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PRIMA DELLA SCALA: SCONTRI E LANCI DI UOVA

Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile

CENTRO CITTA’ BLINDATO, MA LO SCHIERAMENTO DI AGENTI NON HA FERMATO LA PROTESTA PER IL DIRITTO ALLA CASA E AL LAVORO

Transenne divelte e lancio di oggetti: è altissima la tensione in piazza Scala, nel cuore di Milano, all’incrocio con via Case Rotte, davanti al teatro che sta per inaugurare la stagione.
Un centinaio di antagonisti hanno spostato le transenne che la polizia aveva messo a protezione della ‘zona rossa’: la polizia avanza per evitare che i centri sociali arrivino in piazza Duomo dove sta iniziando il Fidelio di Beethoven rivisto in chiave moderna. Per evitare problemi, gli ospiti più in vista della prima sono entrati da ingressi laterali.
Gli scontri in piazza.
Le fila dei manifestanti – che protestano per il diritto alla casa e il diritto al lavoro – si sono ingrossate col passare delle ore: all’inizio della manifestazione, infatti, erano una ventina i manifestanti, soprattutto dei Cantieri.
A loro si è aggiunto un gruppo di anarchici insurrezionalisti.
In via Santa Margherita un gruppo di antagonisti del centro sociale Cantiere ha tentato di sfondare il cordone di polizia per entrare in piazza della Scala, nella zona rossa, ed è stato respinto con due cariche e diverse manganellate.
Secondo gli antagonisti ci sono due feriti: “Ci hanno manganellato, due di noi sono stati colpiti alla testa”.
Uova e petardi contro gli agenti.
Gli antagonisti – tutti con il volto coperto e con caschi in testa – hanno risposto lanciando uova e petardi. I contestatori hanno scudi di polistirolo con scritto “que se vayan todos”, “fight the police” e “Renzi 71”.
Gli antagonisti protestano contro il governo, in rappresentanza del quale, alla prima, sarà  presente il presidente del Senato Piero Grasso e il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini, contro il Jobs act e contro gli sgomberi delle case popolari occupate abusivamente. “Siete tutti ladri e mafiosi”, “Case per tutti e povertà  per nessuno”, “Casa, diritti e dignità . Fuori la casta dalla città “: sono alcuni dei cori gridati al megafono.
La protesta in cima al Duomo.
Due antagonisti sono saliti sulle terrazze del Duomo e hanno esposto lo striscione “Occupiamo tutte le case vuote, basta sgomberi”.
Nel frattempo, un altro piccolo gruppo di manifestanti ha dato vita a un blitz in Galleria Vittorio Emanuele: sono saliti sulle impalcature e hanno srotolato uno striscione con una scritta identica a quella fatta sventolare dalla sommità  della cattedrale.
I Cub con Renzi e Berlusconi pupazzi.
In piazza Scala è in atto una protesta pacifica da parte dei Cub con i pupazzi del premier Matteo Renzi e del leader di Forza Italia Silvio Berlusconi, con il microfono a disposizione dei passanti.
Sono comparse anche due maschere di Silvio Berlusconi e del premier Matteo Renzi e due casette di legno con insegne con scritto ‘Case Aler’ e ‘Elettrodux’.
Molti anche gli striscioni della Confederazione unitaria di base. “Alla prima del Teatro alla Scala si affollano banchieri, potenti politici, nuovi eroi di Renzi (padroni del vapore, grandi evasori, bancarottieri)”, è scritto nel volantino distribuito dai manifestanti in piazza della Scala.
“Fuori dal teatro lavoratori, precari, disoccupati, cassaintegrati, immigrati che quotidianamente vengono sfrattati dalle case e dalle fabbriche e giovani in cerca di lavoro cui si promette lavoro solo se si tagliano i diritti ai loro padri”.
Il sovrintendente parla alla piazza.
In risposta a ciò che sta avvenendo in piazza, il sovrintendente Alexander Pereira ha detto: “La gente dovrebbe pensare che quando si fanno queste serate di gala in cui si guadagnano tanti soldi, questi verranno utilizzati nel sociale. Fanno del bene e non del male”. Pereira invita tutti a ricordare che la Scala è il secondo più importante brand dell’Italia nel mondo, dopo la Ferrari e prima di Armani.

(da “La Repubblica”)

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COSE DI SINISTRA: CASE POPOLARI ADDIO, ARRIVA IL DECRETO PER METTERLE ALL’ASTA

Novembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

REGIONI E COMUNI POTRANNO VENDERE GLI ALLOGGI PUBBLICI “A PREZZO DI MERCATO”

La storia dell’edilizia residenziale pubblica italiana è una storia di fallimenti: non è un caso che lo storico Guido Crainz l’abbia assunta a emblema della sua descrizione del Paese mancato, quello che s’è rifiutato di governare la sua modernizzazione.
Il primo che tentò di dare una soluzione coerente al problema fu Fiorentino Sullo, democristiano irpino della sinistra Dc, ai tempi del “centrosinistra di programma” guidato da Amintore Fanfani: ebbene la sua legge urbanistica fu osteggiata in maniera tanto violenta che lui stesso raccontò che a casa, per Natale, i parenti gli chiedevano se era vero che voleva espropriargli la casa.
Ne venne fuori una riforma fiacca (la legge 167), che seppure con mille difetti portò a un incremento dell’edilizia pubblica, le “case popolari”.
Ebbene, tra poco quella storia arriverà  metaforicamente alla fine.
La Conferenza Stato-Regioni, infatti, si appresta — probabilmente alla prima data utile — ad approvare un decreto attuativo emanato il 27 agosto dal ministero delle Infrastrutture che disciplina la messa in vendita di tutte le case popolari ex Iacp e di enti vari oggi in mano a regioni ed enti locali: gli immobili andranno valutati “al valore di mercato” e messi all’asta a cominciare da quei complessi in cui la proprietà  pubblica è inferiore al 50%.
L’unica facilitazione per gli inquilini, se così si può dire, è che potranno comprarsi il loro appartamento pareggiando l’offerta vincitrice dell’asta: se si muoveranno grandi gruppi immobiliari, la cosa potrebbe prendere una brutta piega per famiglie (spesso di pensionati) che evidentemente non hanno grandi mezzi economici (altrimenti non sarebbero inquilini di case popolari).
Attacca Angelo Fascetti dell’Asia-Usb, l’associazione degli inquilini dell’Unione sindacale di base (Usb): “Il governo Renzi-Lupi avvia un processo di cancellazione definitiva di quel poco che resta dell’edilizia residenziale pubblica e questo accade in un Paese dove l’unico segmento carente del mercato abitativo è proprio quello dell’alloggio a canone sociale e calmierato. Guarda caso — sostiene il sindacalista — proprio in questi giorni è partita una feroce campagna mediatica contro le case popolari, a Milano e altrove, che partendo dalla denuncia del fenomeno delle occupazioni , favorito da una colpevole mancanza di gestione del patrimonio, prepara il terreno alla totale privatizzazione dell’edilizia pubblica per favorire ancora la speculazione immobiliare e la rendita”.
Va detto che le regioni (cui spetta la competenza sulle politiche per la casa) possono rifiutarsi di applicare “il metodo Lupi” — il Friuli Venezia Giulia, ad esempio, ha già  fatto sapere che non lo farà  —, ma il dato simbolico resta: il decreto che consente di vendere “al valore di mercato” i circa 770 mila alloggi di edilizia popolare arriva proprio mentre i nuovi tagli ai trasferimenti costringono regioni e comuni a recuperare risorse in ogni modo.
D’altronde tra i settori più colpiti in questi anni di tagli ci sono proprio le “politiche abitative” e ora il governo “consiglia” a sindaci e governatori di vendersi le case popolari e finanziare così “nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica” o una “manutenzione straordinaria del patrimonio esistente” (e magari poi venderlo).     Peraltro pure la consistenza economica non è certa: il Tesoro, dati del 2010, quantificava il valore dell’intero stock delle “case popolari” (900 mila appartamenti compresi quelli di “edilizia privata sociale”) in circa 150 miliardi, Federcasa invece lo valutava meno della metà .
D’altronde, ha spiegato Raffaele Lungarella su lavoce.info, “anche ipotizzando che il prezzo incassato dalla vendita di un alloggio sia sufficiente a coprire i costi per la costruzione di uno nuovo, l’offerta non crescerebbe affatto, considerato che l’inquilino che non acquista deve essere spostato in un’altra casa di proprietà  pubblica”.
Certo, l’altra opzione è buttarlo in mezzo a una strada, ma sarebbe un comportamento un po’ rischioso per chi voglia presentarsi ad altre elezioni.
L’unico dato certo, infatti, è che l’Italia è uno dei paesi europei più ricchi — assieme alla Spagna     — con la minor percentuale di edilizia popolare pubblica: forse anche per questo la percentuale di chi decide di stare in affitto è così bassa (meno del 19% contro una media Ue di oltre il 28).
Secondo dati Eurostat del 2011, in Italia solo il 5,3% delle famiglie (pari a circa 1,3 milioni di nuclei su 24,9 totali, di cui 4,7 in affitto) beneficia di forme di sostegno per la casa contro il 7,7% europeo che però diventa il 17% in Francia, il 18% in Gran Bretagna, il 32% nei Paesi Bassi.
La situazione dal 2011 è peraltro peggiorata: molti paesi europei, allo scatenarsi della crisi, hanno lanciato nuovi programmi di edilizia pubblica, l’Italia li ha solo annunciati.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CASE POPOLARI, IN NORD EUROPA NON SOLO PER “DISPERATI”

