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ILVA, OPERAI OCCUPANO LA DIREZIONE

Novembre 27th, 2012 Riccardo Fucile

FORZATO L’INGRESSO ALLO STABILIMENTO… CORTEO DI PROTESTA ANCHE   A GENOVA

Tensione all’Ilva dopo la decisione assunta ieri sera dall’azienda di bloccare l’attività  dell’area a freddo.
Stamattina, in concomitanza con il primo turno, diverse centinaia di persone hanno fatto pressione sugli ingressi della portinerie A e B e, alla fine, per evitare incidenti, la vigilanza ha deciso di aprire.
Ma la situazione più tesa è quella alla portineria D, dove centinaia di lavoratori hanno prima forzato i varchi dello stabilimento e poi sono entrati anche nella direzione del siderurgico occupandola.
Per decisione aziendale, sarebbero dovuti entrare soltanto gli addetti alla manutenzione dell’area a freddo quelli dell’area a caldo e non anche i lavoratori addetti a quei reparti che da ieri sera sono stati fermati per decisione dell’Ilva.
Ieri sera Fim, Fiom e Uilm hanno respinto il provvedimento aziendale, definendolo una “serrata”, nonchè una “rappresaglia” nei confronti dei lavoratori, e hanno deciso che questa mattina tutti si sarebbero comunque presentati sul posto di lavoro. Attualmente un migliaio di persone circa è nell’area della direzione dell’Ilva, tra interno ed esterno dell’edificio.
Le strade adiacenti allo stabilimento non sono per il momento bloccate.
L’Ilva nel pomeriggio di ieri ha deciso di fermare i settori che producono tubi, coil e lamiere a seguito del sequestro disposto dalla Procura disposto in mattinata, assieme all’ordinanza di custodia cautelare per sei persone fra vertici dell’Ilva ed ex dirigenti. Il gip, Patrizia Todisco, ha sequestrato i prodotti in uscita dallo stabilimento e in procinto di essere spediti ai clienti che li avevano ordinati, in quanto ritenuti “profitto di un’attività  ritenuta illecita penalmente”.
Di fatto, come ha spiegato ieri il procuratore di Taranto, Franco Sebastio, nel corso di una conferenza stampa, l’Ilva, dopo il sequestro del 26 luglio per disastro ambientale dell’area a caldo, non ha più la facoltà  d’uso produttiva degli impianti della stessa area, ovvero cockerie, altiforni, acciaierie.
Il fatto che l’Ilva in questi quattro mesi abbia regolarmente continuato a produrre coil, lamiere e tubi, costituisce secondo i giudici il “provento dell’attività  penalmente illecita”. Da qui, appunto, il sequestro.
Gli altri stabilimenti
Sono circa ventimila le persone interessate dalla chiusura decisa dall’azienda.
Ai 5mila operai che lavorano nello stabilimento di Taranto, infatti, vanno sommate le altre 15mila persone che lavorano negli altri stabilimenti del gruppo e nell’indotto che dipende dal siderurgico tarantino.
Come quello di Genova, dove gli operai sono scesi in corteo.
Dopo pochi minuti di assemblea, le tute blu si sono mosse dallo stabilimento di Cornigliano in direzione ponente, verso la rampa autostradale dell’uscita di Genova Aeroporto.
Secondo i sindacati, gli operai in manifestazione sarebbero circa 1500.
Il traffico è bloccato.
In corteo anche una dozzina di motrici di mezzi pesanti delle ditte appaltatrici dell’Ilva.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MOSE, CORSA CONTRO IL TEMPO PER SALVARE VENEZIA

