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INTERVISTA AL VESCOVO DI MELFI: “PAPA FRANCESCO CI HA ORDINATO DI SCONFESSARE I POLITICI CORROTTI”

Agosto 20th, 2015 Riccardo Fucile

“MIGRANTI, LAVORO E DIRITTI, BASTA STARE ZITTI”

Denunciare le ingiustizie è stato un ordine arrivato dal Vaticano.
“Ce lo ha detto papa Francesco il 18 maggio scorso, all’apertura dell’assemblea generale della Cei”, spiega monsignor Gianfranco Todisco, vescovo di Melfi, Rapolla e Venosa, autore di una lettera contro il turno domenicale indirizzata all’ad di Fca Sergio Marchionne e ai vertici dello stabilimento lucano.
È solo l’ultimo intervento di un vescovo a tutela dei diritti, dopo le parole di monsignor Nunzio Galantino a difesa dei migranti.
“Bergoglio ci ha invitato a ‘non essere timidi o irrilevanti nello sconfessare e nello sconfiggere una diffusa mentalità  di corruzione pubblica e privata’ che può danneggiare anche gli ‘onesti lavoratori’”, continua.
Monsignor Todisco, come è nata l’idea della lettera?
La cosa è molto semplice: a Melfi il riavvio dell’attività  è avvenuto dopo due anni di cassa integrazione. È stata una boccata d’ossigeno per ottomila famiglie. Sono anche stato invitato diverse volte in fabbrica, pure prima di Natale, e ho benedetto i due modelli in produzione (la Jeep Renegade e la 500X, ndr). Mi ero già  augurato che il lavoro domenicale non continuasse a lungo. Sono al corrente della necessità  del lavoro, la cui mancanza mortifica la persona, grazia permettiamo ai dipendenti di passare il tempo con la famiglia.
Perchè?
Perchè quando il profitto viene messo al primo posto la famiglia diventa un albergo a cinque stelle in cui c’è tutto quello che serve, ma dove non si sta più insieme. La compagnia della famiglia non ha prezzo.
Gli operai hanno reagito?
Uno devoto mi ha scritto su WhatsApp: “Complimenti per la lettera. So già  che non funzionerà  per la manutenzione, ma ha fatto bene”.
Nei giorni scorsi monsignor Nunzio Galantino ha difeso i migranti, poi il vescovo Muser e ora lei difendete i lavoratori. Voi vescovi state inaugurando una nuova linea d’intervento?
È papa Bergoglio che ci ha invitato a denunciare ogni forma di ingiustizia che va contro la dignità  della persona. Era all’apertura dell’assemblea della Cei il 18 maggio.
State sostituendo la sinistra e i sindacati nella difesa dei diritti delle persone?
Quando si tratta di dignità  umana non mi interessano le etichette. Qualcuno potrebbe ritenerlo un attacco alla Fca. Ma io mi informerò anche sulle altre aziende che lavorano la domenica e scriverò anche a loro.
Insomma, va avanti.
Sì, anche se mi è già  arrivata la critica di un sindacalista della Uil (Carmine Vaccaro, segretario regionale, ndr), secondo il quale 400 persone rischiano il posto. Ma il turno domenicale è un sacrificio per i lavoratori, non deve essere la norma.
Gli altri dipendenti che dicono?
Ho parlato con molti di loro a maggio, quando ho accompagnato dei sacerdoti a visitare la fabbrica. Alcuni di loro non hanno retto i ritmi della catena di montaggio e hanno lasciato il lavoro, ma gli altri sono contenti. Con me c’erano anche due preti che, prima di entrare in seminario, sono stati operai alla Fiat. Erano sorpresi dalle condizioni.
Si aspetta una risposta da Marchionne?
Non lo so, però ai vertici dello stabilimento ci sono persone competenti che sono anche dei fedeli. So anche che non si può cambiare la produzione da un momento all’a ltro. Ora è tempo di vacche grasse e ci sta, ma mi auguro che poi ripensino i modelli di produzione.
Anche il vescovo di Bolzano Ivo Muser ha criticato il lavoro domenicale. Si è esagerato?
Sì, la domenica deve essere per tutti, anche per quelli che vogliono lavorare. Consideriam anche che molti lavoratori vengono sfruttati, prendono 50 anzichè 100.
Papa Francesco oggi (ieri per chi legge, ndr) dice che il lavoro non deve tenere in ostaggio la famiglia, spesso considerata un “ingombro, un peso per la produttività  del lavoro”.
Non dice nulla di nuovo da quello che ha scritto papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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CHI E’ MONS. GALANTINO, L’ANTICASTA VOLUTO E IMPOSTO DA BERGOGLIO E NON AMATO DAI VESCOVI

Agosto 19th, 2015 Riccardo Fucile

IL CORAGGIO DI ANDARE CONTROCORRENTE E DIRE VERITA’ SCOMODE SI SCONTRA CON LA TRADIZIONALE PRUDENZA DELLA CASTA VESCOVILE

