Dicembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
NELL’ OMBRA DEI SOTTERRANEI DEI MUSEI CAPOLAVORI INESTIMABILI CHE IL MONDO INTERO CI INVIDIA
E’un tesoro sommerso, opere d’arte che non vedrete mai, conservate nelle segrete stanze dei musei italiani.
Migliaia e migliaia di tele, quadri, arazzi, reperti archeologici, custoditi gelosamente nei depositi dei musei, al riparo da occhi indiscreti.
Cosa ci sia là sotto lo sanno soltanto i direttori dei musei anche perchè in Italia, come denunciato dalla Corte dei conti “non esiste una catalogazione definitiva, specie per i reperti archeologici”.
Così come non esiste, per i grandi musei statali, una stima del valore delle opere possedute.
Ogni tentativo di valutazione commerciale si è attirato sempre le ire della comunità di studiosi e degli storici e comunque non è mai stato realizzato.
Dal punto di vista quantitativo, però, a quello che è esposto corrisponde spesso un uguale numero di opere conservate nei depositi.
Un doppio museo, quindi.
Negli Uffizi, ad esempio, in quelle che il direttore Antonio Natali preferisce chiamare “le stanze della riserva” sono conservati oltre 2000 dipinti con circa 1800 autoritratti. Il viaggio nelle sale immaginarie Alla Galleria nazionale di Arte antica di Roma i dipinti esposti sono 500, quelli in riserva 400.
Se ci fossero più spazi, più risorse, una politica culturale più attenta, il tesoro potrebbe venire alla luce.
Come nel nostro gioco del museo immaginario.
Nella prima sala abbiamo collocato la Sacra Famiglia con Giovannino di Beccafumi, opera del 1520 attualmente collocata nei depositi degli Uffizi in attesa del restauro delle sale.
Poi potremmo osservare un Mannozzi del 600 e il Trittico d’Agnolo Gaddi.
Poco più in là si potrebbe contemplare Alessandro Pieroni (1550-1607) fino ad arrivare al ritratto del Granduca Cosimo I di Ridolfo del Ghirlandaio.
Il nostro museo immaginario, in realtà , in parte esiste e lo organizza lo stesso Natali nel progetto “La città degli Uffizi” che utilizza opere conservate nei depositi per esporre nei luoghi da cui le opere o gli artisti provengono.
E così i capolavori citati sono stati ammirati a Bagno a Ripoli, all’Impruneta, patria del Pieroni mentre il Beccafumi della nostra copertina ha fatto bella mostra a Santo Stefano di Sessanio (l’Aquila) nel gemellaggio con le zone colpite dal terremoto, significativamente chiamato “Condivisione degli affetti”.
Non può invece essere più visto I giocatori di carte di Bartolomeo Manfredi, del 1618, distrutto irrimediabilmente dalla bomba mafiosa del 1993.
Oggi se ne sta in disparte appoggiato a un muro, oramai inesistente salvo qualche cerotto sulle poche zone di colore: “E’ un pezzo della nostra memoria, non potevamo gettarlo via”.
La Collezione Rezzonico, 1682, composta da Autoritratti, è stata utilizzata nella mostra “I mai visti” organizzata sempre dagli Uffizi. Poi è tornata a riposare in attesa dell’ampliamento del museo fiorentino.
A Roma, invece, grazie allo “sfratto” del Circolo Ufficiali, avvenuto nel 2005, la Galleria Nazionale di Arte Antica ha potuto far venire alla luce un Perugino che fino al 2009 era custodito nei depositi.
Una stanza per i fiamminghi “Se avessimo altre stanze potremmo però allestire una mostra permanente dei pittori fiamminghi” spiega Anna Lo Bianco direttrice del museo di Palazzo Barberini.
Oltre al Perugino, la Galleria ha potuto esporre anche Mattia Preti, Tasserotti o i Caravaggeschi.
Eppure, nel caldo confortevole dei depositi, alloggiano ancora grandi opere, come quelle di Paul Brill, pittore fiammingo del 500.
Per valorizzare questo tesoro,però, non ci si può affidare solo alla buona volontà dei direttori che, come Natali agli Uffizi, guadagnano 1800 euro al mese: “Ma non rimpiango nulla, dice, per me è il lavoro più bello del mondo”.
Servono una politica culturale, fondi, risorse.
Si pensi al Louvre di Parigi: 60 mila mq espositivi e 8 milioni di visitatori l’anno, (con 40 milioni di euro di entrate) per il museo che espone La Gioconda; 6100 mq e 1,8 milioni di visitatori l’anno, con un ricavo di 8,6 milioni di euro, per chi conserva Botticelli o Giotto.
I lavori per i Grandi Uffizi (che porteranno a oltre 12 mila mq la superficie espositiva) nonostante siano cominciati da anni (ma non dipendono dal direttore del museo) sono ancora fermi al primo lotto, e anche il sindaco Renzi ha denunciato la mancanza di fondi.
Ampliare gli spazi, ovviamente, non è la soluzione magica.
Ci sono problemi di valorizzazione più generale.
In Italia, tranne il complesso del Palatino e del Colosseo, Pompei, gli Uffizi e la Galleria dell’Accademia (dove c’è il David di Michelangelo), nessun altro museo ha superato nel 2011 il milione di visitatori.
Esistono musei come il Palazzo reale di Pisa o il Museo archeologico di Venafro che non superano le mille visite all’anno.
L’arte passa soprattutto per i “grandi eventi” e le sponsorizzazioni private. Il pubblico deve vedersela con i tagli e la sciatteria.
Tra il 2003 e il 2005 l’Italia spendeva 2,17 miliardi per la cultura, lo 0,23% del Pil. Nel 2011 è scesa a 1,4 miliardi, lo 0,18%.
Eppure, senza scomodare le “balle” di Berlusconi secondo il quale “l’Italia ha regalato al mondo il 50% dei beni artistici tutelati dall’Unesco”, il nostro paese è comunque in cima alla classifica dei Patrimoni dell’umanità totalizzando il 5% di quello mondiale. Ma a questa cifra non corrisponde un’adeguata politica culturale che potrebbe essere anche redditizia.