Novembre 15th, 2012 Riccardo Fucile

L’OPERA POTREBBE ESSERE PRONTA NEL 2016 MA MANCA ANCORA UN MILIARDO

Se il Mose fosse già  in funzione – e questo, come vedremo, sarà  possibile solo a partire dal 2016 – l’acqua alta dell’11 novembre si sarebbe ridotta a qualche pozzanghera in Piazza San Marco.
Venezia sarebbe rimasta all’asciutto e la nave da crociera che alle nove e trenta del mattino, con il picco di alta marea a 149 centimetri, transitava serena a pochi metri da Palazzo Ducale – mentre alcuni turisti nuotavano in costume davanti alla Basilica – avrebbe atteso in mare l’abbassamento delle dighe mobili.
In alternativa, e solo dopo le attente valutazioni dell’armatore, sarebbe entrata in laguna attraversando la conca di navigazione alla bocca di porto di Malamocco con la sola possibilità  di ormeggiare a Marghera.
Delle tre bocche — i varchi che collegano la laguna con il mare e attraverso i quali si svolge il flusso e riflusso della marea — quella di Malamocco (le altre due sono quelle di Lido e di Chioggia) è infatti l’unica a disporre di una conca per permettere alle grandi navi di raggiungere il porto anche con l’alta marea.
Escluso, in ogni caso, il dolente passaggio per Bacino San Marco.
Spiegando per filo e per segno cosa sarebbe accaduto se l’infinito e contestatissimo Mose — l’immensa opera ingegneristica che salverà  Venezia e la laguna dalle mareggiate — fosse già  in funzione, i tecnici del Consorzio Venezia Nuova (il concessionario che ne segue i lavori e funge da interfaccia con il Ministero delle infrastrutture e il Magistrato alle acque), assicurano che, all’alba della scorsa domenica, i commercianti veneziani avrebbero potuto dormire sonni tranquilli, lasciare a casa gli stivali e non sforzarsi di sollevare da terra scatoloni, mobili e merce per salvarli dalle acque.
«Il Mose si sarebbe alzato alle 4.30 per fermare la marea, alle 13.00 sarebbe stato riaperto e tutto sarebbe tornato come prima — spiegano dal Consorzio — La città  sarebbe dunque rimasta all’asciutto, protetta dall’ennesima acqua alta che, puntualmente, ricorda l’urgenza e la necessità  di portare quest’opera a compimento».
Sulle piattaforme, gli operai lavorano incessantemente per ultimare l’opera, il cui cantiere si è aperto nel 2003.
Dopo le polemiche sulla sua utilità , sui costi (in tutto 5,5 milioni di euro) e dopo i ritardi causati dalla burocrazia e dalla crisi, solo eventuali problemi di finanziamento potrebbero fare slittare l’inaugurazione.
Ma al Consorzio assicurano che non sarà  così: nel 2013 arriveranno 50 milioni di euro, e nei tre anni successivi il miliardo necessario per consegnare l’opera.
Il Mose, secondo i tecnici, è in grado di respingere l’avanzare violento della marea anche in caso di previsioni sbagliate.
Basta prendere come esempio proprio l’11 novembre: inizialmente era stata annunciata una marea di 120 centimetri ma poco dopo, toccati i 149 centimetri con forti raffiche di scirocco, si è trasformata in un evento dalla portata eccezionale.
E il tutto a pochi giorni da un’altra giornata bagnata per Venezia: quella del 1° novembre scorso, quando la marea ha sommerso la città  arrivando a quota 143 centimetri.
«Il funzionamento del Mose — spiegano i tecnici — non dipende solo dalla previsione dei colmi di marea ma dalla misurazione in tempo reale dell’innalzamento del livello delle acque di fronte alla bocca di porto di Lido. È un sistema flessibile che può prevedere la chiusura, in base alle necessità , anche di una sola bocca».
Il Mose è programmato per fronteggiare eventi di alta marea che, da previsioni, superano i 110 centimetri sul medio mare e arrivano a un massimo di tre metri.
Ma una volta scattata l’allerta, la manovra di chiusura viene gestita in base all’evoluzione del livello marino.
«Le paratoie mobili — spiegano dal Consorzio — scattano molto prima che la marea raggiunga il picco».
Nel caso dell’acqua alta di domenica, le dighe mobili si sarebbero dunque alzate all’alba mantenendo, in laguna, un livello di marea non superiore ai 90 centimetri, innocuo per il resto della città .

Silvia Zanardi

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IL PREZZO DEI CONDONI

Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile

RISCHIO IDROGEOLOGICO TROPPO ALTO… INTERE ZONE ANDREBBERO EVACUATE

Che cosa si può fare in un Paese in cui si verifica uno smottamento ogni 45 minuti e dove, per frane a e alluvioni, muoiono otto persone al mese?
In un Paese in cui oltre il 50% per cento del territorio è a rischio idrogeologico e in cui sono avvenuti, nell’ultimo mezzo secolo, circa 15.000 eventi gravi?
In un Paese in cui, infine, le piogge sono cambiate drammaticamente negli ultimi quindici anni (nella provincia di Genova, nel dicembre 2009, caddero 450 mm di pioggia in un giorno, cioè la stessa quantità  che cadeva normalmente in sei mesi)?
In Italia ci sono circa 6600 comuni ad elevato rischio idrogeologico: il 100% in Calabria, Molise, Basilicata, Umbria e Valle d’Aosta, il 99% di Marche, Lazio, Toscana e Liguria, oltre il 90% in Emilia Romagna, Campagna e Abruzzo.
Secondo il CNR, quasi il 15% del totale nazionale delle frane, e quasi il 7% delle inondazioni, avviene in Campania (1.600 in 75 anni), dove 230 comuni (da Ricigliano a Sorrento) su 551 sono a rischio di smottamento; le vittime per questi due eventi, negli ultimi 50 anni, sono state quasi 400 sulle 4.000 nazionali.
Nella sola Genova 100.000 abitanti vivono in zone a rischio, cioè a dire che un genovese su sei rischia di essere coinvolto in piene e frane.
Sono numeri da primato europeo del dissesto per una ragione ben precisa, l’Italia è il paese in cui più si costruisce e l’unico in cui si condona.
Ogni anno circa 500 kmq di territorio nazionale vengono ricoperti di cemento e di asfalto.
Cosa che lo rende complessivamente impermeabile alle piogge che, a quel punto, restano in superficie, invece di infiltrarsi naturalmente in profondità , e esondano inevitabilmente.
Già  le catastrofi naturali non esistono, nel caso italiano sono quasi interamente provocate dall’uomo che il rischio lo crea anche dove in passato non c’era. Rettificazione e cementificazione dei fiumi, insediamenti in aree pericolose, disboscamenti e incendi fanno il resto.
Tutto questo in una nazione geologicamente giovane e instabile, nel bel mezzo del cambiamento climatico più grave che si conosca da quando l’uomo organizza attività  produttive.
Se però torniamo al che fare, allora non si può non registrare che la prevenzione rischia di non bastare più, perchè ormai quello che si doveva fare è stato fatto. L’intervento ingegneristico per bloccare frane e alluvioni potrà  funzionare solo in limitati casi: non sono infatti note soluzioni di questo tipo che possano arrestare definitivamente questi fenomeni.
Costruire meglio, nel caso del rischio idrogeologico, non serve.
Molto spesso, anzi, le opere che si vedono in giro per le nostre montagne producono svantaggi peggiori dei benefici che volevano ottenere.
Quei muri bassi di cemento o in pietra che vengono posti di traverso ai corsi d’acqua per limitarne l’azione erosiva, le cosiddette «briglie», non sono solo (quelle «statiche» soprattutto) perlopiù inutili, ma spesso risultano dannose, visto che l’acqua, da cui ci si voleva difendere, poi si scava comunque una strada aggirando la briglia e rendendola instabile.
E ancora si parla di messa in sicurezza, come se fosse possibile imbrigliare un’intera catena montuosa come l’Appennino.
Come se questa operazione avesse un senso geologico ed ecologico, come se, infine, servisse almeno a qualche cosa.
Insomma, si deve dolorosamente capire che da alcune zone a maggior rischio bisogna spostarsi senza se e senza ma.
Non lo si farà  in un mese e nemmeno in un anno, ma lo si deve mettere in progetto nella pianificazione territoriale.
Spontaneamente, seppure dopo secoli di dissesti, lo si è già  fatto in tutta Italia: basti pensare al paese di Craco, in Lucania, spostato per frana, o a Pentedattilo, in Calabria, o, ancora, Frattura, in Abruzzo.
La delocalizzazione delle costruzioni e delle popolazioni a maggior rischio non può più essere procrastinata, ma deve essere messa nel conto delle scelte politiche future: non farlo significa ignorare colpevolmente la realtà  dei fatti.
E si deve capire anche che nessun territorio del mondo può reggere il ritmo di cementificazione impresso a quello italiano, dove, ogni secondo che passa, un metro quadrato di superficie viene asfaltata, cementata o disboscata e incendiata.
Il consumo di suolo non è solo un emergenza estetica e paesaggistica, è prima di tutto la causa fondamentale delle nostre rovine geologiche.

