Luglio 21st, 2014 Riccardo Fucile
IL DECRETO SULLA MOROSITA’ INCOLPEVOLE RIGUARDA 65.000 FAMIGLIE, MA I FONDI MESSI A DISPOSIZIONE SONO PARI A 45 EURO A TESTA… E UN PIANO DI EDILIZIA POPOLARE PER FAR FRONTE ALL’EMERGENZA SOCIALE NON ESISTE, NONOSTANTE SIANO 650.000 LE FAMIGLIE IN GRADUATORIA
Undici mesi dopo il primo decreto legge in materia, il governo si è deciso a varare il Fondo per la morosità incolpevole.
Dal 14 luglio, con l’uscita sulla Gazzetta ufficiale di un decreto legge ad hoc, il ritardo nel pagamento di affitti, canoni e bollette può ufficialmente essere solo causa della crisi.
Una vittoria soprattutto per i sindacati degli inquilini. La piaga degli sfratti per morosità incolpevole ha coinvolto, nel 2013, 65.300 italiani.
E i casi in cui si è fatto uso della forza pubblica, secondo dati del Viminale pubblicati il 17 giugno, sono stati 31.399, il 7,7% in più rispetto ad un anno fa.
Ma restano ombre, in particolare sull’ammontare del fondo: 20 milioni di euro per il 2014, altrettanti nel 2015.
Basterà ? A maggio il governo ha approvato il Decreto Lupi (dl 47 del 28 marzo 2014) con cui l’esecutivo stanzia 15 milioni per i morosi incolpevoli, a cui i “nuovi” 20 si sommano.
Se si divide il totale di 35 milioni per le 65mila famiglie sulla cui testa pende uno sfratto esecutivo, il risultato del contributo è di 45 euro al mese per ciascuno.
Esclusi, appunto, tutti i morosi incolpevoli pre 2013.
Poco per rimettere i conti in ordine con i vecchi proprietari di casa e anche per pagare una nuova abitazione, per quanto più economica: la coperta è corta.
Il presidente dell’Anci Piero Fassino chiede in una lettera al ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi di ”definire al più presto le modalità e la tempistica di erogazione dei fondi e adottare le misure e i provvedimenti che consentano di fronteggiare l’emergenza abitativa”.
“Non possiamo aspettare fino al 2016. Serve che i Comuni lavorino subito alle liste per individuare le situazioni più disagiate”, gli fa eco Pasquini.
Il decreto appena pubblicato dispone che le risorse siano ripartite in proporzione al numero di provvedimenti di sfratto per morosità emessi, per il 30% tra le regioni Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Campania e per il restante 70% tra tutte le altre.
E sono i Comuni a dover decidere quali famiglie devono ricevere per prime il sussidio, considerando come requisito di base per fare domanda un reddito familiare Isee sotto i 26 mila euro l’anno
L’emergenza casa colpisce tutta Italia, indistintamente.
Non tanto le grandi città (anche se il record assoluto lo detiene Roma, dove le richieste sono aumentate del 50% in un anno), ma soprattutto i piccoli centri.
Da quest’anno entrano nelle zone calde della classifica anche Abruzzo (dove le richieste sono cresciute del 30%) e Trentino (35%).
Numeri che hanno fatto inserire nel decreto l’obbligo per i Comuni di stipulare una convenzione con le prefetture per graduare l’uso della forza pubblica negli sfratti.
I Comuni dovranno poi occuparsi di trovare insieme alle famiglie delle soluzioni abitative per evitare che restino per strada.
Gli interventi del Governo però nulla possono sull’insaziabile fame di un tetto a basso costo che hanno gli italiani: sono 650 mila quelli ancora in graduatoria per l’assegnazione di una casa popolare.
E su questo aspetto concreto dove invece sarebbe necessario intervenire, Renzi “non corre”.
Lorenzo Bagnoli |
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Luglio 9th, 2014 Riccardo Fucile
DAL 2007 GLI INVESTIMENTI IN COSTRUZIONI CROLLATI DI 60 MILIARDI
Il fisco sul tetto che scotta: negli ultimi tre anni le tasse che gli italiani versano sulla casa sono quasi
triplicate.
Il passaggio dalla vecchia Ici al binomio Imu più Tasi ha fatto sì che nelle casse dello Stato il gettito, fra il 2011 e il 2014, passasse dai 9 ai 25 miliardi.
La batosta — da leggere assieme al crollo degli investimenti in costruzioni e infrastrutture — ha messo in ginocchio un intero settore, quello dell’edilizia, che oggi sopravvive soprattutto grazie alle ristrutturazioni, trainate dagli incentivi.
A focalizzare il bilancio in rosso del mattone è un rapporto dell’Ance, l’associazione dei costruttori, che denuncia gli 800 mila posti di lavoro persi nel settore, indotto compreso, dal 2007 ad oggi e parla di una vera e propria «zavorra fiscale» che, proprio negli anni della crisi, ha usato gli immobili come un bancomat aumentando la tassazione del 200 per cento.
Una zavorra diseguale perchè, fa notare l’Osservatorio Ance, le scelte delle amministrazioni comunali sulle detrazioni da applicare possono segnare notevoli differenze territoriali.
Tanto che si passa dal più 8,5 per cento versato a Napoli al meno 11 pagato a Reggio Emilia.
Le stesse differenze — precisano i costruttori — pesano anche sull’invenduto, visto che, cancellata l’Imu, gli immobili vuoti sono comunque soggetti alla Tasi, «una tassa sui servizi che incide su beni che non godono di alcun servizio», commenta l’Ance.
Eppure, dopo un lungo fermo, negli primi tre mesi di quest’anno le compravendite sono aumentate del 4,1 per cento rispetto allo stesso periodo del 2013.
«L’edilizia può dare un contributo alla crescita del Paese — ha detto il Paolo Buzzetti, presidente Ance ma deve essere messa in condizioni di farlo, altrimenti chiudiamo». Invece negli ultimi sette anni gli investimenti sulle infrastrutture sono diminuiti di quasi 59 miliardi; sopravvive solo l’edilizia delle ristrutturazioni che, grazie al potenziamento degli incentivi, ha generato nel 2012 un giro d’affari per 22,9 miliardi.
L’Ance chiede di fare qualcosa subito, a partire dalla messa in circolazione di quei 5 miliardi di risorse già stanziati e non ancora utilizzati (dall’edilizia scolastica al rischio idrogeologico) che il governo ha promesso di sbloccare per la fine del mese.
Luisa Grion
(da “La Repubblica”)
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Giugno 29th, 2014 Riccardo Fucile
MA NON ERA STATO RENZI A PROMETTERE MENO TASSE?
La reggia di Arcore, residenza del Cavaliere, paga: per le ville, categoria catastale A8, il Comune ha stabilito che, oltre all’Imu (4 per mille, con una detrazione di 200 euro), c’è da versare anche la Tasi del 2,8, per un totale del 6,8 per mille.
A Capalbio, il buen retiro di tanta gauche, zero Tasi sia per le prime che per le seconde case, le quali però sono colpite da un’Imu ben più salata del 10 per mille.
