Ottobre 14th, 2016 Riccardo Fucile
CRITICATO E PERSEGUITATO, HA ESPLORATO NUOVI ORIZZONTI ARTISTICI
La giuria del Premio Nobel per la Letteratura cambia strada. Dopo il premio, strameritato, a Svetlana
Aleksievic, autrice del capolavoro La guerra non ha un volto di donna (Bompiani), vince Robert Allen Zimmerman, nato a Duluth, gelida pianura del Minnesota, nel 1941, in arte Bob Dylan.
Se la vittoria di Dario Fo per il teatro popolare, nel 1997, suscitò l’ira del critico Harold Bloom («Ridicolo!»), il successo di Dylan, nel giorno della morte di Fo, solleva lo sprezzo dello scrittore Alessandro Baricco: «Cosa c’entra Dylan con la letteratura?».
La reazione negativa non va attribuita, interamente, al provincialismo di casa nostra, se anche il romanziere scozzese Irvine Welsh, autore di Trainspotting, esplode: «Scriteriato premio alla nostalgia per decrepiti hippie brontoloni».
Un Nobel alle spalle, Salman Rushdie twitta equanime «Da Orfeo a Faiz, canzoni e poesia sono legate intimamente. Dylan è il luminoso erede di questa tradizione bardica. Grande scelta Nobel», e coglie la novità .
L’anno passato si puntò sulla «cronaca» di Aleksievic, arte luminosa che da Erodoto alle pagine di Rodolfo il Glabro sulla caduta di Costantinopoli arriva a Bernard Fall e Michael Herr sul Vietnam, quest’anno sulla canzone d’arte.
Molti sul web citano artisti che avrebbero meritato di vincere, da Leonard Cohen con Suzanne a Lennon-McCartney, noi potremmo dire Tenco o Mogol.
Ma il Nobel seleziona un nome per un’intera cultura, e in Bob Dylan la medaglia d’oro a 18 carati e il bonifico di 8 milioni di corone, 940 mila euro onorano la musica unita al testo. Sara Danius, segretaria del Nobel cita «Omero e Saffo, tradizione di “poesia per le orecchie”».
Dylan se ne ride delle controversie, lo hanno accompagnato tutta la vita.
Lasciando la famiglia e la quieta Duluth — «a casa mia nessuno alzava mai la voce» – per New York e l’amore dell’italoamericana Suze Rotolo, Dylan vuole «rotolare come un sasso», non «affondare come un macigno», certo nella sua irridente giovinezza che «i tempi stiano per cambiare».
La caparbia fierezza, la cognizione del genio di bastare a se stesso, risuonano nelle rime di Don’t Think Twice, It’s All Right, misogine, aspre: «Hai solo sprecato un po’ del mio tempo prezioso, ragazza». La ragazza era la tenera Suze, scomparsa a 67 anni nel 2011, per tutti la bellezza avvinghiata a Dylan, trench bohèmien, sulla copertina del 33 giri The Freehweelin’ Bob Dylan.
Al giovanotto sicuro di sè – «Picasso aveva ribaltato il mondo dell’arte, io volevo fare lo stesso con la musica» – ma senza un cent, i dollari per produrre una canzone li trova l’amata, e già nota, Joan Baez, che chiede un prestito a Furio Colombo, columnist del Fatto allora manager Olivetti.
Colombo, pioniere dell’avanguardia italiana Gruppo 63, raccontava poi l’aneddoto agli amici, ridendo: «Ne nacque Blowin’ in the Wind, avessi il copyright sarei ricco!».
Con un contratto per la Columbia Records, 1962, Dylan diventa voce di una generazione, al Greenwich Village per i beatnik, alla Sorbona di Parigi per gli studenti 1968, a Praga, nelle cantine del futuro presidente Havel.
Dylan canta nel 1963 a Washington davanti ai dimostranti per i diritti civili e a Martin Luther King, ma la politica gli sta stretta, detesta quelli che un collega, Francesco Guccini, bollerà come «critici, personaggi austeri, militanti severi».
Nel 1965 si presenta a Newport, tempio della musica folk, con una chitarra elettrica Fender Sunburst Stratocaster, e i «militanti severi», fedeli alla francescana chitarra acustica, rumoreggiarono, malgrado le difese del maestro Pete Seeger.
Perseguitato, come quando tornerà alle radici cristiane e ebraiche o perfino rischierà la morte a Woodstock con la moto Triumph nel ’66, Dylan si lascia alle spalle i conformisti ed esplora, coraggioso e solitario, nuovi orizzonti.
Highway 61 Revisited, Blonde on Blonde sono gli lp, come si chiamavano allora, che ne conservano l’arte, ma anche in canzoni semplici come This Old Man, o nella partecipazione ai Traveling Wilburys con le icone George Harrison e Roy Orbison, il talento di Dylan risplende.
È difficile ricordare cosa sia stato Bob Dylan per i baby boomer, i nati tra il 1946 e il 1964.
Due collezionisti italiani, l’editore Carlo Feltrinelli e il critico jazz Fabio Caronna, si disputano il record della raccolta completa di «bootleg», incisioni pirata di Dylan, mentre su Linus, la rivista diretta da Oreste del Buono, per mesi e mesi i lettori polemizzano su un verso mal tradotto.
In una libreria antiquaria trovai il suo romanzo Tarantula con dedica di pugno a John Lennon: al mio stupore, il libraio confessò laconico «Yoko Ono l’ha dato al maggiordomo come liquidazione».
In lui il Nobel premia dunque anche i boomer, ma non nell’avida, cupida, gelosia, nelle migliori speranze da giovani, prima che la vita insegnasse, durissima maestra, «quante strade mai un uomo dovrà faticare prima che tu lo possa chiamare uomo», Blowin’ in the wind, Bob Dylan, 1963.