Mario Tozzi
(da “La Stampa“)

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VENTIDUE ALLARMI IN DUE MESI: STA PIOVENDO TROPPO SU UN TERRITORIO ABBANDONATO

Novembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

ECCESSO DI MALTEMPO O DI ALLARME? … GLI ESPERTI: “PIOVE DI PIU’ E IN MODO PIU’ VIOLENTO”

Sessanta avvisi di avverse condizioni meteo in media in un anno lanciati dal servizio dell’aeronautica militare.
Ventidue tramessi dalla Protezione civile solo dall’inizio di settembre.
Per non parlare della quasi costante allerta 2 in cui ha vissuto nelle ultime settimane la Liguria.
In alcuni casi al bollettino rosso è seguito un nubifragio, una frana, in altri non è successo nulla o quasi: eccesso di maltempo o di allarme?
Piove di più rispetto a dieci, venti anni fa o è la nostra percezione che è cambiata nell’affrontare l’eventuale emergenza?
E ancora: dopo la sentenza sulla mancata previsione del terremoto dell’Aquila si preferisce dare un’allerta in più che una in meno?
I dati raccolti dalla rete delle stazioni di lineameteo.it dicono che anche domenica in 16 località  sono caduti più di 80 mm di pioggia in 12 ore, con punte di 136 nel Trevigiano: ne bastano 30 in un’ora per provocare un nubifragio in città .
Il colonnello Luigi De Leonibus, responsabile del servizio meteo dell’areonautica militare, spiega: «È presto per parlare di una marcata tendenza alla tropicalizzazione, serve almeno mezzo secolo di osservazioni per dirlo. Sicuramente si registra un aumento delle precipitazioni temporalesche».
Il metereologo e climatologo Mario Giuliacci ci dice anche di quanto: «Rispetto al passato piove di più (perturbazioni più frequenti) e in modo più violento (rovesci più forti): a novembre in media dovrebbero cadere 80 mm di pioggia, in quarant’anni solo per undici volte è stata superata la soglia dei 100: per ben sette negli anni 2000».
La colpa? «Del Mediterraneo sempre più caldo: quando le perturbazioni atlantiche lo sorvolano assorbono calore e umidità , spinte dallo scirocco verso Nord lungo il Tirreno e l’Adriatico trovano poi le Alpi e salendo di quota si scaricano in violenti temporali».
Spiega Massimiliano Fazzini, docente di Rischio Climatico all’università  di Ferrara: «Ormai l’eccezionalità  sta diventando la normalità , ma questa non può essere vissuta come tale dal nostro territorio fragile. Nè troppa pioggia quindi nè troppi allarmi (forse qualcuno a livello regionale)».
Perchè, aggiunge De Leonibus, «il numero di avvisi dipende dall’impatto che fenomeni gravi possono avere sul territorio».
L’allerta per un’area molto urbanizzata sarà  così sempre più forte. «Se è vero così che i sessanta avvisi in un anno sono circa sempre gli stessi la modalità  con cui vengono fatti e percepiti è cambiata: il fattore antropico è fondamentale. Non solo: la sensibilità  del territorio e della comunità  alle informazioni meteo, sempre più accurate, è aumentata».
Paola Pagliara, responsabile del centro previsionale rischio idrogeologico della Protezione civile, paragona il nostro territorio a un malato cronico e pone al centro del cambiamento la variabile emotiva: «È vero, le precipitazioni sono più violente e anche il livello d’allerta è più alto.
Ma questo perchè è aumentata la percezione del rischio sull’onda dell’emotività  delle recenti alluvioni».
La memoria però è corta: «E fino a oggi l’emotività  non è bastata a sensibilizzare chi gestisce il territorio anche se, dopo ogni tragedia, a qualcosa è servita».
Prendiamo l’alluvione di Sarno, maggio 1998, 160 vittime: «Dopo quell’evento s’è voluto monitorare tutti i pezzi d’Italia a rischio idrogeologico. A dieci anni la mappa è completa e ci dice che l’80% dei comuni è a rischio».
E l’alluvione di Messina, ottobre 2009, 35 morti: «Anche dopo quella tragedia è stato messo a punto un piano per la messa in sicurezza delle aree a rischio e stanziato un miliardo. Una goccia rispetto ai 40 miliardi necessari».
Soprattutto perchè quelle risorse in alcuni casi non sono arrivate. «Ma pur sempre qualcosa: con una media di tre-quattro eventi eccezionali ogni anno, la situazione del nostro territorio è sempre più vulnerabile. E ogni allerta non tiene conto solo delle previsioni ma anche delle ferite strutturali ancora aperte. Questo fa scattare un livello di allarme superiore».
Insomma: «Il sistema di allerta tenta di supplire al rischio presente sul territorio. Anche se si procedesse al ritmo di un miliardo l’anno, ce ne vorrebbero 40 per mettere in sicurezza tutto».
Un sistema più sensibile dopo la sentenza dell’Aquila? «Non si può escludere che questo determini una maggiore prudenza tra chi lavora nel settore dell’incertezza, è ragionevole»
Del resto anche la percezione del rischio di inondazioni e frane è aumentato.
Spiega Fausto Guzzetti, direttore dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica del Cnr: «Una ricerca commissionata alla Doxa sulla percezione dei rischi naturali ci dice che un cittadino su tre si sente abbastanza-molto esposto al rischio di alluvioni (soprattutto in Liguria, Campania, Piemonte e Toscana) e uno su cinque a quello di frane (in testa Valle d’Aosta, Calabria, Liguria e Campania)».
E quindi: «Piove in modo più intenso ma siamo anche più sensibili, perchè al di là  del fenomeno naturale in sè (monitorato in modo sempre più accurato) il territorio è il nostro tallone d’Achille: sistemarlo ora però ha un costo insostenibile».

