Novembre 9th, 2013 Riccardo Fucile
“CHI HA GIA’ FALLITO SI FACCIA DA PARTE”…. E OGGI “COERENTEMENTE” E’ ANDATA AD AVALLARE I “FALLITI”
«La rinascita di An? Guardi, alla manifestazione di Storace mi hanno anche invitata, ma non so
se ci andrò. Queste operazioni non mi convincono. Ci voglioni altri capi, nuove generazioni. Come fanno i vecchi leader a ripresentarsi davanti agli elettori?».
Donna Assunta Almirante è una sorta di dizionario vivente della destra italiana.
Ha vissuto tutta la parabola politica che ha portato dal Movimento Sociale ad Alleanza Nazionale da testimone privilegiata e ora sembra non lasciarsi incantare con facilità da chi vorrebbe riportare indietro le lancette dell’orologio.
Donna Assunta, perchè non la convince la rinascita di Alleanza Nazionale?
«Innanzitutto perchè io non ho condiviso neanche la prima fondazione di An. All’epoca, quando si seppellì il Movimento Sociale per dar vita alla nuova sigla, preferii andarmene perchè avevo già capito come sarebbe andata a finire. E cioè che l’obiettivo era soltanto diventare i soci di Berlusconi».
È solo un problema di sigle? L’intento, più nobile, sarebbe quello di riunire tutte le destre…
«E chi dovrebbe farlo? Gli stessi leader che da An sono scappati? Che hanno lasciato il partito dopo aver chiesto sedi e preso i soldi di Giorgio Almirante? Il vero problema di questa “riunione” è che si tratta di un’operazione calata dall’alto. Come se Storace e gli altri fossero i veri proprietari di una storia che, invece, appartiene ai circoli, alle sezioni, agli iscritti».
E loro, i militanti, vorrebbero tornare sotto un unico tetto?
«Io giro l’Italia, parlo con tanti vecchi missini e posso dirle che sono tutti d’accordo: vorrebbero una ritrovata unità . Ma il problema sono i leader. Può Storace essere l’ago della bilancia? Chi è davvero in grado di comandare in questa destra? Chi è pronto a sacrificarsi come faceva Giorgio? Lui ci metteva tutto se stesso anche se non c’era una lira da spendere».
Erano altri tempi.
«Ricordo quando gli dicevo: “Giorgio, ma chi vai a fare in quella città ? Al comizio ci saranno solo poche centinaia di persone”. Lui mi rispondeva: “Anche un solo voto in più mi basta”».
C’è chi dice che dietro questa operazione possa esserci anche Gianfranco Fini.
«Io non credo proprio. Mi sembra impossibile che abbia ancora il coraggio di farsi vedere. Ho persino comprato il suo libro. Soldi sprecati».
In che senso?
«Non c’è scritto niente. Da dove è venuto, chi l’ha messo al comando, neanche una parola per mio marito. Un libro inutile, mi sono pentita d’averlo preso. Un grave colpo alle mie finanze… (ride, ndr)».
Cosa pensa, invece, dell’Officina per l’Italia?
«Non so di cosa si tratta. Me lo spiega?».
È la piattaforma programmatica per la nuova destra lanciata dai Fratelli d’Italia di Meloni e La Russa.
«Mah… Onestamente non mi sembrano persone con la giusta preparazione. Questi sono uomini che sono solo riusciti a distruggere senza creare, nonostante tutti i soldi che avevano a disposizione. La verità è che i leader di ieri non ci sono più. I De Gasperi, i Berlinguer…».
Insomma, dopo Berlusconi c’è solo il nulla?
«Io, al posto del Cavaliere, avrei già salutato tutti e me ne sarei andata. Ora non può più farlo, speriamo solo che Napolitano gli conceda la grazia. E comunque non ne possiamo più di questa faida quotidiana nel Pdl. Non ci fanno una bella figura e non fanno il bene del Paese».
Neanche nel Pdl intravede nuovi leader per il futuro?
«Inizialmente ho creduto molto in Alfano. Mi piaceva l’intesa con Letta. Ma ora non credo che abbia il coraggio di portare fino in fondo la sua battaglia».
Donna Assunta tifa per le larghe intese? È una notizia…
«Io guardo al bene del Paese. Se il centrodestra elabora una proposta e il centrosinistra non la vota, è tutto inutile. Stavolta, invece, si può discutere insieme e fare in modo che i provvedimenti utili ai cittadini siano approvati».
In realtà il governo non sembra così stabile da poter fare granchè…
«Perchè il nostro è un Paese strano. Quando c’è un nuovo presidente del Consiglio si festeggia come se fosse una Pasqua. Poi, dopo qualche mese, si inizia ad attaccarlo e gli si impedisce di lavorare. È stato così per Berlusconi, Craxi, Moro… Ci manca la costanza, ci stanchiamo subito…».
