Marzo 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL MIGLIOR FILM STRANIERO A SORRENTINO: “GRAZIE A SCORSESE, FELLINI E MARADONA”
La grande tensione si scioglie a metà serata, quando Paolo Sorrentino, premiato da Ewan
McGregor e Viola Davies, stringe tra le mani la statuetta per il miglior film straniero e pronuncia il suo discorso di vincitore: «Sono molto emozionato e felice, questo premio non era scontato, i concorrenti erano temibili, ora finalmente mi sento sollevato».
Le dediche e i ringraziamenti sono precisi e pensati.
Prima di tutto «Nicola e Toni» cioè il produttore Nicola Giuliano e il protagonista del film Toni Servillo, poi i debiti artistici, le fonti d’ispirazione, ovvero «Federico Fellini, i Talking Heads, Diego Maradaona e Martin Scorsese. Quattro campioni, ognuno nella loro arte, che mi hanno insegnato cosa vuol dire fare grande spettacolo».
Poi la famiglia, «le mie personali grandi bellezze, Daniela, Carlo e Anna», e ancora le due città «Roma e Napoli», «i miei genitori» e quelli della moglie «Nunzia e Sasà ».
Dopo 15 anni l’Oscar torna in Italia, e, a pochi chilometri dal Chinese Theatre, il gruppo degli italiani a Los Angeles festeggia nella casa del console Giuseppe Perrone dove è stato organizzato un party per la visione collettiva della cerimonia.
Con Sorrentino festeggiano, da questa notte, Steve McQueen, regista del miglior film «12 anni schiavo», Alfonso Cuaron che, con «Gravity», ha portato a casa ben sei Oscar compreso quello per la migliore regia, Matthew McConaughey, protagonista di «Dallas Buyers Club», Cate Blanchett migliore attrice in «Blue Jasmine» e poi Jared Leto, che affianca McConaughey nel ruolo del trans dal cuore d’oro di «Dallas Buyers club» e Lupita Nyong’o, la schiava amata e umiliata da Michael Fassbender in «12 anni schiavo».
Il film di McQueen vince anche il premio per la migliore sceneggiatura (non originale) e il regista vuole che sul palco salga l’intera squadra del film, per condividere il riconoscimento con tutti quelli che hanno contribuito alla sua realizzazione. La migliore sceneggiatura originale è invece quella di «Her», firmata da Spike Jonze, mentre «Frozen» sbaraglia la concorrenza nel settore dell’animazione.
I grandi esclusi sono soprattutto «American Hustle» di David O. Russell che si pensava avrebbe messo insieme un bel numero di riconoscimenti tra i tanti annunciati ed è uscito a mani vuote dalla competizione, e «Il lupo di Wall Street» di Martin Scorsese.
Lo schiaffo più sonoro tocca ancora una volta a Leonardo Di Caprio che non riesce, nonostante la grandiosa interpretazione del truffatore protagonista, a mettere le mani su un premio che gli è sfuggito tante altre volte.
C’è già chi dice che il destino di DiCaprio sarà forse quello di un riconoscimento alla carriera in tarda età , come è accaduto spesso a superdivi trascurati da Hollywood.
Sorprese anche sul fronte della miglior canzone, dopo la toccante performance dal vivo di Bono,che ha cantato «Ordinary love», dal film «Mandela: Long walk to fredom», si pensava che il premio sarebbe andato a lui, e invece vince «Let it go» di «Frozen».
Anche «Il Grande Gatsby», gran delusione della passata stagione cinematografica, si aggiudica premi che si pensava sarebbero andati ad «American Hustle» come l’Oscar per i costumi e per la scenografia. La cerimonia, guidata da Ellen De Generes, è stata meno magniloquente del solito, più asciutta, più divertente, più autoironica.
Commovente il ricordo dei numerosi scomparsi dell’anno, chiusa dall’immagine di Philip Seymour Hoffman, e bellissimi i due intermezzi comici in cui la conduttrice ha preso in giro mode e abitudini del momento, la foto di gruppo «selfie» e l’arrivo delle pizze pagate con colletta fra superdivi. Gli sguardi più innamorati sono stati quelli lanciati da Brad Pitt a Angelina Jolie, e da Jared Leto a sua madre, oggetto (molto commosso) di un ringraziamento lungo e denso di affetto.
