Cdp si è ritirata dalla partita appellandosi a un divieto statutario che però alcuni ritengono possa, attraverso passaggi tecnici nemmeno tanto sofisticati, essere superato.
Sarebbe infatti insostenibile, dal punto di vista politico, annunciare adesso un nuovo piano lacrime e sangue dopo avere lasciato intendere che il salvataggio Alitalia era cosa fatta.
Di qui la nuova linea d’azione sulla quale il governo ora vorrebbe lavorare, tentando di convincere i vertici di Cdp a scendere in campo in qualche modo: già questa settimana sono previsti incontri ai massimi livelli nella sede di Via Goito.
Di certo lo spettro di migliaia di esuberi, soprattutto a Roma dove ha sede la compagnia aerea (si parla di almeno 2.500 espulsioni subito se non partirà il piano delle Fs), è un motivo sufficiente per mobilitare, questa volta si spera seriamente, le forze di governo.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 13th, 2019 Riccardo Fucile
A 20 GIORNI DALLO SCADERE DELA PROROGA, IL GOVERNO DEGLI INCAPACI NON HA ANCORA TROVATO IL 40% DEL CAPITALE NECESSARIO
A meno di 20 giorni dallo scadere della proroga accordata a Ferrovie dello Stato, manca ancora il nome dei partner disposti a sottoscrivere il 40% mancante del capitale della NewCo: la sola novità è che nelle ultime ore Delta Airlines avrebbe incassato la disponibilità di ChinaEastern, sua partecipata al 9%, ad esaminare il dossier Alitalia.
Ma dopo il no dei Benetton sollecitati da Mediobanca, il Messaggero oggi scrive che a meno di un miracolo, difficilmente il 30 aprile le Fs, dopo mesi di indagini e di consultazioni con potenziali partner nazionali e internazionali, potranno presentare ai commissari una proposta capace di dare l’agognata svolta alla compagnia aerea
E’ pur vero che Delta potrebbe convincere China Eastern a valutare benevolmente il deal, ma da quel che trapela i cinesi parteciperebbero con una quota poco più che simbolica(il 5%?),che ovviamente non può risolvere il problema.
A questo punto solo la politica può risolvere il problema, individuando soluzioni che siano in grado di restituire all’Italia la sua compagnia di bandiera, se è davvero ciò che vuole.
Il fatto che sia sceso in campo il sottosegretario Siri viene peraltro visto con sollievo dal vertice di Fs, da settimane in ambasce per essere stato lasciato solo a battersi in un settore fortemente competitivo dopo gli incoraggiamenti — tante parole ma niente fatti — seminati in particolare dal ministro dello Sviluppo Luigi Di Maio
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 9th, 2019 Riccardo Fucile
PER TENERE IN PIEDI IL CARROZZONE SERVE UN MILIARDO DI EURO, INTANTO LE SOLUZIONI TARDANO E I CONTRIBUENTI PAGANO
Le Ferrovie dello Stato devono presentare entro il 30 aprile l’offerta per Alitalia. Per tenerla in piedi serve un miliardo.
L’unico investitore privato disponibile è al momento l’americana Delta, che vuole entrare con un cip di 100-150 milioni.
Il resto, spiega oggi Repubblica, rischia di versarlo lo Stato: 300 milioni potrebbero spenderli le Fs (controllate dal Tesoro). Il governo è pronto a entrare nel capitale trasformando in azioni un po’ dei 900 milioni del prestito ponte garantito alla compagnia. Mentre i Benetton, sondati da Mediobanca, non hanno intenzione per ora di muoversi.
La porta di Treviso però non si è chiusa del tutto: i rapporti con il governo gialloverde sono scesi ai minimi termini – con tanto di minaccia di ritiro della concessione di Autostrade – dopo la tragedia del Ponte Morandi.
E un “aiutino” su Alitalia – sussurrano i palazzi romani – potrebbe aiutare a rasserenare il clima. Un “do ut des” che nessuno – ovviamente – espliciterà mai ma che rischia di avvelenare (se mai si materializzerà ) i rapporti gialloverdi.