Le critiche intorno alle dichiarazioni del segretario della Cei, Nunzio Galantino, dall’immigrazione ai giudizi sulla politica, sembrano non sfumare mai.
L’ultimo episodio riguarda la rinuncia a partecipare alla Lectio degasperiana a Pieve Tesino, in provincia di Trento, per “evitare, con la mia sola presenza, di contribuire a rafforzare polemiche o anche semplicemente di allontanare il momento del rasserenamento di un clima invano esasperato”.
Il segretario della Cei, però, ha voluto lo stesso inviare il testo che avrebbe letto, di cui ampi stralci erano stati anticipati nei giorni precedenti dal Corriere della sera.
Un intervento in cui Galantino non ha risparmiato un nuovo duro attacco alla politica odierna paragonandola a “un puzzle di ambizioni personali all’interno di un piccolo harem di cooptati e furbi”.
Se l’assenza del segretario della Cei avrebbe dovuto stemperare i toni, non poteva farlo la sua decisione di non restare in silenzio.
Le sue parole, infatti hanno scatenato un nuovo scontro con la classe politica.
Una replica di ciò che si era verificato pochi giorni prima con l’intervista a Famiglia Cristiana in cui il presule pugliese attaccava il governo assente, a suo giudizio, sulle politiche sull’immigrazione. Ma ciò non toglie due domande principali che ruotano a queste continue e dure esternazioni del segretario della Cei contro la politica. Galantino parla a nome dei vescovi italiani? E l’altra: Galantino interviene d’intesa con Bergoglio?
Quando lo chiamò da Cassano allo Jonio, dove era vescovo da poco più di due anni, Papa Francesco scrisse una lettera ai fedeli della piccola diocesi calabra “come chiedendo il permesso” spiegando che “per una missione importante” aveva bisogno che Galantino andasse a Roma “almeno per un periodo”.
Era il tempo in cui la frattura tra Bergoglio e Bagnasco sembrava davvero insanabile e il ricambio ai vertici della Cei sembrava immediato.
Cosa che poi è avvenuta soltanto in parte con l’ex segretario, monsignor Mariano Crociata, spedito come vescovo a Latina, e il cardinale Angelo Bagnasco confermato fino al 2017.
In più occasioni pubbliche Galantino ha affermato di essere il rappresentante della Cei, ruolo che però spetta al presidente della Conferenza episcopale italiana e non al segretario generale a cui compete la gestione degli uffici.
Nessuno ricorda, tra gli ultimi predecessori del presule pugliese, Crociata, Giuseppe Betori, Ennio Antonelli e Dionigi Tettamanzi, tutti divenuti cardinali a eccezione del primo, toni così duri nei confronti della vita politica del Paese.
Con l’avvento di Bergoglio sulla cattedra di Pietro, il “ruinismo”, ovvero gli ‘interventi’ della Chiesa nella vita politica italiana, vengono sempre più spesso giudicati negativamente.
Dei 16 anni in cui Ruini è stato presidente della Cei rimangono indelebili, infatti, le sue forti prese di posizione in favore dei cosiddetti “valori non negoziabili”, espressione per niente amata da Papa Francesco.
Non a caso in queste settimane il presidente della Cei è rimasto a lungo in silenzio dinanzi al susseguirsi delle polemiche di Salvini con Galantino.
Un silenzio percepito dall’episcopato italiano come indicativo di una totale mancanza d’intesa non tanto sui contenuti, ma sui modi aspri dello scontro.
Tra i vescovi del Paese non c’è mai stato nessun gradimento per il segretario della Cei e soprattutto per la manovra papale con la quale è stato imposto ai danni di Crociata. Ne è stato più volte un eloquente segnale il fatto che il predecessore di Galantino, dopo la defenestrazione decisa da Bergoglio, abbia ottenuto i voti dall’assemblea della Cei per essere eletto vicepresidente dell’area Centro della Chiesa italiana.
Il segno di un episcopato che non si sente rappresentato da Galantino, ma che in fondo non è ancora entrato in sintonia con un Papa che a ogni assemblea della Cei non manca di dare le sue sferzate.

Francesco Antonio Grana
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“CONTRO I PROFUGHI PIAZZISTI DA 4 SOLDI, ACCATTONI DI VOTI”: IL SEGRETARIO DELLA CEI RISPONDE A CHI SPECULA SULLA VITA UMANA

Agosto 10th, 2015 Riccardo Fucile

GALANTINO: “OCCORRE IMPARARE A DISTINGUERE A TRA IL “PERCEPIRE” E IL “REALE”

“Piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!”.
Così il segretario generale della Cei (Conferenza episcopale italiana), Nunzio Galantino, pur senza citare espressamente nessuno, qualifica i leader politici che in questi giorni hanno affermato la necessità  di più efficaci   restrizioni all’ingresso in Italia di nuovi immigrati e profughi.
Nei giorni scorsi sia il leader del M5S, Beppe Grillo, che il segretario della Lega, Matteo Salvini, si erano espressi con toni molto polemici sugli sbarchi.
Nel suo blog   Grillo aveva chiesto più rimpatri e una stretta sui permessi umanitari, mentre Salvini aveva attaccato proprio il Vaticano sull’accoglienza: “Li prendano in Vaticano” (come se già  non lo facesse, a differenza di Salvini che a casa sua non accoglie nessun povero italiano, ma pensa solo a piazzare le ex mogli a chiamata diretta in Regione e Comune).
Galantino: “Distinguere ‘il percepire’ dal reale”.  
“Come italiani dovremmo un poco di più imparare a distinguere il ‘percepire’ dal reale”, afferma il presule ai microfoni della Radio Vaticana, che lo ha intervistato al rientro del suo viaggio in Giordania, paese che accoglie diversi milioni di richiedenti asilo fuggiti da Siria e Iraq.
“Noi qui – spiega monsignor Galantino sentiamo dire e sentiamo parlare di ‘insopportabilità ‘ del numero di richiedenti asilo: guardate, questo, secondo me, è un atteggiamento che , in questi giorni, viene purtroppo alimentato da questi quattro piazzisti”.
L’accoglienza.
Il segretario della Cei ha indicato all’Italia e all’Europa l’esempio di paesi che sanno accogliere di più. “La Giordania –   ha spiegato – ha una popolazione che è di circa 6 milioni, 6 milioni e mezzo, ma sapete che lì ci sono due milioni e mezzo di profughi che vengono accolti?”.
“Quello che distingue la Giordania, il Kurdistan iracheno e le altre zone che stanno accogliendo i profughi in questo momento dall’Italia, da noi è questo: non perchè loro hanno più mezzi, probabilmente hanno solo un cuore un poco più grande”.