(da “La Stampa”)
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Febbraio 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL PATRIMONIO CULTURALE NON E’ PETROLIO
Ci siamo allenati fin troppo, in questi anni devastati e feroci, a monetizzare ogni valore, ad attaccare
il cartellino del prezzo al collo di tutte le statue, alla croce di tutte le chiese, a ripetere come una giaculatoria la stupida formula dei “giacimenti di petrolio”, degradando il nostro patrimonio a serbatoio da svuotarsi per far cassa, senza nulla lasciare alle generazioni future.
Ma il patrimonio culturale non è petrolio, è l’aria che respiriamo, il sangue nelle vene, la carne di cui siamo fatti.
È per la comunità dei cittadini (quella che l’art.9 della Costituzione chiama Nazione) ciò che la memoria e l’anima sono per ognuno di noi.
Non c’è prezzo che tenga, i 234 miliardi chiesti a Standard & Poor’s non bastano per un verso di Dante (o di Omero, o di Shakespeare).
Alle effimere improvvisazioni dei prezzatori nostrani contrapponiamo la riflessione ben più seria di chi ha mostrato di saper riflettere sui valori del patrimonio culturale.
Basta varcare le Alpi, e appena giunti in Francia ci coglie un moto d’invidia.
Il rapporto “L’èconomie de l’immateriel” considera i valori immateriali (non prezzabili) come il fondamento della crescita di domani: «C’è una ricchezza inesauribile, fonte di sviluppo e di prosperità : il talento e la passione delle donne e degli uomini», si legge nella prima pagina. Talento e passione innescati, alimentati, sorretti dalla memoria culturale.
Il rapporto, firmato da Maurice Lèvi e Jean-Pierre Jouyet, è stato commissionato dal ministero dell’Economia, e giunge alla conclusione che i valori immateriali «nascondono un enorme potenziale di crescita, che può stimolare l’economia della Francia generando centinaia di migliaia di posti di lavoro, e conservandone altrettanti che sarebbero altrimenti in pericolo».
Un ministro dell’Economia italiano che si ponga questo problema non si è mai visto.
Ma possiamo almeno sperare che i nostri ministri dell’Economia, dei Beni culturali, dell’Istruzione, dell’Ambiente, si mettano intorno a un tavolo col presidente del Consiglio, e magari qualche esperto della Corte dei conti, a studiare collegialmente il rapporto dei cugini d’Oltralpe?
Imparerebbero, per esempio, che la confusione tutta italiana fra il “mecenatismo”, la “sponsorizzazione” e l’invasione di imprese for profit nei musei svanisce tra Ventimiglia e Mentone.
E che, eliminata questa confusione, l’eterno dibattito su pubblico e privato avrebbe l’unica possibile svolta virtuosa, adottando il principio della commissione Lèvi-Jouyet:
«Condurre azioni di interesse generale con il concorso di finanziamenti privati», ma distinguendo fra il privato che intende donare (come la Fondazione Packard a Ercolano) e l’impresa che guadagna sulla biglietteria (secondo la sezione Lazio della Corte dei conti, nell’area archeologica di Roma il 69,8% degli incassi finisce al Gruppo Mondadori, alla Soprintendenza resta il 30,2%; a Palazzo Venezia, Civita prende il 70,75%, la Soprintendenza il 20,25%).
È possibile normare l’immateriale anche in Italia, senza i vaneggiamenti sui “giacimenti culturali” che ci appestano da decenni?
È possibile distinguere chi entra in un museo con lo spirito del donatore da chi vi entra solo per far profitti?
Sarebbe più facile rispondere “sì”, se il Parlamento si decidesse a dare al governo la delega per l’aggiornamento del Codice dei beni culturali (è in programma da giugno, senza nulla di fatto). Se si leggesse con attenzione, prima del rapporto francese, la Costituzione italiana.
Salvatore Settis
(da “la Repubblica“)
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Febbraio 6th, 2014 Riccardo Fucile
SIAMO POVERI MA BELLI: PIU’ CHE UNA REALTA’, UN POTENZIALE PERCHE’ MANCA UNA POLITICA DI SVILUPPO
Non di sola industria vive un Paese, ma anche della ricchezza che può produrre la sua arte, la sua storia, il paesaggio.
Fonti di reddito che le agenzie di rating si guardano bene dal considerare, e sulle quali invece la Corte dei conti non intende più tacere.
Tanto che ha aperto un’istruttoria nei confronti di Standard & Poor’s e dell’«incauto» declassamento che l’agenzia ci ha propinato nel 2011.
Un crollo che ci ha fatto versare lacrime e sangue in termini di spread, pressione fiscale, fiato sul collo da parte di mezza Europa.