In due topos dei ricchi e famosi come la Costa Smeralda (Comune di Arzachena) e Capri, pericolo scampato: nella località sarda niente Tasi, e Imu ferma; in quella campana non si è deciso, mentre ad Anacapri sì alla Tasi, pagata non sulle prime case dei residenti, bensì solo su quelle di villeggiatura.
E che sarà successo alla tenuta di Massimo D’Alema nelle campagne di Terni? Anche lì, niente Tasi, e solo l’Imu, che è al 9 per mille se “La Madeleine” (che formalmente appartiene ai figli) viene intesa come seconda casa, ma scende a zero se intesa come attività agricola.
Stranezze della nuova tassa sui servizi “indivisibili” dei Comuni, che al suo primo anno di applicazione sta già dipingendo il territorio nazionale con i mille colori del vestito di Arlecchino e scivolando nella commedia dell’arte.
Perchè le differenze non sono soltanto tra chi l’ha deliberata (circa un quarto dei Comuni) e chi no in tempo per il primo appuntamento di giugno, ma anche tra i sindaci che la applicano e quelli che vi hanno rinunciato, tra chi la mette solo sulla prima casa (la Tasi è nata per rimpiazzare l’Imu cancellata) e chi la spalma sulla prima ma anche sulla seconda casa, oppure la carica tutta sui non residenti.
C’è poi chi ha deciso di farne uno strumento di welfare, a volte con l’effetto di accentuare enormi disparità di trattamento tra famiglie a pochi metri di distanza l’una dall’altra, divise dal confine esile del territorio comunale.
Qualche esempio? Sesto San Giovanni mette l’aliquota Tasi al 3,3, ma per i suoi disoccupati la sconta del 70 per cento. San Canzian d’Isonzo promette la riduzione del 98 per cento a chi ha meno di 8.931 euro di reddito. Sasso Marconi concede le detrazioni solo ai cittadini in grado di risolvere il seguente rompicapo: «Sconto di 20 euro per ogni figlio minorenne dopo il primo inserito in nuclei famigliari formati da minimo tre persone con almeno due figli minori».
A Isili, in Sardegna, è prevista una tabella con 70 detrazioni diverse a seconda del reddito. Livorno decide per una Tasi secca al 2,5 per mille per tutti, con il risultato che pagherà anche chi l’anno scorso non pagava l’Imu.
A Firenze nessun versamento per la seconda casa fino a ottobre, e per la prima rinvio a fine anno.
A Venezia, con un bel 3,3 per mille di Tasi, si paga a luglio, come a Roma (al 2,5 per mille). Milano (2,5 per mille sulla prima casa e lo 0,8 sulla seconda) ha scelto di venire incontro a chi dà in affitto: abbuona la quota Tasi dell’inquilino se è inferiore ai 12 euro e di fatto riduce del 10 per cento la Tasi ai proprietari nel 60 per cento dei casi.
Insomma, una babele. Che ha messo a dura prova i cittadini, costretti a chiedere soccorso a Caf e commercialisti per dipanare istruzioni complicate come mai, storditi da detrazioni variabili in base a rendita catastale, reddito, numero dei figli in un mix da settimana enigmistica.
«Semplificate, standardizzate, evitate delibere chilometriche piene di “visto che…”», implora Franco Galvanini della Consulta dei Caf, in preallarme per la mole di delibere pazze che deve ancora arrivare.
La rabbia potrebbe deflagrare a ottobre, quando scadrà il turno per le amministrazioni ritardatarie, cioè per la maggioranza dei cittadini, e sarà la prima stazione di una dolorosa via crucis tributaria: Tasi (prima rata per seimila Comuni) appunto a ottobre, poi tassa sui rifiuti a novembre (secondo acconto per tutti), infine a dicembre ancora Tasi (seconda rata per tutti), più Imu (seconda rata).
Un filotto che renderà nero l’autunno delle famiglie, ma che potrebbe guastarlo anche al governo.
Per Matteo Renzi sarà il primo esame sul terreno minato delle tasse sulla casa.
Certo, ha dalla sua l’Europa, che benedice la stretta del fisco sul mattone, ma deve guardarsi da un potenziale effetto boomerang: il bonus degli 80 euro, che politicamente gli è valso l’ondata montante di consenso, potrebbe essere divorato dagli appuntamenti con l’erario, e rovesciare l’umore del Paese, così come degli alleati.
«Un pasticcio, un errore, un favore fatto a Forza Italia», all’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco ancora non va giù la decisione di cancellare l’Imu sulla prima casa, presa dal governo Letta.
Un pedaggio reso al centro-destra, con l’obiettivo politico di rendere più agevole la gestazione dell’Ncd di Angelino Alfano.
«La Tasi è stata presentata come una service tax per finanziare i servizi indivisibili forniti dai comuni», dice l’economista Alberto Zanardi, «ma di fatto è proprio una patrimoniale». In effetti l’illusione ha giocato in pieno: esentati dall’Imu, ritassati con la Tasi, che ha la stessa base imponibile, cioè il valore della casa. Ma sull’effetto finale della nuova tassa le sorprese non sono poche.
Secondo la fotografia d’insieme scattata dal Tesoro, i proprietari di prima casa che — al netto della quota trasferita allo Stato centrale — finanziavano la propria amministrazione con un’Imu di 3,8 miliardi, pagheranno ora ai Comuni una Tasi di 1,7 miliardi; i proprietari di seconde case su cui gravavano 12 miliardi di Imu, ora ne pagheranno più o meno lo stesso, 11,9, a cui si aggiunge però un assegno di 2 miliardi di nuova Tasi.
Se quest’ultima categoria di proprietari immobiliari viene dunque penalizzata, non è detto che tutti i proprietari della sola casa di abitazione pagheranno di meno. Anzi.
Perchè la previsione del Tesoro si basa sull’assunto che tutti utilizzeranno l’aliquota standard dell’1 per mille, mentre nella realtà questo non sta accadendo.
Nei duemila Comuni che hanno già deliberato, le aliquote si assestano piuttosto sui valori massimi del 2,5 per mille o addirittura del 3,3, consentito per quest’anno grazie all’addizionale dello 0,8 aggiunta in corsa dal governo (sempre Letta) dopo essersi accorto che i conti non tornavano.
L’Anci, che associa i Comuni, fa infatti tutt’altro calcolo: la prima casa produrrà una Tasi di 4, 2 miliardi, altro che gli 1,7 stimati dal Tesoro, e addirittura più dell’Imu orginale.
Come è possibile questo risultato?
Intanto non ci sono più isole felici: la no tax area, che prima riguardava le rendite catastali sotto i 370 euro e le famiglie con un figlio (grazie alla detrazione fissa di 200 euro e 50 per figlio), e salvava dall’Imu il 30 percento delle prime case, ora non esiste più.
Le detrazioni c’è chi le accorda — e con criteri assai diversi — e chi no. Il fatto è che oggi i Comuni si trovano di fronte a una doppia tagliola: primo, la Tasi ha aliquote inferiori a quelle per l’Imu prima casa, e quindi se si vuole incassare lo stesso bisogna andarci piano con gli sconti; secondo, scaricare tutto il gettito sulle seconde case spesso non è possibile, perchè il livello di tassazione esistente è già quasi al massimo.