In cassa a fine febbraio c’erano 486 milioni (più 193 di depositi a Iata & C.). Quanto basta per arrivare a fine anno – ad aprile 2018 ce n’erano 800 – ma non molto oltre.
I tempi per la vendita insomma – considerati i circa 6 mesi necessari per l’ok antitrust – sono stretti. E comunque vada a finire, spiega Ettore Livini, i contribuenti italiani dovranno rimettere mano al portafoglio. Il conto preciso per la collettività – già ora a quota 220 milioni, i soldi pubblici bruciati finora per far volare la compagnia in amministrazione straordinaria – lo scopriremo nelle prossime settimane.
(da “NextQuotidiano”)
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Marzo 18th, 2019 Riccardo Fucile
A FS IL 40%, AL TESORO IL 15%, IL RESTO A PARTECIPATE: ECCO COME I SOVRANISTI FANNO PAGARE IL CARROZZONE AI CONTRIBUENTI ITALIANI
Delta Airlines c’è, senza troppa convinzione. La compagnia americana, scrive il Messaggero, sale a bordo della nuova Alitalia con una quota iniziale minima, il 10%, pari a quella detenuta in Air France Klm.
Dopo un negoziato estenuante ad Atlanta, arriva il sì di Delta, che mette un piede dentro il vettore italiano, con l’impegno a raddoppiare la quota in 4 anni, se saranno centrati gli obiettivi.
Un tipo di operazione che Delta ha già realizzato con Aeromexico, dove entrò con il 19% e dopo quattro anni salì al 49%.
Nel piano non c’è Easyjet ed è difficile che la low cost possa rientrare. Tutto il resto della torta Alitalia, è in mano pubblica.
La partecipazione bassa di Delta comporta un maggior impegno delle Ferrovie dello Stato, che dovranno rilevare una quota pari al 40%, rispetto all’originario 30%. Il via libera di Delta è però una delle condizioni principali poste dal Cda di Fs per portare a termine l’acquisizione, la presenza di un partner industriale.
Non è stato facile, prosegue il quotidiano romano, assicurarsi la presenza di Delta. Il confronto fra Gianfranco Battisti, ad di Ferrovie, e il Ceo di Delta, Ed Bastian, si sarebbe focalizzata sulle quote della nuova compagine, sui soci, la governance, mentre la definizione degli aspetti industriali del piano sarebbe più lineare, anche se da rifinire nelle prossime settimane.
Oltre il 50% in mano a Fs e Delta, nella nuova Alitalia dovrebbe esserci una partecipazione del 15% in mano al Tesoro, mediante la conversione di un prestito ponte.
Poi, prosegue ancora il Messaggero, l’azienda ferroviaria avrebbe ottenuto dal Tesoro la disponibilità di Fincantieri a coprire un 10-15%. Resta ancora inevaso un 20% circa che sempre il Governo dovrà ripartire presso alcune partecipate dirette o indirette, come Quattro R, Fintecna, Leonardo.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 11th, 2019 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI DANILO BARATTI, IL COMANDANTE PIU’ ANZIANO DI ALITALIA
“Gli aerei di ultima generazione sono completamente computerizzati. L’obiettivo è ottenere prestazioni migliori. Il problema è che a volte i computer possono impazzire. A quel punto il pilota può escludere il computer e prendere la conduzione manuale della macchina. Dalle informazioni che abbiamo ad oggi, sembra che il personale a bordo del Boeing 737 Max 8 che è precipitato tra Addis Abeba e Nairobi non ci sia riuscito. E non è il primo caso”.
Danilo Baratti ha fatto il suo primo volo nel 1973. Più di 40 anni dopo è un pilota ancora in servizio: “Sono il comandante più anziano di Alitalia, sono entrato in azienda nel 1986 – racconta ad HuffPost – ho alle spalle più di 20mila ore di volo. Lavoro sugli aerei a lunga percorrenza”.