Gianni Riotta
(da “La Stampa”)
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Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile
“PER AVER CREATO UNA NUOVA POETICA ESPRESSIVA ALL’INTERNO DELLA GRANDE TRADIZIONE CANORA AMERICANA”
È stato assegnato a Bob Dylan il Premio Nobel per la Letteratura 2016, per aver «creato una nuova
poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana».
Lo ha comunicato il Comitato dei Nobel a Stoccolma. L’annuncio è stato accolto dal boato dei presenti in sala.
Bob Dylan, alias Robert Allen Zimmerman, è forse il più enigmatico tra i geni della musica popolare.
Nessuno come lui si è accanito contro il suo mito, divertendosi a spiazzare pubblico e critica con scelte sorprendenti che vanno dalla svolta elettrica degli anni ’60 alla conversione al credo dei Cristiani rinati fino al recente approdo agli spot pubblicitari, Victoria’s Secret compreso (ma per gli investitori rappresenta un testimonial formidabile).
Per non parlare del rapporto che ha con il suo repertorio, che rende spesso indecifrabile al pubblico dei suoi concerti.
Menestrello di Duluth, 24 maggio 1941, è un gigante della cultura degli ultimi 50 anni: come ha detto Bruce Springsteen nel discorso con cui nel gennaio 1988 ha introdotto la sua inclusione nella Rock and Roll Hall of Fame: «Bob ha liberato le nostre menti nello stesso modo in cui Elvis ha liberato il nostro corpo. Ci ha dimostrato che il fatto che questa musica abbia una natura essenzialmente fisica non significa che sia contro l’intelletto».
Da questo punto di vista il suo contributo è addirittura difficile da definire: con i dischi incisi negli anni ’60 all’inizio della sua carriera, ha aperto alla musica popolare le porte della grande letteratura, creando un modello (il cantautore) e un mito contro cui ha lottato tutta la vita.
Il fatto è che proprio le sue canzoni più celebri di quel periodo, così immerse nella tradizione popolare americana e al tempo stesso assolutamente anti retoriche nella loro essenza, hanno rappresentato, e ancora rappresentano, la sintesi perfetta dello spirito di quel tempo, diviso tra le aspirazioni a un mondo migliore, il rifiuto della guerra, la ricerca di un’identità per i giovani, da poco diventati effettivamente una nuova categoria sociologica.
Ma da The Frewheelin’ Bob Dylan, Blonde on Blonde, The Times They Are a Changin’ e Highway 61 Revisited sono passati quasi 50 anni e Dylan, che ha sempre ostinatamente rifiutato il ruolo del profeta, li ha trascorsi tra alti e bassi, svolte improvvise e iniziative sorprendenti, ostentando un’olimpica indifferenza a quello che succede attorno alla sua musica.
Dalla metà degli anni ’80 si è imbarcato nell’ormai celebre “Never Ending Tour” (il tour senza fine), suonando, sempre con la stessa band, più di 100 date all’anno: i concerti ormai sono sempre più sgangherati, prevedibili nel rifiuto della ritualità del live show e nella storpiatura dei pezzi.
Non c’è evento che possa cambiarne la natura: possa essere un’esibizione di fronte a papa Wojtyla e a 300 mila persone o, di recente, i suoi concerti in Cina o a Saigon. Inutilmente i media hanno sperato di sentire da lui parole contro la censura praticata dal governo di Pechino o qualche allusione alla guerra del Vietnam.
Ma così come ha fatto tante volte, Dylan è riuscito a sorprendere tutti: dopo più di 30 anni, i suoi album più recenti, Modern Times e Together Through Life sono tornati in classifica e a mettere d’accordo la critica, cosa che non succedeva dalla fine degli anni ’80 con il bellissimo Oh Mercy.
Nel frattempo ha pubblicato una raccolta di canzoni natalizie e, rompendo il suo proverbiale isolamento, ha condotto uno strepitoso programma radiofonico infarcito di raffinate selezioni musicali e divertenti interventi parlati.
Un enigma che ora compie 70 anni: vien da pensare che ha fatto bene il regista Todd Haynes a usare sei personaggi e sei attori (compresa Cate Blanchett) per raccontare Bob Dylan nel film Io non sono qui.
Tra i molti riconoscimenti il Grammy Award alla carriera nel 1991, il Polar Music Prize nel 2000, il Premio Oscar nel 2001 (per la canzone Things Have Changed, dalla colonna sonora del film Wonder Boys, per la quale si è aggiudicato anche il Golden Globe), il Premio Pulitzer nel 2008, la National Medal of Arts nel 2009 e la Presidential Medal of Freedom nel 2012.
(da agenzie)
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Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile
DARIO FO E L’IDEA DEL TEATRO COME DIBATTITO, SCONTRO DI IDEE, BATTAGLIE DI PRINCIPI
Coscienza critica, fustigatore dei costumi, polemista inesausto, ma sempre avanti a sinistra. Il Dario Fo
“politico” è inscindibile da quello artistico, perchè per lui il teatro e la letteratura erano la continuazione della politica con altri mezzi.
È il vecchio motto della commedia, alla fine: «Castigat ridendo mores», corregge i costumi ridendo.
E dire che il debutto, nella vita e in politica, fu su tutt’altre sponde.
Il giovane Dario, classe ’26, si arruola con i repubblichini nelle fasi finali, tragiche e convulse, della Seconda guerra mondiale.
«Per non finire deportato in Germania», spiegherà poi quando riemergerà dalle nebbie questo trascorso imbarazzante. C’era anche chi per non finire in Germania si schierò dall’altra parte, però.
In ogni caso, il trascorso a Salò lo accomuna a un altro grande del teatro italiano, Giorgio Albertazzi, anzi forse è l’unica cosa che abbiano avuto in comune.
Nel dopoguerra, incontrati i due grandi amori della sua vita, il palcoscenico e Franca Rame, per Fo sembra aprirsi una rassicurante carriera nello star system casalingo ma non indegno dell’Italia democristiana.