Cosa sarebbe successo invece se l’agenzia avesse tenuto conto del valore, materiale e non, del nostro patrimonio artistico e culturale? Voci non confermate dalla Corte dei conti stimano in 234 miliardi il danno subito.
Ma si può ridurre la cultura, nelle sue molteplici fonti, ad un numero da inserire in bilancio?
Ci ha provato uno studio realizzato dalla Fondazione Symbola e dall’Unioncamere (“Io sono cultura. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi”) che mettendo assieme gli incassi di mostre, musei, monumenti con le entrate garantite dall’indotto – dall’artigianato agli alberghi, alla filiera culturale portata alla sua massima espansione – stima in 214,2 miliardi di euro la ricchezza prodotta dall’ampio settore. Il 15,3 per cento del Pil, un vero e proprio tesoro accumulato nel “campo dei miracoli” del sistema cultura.
Dove un euro speso per visitare un museo ne genera altri due in termini di ricchezza per il territorio.
A sentire Federculture, l’associazione delle aziende pubbliche e private che operano nel settore, più che di una realtà si tratta però di un potenziale.
«Siamo il Paese con la più alta densità e qualità di siti culturali e la Corte dei conti fa bene a chiedere che di questo patrimonio si tenga conto valutando il rating – precisa il presidente Roberto Grossi – ma essere belli non basta. Al di là dei tagli negli investimenti alla cultura, manca una politica di sviluppo e la capacità gestionale nel fornire offerta. Ancora non ci rendiamo conto che senza la tecnologia non si vada nessuna parte: dei 3.800 musei presenti sul territorio solo il 3 per cento ha una applicazione per lo smartphone, solo il 6 è dotato di audioguide o dispositivi digitali. La convivenza fra pubblico e privato non è scandalosa: è necessaria»
Essere belli, appunto, non basta. E di fatto negli indici di attrattività del Paese (Country brand index) se siamo stabili al primo posto per la voce cultura, tenendo conto della qualità della vita offerta, della sicurezza, delle infrastrutture scivoliamo, nell’indice globale, alla quindicesimo gradino.
Un dato rilevante, nell’iniziativa della Corte dei conti, lo scorge Paolo Leon, fra i padri fondatori delle discipline economiche che indagano le vicende culturali, direttore della rivistaEconomia della cultura (il Mulino): «È la prima volta che un organo pubblico di quel rango considera il patrimonio storico-artistico e di paesaggio come parte del capitale collettivo della nazione. In fondo lo Stato ha protetto, come ha potuto, i nostri beni, ma non ha mai riconosciuto il loro valore».
Valore: ma qual è il valore di un palazzo cinquecentesco o di una torre medievale?
È possibile attribuirgliene uno?
Annalisa Cicerchia, anche lei economista della cultura, la prende alla lontana: «Il valore non è fra le proprietà intrinseche di un bene.
È legato alla capacità di soddisfare bisogni.
Qual è il valore del paesaggio toscano, paesaggio simbolo del nostro paese? Da quando i primi inglesi hanno scoperto i casali abbandonati e li hanno comprati, sono arrivati tanti altri inglesi e i valori immobiliari sono cresciuti.
È cresciuto con loro il valore del paesaggio? Indirettamente sì.
Anche se è possibile quantificare solo l’incremento medio del costo a metro quadrato di un immobile».
Leon è affezionato all’idea che un bene culturale, conservato, tutelato e fruibile, assicuri effetti positivi a una comunità nel suo complesso e non solo alle sue tasche. In linea teorica valutazioni monetarie si possono compiere.
«Quantificare il valore del Colosseo è facilissimo, lo hanno già fatto. Più difficile è quantificare Dante Alighieri».
Ma ha senso la quantificazione, se nessuno può comprarlo l’Anfiteatro Flavio?
«Il problema è proprio questo», prosegue Leon. «È che alle agenzie di rating non interessa tanto il contributo della cultura al valore del patrimonio collettivo quanto il valore di mercato della fruibilità del bene».
Leon di valutazioni monetarie ne ha compiute nella sua carriera. È capitato con le mura di Ferrara disegnate da Biagio Rossetti fra la fine del Quattrocento e i primi del Cinquecento: «Abbiamo calcolato quanto spazio quelle mura hanno sottratto a una potenziale espansione della città proprio in quel luogo: il mancato guadagno in termini, diciamo, di speculazione edilizia è il valore di quelle mura».
Ma si tratta di un valore ipotetico che, indicizzato nei secoli, serve ai cittadini di Ferrara, insieme alla sua bellezza intrinseca, per capire che importanza ha la cinta muraria e quanto conviene tutelarla al meglio.
