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ADDIO A PASQUALE SQUITIERI, UOMO LIBERO E REGISTA CONTRO

Febbraio 18th, 2017 Riccardo Fucile

MERIDIONALISTA. ANTICONFORMISTA, RIBELLE… DA LOTTA CONTINUA AD AN,   A PANNELLA

Polemico e rabbioso fino all’ultimo, utopista e anticonformista per natura e per scelta, appassionato e vitale sotto la scorza del suo apparente cinismo.
Questo era Pasquale Squitieri, nato a Napoli il 27 novembre del 1938 e scomparso oggi in una clinica romana, per complicazioni polmonari, assistito dalla moglie, l’attrice Ottavia Fusco, sposata dopo anni di convivenza nel 2013. I funerali ci saranno lunedì alle 15 nella Chiesa degli Artisti a Roma.
L’aggettivo che meglio lo definisce come artista è “fisico”: il suo cinema sprigionava un vitalismo e una immediatezza espressiva che riproduceva bene la sua indole. Spesso coinvolto in battaglie d’opinione e in faziosità  ideologiche, per anni venne rappresentato come “il regista con la pistola” (che si voleva portasse alla fondina ), mentre il carattere celava sensibilità  e timidezze mascherate dietro gli onnipresenti occhiali da sole a specchio.
Straordinario motivatore e personalità  carismatica, deve certamente la sua fortuna al cinema ad un linguaggio diretto e senza fronzoli che caratterizzava i suoi film, ma anche al lunghissimo sodalizio con Claudia Cardinale, prima compagna ed attrice-feticcio, poi amica e confidente inseparabile che non lo ha mai lasciato solo, anche dopo la separazione.
Nello scorso novembre, premiato alla carriera dalla rassegna assisiate “Primo piano sull’autore” seppe stupire la platea con un infervorato commiato tutto dedicato alla gratitudine per i suoi attori (Claudia in prima fila) e per i giovani, una generazione a cui è affidata – disse – la nostra sola speranza, ma che “non sappiamo proteggere dalle insidie di una società  sempre più marcia e irredimibile”.
Laureato in legge, assunto al Banco di Napoli, deve a un infortunio professionale (un’accusa di peculato che gli costò comunque cinque mesi di carcere) la spinta definitiva ad abbandonare il lavoro e a tuffarsi nella sua vera passione per la cultura. Fu Vittorio De Sica a scommettere su di lui nel 1969, producendo il suo lungometraggio d’esordio, “Io e Dio”, permeato di un ribellismo istintivo contro la prepotenza del potere e la cecità  della gente “perbene”, comprese le autorità  ecclesiastiche.
E’ il frutto dell’ondata anti-sistema del ’68 che trova in Squitieri un appassionato sostenitore, fino a spingerlo su posizioni non lontane da gruppi di contestazione come “Lotta continua”.
Da regista sceglie invece la strada della metafora politica ammantata da cinema di genere e, con lo pseudonimo di William Redford, si lancia nello spaghetti western con due titoli di successo: “Django sfida Sartana” e il più personale “La vendetta è un piatto che si serve freddo” del 1971. Rivisti oggi, sono film che mostrano già  il talento più evidente del giovane autore: linguaggio asciutto, forti sentimenti, gusto per la narrazione popolare, grandi ideali da ribelle solitario e un anarchismo di fondo che spiegherà  le sue controverse posizioni politiche, dalla sinistra alla destra, fino ad un isolamento intellettuale che pagherà  sempre in prima persona.
Non è quindi un caso se, abbandonato il cinema di genere, ne porterà  gli elementi strutturali in racconti più personali, dedicati al Meridione, alla sua terra “destinata sempre a pagare per tutti sotto il tallone dei vincitori”, narrando piaghe come il banditismo, la mafia, la camorra.
Qui si mostra capace di conquistare il pubblico coi suoi film migliori: “I guappi!” (1974) con Fabio Testi, “Il prefetto di ferro” (1977) con Giuliano Gemma), fino a “Li chiamarono… briganti” (1999) con Enrico Lo Verso nei panni del discusso Carmine Crocco, condannato all’ergastolo per banditismo dopo l’Unità  d’Italia e poi rivalutato dalla storiografia partenopea come eroe popolare.
Un tipico eroe perdente nel pantheon personale di Pasquale Squitieri come lo erano il Prefetto Mori (mandato dal fascismo a combattere da solo la Mafia), il pentito Ragusa del film omonimo (ispirato al caso Buscetta) e perfino lo stanco e disilluso Mussolini di “Claretta” (1984) con Rod Steiger e Claudia Cardinale.
L’insuccesso di “Li chiamarono…briganti” (ritirato dalle sale in circostanze mai chiarite e accusato di revisionismo storico), chiuse a Squitieri molte porte del cinema, tanto da indurlo ad abbracciare la carriera politica nelle file di Alleanza Nazionale (e poi del Polo delle Libertà ), ma non ad abbandonare la sua vena artistica.
Negli anni successivi avrebbe infatti diretto ancora cinque film tra cui un vigoroso “L’avvocato Di Gregorio” sul tema delle morti bianche con un istrionico Giorgio Albertazzi e il film-testamento “L’altro Adamo” del 2014 con Lino Capolicchio e Ottavia Fusco, parabola visionaria sul futuro prossimo.
Il sociale lo appassionava da sempre, tanto da aver dedicato più di un lavoro alla piaga dell’immigrazione clandestina e a quella delle droga, fino a indurlo (verso la vecchiaia) ad abbracciare le idee radicali, iscrivendosi al partito transnazionale di Marco Pannella.
Emarginato, un po’ per scelta e un po’ per il carattere brusco e polemico, dall’èlite intellettuale, scomodo per tutti, ma sempre difeso dal successo popolare, lascia in eredità  un pugno di film da rivalutare, una figlia (nata dalla relazione con Claudia Cardinale) e un gruppo ristretto di amici e sostenitori che in lui hanno sempre riconosciuto l’onestà  delle idee, la passione individualista, la voglia di non rassegnarsi mai.