Alessandra Mangiarotti
(da “il Corriere della Sera”)

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GOVERNO MONTI BOCCIATO IN AMBIENTE: “FARE MENO PEGGIO DI SILVIO NON BASTA”

Novembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

DA ECOLOGISTI E   STUDIOSI EMERGE UN BILANCIO NEGATIVO SULL’AZIONE DEL GOVERNO TECNICO: “TROPPI TAGLI, MANCA IL CORAGGIO DI VOLTARE PAGINA”… CRITICHE SULLE TRIVELLAZIONI

Il 16 novembre scorso, quando si insidiò il governo Monti, fece un certo effetto sentire ben due membri del nuovo esecutivo pronunciare la parola “sostenibilità ” nelle loro prime dichiarazioni programmatiche.
Reduci da tre anni di Berlusconi a Palazzo Chigi, con le sue tentazioni negazioniste sui cambiamenti climatici e le sue ambizioni nucleari, quelle affermazioni dei ministri Corrado Passera e Corrado Clini, nel clima di generale euforia per una brutta pagina che veniva finalmente girata, destarono forti speranze di un nuovo inizio.
Ottimismo rafforzato tra l’altro dal fatto che nel drastico taglio del numero dei dicasteri, tra quelli confermati c’era proprio quello dell’Ambiente.
Oggi, a distanza di un anno, cosa resta di quelle speranze?
Ben poco a sentire ambientalisti e addetti ai lavori.
Il sentimento prevalente è quello di delusione e il fatto di essere “meno peggio” di Berlusconi è un merito che si va facendo sempre più stretto.
Tanto che nell’opinione del Wwf finisce per diventare un aggravante più che un attenuante.
“Dal 2008 ad oggi abbiamo assistito ad un drastico taglio degli stanziamenti a favore del ministero dell’Ambiente e delle politiche ambientali: siamo passati da 1,6 miliardi agli attuali 450 milioni 1”, ricorda Stefano Lenzi, responsabile dell’Ufficio relazioni istituzionali del Panda.
“Con Monti non c’è stata nessuna inversione di tendenza nel relegare l’ambiente a un ruolo di marginalità . Al contrario sono lievitati gli stanziamenti per le infrastrutture strategiche, visti i continui rincari di tutte le opere previste, fino alla cifra record del +800% toccato dal II lotto del valico dei Giovi. Ma se questo poteva essere scontato in un governo che faceva dell’improvvisazione la sua cifra – conclude Lenzi – in un governo di tecnici diventa inquietante”.
Alla scelta di chiudere i rubinetti dei finanziamenti in maniera ancor più drastica che per altri settori di spesa hanno corrisposto del resto scelte in materia energetica che risultano quanto mai indigeste.
Molto simile la sostanziale bocciatura che arriva da Greenpeace. “Se il governo Berlusconi era dichiaratamente antiambientalista, con una maggioranza che votava mozioni negazioniste sul clima e contro lo sviluppo del solare, Monti ci ha riportato in un ambito di civiltà  europea, con un ministro dell’Ambiente che cerca almeno di fare la sua parte, e questo non è poco”, commenta il direttore Giuseppe Onufrio.
“Ma – avverte – è ancora del tutto insufficiente per affrontare alcune delle sfide che abbiamo davanti: sull’energia si è dato un colpo di freno eccessivo alle fonti rinnovabili (settore dichiarato a parole strategico) e si è disegnata una Strategia energetica nazionale 4 di corto respiro che dà  il via libera alle trivelle a mare, mantiene la produzione a carbone e non è credibile sulle rinnovabili”.
E l’industria cosa ne pensa?
Il giudizio nei confronti dell’esecutivo tecnico dell’Aper, l’associazione che riunisce le aziende del settore, ricalca il solito schema: sollievo per aver posto fine ad una situazione anomala, ma delusione nel merito delle azioni intraprese.
“Il governo Monti ha senza dubbio avuto il merito di porre fine ad un lungo periodo di incertezza normativa che caratterizzava il settore, ma come Aper, principale associazione italiana di produttori di energia da fonte rinnovabile, dobbiamo purtroppo riscontrare che non si è provveduto alle necessarie semplificazioni normative che ci avrebbero potuto rendere più vicini agli standard europei”, afferma il presidente, Agostino Re Rebaudengo.
“Al contrario – sottolinea – sono state introdotte nuove barriere (registri, aste, plafond, sbilanciamenti) che sono tra l’altro in contraddizione con gli obiettivi di crescita definiti nella, da poco pubblicata, Strategia energetica nazionale”.
Visto da fuori dell’arena politica e imprenditoriale e valutato con gli occhi dello studioso, il bilancio su un anno di governo Monti in materia ambientale ed energetica non cambia poi molto.
“I decreti sugli incentivi alle fonti termiche, centrali per gli obiettivi europei 2020 sono ancora in gestazione, la Sen ha visto la luce in una forma piuttosto esile e poco incisiva, inoltre dal mio punto di vista, non si è lavorato sui temi dell’effettiva liberalizzazione dei mercati”, sostiene Arturo Lorenzoni, direttore di Ricerca presso l’Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente della Bocconi.
“E’ vero – ammette il docente – che è un esecutivo a termine, che sembra dover gestire solo l’emergenza, ma il settore dell’energia ha bisogno di competenze più forti, di segnali più chiari, meno nel segno della continuità  con il passato per poter avviare un reale rinnovamento. Sono scelte politiche, certo, e forse non c’era li mandato, ma questo non può evitare un po’ di delusione in chi sperava in una maggior capacità  di interlocuzione sui temi tecnici rispetto al passato. A me sarebbe piaciuto vedere una linea diversa, più capace di interpretare i cambiamenti profondi che sta vivendo il mondo dell’energia”.
“In materia di clima e energia, era difficile fare peggio di quanto fatto dal governo precedente”, spiega Stefano Caserini, curatore del sito Climalteranti.it, uno dei più auterevoli osservatori sul riscaldamento globale.
“Alcuni passi – ricorda – si sono visti (l’avvio dei lavori per una Strategia nazionale di adattamento, la proposta di una Strategia energetica nazionale), ma nel complesso è mancato il coraggio di voltare pagina e dare importanza alle politiche ambientali e climatiche: l’azione è stata nel complesso insufficiente”.