Non essendoci compratori possibili, quel valore serve ad aumentare la consapevolezza civica. E se quel bene, per assurdo, fosse rimuovibile, esportabile?
«Tutto ciò che è esportabile ha valore», replica Leon, «ma ricordo il dibattito di alcuni anni fa quando qualcuno disse: perchè non vendiamo i tanti cocci che abbiamo nei depositi, che nessuno vede, che farebbero felici i musei americani e che ci farebbero incassare tanti soldi? Si scoprì che avremmo guadagnato pochissimo e qualcuno si rese conto che se si fosse aperta una breccia con i pezzi dei depositi, poi si sarebbe passati a vendere ben altro»
Il Colosseo non è vendibile, come non è vendibile l’area archeologica pompeiana. Non avendo mercato, non hanno un valore monetario.
Ma spunta un altro problema.
«In Italia abbiamo elenchi di musei e di aree archeologiche, ma non abbiamo un elenco del patrimonio immobiliare storico-artistico», insiste Cicerchia. «Lo rilevava anni fa l’economista Giacomo Vaciago, ci avevano provato a stilarne uno Franco Modigliani e Fiorella Kostoris, ma da allora nulla è cambiato: l’ultimo censimento risale alla Carta del rischio del 1996»
Senza un elenco non si può fare una stima complessiva. E non si può fissare un prezzo, sostengono all’unisono gli economisti che si occupano di cultura. Più percorribili sono altre strade di ricerca.
Una la indica Leon: «Non è possibile escludere la cultura, o l’ambiente, dagli indicatori di benessere di una comunità ». Cicerchia invita a seguire le linee fissate da economisti come Jean-Paul Fitoussi che spingeva ad andare “oltre il Pil”, una direzione intrapresa anche dall’Ocse, che ha sollecitato a includere il paesaggio e la partecipazione ad attività culturali fra i fattori che segnalano il benessere.
Leon: «Ne parlavamo molti anni fa con Renato Nicolini, allora assessore romano alla Cultura: non sarebbe meglio, dicevamo, se si smettesse di scaraventare ragazzini demotivati in giro per le città d’arte e invece si inserisse la visita a un museo come parte integrante del curriculum, intrecciandola con lo studio della storia, della geografia e della scienza e non abbandonandola al genere gita scolastica? Ne guadagneremmo tanto, in termini economici come paese, perchè formeremmo cittadini migliori e più profondi. Ecco qual è il valore dei beni culturali».
Francesco Erbani e Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
ASFALTO SULLE CHIANCHE, IL SINDACO SI GIUSTIFICA: “ABBIAMO RICOPERTO LE BUCHE”
Colate di asfalto davanti al Duomo romanico di Molfetta.
Questa mattina sono stati eseguiti dei lavori per sistemare la pavimentazione della zona antistante la chiesa del XII secolo.
Chianche e cemento — di un colore molto più chiaro — presentavano qualche buca.
E così per mettere in sicurezza l’area sono stati disposti i lavori i cui effetti sono quanto meno discutibili.
Soltanto pochi giorni fa il neo sindaca Paola Natalicchio aveva «liberato» piazza Duomo dal parcheggio selvaggio con una ordinanza, realizzando specifici parcheggi per i residenti del centro storico.
L’iniziativa è stata apprezzata da più parti: decine le fotografie pubblicate su Facebook per celebrare l’evento.
Adesso, invece, a distanza di pochi giorni le immagini più pubblicate dai molfettesi ritraggono le scempio appena realizzato.
Ma la Natalicchio su Facebook difende l’obrobriosa macchia di asfalto. «Stiamo ri-asfaltando – scrive sul social network – solo le parti già asfaltate di piazza Duomo e banchina San Domenico. Nemmeno un centimetro delle basole esistenti è stato ricoperto, mentre sono state coperte le buche pericolose e dissestate che erano presenti nelle due aree».
Per verificare l’esistenza delle chianche al di sotto dello strato di asfalto basterà un semplice saggio, ma la bruttura rimane.
L’asfalto nero contrasta con le bianche pietre del Duomo romanico.
Alla Soprintendenza l’ultima parola.
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
SIAMO IL PAESE CON IL PIU’ GRANDE PATRIMONIO ARTISTICO DEL MONDO, MA SIAMO A RIUSCITI A RIDURRE I FONDI DEL 52% IN 5 ANNI
L’Italia è il paese con il più grande patrimonio storico culturale al mondo, al primo posto
nella lista Unesco per numero di tesori dichiarati patrimonio dell’umanità , eppure il Ministero per i beni culturali rischia quasi il tracollo per morosità e per il drastico taglio dei finanziamenti cui continua a essere sottoposto dai governi di ogni colore.