Finchè la satira non gli prende felicemente la mano, e con la scandalosa “Canzonissima” del ’62 rompe con l’establishment, quello della Rai e quello del Paese. Non tornerà più in tivù per 14 anni.
“Canzonissima” censuratissima, ma Fo ha trovato sè stesso. E arriva nel momenti giusto. Nel suo teatro finiscono tutte le inquietudini e le contestazioni dell’Italia post-boom. In attesa di prenderlo, il potere si può intanto prenderlo a pernacchie.
L’anno della svolta è probabilmente il ’69. Perchè lui scrive “Mistero buffo”, che oggi tutti ricorderanno come il suo capolavoro e probabilmente a ragione, e con la strage di piazza Fontana e la strategia della tensione, l’attualità irrompe nel suo teatro.
Sono gli anni di “Morte accidentale di un anarchico”, di “Fanfani rapito”, di “Non si paga non si paga”. Eskimo, poncho, Inti Illimani e Dario Fo.
La Palazzina Liberty di Milano diventa un tribunale popolare dove, fra irruzioni della polizia e allarmi bomba, si condannano allo sberleffo la Dc, la borghesia, la polizia, la Chiesa e ovviamente gli onnipresenti «fascisti».
Al di là dei meriti artistici, Fo riesce a raggiungere uno status ambito e difficile per ogni uomo di teatro, anzi per ogni artista: diventare la coscienza critica della società , o almeno di una sua parte.
Non c’è polemica dove Fo non si butti, non c’è manifesto che non firmi, non c’è suo spettacolo che non scandalizzi i benpensanti.
Teatro “in presa diretta”, con i testi aggiornati ogni sera, sull’onda della polemica di giornata. Questo ruolo, Fo non lo perde nemmeno con il riflusso.
Solo che il suo pubblico, che era sempre stato una minoranza, ma rumorosa, adesso è schiacciato dal gran ritorno del mercato, dell’individualismo, del consumismo, di Craxi e così via. Non è più la Milano (e l’Italia) che scende in piazza per chiedere conto della morte accidentale di Pinelli. Ma Fo continua però ostinatamente a parlare a quell’Italia.
Il Nobel, nel ’97, accolto con molti applausi all’estero e molti mal di pancia in Italia, certifica questo percorso:
Fo è un classico, un venerato maestro, e il suo teatro è sopravvissuto all’epoca nel quale era nato. Lui continua a credere nell’impegno, e negli ultimi anni lo identifica con i Cinque Stelle diventandone una specie di padre nobile, spesso anche critico o inutilmente saggio: il grillo parlante dei grillini.
Ora che non c’è più, resta la sua idea del teatro come dibattito, scontro di idee, battaglia di principi, insomma politica.
Che è poi la ragione per la quale, due millenni e mezzo fa, la polis ha sentito il bisogno di inventarlo.
Alberto Mattioli
(da “La Stampa”)
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Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile
DARIO FO, UNA VITA CONTRO I PUPAZZI DEL POTERE DA “GIULLARE DELLA SOCIALITA'”
Quando è nato Dario Fo? L’anagrafe dice nel 1926, in realtà , visto quel che poi è successo, bisognerebbe indicare il 1968, l’anno in cui Dario Fo scopre il berretto a sonagli del giullare, se lo ficca in testa e ad ogni scrollata di campanelli fa tremare le questure, i tribunali, la borghesia, il partito (comunista).
Coloro che hanno riso come matti alle sue farse adesso vorrebbero buttargli una buccia di banana tra i piedi, ma lui non se ne dà per inteso.
Scrolla la testa e, come un gallo indisciplinato, lancia con quella sua voce adenoidea un chicchirichì tremendo che riempie le piazze più d’un comizio.
Un comico che voleva fare il pittore
Prima del 1968 Dario Fo è stato soltanto un comico che avrebbe voluto fare il pittore. Era smilzo, tutto naso e bocca, il corpo snodabile come una marionetta.
Faceva il piccolo cabotaggio macchiettistico ai microfoni della Rai, scriveva e interpretava i monologhi del Poer nano, e in una rivista degli anni Cinquanta, che si intitolava Cocoricò, lo si poteva vedere con Giustino Durano in passerella.
Paglietta in testa, bastoncino in mano, gesti gemelli, i due inauguravano una comicità asimmetrica e un po’ pazza.
Poi a loro si unì Franco Parenti e nel ’53 fecero Il dito nell’occhio e l’anno successivo Sani da legare. Erano riviste da camera in cui l’apporto mimico era fondamentale, non per nulla vi collaborò Jacques Lecocq e significativamente a Sani da legare prese parte anche un formidabile allievo di Lecocq, Giancarlo Cobelli. Preistoria.
Dario e Franca
Nel ’54 Dario incontra Franca Rame, bionda e splendida discendente di comici raminghi. La sposa in chiesa e con lei forma una coppia artistica che riempie i teatri borghesi, prima con quelle farse riprese dal vecchio repertorio ottocentesco rinnovate però da una straordinaria inventiva mimica, poi con le commedie, sette, una all’anno o quasi.
E’ un teatro dai toni clowneschi e di immaginarie torte in faccia: Non tutti i ladri vengono per nuocere, Gli arcangeli giocano a flipper, Aveva due pistole con gli occhi bianchi e neri, Chi ruba un piede è fortunato in amore, Isabella, tre caravelle e un cacciaballe, Settimo: ruba un po’ meno, La colpa è sempre del diavolo.
Lei fa la svampita, lui è l’istrione un po’ circense che, oltre a scrivere i testi, disegna le scene e i costumi. Il conto in banca cresce con le risate delle platee, ma in quelle risate, chissà come, vibra una specie di campanello d’allarme.