Valerio Gualerzi
(da “La Repubblica”)

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CINQUE TERRE, LA MURAGLIA LIGURE CHE STA CROLLANDO

Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile

L’AREA E’ SEMPRE PIU’ A RISCHIO… IL 92% DELLE FRANE AVVIENE NELLE ZONE INCOLTE

I muretti a secco dei terrazzamenti, sulle colline delle Cinque Terre a picco sul mare, se fossero messi in fila, sarebbero lunghi 5.729 chilometri: poco meno della Muraglia cinese.
Negli ultimi due decenni questo serpentone sta franando in mare, portando con sè terra, uomini, animali e anche «vie dell’Amore».
I terrazzamenti, comparsi nello Spezzino attorno all’anno Mille, hanno consentito per secoli alle popolazioni locali di vivere coltivando queste terre strappate a pendenze impossibili.
Dirupi trasformati in vigneti a picco sul mare: un ecosistema perfetto ammirato nel mondo.
Peccato che lo stesso mondo adesso le veda franare in mare, un pezzo alla volta.
Gli uomini fanno e disfano, nella zona delle Cinque Terre male, visto cosa succede ad abbandonare al loro destino zone prima coltivate e curate.
Ma tutto il territorio della Liguria, sotto questo profilo, non gode di buona salute: il 98% dei suoi Comuni (232 su 235) «presenta un’elevata criticità  idrogeologica» e «155 mila persone vivono o lavorano in aree considerate pericolose», come è scritto nel rapporto Ecosistema a rischio, firmato da Protezione civile e Legambiente.
La provincia di La Spezia non manca un colpo: 32 Comuni a rischio su 32.
Una terra che prima era curata come un purosangue, adesso è diventata cavallo da tiro, e infatti scalcia di brutto.
ABUSI
Marino Fiasella, commissario straordinario della Provincia di La Spezia, lo spiega così: «Il principale problema in questa zona è dato dalla troppa gente che sollecita un territorio che necessita di manutenzione e cure meticolose».
Nel dopoguerra in Liguria c’erano 150 mila persone che lavoravano la terra, oggi sono meno di 14 mila, in gran parte anziani.
Delle terra ci si è continuati a occupare, ma nel giro di pochi anni si è capovolto il modo: costruendo ovunque, con una quantità  incredibile di abusi edilizi, e poi dighe e ponticelli fuori norma, frane mai messe in sicurezza, boschi e campi in stato di abbandono.
Il cavallo da tiro è diventato pericoloso: il 4 ottobre 2010 straripano quattro torrenti che mandano Sestri Ponente in apnea; nel 2011 le Cinque Terre rimangono tre: Vernazza e Monterosso vengono sommerse di fango e con loro 18 vittime.
Un mese fa esatto, se proprio ancora serviva un evento simbolico, è franata la «Via dell’Amore», che una volta rimessa in sesto andrà  anche sicuramente ribattezzata, almeno per rispetto alle quattro turiste australiane rimaste ferite gravemente.
Non si capisce cosa si debba attendere ancora prima di veder franare in mare un’intera regione.
IL NUOVO STUDIO
Una buona occasione per riflettere sul problema, augurandosi che non sia l’ultima, la offre una ricerca intitolata Terrazzamenti e dissesto idrogeologico: analisi del disastro ambientale delle Cinque Terre.
Insieme ad altri ricercatori la firma Mauro Agnoletti, professore associato di pianificazione del territorio e di storia ambientale all’Università  di Firenze.
Sarà  presentata il prossimo 9 novembre a Firenze, durante i lavori di Florens, biennale internazionale dei Beni culturali e ambientali.
Nelle Cinque Terre, più che altrove per la particolare conformazione del territorio, si deve fermare la cementificazione e riprendere la cura della terra.
«Non c’è via d’uscita », sottolinea Agnoletti, «se non si comprende che la presenza dell’uomo come agricoltore è la migliore difesa contro il dissesto».
DERIVA
Questo è il primo comandamento per invertire una deriva, anche culturale, che sta confondendo tutto, anche il fatto che la comparsa dei boschi dove una volta c’erano terre coltivate sia letto come buon segnale.
«È vero il contrario, e nella nostra ricerca emerge dai dati: su 88 frane esaminate nelle Cinque Terre, il 47,7% è avvenuto in zone di colture abbandonate, e il 44,3% in aree boschive non gestite».
Se gli alberi tornano a occupare una zona che l’uomo aveva rimodellato, lo fanno a loro uso e consumo e quindi, per esempio, con le loro radici sfondano i famosi muri a secco su cui si regge l’intero sistema dei terrazzamenti.
«Un conto è fare rimboschimento mirato in montagna, che può stabilizzare il terreno», spiega Agnoletti, «un altro è abbandonare alla riforestazione spontanea zone come quelle delle Cinque Terre».
Dove, in caso di piogge sopra la norma e su pendenze elevate, il peso delle piante d’alto fusto ha un effetto devastante di sradicamento, non di tenuta.
Il concetto è chiaro, e si ripete quando la natura abbandonata si scrolla di dosso qualcuno. «Ogni volta che si va a cercare le cause dei disastri si scopre lo stesso problema: non c’è più gente che lavora la terra, che va in malora.
Le conseguenze, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti». Parole di Claudio Burlando, presidente della Regione Liguria.