Carlantonio Solimene
(da “il Tempo”)
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Novembre 8th, 2013 Riccardo Fucile
“NON VEDO UN FUTURO A DESTRA, MANCA UN LEADER”… FINI POTREBBE RIENTRARE… “I SOLDI DELLA FONDAZIONE FANNO GOLA A MOLTI”
Barone Tomaso Staiti di Cuddia delle Chiuse, cosa bolle nel pentolone della destra italiana?
«Non bolle, ribolle: e ne verrà fuori una ribollita.Disgustosa».
Continui
«La settimana scorsa assistetti alla presentazione del libro di Gianfranco Fini presso la Fondazione Corriere della Sera , e rimasi molto sorpreso. Non dai toni di Fini, che come al solito quando parla di politica è burocratico, senza un grammo di passione: no, a sorprendermi fu il modo in cui egli glissò sui suoi rapporti con Berlusconi. Ero certo che spiegasse, almeno in parte, cosa è realmente accaduto con il Cavaliere dopo quel famoso “Che fai, mi cacci?”. E invece niente, non una parola, stranamente molto tiepido…».
Secondo quanto riportato dal Foglio , tra una precisazione e l’altra, Guido Crosetto di Fratelli d’Italia sostiene che in realtà Fini spera di scongelare simbolo e patrimonio di Alleanza nazionale e, per riuscire nell’operazione, starebbe cercando di ricucire i rapporti con il Cavaliere, visto che nella fondazione di An siedono due berlusconiani come Gasparri e Matteoli.
«Mi sembra del tutto credibile, sì. Fini, del resto, ha tutta l’aria di essere intenzionato a rientrare in pista e lui, meglio di chiunque, sa bene quanto sia ingente il tesoretto di An, che poi altro non è che la magnifica eredità del Msi, tra donazioni di denaro liquido e di beni immobili, cui – modestamente – contribuii anche io, quando nel 1970 acquistai per 2 milioni di lire la sede del partito a Milano, in via Mancini».
Il tesoretto ammonterebbe a circa 400 milioni di euro
«È chiaro che una simile somma faccia gola, no? Ma per fare politica, o tornare a fare politica, solo i soldi non bastano».
E qui arriviamo al secondo indizio: Fini glissa sul Cavaliere ma, nelle interviste, è spesso ruvido con La Russa e Meloni di Fratelli d’Italia…
«Sondaggi alla mano, la mossa di Fini potrebbe apparire strategicamente sbagliata, perchè Fratelli d’Italia sembra avere numeri discreti. Però io un’idea ce l’ho. Primo, qualcosa a livello personale con La Russa, di cui era molto amico, e con la Meloni, una sua creatura, è successo. Secondo: il fatto che intorno a quel partito ronzino tipi come Magdi Allam e Oscar Giannino insospettisce Gianfranco… Terzo: ho la sensazione che Fini subisca molto l’influenza della sua compagna».
E così arriviamo a una sola conclusione possibile.
«Semplice semplice… se Fini vuol davvero rientrare nei giochi della politica, a destra non gli resta che Francesco Storace. I due sono stati legatissimi, Storace è stato un suo formidabile portavoce…».
Ma su alcuni temi, come quello dell’immigrazione, ad esempio, ci sarebbero profonde incompatibilità .
«Con uno come Fini lei parla di incompatibilità ? Ah ah ah! Ma no, ma cosa dice? E poi in politica tutto si gira, rigira, tutto si giustifica… No, anzi: Storace sarebbe perfetto per lasciar fare a Fini il padre nobile di una certa destra…».
L’accoppiata Fini-Storace sarebbe davvero clamorosa.
«Clamorosa, ma piuttosto obbligata. Fini è rimasto isolato, non soltanto fisicamente, ma anche dal punto di vista politico. Certe posizioni, che lo avevano portato alla deriva che sappiamo, le aveva condivise con la Perina, con Granata… tutti spariti… chi gli è rimasto? Bocchino?».
Lei, barone, è comunque molto severo con Fini
«È un uomo che non ha mai faticato per ottenere qualcosa. A cominciare da quando diventò segretario del Fronte della Gioventù, scelto da Giorgio Almirante in una rosa di dieci candidati dove lui, Fini, era però arrivato sesto. Un giorno lo andai a trovare nel suo ufficio alla Camera. E gli chiesi: ma perchè non ti dimetti da presidente, e ti batti? Mi osservò con quel suo sguardo lungo, immobile. Allora lo incalzai: ma come hai fatto a stare tutti questi anni con Berlusconi? E lui: “Posti e potere”. Mi arrabbiai, gli chiesi: e ora ti metti pure con Casini? Mi rispose gelido: “Casini è un ombrello. E quando piove, un ombrello serve”. È questo Fini».
Però stiamo qui a parlare ancora di lui.