Stando ai dati dell’Anci, per circa 6.200 comuni (dove vive la metà della popolazione) non sarà necessario spremere i propri cittadini: con un’aggiunta dell’un per mille sia sulle prime case che sulle seconde, sarà possibile recuperare l’introito dell’Imu cancellata.
Ma è tutt’altra musica per un’altra fetta consistente di comuni, tra i quali ci sono tutte le grandi città .
Per circa 1.600 municipi, stima l’Anci, impresa sarà più complicata perchè hanno già spinto al massimo l’aliquota Imu sulle seconde case, e per questo non possono caricarle più di tanto, ma devono invece utilizzare la Tasi massima sulla prima casa, evitando di largheggiare con le detrazioni.
E in questo gruppo c’è un sottogruppo di circa 300 comuni davvero nei guai. Il motivo è semplice: con l’Imu ci sono andati giù pesanti, applicando le aliquote top (oltre il 5 e oltre il 10 per mille per prima e seconda casa) e ora non riusciranno a replicare lo stesso gettito.
Chi sono? Tutte le città capoluogo oltre i 250 mila abitanti: Roma e Milano, ma anche Torino, Genova, Catania, Napoli, Torino, Bologna, Verona, Brescia, Parma, Perugia, Ravenna, Reggio Emilia.
Infine c’è un gruppo di circa 300 comuni (sotto i 156 mila abitanti), che si erano abituati ad un gettito elevato dell’Imu prima casa (oltre il 5 per mille), e che avrebbero la possibilità di torchiare le seconde case (perchè sono sotto il 9,6 per mille), ma non hanno abbastanza seconde residenze nel proprio territorio per rifarsi. Tra loro ci sono Andria, Avellino, Caltanissetta, Livorno, Terni, Vigevano, Gallarate.
Per chi non riesce a incassare quanto prendeva con l’Imu, quest’anno c’è il salvagente del Fondo da 625 milioni messo a disposizione dal Tesoro per tappare i buchi.
Ma nel 2015? «Abbiamo ridotto la pressione fiscale sulla casa riportandola al livello del 2012», spiega l’assessore al Bilancio di Milano, Francesca Balzani, «e ciò ha prodotto una perdita di gettito di 100 milioni. Quest’anno attingeremo al Fondo, ma in futuro porremo il tema di trattenere anche la quota Imu che trasferiamo allo Stato: è una questione di trasparenza con i cittadini».
Si profila dunque una nuova partita, nell’eterno cantiere delle tasse sulla casa. In cui non mancano i costruttori: per le case invendute erano riusciti a farsi cancellare l’Imu, ma ora vengono colpiti dalla Tasi.
E non ci vogliono stare.
Paola Pilati
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Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile
ESEGUITI OLTRE 31.000… POCHI I SOLDI STANZIATI NEL FONDO, SERVE PROGRAMMAZIONE
Un vero e proprio «bollettino di guerra ».
Così il sindacato degli inquilini della Cgil, il Sunia, definisce il boom degli sfratti per morosità registrati nel 2013, lanciando l’allarme e spronando il governo a un intervento immediato e risolutivo
I numeri diffusi dal Ministero degli Interni, del resto, lasciando davvero poco spazio all’ottimismo.
L’anno scorso, infatti, sono stati emessi ben 73.385 sfratti, in crescita dell’8 per cento rispetto al 2012, quando se ne contavano 67.790.
Del totale, le ingiunzioni per morosità rappresentano l’89% del totale, in assoluto 65.302, contro i 60.244 di due anni fa.
Questo significa che quasi nove inquilini su dieci hanno ricevuto l’avviso perchè morosi, ovvero «perchè non potevano più permettersi di saldare l’affitto», aggiunge Laura Mariani, responsabile delle Politiche per la casa della Cgil nazionale
SOFFRONO TUTTI I TERRITOR
Oltre agli sfratti notificati, crescono anche le richieste di esecuzione con l’ufficiale giudiziario che dalle 120.903 del 2012 passano a quasi 130mila (+6,7 per cento), e quelli effettivamente eseguiti, che nel 2013 sono stati 31.399 (+12 per cento rispetto ai 27.695 dell’anno precedente)
Nessun territorio sembra essere risparmiato.
“Ben 22 province hanno incrementi degli sfratti per morosità di oltre il 20% – si legge nel comunicato di Sunia e Cgil -, tra gli aumenti più consistenti delle città capoluogo si segnalano Napoli (+22%), Catania (+26%) e La Spezia (+43%)».
In termini assoluti è Roma, di gran lunga, la città con il maggior numero di sfratti per morosità : sono 7.042, in aumento del 14% rispetto ai 6.191 dell’anno precedente. Seguono poi Milano e Napoli. Anche a Bologna la situazione non è rosa: dall’inizio dell’anno, spiega il sindacato felsineo, sono già stati eseguiti ben 900 sfratti, e l’emergenza abitativa riguarda intere famiglie, che si trovano da un giorno all’altro senza un tetto dove stare, con gli assistenti sociali che non sempre riescono a trovare una soluzione adeguata, anche se temporanea. Non è un caso che le occupazioni e i momenti di protesta, anche molto dura, si moltiplichino in molte città italiane, in primis nella Capitale
Cosa fare di fronte a una marea montante, anzi a uno tsunami che rischia di travolgere le vite di migliaia di persone?
Innanzitutto accelerare sui provvedimenti promessi dal governo. «Non sono state ancora ripartite a livello regionale le risorse per il fondo per la morosità incolpevole prevista dal decreto messo a punto dal ministro Maurizio Lupi (nel maggio scorso è divenuto legge, ndr), che pure per la prima volta riconosce questa condizione come una fattispecie con caratteristiche proprie», ricorda Mariani.
Al di là del fatto che i 266 milioni da qui al 2020 «sono una cifra ancora insufficiente per affrontare un disagio di questa portata », rimarca la sindacalista, bisogna fare presto, «perchè in questo periodo gli sfratti non aspettano e vanno avanti. E, come si vede, sono aumentati»
Ma c’è anche la necessità che «lo Stato ritrovi la sua funzione di programmazione – continua Mariani -, e per farlo deve lanciare un piano pluriennale di edilizia davvero sociale, a canoni sostenibili e che punti sul recupero di aree ed edifici dismessi senza ulteriore consumo di suolo. E che, inoltre, abbia stanziamenti certi e prolungati nel tempo e sia chiara e trasparente»
Cgil e Sunia chiedono anche all’esecutivo guidato dal premier Matteo Renzi «una revisione della legge sulle locazioni che punti, attraverso contrattazione collettiva e leva fiscale, ad abbassare il livello degli affitti provati e ad aumentare l’offerta», oltre a una dotazione finanziaria «certa e programmata per permettere sostegno diretto agli inquilini in difficoltà ».
Al momento, il Fondo per il sostegno all’affitto, già ripartito, è di 200 milioni di euro fino nel biennio 2014-2015.