Stefano Rodi
(da “Il Corriere della Sera“)

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“PIEMONTE, UNA PATTUMIERA RADIOATTIVA CON IL 96% DELLE SCORIE D’ITALIA”

Ottobre 27th, 2012 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DI “PRO NATURA” SULLA BASE DELL’ANNUARIO ISPRA… A SALUGGIA SONO STOCCATI ANCHE RIFIUTI PROVENIENTI DA OLANDA E CANADA

Il Piemonte è ormai una pattumiera radioattiva.
A denunciarlo è Pro Natura, attraverso la sede di Torino: in base all’ultimo Annuario dei dati ambientali dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra), gli ambientalisti mettono in guardia sui rischi corsi da una regione che, da sola, ospita oltre il 96% dei rifiuti radioattivi italiani.
Una situazione allarmante, secondo l’associazione ecologista, e destinata a durare ancora a lungo: “Ci sono ben cinque nuovi depositi nucleari in progetto nella nostra regione”, scrive Rossana Vallino su Obiettivo Ambiente, il magazine di Pro Natura.
Inoltre, sono ricominciati anche “gli inutili e pericolosi trasporti nucleari verso la Francia”.
Un via vai di materiali di scarto radioattivi che, soprattutto in Val Susa, ha già  sollevato molte proteste in passato, e che non si limita ai trasporti Oltralpe.
A Saluggia, in provincia di Vercelli, sono stoccati anche rifiuti radioattivi provenienti dal Canada e dall’Olanda.
Come le lamine di Petten, ora destinate ad essere spedite negli Stati Uniti.
Dopo avere attraversato in autostrada l’intero nord Italia.
Rifiuti radioattivi giacenti, trasporti di materiali contaminati attraverso zone densamente popolate, scarichi di radioattività  in aria e in acqua.
Con il 72,3% in termini di attività  ed il 96,42% dei materiali di scarto radioattivi, il Piemonte si aggiudica il poco invidiabile primato di regione più a rischio irradiazione d’Italia.
Uranio, trizio, plutonio, trasporti da e per il deposito Avogadro di Saluggia: “Ce n’è quanto basta per lanciare un forte grido d’allarme”, allerta la sezione piemontese di Pro Natura. “Formalmente si tratta di depositi temporanei”, scrive Vallino, ma siccome del Deposito Nazionale definitivo, che per legge doveva essere costruito entro il 31 dicembre 2008, non c’è alcuna traccia, “è facile pensare che questi numerosi depositi saranno destinati ad ospitare i materiali radioattivi chissà  per quanto tempo”.
Secondo Pro Natura, che già  lo scorso anno aveva diffidato la Regione Piemonte per non avere diffuso il piano di emergenza in caso di incidente radioattivo, come invece voluto dalla legge regionale n. 5 del 18 febbraio 2010, i siti nucleari piemontesi “non sono per nulla idonei per questa funzione”.
Anzi, “sono veri e propri siti ad elevato rischio”.
Le località  più interessate? Trino (VC), dove l’azienda incaricata di smantellare i vecchi impianti nucleari italiani, Sogin, ha recentemente iniziato il decommissioning dell’isola nucleare della centrale Enrico Fermi; Bosco Marengo (AL), dove le operazioni di bonifica ambientale dell’impianto Fabbricazioni Nucleari hanno portato allo smantellamento e la decontaminazione (ma non alla rimozione) delle apparecchiature per la produzione del combustibile nucleare; e Saluggia (VC), nota non solo per avere accolto le barre di combustibile irraggiato delle centrali di Latina e Garigliano, ma anche e soprattutto perchè ospite dell’85% dei rifiuti radioattivi italiani.
Che, in gran parte in forma liquida, non dovrebbero stare a poche decine di metri dal fiume Dora Baltea, nè ad 1,5 Km dall’acquedotto del Monferrato, una delle falde acquifere più importanti del Piemonte.
C’è poi Ispra (VA), a ridosso del territorio piemontese, dove per circa 40 anni l’attività  del reattore sperimentale dell’Euratom ha rilasciato nel Lago Maggiore importanti dosi di sostanze radioattive.
Piemonte come fulcro di problemi che, però, non sono legati solo al nucleare italiano, e che a Saluggia assumono connotati internazionali.
Sì, perchè nella località  vercellese, oltre agli scarti radioattivi nostrani, ci sono anche quelli della centrale nucleare di Pickering, località  canadese sulla sponda settentrionale del lago Ontario (nota per la fuga radioattiva verificatasi negli stessi giorni del ben più grave incidente di Fukushima Daiichi).
E, grazie ad un accordo internazionale tra gli Stati Uniti e la stessa Euratom, anche alcune lamine di Petten, provenienti dall’omonima località  olandese e ora destinate a raggiungere gli Usa stessi.
Da Saluggia, infatti, questo materiale (che rientra nella tipologia “combustibile irraggiato ad uranio altamente arricchito”) verrà  trasportato prima su gomma fino al porto di Trieste, poi via mare oltre oceano.
Secondo la Prefettura di Novara, queste lamine radioattive a spasso per il nord Italia non sono un problema: i container sono a tenuta stagna, anche se non manca un vademecum sulle norme comportamentali da seguire in caso di emergenza radiologica.
Per l’ingegner Lamberto Matteocci, responsabile del servizio controllo attività  nucleari dell’Ispra, che monitora la radioattività  ambientale, “non è necessario sentirsi in una condizione di rischio”.
“La presenza dei rifiuti radioattivi non comporta un’assenza di sicurezza nella gestione degli stessi”, rassicura Matteocci, anche se “indubbiamente ci sono molte cose da fare in termini di un loro condizionamento, trattamento e stoccaggio”.
E per quanto riguarda i loro trasporti?
“Sono operazioni il cui livello di sicurezza è molto elevato, con numerose misure prese per prevenire incidenti. Che, semmai dovessero verificarsi, a livello di conseguenze radiologiche interesserebbero comunque un raggio molto limitato, nell’ordine di alcune centinaia di metri”.