La spesa media europea è del 3% e in Francia solo per il Louvre si spende quanto per tutti i musei italiani. In Italia gli addetti alla cultura, tra professioni “artistiche” e “tecniche”, sono circa 400 mila.
Valorizzare la cultura, quindi, fa parte della politica complessiva e richiede una qualche visione. “Portare un Leonardo a New York può farci guadagnare un milione di dollari ma non significa essere buoni manager” spiega ancora Natali.
“Se davvero vogliamo valorizzare il “petrolio” italiano, allora occorre ripartire dalla scuola e da una diversa etica in cui si riscopra la sacralità dell’opera d’arte”.
Un discorso impegnativo in un Paese in cui i massimi vertici della Cultura mettevano a capo della Biblioteca dei Girolamini un personaggio che invece di curare i libri li rubava per rivenderseli.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 31st, 2012 Riccardo Fucile
AFFRESCHI A RISCHIO, L’ALLARME DEI MUSEI VATICANI… POLVERI, ANIDRIDE CARBONICA E ALTE TEMPERATURE INSIDIANO I DIPINTI
“Numero chiuso e ingresso contingentato”. È lo spettro a cui potrebbe andare incontro tra qualche mese uno dei monumenti
più ammirati al mondo, la Cappella Sistina. Sono oltre 5 milioni i visitatori ogni anno.
La loro presenza mette a rischio gli affreschi sulla volta e il Giudizio universale di Michelangelo. Ma anche gli altri capolavori.
“Se non si interviene subito con l’installazione di un nuovo impianto di climatizzazione – avverte il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci – il rallentamento forzato delle visite sarà la strada obbligata per preservare l’ingente patrimonio artistico”.
Quello che vi si ammira da circa 500 anni, scrigno di rara bellezza “firmato” da Michelangelo, ma anche da grandi maestri del Rinascimento: dal Botticelli al Perugino, dal Ghirlandaio al Pinturicchio, Cosimo Rosselli, Piero di Cosimo.
Fu papa Giulio II a inaugurare gli affreschi della Volta col solenne rito dei Vespri della vigilia della festa di Ognissanti, il 31 ottobre 1512.
E Benedetto XVI ripeterà quel rito per festeggiare i cinque secoli della Sistina.
La giornata di grande festa liturgico-artistica, non farà però dimenticare ai responsabili della Cappella il problema dei danni irreparabili che rischiano gli affreschi.
L’allarme del direttore dei Musei Vaticani ne è una prova. “A lungo andare la massiccia presenza di visitatori potrebbe provocare danni a causa di polveri, pressione antropica, anidride carbonica, temperature eccessive, sbalzi climatici, elementi nocivi che ogni visitatore porta con sè e che minano il microclima della Cappella”, spiega Paolucci.
Cosa fare quindi?
“Per evitare di limitare l’accesso con numero chiuso e contingentamento” le autorità vaticane, informa Paolucci, hanno incaricato una ditta specializzata in impiantistica ambientale, la Carrier, di progettare un sistema di climatizzazione per mettere al riparo gli affreschi.
Perchè a non dare più sufficienti garanzie sono gli impianti attuali, installati vent’anni fa al termine dei restauri diretti da Gianluigi Colalucci.
Al quale successe il maestro Maurizio De Luca che curò, in particolare, il ciclo dei Quattrocentisti.
I nuovi impianti, secondo Paolucci, “dovranno essere installati entro il prossimo anno, altrimenti occorrerà pensare a soluzioni drastiche che limiterebbero l’accesso, una soluzione complicata e forse difficile da realizzare per un sito come la Sistina che, oltre a essere un tesoro d’arte di prima grandezza, è anche luogo di culto e di celebrazioni presiedute dal Papa, e sede del Conclave per l’elezione del nuovo pontefice”.
Tre, comunque, saranno gli obiettivi che si dovranno raggiungere: abbattere le polveri, ricambiare costantemente l’aria e stabilizzare la temperatura.
Esclusi altri tipi di interventi, come pure nuovi restauri degli affreschi: “Quelli diretti dal maestro Gianluigi Colalucci e conclusi nel 1994 – assicura il direttore – furono impeccabili. I colori originali di Michelangelo sono sempre lì, ammirati dal mondo intero, anche se all’epoca dei lavori ci furono delle polemiche da parte di osservatori che lanciarono strali contro l’intervento. La verità è che vent’anni fa non eravamo abituati a vedere i veri colori del maestro fiorentino; forse su questo aspetto bisognava informare meglio l’opinione pubblica”.
Potranno emergere nuove sorprese dalla Sistina?
Il professore non lo esclude: “La Sistina, e in particolare gli affreschi di Michelangelo sono una prateria aperta a chiunque voglia avventurarsi a visitarla. Anche se a volte vengono fuori delle sciocchezze come i presunti numeri cabalistici nascosti tra le storie o, persino, le letture di natura omosessuale che qualche scrittore fa dei personaggi michelangioleschi. Inutili forzature, anche se in futuro qualche sorpresa non è da escludere che possa venire fuori”.
Orazio La Rocca
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Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile
PER I MUSEI STATALI NON ESISTE UNA STIMA DEL VALORE DELLE OPERE POSSEDUTE… BENI FANTASMA E SPESE POCO TRASPARENTI
Il nome in codice era «Giacimenti culturali». E ancora oggi rimane un dubbio.
Al progetto di catalogazione del patrimonio artistico e monumentale italiano avevano dato quel nome consapevoli che si stava parlando del nostro petrolio, o perchè sapevano che l’operazione si sarebbe rivelata una miniera d’oro per società di informatica private?