(da “Huffingtonpost“)

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ERMAL META, EMOZIONE ASSOLUTA, SOFFERENZA PURA

Febbraio 10th, 2017 Riccardo Fucile

LA STRAORDINARIA INTERPRETAZIONE DI “AMARA TERRA MIA” DI MODUGNO

Fino a ieri sera, lo confesso, non sapevo nemmeno chi fosse Ermal Meta… Stavo sistemando degli appunti. Seguivo il Festival di Sanremo distrattamente…Nel marasma dei miei pensieri, però, l’incedere, lento e drammatico del suono di una chitarra.
Il richiamo di “un’amica” che, senza la ben che minima forma di rispetto o di pudore, ti prende per mano per portarti con se.
“Amara terra mia” è stato uno dei più bei brani interpretati, cantati, da Modugno, almeno per me…
Sin da “piccolo” sono sempre stato affascinato dal senso estetico delle cose. Quando mi “propinavano” Modugno ero sempre restio, però. Facevo fatica. Non lo capivo. Aveva una bellissima voce, ma non riuscivo a coglierne il senso.
Era era ancora troppo presto: per capirlo avrei dovuto prima cadere. Rialzarmi. Amare. Soffrire. Innamorarmi, ancora, ancora e ancora, anche dell’idea del super-io, fino a ritrovarmi “nudo”, innanzi al mondo…
Modugno è stato davvero un grande. Voce potente. Intelligenza musicale molto sofisticata.
Una visione meravigliosamente rivoluzionaria che, pur inserendosi nella tradizione del bel canto “leggero” all’italiana, propose, in modo efficace e prorompente, dinamiche nuove, spezzando il senso del conformismo borghese; la “direzione” e la stessa presunzione aristocratica della bellezza ed il senso di un estetismo che, avendo raggiunto il massimo dell’espressione, abbisognava di essere “rotto”, travolto, rivisto. “Modernità  meravigliosa”!
Modugno non “ruppe la forma”. Ne fu sempre rispettoso. Le diede un bellissimo cuore, però; il senso di una libertà  che, pur nel rispetto delle regole interpretative, assumeva nuova linfa, passione e finanche un diverso colore…
Ieri sera il giovanotto che si è aggiudicato il “premio cover” Sanremo 2017 mi ha davvero stupito e rapito.
Mentre lo ascoltavo, lo confesso, a tratti avevo fastidio. Il suono non era sempre ben emesso. A volte era “fuori fuoco”, appena soffiato.
Nella seconda parte dell’esecuzione, poi, quella nella quale immagina una donna cantare per lui, il “falsettone” non sempre ha “funzionato fino in fondo”.
A tratti i suoni sono stati fissi e stridenti. Sembrava di ascoltare un “urlo” anzichè un suono.
Ma è stato proprio il senso dell’urlo e della disperazione a fargli scrivere una pagina musicale emotivamente bellissima.
Per una volta, l’emozione ha fatto prepotenza “alle mie orecchie”. La sostanza ha vinto sulla forma. Bisognava ascoltare col cuore e basta…
Ma chi lo “dice” che la sofferenza, che il dolore, che la disperazione debbano avere una forma esteticamente bella?
Credo che non lo abbia mai fatto nessuno. La sofferenza, la disperazione, il dolore, non hanno forma. Non assumono mai un confine netto. Irrompono. Travolgono. Possono arrivare anche a distruggere, annientare i ricordi, respingere il richiamo della vita.
La sofferenza si piange, si vive, si urla, si sussurra. Proprio come ha fatto ieri sera Ermal Meta.
Un filo di voce, spesso spezzata, rotta dall’emozione, dal senso delle parole, dall’incedere “dolcemente drammatico” della melodia.
La seconda pare della cover, poi, quella cantata in falsetto e “falsettone”, è stata di una bellezza emozionale assoluta. Sofferenza pura. Dolore, ma anche travolgente speranza.
Una piccola “perla” in un mare fatto di pochissime luci e moltissime ombre…
“Cantare Modugno” è impresa molto ardua. Impervia. O sei libero come la sua anima oppure rischi di fare soltanto brutte figure. Perchè Modugno non lo puoi “rivisitare”; non lo puoi declamare; non lo puoi sussurrare.
Devi riuscire a fare tuo il senso esteticamente rivoluzionario delle sue dinamiche interpretative. Cogliere il senso e la portata degli accendi coi quali scandiva parole, ritmo e melodia. Devi essere capace di sognare, di amare e di soffrire, insieme a lui. Devi permettere alle idee ed alle emozioni di essere più forti di tutto, anche della “indecente decenza”…
Per un grande cantante libero e di “libertà “, una bellissima interpretazione, “libera”, intima; capace di farti vivere la drammatica vibrazione della nostalgia… Anche sotto voce. Anche quando nessuno sente. Anche quando nessuno vede…
Per quanto mi riguarda, ieri sera, ha vinto il migliore…

Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale

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PALERMO CAPITALE ITALIANA DELLA CULTURA 2018

Febbraio 1st, 2017 Riccardo Fucile

SUCCEDE A PISTOIA E MANTOVA

Palermo sarà  la capitale italiana della cultura del 2018. Lo ha comunicato oggi il   presidente della Commissione Stefano Baia Curioni al Ministro dei beni e delle attività  culturali e del turismo, Dario Franceschini nella Sala Spadolini del Mibact.
Il voto è stato unanime.
“La candidatura — recita la motivazione –   è sostenuta da un progetto originale, di elevato valore culturale, di grande respiro umanitario, fortemente e generosamente orientato all’inclusione alla formazione permanente, alla creazione di capacità  e di cittadinanza, senza trascurare la valorizzazione del patrimonio e delle produzioni artistiche contemporanee. Il progetto è supportato dai principali attori istituzionali e culturali del territorio e prefigura a che interventi infrastrutturali in grado di lasciare un segno duraturo e positivo. Gli elementi di governance, di sinergia pubblico-privato e di contesto economico, poi, contribuiscono a rafforzarne la sostenibilità  e la credibilità ”
La rosa delle dieci finaliste comprendeva Alghero, Aquileia, Comacchio, Ercolano, Montebelluna, Palermo, Recanati, Settimo Torinese, Trento, Erice e i comuni ericini (Buseto Palizzolo, Custonaci, Erice, Paceco, San Vito Lo Capo e Valderice).
La lista iniziale comprendeva 24 candidate.
Pistoia è la capitale della cultura per il 2017, Mantova lo è stata nel 2016. La vincitrice riceverà  un milione di euro dal Mibact per realizzare il progetto presentato, oltre all’esclusione dal vincolo del patto di stabilità  dei fondi investiti.
Sull’ampia rosa di partecipanti il ministro ha spiegato come questa competizione virtuosa generi “un meccanismo di partecipazione condivisa. Essere nella short list è un po’ come ricevere una nomination all’Oscar: consente di lavorare molto anche in termini di progettazione e promozione”.
Franceschini ha annunciato poi annunciato che “nel 2018 verrà  designata la capitale italiana del 2020 (il 2019 “salta” perchè l’Italia ha la capitale europea della Cultura, Matera n.d.r.)   che avrà  quindi due anni a disposizione per realizzare al meglio il progetto”.
“Provo una profonda emozione – ha detto il sindaco, Leoluca Orlando, dopo che il ministro Franceschini ha letto il nome della vincitrice, contenuto nella busta che Baia Curioni gli aveva consegnato pochi minuti prima -. “Abbiamo vinto tutti, perche’ ognuno di noi e’ stato capace, per il proprio impegno, a narrare le bellezze dei nostri territori – ha aggiunto -. Questo e’ un messaggio anche per i livelli istituzionali regionali e nazionali, dobbiamo attrezzarci per narrare le bellezze delle nostre regioni”.
“La cifra piu’ importante di questo riconoscimento e’ l’accoglienza, in un periodo in cui emerge il fastidio dell’altro”, ha proseguito. Orlando, presente alla manifestazione, ha voluto accanto a sè i colleghi delle nove città  sconfitte.
“Raggiante – si è dichiarato il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta -. “Sono felice che una città  con la storia come quella di Palermo sia stata scelta come capitale della Cultura – aggiunge Crocetta – questa scelta ci ha reso giustizia. E’ un’occasione importante per incrementare il turismo”.

(da agenzie)

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NOMINATION AGLI OSCAR PER “FUOCOAMMARE”: UN GRANDE RICONOSCIMENTO PER L’ITALIA