Andrea Bertaglio

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IN ITALIA OLTRE MILLE PROGETTI DI AGRICOLTURA SOCIALE, MA MANCA IL QUADRO NORMATIVO

Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile

A ROMA IL CONVEGNO “COLTIVARE SALUTE”… PRATICHE DI RICONOSCIMENTO DA PARTE DEI SERVIZI PUBBLICI

In Italia sono oltre mille i progetti di agricoltura sociale diffusi su tutto il territorio, ma spesso sono poco conosciuti e non hanno ancora un quadro normativo sia nazionale che comunitario nel quale ritrovarsi.
E’ quanto emerge dal convegno “Coltivare salute: agricoltura sociale e nuove ipotesi di welfare”, in corso oggi presso il ministero della Salute a Roma e organizzato con la collaborazione del ministero della Salute, dell’Istituto superiore di sanità , l’università  della Tuscia, l’università  di Pisa, la Rete rurale nazionale e l’Inea, Istituto nazionale di economia agraria.
Pratiche che ad oggi, spiegano gli organizzatori, sembrano essere molto più numerose di quelle rilevate.
“In Toscana nel 2003 erano presenti 60 esperienze che avevano incluso circa 1200 persone negli ultimi dieci anni – spiegano -, l’equivalente di un servizio pubblico dedicato. Nella sola provincia di Torino la stessa quantità  di aziende produce valori inclusivi che possono essere quantificati in circa 4 milioni di euro di risparmio per il servizio pubblico, al di là  dei benefici umani per le persone coinvolte”.
In alcuni territori, inoltre, sono avanzate le pratiche di riconoscimento formale da parte dei servizi pubblici. “Le regioni Marche, Piemonte, Lazio e Veneto sono attive in questa direzione – spiegano -, mentre Emilia Romagna e Lombardia stanno discutendo iniziative e percorsi di rafforzamento”.
Nonostante il piano strategico per lo sviluppo rurale 2007-2013 abbia inserito l’agricoltura sociale fra le azioni chiave da sviluppare nei programmi regionali e diverse regioni abbiano già  legiferato in materia, “al momento non esiste ancora un quadro normativo sia a livello comunitario che nazionale”.
In Italia, infatti, “si assiste ad una dicotomia tra politiche agricole che incoraggiano l’avvio di progetti e sistema sociosanitario che mantiene un atteggiamento diffidente nei confronti delle pratiche terapeutico-riabilitative attuate in contesti agricoli in quanto non sufficientemente validate a livello scientifico”.
Per questo, spiegano gli organizzatori, ad oggi occorre fare un quadro completo delle esperienze attive sul territorio, avviare iniziative pilota con governance multilivello per consolidare il capitale di esperienza, ma anche ricerche interdisciplinari per convalidare i risultati positivi, garantire il trasferimento delle conoscenze e creare collaborazione tra i diversi ambiti settoriali e le diverse amministrazioni coinvolte.
Azioni da realizzare al più presto, spigano gli esperti, anche perchè “il nuovo ciclo 2014-2020 dei fondi strutturali Ue offre opportunità  di sviluppo all’agricoltura sociale che potrebbero essere massimizzate dalle amministrazioni nazionali e regionali attraverso un uso coordinato e simultaneo dei diversi fondi èun raccordo sinergico con le politche nazionali”.

(da “il Redattore Sociale“)

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LE ZONE VINCOLATE E IL SI’ IN 45 GIORNI: IL PASTICCIO DEL LIMITE IMPOSSIBILE

Ottobre 18th, 2012 Riccardo Fucile

CANCELLATO IL SILENZIO-RIFIUTO… COME FARANNO LE SOVRINTENDENZE SENZA ORGANICO?