Gli ultimi dati forniti dal ministro Bray sono emblematici: quasi 10 milioni di euro in meno rispetto al 2012 per le “spese per interventi urgenti per le emergenze”; una disponibilità per il ‘programma ordinario dei lavori pubblici’ che passa dai 70,5 mln di euro del 2012 ai 47,6 mln del 2013 (nel 2004 erano 201 milioni), il sostegno dalle giocate del Lotto che dai 48,4 mln di un anno fa precipita ai 25,4 di quest’anno.
In questo scenario, non c’è da stupirsi se i musei sospendono le aperture, se il Colosseo resta chiuso per una vertenza dei custodi e se persino il ministero è costretto a chiedere un intervento straordinario al Tesoro per poter pagare bollette e canoni inevasi per un totale di 40 milioni. “Le risorse relative alle principali programmazioni per l’esercizio dell’attività di tutela – si legge nel documento presentato dal ministro – hanno subito una riduzione del 58,2% passando da 276.636.141 a 115.632.039”.
L’allarme del ministro Massimo Bray è riassunto nei dati inviati alle Camere insieme con le linee guida del suo dicastero.
Dieci pagine di tabelle in cui numeri e percentuali non hanno bisogno di commenti.
Il bilancio del ministero, tanto per iniziare, quest’anno è sceso a 1.546.779.172 euro, oltre 100 milioni di euro in meno rispetto a un anno fa, il 24% in meno rispetto al 2008, quando la voce ‘previsione di spesa’ segnava 2.037.446.020 di euro.
I tagli riguardano tutti settori di intervento e tutte le voci di finanziamento.
Come detto, il fondo per le emergenze ha subito una riduzione di oltre 58% rispetto al 2008, per le risorse per il programma ordinario di tutela del patrimonio la decurtazione è del 52% rispetto al 2008 e del 76% se si guarda al bilancio 2004.
Passando alle entrate dal Lotto, le somme programmabili per il 2013 ammontano ad appena 15.047.923,00 contro i 50,6 nel 2012. Qui il taglio in percentuale è del 71% rispetto al 2008 (134,7 mln di euro) e dell’81% rispetto al 2004.
Le conseguenze si vedono anche dalla ripartizione dei fondi: il restauro perde il 31% rispetto alla dotazione 2008 e per il 2013 può contare su soli 15.047.923,00 (erano 50,6 nel 2012).
Nelle riduzioni a caduta, il sostegno del Mibac per gli Istituti culturali scende a 14.670.000,00 (-18% rispetto al 2009).
Senza aggiustamenti in corsa, si riduce anche il Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus), che con gli attuali 398.847.077,00 è in calo di quasi il 15% rispetto al 2009.
Lo stesso regolare funzionamento del ministero è a rischio, visto che gli stanziamenti relativi, come si legge nella relazione di Bray, “ammontano complessivamente a circa 23 mln di euro per il 2013, a fronte di una esigenza di circa 50 mln, comprovata anche – si legge nelle tabelle – dalla recente ricognizione che ha evidenziato un debito per circa 40 mln di euro (già comunicati al ministero dell’economia e delle finanze per l’eventuale ripianamento) dovuti principalmente al mancato pagamento di utenze e canoni”.
La situazione sarà “ancora più critica a decorrere dal 2014, che presenta uno stanziamento di circa 14,5 mln, con un decremento pari ad oltre il 37%”.
Infine, l’emergenza personale per il quale rimane il blocco delle assunzioni in vigore fino al “riassorbimento dell’esubero di personale in I area- addetti ai servizi ausiliari (267 persone) e nell’area dirigenti (4)”.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 6th, 2013 Riccardo Fucile
CINEMA, TEATRO, MUSEI A RISCHIO CHIUSURA
Il cinema sulle barricate per la beffa del tax credit decurtato, i teatri a rischio chiusura per i nuovi tagli imposti dalla spending rewiev, i musei e il Colosseo che chiudono per la protesta dei custodi.
Ma anche le fondazioni liriche sull’orlo del collasso, il monito dell’Unesco a Pompei, la Reggia di Caserta allo sfascio, i Bronzi di Riace senza museo.
Nell’anno della crisi nera, mentre si moltiplicano gli appelli al governo perchè si punti su turismo e cultura per la rinascita Paese, è una mappa che sembra fatta tutta di buchi e disastri quella del patrimonio artistico italiano.
