Giugno 6th, 2011 Riccardo Fucile
TUTELA DELL’AMBIENTE, IMPORTANZA DEGLI IMPIANTI, FATTORE TEMPO: ECCO PERCHE’ DA MONACO A PARIGI SI E’ TORNATI INDIETRO E SI E’ AFFIDATA LA RETE IDRICA AL SETTORE PUBBLICO….CON MAGGIORE EFFICIENZA E GRANDI RISPARMI
Mentre il governo Berlusconi varava la legge che bocciava il gestore pubblico dell’acqua, facendolo finire in serie B e costringendolo per legge a restare in minoranza nelle aziende quotate in Borsa, grandi città , comprese quelle che per decenni avevano sperimentato la gestione privata, decidevano di puntare sul pubblico.
Parigi, Berlino, Johannesburg, Buenos Aires, Atlanta, Monaco di Baviera sono tutte guidate da ideologi sprovveduti, teorici estremisti che odiano i capitali privati?
Proviamo a vedere cosa sta succedendo in alcune di queste città partendo dal caso meno pubblicizzato, Monaco di Baviera.
La chiave per comprendere la scelta di Monaco è il rapporto tra l’acqua e il territorio.
Per la risorsa idrica quello che conta è la qualità dell’ambiente: più si preserva la natura in cui l’acqua scorre, meno è necessario intervenire sugli acquedotti.
Nel 1992 Monaco di Baviera ha deciso di acquisire i terreni vicini alla falda e di riservarli alla coltivazione biologica: niente chimica, allevamento controllato.
In questo modo è stata vinta la battaglia contro i nitriti che per tre decenni avevano continuato a crescere e l’acqua può arrivare in tavola senza cloro e senza trattamenti chimici.
Analoga la scelta di Parigi che, dopo la decisione di far tornare l’acqua in mano pubblica, togliendola alle due multinazionali francesi (Veolia e Suez) che gestivano il servizio da 25 anni, ha preso il controllo dei terreni collegati alla falda idrica e li ha concessi in affitto a canone agevolato o a titolo gratuito agli agricoltori che si sono impegnati a lavorare seguendo gli standard più rispettosi dell’ambiente.
Le perdite di rete registrate in Francia dai due principali gruppi privati del settore andavano dal 17 al 27 %, contro il 3-12 % della gestione pubblica.
E l’assessore alla municipalità di Parigi, Anne Le Strat, ritiene che il passaggio da un sistema privato a uno pubblico consentirà di risparmiare 30 milioni di euro l’anno.
Questo tipo di scelte può essere fatto solo se la gestione dell’acqua è pubblica perchè impone investimenti e programmazioni a lunghissimo termine, una società privata non ha interesse a investire per acquistare terreni che poi potranno non servirle più a nulla se alla scadenza il contratto non viene rinnovato.
Inoltre avrebbe difficoltà a giustificare agli azionisti un investimento così importante per risolvere un problema che si può affrontare con una spesa molto minore utilizzando il cloro.
I punti cruciali sono dunque due.
Il primo, come abbiamo visto, è lo spazio.
Più è vasta l’area ambientalmente sana in cui l’acqua scorre, minore è la necessità di un intervento correttivo sulla rete idrica.
Il secondo è il fattore tempo.
Gli importanti investimenti di cui il settore idrico ha assoluto bisogno per chiudere il cerchio dell’acqua collegando alle fogne quel 30 per cento di scarichi non ancora in regola, richiedono uno sguardo lungo.
La manutenzione costa, l’espansione della rete costa.
E i ritorni si misurano nell’arco di vari decenni.
Spesso troppi per un’azienda privata che è abituata a rendere conto del suo operato in tempi decisamente più brevi e che difficilmente ottiene contratti con una durata di più di 30 anni.
A meno che il controllo delle scelte sull’acqua non rimanga saldamente in mano alla mano pubblica.
Antonio Cianciullo
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Giugno 4th, 2011 Riccardo Fucile
CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE SI SCHIERANO MOLTI SINDACI DEL CENTRODESTRA, MENTRE IL PD, CHE ORA APPPOGGIA IL SI’, E’ STATO A LUNGO SU POSIZIONI LIBERISTE
Cosa hanno in comune il sindaco siciliano di Menfi e quello leghista di Bardolino?
I vescovi e i centri sociali? Hanno in comune un bene, anzi un bene comune: l’acqua.