Le tracce di tutti quei soldi (2.110 miliardi di lire, pari a circa 2,1 miliardi di euro di oggi) stanziati a partire dal 1986 (al governo c’era Bettino Craxi) si sono ormai perse. Ventisei anni dopo resta un’amara considerazione della Corte dei conti, rintracciabile a pagina 310 della memoria del procuratore generale Salvatore Nottola al giudizio sul rendiconto dello Stato approvato il 28 giugno: «Nonostante vari tentativi di giungere a una stima attendibile dei beni culturali, non esiste oggi una catalogazione definitiva specie per i reperti archeologici. Inoltre, per i grandi musei statali non esiste una stima del valore delle opere possedute».
Molte delle quali, fra l’altro, restano chiuse nei magazzini.
Un caso?
Il museo più visitato d’Italia, e uno dei più frequentati del mondo, considerando il numero dei turisti in rapporto alla superficie.
Ovvero, la Galleria degli Uffizi di Firenze.
Ricorda però il giudice contabile Francesco D’Amaro, autore del capitolo sui beni culturali della memoria di Nottola, che il museo fiorentino espone al pubblico 1.835 opere mentre «ne conserva in deposito circa 2.300, offrendo in visione solo il 44%» di quelle possedute.
Problemi di spazi espositivi, ma non soltanto. E dire che gli Uffizi, secondo uno studio di The European house Ambrosetti, hanno una quantità di visitatori per metro quadrato quattro volte maggiore del Louvre (45,8 contro 11,8).
Anche se i numeri assoluti non sono certo confrontabili con quelli del museo parigino. L’anno scorso la Galleria degli Uffizi ha staccato un milione 369.300 biglietti, a cui si sono aggiunti 397.392 ingressi gratuiti. Incasso: 8,6 milioni di euro.
Al Louvre sono entrati invece in più di 8 milioni, per un introito superiore a 40 milioni.
C’è chi dice che il nostro è un problema di abbondanza.
Troppi beni architettonici, troppi siti archeologici, troppe opere d’arte da tutelare.
Dice sempre la Corte dei conti che abbiamo 3.430 musei, di cui 409 in Toscana, 380 in Emilia-Romagna, 346 in Lombardia, 302 nel Lazio.
Poi ci sono 216 siti archeologici, 10 mila chiese, 1.500 monasteri, 40 mila fra castelli, torri e rocche, 30 mila dimore storiche, 4 mila giardini, 1.000 centri storici importanti…
A tutta questa roba si devono aggiungere i 4.381 immobili del demanio storico artistico che sono utilizzati come uffici pubblici.
E di quelli, almeno, si conosce il valore esatto.
Sono a libro per 16 miliardi 697 milioni 86.283 euro.
Ovvio che tutto questo immenso patrimonio sia complicato da gestire. E che responsabilità nei confronti del resto del mondo, se si considera che l’Italia ha il maggior numero di beni tutelati dall’Unesco come patrimoni dell’umanità : 45 su 911.
Ma il modo in cui trattiamo tutto questo ben di Dio è comunque sconfortante.
A cominciare dalla «diffusa perdurante carenza dello stato di manutenzione delle aree archeologiche, spesso oggetto di gestioni commissariali con possibilità di deroga rispetto all’ordinaria amministrazione, che determinano», sono parole della Corte dei conti, «poca trasparenza nelle procedure di spesa».
Un chiaro riferimento alla vicenda del commissariamento di Pompei, che era stato già bombardato di critiche dalla stessa magistratura contabile.
Ma i giudici, dopo aver concesso che causa di tale situazione sono anche i tagli al personale e alle risorse destinate alla manutenzione decisi dal ministero dell’Economia, non risparmiano nemmeno alcune soprintendenze, quando sottolineano «una certa incapacità di spesa degli organi periferici del ministero dei Beni culturali, che ha generato la formazione di una consistente giacenza di cassa, sia pure in parte determinata dalla lentezza delle procedure di gara e dal ritardo nell’accreditamento dei fondi statali».
Vero è che quando si devono fare le nozze con i fichi secchi non è sempre facile.
I fondi pubblici per i beni artistici e culturali sono ormai ridotti al lumicino: la Corte dei conti segnala che si è scesi allo 0,19% della spesa pubblica, contro lo 0,34% di «pochi anni fa» e lo 0,21% del 2010.
Questo mentre lo stato francese ha un budget cinque volte superiore al nostro (oltre 7 miliardi di euro contro 1,4 miliardi) e la Germania ha aumentato quest’anno gli stanziamenti del 7 per cento.
Non bastasse, se il dicastero del Collegio romano era stato risparmiato dai tagli «lineari» decisi dalle ultime manovre di Giulio Tremonti, ci ha pensato il governo di Mario Monti a pareggiare i conti con gli altri ministeri.
Dirottando alle carceri 57 dei 140 milioni dell’8 per mille destinati ai beni culturali con il decreto sull’emergenza delle prigioni approvato in fretta e furia alla vigilia di Natale del 2011.
Un giro di vite al quale non si è rimediato neppure in seguito.
A dispetto delle dichiarazioni ufficiali.
Da quando esiste il dicastero dei Beni culturali non c’è mai stato un ministro che non abbia detto pubblicamente come l’attuale, Lorenzo Ornaghi, «la cultura deve agire come volano reale per la crescita».
Ma la verità è probabilmente quella che si è fatta sfuggire il segretario generale del ministero Roberto Cecchi qualche mese fa, prima di essere nominato sottosegretario: «In Italia la cultura non è vista come uno strumento per lo sviluppo del Paese.
Ci s’inalbera contro il vandalismo, come contro i musei che non sono perfettamente all’altezza della situazione. Ma poi quando si tratta di investire, non si investe».
Regola osservata anche in questa occasione.
Nel decreto sviluppo appena sfornato dal governo Monti, non c’è traccia di interventi per i beni culturali e il turismo.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 3rd, 2012 Riccardo Fucile
TRASFERITI PER EVITARE PRESTITI, SONO RIMASTI NELL’ANDRONE DEL CONSIGLIO REGIONALE, IN ATTESA DEL NUOVO MUSEO
Se finisce come con la vecchia cartolina che celebrava il ponte di Messina, stiamo freschi: addio
ponte, resta solo la cartolina. –
Anche i Bronzi di Riace hanno avuto la loro cartolina celebrativa: per i 150 anni dell’Unità .