«Il dramma della destra italiana è questo: non aver cresciuto nessun quarantenne in grado di traghettare il mondo del neo-fascismo a qualcosa che andasse oltre An, senza scivolare in nostalgismi cretini, saluti romani, eia eia alalà , che tornano buoni solo in campagna elettorale, per racimolare qualche voto».
Ci sarebbe la Meloni.
«Mah, insomma… Ha imparato, ha studiato… Ma riscalda i cuori?».
Alemanno?
«Alemanno è sempre alla ricerca di un posto retribuito… Direi di no».
Resta Storace.
«Mi sta simpatico, ma ha un volto vecchio, usurato».
Lei non vede futuro a destra
«No, non ne vedo. Certo, per onestà intellettuale, non nego possa essere influenzato da un certo mio risentimento…».
(Ultimo testimone di rango di ciò che fu il Msi, parlamentare in tre legislature, oggi a 81 anni vive a Lesa, sul Lago Maggiore ).
Fabrizio Roncone
(da “Il Corriere della Sera”)
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Ottobre 24th, 2013 Riccardo Fucile
“AN ERA NATA PER ALLEARSI CON BERLUSCONI, L’IDEATORE FU TATARELLA, NON FINI”… “NON FU SOLO FINI A SBAGLIARE, ERANO TUTTI D’ACCORDO, SOLO RAUTI EBBE IL CORAGGIO DI ANDARSENE”…”RIFARE AN? TANTO I VOTI NON LI PRENDONO”
Donna Assunta Almirante è un fiume in piena.
L’occasione per parlare un po’ di destra è l’intervista di Fini al Corriere della Sera, ma analizzando qualche frase dell’ex Presidente della Camera, si può rileggere la storia politica di quest’area del Parlamento.
Si sapeva che il Movimento Sociale sostenne alcuni provvedimenti del Governo Craxi per l’attuazione del decreto legge per la liberalizzazione del mercato televisivo (che permise la consolidazione del gruppo Fininvest di Silvio Berlusconi).
Ma non era noto che «quando ci fu il passaggio dal Msi ad An — ha dichiarato Donna Assunta — Berlusconi era in prima fila, perchè furono d’accordo nel creare Alleanza Nazionale. Nata per allearsi con Berlusconi».
La Almirante non è d’accordo con le attuali divisioni a destra che stanno occupando i giornali e manda un messaggio a chi vuole rifare An: «Se dovevano tornare ad An, tanto valeva rifare il Msi, se volevano essere creduti. Solo Adriana Poli Bortone è rimasta fedele ai valori di destra».
Nell’intervista di Fini al Corriere della Sera ad un certo punto l’ex presidente della Camera afferma di conoscere Berlusconi «da 30 anni, da quando l’Msi appoggiava le tv private». E’ così?
«Non è vero, a livello politico non lo conosceva. Lo abbiamo conosciuto noi quando segretario del partito era mio marito Giorgio Almirante. E Berlusconi, che non era vicino a nessun partito allora, venne da noi con Confalonieri, ma lui non sapeva nulla. Il Corriere della sera scoprì che Berlusconi ci incontrò. Era una questione di Tv private, la questione politica non c’entrava niente allora. Berlusconi incontrò Giorgio per cercare sostegno e quindi voti per permettere “l’accensione” delle televisioni che aveva in mente…».
Ma An e Berlusconi sono unite in qualche modo?
«Partiamo da un dato: Fini non è certo l’autore di An, è stato Tatarella, anche grazie all’amicizia e ai rapporti che aveva con il dottor Letta. Su quest’operazione Fini fu solo interpellato, a mio avviso. Quando ci fu il passaggio dal Msi ad An, Berlusconi era in prima fila, perchè furono d’accordo nel creare Alleanza Nazionale. Il senatore La Russa, il padre di Ignazio, non votò per An e abbandonò, e anch’io avrei votato contro, ma nella vita mi sono sempre occupata d’altro, non certo di politica, non mi sono mai fatta mantenere. Io feci chiasso comunque e addirittura arrivai a querelare un giornalista, perchè ci fu del caos. Una storia lunga».
Nell’intervista Fini ha parole di amarezza solo per Ignazio La Russa, scrive “mi aspettavo di più”.
«Perchè erano molto amici. Lui dice da trent’anni amici, ma non è così, Fini fu portato al partito da Donato La Morte, poi cominciò ad incontrare La Russa, non era un’amicizia di famiglia insomma, ma nel tempo lo era diventata».
Per Storace ha parole di simpatia..
«Tanto è vero, che Storace annuncia che contribuirà alla fondazione della nuova An».
Crede che ci sia dietro Fini?
«Mah, mi creda. Ho un forma di rigetto generale. Non credo più a nessuno. Ma devo dare una ragione a Fini…».
Quale?