Un nuovo inizio
Forse Dario sente che c’è un equivoco alla base di quel successo. Fa ridere la borghesia prendendola a schiaffoni e la borghesia lo ricambia con gli applausi.
Ma quando, nella Canzonissima del ’62, si mette a parlare di omicidi bianchi e di mafia, il meccanismo salta.
Lo cacciano dalla televisione, i grandi teatri gli chiudono le porte e lui capisce di dover ricominciare. «Ero diventato l’alka seltzer della borghesia» spiegherà .
Ed è così che tende l’orecchio ai boati della contestazione giovanile, ma soprattutto ascolta il rombo smorzato di un soffio che viene da lontano, dalla cultura popolare, dalle storie di piazza e di campo: cose che lui ha già trasformato in spettacolo nel ’66 con Ci ragiono e canto, ma che adesso lo invadono con forza irresistibile, lo obbligano a rispecchiarsi nelle voci del dissenso fino a farvi coincidere la propria natura di interprete-non-attore, di giullare della socialità salito su una pedana in mezzo a una piazza.
Da qui la scelta del non-teatro, della balera, della casa del popolo, del palazzetto dello sport, della palazzina diroccata.
I pupazzi del Potere e il giorno più duro
Comincia a costruire i suoi pupazzoni satirici. Gli escono come un’esplosione liberatrice della fantasia. Sono i pupazzi del Potere.
Fo gli sfonda la pancia e ne cava re canuti, generali, capitalisti, prelati; vengono anche fuori lo Jesus dei giullari medievali, l’ubriaco delle nozze di Cana, il Matto che si fa passare per magistrato e conduce un’allucinante inchiesta farsesca sul caso Pinelli e sull’attentato di piazza Fontana.
Unifica testi remoti in una lingua padana vagamente quattrocentesca con lampi ruzantiani e nel ’69 ci dà il meraviglioso sproloquio di Mistero buffo, che reciterà , trasformandolo, per il resto della vita, mentre altri lo interpreteranno ovunque nel mondo, anche in Cina.
I suoi spettacoli sono tendenziosi e tumultuosi (Il Fanfani rapito, Storia di una tigre, La marijuana della mamma è sempre più bella) e provocano lo scontro: incursioni della polizia, sequestri e l’episodio più odioso e tremendo: Franca sequestrata dai neofascisti, violentata e seviziata. Un clima orrendo.
Nel ’91 nasce Johan Padan a la descoverta de le Americhe ed è un nuovo modo di stare in scena. Dario racconta sfogliando disegni. Parola e immagine sono tutt’uno, una soccorre l’altra e una completa l’altra. Seguono questo schema Lu santo jullare Francesco e le lezioni-spettacolo a cui Dario volge ormai la propria attenzione.
Lo “scandalo” del Nobel
L’ultima svolta è del ’97, quando Dario riceve il Nobel per la Letteratura. Che putiferio. I letterati gridano allo scandalo: il Nobel a un giullare? gemono.
E il giullare incassa con orgoglio, devolve una parte dell’assegno agli handicappati, acquista per loro pulmini speciali, dopo di che mette un po’ in ombra la coccarda dell’attore e dipinge, scrive libri (La figlia del papa, Razza di zingaro, Dario e Dio) mentre riceve lauree honoris causa alla Sorbona di Parigi e alla Sapienza di Roma.
Fa notare che prima di lui Roma ha concesso l’onorificenza a due soli teatranti: Pirandello e Eduardo.
«Attento te…» ammonisce. Sa di essere diventato un monumento e la cosa non gli dispiace: crede di aver creato l’ultima «opera dello sghignazzo» e l’ha scritta su se stesso.
Osvaldo Guerrieri
(da “La Stampa”)
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Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile
“FINALMENTE UN PONTEFICE CHE CONSIDERA IL DENARO LO STERCO DEL DIAVOLO”… “DESTRA E SINISTRA INSIEME: VEDREMO, FAREMO E NESSUNO PIU’ SI INDIGNA”
Il Nobel riceve nella sua bella casa milanese vestito da pittore, sì, proprio con la casacca tutta sporca di
colori, tipo Cavaradossi.
Si alza da un quadrone che sta dipingendo, si siede dietro un muro pieno di fotografie non incorniciate (i familiari, gli attori, Falcone e Borsellino, una Franca Rame – lei sì, in cornice – giovane e bellissima), si aggiusta l’apparecchio acustico e inizia ad alluvionarti di parole.
Farlo parlare non è mai stato un problema. Il problema semmai, ma non per gli intervistatori, è sempre stato quello di farlo stare zitto.
«Vede questo?», e ostende una copia del Sole24ore: «Anche un vescovone, Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, recensisce il mio libro con rispetto, il rispetto che si ha per una persona che ragiona. E del resto io di Dio con rispetto ho sempre parlato, anche quando ci facevo sopra uno sghignazzo».
Non starà meditando una conversione last minute?
«No. Anzi, vede questi (stavolta tocca a una pila di libri pericolosamente in bilico sul bordo del tavolone)? Sto studiando Darwin, voglio imparare, capire che macchina abbia montato. Tanto più che sono andato a parlare con gli studenti e ho scoperto che dell’evoluzionismo non sanno niente. Il prossimo libro lo dedicherò a Darwin e magari ci farò sopra pure uno spettacolo. Io sono ateo soprattutto per logica».
Infatti nel suo libro parla spesso del problema del male.
«Non mi piace il Dio dell’Antico Testamento, un Dio incazzoso, vendicativo, che tenta le sue creature sapendo già che cederanno. E allora, potrebbe rispondere l’uomo, non dovevi mettermi alla prova, anzi non dovevi proprio crearmi. Caccia Adamo ed Eva dal paradiso terrestre, li condanna a morire. Ma loro vivranno nell’amore, e la loro eternità saranno i figli».
Ateo, però le piacciono i due Franceschi.