E per difenderlo dalla speculazione e dalla logica del profitto hanno deciso di schierarsi a favore dei referendum contro la privatizzazione delle reti idriche del 12 e 13 giugno.
Se è vero che raggiungere il quorum sarà molto difficile, una delle chiavi per un eventuale successo è proprio la trasversalità del sostegno al “sì” ai quesiti che riguardano la gestione degli acquedotti.
Non solo quella tutto sommato poco sorprendente tra l’area anticapitalista dei no global e il richiamo della Cei 1 al francescano “molto utile et humile et pretiosa et casta sor
Aqua”, ma anche quella che passa dentro partiti e coalizioni.
La campagna per il voto su legittimo impedimento e nucleare si è caratterizzata da subito come uno scontro politico tra opposizione e governo, ma sul tema dell’acqua le cose stanno diversamente.
Da sempre si tratta di una questione che divide gli schieramenti al loro interno e anche l’apparente compattezza ostentata attualmente dal Partito democratico non deve trarre in inganno.
I referendari ricordano ancora l’estremismo filo privatizzazione di Linda Lanzillotta, ex ministro per le Autonomie locali nel governo Prodi ora nell’Api di Francesco Rutelli, ma tentazioni “liberiste” non sono mancate in passato neppure all’attuale segretario Pierluigi Bersani.
Posizioni che nel partito hanno convissuto a lungo con quelle della componente ecologista e più “movimentista”.
“Ma tutto sommato nel Pd quando era al governo la posizione favorevole alla logica del mercato era maggioritaria”, rievoca Stefano Ciafani di Legambiente.
Malgrado la passate ambiguità del centrosinistra, le due norme sulle quali i cittadini saranno chiamati a pronunciarsi il 12 e 13 giugno portano comunque la firma del governo Berlusconi.
Provvedimenti varati nonostante i mal di pancia della Lega, per la quale il passaggio della gestione dal pubblico ai privati rappresenta sia un problema ideologico che di potere.
Da un lato per il partito del federalismo è difficile giustificare l’arrivo nelle “sue” valli di imprese “forestiere” interessate a fare i soldi con le sorgenti “padane”.
Dall’altro anche le municipalizzate più grandi e solide come quelle di Milano e Brescia hanno da temere dall’apertura di gare per la gestione della rete idrica che le vedrebbero in concorrenza con multinazionali in grado di far pesare le loro risorse finanziarie e di impossessarsi non solo del servizio, ma anche di un eccezionale strumento di potere.
Una contraddizione che a suo tempo il Carroccio ha cercato di risolvere inserendo nella contestata “legge sviluppo” del 2008 un emendamento su misura che permette deroghe nella privatizzazione dell’acqua “per situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato”.
Una frase che potrebbe essere tranquillamente tradotta così: “Avanti con la privatizzazione, però in Val Brembana e nelle altre valli facciamo come ci pare”.
Ma evidentemente la rassicurazione non è stata sufficiente perchè in questi mesi, molto prima che lo stesso Umberto Bossi ammettesse che i quesiti sono “attraenti”, il numero di amministrazioni comunali del Lombardo-Veneto che si sono schierate per “la tutela dell’acqua bene comune” si è andato moltiplicando, fino al clamoroso manifesto del sindaco di Belluno Antonio Prade con i “dieci buoni motivi per votare sì al referendum”. Naturalmente c’è anche chi ha preferito non esporsi e non ha preso posizione, ma Walter Bonan, del comitato veneto “per l’acqua bene comune”, la situazione la fotografa così: “Ho fatto decine e decine di iniziative in comuni e piccoli centri. Magari a volte di gente ce n’era poca perchè l’informazione soprattutto all’inizio scarseggiava, ma non è mai successo che qualcuno si alzasse per difendere la privatizzazione”.
Ancora più in là nella battaglia per l’acqua pubblica si sono spinti gli amministratori siciliani, regione dove la sinistra non brilla certo per numero di municipi controllati. Sull’Isola, che grazie allo statuto autonomo e all’intraprendenza dell’ex presidente Totò Cuffaro ha sperimentato la privatizzazione degli acquedotti con qualche anno d’anticipo, si è coalizzato un vastissimo movimento d’opposizione al quale hanno aderito oltre 140 giunte locali.
“C’è stata una mobilitazione straordinaria da parte di amministratori di tutti i colori politici a sostegno della legge regionale d’iniziativa popolare che sancisce il divieto di mercificazione delle risorse idriche, anche perchè qui è un impegno che si intreccia con quello per la legalità “, ricorda Antonella Leto del Forum siciliano dei movimenti per l’acqua.