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COSI’ L’AUSTERITA’ DI FRANCESCO CAMBIA LA CURIA

Agosto 4th, 2015 Riccardo Fucile

NIENTE AUTO BLU, RISTORANTI DI LUSSO E VESTI COSTOSE… IL RACCONTO DEI COMMERCIANTI SPECIALIZZATI IN ARTICOLI PER PRELATI

«Io conosco bene il vescovo di Santo Domingo, lui in guardaroba ha delle mitrie pazzesche. Ma mi ha detto che adesso si vergogna e quei copricapo sontuosi non li indossa più. È chiaro no? Se Francesco va in giro con una “casuletta” che costa come una camicia, 65-70 euro al massimo, è naturale che tutto, intorno a lui, si fa più sobrio. Vescovi e cardinali hanno paura che il Papa li sorprenda…».
Luciano Ghezzi da più di mezzo secolo ha il negozio in via dei Cestari, la strada famosa degli arredi sacri e della sartoria ecclesiastica accanto al Largo di Torre Argentina.
La Chiesa – dice – si rifà  il look e adesso è tempo di saldi anche per loro, gli alti prelati: una casula bianca, una rossa, una verde e una viola (la casula è la veste liturgica colorata indossata dal celebrante) Ghezzi le vende in blocco a 140 euro.
L’offerta campeggia in vetrina: Vaticano low cost.
Niente ristorante
Anche domenica Bergoglio, all’ Angelus in piazza San Pietro, è stato chiaro: «Gesù invita ad aprirsi ad una prospettiva che non è soltanto quella delle preoccupazioni quotidiane del mangiare, del vestire, del successo, della carriera. Gesù parla di un altro cibo, parla di un cibo che non è corruttibile, il cibo che rimane per la vita eterna…».
Già , sarà  per questo – aggiunge Filippo Di Giacomo, 63 anni, prete-giornalista e fine conoscitore delle storie di Curia – che sempre meno cardinali si fanno vedere volentieri attovagliati nei ristoranti dove prima li andavano a fotografare i «paparazzi», tra Borgo Santo Spirito e via Traspontina.
Al mitico «L’Eau Vive» del Pantheon. Oppure ancora al «Velando» a Borgo Vittorio. Sembra finito il tempo dei banchetti: «Gli stessi parenti dei religiosi ormai si guardano bene dal fare loro regali di lusso, perchè sanno che il Papa non li apprezza…», sospira mogia Giovanna Salustri, da 70 anni in via dei Cestari, col suo negozio quasi di fronte a quello di Ghezzi.
Ed ecco allora, da lei, un’infilata di croci, anelli, corone, reliquiari e ostensori, calici, pissidi e incensieri, una nuvola d’oro che riempie di luce il negozio ma resta là  invenduta. «Guardi le croci dei cardinali negli astucci, guardi che belle, sono in argento, tempestate di ametiste e lapislazzuli, costano ognuna dai 200 ai 500 euro, ma non le comprano più perchè Francesco non le vuole e non darebbe mai la sua benedizione a questi oggetti. Lui dice sempre: i soldi dateli ai poveri…».
Le vesti di terital
«E certo! – conferma Di Giacomo, allievo del cardinale Tarcisio Bertone alla Pontificia Uni versità  Lateranense e compagno di studi dell’attuale Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin – Voi lo sapete, no?, che la croce pettorale di papa Francesco è una croce in argentone che lui pagò 56 euro alla Libreria Ancora di via della Conciliazione…».
Fine del Carnevale, inizio della Quaresima.
«La ricordate la storia – continua don Filippo – di quando fu eletto e il cerimoniere gli disse: Santità , adesso andiamo dal sarto. E lui ribattè: No, scusi, adesso andiamo dalla Madonna! E poi scelse la sua veste talare dal catalogo Serpone di Napoli. E il sarto di Roma rimase a bocca asciutta. Lui è fatto così, la sua tonaca è di terital e cotone e vale al massimo 120 euro, mica di seta e mohair come invece è quella dei cardinali. Che infatti costa molto di più: dai 600 agli 800 euro. La fascia di Francesco è bianca e di cotone, il suo prezzo è sì e no 80 euro e non ha nemmeno su inciso lo stemma araldico. Mica come quella rossa dei cardinali, che costa 10 volte di più!».
Al Papa non sfugge niente, dicono a Santa Marta, la residenza-seminario dove ha scelto di vivere. C’è chi giura di averlo visto seduto fuori dalla sua stanza, la 201, al secondo piano, col rosario in mano, alle quattro del pomeriggio.
Attento a cogliere i comportamenti dei «suoi preti».
Salotti e auto blu
Sobrietà , misura, rigore: per i 46 cardinali e gli 80 vescovi residenti a Roma, fuori e dentro le Mura, dal 13 marzo 2013, la sera della fumata bianca, la pacchia forse è finita? Macchè.
Secondo Sandra Carraro – moglie di Franco, l’ex presidente di Coni e Federcalcio, ex sindaco socialista di Roma e oggi senatore di Forza Italia – una delle regine dei salotti romani «i cardinali continuano come un tempo a frequentare le case dei nobili, ma sono cene che non finiscono sui giornali…».
Ecco, diciamo allora che usano solo un po’ più di discrezione, tra Villa Chiara e certe terrazze di via della Conciliazione, per evitar di finire sul sito Dagospia come capitava al cardinale Giovanbattista Re ai tempi del salotto di Maria Angiolillo.
Di certo, però, è finita «la manfrina delle auto blu», come la chiama Filippo Di Giacomo, quel minuetto che prima dell’avvento di Francesco iniziava tutte le mattine alle 7.45, quando almeno 40 macchine uscivano dal garage pontificio (che ne conta 70) per andare a prendere gli alti prelati diretti in ufficio: «Ce n’era uno che abitava al terzo piano del Sant’Uffizio ma aveva l’ufficio al piano terra, eppure pretendeva lo stesso di trovare una Bmw sotto casa. Bergoglio ovviamente l’ha cacciato».
Le due ammiraglie del parco-auto, una Bmw e una Mercedes, dei tempi di papa Ratzinger sono tornate in Germania «per riparazioni».
Francesco, come si sa, viaggia in Ford Focus. E oggi i cardinali vanno a piedi.