Con un ministero in affanno nel tentativo di contenere le perdite, costretto a stringere la cinghia al punto da non avere i soldi per saldare le bollette della luce.
Poco incline agli annunci, il neo ministro Bray ha però bussato alla porta del presidente del consiglio, e ieri anche a quella del presidente Giorgio Napolitano. L’idea è quella di un intervento governativo per il settore, che dovrebbe essere annunciato dallo stesso presidente del consiglio, a metà luglio, nella sede della stampa estera.
Ma quanto questo impegno potrà essere concreto in termini finanziari non è ancora chiaro.
Di certo ci sono settori che non possono aspettare, come le fondazioni liriche – in prima fila il Maggio Musicale fiorentino e il Carlo Felice di Genova – per le quali si studia un decreto o una modifica dell’attuale regolamento.
Mentre un po’ dappertutto comincia a montare la rivolta.
E nella sede del Collegio romano ci si prepara a un’altra settimana ‘calda’, fitta di incontri anche con i sindacati, il primo lunedì 8 per musei e siti culturali.
Cinema
Il settore del cinema è in subbuglio per il taglio del Tax credit, che è appena stato rinnovato per il 2014 ma per una cifra che dagli iniziali 80 milioni è stata ridotta a 30. A questo si aggiungono i tagli del Fondo Unico per lo spettacolo, che per il 2013 è stato ridotto del 5,2% (per un totale di 72,4 milioni di euro). “Soluzioni o boicottiamo Venezia” grida oggi da Taormina il mondo del cinema.
Fondazioni liriche
Le 14 Fondazioni liriche italiane hanno accumulato complessivamente 330 milioni di euro di debiti iscritti in bilancio a fronte di una situazione patrimoniale attiva non rosea. In prima fila il Maggio fiorentino, per il quale si sta cercando di evitare la soluzione estrema della liquidazione, perorata dal commissario Francesco Bianchi e dal sindaco Matteo Renzi.
Bray propende invece per un intervento strutturale.
Ma tra le situazioni più a rischio c’è anche il Carlo Felice di Genova con un deficit di 3 milioni per il 2013 e grandi difficoltà nel pagamento degli stipendi così come Bologna.
Per aiutare le amministrazioni in crisi il Mibac ha anticipato a tutti il saldo del Fus che è stato anche ‘salvato’ dalla minaccia di un ulteriore taglio previsto dalla spending review e che per il 2013 ammonta complessivamente a 183,2 milioni di euro (-5,3% rispetto al 2012).
Teatri
Il settore è in subbuglio per la minaccia di un taglio dei contributi diretti (Fus) imposto al ministero dalla spending review con un intervento che limiterebbe anche le attività dei teatri, creando difficoltà per esempio, alla rinomata scuola de Il Piccolo teatro di Milano.
Ora il contributo Fus 2013 per il teatro è di 62,5 milioni di euro (-5,3% rispetto al 2012). “Così si chiude”, lamentano i 68 teatri stabili italiani.
La soluzione forse da un emendamento.
Istituti culturali e musei
I contributi pubblici 2013 assommano a 14,6 mln. Il 18% in meno rispetto al 2009 (dati Mibac).
In Italia, tra pubblico e privato, statale e locale, ci sono quasi 5mila tra musei e siti culturali (secondo dati Confcultura abbiamo un museo ogni 10.900 abitanti).
Gli istituti statali sono in tutto 420 (200 musei-220 monumenti), in molti casi con forti problemi di personale dovute anche al blocco del turn over che incombe sul ministero. Per il 2013 l’organico del Mibac prevede 19.132 unità , i dipendenti in servizio sono però solo 18.568.
Se i restauri di Pompei sono finanziati da 105 milioni Ue e per il Colosseo si fa conto sui 25 mln di Della Valle mancano però i soldi per la normale manutenzione di monumenti e siti archeologici: il programma ordinario dei lavori pubblici può contare per il 2013 su soli 47,6 mln: il 76% in meno rispetto al 2004.
Ridotte all’impossibile anche le disponibilità per emergenze (terremoti, ma anche allagamenti come quello che ha sommerso Sibari): per il 2013 ci sono 27,5 mln: oltre il 58% in meno rispetto al 2008.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 29th, 2013 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO ADOTTI MISURE ENTRO SEI MESI”… ENTRO FEBBRAIO POI L’UNESCO DECIDERA’ COME REGOLARSI DI FRONTE ALLE NOSTRE INADEMPIENZE
“Il governo italiano ha tempo fino al 31 dicembre 2013 per adottare misure idonee per Pompei e l’ Unesco ha tempo fino al 1 febbraio 2014 per valutare ciò che farà il governo italiano e rinviare al prossimo Comitato Mondiale 2014 ogni decisione”. Lo dice il Presidente della Commissione Nazionale Italiana Unesco, Giovanni Puglisi.