Ha passato buona parte della sua vita su un aereo ed è vicepresidente dell’Associazione Navaid. Poco più di 24 ore dopo l’incidente aereo in cui hanno e perso la vita 157 persone, tra cui otto italiani, racconta quali sono le difficoltà in volo e prova a spiegare ciò che può essere accaduto il 10 marzo sui cieli dell’Africa.
Comandante, un aereo in volo tra Addis Abeba e Nairobi è precipitato pochi minuti dopo il decollo. Cosa può essere successo?
Quella è una zona in cui sembra di essere in un’eterna primavera. Per chi vola, le condizioni di tempo, durante la giornata, sono sempre abbastanza buone. Da quello che mi hanno raccontato, anche ieri era così. Pochi minuti dopo il decollo, il personale che era sull’aereo ha dichiarato che il mezzo aveva una velocità unreliable, inattendibile, impossibile da rilevare. Si tratta di una condizione anomala perchè, in situazioni normali, la velocità di un aereo non cambia spesso, non è normale avere la lancetta della velocità che va da un lato all’altro. Peraltro, da quello che ho capito, la celerità è andata aumentando, perchè l’aereo si è schiantato a 380 nodi all’ora, una velocità molto alta.
Chiaramente dovranno essere fatte indagini approfondite ma, in prima analisi, che problema può esserci stato?
Il fatto che il contatto con il suolo sia avvenuto a una velocità così sostenuta fa pensare che il motore sia rimasto a spinta piena, la stessa che si usa durante il decollo. In condizioni normali bisogna ridurre lo stress del motore, quando si arriva 300-400 metri da terra la spinta del motore va ridotta. Per dire con precisione cosa sia successo dovremmo avere i dati, ma mi sembra di capire il pilota non sia riuscito a ridurre la potenza del motore e, quindi, la velocità sia andata oltre ogni limite. C’è poi il fattore ambientale: la geografia del luogo è complicata. Addis Abeba è in mezzo alle montagne, ci sono molti ostacoli quando si deve tentare un atterraggio di emergenza.
Quando si trova in condizioni di emergenza uguali o simili a queste, cosa può fare un pilota?
Da 20 anni a questa parte la macchine sono completamente gestite dai computer, in un’ottica di ottimizzazione, per ottenere migliori prestazioni su tutto. Il problema è che i computer possono impazzire, allora il pilota deve passare al controllo manuale del mezzo. Alcune macchine consentono un recupero manuale importante, altre meno perchè garantiscono un’efficienza molto elevata dei computer e quindi permettono una minore azione manuale. La Boeing consente di recuperare un buon pezzo di comando a mano, lo stesso che avevano le macchine di 40 anni fa. L’Airbus è più restia, ma entrambe dovrebbero consentire il passaggio al controllo manuale dell’aereo.
In questo caso ciò non è avvenuto?
Da quello che possiamo sapere ad oggi sembra che non ci siano riusciti. E non è il primo caso su questo tipo di velivolo.
A fine ottobre 2018 un altro Boeing 737 Max 8 è si è schiantato in Indonesia. Il fatto che nel giro di così poco tempo lo stesso modello di aereo abbia avuto due incidenti dalle dinamiche molto simili cosa potrebbe significare?
Che la macchina abbia un problema, che le sofisticazioni a cui siamo arrivati siano troppe. Però, ovviamente, per poterlo dire, servono indagini approfondite e i dati. Fino a quando non le avremo non possiamo dire nulla con certezza. Sicuramente l’interrogativo è legittimo: perchè una macchina nuova nel giro di poco tempo è stata protagonista di due incidenti simili? Non si può escludere che il passaggio dall’automatismo al manuale sia troppo complicato. O, ancora, ci potrebbe essere una difficoltà dei piloti di nuova generazione.
Quale?