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

DALLA GERMANIA AI PAESI BASSI, IL “SOCIAL HOUSING” NON PASSA SEMPRE PER LO STATO E I COMUNI… CI SI SFORZA DI CREARE “MIX SOCIALI” INVECE DI QUARTIERI GHETTO

In Italia l’Unione Inquilini stima che siano 700mila le famiglie in graduatoria, in attesa di entrare nelle case popolari. Spesso da anni.
Ad Amsterdam, invece, circa la metà  degli abitanti vive in abitazioni con un canone concordato, in media di 60 euro al metro quadro l’anno. E le liste d’attesa sono ridotte al minimo.
È il “social housing“, la versione europea della casa popolare.
Un modello che funziona nel Nord, ma che a Sud non ha attecchito.
Non a caso, nell’Europa meridionale in media più del 60-70% ha una casa di proprietà : le case popolari sono solo per i poveri.
In gran parte dei Paesi europei assegnazione e gestione dell’alloggio “sociale” non passano per forza dal pubblico. Nei Paesi Bassi, come in alcuni Land tedeschi, sono le stesse cooperative sociali a gestire anche le assegnazioni.
E il criterio economico non è l’unico modo per avere accesso a una casa a canone moderato: in Germania e in Inghilterra ci sono categorie protette come gli anziani, oppure quartieri dove si assegnano case a un certo tipo di lavoratori.
In Svezia le contrattazioni sono condotte dai Comitati di inquilini con le cooperative, in Olanda la classifica viene stilata a seconda della tipologia della casa che si affitta, in modo da garantire “un mix sociale” all’interno dei quartieri.
Un patrimonio pubblico insufficiente. Nonostante otto spagnoli su dieci abbiano diritto a chiedere l’ingresso in una casa popolare, il peso nel mercato della casa degli alloggi convenzionati è solo del 3%. In Olanda sfiora il 50%, mentre l’Italia è a metà  strada: “Con i nostri ritmi, per poter smaltire la lista d’attesa delle case popolari ci vorrebbero 700 anni”, commenta Massimo Pasquini, segretario dell’Unione Inquilini di Roma.
Le nuove case popolari ogni anno, infatti, non sono che mille, rispetto ad una domanda che continua ad aumentare.
“Il nostro patrimonio — spiega la ricercatrice dell’Università  Bicocca Roberta Cucca, sociologa esperta di politiche urbane — è del 20% inferiore rispetto alla media europea. Le nostre istituzioni sono state assenti, non hanno governato il problema della casa”.
Risultato: il patrimonio che s’è salvato ha perso valore ed è un pessimo stato. E i soldi, come al solito, non ci sono.
La vergogna d’Europa.
Se la tensione sociale nei quartieri popolari s’è tanto alzata, tra le cause ci sono le occupazioni abusive. Ogni casa sfitta è una potenziale occupazione: l’Europa, non solo l’Italia, ne è disseminata.
Undici milioni: a tanto ammontano, secondo una stima del Guardian del febbraio 2014. I senza fissa dimora, giusto per dare un paragone, sono 4,1 milioni. In Italia, senza inquilini ci sono tra i 2 e i 2,7 milioni di abitazioni, come in Francia.
“Più del doppio delle persone che aspettano di vedersi assegnata una casa popolare”, nota Pasquini. Peggio di noi, sempre la Spagna, con 3,8 milioni di case, seguita dalla Germania con 1,8 milioni.
“Per questo motivo dobbiamo smettere di fare piani regolatori e recuperare il patrimonio immobiliare dismesso che abbiamo“, aggiunge. Le generazioni s’impoveriscono e la casa diventa un lusso, eppure l’Italia in questi anni è sempre stata un Paese che ha spinto a comprare il mattone, invece che favorire affitti a prezzi bassi. “Ora però nessuno è in grado di comprare”, continua Pasquini.
Il “social housing all’amatriciana”.
Roma e Milano da 15 anni provano a imitare i modelli del Nord Europa, scegliendo particolari categorie di destinatari dei bandi per le assegnazioni.
Dal condominio per i padri separati, alle case per gli studenti fuori sede, fino al condominio per le coppie giovani.
Nella capitale questi sono stati gli effetti, per Massimo Pasquini: “È stata una truffa, un modo per continuare a far costruire anche con i soldi pubblici. Un social housing all’amatriciana”.
Milano non è da meno, con i programmi di edilizia popolare Abitare 1 e Abitare 2, due ambiziosi progetti di edilizia residenziale a canone moderato.
“L’amministrazione locale ne ha parlato con molta enfasi — spiega Roberta Cucca — sottolineando l’obiettivo di costruire un mix sociale, in cui alle persone con difficoltà  economica si avvicina una classe media vulnerabile. Il risultato paradossale è che nella parte riservata a questi ultimi i canoni erano troppo elevati, quindi nessuno ha acquistato”.
Il Grand tour d’Europa: squatter e liste d’attesa infinite.
Tutta l’Europa è attraversata dalla fame di case a basso costo e ogni capitale ha i suoi problemi. Londra, una volta, era il paradiso delle occupazioni: gli squatter, gli occupanti, se dimostravano che la casa era sfitta e non provocavano danni all’edificio, potevano restare.
Fino al 2012, quando il governo di David Cameron ha modificato la legge: ora chi ci prova rischia sei mesi di carcere e 6mila euro di multa.
La tradizione però è difficile da dimenticare. Così è nato un sito per le “occupazioni legali”, a 60 pound la settimana.
Si chiama Guardians of London e permette ai proprietari di stabili sfitti di siglare un conveniente contratto di affitto con locatari temporanei che avranno, tra gli altri, il compito di tenere lontani possibili occupanti abusivi.
A Parigi, il signor Armand aspetta una casa popolare dagli anni Novanta.
In francese si chiamano Hèbergement à  loyer modèrè, HLM.
“Signor ministro — scrive un anno fa in una lettera indirizzata al ministro della casa dell’epoca, Cècile Duflot, raccolta dal giornale Rue89 — ho l’onore di annunciarvi come anticipato dalla precedenti missiva che mi sono auto assegnato un appartamento”.
Lo stabile apparteneva alla Règie immobiliere de la ville de Paris, una delle cooperative che per conto del Comune gestisce il patrimonio immobiliare. Era vuota da tre mesi e il signor Armand ha deciso che era sua di diritto. Non si sa come sia finita la sua storia, ma quel che è certo sono le difficoltà  che la società  RIVP ha nel gestire l’assegnazione degli alloggi.
Su 140mila richieste, ne soddisfano solo 10mila, secondo i loro dati.
Chi resta escluso, così come accade in Italia, occupa: nella regione dell’Ile-de-France, dati 2011, il 36% delle occupazioni è fatto a Seine-Saint-Denis, uno dei dipartimenti delle banlieue attorno a Parigi.
Anche Berlino è dovuta correre ai ripari. Dopo essere diventata il porto per i giovani di mezza Europa, soprattutto del Sud, in cerca di un riscatto, i prezzi delle sue abitazioni hanno cominciato a lievitare.
E l’unico modo per offrire una soluzione economica ai berlinesi era finanziare nuova edilizia pubblica. Presto detto: ad ottobre 2013 l’amministrazione comunale ha investito un miliardo di euro per realizzare 28 mila case popolari.
Quante ne ha in gestione oggi il Comune di Milano.