Gennaio 24th, 2017 Riccardo Fucile

LA SERATA DEGLI OSCAR SI SVOLGERA’ IL 26 FEBBRAIO

Quasi un anno dopo l’inizio della sua corsa, Fuocoammare il film di Gianfranco Rosi dedicato a Lampedusa, arriva al premio più importante dell’anno cinematografico: gli Oscar.
Il documentario è stato selezionato nella cinquina della sua categoria insieme a I’m your negro, A life animated, OJ: made in America, 13th.
“Alla notizia della candidatura ho avuto un brivido, questo è stato un anno meraviglioso. Aver portato Lampedusa ad Hollywood è una cosa bellissima”, è stato il commento dì Gianfranco Rosi commenta in collegamento streaming da Tokyo, dove è per promuovere il film.
“Non ci credevo più per tutte le varie previsioni – ha aggiunto – sapevo sarebbe stata una battaglia fino all’ultimo, nulla era scontato”.
Dal 20 febbraio scorso, quando la presidente di giuria Meryl Streep lo ha premiato con l’orso d’oro a Berlino, il film di Rosi ha inanellato una serie incredibile di riconoscimenti, l’ultimo del quale solo due giorni fa a Londra quando si è aggiudicato il 37th Critics Circle film award come miglior documentario, mentre a dicembre aveva vinto l’Efa, l’Oscar europeo sempre all’interno della sua categoria.
Il film che il regista, già  Leone d’oro a Venezia con Sacro Gra, ha girato in un anno di soggiorno sull’isola siciliana racconta la vita a Lampedusa dal punto di vista dei migranti che ogni giorno sbarcano ma anche degli isolan
Ma il vero sponsor per Fuocoammare agli Academy Award è stata l’attrice tre volte Oscar Meryl Streep che ha presenziato anche ad alcune delle presentazioni americane del film. Soltanto lo scorso ottobre a Roma aveva detto riguardo al film di Rosi: “Sono molto orgogliosa del premio all’unanimità  che gli abbiamo attribuito a Berlino. Il film di Rosi è sicuramente qualcosa di unico perchè nonostante siano storie che riguardano le   masse di persone, il tema dell’immigrazione ci tocca solo se vediamo l’immagine di un bambino strappato al mare o quella di un ragazzino in ambulanza coperto di polvere. Solo quel tipo di immagini ci dà  la sveglia. Rosi è riuscito attraverso i suoi protagonisti, un ragazzo, un dottore, un dejay su questa piccola isola, a lasciare aperta una porta all’orrore e con il suo film ha indicato una strada al pubblico per poterci entrare e anche uscirne. Credo che se i membri dell’Academy lo vedranno Fuocoammare avrà  delle ottime probabilità ”.
“In bocca al lupo a Gianfranco Rosi per la sua corsa all’Oscar”, ha scritto in una nota il Ministro dei beni e delle attività  culturali e del turismo Dario Franceschini.
“Un ulteriore, importante riconoscimento per un film che racconta con poesia e con crudezza storie universali e di grande attualità . L’Italia – si legge nella nota – è orgogliosa di essere rappresentata sulla scena internazionale da un film così bello e profondo”.

(da “La Repubblica”)

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MUSEI, RECORD DI VISITATORI NEL 2016: 44,5 MILIONI PER 170 MILIONI DI EURO

Gennaio 7th, 2017 Riccardo Fucile

CAMPANIA SUL PODIO, VINCE L’ARCHEOLOGIA… IL SUCCESSO DI PALATINO, PAESTUM E POMPEI

Un 2016 ancora record per i musei statali italiani, che con 44,5 milioni di visitatori e incassi per oltre 172 milioni di euro registrano un incremento rispettivamente del 4% e del 12% rispetto al 2015, pari a 1,2 milioni di visitatori in più e a 18,5 mln di euro di incassi in più.
Lo annuncia il ministro della cultura Dario Franceschini, che sottolinea il buon risultato della sua riforma.
La parte del leone – sottolinea il ministro – la gioca senza dubbio il nostro patrimonio archeologico, se si considera che solo fra Colosseo, Foro Romano, Palatino, Museo Archeologico di Napoli, parco archeologico di Paestum e Scavi di Pompei nell’anno appena trascorso sono stati emessi circa 11 milioni di biglietti.
Ma anche i musei hanno un ruolo importante, dal momento che circa la metà  degli ingressi è concentrata nei musei autonomi.
“Le risorse incassate sono preziose – assicura il ministro Franceschini – e torneranno interamente ai musei secondo un sistema che premia le migliori gestioni e al contempo garantisce le piccole realtà . Si tratta del terzo anno consecutivo di crescita per i musei statali, che da 38 milioni di biglietti nel 2013 sono passati a 44,5 milioni nel 2016: sei milioni di visitatori in più in un triennio che rappresentano un incremento del 15% nel periodo considerato e hanno portato a un aumento degli incassi pari a 45 milioni”.
Una crescita nella quale il Sud gioca un ruolo importante, con la Campania anche nel 2016 stabilmente al secondo posto nella classifica delle regioni con maggior numero di visitatori grazie agli oltre 8 milioni di ingressi registrati, un aumento del 14,2% sul 2015.