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Giugno 13th, 2014 Riccardo Fucile
TORINO: MAMME E BAMBINI SOTTO SFRATTO DORMONO DAVANTI ALLA PREFETTURA.. A LORO GLI 80 EURO NON SPETTANO, SOLO A CHI VOTA LO SCROCCONE DI PONTASSIEVE
“Siamo soprattutto mamme” dice Sara, una delle manifestanti che da ha dato vita a un presidio sotto la Prefettura di Torino.
“Mio marito ha perso il lavoro e con i 300 euro che guadagno io devo scegliere se pagare l’affitto o dar da mangiare ai miei figli” racconta Elisa, anche lei è sotto sfratto. I manifestanti chiedono un incontro con il prefetto: “ho fatto tutta la trafila — spiega una di loro — anche con l’assistente sociale, ma non serve a nulla. Prefettura e Comune si lavano le mani a vicenda. Vogliamo una soluzione, sennò dovremo occupare gli alloggi vuoti”.
In una cinquantina, anche tanti bambini, hanno passato la notte nelle tende davanti alla prefettura, sperando di essere ricevute stamattina, ma nulla da fare.
La temperatura, superiore ai 35°, e il nuovo diniego da parte delle istituzioni ha fatto desistere i manifestanti e il presidio si è sciolto.
Le mamme tornano a casa, aspetteranno la forza pubblica per lo sgombero delle proprie abitazioni.
In un Paese in cui un sindaco alloggiava gratis in un appartamento centrale dove l’affitto lo pagava un amico in rapporti di affari con il Comune, in un Paese dove si compra il voto elettorale con lo spot degli ottanta euro senza coperture sicure, i “senza tutela” non vengono neanche ricevuti “a palazzo”.
Questa è la filosofia del nuovo corso renziano che taglia welfare vero per fare favori a lobbisti e potentati economici, tristi imitatori della peggiore destra reazionaria.
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Maggio 21st, 2014 Riccardo Fucile
IL GOVERNO APPROVA IL PIANO LUPI CHE PREVEDE IL TAGLIO DI ACQUA, LUCE, GAS E RESIDENZA PER CHI OCCUPA ABUSIVAMENTE UN IMMOBILE… IL MODELLO INCLUSIVO DEL BRASILE
Ieri il governo Renzi ha posto e ottenuto la fiducia sul cosiddetto “piano Lupi”, che all’articolo 5 prevede il taglio di acqua, luce e gas per chi occupa abusivamente un immobile. A queste persone verrà tolta anche la residenza: diventeranno ufficialmente dei fantasmi, dei senza fissa dimora.
Ora, possiamo discutere tutta la vita sulle occupazioni abusive, che sono una galassia di situazioni diverse: c’è chi bivacca con la famiglia in una fabbrica dismessa, chi si piazza in una scuola abbandonata o in una ex sede di municipalizzata, chi con l’appoggio della malavita più o meno organizzata passa davanti a quelli che per punteggio avrebbero diritto a un alloggio popolare.
Insomma non è una questione ideologica — sono “buoni” o “cattivi” gli occupanti — ma è invece un dramma molto pragmatico: ci sono migliaia di persone che non hanno un tetto sotto cui vivere e che quindi si arrangiano infrangendo la legalità .
Questo è, questo accade.
E questo a sua volta è il frutto di tante concause economiche e sociali alla cui base c’è però un unico innegabile elemento: il diritto inalienabile di ogni persona di avere una casa in cui vivere non è considerato tale dalle istituzioni, o quanto meno non è da esse garantito nei fatti.
Non succede solo da noi, è ovvio.
Ma non ovunque si risponde con il Piano Lupi.
Prendete il Brasile, ad esempio: lì, per cercare di affrontare quei concentrati di miserie e di gang criminali che erano le favelas, il governo Lula ha adottato una politica molto diversa. Portando in quelle città illegali la luce elettrica, l’acqua, le fogne: gratis.
E i nomi delle vie: avere una residenza ufficiale, con un indirizzo, è la precondizione per esistere, per ricevere la posta, per compilare un modulo, per iscrivere i figli a scuola, per lasciare un recapito a un colloquio di lavoro.
Si chiama inclusione sociale: e ha funzionato. Chiunque sia stato alla Rocinha vent’anni fa e ci sia tornato oggi, ha visto quanto ha funzionato.
Poi molte cose ancora non vanno — è ovvio — e non splende il radioso sole d’avvenire: ma le cose sono cambiate moltissimo, in meglio, tanto per gli abitanti delle favelas quanto per tutti gli altri, quelli della middle class che oggi possono girare per Ipanema senza il terrore di essere rapinati.
Già : l’inclusione conviene a tutti, in una società : cioè tra persone che vivono nella stessa città , nello stesso Paese.
In Italia si è scelta la strada opposta, quella dell’espulsione sociale.
In nome di una visione ideologica della legge — curioso come il potere sia ferreo nella sua applicazione quando si tratta dei deboli e molto più “garantista” quando si tratta di establishment — e scegliendo quindi di peggiorare di fatto le cose: per loro, gli occupanti, e per il resto della società , che da domani avrà 10 mila fantasmi in più a girare per le città , pronti a tutto per tentare di sopravvivere.
Ecco, vedete voi.
Vedete voi, dico, se questa cosa è coerente con un governo il cui premier si dice di sinistra: secondo me no, perchè l’inclusione sociale dovrebbe essere il primo obiettivo da perseguire, in un Paese sempre più diviso tra sommersi e salvati.
Vedete voi, anche, se questa ideologizzazione della legalità ha a che fare con gli effetti collaterali determinati a sinistra dalla lotta al berlusconismo.
È un’ipotesi e nel caso forse bisognerebbe concedersi qualche approfondimento in più, in merito: personalmente ho sempre tifato Antigone e non Creonte.
Ma vedete voi più in generale se questo è il modo giusto per affrontare uno degli effetti più devastanti della recessione e della forbice sociale, ecco.
(da gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it)
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Marzo 13th, 2014 Riccardo Fucile
E’ L’UNICO PROVVEDIMENTO SERIO E ORGANICO, MA AVREBBE RICHIESTO UN INVESTIMENTO TRIPLO RISPETTO A QUELLO STANZIATO PER FAR FRONTE A UN VERO DRAMMA SOCIALE
Nel menù elaborato dall’ex rottamatore vi sono le misure urgenti per l’emergenza abitativa. 
Si tratta del Piano Casa fortemente voluto dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi che ci aveva lavorato sotto il governo Letta.
Un miliardo e 741 milioni di euro è la dote finanziaria stanziata per dare respiro alle famiglie che hanno perso la casa o sono in procinto di farlo e per il rilancio del mattone.
La formula scelta è chiara: tasse giù per chi decide di affittare a canone concordato con la cedolare secca, detrazioni fiscali più elevate per gli inquilini con i redditi più bassi, fondi per il recupero degli alloggi popolari (ex Iacp) e possibilità di richiederli a riscatto.
E ancora, rifinanziamento del fondo per gli inquilini in difficoltà .
I numeri del resto sono impietosi.