«Che non è solo Fini ad aver sbagliato, anche tutti gli altri erano d’accordo per passare ad An e poi entrare direttamente a fianco del partito di Berlusconi. Era già preparato tutto. L’unico fu Rauti che se ne andò e fondò Fiamma Tricolore. Quando nacque An, pronta per allearsi con Berlusconi, si misero Storace e Alemanno a fare la parte sociale, per coprire quell’area. Credo che Rauti fu convinto dallo stesso Fini ad andarsene».
Cosa pensa della nascita di una nuova An?
«Se dovevano tornare ad An, tanto valeva rifare il Msi, se volevano essere creduti veramente. Anche perchè i beni del Msi (100miliardi di beni immobili), che lasciò Almirante, sono sotto Commissione. Invece di rifare la destra, dovendo ritornare indietro, poteva tornare al Msi. Tanto i voti non li prendono, inutile che s’illudano».
Ma ce l’ha proprio con tutti?
«Adriana Poli Bortone si è mantenuta fedele ai valori di destra, ha servito il Paese ed è una donna eccezionale. Ha continuato a stare nell’ombra, seppure è stata ministro e ha un grande profilo istituzionale».
Di Officina Italia cosa pensa?
«Se vogliono essere in contrapposizione ad un partito devono stare uniti. Resteranno a casa tutti separati così come sono. Quando portano un deputato in Parlamento cosa fanno? La Russa ha già sbagliato a fare Fratelli d’Italia. Lui lo sa, gliel’ho detto. Io non capisco che stanno facendo tutti, tutti soli, uno contro l’altro. Roba da pazzi».
Berlusconi è finito secondo lei?
«Ha un sex appeal con il popolo che non va sottovalutato. La gente continua a ripetere che Berlusconi è vittima di una persecuzione. Mi dica lei?»
Marta Moriconi
(da “Intelligo news”)
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Ottobre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
TEMPI DA “AMARCORD”: “ERO MOLTO LEGATO A LUI, HO PROVATO UN GRANDE DOLORE, PECCATO SI E’ AUTODISTRUTTO”
«Sì, certo, ho letto l’intervista che Gianfranco Fini ha rilasciato ad Aldo Cazzullo sul Corriere … Diciamo che ha messo in piazza un dolore che non fu estremo solo per lui, ma anche e soprattutto per me»
Fini, parlando del libro che ha appena scritto, «Il ventennio», in uscita da Rizzoli, dice di ricordare bene la delusione, il dispiacere che provò quando si accorse che anche lei, onorevole Ignazio La Russa, si era piegato al diktat sulla sua espulsione dal Pdl.
«Quando mi mandò a chiamare, e io andai, subito, perchè era comunque ancora il mio capo, gli sconsigliai con forza di andarsene: gli dissi che, al contrario, avrebbe potuto e dovuto mettersi alla guida di un correntone interno. Lui però era determinato: “Sai, Ignazio, è già difficile stare in un partito con Berlusconi, figurati in una posizione di minoranza”. Insistere, sarebbe stato superfluo. Aveva già deciso».
Da Maurizio Gasparri, racconta Fini, non si aspettava nulla. Altero Matteoli era «filogovernativo». Gianni Alemanno non battè ciglio. Il silenzio di Giorgia Meloni gli ricordò Matusalemme. Ma da lei, La Russa, Fini si aspettava molto di più.
«Io avevo due possibili elementi di valutazione, per decidere se seguirlo, o meno: l’amicizia e la politica. Ora, detto che a Gianfranco ero certamente molto legato, lasciando il Pdl avrei però perso altri amici tra cui uno, Maurizio Gasparri, che mi era caro tanto quanto e forse più di Fini… Pensai perciò che la mia scelta dovesse essere di natura strettamente politica».
Continui.
«La verità è che io avrei potuto seguire Gianfranco se avesse rotto con Berlusconi su posizioni di destra, da destra, e non con quella tragica deriva centrista, che la sinistra addirittura salutava con tutti gli onori, in visibilio… Del resto, scusi: chi fu poi il primo capogruppo alla Camera di Futuro e libertà ? Benedetto Della Vedova, un radicale, che adesso sta addirittura con Scelta civica. L’ideologo di Fli, ad un certo punto, divenne poi Fabio Granata, uno che a noi, dentro An, sembrava spesso essere uscito da una sezione di Rifondazione…».
(Conoscete Ignazio La Russa: sempre risoluto, mai un tentennamento, sempre con quella sua maschera caratteristica, da militante anche quando era ministro. Stavolta, però, la voce è pacata; l’irruenza cede il passo all’amarezza ).
«Comunque, sì, certo: un rimpianto rimane. Fini poteva essere il leader di un grande centrodestra e, invece, ha deciso di autodistruggersi. Un tempo pensavo che i libri li avrebbero scritti su di lui, mai avrei immaginato che sarebbe finita così, e che a scrivere un libro su Fini fosse proprio Fini. Naturalmente non gli serbo rancore: a Natale ci facciamo gli auguri e lui stesso mi chiamò, quando seppe che stavamo partendo con la bella avventura di Fratelli d’Italia. Però è chiaro: c’è la cordialità di due ex grandi amici…».