Un impegno davvero straordinario perchè a differenza che al Settentrione, dove tutt’al più si può finire espulsi dal partito, in Sicilia ci si spinge fino a rischiare la vita.
Come sta accadendo a Michele Botta, sindaco di centrodestra di Menfi, nell’agrigentino. In prima fila a sostegno della campagna “per l’acqua bene comune”, Botta, come altri suoi colleghi, è stato più volte oggetto di minacce mafiose, compreso l’invio di una busta con un proiettile.
Valerio Gualerzi
(da “La Repubblica“)
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
I VECCHI METODI DI RASSICURAZIONE FONDATI SULLA PAURA DEL MONDO E DEGLI STRANIERI NON FUNZIONANO PIU’…E LA FIGURA DELL’UOMO CHE SI E’ FATTO DA SE’ E’ INSUFFICIENTE
Le consultazioni amministrative appena svolte hanno evocato un cambiamento profondo del clima d’opinione.
Eppure, nel corso della Seconda Repubblica, il Centrosinistra aveva vinto e governato a lungo a livello locale.
Non solo nelle tradizionali zone di forza – l’Emilia Romagna e le regioni del Centro. Ma anche altrove. In molte aree del Sud e del Nord. Solo che ce n’eravamo scordati.
Perchè dopo il 2006 – e ancor più dopo il 2008 – il centrosinistra è arretrato dovunque. Ma soprattutto nel Nord. “Espugnato” dalla Lega.
Che alle Regionali del 2010 è penetrata anche nelle “zone rosse”. Così si è imposto il mito del “Nord padano”. Un concetto entrato nel linguaggio comune.
E insieme si è affermata la convinzione che il centrosinistra sia troppo “romano” per essere accettato e creduto nel Nord. Un’idea, peraltro, non infondata.
Che, però, indica una deriva. Non un destino.
Così, fra gli attori politici e gli elettori di centrosinistra, si è diffuso un inferiority complex nei confronti della Lega.
Considerata come unica e ultima erede dei partiti di massa. In grado di “presidiare” il territorio. Il voto ha ridimensionato, in modo brusco, questi sentimenti. Soprattutto nel Nord. Dove i partiti di governo hanno subito le sconfitte più brucianti.
Non che altrove le cose, per loro, siano andate meglio. A Napoli, in particolare. Dove però da quasi vent’anni governava il centrosinistra. Ma è nel Nord padano che sono avvenuti i mutamentipiù rilevanti.
A partire da Milano, la capitale della Seconda Repubblica.
Senza dimenticare Trieste, che solo Riccardo Illy, in passato, era riuscito a “sottrarre” alla destra. Oppure Novara, la capitale leghista, il feudo di Cota, governatore del Piemonte.
Ma il cambiamento del Nord sconfina ben oltre i luoghi simbolici del centrodestra e della Lega. Basti esaminare il bilancio dei comuni maggiori (con più di 15mila abitanti) dove si è votato: 133 a livello nazionale.
In precedenza, 73 erano amministrati dal centrosinistra e 55 dal centrodestra. Gli altri da giunte di segno diverso.
Ebbene, in queste elezioni il centrosinistra ne ha conquistate altre 10. Il centrodestra ne ha perse 17. Di cui 14 appartengono al Nord “padano” (con l’esclusione, cioè, dell’Emilia Romagna). Dove, tra le città al voto, il centrodestra ha fatto eleggere solo 8 sindaci, mentre prima ne aveva 22.
Mentre il centrosinistra, parallelamente, è passato da 17 a 29.
Se analizziamo il risultato ottenuto dai partiti (al primo turno) questa impressione si rafforza ulteriormente.
Nei comuni del Nord padano dove si è votato, infatti, il Pd ottiene il 27%.
Come alle precedenti Comunali, ma con un incremento di 2 punti rispetto alle Regionali di un anno fa.
Mentre i partiti di governo sono slittati vistosamente, rispetto al voto del 2010.
La Lega di quasi 5 punti (si ferma al 10,9%).
Il Pdl addirittura di 8. Oggi si è attestato sul 22,5%.
Così, nelle città del Nord al voto, il Pd è divenuto il primo partito.
Rispetto al passato recente, si tratta di una novità evidente.