Può darsi che siano talmente abituati a fidarsi dei sistemi automatici che abbiano più problemi a passare al sistema manuale. Del resto, se si è soliti lavorare con sistemi altamente affidabili, il giorno in cui questi presentano dei problemi è inevitabile rimanere perplessi, esitare. Bisogna considerare che quando si è in volo i minuti sono fatali. Se si perdono istanti importanti, c’è il rischio di non salvarsi. Ma anche quando non ci sono esitazioni, la questione è capire quanto sia complicato il passaggio dall’automatismo al manuale, quanto sia difficile escludere il computer primario e quelli che lo controllano dal sistema. Questo processo potrebbe richiedere del tempo.
Il giorno dopo l’incidente, l’Associazione Nazionale dei Piloti ha chiesto a Air Italy – l’unica compagnia italiana che ha nella flotta i Boeing 737 Max 8 – di lasciare i mezzi a terra. Lei cosa ne pensa?
Provvedimenti del genere devono essere presi dall’autorità . Credo che l’Easa – l’European Aviation Safety Agency, Agenzia europea per la sicurezza del trasporto aereo – in mancanza di una risposta rapida della Boeing su cosa è successo disporrà di fermare le macchine. È successo già in passato. Ma voglio precisare che gli aerei sono certificate. E, quindi, se è necessario saranno gli stessi enti certificatori a stabilire un eventuale stop al volo.
Fermare gli aerei dello stesso modello di quello che ha fatto l’incidente, quindi, in questo momento non avrebbe senso?
Potrebbe anche essere una soluzione. Ma non è il clamore di una singola associazione che li farà fermare. Io sono sicuro che, in caso di necessità , sarà l’autorità a decidere di fermare quei Boeing, per il semplice fatto che parliamo dello stesso ente che è chiamato a certificare quelle macchine e quindi a proteggere i cittadini.
Lasciando a terra quegli aerei non si rischia di creare inutile allarmismo?
Le macchine di cui stiamo parlando sono talmente poche (qualche centinaio, ndr) che non ci sarebbe ragione di creare allarmismo. Certamente una compagnia non potrebbe, di sua iniziativa, cancellare un volo in mancanza di un parere dell’autorità . Se non sei sicuro di quello che è successo, non ha senso fermare la macchina. Si tratterebbe di un gesto penalizzante. In un momento come questo potrebbe decretare anche la fine di un’azienda.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 14th, 2019 Riccardo Fucile
NESSUN CERTEZZA NEANCHE SUI LIVELLI OCCUPAZIONALI, MISTERO SUL PIANO INDUSTRIALE, SI CONTINUA A PAGARE UN CARROZZONE IN PERDITA COSTANTE
La presenza pubblica in Alitalia, con il Tesoro e le Ferrovie dello Stato, potrà anche superare
il 50%, ma ai sindacati non basta. Per fidarsi davvero hanno bisogno di leggere nero su bianco il nuovo piano industriale.
Vogliono vederlo al più presto e dentro vogliono trovarci soprattutto gli investimenti volti al rilancio della compagnia aerea.
Per essere credibile ai loro occhi, questo piano non deve porre il problema degli esuberi e non deve riaprire una discussione sui salari e sui diritti di chi lavora, altrimenti cominceranno a pensare seriamente al tipo di mobilitazione da mettere in atto.
Chi pensava che dall’incontro di oggi, fra Luigi Di Maio e i sindacati, si sarebbe sciolto il rebus esuberi Alitalia, è rimasto deluso.
Senza piano industriale – attualmente lo stanno discutendo le Ferrovie dello Stato insieme ai due soggetti privati coinvolti nella trattativa, ossia la compagnia statunitense Delta Airlines e la britannica EasyJet – manca una visione di insieme ed è praticamente impossibile fare delle previsioni.
Secondo fonti sindacali presenti al tavolo neanche il ministro, quasi scusandosi, ha potuto smentire del tutto le voci sulle potenziali uscite fatte circolare dai possibili partner privati (ad esempio da Lufthansa che — pur non avendo mai formalizzato l’offerta – aveva fatto trapelare voci di 3.000 esuberi).