(da “La Repubblica”)

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AUGURI, MAESTRO: GLI 80 ANNI DI PAOLO CONTE

Gennaio 6th, 2017 Riccardo Fucile

CHIUSO IN CASA NEL MONFERRATO, IL CANTAUTORE FESTEGGIA E GUARDA AVANTI

In Francia lo hanno coperto di onorificenze e medaglie, da noi Stato e ministri frequentano poco la musica popolare e amen.
Ma magari Paolo Conte è più contento così. Lui che detesta amabilmente i discorsi e la retorica, oggi tappato in casa nel Monferrato e lontano dai telefoni per fuggire l’eco di quegli 80 che gli piombano sulle spalle, pensando inevitabilmente alla sua vita guarderà  di certo anche avanti, e vedrà  (nel passato come nel futuro) il colore della gloria che gli va più a genio, quella delle file di accoliti che riempiono per lui i teatri delle capitali di tutto il mondo, che si sbracciano e vanno in deliquio quando Paolo si piazza dietro il pianoforte, e attacca con le sue delizie sonore.
Piccoli gioielli con liriche come pietre incastonate con la cura disinvolta di una cultura antica.
Lo swing sferragliante e quella sottolineatura jazzy che si diffonde come un profumo nelle sale da concerto, i musicisti perfetti (che fiati, che chitarre). E la voce? La compiacenza non le appartiene, con grazia interna e rapida infila storie surreali e lampi concretissimi («Però un pediluvio mi farò/c’ho qui un bel talco da miliardario…») e via, la-la-la-la dentro la musica, sempre regina.
Tutto questo è, ieri oggi e domani, Paolo Conte, già  avvocato specializzato in fallimenti, già  captain del Paul Conte Quartet.
In attesa di diventare artista in proprio ha dato al nostro Paese pezzi da novanta del patrimonio popolare: per primo a Celentano, con il quale debuttò e fu La coppia più bella del mondo, un valzerone.
A 31 anni, nel ’68, Azzurro sempre per Celentano (anche lui oggi compie gli anni, e sono 79), nel ’70 Messico e Nuvole a Enzo Jannacci, nel ’74/75 Onda su onda e Genova per noi per Bruno Lauzi.
Il successo spinse la discografia (già  allora miope) a stampare i suoi album, le sue storie, il Mocambo.
Roberto Benigni fu il divulgatore di Via con me. Rambaldi con il Club Tenco lo incoronò da subito, puntandogli addosso un faro che ha acceso la sua luce, poco a poco, in tutto il mondo.
Gli ingredienti del particolarissimo Conte sono tanti, un cocktail misterioso come il personaggio ora barricato nel Monferrato.
La passione per il jazz e lo swing coltivata fin da studente, una famiglia borghese nella città  più colta della provincia piemontese, Asti.
Lo sguardo curioso e disincantato sulla musica italiana, la passione per quella francese.
La curiosità , anche, per l’umanità  guardata in modo distaccato e ironico, però complice.
Il gusto della parola, dell’enigmistica, della pittura.
Il senso orgoglioso dell’unicità  (quella che ora manca così tanto)

Marinella Venegoni
(da “La Stampa”)

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BOOM DEI MUSEI (GRATIS) PER CAPODANNO: AL TOP COLOSSEO, POMPEI E REGGIA DI CASERTA

Gennaio 1st, 2017 Riccardo Fucile

L’ANNO NUOVO INIZIA CON LA CULTURA: GRANDE SUCCESSO PER L’INIZIATIVA DEL MIBACT

Dopo il veglione di San Silvestro, un Capodanno con l’arte: sono tanti gli italiani e i turisti che hanno inaugurato il 2017 visitando i numerosi musei statali aperti gratis, una iniziativa del Mibact in occasione della prima domenica del mese.
Ben 25.050 ingressi fra Colosseo e l’area archeologica centrale di Roma.
Oltre all’Anfiteatro Flavio, hanno spopolato i Fori Uniti: secondo le stime del Campidoglio, 35 mila persone hanno visitato le due parti di competenza statale e comunale.
Alla Galleria nazionale di arte moderna sono 3.140 gli appassionati che hanno ammirato il nuovo allestimento del museo.
Successo anche a Pompei, dove è stata appena restituita al pubblico la bellissima Domus dei Vettii (6.793 ingressi), alla Reggia di Caserta (6.727 i visitatori di oggi, dopo un 2016 boom con +37% di ingressi sull’anno precedente), agli scavi di Paestum (2.803). Bene i Musei Reali di Torino (5.897).
Piazzale gremito a Firenze fino all’apertura degli Uffizi, dove sono entrate 3.489 persone.
Pienone anche alle Gallerie dell’Accademia a Venezia (1.940 ingressi) e a Villa Pisani di Stra, con oltre 1200 ingressi e biglietti presto esauriti (per motivi di sicurezza) per l’accesso alle stanze della villa: la gente si è così riversata nel bellissimo parco settecentesco, con il famoso giardino-labirinto, dove qualcuno ha approfittato per fare nordic walking, complice anche la temperatura rigida.
Nell’ideale classifica meritano una citazione il Castello di Miramare a Trieste (2.558 ingressi), Villa d’Este a Tivoli, alle porte di Roma, (2.340).
E ancora gli scavi di Ostia Antica (visitati a Capodanno da 1.086 persone), Villa Adriana (1.010), il Museo Archeologico di Venezia (876) e il Museo etrusco di villa Giulia (710), sempre nella capitale.
In centinaia si sono messi in coda per ammirare i Bronzi di Riace nel Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria.
Apertura straordinaria anche per il Museo Tattile Omero di Ancona, nel pomeriggio, con una visita bendata alla collezione e iniziative ad hoc per i più piccoli.
A Milano ha spopolato la Madonna della Misericordia, capolavoro di Piero della Francesca allestito per le feste natalizie nella Sala Alessi di Palazzo Marino, con più di 3.000 ingressi.
Grande affluenza anche ai Musei Civici, aperti gratis dalle 14.30 alle 19.30: in 17.000 sono entrati al Castello Sforzesco, Museo di Storia Naturale, Acquario Civico, Galleria d’Arte Moderna e Museo delle Culture.