“Nei primi sei mesi del 2013 — spiega il sindacato degli inquilini Sunia – sono arrivate già oltre 2.000 richieste di sfratto e quasi tutte per morosità , generalmente in-colpevole perchè legata alla perdita di un reddito da lavoro. Mentre sono oltre 8.000 le famiglie in lista di attesa per una casa popolare, a fronte delle 400 che hanno visto soddisfatta la loro richiesta nelle graduatorie”. Sul fronte del mercato immobiliare l’Agenzia delle Entrate spiega invece che il mattone ha perso l’8,9% sul 2012 con il controvalore dello scambio delle abitazioni che è riuscito a raggiungere solo 67 miliardi di euro, la metà di quanto accadeva nel 2007.
Una crisi che per il governo può essere arginata spingendo su tre leve: il sostegno all’affitto a canone concordato, l’ampliamento dell’offerta di alloggi popolari, lo sviluppo dell’edilizia residenziale sociale.
Vediamo nel dettaglio le misure.
Fondo affitti e morosità incolpevole
Per fornire immediato sostegno economico alle categorie sociali meno abbienti che non riescono più a pagare l’affitto è stato deciso di incrementare sia il Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione che il Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli, quelli che a causa di difficoltà economiche, come una malattia o la perdita del posto di lavoro, non riescono più a far fronte al pagamento dell’affitto. Il primo, che già aveva una dotazione di 100 milioni di euro (50 milioni per il 2014 e altri 50 milioni per il 2015) verrà raddoppiato a 200 milioni di euro (100 milioni per il 2014 e 100 milioni per il 2015), mentre il Fondo destinato agli inquilini morosi incolpevoli — che già aveva una dotazione di 40 milioni di euro — è stato incrementato di 226 milioni ripartiti negli anni 2014-2020, rendendolo strutturale visto che da anni non aveva un plafond a disposizione.
Cedolare secca
È prevista la riduzione ulteriore dal 15% al 10% dell’aliquota della cedolare secca per chi affitta a canone concordato. Una misura che segue la discesa dal 20% al 15% già decisa con il decreto del Fare del governo Letta. Lo sconto d’imposta, unito al calo degli affitti, dovrebbe rilanciare così il mercato, Imu e Tasi permettendo. La misura non riguarda, invece, chi decide di optare per il canone di libero mercato che in questi anni ha subito una forte discesa per il crollo del mattone. Secondo le stime fornite, il taglio dell’aliquota determinerà un aumento delle adesioni a questo regime di almeno il 5 per cento.
Recupero immobili e alloggi ex Iacp
È previsto un piano di recupero di immobili e alloggi di Edilizia residenziale pubblica (ex Iacp) che beneficerà dello stanziamento di 400 milioni di euro con il quale finanziare la ristrutturazione con adeguamento energetico, impiantistico e antisismico di 12.000 alloggi. Inoltre viene previsto un ulteriore finanziamento di 67,9 milioni di euro per recuperare ulteriori 2.300 alloggi destinati alle categorie sociali disagiate (reddito annuo lordo complessivo familiare inferiore a 27.000 euro, nucleo familiare con persone ultrasessantacinquenni, malati terminali o portatori di handicap con invalidità superiore al 66%, figli fiscalmente a carico e che risultino soggetti a procedure esecutive di rilascio per finita locazione).
Offerte di acquisto alloggi ex Iacp a inquilini
Contestualmente all’opera di recupero dell’edilizia popolare, saranno raggiunti degli accordi con Regioni e Comuni per favorirne l’acquisto da parte degli inquilini e destinare il ricavato alla realizzazione di nuovi immobili. Per favorire l’acquisto degli alloggi da parte degli inquilini è prevista la costituzione di un Fondo destinato alla concessione di contributi in conto interessi su finanziamenti per l’acquisto degli alloggi ex Iacp, che avrà una dotazione massima per ciascun anno dal 2015 al 2020 di 18,9 milioni di euro per un totale di 113,4 milioni di euro.
Fondo di garanzia per l’affitto
Per attenuare le tensioni sul mercato delle locazioni (2,5 milioni di famiglie in affitto pagano un canone superiore al 40% del loro reddito) la norma prevede che le risorse del Fondo Affitto siano destinate anche alla creazione di agenzie locali che dovranno favorire il reperimento di alloggi da offrire a canone concordato e far incontrare la domanda e l’offerta anche fornendo garanzie ai proprietari che affitteranno.
Detrazioni su edilizia popolare
Per gli anni 2014, 2015 e 2016 sono previsti bonus fiscali per gli inquilini degli alloggi sociali: 900 euro per i redditi sotto i 15.500 euro che si dimezzano a 450 euro per chi ha un reddito che non deve superare i 31.000 euro l’anno.
Sgravi per chi affitta alloggi sociali nuovi
I redditi derivanti dalla locazione di alloggi nuovi o ristrutturati non concorrono alla formazione del reddito d’impresa ai fini Irpef/Ires e Irap nella misura del 40% per un periodo non superiore a 10 anni dalla data di ultimazione dei lavori.
Case occupate abusivamente
Per arginare questo fenomeno si rende da ora impossibile per gli occupanti abusivi di ottenere e richiedere la residenza e l’allacciamento alle utenze come acqua, luce e gas.
Case a riscatto
Per agevolare l’accesso alla proprietà , trascorsi almeno 7 anni dalla stipula del contratto di locazione, l’inquilino ha facoltà di riscattare l’unità immobiliare con due vantaggi: l’Iva dovuta dall’acquirente (che è incassata da chi vende per riversarla allo Stato) viene corrisposta solo al momento del riscatto e non all’inizio, il reperimento del fabbisogno finanziario residuo per l’acquisto è rimandato al momento dell’atto di acquisto. Chi vende rimanda la tassazione Ires e Irap sui corrispettivi delle cessioni alla data del riscatto.
Bonus mobili può superare costi ristrutturazione
È stato deciso che la spesa per l’acquisto di mobili a seguito di ristrutturazione, su cui sono previste detrazioni Irpef, potrà essere superiore a quella per la ristrutturazione stessa. Il tetto massimo per la spesa complessiva resta a 10mila euro. Il sistema, che incentiva l’acquisto di arredi ed elettrodomestici efficienti, abbinato agli interventi di ristrutturazione, era stato concepito in un primo momento con un vincolo in base al quale il prezzo degli arredi non poteva superare quello sostenuto per la ristrutturazione. Una limitazione poi rimossa dal Salva Roma e ripristinata, invece, automaticamente visto che il decreto non è stato convertito in legge nei tempi stabiliti.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
SONO 1.657 I PROPRIETARI CIASCUNO DI OLTRE 500 UNITA’ IMMOBILIARI.. IL MERCATO DEGLI AFFITTI PASSIVI A SPESE DEI CONTRIBUENTI
La grande ricchezza a Roma è invisibile. Sterminata e arrogante, ma senza faccia. 
Un giorno la società Gemma di Renzo Rubeo che lavorava per il Campidoglio contò 1.657 soggetti proprietari ciascuno di oltre 500 unità immobiliari.
Patrimoni straripanti, con nomi e cognomi ignoti ai più.
In qualche caso, fatto grave, anche agli uffici comunali.