“Come al solito – prosegue Puglisi – la fretta fa i gattini ciechi. Quindi l’iter è ben delineato”. “Una commissione Unesco ha presentato una relazione fatta in loco a Pompei nel gennaio scorso e che non è stata oggetto di discussione in Cambogia – ha tenuto a precisare Puglisi -. In questa relazione del gennaio 2013 – sottolinea – si mettono in evidenza, in maniera molto documentata, le carenze strutturali (infiltrazioni d’acqua, mancanza di canaline di drenaggio) e i danni apportati dalla luce (ad esempio alcuni mosaici andavano preservati dalla luce)”.
“Sono inoltre segnalate – sottolinea Puglisi – costruzioni improprie non previste dal precedente piano e la mancanza di personale. Inoltre entro il 1 febbraio del 2014, secondo tale relazione, bisogna delineare una nuova zona di rispetto poichè sono state rilevate intorno ai siti di Pompei e Ercolano delle costruzioni ulteriori, costruite spesso dagli stessi operatori dei siti, in modo che si riparino i siti stessi dagli abusivismi e da cose improprie”.
Già ieri Puglisi si era espresso con parole chiarissime. Sciopero e code a Pompei “sono un danno per il Paese”, aveva stigmatizzato, invocando l’intervento del presidente del consiglio Enrico Letta.
E sottolineando: “Ha detto che si sarebbe dimesso se ci fossero stati tagli alla cultura… beh, qui di fatto qualche taglio alla cultura c’è, seppure camuffato”.
Sul tema, aveva spiegato Puglisi, “la penso come il Ministro Bray: senza una precisa scelta strategica nessuno può ‘stampare cartamoneta’, men che meno il Ministro dei Beni Culturali.
E’ un problema serio e mi appello al senso di responsabilità di tutti, ma non certo al senso di responsabilità dei turisti che sono quelli che poi vanno là , chiedono un servizio e trovano invece le porte chiuse. Abbiamo messo Pompei tra i patrimoni dell’Umanità e l’umanità ne deve poter fruire”.
Puglisi aveva sottolineato di rivolgersi “in primis al Ministro dell’Economia e subito dopo al Presidente del Consiglio. In terzo luogo ai Sindacati: piuttosto che penalizzare i turisti dovrebbero forse trovare forme diverse di protesta e di collaborazione perchè i sindacati, oltre a essere i garanti dei lavoratori, credo che siano una parte sociale”.
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Maggio 8th, 2013 Riccardo Fucile
NON RUSCIAMO NEANCHE A FAR FRUTTARE LE ENORMI RISORSE CULTURALI: PRESENZE DIMINUITE DI 700.000 UNITA’
Anche nel 2012 il Louvre si è confermato il re dei musei, con 9.720.260 visitatori, quasi un milione in più rispetto al 2011.
Mentre in Italia il pubblico è in calo un po’ ovunque e penalizza soprattutto i musei del contemporaneo, con una lista che vede come sempre al top gli Uffizi, superati solo dagli extraterritoriali Musei Vaticani, i soli come sempre ad entrare nella top ten della classifica stilata dal Giornale dell’Arte insieme con The Art Newspaper .
Dopo il Louvre, il Metropolitan Museum di New York, con 6,1 milioni di visitatori. Tra gli altri musei in crescita di pubblico, la Tate Modern di Londra (5,3 milioni di ingressi) e il National Palace di Taipei (4,3 milioni).
Ma la presenza degli italiani, nella classifica mondiale dei primi cento, è quasi tutta in discesa, con le sole eccezioni del Palazzo Ducale di Venezia (1,3 milioni, 33° posto) e della Galleria dell’Accademia di Firenze (1,2 milioni, 39°).
Nel complesso, i musei italiani hanno perso oltre 700 mila visitatori, passando a 10.072.267.
Nella classifica nazionale si segnala in particolare la crescita della Reggia di Venaria Reale, che entra nella top ten al settimo posto (era all’11°).
A dimostrazione che se certe strutture sono affidate a mani sapienti producono ricchezza, se lasciate a nomine politiche garantiscono solo clientele e perdite.