Lorenzo Bagnoli

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CASE POPOLARI, GUERRA TRA POVERI: BOOM DEGLI ABUSIVI E RABBIA DEGLI INQUILINI

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

A MILANO OCCUPAZIONI, A ROMA IL RACKET DELLE COMPRAVENDITE, A NAPOLI ORO E MARMI NEI PALAZZI: LA CRISI ESASPERA LA TENSIONE SUL DIRITTO ALLA CASA

Alloggi sfitti. Graduatorie infinite. Famiglie da anni in attesa di un tetto che scelgono di occupare. Inquilini regolari esasperati dagli abusivi. Sgomberi e scontri. Politica inerme e malavita attivissima.
L’ultima istantanea arriva dalla Puglia, dove un’inchiesta di pochi giorni fa ha portato alla luce le presunte collusioni tra la Sacra Corona Unita e alcuni responsabili dell’amministrazione comunale di Squinzano (Lecce) per l’assegnazione di alloggi pubblici. Ecco cosa succede nelle case popolari delle maggiori città  italiane.
Piano anti-occupazioni in vista di Expo. “Ma 23mila famiglie aspettano un tetto”.
Ma partiamo da Milano, negli ultimi mesi alle prese con un’ondata di occupazioni abusive che non sembra arrestarsi. L’ultimo tentativo è avvenuto l’11 novembre. Quando una 31enne egiziana incinta si è intrufolata in un appartamento Aler in via Inganni 6, zona Lorenteggio, quartiere popolare. Un’occupazione lampo. Perchè dopo poche ore, gli ispettori dell’ente che si occupa della gestione degli alloggi popolari hanno convinto la ragazza a uscire.
Salto indietro di due settimane. Via Giambellino. Questa volta a scivolare dentro un’abitazione sfitta sono state due rom. Gli altri condomini se ne sono accorti ed è partita una sassaiola.
A quel punto le occupanti non hanno potuto far altro che chiamare la polizia per evitare il linciaggio. Fermi immagine delle periferie di Milano, che in attesa di Expo, è costretta a gestire la polveriera delle occupazioni abusive nelle case popolari.
Dall’inizio del 2014 — calcola il Corriere della Sera — se ne contano 1.278: 732 sono riuscite, 546 sono state sventate. Solo a settembre sono state 78. Mentre 39 tentativi sono andati a vuoto.
Gli sgomberi in flagranza sono stati 23. Stesso numero per quelli programmati con la Questura.
Una situazione che è stata al centro della riunione del comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, convocato in Prefettura, tra Comune ( che gestisce 29mila abitazioni), Regione, Aler (che possiede 40mila case), i vertici delle forze dell’ordine e il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati.
Il piano d’azione contro le occupazioni partirà  il 18 novembre. Punterà  più sulla prevenzione, che sulla repressione. Verrà  intensificata la vigilanza nei quartieri a rischio, specialmente di notte.
Poi c’è la questione sgomberi. Di sicuro aumenteranno, ma è difficile accontentare le richieste del governatore Roberto Maroni che ne pretendeva 200 in pochi mesi. Perchè, come ha spiegato il prefetto Francesco Paolo Tronca, le occupazioni non vanno gestite solo sul piano dell’ordine pubblico, ma anche su quello sociale. Specialmente in vista di Expo 2015, che tra pochi mesi concentrerà  i riflettori di tutto il mondo ai piedi della Madonnina, dove lo scontro tra istituzioni e comitati di lotta per la casa è già  altissimo.
In ogni zona popolare di Milano sono infatti attivi gruppi, legati a centri sociali o nati spontaneamente, che oltre a proporre iniziative per la qualificazione del quartiere, danno un aiuto alle famiglie senza casa e si oppongono agli sgomberi.
Al Giambellino, ad esempio, ci sono i ragazzi della “Base di solidarietà  popolare Giambellino”, al Ticinese lo spazio sociale “Cuore in Gola”, più a nord il comitato abitanti San Siro-Asia.
La loro presenza si fa sentire soprattutto durante gli sgomberi di alloggi di proprietà  Aler o del Comune. Spesso, quando gli ispettori dell’ente, accompagnati dalla polizia, arrivano a notificarne uno, trovano ad aspettarli un muro di militanti che cerca di impedire l’allontanamento degli abusivi.
Come è successo giovedì 13 novembre, quando alcuni ragazzi del centro sociale Corvaccio si sono opposti allo sgombero di due famiglie in via Salomone, zona Mecenate. “Noi difendiamo chi occupa per necessità  perchè da anni aspetta un alloggio, non difendiamo l’illegalità ”, racconta un ragazzo del comitato San Siro. Accanto a loro, però, iniziano a prendere vita anche comitati di inquilini che si mobilitano contro le occupazioni.
Come quello di via Odazio, zona Giambellino. Tra gli schieramenti la tensione è sempre alta: l’11 novembre con un blitz una ventina di incappucciati ha distrutto la sede del Pd a Corvetto, mentre era in corso una riunione del Sunia-Cgil, il sindacato degli inquilini.
Tutto questo va in scena in una città  dove “23mila famiglie sono iscritte alla graduatoria per avere una casa popolare, e 8mila appartamenti di proprietà  del Comune e Aler sono sfitti”, spiega Massimo Pasquini, presidente dell’Unione Inquilini.
Ma quello delle occupazioni abusive è solo la punta dell’iceberg di quello che avviene in alcuni alloggi che sembrano sfuggire al controllo dell’Aler. E dove, a farla da padrone, sarebbero i clan. “Il quartiere Sarca-Testi è il centro di tutto — ha raccontato a ottobre a Il Fatto Quotidiano un ex funzionario dell’Aler – Qui rom e calabresi controllano tutto, dal racket allo spaccio”.
E qui, quando c’è da chiedere voti, la politica pare essere sempre di casa. “Nel 2010 fece campagna elettorale un noto politico lombardo che entrò nella giunta Formigoni. Un voto, 50 euro”.
Roma, un appartamento popolare costa dai 30 ai 50mila euro sul mercato nero. Già , perchè se per i diseredati le case popolari sono l’ultima spiaggia, per la malavita non sono altro che un business.
Roma è l’esempio più calzante. “Qui il mercato nero degli alloggi pubblici è gestito dalla criminalità  locale e dai clan rom”, denuncia Pasquini dell’Unione Inquilini, “specialmente nella fase di compravendita”.
Un grosso affare, visto che sulla piazza ci sarebbero “tra le mille e millecinquecento case” che sfuggono al controllo delle istituzioni.
Prezzo medio per accaparrarsene una: dai 30 ai 50mila euro, in una città  dove l’emergenza abitativa morde sempre più forte. Lo dimostra il numero di famiglie iscritte nell’ultima graduatoria del 2012 ancora in attesa di un tetto: 30mila.
E lo dimostra il numero di quelle che hanno scelto di occupare: 5mila, a fronte di una media di 300 sgomberi all’anno. E proprio nel marzo scorso, una maxi operazione della magistratura capitolina ha inferto un duro colpo al Comitato popolare di lotta per la casa: 40 persone indagate, 14 persone accusate di associazione a delinquere, tre palazzi sgomberati e perquisizioni.
L’accusa: gestire il racket delle occupazioni nella Capitale. Oltre ad avere minacciato ed estorto soldi agli stessi occupanti, costretti — secondo gli inquirenti — a fare lavori gratis per l’esclusivo profitto del Comitato di Lotta per la casa.
“Chi occupa è solo l’ultimo tassello di una catena di problemi che ha il suo inizio con la politica: perchè gli alloggi pubblici sfitti, che in Italia sono 40mila, non vengono assegnati?” chiede Pasquini, che precisa: “L’Unione Inquilini è contraria alle occupazioni di stabili pubblici, ma Ater a Roma e Aler a Milano dovrebbero prendersi le proprie responsabilità , non si può gridare alla legalità  solo alla fine”.
E la situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente secondo il presidente dell’Unione Inquilini, visto che il decreto Lupi (o Piano casa) prevede la vendita all’asta delle case popolari con 45 giorni di diritto di prelazione “mettendo così a rischio la permanenza per quanti non possono acquistarle”.
Contro il provvedimento è previsto a Roma, il 21 novembre, un presidio sotto la sede della Regione Lazio. “Per chiedere al presidente Nicola Zingaretti di impegnarsi presso il governo per la cancellazione dal decreto”.
Napoli, rubinetti d’oro e marmi pregiati nelle case occupate dai boss.
Scendiamo ancora lungo lo Stivale. Fermiamoci a Napoli. Qui è sufficiente un’immagine.
Nell’aprile scorso la polizia ha effettuato un’operazione nelle case occupate abusivamente da esponenti del gruppo camorristico Lucarelli-Barretta, al Lotto G di Scampia.
Edifici fatiscenti fuori, ma lussuosi dentro. Perchè quando gli agenti sono entrati hanno scoperto marmi pregiati e rifiniture in oro.
E in un alloggio dell’Iacp, preso con la forza dagli uomini del gruppo Vanella Grassi che hanno “ripopolato” il quartiere con i propri affiliati per aver un maggior controllo del territorio, gli uomini del commissariato Scampia si sono imbattuti in arredi di lusso stile Luigi XVI, stucchi, rubinetti dorati e vasche con le iniziali del titolare incise nel marmo.
Mentre a marzo, nel popoloso rione Salicelle di Afragola (Napoli), i carabinieri hanno sequestrato preventivamente 189 appartamenti popolari che erano stati occupati a discapito di chi aspettava di vederseli assegnare.
E la politica che fa? Qui la lotta all’abusivismo si combatte con le sanatorie a favore di chi ha occupato.
A settembre, infatti, la Regione Campania guidata da Stefano Caldoro ha concesso un’ultima chance per regolarizzarsi a chi ha occupato prima del 31 dicembre 2010. Nel 2012 sanatoria simile, ma in questo caso veniva graziato chi si era impossessato di un alloggio nel 2009.
C’è da chiedersi a chi servono allora i bandi di assegnazione con graduatoria. Cartoline dalle periferie d’Italia, e dal suo patrimonio di 40mila alloggi pubblici sfitti.

Alessandro Bartolini

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L’EMERGENZA CASA SPAVENTA I MILANESI

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

LA NOTA DEI SERVIZI SEGRETI: “LA QUESTIONE ABITATIVA È RITENUTA STRATEGICA PER IL CONFLITTO SOCIALE”… VIAGGIO NELLE DIVERSE ESPERIENZE DI OCCUPAZIONE IN CITTà€