Altro aspetto rilevante, il successo delle liste di sinistra – su tutte Sel. Non solo perchè in grado di imporre il proprio candidato a Milano, ma perchè, in generale, ha conseguito un risultato più che doppio rispetto alle Regionali (4,6%).
Anche in termini assoluti.
Inoltre, va segnalata la crescita elettorale del Movimento 5 Stelle, promosso da Beppe Grillo, che supera anch’esso il 4% dei voti validi.
Questi dati certificano la pesante sconfitta del centrodestra e il parallelo successo del centrosinistra nel Nord.
Ma, in assenza di analisi più approfondite, è difficile ricavarne significati chiari. Semmai, alcune ipotesi, che provo a tratteggiare di seguito.
1. Anzitutto, emerge il limite del “Nord padano”.
Definizione imposta dalla Lega per “unificare il Nord”. Contro Roma e contro l’Italia. Torna, invece, a essere evidente come vi siano “diversi” Nord. Per retroterra sociale ed economico, ma anche per rappresentanza politica.
2. In particolare, si delinea l’orientamento specifico delle città maggiori.
Hanno abbandonato il centrodestra. Tutte le capitali di regione (senza considerare Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta) oggi sono governate dal centrosinistra. Tutte. Compresa la capitale per eccellenza. Milano.
E il centrodestra, in questa tornata elettorale, è arretrata anche nelle città medie e nei capoluoghi di provincia. Ma si può rappresentare e governare “un territorio” restando esclusi dalle capitali?3. Il centrodestra soffre di una crisi di consenso per molti versi nuova.
In passato, infatti, Lega e Pdl disponevano di un bacino elettorale comune. Edmondo Berselli lo aveva definito, con un neologismo efficace, “forzaleghismo”.
Così, le crisi della Lega corrispondevano alla ripresa di Forza Italia. E viceversa.
Oggi non è più così. Quel bacino è esondato. E i due partiti hanno perduto entrambi.
4. Anche perchè Forza Italia non c’è più. Al suo posto, il Pdl, che aggrega anche An.
Ha una base elettorale in prevalenza centro-meridionale.
La Lega, a sua volta, ha assunto un’identità governativa. Infatti, esprime i sindaci di centinaia di Comuni, i presidenti di 14 Province e 2 Regioni. E sta nel governo, a Roma. Insieme a Berlusconi.
Usa un linguaggio da opposizione dura e comportamenti pragmatici e tradizionali. Anche a livello locale, dove, con i propri uomini, ha occupato enti amministrativi e finanziari.
Ma la distanza fra comportamenti e parole è troppo stridente per non saltare agli occhi degli elettori.
5. Nel Nord è in atto una profonda trasformazione economica e sociale.
Ha scosso alle fondamenta il sistema finanziario, la grande e la piccola impresa. Ha modificato le basi demografiche e gli stili di vita della società .
Molte zone, che fino a poco tempo fa si consideravano al sicuro dalla crisi, oggi si sentono vulnerabili.
I metodi di rassicurazione fondati sulla paura del mondo e degli stranieri non rassicurano più. E i miti della Padania e dell’Uomo-che-si-è-fatto-da-sè non bastano più a dare risposte e identità al Nord.
6. Anche per questo, dopo alcuni anni, il centrosinistra è tornato. Per limiti altrui, ma anche per meriti propri.
Perchè dispone ancora di leader locali credibili ed esperti.
Perchè ha legami con la società civile ed è stato in grado di mobilitare la realtà locale.
Perchè le sue parole in questa fase appaiono meno aliene di quelle del centrodestra. Altruismo, bene comune, solidarietà incontrano più attenzione, nel senso comune, rispetto a individualismo, paure, interessi.
L’estremismo “moderato” e aggressivo di questi tempi, infine, ha stancato.
7. Circa l’eterogeneità delle coalizioni e il peso della cosiddetta sinistra radicale, conviene rammentare che raramente, in passato, queste differenze hanno provocato crisi locali. Perchè sindaci e governatori sono eletti direttamente dai cittadini e dispongono di una legittimazione forte. E perchè è più semplice trovare l’accordo sui temi concreti della società e del territorio che sui principi non negoziabili. La vita e la morte. La pace e la guerra.
8. Da questo passaggio elettorale, il centrosinistra esce rafforzato.
Ma deve trarne le giuste indicazioni.
In primo luogo: il Pd non può pretendere di essere partito dominante, nè tanto meno unico. Ma è, indubbiamente, il riferimento obbligato di ogni coalizione.