Angiola Armellini, per esempio aveva la residenza a Montecarlo pur vivendo a Roma, dov’è proprietaria di 1.243 appartamenti sui quali, è l’accusa delle Fiamme gialle, non pagava l’Ici nè l’Imu.
Suo padre Renato era uno dei padroni della città quando le giunte democristiane nascevano e morivano a ogni starnuto dei palazzinari. E l’Imu pura fantascienza.
Imposta che ha invece pagato Tommaso Addario: due milioni e mezzo nel 2012.
Già alto dirigente dell’Italcasse ai tempi di quel Giuseppe Arcaini travolto nel 1977 dallo scandalo dei finanziamenti a politici e imprenditori e marito della ex proprietaria dell’impresa Vianini che fu acquistata da Francesco Gaetano Caltagirone, da anni con la Tirrena immobiliare gestisce un immenso impero di mattoni.
Paragonabile, forse, a quello di Sergio Scarpellini, proprietario degli immobili affittati alla Camera a prezzi da capogiro attraverso la società Milano 90: la stessa cui fa capo anche una prestigiosa scuderia di 77 cavalli da corsa con annesso allevamento di 94 puledri e 85 fra fattrici e stalloni.
E pazienza se le perdite del costoso passatempo corrono al ritmo di un purosangue, tre milioni l’anno.
Un tempo, quando le palazzine a Roma venivano su più veloci dei grattacieli di Shangai, c’erano pronti i soldi degli enti di previdenza.
Con 600 miliardi l’anno da spendere compravano tutto. Anche le schifezze che allagavano intere periferie. Finchè quei denari sono finiti e anzichè comprare, Inps & soci hanno dovuto vendere.
Invece di continuare a tirare su palazzine, allora, c’è chi ha cominciato a fare affari con la pubblica amministrazione, costruendo palazzi per uffici o sedi istituzionali. Mentre altri imboccavano la strada della rendita pura, mettendo a frutto proprietà divenute via via più gigantesche grazie ai canoni versati loro dagli enti pubblici che gli permettevano di comprare immobili senza tirar fuori un euro: pagando le rate dei mutui bancari con gli assegni delle pigioni.
Chiunque abbia intrattenuto rapporti non conflittuali con il potere ha avuto la sua occasione, in una città nella quale il mercato degli affitti passivi a spese dei contribuenti è di qualche centinaio di milioni l’anno.
Con il solo Comune arrivato nel 2011 a spenderne più di cento. Di questi, tredici milioni e mezzo per affittare, pur avendo sterminate proprietà immobiliari, gli stabili che ospitano i gruppi consiliari (!) e le commissioni comunali (!).
Presi in locazione, ha scritto tempo fa il Giornale , dal solito Scarpellini: uno dei due è di proprietà dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, che l’ha affittato all’immobiliarista per 2,1 milioni il quale l’ha poi riaffittato per 9,2 (tutti i servizi compresi, beninteso), al Campidoglio.
Rendite e burocrazia
La Roma della rendita parassitaria ha soppiantato la Roma palazzinara. Le privatizzazioni l’hanno prosciugata dei grandi centri del potere finanziario: Telecom, l’Ina, la Banca di Roma di Cesare Geronzi…
E quello che non è riuscita a mangiarsi Milano è finito agli stranieri. Vedi Bnl. Una desertificazione che non ha impedito, e forse ha perfino favorito, l’avanzata dei capitali mafiosi.
Fa venire i brividi adesso sapere che decine di ristoranti nel centro della città , da Pizza Ciro a Jamm ja, sono controllati dalla camorra. Scoperta già preceduta dai clamorosi sequestri alla ‘ndrangheta del Cafè de Paris di via Veneto e dell’Antico Caffè Chigi, di fronte alla sede del governo, che aprono squarci inquietanti sulla facilità di infiltrazione della criminalità organizzata.
Per troppo tempo ignorata, sottovalutata, o peggio ancora: tollerata. All’ombra di una burocrazia sempre più pervasiva quanto disinteressata ai destini della città .
Per lo scrittore napoletano naturalizzato romano Raffaele La Capria – autore del libro «Roma» di prossima uscita per Mondadori – «la burocrazia è il vero potere romano.
Una burocrazia parassitaria, che si autocontrolla e si autogoverna, alimentando i propri parassiti, espressione di una certa borghesia che colloca negli uffici i propri esponenti per ottenere un reddito.
Si dice che tutte le strade portino a Roma. È vero, ma è anche vero che tutte le strade muoiono a Roma, così come muoiono le idee e la fantasia, sempre per colpa della burocrazia che paralizza, blocca, rallenta non solo la vita della capitale ma dell’intero Paese. La burocrazia romana è insomma una specie di potentissima dittatura all’interno della democrazia».
Forse anche per questo i quattrini non hanno mai smesso di girare intorno alla cosa pubblica.
Capace di tenere insieme nello stesso calderone la politica con gli affari. Così da far dire a un profondo conoscitore di Roma qual è l’archeologo Andrea Carandini: «Ignoro dove sia il vero centro di potere di questa città . Forse ancora i costruttori…». L’odore delle loro tracce, in effetti, si sente dappertutto.
Anche alla Pisana, quartier generale del consiglio regionale del Lazio, dove la commissione Ambiente, quella che ha competenze sull’uso del suolo, era presieduta fino all’anno scorso da Roberto Carlino, il titolare della Immobildream: quella che «non vende sogni, ma solide realtà ».
Ovvero, l’agente immobiliare dei vari Caltagirone, che occupava anche una poltrona nella commissione Urbanistica. Tiè. E forse la poltrona da sindaco non è stata contesa a Ignazio Marino, alle ultime elezioni, da Alfio Marchini? Per i maligni il nipote dei fratelli costruttori Alfio e Alvaro, che per aver donato il Bottegone al Partito comunista si beccarono l’epiteto di «calce e martello», sarebbe stato il vero candidato di Francesco Gaetano Caltagirone.
Sospetto che Marchini ha sempre sdegnosamente rigettato, senza peraltro smentire gli ottimi rapporti con Caltagirone: dieci anni fa i due progettarono di scalare insieme Metrovacesa, il secondo gruppo immobiliare spagnolo.
Ma sbaglia chi oggi crede di individuare in figure come quella del proprietario del Messaggero l’unico nocciolo duro del potere nella città .
Sulla portata della sua influenza a proposito di certe decisioni politiche e grandi affari che si muovono in città non ci sono dubbi. Al tempo stesso, però, il baricentro del business di Caltagirone si sta spostando sempre di più fuori dei confini italiani. E di sicuro non è andata in porto un’operazione, della quale si è molto parlato, per cui poteva finire nelle mani di Caltagirone il regno della spazzatura dell’ottantasettenne Manlio Cerroni, proprietario di un gruppo imprenditoriale da 800 milioni l’anno che si estende dal Brasile all’Australia, costruito partendo dalla discarica più grande d’Europa, quella di Malagrotta.
Uno degli uomini più potenti di Roma. In grado, è la tesi dei giudici che ora l’hanno messo agli arresti, di fare il bello e il cattivo tempo con le amministrazioni. Al punto da portarsi dietro il soprannome di «Supremo».