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Dicembre 22nd, 2012 Riccardo Fucile
“COSI’ RIDURREMO L’INQUINAMENTO”
Aprire al pubblico la nuova fototeca con milioni di immagini dall’800 a oggi; ristrutturare gli impianti di illuminazione e di climatizzazione della Sistina; mettere a punto un sistema di aspirazione che spolveri i visitatori prima del loro ingresso nella Cappella: sono i progetti che Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, spera di realizzare entro il 2013.
«I soldi ci sono, i lavori sono a buon punto», assicura.
Tanto che lui è già concentrato su un nuovo obiettivo: creare un tour virtuale della Sistina. «Un discorso che prima o poi andrebbe affrontato».
Come immagina questo tour?
«Come uno spazio dove il visitatore si siede e ascolta in tutte le lingue del mondo la spiegazione sugli affreschi di Michelangelo, mentre davanti ai suoi occhi scorrono le immagini della volta e del Giudizio Universale, ma a grandezza atlantica, come mai riuscirebbe a vederle nella Sistina vera».
Ha già individuato questo spazio?
«Si potrebbe costruire nel cosiddetto campo da tennis: un grande padiglione dove accogliere i ventimila visitatori che attualmente transitano ogni giorno all’interno della Sistina».
Il tour virtuale potrebbe alleggerire la massiccia presenza dei visitatori, raddoppiati negli ultimi vent’anni e in costante crescita?
«La visita virtuale non è pensata in sostituzione di quella reale, ma per aiutare a capire che cosa si andrà a vedere. Chi entra nella Sistina entra di fatto in una immane sciarada teologico-culturale che è arduo intuire al primo sguardo. Pur facendo parte di un percorso museale, la Sistina non è un museo. È uno spazio consacrato dove si celebrano le grandi liturgie e si eleggono i pontefici. È la sintesi della teologia cattolica. Nel padiglione virtuale il visitatore potrebbe trovare gli strumenti per comprendere le scene affrescate, per collocarle nel tempo, nella storia, nella dottrina che ha dato loro immagine e significato».
Parlava di un nuovo spazio anche per la fototeca.
«È già in allestimento al primo piano dei Musei Vaticani: oltre duemila metri quadrati ricavati accanto all’ingresso».
E di un impianto per spolverare i visitatori che entrano in Sistina.
«Spolverarli, pulirli, raffreddarli».
Come?
«Coprendo i cento metri prima dell’entrata con un tappeto che pulisca le scarpe, installando bocchette aspiranti ai lati del percorso per risucchiare la polvere degli abiti, abbassando la temperatura per togliere calore e umidità dai corpi. Polvere, temperatura, umidità e anidride carbonica sono i grandi nemici dei dipinti».
Direttore dei Musei dal dicembre 2007, Paolucci ha creato nuovi percorsi di visita, anche per i diversamente abili. Ha istituito un Ufficio della Soprintendenza e un Ufficio del Conservatore con il compito di tenere sotto controllo la manutenzione ordinaria dell’immenso patrimonio artistico, convinto che la prevenzione sia importante quanto il restauro. Ha cercato di rendere il più possibile «permeabili e trasparenti» i Musei, di «mettere in contatto tutti con tutti», aprendo le porte agli stagisti e inviando i restauratori a seguire i grandi convegni internazionali. Ha inaugurato con grande successo le visite notturne nei venerdì estivi e autunnali. Ha posto didascalie accanto alle opere e ampliato il ventaglio delle lingue nelle guide auricolari e nelle pubblicazioni, con particolare attenzione al coreano e al cinese.
Ha istituito seminari per i docenti di storia dell’arte. «Bisognerebbe insegnarla fin dalle elementari. I bambini vedono cose che agli adulti sfuggono». Iniziative diverse, ma con un unico scopo: assecondare la funzione dei musei come strumenti per incivilire i cittadini. «Lo sosteneva anche Napoleone. I musei, come le biblioteche e le scuole, nell’Ottocento dovevano servire a trasformare la plebe in cives. Ai nostri giorni l’incivilimento è parola desueta, non interessa più. Interessa poco anche l’educazione, perchè evoca la fatica, lo studio. Il nostro è il tempo del divertimento, della vacanza, dello svago. I musei sono caduti nell’equivoco che si possa capire divertendosi. Si entra per guardare le figure, come si guarderebbe un programma in televisione. Ma senza impegno, senza fatica, è inutile affrontare questa foresta di figure che chiamiamo museo. Si esce esattamente come si è entrati, senza alcun arricchimento culturale».
Lauretta Colonnelli
(da “il Corriere della Sera“)
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