Se gli efficientissimi uffici tedeschi impiegano 97 giorni a dare l’okay per costruire un capannone, può bastare una legge a miracolare le nostre soprintendenze spingendole a dire sì o no a un eventuale abuso entro 45?
E questo nonostante gli uffici di tutela abbiano qua e là  paurose carenze d’organico? Eppure è questo l’intento della nuova legge sulla semplificazione.
Che rischia di essere un pasticcio dalle conseguenze da brividi.
In linea di principio, ovvio, è impossibile non essere d’accordo. Anzi, il sogno di tutti i cittadini sarebbe quello di ottenere una risposta alla domanda di una licenza edilizia entro una settimana. O magari il giorno dopo.
Ma un conto sono le dichiarazioni di principio, un altro il buon senso.
Immaginate una legge che dica: le ambulanze devono arrivare in ogni luogo d’Italia entro 5 minuti dalla richiesta di soccorso. Evviva.
Ma le strade dovrebbero essere in ordine, le piazzole attrezzate, i centralini sempre all’erta, le autolettighe nuove e non vetuste con 22 anni di anzianità  media, i volontari e i medici abbondanti, i serbatoi della benzina sempre pieni…
Insomma: calare dall’alto un bellissimo principio su una realtà  sgangherata non solo non risolve i problemi ma rischia di aggravarli creando aspettative impossibili da accontentare.
Certo, la storia dei permessi edilizi nei luoghi soggetti a qualche forma di tutela paesaggistica, monumentale o archeologica era regolata fino a ieri da due leggi che finivano per andare in conflitto.
Una diceva che il silenzio delle sovrintendenze equivaleva al rifiuto, un’altra che equivaleva al consenso.
E sul tema da anni si erano aperte infinite baruffe politiche e giudiziarie.
È lì che interviene il disegno di legge: «La nuova disciplina del permesso di costruire, oltre a garantire tempi certi per la conclusione dei procedimenti, elimina il silenzio rifiuto previsto per il rilascio del permesso medesimo nei casi in cui sussistano vincoli ambientali, paesaggistici o culturali».
D’ora in avanti le novità  «consentono una maggiore certezza del rispetto dei termini e una riduzione dei tempi di conclusione del procedimento, in virtù dell’obbligo dell’amministrazione competente, di emanare il provvedimento, una volta decorso il termine per l’espressione del parere da parte del soprintendente, che viene ridotto a 45 giorni».
Sulla carta, benissimo.
Ma si può chiedere a una tartaruga di farsi di colpo lepre?
Dice Confindustria che per tirar su uno stabilimento in una zona industriale una media azienda deve aspettare 97 giorni in Germania, 184 in Francia e 258 giorni da noi.
E parliamo di aree industriali, pezzi di territorio già  compromessi. Non delle colline terrazzate del Chianti, dei dintorni di un sito archeologico o di una costa ancora incontaminata.
Non bastasse, quella tartaruga è azzoppata da un’antica e progressiva carenza di organici.
Solo tra i dirigenti, ne mancano uno su sei.
E tra quelli che dovrebbero compiere i sopralluoghi i vuoti in certe aree sono drammatici.
«In Molise abbiamo quattro persone che possono andare a fare le verifiche, coi mezzi pubblici o con l’auto propria ricevendo rimborsi bassissimi e pagati a volte molti mesi dopo», spiega il direttore regionale per i Beni culturali e paesaggistici Gino Famiglietti.
«Quattro persone per 4.400 chilometri quadrati: ammesso che passino la vita in giro, e ancora non basterebbero, poi i controlli sulle carte in ufficio chi li fa?».
Tanto per dare un’idea: come ricorda il deputato Roberto Morassut il carico di lavoro a Roma è tale che le 600 mila pratiche dei condoni edilizi craxiani e berlusconiani (l’ultimo 9 anni fa) sono state sbrigate solo per la metà .
C’è anzi chi sta perfino peggio: a Messina i fascicoli ancora da smaltire sono circa 11 mila su 16 mila.
E il giorno in cui tentarono di chiudere il contenzioso con la «sanatoria delle sanatorie» gli abusivi che scelsero di aderire con un’autodichiarazione furono lo 0,37%.
Perfino nelle realtà  mediamente più virtuose come Torino la soprintendenza ammette: «Data l’impossibilità  di verificare tutto, la maggior parte delle pratiche vengono sbrigate col silenzio-assenso». Figuratevi nel resto del Paese e soprattutto nelle quattro Regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Puglia, Campania) in cui si concentra secondo il Cresme il 59,6% delle abitazioni abusive.
Immaginatevi quei 45 giorni di tempo dati ad esempio nello sgangherato hinterland napoletano o a Ischia, dove su 62 mila abitanti sono stati denunciati 28 mila abusi. Sinceramente: davvero c’è chi pensa di potere arginare la devastazione del territorio, continuare a tagliare gli organici e allo stesso tempo raggiungere una produttività  e una rapidità  dimezzata rispetto agli uffici tedeschi?
Ma dai…
Dice una nota di Lorenzo Ornaghi che no, «non c’è nessuna diminuzione del livello di tutela del paesaggio e dei beni culturali poichè la nuova norma, obbedendo a un principio generale di trasparenza della funzione pubblica, ha solo ribadito il diritto del cittadino ad avere in ogni caso una risposta espressa e motivata (negativa o positiva) sulla propria domanda di permesso di costruire o sulle altre istanze che presenti all’amministrazione».
Può essere.
Eduardo Zanchini di Legambiente spiega però di essere preoccupatissimo: «Oggi le competenze sulla tutela sono in qualche modo contese, di fatto, tra le sovrintendenze e le Regioni. Non vorremmo che, nell’attesa di una risposta fuori tempo massimo dei soprintendenti asfissiati dal lavoro le Regioni e i Comuni consentissero di costruire anche nelle aree più delicate».
Conosciamo già  la risposta di rito: se succederà  si tratterà  di case illegali.
Bella consolazione: in Italia, stando agli studi di Paolo Berdini, sono già  quattro milioni e mezzo.
E perfino quelle con decreto di abbattimento vengono poi abbattute nello 0,97% dei casi.
Per non dire, se non arriverà  qualche ritocco salvifico, di un rischio ulteriore: ogni cittadino che non riceverà  la risposta delle sovrintendenze entro 45 giorni sarà  autorizzato a fare causa per danni allo Stato.
Accettiamo scommesse: rischia di scatenarsi una baraonda avvocatesca mai vista.

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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