Fabrizio Caccia
(da “il Corriere della Sera”)

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“LE SCUOLE RELIGIOSE DEVONO PAGARE LA TASSA SUGLI IMMOBILI”: LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE

Luglio 24th, 2015 Riccardo Fucile

DOPO IL RICORSO DEL SINDACO DI LIVORNO, SI E’ STABILITO UN PRINCIPIO

Gli istituti scolastici religiosi di Livorno dovranno pagare l’Ici, l’Imposta comunale sugli immobili, oggi sostituita dall’Imu, l’imposta municipale unica.
Lo ha stabilito una sentenza della Corte di Cassazione, destinata certo a far discutere, dal momento che si tratta del primo pronunciamento del genere in Italia su questo tema.
Due degli istituti livornesi, la scuola Santo Spirito e la scuola Immacolata, dovranno versare più di 422mila euro per gli anni dal 2004 al 2009.
La Corte di Cassazione ha riconosciuto la legittimità  della richiesta di pagamento dell’Ici avanzata nel 2010 dal Comune di Livorno agli istituti scolastici del territorio gestiti da enti religiosi.
“Come spiega l’ufficio Tributi – si legge in una nota del Comune – è da sottolineare che questo genere di pronunciamento da parte della Corte di Cassazione è il primo in Italia sul tema specifico. La suprema Corte ha di fatto ribaltato quanto stabilito nei primi due gradi di giudizio, sentenziando che, poichè gli utenti della scuola paritaria pagano un corrispettivo per la frequenza, tale attività  è di carattere commerciale, ‘senza che a ciò osti la gestione in perdita’. In proposito il giudice di legittimità  ha precisato che, ai fini in esame, è giuridicamente irrilevante lo scopo di lucro, risultando sufficiente l’idoneità  tendenziale dei ricavi a perseguire il pareggio di bilancio. E cioè, il conseguimento di ricavi è di per sè indice sufficiente del carattere commerciale dell’attività  svolta”.
Il contenzioso che vede contrapposti il Comune ed alcuni istituti scolastici paritari era nato nel 2010, in seguito della notifica da parte dell’ufficio Tributi di avvisi di accertamento per omessa dichiarazione e omesso pagamento dell’Ici, per gli anni dal 2004 al 2009.
“In particolare – chiarisce ancora il Comune – gli importi relativi alle scuole ‘Santo Spirito’ e ‘Immacolata’ sono pari a 422.178 euro. Si ricorda che anche la Commissione Provinciale Tributaria di Livorno aveva stabilito che l’Ici fosse dovuta, respingendo i ricorsi degli istituti. A questo punto, a seguito delle sentenze, si provvederà  a notificare anche gli importi dovuti per le annualità  2010 e 2011, imponibili a fine Ici. Queste sentenze – conclude la nota – assumono, tra l’altro, rilievo ai fini dell’interpretazione delle disposizioni in materia di Imu, relativamente all’imposizione fiscale dall’anno 2012”.
Dura la replica di don Francesco Macrì, presidente della Fidae, la federazione delle scuole paritarie cattoliche, che a Radio Vaticana ha risposto: “Sono sentenze che lasciano interdetti, perchè costringeranno le scuole paritarie a chiudere”.
Secondo don Macrì queste scuole finora sono sopravvissute perchè sostenute da religiosi che lavorano a titolo completamente gratuito: “Sono scuole che hanno già  dei bilanci profondamente in rosso – sottolinea il presidente della Fidae – scuole che allo Stato costano quasi nulla, pur garantendo un servizio alla Nazione equiparabile a quello statale”.