La capitale degli interessi
La verità è che a condizionare la politica romana, incapace di pensare in grande come si converrebbe a una capitale europea, sono tanti interessi diversi. Anche quelli apparentemente più piccoli.
Un caso? Vicepresidente del consiglio comunale è un giovanotto di nemmeno trentadue anni, che risponde al nome di Giordano Tredicine, eletto per la seconda volta. È un esponente della famiglia che controlla una bella fetta del commercio ambulante in città . Immigrati a Roma nel 1959 dall’Abruzzo, controllano l’80 per cento della rete dei camion bar collocati nelle aree turisticamente strategiche.
Alla Camera di commercio risultano quasi settanta diversi esponenti della famiglia registrati come titolari di licenze.
Per non parlare delle pressioni che hanno reso impossibile per vent’anni prendere una decisione che sarebbe stata naturale in qualunque città del mondo.
Ricorda bene, l’ex assessore Walter Tocci, l’inferno che si scatenò quando la prima giunta di Francesco Rutelli, della quale faceva parte, propose di vietare il transito dei veicoli a motore nella zona archeologica più importante del mondo, quella dei Fori imperiali. Per primi insorsero i tassisti. Quindi gli operatori turistici. E i negozianti.
Di conseguenza il povero Colosseo non è stato mai affrancato dalla indecente condizione di gigantesco spartitraffico annerito dallo smog.
Nel 2010 Legambiente ha calcolato il passaggio di 2.120 veicoli l’ora, con un rumore perennemente superiore al limite massimo dei 70 decibel.
Appena eletto, Marino ha annunciato la chiusura al traffico dei Fori: auguri. Per ora la ex via dell’Impero è chiusa appena a metà , e unicamente al traffico privato. In quella metà continuano a passare bus, taxi, auto blu… Nell’altra è tutto esattamente come prima.
Un’operazione di semplice facciata, insomma. In linea con le titubanze che stanno segnando questi primi sette mesi di mandato del nuovo sindaco.
Le nomine, per esempio. La legge prevede che entro 45 giorni dall’insediamento i sindaci debbano provvedere alle designazioni di propria competenza. Nonostante ciò da sette lunghi mesi il Palaexpo, cioè l’azienda speciale che governa le Scuderie del Quirinale e il Palazzo delle Esposizioni, è senza vertice. Con ripercussioni potenzialmente gravissime considerando che le Scuderie sono uno dei rari spazi espositivi di altissimo livello in Italia che organizzano mostre di caratura internazionale.
Senza vertice è pure il Macro, il museo di arte contemporanea ristrutturato con 40 milioni di euro che rischia di diventare una costosissima scatola vuota perchè privo di programmazione.
Da sette mesi è poi vacante il posto da sovrintende comunale. L’assessore alla Cultura Flavia Barca, sorella dell’ex ministro Fabrizio Barca, punta su persone esterne all’amministrazione. Ma il bando dev’essere ancora pubblicato. Tutto questo mentre a causa delle difficoltà economiche il Comune sta progettando un drastico taglio ai finanziamenti della cultura.
Quindi i vigili urbani. Dopo un duro contrasto con il vecchio comandante Carlo Buttarelli, ereditato dal suo predecessore Gianni Alemanno, Marino designa il sostituto nella persona di Oreste Liporace, capo dell’ufficio relazioni con il pubblico del comando generale dei carabinieri.
Nemmeno una settimana e si scopre che Liporace non ha i requisiti previsti non solo dal regolamento della polizia municipale ma anche dall’avviso pubblico stilato proprio dal gabinetto del sindaco: il comandante dev’essere stato dirigente almeno per cinque anni. Liporace dunque rinuncia.
Pochi giorni dopo arriva al suo posto Raffaele Clemente. Che già a dicembre, mentre Marino è in Turchia, pensa di dimettersi perchè lasciato da solo nel confronto con il potentissimo sindacati dei vigili che minacciano di bloccare la città con gli scioperi.
Gli stipendi d’oro
Poi c’è il caso dell’Ama. Dopo aver esaminato una montagna di curriculum, il 10 gennaio il sindaco mette Ivan Strozzi alla guida di un consiglio di amministrazione ridotto a tre membri.
Ma il 16 dello stesso mese deve dimettersi: c’è un’indagine a suo carico, con avviso di garanzia da parte della procura di Patti, per una vicenda di sette anni fa quando era a capo di un’altra municipalizzata.
E che dire dell’Acea? Durante la campagna elettorale Marino subisce la conferma in blocco dei vertici. A cominciare dal presidente Giancarlo Cremonesi, sostenitore della campagna di Gianni Alemanno, e dall’amministratore e direttore Paolo Gallo gradito a Caltagirone.
Al loro fianco, due rappresentati del socio francese Gdf, un dirigente del Comune, Francesco Caltagirone junior, l’ex parlamentare del Pdl Maurizio Leo, il consorte dell’ex guardasigilli Paola Severino, Paolo Di Benedetto, nonchè il segretario generale della dalemiana fondazione Italianieuropei Andrea Peruzy.
Faraonici gli emolumenti: 408 mila euro al presidente, 1,3 milioni all’amministratore, circa 120 mila euro agli altri. Totale, oltre due milioni l’anno, da pagare comunque fino al 2016 in caso di licenziamento.
Il che rende decisamente più complesso l’avvicendamento. Mentre il tempo passa.
Ma non riesce, Marino, nemmeno a scalzare Cremonesi dalla presidenza della Camera di commercio, snodo cruciale di poteri e interessi sul territorio.
In compenso, Stefano Caviglia sostiene sul mondadoriano Panorama che lo staff suo e dei suoi assessori è arrivato a 97 collaboratori, di cui 96 ingaggiati, testuale nell’articolo, «senza procedure pubbliche» e punta a scalare quota 108.
Fatto sta che ora alla pratica Cremonesi ha deciso di provvedere Nicola Zingaretti, proponendo il commissariamento della Camera di commercio. Il sindaco in realtà doveva essere lui.
Poi, quando la Regione Lazio è saltata per aria in seguito agli scandali di Batman & co., ha scelto di correre per il meno prestigioso incarico di governatore del Lazio. Marino ha vinto le primarie e ha ottenuto un successo elettorale pieno, ma è diventato primo cittadino della capitale quasi per caso.
E il Partito democratico, a Roma, non è nelle sue mani: lo tiene saldamente in pugno Zingaretti. Che qualcuno, di fronte alle difficoltà e alle indecisioni del Campidoglio, arriva a considerare una specie di sindaco ombra.
Spiegano così, i soliti dietrologi del Palazzo, le affettuosità che gli dedica ripetutamente il Messaggero di Caltagirone, cui risponde a colpi di querele.
Il grande elettore di Marino, quel Goffredo Bettini per anni direttore d’orchestra del Pd romano, non nasconde il proprio pentimento.
Rimprovera al sindaco la gestione della cultura e il disinteresse verso il Festival del cinema, che considera una propria creatura. Giudizi forse ingenerosi, almeno quanto la battuta maligna che circola negli ambienti democratici più critici verso Marino, equiparato al personaggio interpretato da Peter Sellers nel film «Oltre il giardino»: Chance il giardiniere.