Ma sono ancora sdraiati nell’androne del Consiglio regionale perchè il «loro» museo, che doveva essere riaperto il 17 marzo 2011, è ancora chiuso.
Mancano i soldi e l’impresa se ne è andata.
Il governatore Giuseppe Scopelliti ha diffuso un comunicato rasserenante.
Titolo: «Finalmente saranno completati i lavori del Museo Nazionale della Magna Grecia». Esordio: «Abbiamo reperito, in un gioco di squadra con il Governo Nazionale, i fondi necessari per ultimare i lavori…».
Due righe sotto, il ritocco: «il Cipe valuterà nei prossimi giorni l’assegnazione di 6 milioni di euro che si aggiungeranno ai 5 milioni già previsti dalla Regione…»
Cosa vuol dire «valuterà »?
Cosa vuol dire «previsti»? Ci sono o non ci sono, i soldi?
In riva allo Stretto non è che si fidino più molto degli impegni.
La stessa sovrintendente Simonetta Bonomi, una padovana che ha seguito passo passo il restauro dell’edificio progettato dall’architetto del Duce Marcello Piacentini, dopo tante delusioni è scettica quanto San Tommaso: «Spero che stavolta sia vero. Dopo avere visto tanti rinvii, però, insomma…».
Ma cominciamo dall’inizio.
Quelle che diversi studiosi considerano come Salvatore Settis «le più belle statue greche di bronzo del mondo, al punto che neppure al museo di Atene c’è niente di simile», sono da tempo al centro di un dibattito che ha assunto spesso i toni di uno scontro frontale.
Di qua chi li considera un patrimonio dell’umanità appartenente allo Stato italiano (il più brusco è Vittorio Sgarbi: «Sono di tutti, mica dei reggini!») e dunque da mettere a disposizione con le cautele del caso di una platea più vasta di visitatori («È inutile lasciarli lì, sotto la polvere», si è avventurato a dire il direttore generale del ministero Mario Resca) di là i calabresi che, davanti alla sola ipotesi che il «loro» Bronzi potessero essere spostati, per esempio alla Maddalena per il G8 come avrebbe voluto Silvio Berlusconi, si sentono rizzare i capelli in testa: «Giù le mani!»
Fatto sta che dopo essere stati visti, ammirati, venerati a Firenze e a Roma da un milione di visitatori subito dopo il restauro che li aveva restituiti alla loro solenne bellezza dopo il fortunoso recupero di due sub nel mare di Riace (il soprintendente toscano fu costretto a un appello tv per arginare le folle giacchè il personale era «sottoposto a turni di lavoro massacranti in condizioni disumane») i due «wonderful bronzes» sono stati via via un po’ dimenticati.
Troppo «lontana» Reggio Calabria, troppo scarsi e scadenti i collegamenti aerei e ferroviari, troppo caotica e pericolosa l’autostrada Salerno-Reggio ingombra di cantieri che non si chiudono mai.
Fatto sta che, come scoprì Antonietta Catanese sul Quotidiano , in tutto il 2008 le due statue avevano avuto 130 mila visitatori di cui solo 50.085 a pagamento: un terzo dello zoo di Pistoia. Numero calato ulteriormente nel 2009, chiuso alla vigilia di Natale con il trasferimento dei due guerrieri a palazzo Campanella, sede del «Consiglio» calabrese.
Era sembrata quella, alla Bonomi, la soluzione giusta: no a prestiti al Louvre, a Roma o Napoli e men che meno a Palazzo Chigi per una passarella internazionale.
Meglio l’offerta dell’allora presidente dell’assemblea regionale, Giuseppe Bova: allestire nel grande androne di palazzo Campanella una sala dalla parete di vetro dietro la quale i due Bronzi, sdraiati come pazienti ricoverati all’ospedale, fossero insieme sottoposti a un check-up ed esposti per il tempo strettamente necessario, un anno, alle visite dei turisti.
Il check-up è andato bene: nonostante alcune micro-fratture e i danni provocati, spiega la sovrintendente, «dall’aria di Reggio Calabria, che tiene insieme il salso del mare, lo smog del traffico automobilistico e certe polveri dell’Etna», i magnifici guerrieri sono in forma.
Ciò che è andato male è il restauro dell’edificio che avrebbe dovuto essere completato in tempi strettissimi così da riaprire come dicevamo, alla presenza forse di Napolitano, il 17 marzo 2011, 150° della proclamazione dell’Unità .
Sulle prime, sembrò andare tutto benissimo.
Traslocati i dipendenti in 7 appartamenti sparsi per la città , trasferiti i Bronzi e il resto della splendida collezione a palazzo Campanella (il meglio) e in un deposito, l’impresa incaricata di ristrutturare il palazzo e consolidarlo con tutte le garanzie antisismiche, la Cobar, lavorò a ritmo forsennato.
Fino a 250 operai, geometri, manovali, capi mastri, trafficavano febbrili per mesi per tre turni al giorno, notti comprese, spesso anche il sabato e la domenica, a costo di pagare astronomici straordinari.
Pareva fatta.
Pareva che stavolta la maledizione del Sud incapace di rispettare i tempi fosse sconfitta. Poi, di colpo, finirono i soldi. Dice qualche (altissima) linguaccia ministeriale che «è successo quel che succede sempre: rincari, rincari, rincari».
Dice la Bonomi che no, su consiglio degli esperti convocati proprio per evitare errori, «sono state via via aggiunte opere non previste.
La bellissima copertura di vetro del cortile interno, la climatizzazione speciale che offra alle statue la massima garanzia, la camera dove i visitatori dovranno fermarsi un minuto per essere igienizzati prima di entrare nella stanza…».