In questa partita, sul ruolo che giocheranno le parti pubbliche, il ministro Di Maio ha infatti diplomaticamente fornito ai sindacati le massime garanzie: “non ci sarà un’Alitalia più piccola”, assicurando che la presenza del Mef (che potrà andare anche oltre il 15%) e di Fs garantirà la salvaguardia dei livelli occupazionali ed eviterà i licenziamenti.
“Il potere contrattuale dello Stato sarà fondamentale nella società “, ha insistito il vicepremier e la compagnia “non sarà salvata, ma rilanciata”.
Cassa Depositi e Prestiti poi è disponibile per Alitalia e può servire per il finanziamento degli acquisti o del leasing dei velivoli, ma se il nuovo soggetto troverà condizioni di finanziamento migliori, allora non servirà .
Su quello che le parti private, però, metteranno sul tavolo della trattativa, in termini occupazionali, non c’è ancora alcuna certezza.
Ecco perchè sulle scale del ministero dello Sviluppo economico, tutti i rappresentanti sindacali hanno ribadito l’importanza di salvaguardare i livelli occupazionali e i diritti dei lavoratori Alitalia.
“Il governo ha preso atto delle richieste sindacali e ha detto che la tutela dell’occupazione è anche un suo obiettivo, ma ora il problema — ha fatto notare il leader della Cgil, Maurizio Landini – non è lo stato d’animo del ministro, ma cosa dirà il piano industriale”.
Per difendere l’occupazione secondo il segretario generale c’è una sola ricetta, “aumentare il numero di aerei e fare in modo che Alitalia operi su lungo raggio più di quanto fa adesso”.
Aspetta di vedere la proposta anche il segretario generale della Uil, Carmelo Barbagallo: “da quello si evincerà se ci sono tutte le promesse fatte, se c’è il rilancio, se non ci sono esuberi nè dumping contrattuali o problemi salariali”.
Quella di cui si parla “non sarà un proposta ‘prendere o lasciare’ — ha aggiunto Barbagallo — o almeno così ci hanno detto, quindi quando la vedremo, discuteremo”. Un vero piano industriale che dia garanzie sui livelli occupazionali è necessario anche per il segretario confederale della Cisl, Andrea Cuccello, che sottolinea come questa vicenda “si stia trascinando ormai da troppo tempo, c’è l’esigenza di stringere i tempi e di dare risposte concrete ai 12.000 dipendenti”.
Una variabile fondamentale è infatti proprio quella del tempo. Al tavolo, il Governo ha parlato di un termine previsto per l’accordo tra le parti entro e non oltre il 31 marzo. “Noi abbiamo risposto che questa deadline è troppo lunga” ha fatto notare Landini, specificando di aver richiesto al ministro di accelerare il più possibile.
“Nei prossimi giorni ci aspettiamo una convocazione, questo tempo è troppo lungo perchè il problema non è solo quello dei lavoratori ma anche dei rapporti con il mercato”, ha aggiunto Landini spiegando che quello delle compagnie aeree è un settore che in questi anni è cresciuto e che se non si interviene velocemente e con un investimento chiaro “lo faranno altri”, per questo il tempo è una variabile da non sottovalutare.
Visto che le procedure sono ancora tutte aperte, Landini non esclude poi la necessità di mettere in campo anche delle azioni di mobilitazione: “se sarà necessario, valuteremo con i lavoratori cosa mettere in campo se nei prossimi giorni non ci saranno convocazioni rapide. Questo, però, lo discuterà la categoria insieme a tutte le altre organizzazioni”.
Intanto, dall’opposizione c’è già chi parla di “statalismo sfrenato di un governo che vuol nazionalizzare tutto con i soldi degli italiani”, dice la presidente dei senatori di Forza Italia Anna Maria Bernini.
Mentre il Codacons è già partito all’attacco: “non accetteremo che nemmeno un euro dei soldi della collettività sia utilizzato a fondo perduto per salvare Alitalia” ha commentato il presidente Carlo Rienzi, avvertendo di essere pronti a impugnare al Tar e alla Commissione Europea qualsiasi atto del Governo che vada in questa direzione.
(da “Huffingtonpost”)
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