«Questo Papa, sì e molto, specie quando dice che il denaro è lo sterco del diavolo, che l’amore per i poveri è nel Vangelo prima che nel marxismo. Già , è vero, ma non lo ricordavano mai. E poi mi piace perchè parla dell’altro Francesco».
Il Santo.
«Però quello vero, non quello censurato per farne una caricatura mansueta e inoffensiva, il santino che conosciamo. Il Francesco autentico è un rivoluzionario, uno che abbatte con le corde le torri nobiliari di Assisi, uno che entra nell’esercito, che conosce la guerra e la galera, che si spoglia nudo davanti al vescovo, che fa, agisce, lotta, che è il contrario del lasciar correre, dell’”e chi se ne frega”, del “chi me lo fa fare”. E sempre dalla parte degli umili e dei mortificati. Degli ultimi. Tutto a che vedere con il Vangelo, poco con la Chiesa».
Nel libro, lei si schiera anche per l’eutanasia…
«Trovo indegno far soffrire oltremodo una persona quando non c’è più speranza. Me l’ha insegnato Franca, che si è sempre preoccupata e fatta coinvolgere dai disperati. Seguì per anni una ragazzina drogata che si spense per l’Aids, mangiata dal male perchè quello è un male che ti mangia, ti svuota, ti riduce a uno scheletro. Le morì fra le braccia, ridotta a qualche chilo. Perchè questo calvario, a chi giova? Ma ormai parliamo di decenni fa, e ancora l’eutanasia non è legale».
Di Franca Rame, nel suo libro, c’è un ricordo inaspettato.
«Mi succede, quando sono nei guai, di sorprendermi a sussurrare: Franca, aiutami! E dopo un po’, ecco la soluzione. Capita, davvero».
Ha qualche rimpianto?
«Nessuno. Ho sempre avuto una fortuna enorme: tutto quello che mi è andato male mi ha fatto bene».
E’ un paradosso?
«E’ la verità . Ho studiato otto anni a Brera, e quando ho iniziato a fare il pittore ho scoperto che i meccanismi di quella carriera non mi piacevano. Ho studiato al Politecnico, e mi sono accorto di quanto era sporco l’ambiente delle commesse. Quelle delusioni sono state la mia fortuna. Ero depresso, mangiavo e vomitavo. Mi salvò un amico: sei bravissimo a recitare, perchè non provi a farlo di mestiere? Ed è andata a meraviglia. Oggi nel mondo ci sono 400 compagnie che mettono in scena i testi miei e di Franca, 400. E poi mi hanno dato anche il Nobel, il che ha fatto arrabbiare parecchia gente».
Perchè?
«Perchè non accettavano, e non accettano, che un attore, un guitto salga in cattedra e rubi loro i premi».
L’Italia era migliore quando lei ha iniziato a recitare o adesso?
«Allora, senza dubbio. L’abbiamo peggiorata moltissimo. Intanto allora poteva capitare quel che è capitato a me, che oggi sarebbe impossibile. E poi c’era un pubblico che voleva la satira, che non si accontentava delle verità ufficiali, che dettava i temi. Era lui che ci chiedeva di parlare della morte di Pinelli o delle stragi di Stato. Con Morte accidentale di un anarchico portavamo nei palazzetti dello sport diecimila persone. L’Italia adesso è addormentata».
Da chi?
«Dalle chiacchiere, dalle balle, dall’ipocrisia, da questo tormentone per cui tutto va bene, tutto è meraviglioso, starete sempre meglio e perfino i ricchi pagheranno le tasse. Va avanti così dai tempi della Dc, destra e sinistra insieme».
Anche con Renzi?
«Ma certo, il sistema è sempre quello, i metodi per fregare la gente anche. Guardi le banche: le banche si salvano, chi è stato ingannato dalle banche muore. E’ tutto un vedremo, faremo, diremo. E la gente ha perso la voglia di indignarsi, di chiedere dei conti. È sgionfa».
Prego?
«Sgionfo, in milanese, vuol dire gonfio, inerte, senza slancio. L’Italia è sgionfa».
Alberto Mattioli
(da “La Stampa”)
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Ottobre 13th, 2016 Riccardo Fucile
IL NOBEL PER LA LETTERATURA AVEVA 90 ANNI… ERA RICOVERATO DA UN PAIO DI SETTIMANE
A 90 anni e 7 mesi, tre anni dopo l’amata Franca Rame, se n’è andato anche Dario Fo. Era ricoverato da quasi due settimane all’ospedale Sacco per alcune complicazioni polmonari.
Un’uscita di scena in punta di piedi, per uno che come lui da più di mezzo secolo calcava i palchi di mezzo mondo e occupava uno spazio importante nel dibattito culturale e non solo.
Con quel tono di leggerezza che era stato un suo tratto distintivo anche nei momenti difficili. Come negli Anni Sessanta quando la Rai allora assai bacchettona lo allontanò da un programma televisivo per uno sketch irriverente sui morti sul lavoro.
O come poche settimane fa a questo giornale, nella sua ultima intervista, quando la messa al bando in Turchia di tutte le sue opere gli fece esplodere la sua fragorosa risata: «È come se mi avessero dato un altro premio Nobel».
Erdogan non solo lo aveva epurato ma con lui aveva tolto di scena Shakespeare, Cechov e Brecht. «Essere insieme a loro è solo un onore. Speriamo che nessuno dica ad Erdogan che sono l’unico ancora in vita».
Il premio Nobel, quello vero, glielo avevano dato nel 1997 ma la prima candidatura era del 1975. Quando gli era arrivato il riconoscimento più importante per la letteratura qualcuno in Italia si era scandalizzato.
Non era solo invidia era la paura che un riconoscimento al genio irriverente scardinasse logiche antiche e oramai un po’ ammuffite. Ma da Dario Fo non era arrivato nemmeno uno sghignazzo. Lui che da sempre aveva calpestato il lato scomodo della strada con le sue opere.