“Per chi può convergere in via Tracia, sgombero di una donna in corso, compagni già  presenti”. Il messaggio corre su Facebook. È l’11 novembre.
“Mattinata di resistenza in largo Fatima, solidali impediscono lo sgombero di una famiglia. Non facciamoci intimidire, uniti si vince!”. È il 10 novembre.
Voci dell’antagonismo milanese che da mesi si batte per le occupazioni. Battaglia che spesso sfocia in atti criminali come successo al quartiere Corvetto quando un gruppo di incappucciati ha fatto irruzione all’interno di un circolo del Pd gettando nel panico una ventina di anziani tutti residenti nelle case popolari di via Mompiani.
Gli 007: “Potenziali spinte     ribellistiche degli antagonisti”
E così, se da un lato l’agenda della cronaca ogni giorno registra tensioni e violenze, dall’altro il problema della casa viene preso in grande considerazione dai Servizi segreti italiani.
Tanto che in un’inedita nota del marzo scorso, gli 007 dell’Aisi sottolineano “il particolare rilievo mobilitativo” che “ha assunto la questione abitativa, ritenuta strategica e trainante per lo sviluppo del conflitto sociale”.
Un vero e proprio allarme quello lanciato dai servizi e che fotografa l’attuale situazione milanese.
“La lotta per la casa — si legge — si è estesa a tutto il contesto nazionale, con occupazioni di edifici in disuso sia come alloggi per famiglie in difficoltà , immigrati e studenti, sia quali possibili sedi di attivismo politico”.
E ancora: “La campagna di protesta costituisce, nell’ottica antagonista, un importante fattore di ricomposizione del dissenso, con potenziali spinte ribellistiche”.     L’immobiliare “rossa” e i 200 sgomberi annunciati
A Milano l’area dell’autonomia, vicina al movimento No Tav, sempre più si lega (sotto sigle diverse e non sempre individuabili) alla lotta per la casa.
Sulle mappe della Digos e del Nucleo informativo dei carabinieri, aumentano le bandierine dei comitati popolari per la casa dietro ai quali agiscono gli anarchici.
Succede al Ticinese in via Gola, al Lorenteggio, in zona Calvairate e recentemente proprio al Corvetto dove in via Ravenna 40 si sono stabiliti gli anarchici della “Rosa Nera”.
Secondo fonti investigative, inoltre, l’attuale movimento — messi in secondo piano i capi storici — registra un seguito preoccupante che potrebbe avere ricadute durante i cortei per lo sciopero generale di domani.
L’obiettivo, infatti, è quello della “ricomposizione del dissenso” e della riconquista della piazza durante le manifestazioni. Tra la teoria e la pratica c’è, poi, la cronaca.
Che, sul fronte dell’autonomia, ragionano gli investigatori, racconta di come spesso le occupazioni vengano favorite per ottenere in cambio persone da mandare in piazza durante le manifestazioni.
In molti casi, poi, gli stessi anarchici coprendo l’ingresso abusivo, ad esempio di famiglie rom, ottengono in cambio mano d’opera per aprire nuovi appartamenti.
È “l’immobiliare rossa” per la quale il problema non sono le occupazioni ma le case vuote.
Gli autonomi sui profili Facebook così fanno di conto e denunciano i costi esorbitanti dei duecento sgomberi annunciati dal prefetto per la prossima settimana.
La moltiplicazione è semplice: se per ogni sgombero si spendono dai 5 mila ai 10 mila euro, il prezzo complessivo di questa operazione supera il milione di euro di denaro pubblico.
Con un solo risultato: lasciare in strada decine di famiglie.
E, del resto, gli appartamenti vuoti rappresentano un problema reale.
Oggi a Milano sono venti i palazzi di edilizia popolare lasciati sfitti. Alcuni, come la residenza universitaria nel quartiere Stadera, è in stato di abbandono dal 2012 dopo essere stata ristrutturata.
Mentre in via dei Panigarola, in zona Corvetto, un intero stabile, ultimato per il 90 per cento, è vuoto da due anni.
I Comitati contro gli abusivi
L’azione dell’antagonismo, giocata sulle occupazioni, coesiste con i comitati di cittadini residenti nei quartieri popolari, i quali, nel pieno rispetto della legge, si battono contro gli abusivi.
Succede nel lotto di case tra via Segneri, piazza Tirana e via Odazio. Qui il comitato Drago (Dare risposte al Giambellino ora), composto per lo più da residenti della zona che denunciano il degrado, si scontra con il comitato “Base di solidarietà  popolare”, molto più vicino al movimento autonomo.
Su questo fronte ecco il ragionamento di Mary. “Non siamo tutti criminali — dice — io non ho occupato la casa di nessuno, era vuota già  da tre anni”.
Succede al Giambellino. Si replica al quartiere San Siro, sedicimila abitanti nelle case popolari dell’Aler.
“Una città  nella città ”, dice Lucia Guerri che qui in via Mar Ionio ci abita dal 1939. A luglio, dopo l’ennesima occupazione, ha radunato una ventina di donne. “Protestiamo e denunciamo”, dice. “Lo scorso ottobre due egiziani stavano sfondando la porta, noi donne siamo scese in cortile urlando, i due alla fine sono scappati”.
Donne eroiche. “Ormai — prosegue Lucia — non sai più chi hai come vicino di casa, ogni giorno lottiamo con gli abusivi, sembra di essere tornati ai tempi della guerra”.
Lucia, però, è ottimista. “La Regione deve affittare le case vuote. Noi andiamo avanti e da qualche tempo al nostro movimento si sono aggregati dei giovani”.
Linfa nuova come Gabriella Crippa, 26 anni. “Ci aiuta con le email e tiene i rapporti con l’assessore”. Ma anche qui, a San Siro, la lotta legale si scontra con il movimentismo anarchico che fa riferimento al centro sociale il Cantiere e allo spazio di via Micene, dove è stato aperto lo sportello “il-legale”.
Insomma, il problema delle case popolari se da un lato alza l’allarme eversione, dall’altro fotografa il disastrato tessuto sociale di una città  che corre dritta verso l’Expo 2015.

Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SCAJOLA VENDE LA CASA AL COLOSSEO E CI GUADAGNA UN MILIONE DI EURO

Novembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

HA CEDUTO A 1,6 MILIONI IL MEZZANINO CHE NEL 2004 AVEVA PAGATO 610.000 EURO CON L’AIUTO “A SUA INSAPUTA” DELLA CRICCA DI ANEMONE CHE AVEVA COLMATO LA DIFFERENZA PER L’ACQUISTO DA 1,7 MILIONI