La dissoluzione della destra italiana, che voi di Fratelli d’Italia state faticosamente cercando di rimettere insieme, lei davvero crede sia tutta imputabile a Fini?
«Lui era il capo… ma anche noi, e dico noi tutti che gli stavamo accanto, quando portammo An dentro il Pdl, certo commettemmo due errori: non fummo abbastanza scaltri da farci dare sufficienti garanzie e fummo miopi nel prevedere le possibili conseguenze che ciò avrebbe comportato. Con il senno del poi, forse avremmo dovuto batterci per chiedere che Fini guidasse il Pdl dalla segreteria, e che a Berlusconi, con il suo consenso, fosse destinata solo la poltrona di premier»
Fini, nel libro, racconta pure di non averle mai riferito la richiesta di Berlusconi: tagliarsi il pizzetto.
«Poi, però, fu Berlusconi a chiedermelo, personalmente, almeno una decina di volte. E sempre ottenne un mio secco rifiuto. Ma le pare? Io mi taglio il pizzetto perchè non piace a Berlusconi? Ah ah ah!… Ma le pare?» .
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
RIFLESSIONI SU COMMITTENTE E GOMMISTI DI UNA DESTRA PILOTATA E INDIRIZZATA COME SPECCHIETTO PER LE ALLODOLE NELL’OFFICINA DOVE RIPARARE LE RUOTE DI SCORTA
Tutti a cercare la “destra che non c’e'”: la riesumazione di “Forza Italia” ha generato in molti ex An che avevano intrapreso anche strade diverse, l’esigenza di trovare un tetto comune dove ripararsi dalle intemperie politiche.
Non si sono accorti che il tram è passato: il 21% attuale che i sondaggi riconoscono ai Cinquestelle, nonostante l’aspetto brancaleonico degli stessi, dimostra che l’elettore premia chi, anche solo apparentemente, dissente fragorosamente dalla Casta politica.
Contaminati da anni di governo, scorte e auto blu, persa la capacità di essere “opposizione” (nessuno “nasce istruito” e, a maggior ragione, nessuno nasce ministro), distanti dal comune sentire della gente normale, non hanno compreso che il tempo “politico” passa sempre più veloce e per la pesca delle occasioni, in cui almeno Almirante era maestro, occorre avere fiuto.
“La destra che non c’è” avrebbe dovuto essere il riferimento proprio di quella fascia di dissenso costituita dal 50% che non va a votare o esprime un voto di protesta, avrebbe dovuto essere fuori dal palazzo e non dentro a dividersi poltrone e prebende, sgomitando con i giustificazionisti del palo della lap dance o delle cene eleganti.
Ora che il loro datore di lavoro ha deciso di rinnovare i locali, trattenendo solo gli Alteri e chi è uso perdersi in viale alberati mal frequentati, eccoli tutti alla ricerca della casa madre.
Non quella delle Olgettine con assegnino da 2.500 eurini, ma almeno una officina “convenzionata” dove esercitare un mestiere antico.
No, non pensate male, non parliamo di quello per cui è sotto processo il loro referente, più semplicemente ci riferiamo a quello di gommista, idoneo a rimettere in sesto le ruote di scorta.
Quello che in fondo hanno fatto per anni tutti gli ex An, nessuno escluso, votando le peggiori leggi ad personam e facendosi clisterizzare dalla Lega, quella con cui non avrebbero mai più preso neanche un caffè…
I fratelli di taglia, quelli che sono passati dala 48 alla 52 per le abbondanti libagioni assicurate dai posti di potere cui sono rimasti aggrappati per anni, ora chiamano a raccolta i superstiti promuovendo diete identitarie e pizze valoriali, in attesa della quota parte della “Fondazione ex colonnelli e reduci”.
Al loro regista serve una forza che lo copra a destra senza disperdere voti preziosi e da buoni caratteristi loro si prestano: distinti ma affatto distanti, anzi telecomandati.
Per poi svuotare il carniere elettorale nella comune cucina e spartirsi il bottino.
A qualcuno la polpa, ad altri le ossa da ripulire, ma a loro va bene quello che il padrone decide di lanciargli.
Però le ciambelle non sempre escono col buco, specie se l’elettore è attento.
Chi si illudeva che la nascita di Forza Italia avrebbe fatto confluire nell’officina dei gommisti qualche punto in percentuale, deve già ricredersi: un sondaggio di ieri concede solo uno 0,4% in più ai fratelli di taglia.
Altri tempi quelli dei contadini con le scarpe grosse e il cervello fino: qua aumenta solo la taglia, non l’intelligenza.
Forse perchè da tempo sono abituati a ragionare e operare con il cervello altrui.
Da figli di tutti a figli di nessuno.
Adieu, Atreju.