Fatto sta che i quasi 18 milioni di euro iniziali sono finiti, l’impresa si è trovata in rosso per 6 milioni e a un certo punto, visto che i soldi non arrivavano, ha piantato lì tutto e se n’è andata. Risultato: mentre i Bronzi continuavano ad essere sfruttati come simbolo della Calabria anche con uno spot tivù contestatissimo dal «Quotidiano di Calabria» e poi dal «Corriere della Calabria» e da intellettuali calabresi come Settis o Battista Sangineto (che se la prese con l’«uso» delle statue per la reclame della Renault, come marchio di uova e addirittura per un fumetto porno) la riapertura del museo è stata via via spostata.
Prima a maggio 2011 e poi in autunno e poi al 2012 e via così.
Al punto che, per chiudere il cantiere e preparare l’allestimento con quei 5 milioni promessi dalla Regione, se anche i soldi arrivassero davvero domani mattina (auguri!) come pare sia stato promesso anche dal ministro Fabrizio Barca, la stessa sovrintendente ammette che per aprir le porte al primo visitatore ci vorrebbero «almeno sei mesi».
Per capirci: minimo minimo si va all’autunno.
Anniversario del francobollo che celebrava la riapertura.
E a questo punto, quali che siano le responsabilità (la Regione, il ministero, il governo…) si torna al tema: possibile che non si riesca mai a rispettare i tempi?
Valeva la pena, per rispetto dei timori calabresi d’uno «scippo», di tenere per tre lunghi, interminabili anni quelle due statue che sarebbero venerate non solo a Roma o a Napoli ma al Louvre e all’Ermitage di San Pietroburgo, al British Museum e al Metropolitan di New York, sdraiate nell’androne del consiglio regionale calabrese?
Sergio Rizzo – Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile
CADE UN MURO MA SALTANO ANCHE I FONDI PER LE ASSUNZIONI… TUTTI I PIANI DI RECUPERO SI SONO ARENATI….MINISTERO IN STATO CONFUSIONALE
A Pompei si guardava intensamente il cielo.
Appena diventava grigio, tornava l’incubo della pioggia che gonfiava d’acqua il terrapieno dietro i muri di via dell’Abbondanza.
Dal 6 novembre 2010, quando venne giù la Schola Armaturarum (Domus dei Gladiatori), è passato un anno.
Ma poco è cambiato.
Promesse, giuramenti: non è arrivato neanche un soldo di quelli annunciati più volte e neanche un’assunzione è stata avviata.
E così il sito – sessantasei ettari di cui quarantaquattro scavati, stesi sotto un cielo nero e ostile – è rimasto senza le protezioni che erano state assicurate dopo che lo sbriciolarsi dei muri aveva scioccato il mondo intero.
Mercoledì 26 arriva a Pompei il commissario europeo Johannes Hahn che dovrebbe dare il via libera allo stanziamento di 105 milioni di euro.
Una somma che, stando ai trionfalismi del ministero, sembrava già nei cassetti da mesi. «Gravissima è la responsabilità dei Beni culturali di non avere saputo proporre alcuna soluzione: nè in termini economici nè di risorse umane», è il commento di Maria Pia Guermandi del Consiglio nazionale di Italia Nostra.
Tutti sono d’accordo, almeno a parole, che solo una capillare, costante manutenzione ordinaria può mettere al riparo Pompei dai disastri.
È scritto in un piano redatto dalla Soprintendenza e approvato dal ministero. Lo ha ribadito il rapporto dell’Unesco, che rinvia ma non cancella l’ipotesi di inserire gli scavi vesuviani nella lista dei beni in pericolo.
Ma i mezzi e gli uomini a disposizione della Soprintendenza diretta da Teresa Cinquantaquattro non bastano. «In un anno abbiamo completato la mappatura di tutto lo scavo e cercato di tamponare le situazioni di massima emergenza. Ma senza quei 105 milioni e senza assunzioni i progetti di messa in sicurezza e di restauro non possiamo realizzarli», spiega la soprintendente.
E così prima il ministro Giancarlo Galan, poi il sottosegretario Riccardo Villari sono arrivati ad ammettere che davvero un’abbondante pioggia avrebbe potuto di nuovo trascinare con sè terra, fango e muri antichi.
Almeno le profezie al ministero le azzeccano.
L’ultima mazzata si è abbattuta giovedì sera al Senato. Dove è stato stralciato dal disegno di legge di stabilità , approvato cinque giorni prima dal Consiglio dei ministri, il comma sulle assunzioni di nuovo personale a Pompei.
Non c’entrava niente con quel ddl e ora seguirà un iter autonomo. «Al ministero sono in stato confusionale», commenta Guermandi.
E così affinchè arrivino una ventina fra archeologi e tecnici (ma all’inizio si diceva una trentina) occorre aspettare ancora.
E intanto la situazione si è fatta disperata.
Mancano vigilanti e non si riesce a coprire tutti i turni.
Il laboratorio degli affreschi conta su tre restauratori soltanto. Gli archeologi sono sei, gli architetti sette e oltre che a Pompei lavorano a Ercolano, Oplonti e Stabia.
Gravissime sono le carenze fra i capotecnici, figure essenziali per vigilare i cantieri, che così sono affidati integralmente alle ditte esterne.
È un anno che si parla di nuove assunzioni.
I rinforzi erano garantiti dal decreto legge approvato ad hoc per tacitare lo scandalo pompeiano nel marzo scorso. Sono stati sbandierati prima da Sandro Bondi e poi da Galan come il segno di una risposta forte dello Stato.
Recentemente è stato Villari, new entry nel governo e ora investito di una delega speciale per Pompei e l’area napoletana (ha anche aperto un ufficio in Castel dell’Ovo, sul lungomare partenopeo) a indicare e poi spostare in avanti le scadenze: fine settembre, fine ottobre…
Ma non è accaduto nulla. Eppure c’erano graduatorie pronte, frutto di un concorso svoltosi due anni fa. Archeologi e architetti idonei erano in attesa di chiamata.