(da agenzie)

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“DOBBIAMO DIRE NO AL MODELLO CHE INSEGUE CAPITALE E PRODUZIONE”: IL DISCORSO DI PAPA FRANCESCO A TORINO

Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile

OCCUPAZIONE E SOLIDARIETA’ PER USCIRE DALLA CRISI… FORTE CONDANNA DELLA CORRUZIONE E DELLA MAFIA

Cari fratelli e sorelle, buongiorno
Saluto tutti voi, lavoratori, imprenditori, autorità , giovani e famiglie presenti a questo incontro, e vi ringrazio per i vostri interventi, da cui emerge il senso di responsabilità  di fronte ai problemi causati dalla crisi economica, e per aver testimoniato che la fede nel Signore e l’unità  della famiglia vi sono di grande aiuto e sostegno.
La mia visita a Torino inizia con voi. E anzitutto esprimo la mia vicinanza ai giovani disoccupati, alle persone in cassa-integrazione o precarie; ma anche agli imprenditori, agli artigiani e a tutti i lavoratori dei vari settori, soprattutto a quelli che fanno più fatica ad andare avanti.
Il lavoro non è necessario solo per l’economia, ma per la persona umana, per la sua dignità , per la sua cittadinanza e anche per l’inclusione sociale. Torino è storicamente un polo di attrazione lavorativa, ma oggi risente fortemente della crisi: il lavoro manca, sono aumentate le disuguaglianze economiche e sociali, tante persone si sono impoverite e hanno problemi con la casa, la salute, l’istruzione e altri beni primari.
L’immigrazione aumenta la competizione, ma i migranti non vanno colpevolizzati, perchè essi sono vittime dell’iniquità , di questa economia che scarta e delle guerre. Fa piangere vedere lo spettacolo di questi giorni, in cui esseri umani vengono trattati come merce
In questa situazione siamo chiamati a ribadire il «no» a un’economia dello scarto, che chiede di rassegnarsi all’esclusione di coloro che vivono in povertà  assoluta – a Torino circa un decimo della popolazione.
Si escludono i bambini (natalità  zero!), si escludono gli anziani, e adesso si escludono i giovani (più del 40% di giovani disoccupati)! Quello che non produce si esclude a modo di «usa e getta».
Siamo chiamati a ribadire il «no» all’idolatria del denaro, che spinge ad entrare a tutti i costi nel numero dei pochi che, malgrado la crisi, si arricchiscono, senza curarsi dei tanti che si impoveriscono, a volte fino alla fame.
Siamo chiamati a dire «no» alla corruzione, tanto diffusa che sembra essere un atteggiamento, un comportamento normale. Ma non a parole, con i fatti. «No» alle collusioni mafiose, alle truffe, alle tangenti, e cose del genere.
E solo così, unendo le forze, possiamo dire «no» all’iniquità  che genera violenza.
Don Bosco ci insegna che il metodo migliore è quello preventivo: anche il conflitto sociale va prevenuto, e questo si fa con la giustizia.
In questa situazione, che non è solo torinese, italiana, è globale e complessa, non si può solo aspettare la «ripresa» – «aspettiamo la ripresa…» -.
Il lavoro è fondamentale – lo dichiara fin dall’inizio la Costituzione Italiana – ed è necessario che l’intera società , in tutte le sue componenti, collabori perchè esso ci sia per tutti e sia un lavoro degno dell’uomo e della donna.
Questo richiede un modello economico che non sia organizzato in funzione del capitale e della produzione ma piuttosto in funzione del bene comune.
E, a proposito delle donne – ne ha parlato lei (la lavoratrice che è intervenuta, ndr) -, i loro diritti vanno tutelati con forza, perchè le donne, che pure portano il maggior peso nella cura della casa, dei figli e degli anziani, sono ancora discriminate, anche nel lavoro.
È una sfida molto impegnativa, da affrontare con solidarietà  e sguardo ampio; e Torino è chiamata ad essere ancora una volta protagonista di una nuova stagione di sviluppo economico e sociale, con la sua tradizione manifatturiera e artigianale – pensiamo, nel racconto biblico, che Dio ha fatto proprio l’artigiano… Voi siete chiamati a questo: manifatturiera ed artigianale – e nello stesso tempo con la ricerca e l’innovazione.
Per questo bisogna investire con coraggio nella formazione, cercando di invertire la tendenza che ha visto calare negli ultimi tempi il livello medio di istruzione, e molti ragazzi abbandonare la scuola. Lei (sempre la lavoratrice) andava la sera a scuola, per poter andare avanti…
Oggi vorrei unire la mia voce a quella di tanti lavoratori e imprenditori nel chiedere che possa attuarsi anche un «patto sociale e generazionale»
Mi è piaciuto tanto che voi tre abbiate parlato della famiglia, dei figli e dei nonni. Non dimenticare questa ricchezza!
I figli sono la promessa da portare avanti: questo lavoro che voi avete segnalato, che avete ricevuto dai vostri antenati. E gli anziani sono la ricchezza della memoria.
Una crisi non può essere superata, noi non possiamo uscire dalla crisi senza i giovani, i ragazzi, i figli e i nonni. Forza per il futuro, e memoria del passato che ci indica dove si deve andare. Non trascurare questo, per favore. I figli e i nonni sono la ricchezza e la promessa di un popolo.
A Torino e nel suo territorio esistono ancora notevoli potenzialità  da investire per la creazione di lavoro: l’assistenza è necessaria, ma non basta: ci vuole promozione, che rigeneri fiducia nel futuro.
Ecco alcune cose principali che volevo dirvi. Aggiungo una parola che non vorrei che fosse retorica, per favore: coraggio!.
Non significa: pazienza, rassegnatevi. No, no, non significa questo. Ma al contrario, significa: osate, siate coraggiosi, andate avanti, siate creativi, siate «artigiani» tutti i giorni, artigiani del futuro!
Con la forza di quella speranza che ci dà  il Signore e non delude mai. Ma che ha anche bisogno del nostro lavoro.
Per questo prego e vi accompagno con tutto il cuore.
Il Signore vi benedica tutti e la Madonna vi protegga.