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Settembre 2nd, 2013 Riccardo Fucile
EX MISSINO, GIA’ SPIN DOCTOR DI ALEMANNO, IN PASSATO TENTO’ DI RIAPPACIFICARE IL CAVALIERE CON FINI
Andrea Augello, già gran regista e stratega politico della campagna di Gianni Alemanno nella
Capitale (non è andata benissimo) ha ancora pochi giorni per impacchettare, come relatore all’apposita Giunta del Senato, una proposta che salvi Berlusconi e che abbia qualche probabilità di successo.
Ma chi è questo parlamentare del Pdl che ha un ruolo così delicato?
Esponente di spicco della destra romana (che si contende da anni con il ‘fratello d’Italia’ Fabio Rampelli), 52 anni, già Msi, già An, Augello in passato ha tentato di fare anche il pontiere tra Fini e Berlusconi (neanche quella volta è andata benissimo).
Poi si ritrovò cofondatore dei Responsabili e, da marzo, è senatore berlusconiano.
Nel frattempo, ha fondato l’associazione Capitani Coraggiosi per aggregare i ‘moderati romani’ sotto la bandiera del Pdl, scegliendosi come simbolo un vascello.
Tra le sue passioni, la storia: ha scritto un libro encomiastico sulla Battaglia di Gela (1943, i soldati del Duce che tentarono di fermare l’arrivo degli Alleati) con tanto di postfazione bipartisan firmata Anna Finocchiaro; e un altro sul Graal, ma «evitando tentazioni e trappole esoteriche», chiarisce nel suo sito.
In questi giorni, quelli della difficile redazione della proposta da portare in Giunta, Augello viene cercato dai giornalisti e, educatamente, premette sempre: «Come relatore vesto le funzioni di un magistrato, sono obbligato al silenzio».
Poi però dice: «E’ fuori di dubbio che la Giunta per le elezioni possa ricorrere alla Corte costituzionale». E anche «Nella relazione ci saranno proposte e argomenti fin qui minimamente toccati dal dibattito in corso», fino a tracimare su Facebook: «Mi sento libero di dichiarare la mia vicinanza sul piano umano e politico in questo difficilissimo momento al Presidente del nostro partito».
Comunque, assicura lui, tutto sarò fatto, proposto e soppesato «sul filo del diritto». Sicchè deve aver tirato un sospiro di sollievo qualche giorno fa quando gli hanno scodellato sulla scrivania i sei pareri ‘pro veritate’ di illustri costituzionalisti italiani, tutti contrari alla decadenza automatica del Drago, blindando il relatore in un oltremondo accademico dove poter parare ogni attacco nemico.
Nella giornata del 9 settembre, comunque, Augello metterà sul piatto anche, e soprattutto, il suo futuro politico.
Berlusconi pare nutra per l’uomo una stima diffidente, anche alla luce delle frequenti posizioni del senatore a favore di una trasformazione del Pdl «in un grande movimento federativo», senza cesarismi e senza leadership predefinite.
Posizioni che hanno fatto rimbalzare sottovoce, nei corridoi semideserti del Palazzo in agosto, l’idea che fosse proprio Augello uno dei promotori di una transumanza di alcuni parlamentari pidiellini nell’area Monti-Casini, nell’ipotesi di una crisi di governo e al fianco di un Letta bis senza falchi
Una sorta, insomma, di responsabili 2.0.
Anche per questo prende sempre più quota l’ipotesi che il relatore, con l’abbrivio della proposta Violante, spinga per una sbrodolatura dei tempi sulla pronuncia del Senato, col pretesto di approfondire, valutare e ponderare ogni possibile cavillo giuridico prestato dai giuristi (alcuni dei quali, vedi Caravita, pure attivissimi come saggi lettiani per le riforme).
Insomma, come il vascello dei “capitani coraggiosi”, il primo obiettivo è non naufragare spazzato via dalla furia del drago.
In attesa di mari migliori.
Giovanni Manca
(da “l’Espresso”)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
VUOI UNA VECCHIA SEDE DI AN? HAI TEMPO FINO AL 30 SETTEMBRE… IL SENSO DEL RIDICOLO: SOMMACAMPAGNA E VIA MANCINI POSSONO DIVENTARE UN NEGOZIO DI ESTETISTE E DI MASSAGGIATRICI (PURCHE’ NON DI SINISTRA)
AAA, destra vendesi. Anzi, affittasi per la precisione.
Non è l’ennesima critica alla difficoltà dei conservatori italiani di costruire un soggetto politico che prescinda da Silvio Berlusconi, ma quel che ha deciso la Fondazione Alleanza Nazionale, quella che gestisce ancora il patrimonio del defunto patito di Gianfranco Fini.
Scomparso il leader, sparpagliatisi i colonnelli, sul groppone della Fondazione sono rimaste una cinquantina di sedi inutilizzate.