Altro capitolo doloroso, quello dei soldi.
Ancora nei giorni scorsi Villari “si augurava” che i 105 milioni sarebbero stati “scongelati” in occasione della visita del commissario europeo.
Teresa Cinquantaquattro insiste: «Allo stato attuale abbiamo speso solo i pochi soldi della Soprintendenza. Tutto quel che avevamo è impegnato».
Ma la macchina burocratica sarà lenta e complessa.
Un ruolo negli interventi a Pompei lo avrà anche Invitalia, società pubblica a metà fra il ministero dell’Economia e quello guidato da Fitto. La cui mission, come si legge sul sito, c’entra poco con l’archeologia: favorire l’attrazione di investimenti esteri, sostenere l’innovazione e la crescita del sistema produttivo, valorizzare le potenzialità dei territori.
La comparsa sulla scena pompeiana di Invitalia è recente: nel decreto di marzo si parlava dell’apporto di un’altra società , Ales, questa sì di proprietà dei Beni culturali.
Ma a Pompei nutrono anche altri timori.
Villari, sempre lui, ha fatto capire che i soldi promessi da un gruppo di investitori francesi (che potrebbero arrivare a 200 milioni) sono legati a una serie di iniziative fuori del sito archeologico promosse da imprenditori napoletani.
Che, tradotto, vuol dire infrastrutture, alberghi e altro.
Oltre alla pioggia, su Pompei potrebbe abbattersi un diluvio di cemento.
Francesco Erbani
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 22nd, 2011 Riccardo Fucile
L’ENNESIMO CEDIMENTO AVVENUTO VICINO A PORTA NOLA, IN UN SETTORE APERTO AL PUBBLICO… LEGAMBIENTE: “NON BASTANO LE INTENZIONI, OCCORRONO FATTI”
I carabinieri di Pompei (Napoli) hanno sequestrato ieri sera una piccola area a nord degli scavi archeologici dove si è verificato il crollo di un muro romano realizzato con la tecnica “Opus incertum”.
Il cedimento è avvenuto nei pressi di Porta di Nola vicino la cinta muraria della città antica, giovedì notte, in seguito al violento nubifragio che ha flagellato l’area vesuviana, ma si è saputo solo stamani.
A crollare è stata la parte superiore di un paramento murario romano realizzato, appunto, in “opus incertum”, in una zona aperta al pubblico.
A terra ci sono circa tre metri cubi di macerie.
Il cedimento si è verificato a quasi un anno di distanza dal crollo della Schola Armaturarum e non ha provocato danni a persone nè ad altre strutture.
“Sono di fronte a questo muro e in parte sono un po’ sollevato: non si può parlare di crollo, è solo una scorticatura ma fa male, è un campanello di allarme da non sottovalutare”.
Così il Sottosegretario ai Beni Culturali Riccardo Villari, da Pompei, racconta quanto avvenuto negli scavi della città romana.
Villari rassicura quindi sull’entità del danno ma non per questo allenta la tensione sul futuro di Pompei: “Abbiamo messo in campo le azioni giuste ma non sono soddisfatto, dobbiamo fare di più, dobbiamo fare presto”, aggiunge.
“Ho più volte pubblicamente espresso tutta la mia preoccupazione per gli effetti che avrebbero potuto provocare le prime violenti piogge su Pompei. Proprio per questo abbiamo lavorato per presentare al commissario europeo un piano efficace per il recupero e la messa in sicurezza del sito ed abbiamo disposto un affiancamento, già operativo, alla sovrintendenza perchè si inizi da subito a provvedere con le azioni di messa in sicurezza più urgenti. C’è la più assoluta attenzione da parte del ministero verso Pompei, è la nostra priorità “.
Lo afferma il ministro per i Beni e le Attività Culturali, Giancarlo Galan.
“Il prossimo mercoledì 26 sarò a Pompei con il commissario Hann per mostragli la situazione e sbloccare il finanziamento europeo di 105 milioni da destinare al sito. Attualmente il sottosegretario Villari si trova sul posto per verificare l’entità del crollo e siamo in costante contatto. Per il momento – conclude Galan – è però fondamentale chiarire che il danno riguarda il distaccamento di uno strato superficiale di una parte delle mura di cinta che circondano Pompei, nessuna domus coinvolta quindi, e che la stabilità della struttura non è in alcun modo compromessa”.
“E’ trascorso un anno e dobbiamo registrare altri crolli, altre ferite. E’ bastata la prima pioggia autunnale ed in Campania con il territorio, franano anche i tesori del nostro patrimonio artistico. Mentre si discute, si ragiona e si polemizza i muri crollano. Le parole, le promesse, le buone intenzioni non servono a tutelare gli scavi e l’intera area archeologica di Pompei, serve una manutenzione ordinaria, servono fondi, servono personale qualificato. Meno grandi opere, più tutela e protezione dei nostri gioielli culturali. Insomma Fate Presto”.
Questo il commento di Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, sull’ ennesimo episodio di crollo di muri nell’area degli Scavi di Pompei
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Aprile 26th, 2011 Riccardo Fucile
NESSUNA APOLOGIA, SOLO UNA PROVOCAZIONE ARTISTICA PER DENUNCIARE IL DEGRADO DELLE PERIFERIE URBANE…”NELLE NOSTRE CITTA’ ASSISTIAMO ALLA DEPORTAZIONE DEI DIRITTI”
“Ma quale apologia di Olocausto? Non scherziamo. Se c’è uno che odia il nazismo
sono io. Ho deciso di parlare per questo. Sono un artista che ha voluto aprire un dibattito, non posso e non voglio essere confuso con teppisti o fanatici”.
L’uomo che ha costruito il cancello di ferro che ha fatto esplodere la paura di un rigurgito neonazista (e gridare allo scandalo i politici di ogni segno e colore) è seduto di fronte noi.