Non bisogna, poi, scambiare le consultazioni locali con quelle nazionali. Anche se l’Italia è un Paese di città e regioni.
E tutti i cambiamenti politici, sociali e culturali sono avviati e annunciati a livello territoriale. Infine: guai a rassegnarsi, al “complesso del reduce”.
Allo “sconfittismo”.
Se è possibile vincere a Milano e nel Nord, allora nulla è impossibile. Neppure a livello nazionale.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)
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Giugno 1st, 2011 Riccardo Fucile
BOSSI PRONTO ALL’ADDIO: LO CHIEDE LA BASE, STANCA DI UN MOVIMENTO DIVENTATO PARTITO ROMANO…IL SENATUR SPERA IN UN PASSO INDIETRO DEL PREMIER PRIMA DEL 19 GIUGNO
“Ho troppi impegni, ho dovuto rimandare il mio funerale”.
Silvio Berlusconi sdrammatizza, ma sa bene che la data della cerimonia la decideranno i leghisti sul prato di Pontida.
E’ lì, infatti, che Umberto Bossi sceglierà l’epitaffio al governo.
Ha aspettato troppo ad ascoltare il malessere della base, che da un anno ormai chiede al Carroccio di lasciare il premier.
Rimasti inascoltati hanno fatto sentire la loro voce punendo il partito nelle urne.
Il risultato di Gallarate, dove i voti del Carroccio sono andati al candidato del Pd e non a quello del Pdl, è il segnale più evidente ed emblematico della crisi di via Bellerio.
“Il segnale è chiaro”, ha riconosciuto Roberto Calderoli.
E per evitare che qualcuno non capisca Bossi semplifica ulteriormente: “Il governo per ora va avanti. Tranquillo non lo so, però va avanti”.
Così il 19 giugno, sul prato di Pontida, il Capo dovrà dare al suo popolo ciò che chiede da troppo tempo ormai.
E ci arriverà con in tasca i risultati della tornata referendaria del 12 e 13 giugno, quando gli elettori si troveranno di nuovo a sancire un verdetto su Berlusconi con il quesito sul legittimo impedimento.
Certo, serve il quorum.
Difficile da raggiungere, oggi che è stato sostanzialmente cancellato il referendum sul nucleare.
Ma basterebbe spingere quello sulla privatizzazione dell’acqua.
Ed è quello che ha fatto Bossi pochi giorni fa. “Alcuni quesiti sono interessanti, come quello sull’acqua”, ha detto.
“Avevamo chiesto a Berlusconi di fare una legge e noi l’avremmo appoggiata poi si è messo di messo Fitto e alla fine nessuno l’ha fatta”.
Riletta oggi, a sconfitta conclamata al ballottaggio, sembra l’incipit dell’epitaffio su cui il Capo sta lavorando.
Il 19 a Pontida dunque.
A tentare di recuperare la base che ha punito la Lega ormai diventata di governo e romana, non più sul territorio.
A Pontida a scusarsi, ad ammettere gli errori e rilanciare l’azione dal basso che ha fatto la fortuna del movimento, ormai diventato partito come tutti gli altri.
A Pontida, insomma, a tentare di salvare il futuro.
Senza più l’alleato Silvio Berlusconi.
Poi, il giorno dopo, i ministri leghisti scenderanno a Roma per la verifica di governo chiesta da Giorgio Napolitano dopo il rimpasto dell’esecutivo voluto dal Cavaliere per premiare i Responsabili che lo salvarono il 13 dicembre. Sarà il caso, ma la Conferenza dei capigruppo di Montecitorio oggi ha fissato proprio nella settimana tra il 20 e il 27 giugno il voto alla Camera.
Bossi confida, senza troppe speranze, in un passo indietro di Berlusconi.
Il premier ha quattro settimane di tempo per trovare una soluzione alternativa, questo il ragionamento che avrebbe fatto ieri in via Bellerio.
Mollare platealmente l’alleato è l’ultima delle ipotesi ma l’unica possibile se il Cavaliere tenterà di rimanere in sella a ogni costo.
Ieri i due alleati hanno avuto un colloquio telefonico.
Il senatùr ha invitato il premier a tornare da Bucarest con una soluzione per il vertice di presidenza di stasera, ma il premier ha preferito posticiparlo a domani alle 18 così da ragionare “a mente fredda”.
Prima, nel pomeriggio, i due si incontreranno a Palazzo Grazioli.