Costituendo un costo niente male, come spiega al Corriere della sera l’ex senatore Franco Mugnai, che di quel che rimane di An è presidente: “Negli ultimi anni tra tasse, manutenzione ordinaria e straordinaria, la spesa è stata di 1,3 milioni di euro, 480mila solo nell’ultimo anno”.
Così fino al 30 settembre è aperto un bando per la “manifestazione di interesse all’utilizzo di immobili rivolto ad associazioni e/o partiti che perseguono finalità in linea con quelle della fondazione”.
Si salverà solo la storica sede di via della Scrofa, dove ha sede la Fondazione.
Le altre, dalla gloriosa via Sommacampagna dove per decenni ha avuto sede il Fronte della Gioventù, a quella milanese di via Mancini 8, finiranno in mani straniere.
È Ignazio La Russa a spiegare che “pur di non lasciare vuote quelle stanze potremmo darle anche a qualche negozietto”.
C’è solo un veto: “A un partito di sinistra no, neanche per tutto l’oro del mondo”. Mugnai ci ragiona su: “Certo, ci sono alcune sedi che hanno rappresentato un evidente punto di riferimento nella storia della destra: in via Sommacampagna è difficile che ci vada un’estetista. Ma insomma staremo a vedere”.
Dipende dal prezzo, come sempre…
(da “L’Huffingtonpost“)
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Luglio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
DALLA BATTAGLIA DEL GRANO A QUELLA PER LA “GRANA”: IL TRISTE DECLINO DI UN MONDO TRA PRESUNTI REGALI AL PDL, PERIZIE E ACCUSE RECIPROCHE
Manca un partito di riferimento. Manca un leader di riferimento.
Pochi, pochissimi gli ex di Alleanza nazionale ancora in Parlamento, falcidiati da diaspore, scissioni, litigi, quorum ed epurazione berlusconiana.
Ma un qualcosa di concreto, reale, esiste ancora.
E lo chiamano “tesoretto”, un diminutivo che non rende onore alla cifra disponibile: oltre 400 milioni di euro tra immobili e contanti, confluiti in una Fondazione all’alba della fusione con Forza Italia nel ripudiato Popolo della libertà . Stanno lì.
Le furibonde liti dei camerati
Tra cause, contro-cause, perizie, liti, accuse e smentite. Udienze. Tentativi di riconciliazione in nome del vecchio cameratismo, carte bollate e occupazioni delle sedi.
Il primo a scardinare la serratura è stato Francesco Storace, leader de La Destra, lesto nel dire “qui ci siamo noi, ci spetta”, in un immobile in via Paisiello, zona chic di Roma.
Da due anni nessuno lo reclama.
Quindi la sede storica, in via della Scrofa: 34 vani a due passi da piazza Navona e Campo de’ Fiori, acquistata negli anni Ottanta per poco più di 3 miliardi grazie alla lungimiranza pratica di Giorgio Almirante e grazie a un mix di rimborsi, plusvalenze e donazioni di militanti.
Adesso ha sede la Fondazione An, specchio fedele di cosa è rimasto della Destra, tra stanze semivuote, qualche targhetta, nessuno all’entrata e come unica attività recente la messa in stampa e successivo attacchinaggio di un manifesto con in primo piano Giorgio Almirante.
E pensare che qui si sono tenute le riunioni più dure, qui si affacciava un giovane Gianfranco Fini; qui si è progettato il passaggio dal Msi ad An e ancora il Pdl.
Qui la scorsa settimana un gruppo di ragazzi di “Adesso noi” ha deciso di occupare simbolicamente per chiedere la “ricostituzione di un partito unico”; per stimolare “la rinascita di una comunità di destra lontana da Berlusconi, quanto da Fini”, spiegano “perchè quei soldi fanno parte del popolo della destra, devono servire per un progetto. Altrimenti è meglio se vanno in beneficenza”.
Difficile una donazione, di questi tempi, nonostante le maglie strette, strettissime della Fondazione.
Ab origine si optò per un comitato di gestione che avrebbe operato secondo le indicazioni di un altro organo, il comitato dei garanti.
Vennero designati i nomi dei singoli individui deputati al controllo degli “obiettivi strategici, anche di periodo, da perseguire per la conservazione, la tutela e lo sviluppo delle risorse (…) l’impiego e la destinazione dei fondi”.
I comitati si insediarono il primo aprile del 2009 e, in un amen, fu guerra tra gli ex colonnelli di An e i fedelissimi di Gianfranco Fini.
Una guerra sporca, senza esclusione di colpi, durata per mesi e persa dai secondi, costretti ad assistere a un “golpe” fra le mura di casa.
Dal comitato di gestione, non a caso in piena bufera Montecarlo, venne estromesso Franco Pontone (espulso dal comitato dei garanti nel 2010) e al suo posto nominato il senatore Mugnai.