Drammaturgo, regista, scrittore, pittore, agitatore culturale e pure candidato alla Presidenza della Repubblica in 90 anni Dario Fo non si è fatto mancare niente.
Nè il successo nè le polemiche. Perchè ogni sua opera era una polemica.
Da «Mistero buffo» a «Morte accidentale di un anarchico», scritta di getto dopo la strage di piazza Fontana per non dimenticare Pino Pinelli, l’anarchico – lui sì, innocente – caduto dalla finestra al quarto piano dell’ufficio del commissario Calabresi alla Questura di Milano.
Ogni polemica, ogni successo, lo vedeva sempre accanto alla bellissima Franca Rame, attrice e tanto altro. Entrata pure in Senato con l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. Una delle tante tappe di questa coppia di sinistra che incarnava ogni mal di pancia della sinistra libertaria.
Di cui si ricordano le battaglie a sostegno di Adriano Sofri nel processo per l’omicidio del commissario Calabresi. E l’avvicinamento ultimo al Movimento 5 Stelle. Sempre accanto a Franca Rame, uniti nella vita e pure adesso.
Fabio Poletti
(da “La Stampa”)
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Settembre 15th, 2016 Riccardo Fucile
LO CHANSONNIER FRANCESE, 92 ANNI, CHIACCHIERA IN TRE LINGUE E PORGE SENZA PAUSE CANZONI CHE HANNO FATTO SOGNARE GENERAZIONI
Spicca soltanto l’argento dei capelli sulla figurina minuscola, tutta in nero, che si affaccia nel buio sul
palcoscenico dell’Arena di Verona.
Stasera c’è appuntamento non con la nostalgia ma con la storia del Novecento: ne è testimonial Charles Aznavour.
È un fenomeno di longevità umana e artistica, ben contento di prender in giro l’universo mondo dall’alto dell’anagrafe: «I critici dicevano che non avrei mai potuto avere una carriera da interprete, sono morti tutti e io ho 92 anni», sorride orgoglioso e beffardo, e continua l’affondo: «Dicono che per star bene non bisogna mangiare grassi, zuccheri, sale. Sono stati il mio nutrimento principale».
Applausoni dalla platea; i quasi ottomila non certo giovanissimi che popolano l’Arena magari non saranno fortunati nè vecchi come lui, ma il sogno è invecchiare così, mangiando e cantando quel che ti pare.
Si percepisce un’allegria frizzante, come di miracolati che assistono a uno show teoricamente impossibile.
Aznavour è implacabile, va avanti senza pause in 3 lingue, chiacchiera un sacco, porge canzoni che hanno fatto sognare generazioni come Morir d’amore, Quel che non si fa più, e la gente non ci bada poi troppo quando musica e canto stridono proprio su uno dei suoi più grandi successi, L’istrione.
All’Arena, con Aznavour, si festeggia la vita che non vuol morire.
Il rock ci ha abituati al giovanilismo rugoso di nomi leggendari come Paul McCartney o i Rolling Stones, che a 70 passati affrontano impavidi e con un’energia da giovincelli saltellanti due o tre ore di concerti in stadi e arene in tutto il mondo.
Non parliamo di Springsteen, che a 67 ha appena battuto il proprio record personale, a Philadelphia, suonando per 4 ore e 4 minuti il 7 settembre scorso.
Certo li vedi alla fine delle serate che non hanno più niente di umano, e ti chiedi come faranno il giorno dopo.
Ma che l’Ego e la passione sconvolgano le leggi fisiche, mantengano in vita e diano anzi vigore, è definitivamente provato da Charles Aznavour.
Davvero, un fenomeno. Con lui entriamo in un’altra storia: di Keith Richards o di Bruce, il grande chansonnier francese potrebbe essere il papà , è anzi l’ultimo rappresentate di una generazione di cuore e di passione, di melodia romantica e intensa, di una supremazia ancora della cultura francese sul poi imperante dominio angloamericano.
Ed è qui a ricordacelo, con una tigna quieta, come in una sfida perenne alle leggi fisiche e vocali. In scena la sua voce si è naturalmente appannata, così come la leggendaria enfasi con la quale inanellava storie romantiche e le sofferenze d’amore che ora continuano a scorrere («Non mi ricordo delle parole, e mi faccio aiutare dal gobbo – confessa in scena – però a differenza degli altri io lo dico») con la forza di un repertorio storico, noto ormai soltanto a chi ha compiuto almeno 50 anni.
Soltanto lo scorso luglio, a Milano, mi ha sussurrato all’orecchio, con civetteria: «Sa, non faccio più tanti concerti come prima. Però una volta cantavo un’ora, adesso due». Del resto, da tutta la vita canta: «Il faut savoir quitter la table / mais moi je ne sais pas». Bisogna sapere lasciare il tavolo, ma io non lo so fare.
Infatti. Mai nessuno aveva provato a 92 anni a imbarcarsi per un tour mondiale che si sta quietamente svolgendo, a tappe non ravvicinate di sicuro, in spazi di affluenza enorme, come l’Arena appunto nella quale ha chiuso ieri la tranche europea, per ricominciare poi a metà ottobre negli Stati Uniti.
Anche lì mica teatrini: a New York faranno festa con lui al Madison Square Garden.
Marinella Venegoni
(da “La Stampa”)
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Luglio 30th, 2016 Riccardo Fucile
E’ MANCATA ANNA MARCHESINI, AVEVA 62 ANNI
Addio alla Signorina Carlo, alla sessuologa Merope Generosa, alla Sora Flora, alla cameriera secca
dei signori Montagnè e soprattutto alla bella figheira, alla Monaca di Ponza, alla Lucia manzoniana del piccolo schermo.