Papa Francesco
(da “La Stampa”)

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LITE IN DIRETTA TV TRA IL VESCOVO CHE INVITAVA A VOTARE LA CANDIDATA LEGHISTA E IL SUO PORTAVOCE

Maggio 29th, 2015 Riccardo Fucile

“UN VESCOVO NON DEVE DARE INDICAZIONI DI VOTO”… “MI SCONFESSI?”… “NON SI PREOCCUPI, HO GIA’ DATO LE DIMISSIONI”

Strascico polemico con tanto di litigio in diretta tv tra il vescovo e il suo portavoce, nella vicenda delle mail inviate a Verona da monsignor Giuseppe Zenti a sostegno di una candidata leghista nella lista Zaia per le regionali, Monica Lavarini.
E’ successo ieri sera, durante una trasmissione Diretta Verona di TeleArena, diffusa in diretta streaming sul sito de L’Arena che oggi ne dà  notizia.
Il portavoce dimissionario del vescovo, don Bruno Fasani, è stato chiamato ad esprimere un’opinione sull’operato dell’alto prelato.
Il sacerdote ha risposto di ritenere un errore l’invito a votare la candidata facendo, peraltro, un’operazione contraria, invitando cioè a non sostenerla.
Pochi istanti e mons. Zenti ha telefonato alla tv attaccando in diretta il suo ex portavoce, “Don Bruno che ti succede? Non dovresti essere tu a rappresentarmi?”, aggiungendo poi: “che in pubblico venga sconfessato quello che ho detto è gravissimo, che poi venga detto che i cattolici non devono votare una candidata è inaccettabile“.
Decisa la difesa di Fasani. “Parlo da cittadino, come tanti cattolici che non si sono trovati d’accordo con quanto accaduto”.
“Non ho parlato male di lei- ha aggiunto Fasani -, ma non possiamo fare finta che questo non sia accaduto”.
Le due posizioni, alla fine, non hanno trovato sintesi.
“Don Bruno stai dicendo delle sciocchezze, non mi rappresenti”, ha proseguito il vescovo Zenti.
“Tranquillo vescovo — è stata la replica di Fasani — tanto lo sa che ho già  dato le dimissioni da portavoce”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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VENETO, IL VESCOVO DELLA VERGOGNA CHE SCRIVE MAIL A FAVORE DELLA CANDIDATA LEGHISTA

Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile

LA LETTERA DELLA CURIA AI 400 PROF DI RELIGIONE PER SPONSORIZZARE MONICA LEVARINI… E POI LA RETROMARCIA UNA VOLTA SCOPPIATE LE POLEMICHE