Da allora e fino a oggi, complice la frattura tra Fini e Berlusconi, quello che era stato definito “il divieto di confusione del patrimonio di An con quello del Popolo della Libertà ” divenne un terreno di perenna conquista.
Con gestioni allegre, rappresaglie ad hoc, purghe e campo libero a transazioni impensabili, come l’assegnazione a uso gratuito di 28 immobili ai giovani del Pdl; o prestiti bizzarri come quello del 12 luglio 2011, in cui il comitato di gestione della Fondazione di An concesse su richiesta degli onorevoli Crimi e Bianconi del Pdl, la cifra di 3 milioni e 750 mila euro a titolo di prestito infruttifero.
Attenzione, un prestito a un partito rivale. Soldi, quindi, non solo mattoni.
Il prestito poi fu restituito ad Alleanza Nazionale.
Mittente il Pdl, tramite una banca con sede in un paradiso fiscale, mai rivelato.
La querela: quei soldi andati al Pd
Sarebbe questo uno dei tanti favori fatti al partito di Berlusconi, come racconta una denuncia, presentata alla procura di Roma, dagli ex onorevoli Antonio Bonfiglio ed Enzo Raisi.
Infatti lo scontro tra i finiani e chi ha lasciato il partito, per confluire nel Pdl, si gioca anche a colpi di procedimenti sia penali che civili.
Bonfiglio e Raisi hanno infatti denunciato i loro colleghi d’un tempo per la presunta scomparsa di 26 milioni di euro dai soldi di An.
Stando alla querela, ci sarebbero nel portafoglio del partito 55 milioni di euro provenienti dai contributi elettorali (erogati fino al 2006), dei quali 26 sarebbero spariti a favore del Pdl.
Sul fronte penale è stato aperto un fascicolo, affidato al pubblico ministero Attilio Pisani, che tuttavia ha chiesto l’archiviazione. Non sono ravvisabili i reati di appropriazione indebita come invece si riteneva nella denuncia.
Ma se la questione penale sembra infondata, resta in piedi quella civile.
Lo stesso Antonio Bonfiglio infatti ha sollevato davanti al giudice civile la questione relativa alla nullità del congresso avvenuto il 22 marzo in cui si è deciso lo scioglimento del partito e la creazione della fondazione.
Lo scorso 18 luglio sono state depositate le ultime note di replica ed entro settembre sarebbe prevista la conclusione, che potrebbe decidere le sorti di quel che resta.
E magari ripartire con un soggetto politico unico, come vorrebbe la base.
Anche perchè la parte economica c’è, eccome.
Alessandro Ferrucci e Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 16th, 2013 Riccardo Fucile
” I NOTABILI FACCIANO UN PASSO INDIETRO: LA DESTRA ITALIANA LA DEVONO RICOSTRUIRE I GIOVANI”
Pochi minuti fa, la sede della Fondazione Alleanza Nazionale, in via della Scrofa a Roma, è stata occupata: autori di quest’azione politica pacifica e simbolica una ventina di rappresnetanti del movimento Adesso Noi (AN), nato dall’iniziativa di donne e uomini che hanno deciso d’intervenire nel dibattito sulla ricostituzione di un partito unico di Destra.
Provengono da varie regioni d’Italia e si sono dati appuntamento a Roma per stimolare una svolta, a fronte di una Destra italiana ridotta ormai ai minimi storici .
Chiediamo al loro portavoce (non esistono gerarchie all’interno del Comitato) Francesco Cantoro quali sono le proposte che avanza “Adesso Noi”.
“Intanto modificare la destinazione del patrimonio della Fondazione Alleanza Nazionale: non deve servire a decantare una storia passata ma a scriverne una diversa, di prospettiva, divenendo la principale fonte di finanziamento per il nuovo partito di Destra”.
Quindi anche un sistema per uscire dalle polemiche sull’uso del tesoretto della Fondazione, pare sottinteso. Ma su che basi ideologiche ?
“Occorre convocare tutti gli intellettuali d’area per scrivere una Carta dei valori non negoziabili, espressione delle idee e del percorso politico della Destra, ma non ghettizzate su posizioni fuori dal tempo, individuando come orizzonte una destra moderna, europea”
Un’aggregazione ad escludendum o aperta a tutti?
“Deve vedere protagoniste, non solo le forze politiche “figlie” di Alleanza Nazionale, ma anche tutte quelle persone e associazioni che si riconoscono nella Carta dei valori.
E della vecchia guardia che ne volete fare, la rottamate?
“Talvolta la Storia esige il patto generazionale, il passaggio del testimone. Pur riconoscendo la massima stima e ammirazione per dirigenti come Fini, La Russa, Alemanno, Storace, Nania, Viespoli, Menia, Urso, giusto per indicarne alcuni, riteniamo opportuno che di questo nuovo soggetto politico loro ne siano fautori e padri nobili, ma che lascino alle nuove generazioni la sfida della rappresentanza della Destra nel circuito democratico .
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