(da “La Repubblica”)

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ASSE TRA ISIS E ‘NDRANGHETA: ARTE ANTICA IN CAMBIO DI ARMI

Ottobre 16th, 2016 Riccardo Fucile

E’ A GIOIA TAURO LA BASE DI SMISTAMENTO DEI REPERTI SACCHEGGIATI… LA TESTA DI UNA STATUA RAZZIATA IN LIBIA COSTA 60.000 EURO

A Vietri sul Mare dove inizia l’autostrada Napoli-Reggio: l’appuntamento con l’emissario che arriva dalla Calabria è, a metà  pomeriggio, all’albergo Lloyd.
Un posto «sicuro» che lui stesso ha indicato. Sono qui per comprare reperti archeologici arrivati da Sirte, bastione degli indemoniati dell’Isis, al porto di Gioia Tauro.
Sì, non è un errore: Gioia Tauro. Sono stati saccheggiati con metodo nelle terre controllate dal Califfato islamico, Libia e vicino Oriente. Gli islamisti li scambiano con armi (kalashnikov e Rpg anticarro).
Le armi arrivano dalla Moldavia e dall’Ucraina attraverso la mafia russa. Mediatori e venditori appartengono alle famiglie della ‘ndrangheta di Lamezia. E alla camorra campana.
Il trasporto è assicurato dalla criminalità  cinese con le loro innumerevoli navi e container.
Adesso che l’ora dell’appuntamento si avvicina mi sento a disagio. Eccomi qua a ingannare il tempo, in questa parte d’Italia dove i gruppi criminali sono così parte integrante della vita urbana che i loro scontri, le loro divisioni incessanti, i loro compromessi sono più importanti della vicissitudini della politica.
Un uomo della reception si avvicina, sistema dei cuscini e chiede se abbiamo bisogno di qualcosa. L’uomo che mi ha procurato il contatto sembra anche lui di colpo più nervoso, e ha uno strano modo di non guardarmi, ora, mentre mi parla.
«Non illuderti, forse tutto filerà  liscio ma ci sono mille possibili impicci: che il venditore ti abbia visto una volta in televisione, e ti riconosca per esempio… che abbiano fatto controlli preventivi… Bisogna fare attenzione… sono dappertutto… anche questo, dove siamo adesso, in città , è terreno loro…».
L’uomo è puntualissimo. Sembra un ragazzone un po’ invecchiato, una certa flaccidezza nei lineamenti. Eppure, una sorta di voracità  nella bocca, qualcosa di torbido nello sguardo come una vibrazione fredda che incute paura. Una mia impressione?
L’albergo era solo un punto di riferimento: non va bene per vedere i reperti e trattare il prezzo. Dobbiamo spostarci in un luogo meno frequentato. Percorriamo una strada secondaria, angusta, piccole Madonne spuntano a ogni punto più minaccioso della roccia.
Il mare così lussuoso, così ricco di inafferrabile dolcezza, di esaltato gusto di vivere qui non si vede più. Questa è una terra dove la Storia ha passato mille volte l’aratro, grattando il suolo con il puntone dei tombaroli si potrebbe sentire il vuoto di una tomba greca o romana.
Su un muricciolo stanno seduti alcuni uomini dallo sguardo impenetrabile, come uccelli sul filo della luce. Ci guardano passare.
La macelleria
Ecco, siamo arrivati: una costruzione stranamente nuova, totalmente isolata, dove la strada asfaltata finisce. Arriva un’auto, due ragazzi scendono, aprono un portone. L’ultimo controllo. L’auto del trafficante si infila a marcia indietro. È un laboratorio di macelleria.
Un odore intenso, che stordisce, ci investe, di sangue, di carne macellata. Appesi ai ganci pendono salumi già  lavorati e quarti di animale che attendono ancora il coltello del beccaio.
Dal bagaglio dell’auto avvolto in un telo bianco esce il mio possibile acquisto.
L’imperatore mi fissa, deposto sulla lastra di metallo del tavolo del macellaio, con il suo eterno sguardo di marmo, il naso leggermente abraso, la barba e i capelli magnificamente incisi dal bulino dello scultore del secondo secolo dopo Cristo, pieno di rigonfia e marmorea romanità . Dal collo spunta, reciso, il perno di bronzo che lo teneva collegato alla statua.
Mi fa un po’ senso: come se l’avessero appena decapitato, lì, per mostrarmelo nel suo cimiteriale splendore.
Il trafficante mi spiega che era in un’altra Neapolis, quella libica, la romana Leptis Magna. Con Cirene e Sabrata sono i luoghi di provenienza di tutti tesori che mi mostrerà .
Luoghi che jihadisti controllano o hanno controllato. Ma, rifletto, anche gli islamisti «moderati» di Misurata, quelli legati ai Fratelli Musulmani a cui sembra riconosciamo un ruolo di alleati affidabili nella lotta ai cattivi del Califfato.
È il momento di parlare di denaro. Trattiamo. Sessantamila euro per l’imperatore. Molto meno per un delizioso cammeo con la testa di Augusto. L’emissario della Famiglia calabrese parla con proprietà  di epoche storiche classiche, di marchi di scultori e di vasai.
È abile, mescola agli oggetti libici anche altri reperti prelevati clandestinamente in necropoli greche in Italia, svela, racconta, ma parla di oggetti di «due anni fa»: in modo di poter negare, se necessario, le circostanze più gravi. E al massimo rischierà  un accusa di ricettazione: tre anni.