Alla fine Claudio Scajola è riuscito a vendere la sua casa al Colosseo.
Il 16 ottobre scorso la moglie dell’ex ministro, con delega del marito, ha firmato davanti al notaio Paolo Becchetti l’atto di vendita dell’appartamento al primo piano con vista sui fori imperiali.
Scajola si è messo in tasca un milione e 630mila euro, dei quali 50mila riferiti ai mobili presenti nell’appartamento.
Nel luglio del 2004 l’allora ministro dello Sviluppo Economico aveva pagato solo 610mila euro.
Quindi a distanza di dieci anni, dopo un processo per finanziamento illecito chiuso in appello con la prescrizione dopo l’assoluzione in primo grado, Scajola ha incassato una plusvalenza di 970mila euro, escludendo i 100mila euro dei lavori fatti dieci anni fa e che sarebbero stati pagati da Anemone secondo l’accusa, contestata da Scajola e non accolta in primo grado.
Sono 97mila euro all’anno per dieci anni, tutti esentasse.
E’ un po’ come se qualcuno avesse pagato un secondo stipendio da 8mila euro netti al mese per dieci anni a Scajola che stavolta non può nemmeno dire che ciò sia avvenuto ‘a sua insaputa’.
Ormai anche lui avrà  compreso che il prezzo realmente pagato nel 2004, come dichiarato dalle venditrici alla Guardia di Finanza, è stato di un milione e 700 mila euro.
Scajola il 7 luglio del 2004 nel suo ufficio al ministero ha versato di tasca sua per l’appartamento di 180 metri soltanto i miseri 610mila euro dichiarati davanti al notaio Gianluca Napoleone, giunto appositamente al ministero come le venditrici e l’immancabile architetto Angelo Zampolini che ha tirato fuori gli assegni circolari offerti da Anemone e compagni per colmare la differenza.
Alla fine il regalo del 2004 della ‘Cricca’ di Anemone arriva quasi a coprire la plusvalenza realizzata da Scajola con l’atto depositato in conservatoria il 3 novembre scorso.
In realtà  Scajola era riuscito a spuntare molto di più.
Al Fatto risulta che il 18 aprile 2012 l’ex ministro aveva firmato un preliminare con l’imprenditrice della sanità  Jessica Veronica Faroni, direttore generale del Gruppi INI, titolare di cliniche sparse tra Roma, Guidonia e Grottaferrata.
Il prezzo stabilito nel preliminare era di 2 milioni di euro. La dottoressa Faroni consegnò alla firma del preliminare un assegno circolare Unicredit di 250mila euro come caparra però poi si accorse che qualcosa nelle pratiche urbanistiche non collimava e iniziò una contesa.
Il 27 marzo 2013 Scajola e Faroni chiudono le liti con una scrittura privata nella quale si danno reciproco atto che a “fronte della mancata corrispondenza dello stato di fatto dell’immobile rispetto ai dati catastali e alle planimetrie depositate con particolare riferimento al locale cucina (…) concordavano una riduzione del prezzo da 2 milioni a un milione e 800 mila euro”.
In compenso la promittente acquirente si dichiarava disponibile a “acquistare tutto il mobilio e gli arredi presenti nel suddetto immobile per un importo di 50 mila euro”.
Per cautelarsi dai rischi del procedimento penale a carico di Scajola, si concordava di dare mandato al notaio Becchetti per incassare 1,2 milioni come deposito “onde scongiurare il rischio di sequestro dell’immobile”.
Nulla di tutto ciò è accaduto e Scajola ha potuto portare a termine la vendita.
Però a comprare alla fine è stata una società : Italy Hotels and Suites Srl, costituita il 24 settembre 2014 amministrata da Luca Nicolotti che ne detiene solo una quota dell’uno per cento mentre il restante 99 per cento è intestato alla Fid. Italia Srl, una società  fiduciaria che scherma la proprietà .
Il prezzo è stato pagato, come risulta dall’atto, per 580mila euro con assegni circolari di un conto acceso al Monte dei Paschi di Siena mentre un milione e 80mila euro provengono dai circolari di un conto acceso all’Unicredit.
Uno di questo assegni, pari a 250mila euro, ha lo stesso numero di quello consegnato come caparra nel 2012 dalla dottoressa Faroni.
Scajola ha pagato all’agenzia immobiliare Tevere Srl un compenso di 76mila euro e l’agenzia ha iniziato un contenzioso legale per ottenere il pagamento di una provvigione anche dalla dottoressa Faroni, per il preliminare di vendita. L’imprenditrice però si è rifiutata e la causa è in corso.
A marzo dovrebbe esserci una nuova udienza. “Il Tribunale per due volte ha rigettato la richiesta di decreto ingiuntivo”, spiega Jessica Veronica Faroni.
Che fine faranno ora i soldi?
Al Corriere della Sera nel settembre del 2010 Scajola aveva promesso: “Vendo la casa e offro la differenza in beneficenza”.
Poi nel maggio del 2012, dopo la firma del preliminare, al Fatto aveva rettificato: “Sto valutando un gesto ancora più forte, ma che non vi posso dire adesso, lo dirò nel momento in cui farò il rogito. Io quello che prometto lo mantengo sempre”.
Il Fatto ha provato a contattare Claudio Scajola, nel frattempo uscito dagli arresti disposti per la vicenda Matacena e sottoposto solo all’obbligo di dimora.
Al telefonino risponde la sua voce registrata: “Non sono al momento raggiungibile”.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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SBLOCCA ITALIA, IL BONUS COMPRO E AFFITTO CASA CONVIENE SOLO AI COSTRUTTORI E ALLO STATO