È morta l’attrice Anna Marchesini, a darne l’annuncio su Facebook il fratello Gianni. “Prima che lo sappiate da quel tritacarne dell’informazione – dice in un post – tengo a dirlo io. Ora in questo momento è morta mia sorella Anna Marchesini. Grazie a tutti. Non sarò in grado di rispondervi”.
L’attrice, storica componente del Trio assieme a Tullio Solenghi e Massimo Lopez, era nata a Orvieto ed era malata da tempo di artrite reumatoide.
Avrebbe compiuto 63 anni a novembre. Lunedì i funerali nella sua citt�
“In questo momento mi piace ricordare Anna e non la Marchesini. Mi piace ricordare, cioè, l’amica e la sorella con la quale ho condiviso 12 anni di vita in comune – ha detto Solenghi, primo dei colleghi a ricordarla – Preferisco pensare ad Anna non soltanto come ad una grande attrice comica, quale è stata per 40 anni. Ma ad un’amica di cui si ricordano tutti gli aspetti privati. È stata un prodigio e ha contribuito a far diventare il Trio quello che è stato per tanti anni. Ma ora penso soprattutto alla persona che è stata”.
Dal teatro alla tv: la nascita del trio.
Il debutto a teatro avvenne quando ancora era un’allieva dell’Accademia d’Arte drammatica Silvio d’Amico, nell’estate del 1976, con lo spettacolo Il Borghese Gentiluomo diretto da Tino Buazzelli.
Diplomata tre anni dopo, entrò in compagnia con lo spettacolo Platonov di Anton Cechov per la regia di Virginio Puecher (Piccolo di Milano).
L’incontro con i due colleghi che cambieranno la sua carriera è all’inizio degli anni Ottanta, nella sua biografia on line l’attrice scriveva “In Svizzera in un programma per gli italiani incontro Tullio Solenghi e già rido. Nel frattempo al doppiaggio di cartoni animati a cui mi dedicavo fra uno spettacolo e l’altro, conosco Massimo Lopez e ancora ridiamo”. Il sodalizio, come si dice in gergo, durerà tutta la vita anche se ufficialmente il trio si scioglierà nel ’94 pur tornando qualche volta insieme.
L’esordio in tv è con lo spettacolo su Raidue Helzapoppin a cui seguirono negli anni Ottanta Tastomatto, Domenica In, Fantastico.
Il trio conquistò il pubblico televisivo e poi lo traghettò a teatro: il loro primo spettacolo teatrale come trio Allacciare le cinture di sicurezza debuttò nel 1987 al Sistina di Roma e fece il tutto esaurito per tre anni consegnando loro di diritto il Biglietto d’oro.
Il boom dei Promessi sposi.
Il successo straordinario della parodia del classico di Manzoni, trasmesso nel 1990 in 5 puntate da Rai 1 con un ascolto medio di 13 milioni e picchi di 17 milioni, li consacrò definitivamente.
A quell’exploit tv seguì nel 1991 un secondo spettacolo a tre per il teatro In principio era il Trio, grande successo, biglietto d’oro e tre stagioni di turnèe.
Nel 1994 il trio si sciolse perchè Massimo Lopez scelse di sperimentare la carriera solista. A questo periodo risalgono gli spettacoli a due, con Tullio Solenghi, La Rossa del Roxy Bar (in tv) e Due di Noi di Michael Frayn (a teatro).
Poi arrivò la scelta di una serie di show da solista per l’attrice e regista che anche sola riempie il Teatro Olimpico.
Dell’autore inglese Alan Bennett oltre a Una patatina nello zucchero portò in scena anche L’occasione d’oro e La cerimonia del massaggio, spettacoli che univano bene l’umorismo “british” dello scrittore con la sua ironia.
Nel 2008 il ritorno del Trio in tv per la celebrazione dei 25 anni, con la conduzione a tre di Non esiste più la mezza stagione. Tra un impegno teatrale e uno televisivo Anna Marchesini si è dedicata molto anche al doppiaggio prestando la voce in una serie di cartoon: i francesi La profezia delle ranocchie e Principi e principesse e i film Disney Le follie dell’imperatore e Hercules, ma anche a Judy Garland nel nuovo doppiaggio de Il mago di Oz degli anni Ottanta e alcuni episodi di Star Trek e La casa nella prateria.
I libri e gli ultimi spettacoli.
Scrittrice per il teatro naturalmente ma anche per la narrativa, Anna Marchesini ha pubblicato una serie di libri: con Solenghi Uno e trino e Che siccome che sono cecata di matrice teatrale, mentre più recentemente invece si era dedicata alla narrativa pubblicando per Rizzoli Il terrazzino dei gerani timidi e Di mercoledì.
Anche il suo ultimo lavoro teatrale, Cirino e Marilda non si può fare in scena al Piccolo Teatro di Milano nel 2014, era tratto dal suo libro Moscerine, una galleria di personaggi femminili dolorosi e comici come quelli che nella sua lunga carriera aveva portato a teatro.
Prima di questo la sua ultima sfida era stata portare in scena Giorni felici di Samuel Beckett nonostante le difficoltà causate dalla sua malattia.
Da allieva (bocciata) ad insegnante.
Negli ultimi anni Anna Marchesini aveva insegnato all’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, una cosa di cui andava molto fiera perchè entrare in Accademia era sempre stato il suo sogno fin da ragazza e per riuscire a realizzarlo aveva dovuto tentare l’ammissione tre volte, dal momento che le prime due l’avevano bocciata.
“Certe volte entravo nella scuola salivo l’ascensore fino al 5° piano – la sede allora era in via 4 Fontane nel palazzo di una Marchesa – diceva – Salivo in “Paradiso” solo per sentire l’odore, attraversare un corridoio fare una domanda solo per “stare lì”. L’Accademia per me è uno dei posti più “evocativi” come dicono i poeti”.
L’ironia anche nel suo “testamento”.