“Voglio sperare che nessuno pregiudizialmente mi giudichi ‘schierato’ nei confronti di una candidata, la dottoressa Monica Lavarini, una coordinatrice di gruppo del ‘Simposio dei Laici con il Vescovo’, che si è candidata da sola. Data però la posta in gioco, ne condivido il programma che ha elaborato da sola, imperniato sulla difesa dei diritti delle famiglie in difficoltà , cioè sul sociale debole e sulle scuole cattoliche, inserendosi come altri cattolici, per maggior libertà , nella lista civica di Zaia”.
Questo è uno dei passaggi dell’endorsement del vescovo di Verona, monsignor Giuseppe Zenti in favore di Monica Lavarini, candidata alle elezioni regionali nella lista Zaia.
Infermiera, leghista, cattolica impegnata, la Lavarini ha incassato un sostegno pesantissimo che, come è facile immaginare, non è passato inosservato.
E a Verona, da qualche giorno, non si parla d’altro.
Ma andiamo con ordine.
Il 5 maggio Monica Lavarini organizza un incontro pubblico per presentare il suo programma elettorale. Accanto a lei c’erano Paolo Facchinetti dell’ufficio diocesano di Pastorale scolastica e la presidente dell’Unitalsi Grazia Quartiroli, che tra l’organizzazione di un pellegrinaggio e l’altro non ha voluto far mancare il suo supporto alla candidata. La doppia presenza aveva già  fatto intuire un certo sostegno del mondo diocesano alla Lavarini.
Ma, perchè il messaggio fosse ben chiaro, la mattina del 14 maggio nella casella di posta elettronica dei circa 400 insegnanti di religione della curia di Verona è arrivata l’email dello scandalo: il mittente è don Domenico Consolini, direttore dell’ufficio scuola della curia scaligera, il contenuto “confidenziale”.
Tra gli allegati alla missiva elettronica una lettera, firmata da sua eminenza il Vescovo di Verona Giuseppe Zenti.
Il testo parte con un lungo preambolo sulle “problematiche reali della gente”, entrando nel dettaglio del “sociale debole” e della “libertà  educativa dei genitori”.
Passo dopo passo Zenti arriva a formulare un appello ai candidati “di qualunque area politica” a condividere le sue stesse preoccupazioni.
Poi va oltre e dichiara la già  citata adesione al programma della Lavarini, continuando poi con la spiegazione: “Nell’evidente e inviolabile libertà  di scelta, sono convinto che molti ne condividano il programma formalmente e pubblicamente espresso. La candidata si è impegnata a tener viva la sensibilità  verso le problematiche contenute nel programma, in vista della loro soluzione, pur non miracolistica”.
E poi specifica che se avesse trovato altri programmi “determinati nella difesa di queste questioni nevralgiche”, non avrebbe esitato ad appoggiarli ugualmente “in quanto io non parteggio per un candidato ma ne sostengo il programma se di alto valore civile”.
Alla candidata il prelato non dimentica di offrire una benedizione a tutti i veronesi: “Ognuno si prenda le proprie responsabilità ”, dice il monsignore: “Ma so che posso dare un credito di fiducia al buon senso dei Veronesi. Che amo, tutti, immensamente”.
Un putiferio. La sera stessa, nelle stesse caselle di posta elettronica, è arrivata una nuova mail. Stesso mittente. Diverso il messaggio.
Questa volta l’invito è quello di non tenere conto della prima comunicazione, per “evitare fraintendimenti”.
Seguono scuse pubbliche del monsignore, che si batte il petto e dice di essere stato frainteso, di non aver voluto parteggiare per una candidata, men che meno per un partito, la Lega Nord, che propaganda idee molto diverse da quelle dell’accoglienza, proprie del messaggio cristiano.
Tale e tanto è stato il polverone sollevato che qualcuno ha addirittura letto una reprimenda nelle parole che Papa Bergoglio ha pronunciato lunedì scorso: “I laici che hanno una formazione cristiana autentica non dovrebbero aver bisogno del Vescovo-pilota, o del monsignore-pilota o di un input clericale per assumersi le proprie responsabilità  a tutti i livelli, da quello politico a quello sociale, da quello economico a quello legislativo! Hanno invece tutti la necessità  del Vescovo Pastore!”.
I beninformati assicurano che il Papa non ha voluto fare alcun riferimento al caso specifico e che non vi sia stato alcun intervento diretto nei confronti di Zenti.
Anche perchè la lettera incriminata probabilmente non è l’unica intromissione della Chiesa nelle regionali.
Senza andare troppo lontano da Verona, ad esempio, ha fatto parlare anche la candidatura di Dino Boffo, che non ha certo bisogno dell’imprimatur vescovile per far sapere di essere persona gradita alla Cei.
Lasciamo agli ermeneuti l’interpretazione delle parole del Papa.
A Ilfattoquotidiano.it sarebbe bastato poter rivolgere qualche domanda telefonica a monsignor Giuseppe Zenti, purtroppo la cosa non ci è riuscita, un po’ per i garbati rifiuti, un po’ per le telefonate a vuoto.
Del rapporto tra Chiesa e politica parla il dossier elaborato dal Movimento Cinque Stelle del Veneto che dettaglia la ripartizione dei cinquanta milioni di euro di contributi a cascata su tutto il Veneto deliberati in quella che è stata ribattezzata la “Notte delle marchette”.
Gli estensori del dossier fanno notare che “la parola ‘parrocchia’ compare addirittura una cinquantina di volte nel documento” e sottolineano che la maggior parte dei 50 milioni distribuiti nella delibera sono stati assegnati alle parrocchie.
Nell’elenco spiccano i 441 mila euro destinati alla parrocchia San Zeno in Santa Maria Assunta nel comune di Cerea (Verona), gli 890 mila euro per la sistemazione dell’immobile della Biblioteca Capitolare di Verona e i 300 mila euro per la Parrocchia di Sant’Andrea di Romagnano nel comune di Grezzana (Verona) per la ristrutturazione della chiesa.

Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)