Ottobre 9th, 2014 Riccardo Fucile

CON L’INCENTIVO DEL 20% IL GOVERNO FA CASSA CON LE TASSE E I PALAZZINARI SI SBARAZZANO DELL’INVENDUTO

Problema: come si fa a togliere dal groppone dei costruttori le migliaia di nuove abitazioni che hanno tirato su negli scorsi anni (dando vita a veri e propri quartieri fantasma) e che da oltre tre anni non riescono a vendere a causa della crisi immobiliare e della stretta sul credito ovvero il credit crunch?
Svolgimento: si inserisce nel decreto legge 133/2014 (il cosiddetto Sblocca Italia) un incentivo fiscale che sembra pensato solo per gli italiani che decidono di comprare casa per poi affittarla entro 6 mesi.
Ma che nei fatti, invece, dovrebbe riuscire a risolvere proprio il dramma di aver fatto costruire troppo, per poi non riuscire a far smaltire lo stock ai costruttori. Sui quali, è bene ricordarlo, resta in capo il pagamento delle tasse fino a quando non riescono a sbarazzarsi dell’invenduto.
È con l’attuazione dell’articolo 21 dello Sblocca Italia che il governo risolverà  il problema.
La normativa in questione è molto chiara: si prevede una deduzione Irpef sull’acquisto di immobili, nuovi o ristrutturati, da imprese di costruzione o ristrutturazione, da cooperative edilizie o dalle ditte che hanno effettuato gli interventi edilizi da destinare all’affitto a canone concordato per almeno otto anni.
La norma riguarda gli acquisti effettuati dal primo gennaio 2014 al 31 gennaio 2017 e garantisce un bonus dall’imponibile pari al 20% del prezzo (in modo così da abbassare poi le tasse durante la compilazione della dichiarazione dei redditi) risultante dall’atto di compravendita oppure calcolato sull’ammontare complessivo delle spese di realizzazione con un tetto massimo di 300mila euro (per una deduzione massima, quindi, di 60.000 euro).
Un importo che, tuttavia, dovrà  essere spalmato in quote uguali per un periodo di 8 anni (7.500 euro).
Ma è nelle condizioni molto circoscritte che sono state imposte per rientrare nell’agevolazione che si comincia a capire come mai la normativa, più che far tornare agli italiani la voglia del mattone nonostante le porte delle banche restino ancora abbastanza chiuse, rappresenti invece uno stimolo per l’edilizia.
Per poter ottenere il bonus, infatti, l’immobile che si deve acquistare non solo deve rientrate nella categoria catastale A (con esclusione di A8, A9 e A1 — ville e case storiche o signorili), ma deve anche avere una classe energetica A o B (quindi di nuova costruzione).
Quindi, dal bonus restano escluse la maggior parte delle case messe in vendita dai privati a causa della mancanza del requisito dell’attestazione energetica, visto che in Italia solo dal 2006 è stato introdotto l’obbligo dell’efficienza sul rendimento energetico dell’edilizia.
Una classe alta che hanno, invece, proprio tutti i nuovi appartamenti dei costruttori. Così come ha spiegato la Federazione degli agenti immobliari (Fiaip), secondo cui “sarebbe stato diverso se la misura fosse stata estesa all’immenso stock di invenduto”.
Eppure al mercato tanto servirebbe uno stimolo per invertire la tendenza.
I numeri sono da profondo rosso: secondo Bankitalia, tra il primo trimestre del 2008 e il secondo del 2014 l’attività  nelle costruzioni ha cumulato una perdita del 30%, pari all’1,5% del Pil.
Mentre, dopo la ripresa registrata nei primi tre mesi del 2014, Crif ha certificato che nel secondo trimestre è stato segnato un nuovo calo delle compravendite del 3,6% rispetto allo stesso periodo del 2013.
Del resto acquistare casa è operazione assai complicata se le banche non hanno ancora ripreso a concedere mutui.
Limite certificato dal Crif, secondo cui nei primi 6 mesi del 2014 le uniche operazioni che si sono registrate per i prestiti per la casa sono quelle di surroga, cioè il passaggio del mutuo da un istituto a un altro che offre tassi più convenienti.
Tanto che i nuovi contratti sono raddoppiati in un anno, passando dal 10% del totale nel primo semestre 2013 all’attuale 20 per cento.
La voglia di mattone da parte degli italiani, però, continua ad esserci. E questo la politica lo sa bene.
Tanto che, grazie all’enorme numero di famiglie che vive nelle case di proprietà , lo Stato riesce sempre a garantirsi un tesoro: negli ultimi tre anni, si è arrivati a un prelievo Imu+Tasi stimato in circa 26 miliardi di euro, con la pressione fiscale cresciuta del 200% sulla casa, così come ha denunciato la stessa Associazione nazionale costruttori edili (Ance).
Numeri che portano a un’ulteriore riflessione: prevedendo l’incentivo fiscale a favore dei contribuenti che acquistano una casa da affittare a canone più basso di quello di mercato, la politica sta riuscendo anche nel tentativo di prendere due piccioni con una fava, spingendo le famiglie a investire sul mattone e, quindi, a generare nuovo gettito proveniente dalle tasse sulle case.
Va, infatti, sottolineato, che in questo caso gli acquirenti non potrebbero usufruire delle altre detrazioni previste per l’acquisto sulla prima casa, visto che l’immobile deve essere subito messo in affitto.
I neo proprietari si ritroveranno così a pagare aliquote più alte soprattutto con l’Imu e la Tasi.
E il mattone assomiglia sempre più a un bancomat.