“Ho già adocchiato una vetrinetta in sala riunioni con un piccolo cofanetto verde di porcellana, credo. Ritengo sia ideale per contenere le mie ceneri – scriveva con la sua solita ironia sul suo sito – È una aspirazione che piano piano troverò il coraggio di far uscire alla luce. Che detto di un mucchietto di ceneri non è appropriato. Posso tentare…. e se mi ribocciano? E se poi l’Accademia trasloca? E se durante il trasloco il cofanetto verde si rompe? No eh! essere spazzata via dall’Accademia no mai più!”.
Lascia la figlia Virginia di 23 anni appena laureata.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 21st, 2016 Riccardo Fucile
LA SUA ULTIMA OPERA PRESA D’ASSALTO A ISEO: “NON E’ UNA REALTA’ VIRTUALE, CI SONO VERO SOLE, PIOGGIA E VENTO”
Per due giorni ha solcato il lago di Iseo a bordo di un’imbarcazione aperta, con sopra un’altana.
Sembrava un ammiraglio che governasse le sue acque territoriali, mentre si godeva lo spettacolo di migliaia di persone plaudenti che scorrevano sulle passerelle del Floating Piers che collegano quattro punti del bacino (Sulzano, Monte Isola, l’isola di San Paolo e Sensole, fino al 3 luglio).
«Macchè ammiraglio! Corro da una postazione all’altra, devo essere al corrente di tutto, ogni giorno ci sono riunioni tecniche per capire il da farsi, e avere tutto sotto controllo», dice un infaticabile Christo che, in Italia, ha realizzato un’altra delle sue imprese artistiche (dopo Spoleto, Milano, Roma).
Lei parla sempre al plurale per non farci dimenticare Jeanne-Claude, la moglie scomparsa, l’altra metà del suo cervello.
«Questi progetti hanno segnato capitoli della nostra vita, tanto da ritornare a volte in certi luoghi. Nel 2007 andammo in Australia proprio dove avevamo realizzato la Wrapping Coast nel 1968-69».
Il lago di Iseo ha avuto la meglio sul Rio della Plata (un amico argentino, nel 1970, suggerì agli artisti di lavorare su quel fiume) e sulla Baia di Tokyo. The Floating Piers (uno dei 37 progetti nel limbo, ma accarezzato per decenni da Christo e Jeanne-Claude), ha generato un momento mediatico di carattere internazionale, seguito da webcam e postato all’infinito sui social.
Eppure lei non ha dimestichezza con questo mondo virtuale, The Floating Piers è un progetto altamente tecnologico ideato da un artista che non ha passione per la tecnologia.
«Non so guidare, non so far funzionare un computer, disegno con le dita! Sto nel mio studio 14-15 ore al giorno, ma da 50 anni faccio sempre le scale, non essendoci l’ascensore. Mi piace il movimento».
Davvero sorprendente che qui sul lago d’Iseo tutto sia stato deciso così rapidamente.
«Conosco molto bene la regione dei laghi lombardi, anche per esserci stato più volte con Jeanne-Claude, dopo averli rivisti tutti e aver fatto dei sopralluoghi, nel maggio 2014 ci siamo decisi: il posto ideale sarebbe stato Iseo. Volevamo un lago quieto, non come il Maggiore o quello di Como». Test segreti furono però eseguiti nella Germania del Nord, in un lago privato nella proprietà di un collezionista. Un successivo saggio tecnico, molto importante, di carattere ingegneristico, venne poi fatto sul Mar Nero, nel 2015. La geometria gioca un ruolo specifico in questa opera site-specific . I visitatori si fermano ad ammirare un angolo acuto all’incrocio di due passerelle (Monte Isola/Sensole). Il paesaggio entra nella visuale del «quadro».
Le persone devono essere indirizzate per scoprire nuove prospettive della vita?
«Il progetto è disegnato secondo linee direttrici obbligate e questo è stato molto importante per contrastare la forma organica dell’isola. È interamente basato sul camminare (non solo sull’acqua ma anche sulla terraferma, nelle stradine di Monte Isola). Lungo le passerelle si produce un vero flusso energetico. Ed è un progetto molto fisico, non è come il nastro mobile degli aeroporti. Questi Piers fanno fare chilometri sull’acqua dove, oltretutto, diventa difficile misurare lo spazio. La gente ha come l’impressione che si tratti di una spiaggia. Come avrà notato, la passerella (molleggiata) non finisce ad angolo retto, i bordi sono leggermente inclinati verso l’acqua, difatti, lì il tessuto è sempre bagnato e diventa arancio scuro. La gente cammina però sempre entro la parte asciutta, ha paura di bagnarsi i piedi proprio come al mare… Il risultato di Floating Piers è che le persone si comportano in modo molto naturale».
Lei è riuscito a scollare la massa dallo schermo della tv e del computer facendola camminare, puntando al coinvolgimento dei sensi.
«Volevo agire sul desiderio e sulla curiosità delle persone. Qui non si è persi dentro una realtà virtuale, c’è vero sole, vero umido, vera pioggia, vero vento, non c’è la riproduzione di un’immagine appiattita».
Alcuni critici hanno subito bollato la sua opera, trattandola da fiera di paese.
«Non faccio questi interventi site-specific per essere popolare. Questa è arte non necessaria, che spesso importuna gli amanti dell’arte che preferiscono luoghi asettici o protettivi come le gallerie o i musei. Floating Piers ha tutto il carattere di un progetto urbano, ma non uso la tecnica per affascinare, ma solo perchè necessaria all’opera. Abbiamo costruito qualcosa di semplice, ma per farlo siamo ricorsi a ingegneri che rendessero facile ciò che era molto difficile. Prendiamo in prestito uno spazio, creando un disturbo gentile e intrecciando la vita delle persone all’opera d’arte».
Francesca Pini
(da “il Corriere della Sera”)
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