Ha 32 anni, è lucano, è un precario: insegna Grafica e fa corsi di formazione ai disoccupati.
È insieme alla sua fidanzata (anche lei storica dell’arte, anche lei precaria).
Ha lavorato una notte, sulla ferrovia del Pigneto, per montare la sua installazione.
In quelle stesse ore, poco distante dal luogo incriminato, è stato persino fermato dai carabinieri (che però non hanno collegato la sua presenza al cancello).
Lo chiameremo “Domenico”, ma la sua identità , almeno per oggi, non si può rivelare.
Ha appena deciso, infatti, che domani mattina andrà di sua volontà presso una stazione dei carabinieri per raccontare la sua versione dei fatti.
Domenico, ti rendi conto che questa tua installazione ha ferito tutti coloro che sono stati colpiti dall’Olocausto?
Sapevo che si trattava di un gesto duro, una provocazione. Ma non volevo minimamente che l’effetto fosse questo, anzi, se ho colpito le vittime o i loro familiari sono mortificato.
Sapevi benissimo che l’effetto sarebbe stato questo.
Per nulla. Io volevo che guardando questo cancello, installato in una periferia, abitata da giovani precari ed extracomunitari oggi diventati clandestini, tutti riflettessero sul fatto che un pezzo di lager è nelle nostre città , mentre noi ce ne passeggiamo spensierati.
C’era bisogno del cancello di Auschwitz, per dirlo?
Intanto vi voglio dire che il mio richiamo è innegabile. Ma che, volutamente la mia installazione è diversa: ho studiato la storia di quel terribile manufatto, commissionato dalle SS e costruito da un fabbro ebreo internato nel campo…
E questo che c’entra?
Il materiale che ho usato è diverso: quello era ferro battuto, questi sono tubi industriali.
E poi?
I caratteri delle lettere sono diversi! Questo è un font moderno, sia chiama Sugo. Anche la scritta l’ho fatta in inglese, perchè doveva essere compresa dagli immigrati. Ho voluto dare corpo a un pezzo di sterminio e deportazione che esiste nelle nostre città , anche se non si vede. Quello dei diritti.
Volevi farti pubblicità ?
Scherzate? Io lavoro da anni nelle periferie, vado e installo le mie creazioni senza rivelarmi. Per decine di volte nessuno si è accorto di nulla.
Sapevi che se ne sarebbe discusso!
A dire il vero, se non fossi stato inseguito da un sospetto così infamante, non avrei mai parlato: ho un sito in cui non metto nemmeno la mia foto, lavoro nei luoghi dimenticati dalla città , figuratevi se cercavo notorietà .
La denuncia contro la precarietà non è un alibi?
Al contrario. Vivo in questo quartiere. L’idea mi è venuta passeggiando su quel ponticello, un anno fa. Ho pensato che l’ironia sprezzante e oscena delle SS si prestava bene per raccontare anche un frammento dei tempi che stiamo vivendo. La scritta era la stessa.
Ma in un’altra lingua, e per di più rielaborata: costruendo questo arco avevo in mente le insegne dei luna park anni Sessanta. Era una contaminazione.
Chi l’ha costruito?
Io, con le mie mani, in un laboratorio di amici.
Che impressione ti ha fatto il coro dei politici?
Non vorrei commentarlo, tranne che per questo paradosso. Il sindaco che ha deportato i romeni, e ha diviso i padri dai figli, è lo stesso che rilascia dichiarazioni indignate contro il neonazismo e mette al primo posto le politiche per la famiglia. Chi sbaglia, io o lui?
L’Olocausto è un orrore difficilmente comparabile alle parole di un sindaco.
Adorno ha detto che dopo Auschwitz fare arte è diventato impossibile. Volevo esprimere questo sentimento di ironia amara e disperata, anche estrema, per far riflettere sulle condizioni di schiavitù e privazione dei diritti che abbiamo accettato come inevitabili.
Sapevi che avresti potuto offendere qualcuno, però.
L’arte, per come la penso io, ha il dovere di sollevare problemi e suscitare dibattiti. Volevo questo, senza offendere nessuno. Se l’ho fatto, mi scuso.
Luca Telese e David Perluigi
(da”Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 14th, 2011 Riccardo Fucile
INTERVISTA A RICCARDO MUTI: IL MAESTRO CHE HA TRIONFATO ALL’OPERA DI ROMA RACCONTA COME E’ NATA L’IDEA DI FAR INTONARE “VA PENSIERO” AL PUBBLICO… “UN GRIDO CHE INVOCA IL RITORNO ALLE RADICI DELLA NOSTRA CULTURA”
Riccardo Muti in prima fila contro i tagli alla cultura. 
Contro “la riduzione al nulla” della nostra cultura.
La serata di sabato, per la prima di Nabucco all’Opera di Roma, si è trasformata in una straordinaria manifestazione sulle note del “Va pensiero”.
Maestro Muti, una serata davvero speciale…
“Veramente fuori dalla norma, non preparata, ci tengo molto a dirlo. Io penso che i direttori d’orchestra non dovrebbero parlare dal podio, ma ieri, dopo l’intervento del sindaco di Roma, era necessario, importante, che anche il musicista prendesse la parola. Per un musicista come me che poi ha la fortuna di girare il mondo e vedere la realtà italiana dalle altre nazioni, e quindi soffrire per la situazione. Era doveroso parlare. Ma pensavo di aver terminato lì, dopo aver detto: ‘Il 9 marzo del 1842 Nabucco debuttava come opera patriottica tesa all’unità ed all’identità dell’Italia. Oggi, 12 marzo 2011 non vorrei che Nabucco fosse il canto funebre della cultura e della musica’. Perchè una nazione che perde la propria cultura perde la propria identità ”.
Cos’è accaduto allora?