È il masochismo della sinistra, specializzata nel fuoco amico.
Il disastro economico
Tanto più perchè il sindaco sta pagando colpe non sue. Non lo aiutano le condizioni economiche disastrose del Comune: un disavanzo strutturale di 1,2 miliardi, con l’impossibilità materiale di contrarre debiti. Un freno micidiale a qualunque progetto di respiro, sempre che ce ne siano.
A questo si aggiunga la valanga dei circa 4 mila dipendenti in più nelle società comunali graziosamente ereditata dalla precedente gestione. Sarebbe poi ingiusto non riconoscere a Marino le cose fatte.
Per la prima volta quest’anno è saltata la cosiddetta manovra d’aula: indecente distribuzione di soldi ai consiglieri comunali. Il sindaco va poi orgoglioso della scelta di chiudere Malagrotta, come pure della decisione di bloccare lo sviluppo urbanistico e lo sconsiderato consumo del suolo.
Governare una macchina come quella del Comune di Roma, inoltre, non è certo facile. Non lo è stato per i volponi della politica, romani. Figuriamoci per un chirurgo genovese con una lunga esperienza americana.
Anche se chi ha voluto la bicicletta poi è giusto che pedali. Nonostante la strada in salita.
Le dimensioni, innanzitutto. Il Campidoglio alimenta 62 mila buste paga, di cui 37 mila delle aziende municipalizzate: un groviglio di un’ottantina di scatole societarie. Quindi la complessità dei problemi.
Basta pensare alla faccenda della Metro C, con i vincoli pazzeschi della zona archeologica e i costi mostruosi. Ma anche alle questioni che si presentano giorno per giorno. Le sole tre aziende più grandi, l’Atac, l’Ama e l’Acea, occupano 31.338 dipendenti, oltre 4 mila più di tutti i dipendenti degli stabilimenti italiani della Fiat Chrysler.
L’Atac ne ha 12.276, il servizio è penoso e i conti sono un colabrodo con perdite di 1,6 miliardi negli ultimi dieci anni, vero. Ma in sette mesi non si è vista un’idea. Con le sue controllate, l’Ama paga circa 11.805 stipendi e non è mai stata un esempio di cristallina efficienza, verissimo.
Ma l’igiene urbana è quella che è e i cittadini di Roma pagano le tasse più alte d’Italia.
Scendendo di scala, altre situazioni danno seriamente da pensare. Come le farmacie comunali, che hanno 362 dipendenti e 15 milioni di debiti. O Risorse per Roma, una società letteralmente inventata per fare da consulente al Campidoglio e assumere 565 persone. Società che a sua volta ha poi gemmato un’agenzia battezzata con un nome rigorosamente inglese: «Roma city investment».
A che cosa serve? A «promuovere la crescita del sistema informativo territoriale romano e l’attrazione degli investimenti necessari per la realizzazione dei progetti di rigenerazione urbana».
In attesa che l’Urbe venga rigenerata, a Risorse per Roma hanno dato da smaltire le 150, forse 200 mila pratiche arretrate del condono edilizio. Uno dei capitoli più bui nella storia della città , su cui sarebbe doveroso fare luce. E non soltanto negli uffici comunali. Soprattutto per quei 5.900 abusi che erano stati scoperti grazie alle fotografie aeree e per i quali era stata presentata la domanda relativa all’ultimo condono berlusconiano ancora prima di costruire.
Quasi seimila casi per cui sono stati colpevolmente lasciati scadere i termini di prescrizione del giudizio penale.
Con il risultato che nessuno dei responsabili dovrà risponderne davanti alla giustizia. Roma è anche questa.
Paolo Conti e Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
PER 120 METRI QUADRI A ROMA E MILANO CONTO DI 700 EURO… IL REBUS DELLO SCONTO PER I FIGLI
Si gioca sul filo dei decimi di millesimo la battaglia tutta politica delle aliquote Tasi, la nuova imposta sui servizi che per la prima casa, al di là di tutte le disquisizioni formali, prende il posto della vecchia Imu.
Il governo ha deciso di passare la palla ai Comuni, ai quali verrà lasciata la possibilità di innalzare l’aliquota massima per il 2014 da uno a otto millesimi di punto per finanziare le detrazioni alla fasce più deboli di contribuenti.
Le amministrazioni potranno così aggiungere risorse al mezzo miliardo stanziato allo scopo dalla legge di Stabilità .
In pratica l’aliquota massima della Tasi potrebbe salire allo 0,33%.
In attesa della reazione dei Comuni, che probabilmente riterranno insufficiente l’emendamento governativo perchè se applicato alla lettera non porterebbe un euro di più nelle loro casse esangui, resta da capire se l’aumento si applicherà solo alla prima casa o, come appare più probabile, anche agli altri immobili.
Per questi ultimi infatti la legge di Stabilità impone anche un tetto alla somma tra l’Imu (che continuerà a pagarsi anche nel 2014) e la Tasi: non si può superare l’1,06% complessivo, valore che però presumibilmente sarà innalzato a 1,14%.
Tornando alla prima casa e dando per molto probabile l’ipotesi che le amministrazioni opteranno laddove sarà possibile per l’aliquota massima abbiamo provato a calcolare quanto potrebbe costare la Tasi nei capoluoghi italiani su due immobili tipo, identificati sulla base dei dati statistici dell’Agenzia delle Entrate; si tratta di un’abitazione di 120 metri quadrati medio signorile di classe A/2 e una più modesta di 80 metri quadrati accatastata come A/3.
Per quanto riguarda la casa da 120 metri quadrati a Torino e a Roma si supererebbero comunque i 700 euro all’anno, cifra sfiorata da Milano e da Genova; per le abitazioni di minor valore la Capitale guida questa poco ambita graduatoria con 443 euro, seguita da Bologna con 386 euro, da Torino con 353 e da Milano con 344 euro.
Può essere interessante il confronto con la vecchia Imu; per la casa da 120 metri a Torino si effettuerebbe comunque un risparmio sensibile, di quasi 335 euro, a Roma se ne risparmierebbero circa 160 ma a Milano il costo sarebbe più alto di 51 euro.
Per quanto riguarda la casa di minor pregio la scelta dell’aliquota massima penalizzerebbe i contribuenti quasi ovunque; fa eccezione Roma dove il risparmio sarebbe di circa 29 euro ma a Milano la Tasi risulterebbe più cara di ben 130 euro rispetto all’Imu 2012.
Bisogna inoltre considerare che l’Imu prevedeva una detrazione obbligatoria di 50 euro per ogni figlio mentre per la Tasi questa rimarrà una scelta discrezionale del Comune e quindi il bilancio a sfavore della Tasi potrebbe ampliarsi.
Va infine ricordato che l’eventuale aumento della Tasi potrà aver conseguenze anche sulle finanze degli inquilini; infatti il Comune può chiedere loro di partecipare fino al 30% al pagamento del tributo, che quindi per chi occupa una casa in affitto potrà arrivare fino allo 0,099%.
(da “il Corriere della Sera”)
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