«Da dove viene questa testa? Questa viene dalla Libia. Armi in cambio di statue, anfore, urne: funziona così… Il materiale arriva a Gioia Tauro, una volta era qui a Napoli, poi qualcosa è cambiato. Adesso ci sono problemi, tanti problemi con questi migranti di merda, il mare della Libia è pieno di flotte, controlli, polizie. Volete reperti del Medio Oriente? Ci sono anche quelli ma i prezzi sono molto molto più cari e dovreste andare a trattare direttamente a Gioia Tauro… E non ve lo consiglio».
L’incredibile alleanza
Ancora Isis e ‘ndrangheta, ‘ndrangheta e Isis: a ogni passo la loro traccia visibile, la loro incredibile alleanza. Anche qui davanti a questo trafficante che mi lancia occhiate furbe. Fino a poco tempo fa gli acquirenti erano americani, musei e privati.
Quando hanno scoperto che i soldi servivano a comprare armi per l’Isis gli americani hanno bloccato tutto. Ora i clienti sono in Russia, Cina, Giappone, Emirati.
Per lui sono un ricco collezionista torinese che cerca oggetti delle colonie greche e romane d’Africa. Mi fingo insoddisfatto, chiedo cose ancor più rare: non ho problemi di prezzo se vale. Allora il trafficante mi mostra alcune foto: una ciclopica testa di una divinità  greca.
«Un metro e dieci e un peso di undici quintali. Guardi, dottore, questo colore sopra la testa: portava una corona che poi si è consumata, non so se era di bronzo o di rame, viene dalla Libia, ma stiamo parlando di un’altra storia. Il prezzo è trattabile, per questa mi hanno chiesto un milione di euro ma se mi fa una proposta di 800.000 euro va bene. In più c’è da pagare il trasporto, deve venire con una persona che ne capisce… un archeologo. Le dico la verità , non è mia, sto facendo le trattative per conto di altri, dottore… Questa deve andare a un museo non a un privato. C’è un mercato di cui non avete la più pallida idea ma ora abbiamo dei problemi come le ho detto per la guerra. Stavo trattando con una persona mandata da un attore americano famoso, alla fine per 50.000 euro non ci siamo trovati. Questa o prende la strada di un museo o va negli Emirati arabi o va in Russia, queste sono le destinazioni».
La testa dell’imperatore
Dico di essere molto tentato dalla testa dell’imperatore, ma come posso essere sicuro che non sono falsi? E poi non giro certo con centomila euro in tasca. «Prenda tutto, dottore, lo tiene quindici giorni, non uno di più! Fa tutte le verifiche che vuole, archeologi tutto… poi mi fa avere i soldi e noi non ci siamo mai conosciuti. Problemi a esporre la testa? Suvvia! Lo metta in salotto, bene in vista, se qualcuno gli fa domande dica che l’ha comprata a un mercato delle pulci per cinquanta euro e che è una bella copia».
Rinuncio all’offerta, dico che entro tre giorni gli darò una risposta. Ci allontaniamo. Lungo la stradina gli uomini sono sempre seduti sul muricciolo. Ci seguono con il loro sguardo enigmatico.
La pista del Kgb
Racconto il mio incontro a due consulenti internazionali in materia di sicurezza, Shawn Winter, militare proveniente dalle forze armate degli Stati Uniti e l’italiano Mario Scaramella.
Che mi propongono una pista che porta a un burattinaio ancor più sconcertante: il traffico dei reperti sarebbe in realtà  diretto dai Servizi russi, eredi del Kgb.
Un altro indizio che si legherebbe, nell’organigramma del crimine, a quelli dei ceceni e degli uzbechi di cui ci sono prove siano passati per campi di addestramento russi, diventati poi comandanti di formazioni jihadiste.
O la presenza tra i fondatori dell’Isis di alti ufficiali del dissolto esercito di Saddam Hussein addestrati dai sovietici.
L’Isis ha la possibilità  di piegare e usare formazioni criminali come camorra e ‘ndrangheta per semplici ruoli gregari?
E di montare una organizzazione internazionale in grado si superare controlli e repressione del traffico su scala internazionale affidati a corpi di grande valore e esperienza come i carabinieri italiani? Di entrare su un mercato, quello dei reperti archeologici, con gerarchie e meccanismi e regole molto rigide e consolidate?
Solo uno Stato, una superpotenza è in grado di muovere un traffico così sofisticato, ramificato e «colto», non certo terroristi impegnati in una guerra senza quartiere.
Mi mostrano un documento, inedito finora: il verbale originale degli interrogatori, nel 2005, del colonnello del Kgb Alexandr Litvinienko, grande custode dei segreti russi.
Litvinienko spiegò a Scaramella come il Kgb rifornisse un museo segreto nel centro di Mosca, non lontano dal Boradinskaya Panorama, dove erano riuniti reperti di incalcolabile valore razziati in Medio Oriente e pagati con armi ai palestinesi.
Un museo che non poteva organizzare visite e mostre perchè i proprietari avrebbero riconosciuto i loro oggetti. Era riservato alla nomenklatura sovietica.
Qualche oggetto ogni tanto veniva prelevato: un regalo alle mogli dei dirigenti supremi.