Patrizia De Rubertis

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GIOVANI E PRECARI: MUTUO VIETATO IN TUTTE LE BANCHE

Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile

SLALOM INUTILE TRA PERIZIE, GARANTI E POLIZZE. ABBIAMO RIMEDIATO 12 NO

«Buongiorno, siamo una coppia di trentenni e vogliamo comprar casa, la nostra prima casa ».
Comincia così il nostro calvario che quasi ti passa la voglia, tre giorni di pellegrinaggio in dodici istituti di credito: grandi banche nazionali e internazionali, Casse di risparmio e banche popolari.
Una simulazione per capire se l’accesso al credito è un’opportunità  reale o un miraggio. Presentiamo queste credenziali, che tutto sommato non sono neanche male per due giovani diventati adulti all’epoca della grande crisi economica: un contratto a tempo indeterminato da 1.500 euro netti al mese per lui, un contratto a progetto da 1.200 euro al mese per lei, rinnovato da tre anni di anno in anno.
Entrambi laureati, entrambi senza altri prestiti sulle spalle.
La casa costerebbe 200mila euro, un bilocale in un quartiere della semi-periferia milanese.
Siamo riusciti a racimolare 50mila euro, sommando i nostri risparmi all’aiuto di genitori e parenti.
Insomma, ce ne servono 150mila per raggiungere l’obiettivo.
Girando su Internet ci siamo accorti che scegliendo un tasso variabile e dandoci un orizzonte di vent’anni, la rata verrebbe a costare intorno agli 800 euro al mese: meno dell’affitto che paghiamo oggi.
«Per capirci dall’inizio, siete tutti e due assunti, giusto?».
È la prima domanda, secca. Ovunque. Perchè il vero problema è chiaro subito: «Servono due contratti “veri”». E noi (appunto) ne abbiamo solo uno.
«Purtroppo per noi il co.co.pro è come se non esistesse».
Tradotto, tutti i preventivi prendono in considerazione un unico nominativo e una sola cifra: il beneficiario dei 1.500 euro, quelli sicuri.
Anzi, «facciamo 1.600 euro al mese, visto che avrai anche la tredicesima».
Regola vuole che la rata non superi il 30-35 per cento delle entrate, ma per le banche la somma reale dei nostri stipendi (2.700 euro) non vale.
La “flessibilità ”, almeno in banca, è un concetto sconosciuto. E allora come si fa?
Il coniglio che esce magicamente dal cilindro si chiama “garante”. Un parente, un amico (ricco) magari: qualcuno che appunto garantisca la solvibilità  del prestito se le cose dovessero malauguratamente andar male.
Nel mondo reale: un genitore. Fosse facile: il garante (oltre naturalmente a poter esibire un contratto vero o una pensione di consistente entità ) non dovrà  aver compiuto gli 80 anni al termine del mutuo.
Ci guardiamo e il calcolo aritmetico viene facile: quanti anni avevano i tuoi quando sei nato? Se più di trenta, siamo fregati. Se invece chiediamo un mutuo trentennale, tocca sperare in una mamma adolescente.
Fuori dalla Deutsche Bank c’è la pubblicità  di una coppia felice che si abbraccia, accanto un gigantesco 2,1 per cento.
Un tasso da sogno; ogni vetrina di ogni istituto ha il suo da esibire, ma più o meno siamo su quella cifra. Entriamo.
Il giovane impiegato sorride: «Vabbè, è per attirare i clienti ».
Infatti, oltre a non essere un tasso “chiavi in mano” di solito è destinato a chi chiede o un mutuo decennale o a chi serve meno della metà  del valore dell’immobile.
Eccolo il paradosso: chi ha la fortuna di avere alle spalle un discreto capitale da investire si ritroverà  tra le mani un tasso più vantaggioso. In ogni caso, il conteggio dice che, senza un garante, un prestito di vent’anni ce lo possiamo scordare.
«Però domani vi faccio chiamare da una collega – dice dispiaciuto – lei magari conosce qualche trucco per darvi una mano».
Le filiali delle banche non hanno praticamente più potere decisionale su nulla, spiegano. Avviano la pratica che poi passa al livello superiore, centralizzato, e si capisce bene che è severo. «Ma sapete, noi mettiamo giusto qualche nota a margine, poi è solo un calcolo matematico fatto di varia- bili, una cosa fredda», spiega la funzionaria del Monte dei Paschi di piazza Fontana.
Sono finiti i tempi di quando «portavi questo a garanzia – fa l’esempio un impiegato della Popolare di Milano, ha in mano un evidenziatore giallo per rendere l’idea – e la banca ti dava quanti soldi volevi a occhi chiusi». Dal mutuo facile, al mutuo vietato, o quasi.
Poi c’è un altro fattore che alza ulteriormente l’asticella. Si chiama “perizia”.
Un giochetto che, comunque vada, finisci per perderci.
Funziona così: compri la casa a 200mila euro? Eh già , ma non è detto che valga davvero quella cifra. Le banche finanziano un massimo dell’80 per cento del valore dell’abitazione: non del prezzo di mercato.
Quindi i calcoli vanno fatti solo dopo che il perito della banca avrà  emesso la sua insindacabile sentenza. Nel nostro caso, se la valutazione del bilocale sarà  (ad esempio) 180mila euro, il massimo che la banca potrà  erogare è 144mila euro.
Se invece capiremo di aver fatto l’affare, cioè se la valutazione risulterà  essere superiore al prezzo di acquisto, poco importa: «Tra le due cifre vale sempre quella minore», è la regola.
E anche qui ti ricordano di come funzionava ai “bei tempi andati”, quando invece la perizia serviva per l’esatto opposto: si gonfiavano le valutazioni così si poteva ottenere una somma an- che superiore al prezzo, «la gente ci si comprava pure i mobili».
Un capitolo a parte merita la questione del detto e non detto.
Aprire un nuovo conto corrente dove si chiede il mutuo non è quasi mai una richiesta obbligatoria, «ma aiuta».
Per non parlare dell’assicurazione sulla vita, che visti i tempi può coprire anche la perdita del lavoro o un’invalidità  permanente: non è obbligatoria, insistono, «ma aiuta».
«Per legge non posso dirvi che dovete farla per forza – è sincera l’impiegata della Popolare di Lodi – però insomma, alla fine conviene a tutti no?».
Al modico prezzo di 16mila euro, leggiamo sul prospetto appena stampato, conviene soprattutto alla banca. Ma sono dettagli.
«Però scusate – chiediamo – non c’è già  l’ipoteca sulla casa a garanzia?». Vero, «ma per riprendersela, metterla all’asta e infine venderla, servono anni: alle banche non conviene, poi ormai il mercato è fermo».
Di fatto, ci sono solo tre banche disposte a prendere minimamente in considerazione i 1.200 euro “invisibili” del contratto a progetto: Ing, Ubi e Cassa di Risparmio di San Miniato.
«D’altronde il mondo del lavoro è un po’ cambiato », ammettono all’Ubi. Nessuna promessa però. Bisognerà  “valutare” in una fase successiva.
La banca toscana, invece, è l’unica che lo dice chiaro e tondo: «Portateci tutti i preventivi degli altri e poi trattiamo il tasso».
Un po’ come si fa quando si sceglie l’impresa per ristrutturare casa: si tratta. A
llora, ormai navigati, tiriamo subito fuori il “2,55-tasso-finito” di una concorrente, sulla carta l’offerta migliore. Il funzionario si allenta la cravatta: «Accidenti – prende l’appunto in mano, un po’ stupito – Eh no, non so se fin lì ci arriviamo».
Esausti, con in mano un pacco di fogli, conteggi e ormai una certa conoscenza del settore, facciamo l’ultimo tentativo, il dodicesimo.
Anche la consulente sembra svogliata, non trova la mail con la quale si proroga l’offerta di settembre per un altro mese. Allora chiede una mano a un collega che arriva con la notizia bomba: «Ma scusa, hai visto la circolare del fondo di garanzia per favorire l’accesso ai mutui delle giovani coppie?».
Si parla di un tasso dell’1,5 per cento. Ci si illuminano gli occhi. Bisogna avere meno di 35 anni: e ci siamo. Anche con un contratto “atipico”: ci siamo. La casa non deve superare i 95 metri quadrati: ci siamo. Bisogna avere un reddito Isee non superiore ai 40mila euro annui. E qui, con il serio sospetto di sforare la cifra, ci arrendiamo.
Perchè finora non avevamo abbastanza soldi per ottenere un mutuo. Mentre adesso scopriamo che forse, per raggiungere l’unico mutuo possibile, ne abbiamo troppi.