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OTTO PER MILLE, COSI’ ABBIAMO REGALATO 10 MILIARDI ALLA CHIESA

Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile

I 600 MILIONI CHE LO STATO NON VUOLE

L’abolizione del Senato è da sempre uno dei cavalli di battaglia di Matteo Renzi.
La Camera alta costa agli italiani oltre mezzo miliardo l’anno (541 milioni l’anno scorso) e per il premier si tratta di uno di quei costi della politica da tagliare con l’accetta.
Eppure, malgrado la continua difficoltà  di trovare risorse, è come se lo Stato italiano pagasse ogni anno un Senato aggiuntivo rispetto a quello esistente.
Come? Rinunciando a circa 600 milioni di gettito Irpef, che in un momento economicamente tanto difficile avrebbero un effetto balsamico sulla casse statali.
È una delle conseguenze della legge che nel 1985 ha istituito l’8 per mille , che all’articolo 47 prevede che “in caso di scelte non espresse da parte dei contribuenti, la destinazione si stabilisce in proporzione alle scelte espresse”.
Tradotto: anzichè essere incamerati dal bilancio dello Stato, vengono distribuiti anche i soldi di chi non barra la casella. Un po’ come accade alle elezioni, dove i seggi sono ripartiti a prescindere dalla percentuale di astensionismo. “I soli optanti decidono per tutti” come ha osservato la Corte dei conti, criticando il sistema.
Il fatto è che, forse perchè non sono a conoscenza di questo meccanismo, i contribuenti che non indicano alcuna destinazione dell’8 per mille sono la maggioranza: fra il 55 e il 60 per cento del totale. Eppure tutti quanti, in questo modo, “regalano” senza volerlo la loro parte di Irpef.
La principale beneficiaria è ovviamente la Chiesa cattolica, che essendo la destinataria numero uno delle opzioni porta a casa più del doppio di quanto le spetterebbe sulla base delle scelte effettuate.
Lo scorso anno, ad esempio, con il 38 per cento di firme raccolte sul totale dei contribuenti, la Cei ha ottenuto l’82 per cento dei fondi.
Ovvero oltre un miliardo anzichè 485 milioni.
Ripartendo anche i soldi dei cosiddetti “non optanti”, negli ultimi 15 anni – ha calcolato l’Espresso – lo Stato ha sborsato circa 10 miliardi di euro. In media 600 milioni l’anno, al netto delle risorse aggiuntive che lo stesso Stato italiano ottiene, essendo fra i destinatari del finanziamento.
COSàŒ NON FAN TUTTI
In realtà , eccependo su questo automatismo che non rispetta la reale volontà  dei contribuenti, alcune confessioni religiose si sono rifiutate di ricevere il denaro extra.
Le Assemblee di Dio e la Chiesa apostolica, ad esempio, rinunciano alla quota relativa alle scelte non espresse, che rimane per loro volontà  di pertinenza statale.
Anche i valdesi fino al 2013 hanno osservato questa condotta, ritenendo giusto gestire soltanto i fondi che gli italiani, in modo esplicito, attribuivano loro.
Poi però, considerata la discutibile gestione dell’8 per mille statale, anche loro hanno deciso di accettare pure quelli “aggiuntivi”.
D’altronde da anni la quota a gestione pubblica viene usata come bancomat dai governi, dal finanziamento delle missioni internazionali alla riduzione del debito pubblico. Una truffa che ha raggiunto il culmine lo scorso anno , quando su 170 milioni solo 405 mila euro sono stati utilizzati per gli scopi previsti dalla legge: lo 0,24 per cento.
UNA GENEROSA ECCEZIONE
È proprio necessario che il meccanismo dell’8 per mille funzioni a questo modo? Non si direbbe, a giudicare dai casi analoghi che prevedono la possibilità  di destinare parte del prelievo Irpef.
Il neonato 2 per mille, che ha sancito il flop dei contributi volontari alla politica , per il 2014 aveva a disposizione 7,75 milioni. Ma avendo raccolto appena 16.518 firme, ha assegnato solo 325 mila euro.
All’atto di stendere la legge, in pratica, nessuno si è sognato di ripartire i fondi calcolando anche i contribuenti che non avrebbero indicato un partito. E difatti i soldi non distribuiti sono stati riversati nel bilancio dello Stato. Che cosa sarebbe accaduto se il Partito democratico – che si è piazzato primo con 10 mila destinazioni espresse in suo favore – avesse incassato il 61 per cento della torta, ovvero quasi 5 milioni?
Lo stesso discorso vale per il 5 per mille, destinato alle onlus. Anche qui c’è un tetto che viene fissato anno per anno dal governo (500 milioni nel 2014) e pure in questo caso la ripartizione si calcola solo sulla base delle scelte espresse.
La ridistribuzione totale operata dall’8 per mille è insomma una generosa eccezione, pensata appositamente per la Chiesa cattolica quando si trattò di mettere mano al Concordato mussoliniano.
Fino ad allora la Santa sede veniva finanziata infatti dallo Stato tramite i cosiddetti supplementi di congrua, con cui veniva assicurato il sostentamento del clero.
Temendo di non raggiungere quella cifra, il ministero delle Finanze effettuò delle proiezioni ad hoc per stabilire il livello di prelievo necessario. E aggiunse anche la ripartizione basata sul totale dei contribuenti. Deus ex machina dell’ingegnoso sistema, un poco noto docente di Diritto tributario a Pavia, all’epoca consulente del governo Craxi e destinato a una luminosa carriera politica: Giulio Tremonti.
CACCIA AL TESORETTO
Dal 1990, anno dell’entrata in vigore, il gettito Irpef è salito esponenzialmente per effetto dell’aumento della pressione fiscale.
Non a caso già  nel 1996 la parte governativa della commissione paritetica Italia-Cei osservava che “la quota dell’8 per mille si sta avvicinando a valori, superati i quali, potrebbe rendersi opportuna una proposta di revisione” e che “già  oggi risultano superiori a quei livelli di contribuzione che alia Chiesa cattolica pervenivano sulla base dell’antico sistema”.
E dire che all’epoca il gettito era di 573 milioni di lire, circa 800 milioni di euro rivalutati ai giorni nostri. Attualmente sfiora 1,3 miliardi di euro, il 60 per cento in più.
In Francia, Irlanda e Regno Unito le religioni non ricevono contributi pubblici e devono ricorrere all’autofinanziamento.
Eppure non servirebbe arrivare a tanto. Basterebbe seguire il modello della cattolicissima Spagna: il contribuente decide a chi attribuire parte dell’imposta ma i soldi, se non esprime una preferenza, restano allo Stato.
Facendo lo stesso anche da noi, le casse pubbliche si ritroverebbero con un tesoretto da 600 milioni in più l’anno.
Anzichè abbassare il prelievo, come qualcuno vorrebbe fare, si potrebbe proporre una modifica delle intese bilaterali, a cominciare dalla quella con la Chiesa cattolica.
Un percorso lungo, certo, ma il momento è più che mai propizio: a giugno inizieranno gli incontri delle commissioni paritetiche fra Stato e singole confessioni religiose, chiamate ogni tre anni “alla valutazione del gettito della quota Irpef al fine di predisporre eventuali modifiche”.
Nessuno dei 17 governi che si sono succeduti nell’ultimo quarto di secolo ha voluto modificare lo status quo. Ma visto che la situazione dei conti pubblici è grave, il premier Matteo Renzi – a caccia di risorse per attuare la sentenza della Consulta che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni – ha l’occasione per prendere in mano la situazione.
Anche se è facile immaginare che una proposta di revisione non troverebbe grande favore Oltretevere. Ma non è detto: in fondo papa Francesco ha impresso un nuovo corso.
Chissà , proprio lui che tante volte ha tuonato contro i privilegi della Chiesa di Roma, cosa ne pensa di una revisione dell’8 per mille.

Paolo Fantauzzi e Mauro Munafò
(da “L’Espresso”)

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