Domenico Quirico
(da “La Stampa”)

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DARIO FO, DALLA FEDELTA’ A SALO’ ALL’OSTILITA’ PER GLI IMPERIALISMI

Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile

VOLONTARIO NELLA RSI, SIMBOLO DELLA GAUCHE, ANTISIONISTA: LA PARABOLA DELL’ESTREMISMO ATTRAVERSO IL NOVECENTO

Sarebbe un errore attribuire a Dario Fo – come fanno molti antipatizzanti – una volatilità  ideologica, per le militanze dall’estrema destra all’estrema sinistra, fino ai cinque stelle.
Ma a guardare bene, la vita politica del Nobel ha seguito una linea di coerenza espressa attraverso un ribellismo giovanile simile a quello adulto e senile: il giuramento di fedeltà  al manifesto di Verona, fondativo della Repubblica di Salò, contemplava la lotta per l’«abolizione del sistema capitalistico interno e contro le plutocrazie mondiali» che tanto assomiglia alla dichiarazione d’intenti del Soccorso Rosso, la struttura degli Anni Settanta che si riprometteva di «sostenere compagni incarcerati nel corso delle lotte antifasciste ed antimperialiste a livello nazionale ed internazionale».
Il linguaggio è soltanto leggermente diverso, da «plutocrazie» si passa a «imperialismo», ma è comunque una dichiarazione di guerra alla società  occidentale, o almeno a quella maggioritaria, capitalista e liberale, che si è opposta prima al nazifascismo poi al comunismo vincendo entrambe le sfide.
Ora, va specificato che Fo ha sempre ridimensionato la sua partecipazione da volontario al fascismo della bella morte di Salò e sarebbe comunque ingiusto attribuire valore storico alle sentenze di tribunale che autorizzano a definirlo «rastrellatore».
Ma, insomma, una linea fra quelle due fasi della vita, disconosciuta la prima e rivendicata la seconda, è abbastanza visibile e anche dolorosa.
In uno spettacolo teatrale del 1972, al feddayn (che dava nome all’opera) si consegnava la dimensione di «nemico numero uno dell’imperialismo, del sionismo e della reazione araba».
Anni dopo, rifacendosi a un testo di Nelson Mandela, Fo ha paragonato la situazione dei palestinesi a quella dell’apartheid sudafricano e, ancora di recente, in un’intervista per i suoi novant’anni, ha sostenuto che gli ebrei si avvalgono della «loro brutalità  contro chi segue altre religioni».
Sono frasi per cui Fo si è guadagnato esorbitanti accuse di antisemitismo, almeno per il Fo post-Salò, ma l’antisionismo, quello sì, era orgogliosamente rivendicato.
Ed era parte fondante dell’antimperialismo che lo ha condotto ad analizzare l’11 Settembre prima come una reazione dei poveri sui ricchi («questa violenza è figlia legittima della cultura della violenza, della fame e dello sfruttamento disumano»), poi a fare da voce narrante di un documentario cospirazionista scritto da Giulietto Chiesa, e secondo il quale gli attentati del Wto e del Pentagono erano strumento di un grande complotto a sfondo petrolifero. Proprio come succede sempre, disse Fo, «fin dall’omicidio Kennedy».
Per un intellettuale di tale formazione era naturale finire dalle parti di Beppe Grillo. Alla lunga il sugo è sempre quello: la realtà  offerta è una realtà  contraffatta: il mondo occidentale è basato sullo sfruttamento di pochi forti su molti deboli, e con la collaborazione della menzogna.
Del resto sono sentimenti ai quali è in parte ispirata la terribile lettera del 1971 all’Espresso – firmata da Fo e da parecchi altri – nella quale si giudicava il commissario Luigi Calabresi colpevole della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, e nella quale si proclamava una ricusazione di coscienza «rivolta ai commissari torturatori, ai magistrati persecutori, ai giudici indegni».
Era soltanto una grande recita a cura di istituzioni statali a cui non era più riconosciuta cittadinanza. Soprattutto al commissario Calabresi, che in quel coro furente era indicato come agente della Cia, e cioè avanguardia degli oppressori, gli imperialisti, gli oscuri nemici di sempre.

Mattia Feltri
(da “La Stampa“)

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