“E’ chiaro che il ‘Va pensiero’, al di la delle assurdità che si dicono dell’inno nazionale, è un canto che esprime in maniera intensa l’animo degli italiani, una nostalgia, un senso di preghiera, una profondità mediterranea che Verdi attribuisce al popolo degli ebrei schiavi ma che gli italiani hanno scelto come bandiera del loro Risorgimento. E quando l’ho diretto la prima volta ho sentito, quando il coro ha cantato “oh mia patria si bella e perduta”, che quel momento fosse carico della situazione drammatica non solo per le istituzioni ma anche per la vita delle persone chiamate a studiare nei conservatori, nelle accademie, nelle università . Ho sentito che quel grido veniva dal profondo dell’animo, un grido vero da parte di chi sta vivendo questo dramma, uomini e donne che producono cultura nel nostro Paese. E lo fanno nel disinteresse sempre più grande da parte di chi deve preservare la cultura, non solo per rispetto del paese ma anche per il rispetto del mondo verso l’Italia. Il mondo non guarda a noi per le tecnologie, facciamo cose importanti ma quando si pensa all’Italia si pensa ai poeti, ai pittori, ai musicisti, ai nostri musei e teatri, a ciò che l’Italia rappresenta. È pieno di italiani — ricercatori, studiosi, medici — che sono nelle grandi università , come quelle americane, e fanno ben parlare di sè. Giovani che si fanno stimare fuori dall’Italia, perchè da noi trovano difficoltà . Noi non possiamo vedere questa barca affondare, sabato sentivo che il ‘Va pensiero’ era questo grido”.
E ha deciso di sorprendere tutti
“Dovevo decidere: faccio il bis come viene chiesto, una ripetizione consolidata nell’abitudine, oppure offro a questa ripetizione un carattere nuovo, aderente alla situazione? ho pensato, il coro ha cantato, ‘Oh mia patria, si bella e perduta’ e sicuramente se perdiamo al cultura andiamo in questa direzione, facciamo che questo grido sia contro questa operazione di riduzione al nulla della nostra cultura. Allora ho invitato, dato che il discorso doveva essere globale, tutti a cantare. Non mi aspettavo che l’intero teatro si unisse, tutti sapevano il testo. Poi, come in una situazione surreale, dal podio ho visto le persone alzarsi a piccoli gruppi, per cui tutto il teatro alla fine era in piedi, fino alle ultime gradinate. Era una specie di coralità straziata e straziante, un grido che invocava il ritorno alla luce della cultura che è la colonna portante dell’Italia, sono le nostre radici”.
E il pubblico si è commosso.
“Si, ho visto nelle prime file diverse persone con le lacrime agli occhi. E’ la dimostrazione di un popolo che si sente fortemente unito, al di la dei proclami. E della straordinaria attualità di Verdi, valido anche per il futuro, con la sua grande universalità . Verdi parla all’uomo dell’uomo e resterà sempre collegato alla nostra realtà , sempre assolutamente attuale”.
Ernesto Assante
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 1st, 2010 Riccardo Fucile
ERA A FIANCO A QUELLA DEI GLADIATORI, CROLLATA QUALCHE SETTIMANA FA… FINITO IN POLVERE UN DIVISORIO DEL GIARDINO IN CUI L’ANTICO PROPRIETARIO AVEVA FATTO INCIDIRE SCRITTE A SFONDO ETICO… CHE NON ABBIA RETTO AI MODERNI TEMPI DI IMMORALITA’ DELLA POLITICA?
Un nuovo crollo si è verificato ieri negli scavi archeologici di Pompei. Secondo quanto si è appreso riguarda un muro interno al giardino della casa del Moralista, nei pressi della Schola Armaturarum sbriciolatasi lo scorso 6 novembre.
Pare che, come in quell’occasione, anche questa volta le forti piogge abbiano provocato uno smottamento dei terrapieni retrostanti la palestra utilizzata dagli atleti dell’antica Pompei.
Sui muri che circondano il giardino della domus del Moralista, a Pompei, l’antico proprietario aveva fatto scrivere delle frasi «moralizzatrici» rivolte a quanti si recavano a trovarlo.
A cedere è stato il muro perimetrale della “Casa del moralista” chiusa al pubblico da sempre e situata a 20 metri dall’edificio crollato circa un mese fa su Via dell’Abbondanza.
Il crollo riguarda un muro di fondo della casa che faceva da contenimento al peristilio, al giardino della domus.
Sono caduti sei-sette metri di materiale “incerto”, fortunatamente di scarso valore, formato solo da tufo e calcare.
Ieri mattina un custode, Giuseppe Longobardi, ha segnalato telefonicamente al coordinatore della vigilanza di aver rilevato il crollo di un muro di contenimento antico della Casa del Moralista.
Recentemente erano stati eseguiti dei lavori al terrapieno retrostante la domus, che è inzuppato d’acqua.
Gli interventi voluti dall’ultimo commissario Marcello Fiori, braccio destro di Guido Bertolaso, nella cosiddetta area dei ‘nuovi scavi’ sono stati effettuati con delle ruspe.
Un sistema non usuale per gli scavi che forse, complice la pioggia incessante degli ultimi giorni potrebbe aver contribuito al cedimento di oggi.
“Pompei è una città fragile e se continua a piovere così tutti i muri senza copertura sono a rischio”. E’ l’allarme lanciato dal soprintendente degli Scavi di Pompei Jeannet Papadopulos, dopo aver constatato di persona il cedimento di un muro di contenimento nel giardino della Casa del Moralista.
“I muri sono precari – ha sottolineato il soprintendente nel corso del sopralluogo – questo che è crollato oggi, in particolare. era già stato rifatto dopo la seconda guerra mondiale, ed è venuto giù nonostante avesse alle sue spalle una staccionata di contenimento.
Questo ennesimo episodio dimostra come Pompei sia ormai un’emergenza che ha bisogno di avere subito un Soprintendente a tempo pieno e che si avviino i lavori di messa in sicurezza che avrebbe dovuto fare il Commissario. Rimane l’unica domanda a cui ancora nessuno dà una risposta: di chi è la responsabilità e chi paga?
Nessuno, come sempre avviene in Italia.
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