Tiziana De Girgio e Matteo Pucciarelli
(da “La Repubblica”)

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ITALIA, PAESE PIU’ CARO PER I MUTUI IMMOBILIARI: TASSE SULLA CASA AUMENTATE DEL 107% IN DUE ANNI

Agosto 16th, 2014 Riccardo Fucile

TASSO AL 3,07% CONTRO UNA MEDIA EUROPEA DEL 2,71%… DA ICI A IMU A TASI E SCHIZZA IL PESO DEL FISCO

Non bastasse la recessione, il livello record della disoccupazione e il calo del potere di acquisto degli stipendi
A incidere sull’economia delle famiglie italiane sono anche le spese per il mutuo, in media le più alte dell’Eurozona: a maggio di quest’anno, il tasso medio d’interesse sui prestiti per acquisto di abitazioni si è attestato al 3,07 per cento.
Il che equivale a 36 punti base in più rispetto al 2,71 per cento del resto d’Europa.
Una dato contenuto in uno studio di Confartigianato, in cui si rivela come il mercato immobiliare sia sempre più zavorrato dal peso del carico fiscale: in 2 anni le tasse sulle abitazioni sono aumentate del 107,2%, con il passaggio dall’Ici all’Imu e ora alla Tasi.
Non stupisce, allora, che il mercato dei mutui abbia avuto una nuova battuta d’arresto: è diminuito lo stock complessivo di mutui concessi alle famiglie: sempre a maggio, l’ammontare è stato di 360,1 miliardi, in flessione dell’1,1 per cento rispetto all’anno scorso.
Il maggio calo, su base regionale, si registra in Abruzzo (-4%), Basilicata (-3,4%), Molise (-3,4), mentre sono in aumento in Trentino Alto Adige (+1%).
“Sconcertante” è il divario nord-sud: l’80,7 per cento dei mutui è stato concesso nelle regioni del centro-nord e solo il rimanente 19,3 per cento nel Mezzogiorno, dove per altro si registrano i maggiori cali sulle somme erogate, con Abruzzo (-4 per cento), Basilicata e Molise (-3,4 per cento).
A pesare sulla crisi del mercato immobiliare, secondo il rapporto, “c’è anche la tassazione, che tra il 2011 e il 2013, nel passaggio da Ici a Imu, è aumentata del 107,2%.
E con l’introduzione della Tasi, (la nuova tassa sui servizi indivisibili) le cose potrebbero peggiorare”.
L’applicazione del nuovo tributo ad aliquota base “farebbe crescere il prelievo fiscale del 12%, mentre se venisse applicata l’aliquota del 2,5 per mille la tassazione sull’abitazione principale aumenterebbe addirittura del 60% rispetto al 2013”.
I numeri, del resto, parlano dell’edilizia come di un settore in crisi: tra giugno 2013 e giugno 2014, le aziende del settore sono diminuite dell’1,7%.
Ancor più negativo l’andamento delle imprese edili artigiane che nell’ultimo anno sono calate del 2,7%.
Quanto agli occupati, sono 1.496.920 i posti di lavoro nelle costruzioni, la contrazione nell’ultimo anno si attesta a – 4,8%.
Le imprese del settore costruzioni sono anche quelle che ‘soffrono’ maggiormente la diminuzione dei finanziamenti bancari: tra aprile 2013 e aprile 2014 lo stock di credito è calato del 10,8% rispetto alla flessione del 6,7% registrata dal totale delle imprese.
Peggiora anche la qualità  del credito all’edilizia: i tassi di interesse sui prestiti bancari alle aziende si attestano al 7,21% a fronte del 6,48% applicato al resto delle imprese
“Qualche spiraglio di luce – conclude l’organizzazione degli artigiani – si intravede nel trend delle compravendite immobiliari, che nel primo trimestre 2014, per la prima volta dopo 8 trimestri consecutivi di calo, sono cresciute dell’1,6% rispetto a marzo 2013”.
Inoltre, nello stesso periodo, “il prezzo delle abitazioni è diminuito del 5,3%”.

Luca Pagni

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