Oggi Bossi ha avuto un colloquio con Tremonti al termine del Consiglio dei Ministri. Il ministro dell’economia è stato messo sotto accusa come coresponsabile della sconfitta del centrodestra alle amministrative.
A difenderlo è intervenuto Roberto Maroni, ristabilendo le priorità delle colpe. “Sotto attacco dal voto degli italiani non è Tremonti ma è la maggioranza Il segnale c’è ed è forte, sufficientemente forte perchè non si sottovaluti. E io non lo sottovaluto”, ha detto il titolare del Viminale.
Già Flavio Tosi, stamani, aveva inviato chiari segnali a Palazzo Grazioli.
Il sindaco di Verona non usa mezzi termini. “Dopo una sconfitta così sonora, rifletterei seriamente sull’ipotesi di fare un passo indietro”, ha detto in un’intervista a Repubblica. “Inutile girarci intorno”.
E sul sostegno della Lega , Tosi affonda: “Credo che l’alleanza non sia in discussione, ma il discorso sulla leadership è un po’ diverso”, dice.
E suggerisce: “Nel caso si ponesse davvero il problema della successione non avrei dubbi: uno dei miei”.
Con la manovra correttiva da affrontare, però, un eventuale governo di transizione difficilmente sarà guidato dal titolare del Viminale.
E comunque molto dipende dalle scelte di Berlusconi.
Il premier si ritrova sotto attacco anche all’interno del Pdl.
Dagli stessi colonnelli che fino a pochi giorni fa lo hanno difeso a prescindere su tutto.
Lui sta valutando di rinnovare il partito, ma il tempo scade il 19 giugno a Pontida.
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Maggio 31st, 2011 Riccardo Fucile
IL PREMIER HA VOLUTO FARE DI QUESTE AMMINISTRATIVE UN TEST NAZIONALE… IL SOGNO BERLUSCONIANO SI ‘ TRASFORMATO IN UN INCUBO: L’UOMO DELLA PROVVIDENZA NON INCANTA PIU’… VINCONO TUTTE LE OPPOSIZIONI
Adesso si può dire. Il Muro di Arcore è crollato.
La vittoria schiacciante di Pisapia a Milano, l’affermazione netta del centrosinistra nei principali comuni del Nord, da Trieste a Mantova a Novara, è una svolta che non si può non definire storica.
Cade la capitale del berlusconismo e della Padania.
Si sfalda un sistema, si sfarina un blocco di potere, si sbriciola un modello politico, si frantuma un nucleo duro di interessi.
È il collasso di un monolite che sembrava invincibile e impermeabile ai movimenti sociali e ai mutamenti economici.
Insieme a questa Rivoluzione Settentrionale, si sconvolge la geografia politica del Sud, con un ciclone De Magistris a Napoli che fa piazza pulita, in un colpo solo, del bassolinismo e del cosentinismo, cioè delle due nomenklature che per anni si sono contese un territorio dominato dall’uso politico della criminalità e dalla mondezza.
Queste amministrative, palesemente caricate di un significato che valica i confini comunali e provinciali, marcano una sconfitta devastante per Berlusconi.
Era stato il premier a parlare di “un test nazionale”.
E’ stato il premier a spendersi in prima persona e a “metterci la faccia”.
È il premier, adesso, a portare tutto intero il peso di questa clamorosa debacle.
I milanesi non hanno creduto ai furori ideologici del Cavaliere che paventava l’arrivo dei cosacchi in Piazza Duomo, degli zingari a Piazza della Scala e dei drogati a Palazzo Marino.
E questo test misura l’ormai palese inattendibilità politica e mediatica di un messaggio generale: gli italiani non credono più al presidente del Consiglio che a casa sua promette le “scosse all’economia”, e al G8 spaccia il suo Paese come una “dittatura dei giudici di sinistra”.
Il sogno berlusconiano finisce qui, trasformato in un incubo.
L’uomo della Provvidenza non incanta più, e i suoi “candidati deboli” non lo vogliono al loro fianco in campagna elettorale, perchè ne percepiscono la metamorfosi negativa: il tocco magico è svanito, il “valore aggiunto” del televenditore si è trasformato nel “disvalore” del guitto.
Ma con Berlusconi, a dispetto dei giudizi di Bossi, perde anche la Lega. Sbaragliata ovunque, nel cuore profondo della sua costituency elettorale. Obbligato a un sacrificio troppo alto, e alla fine esiziale, dal patto di sangue che lo lega al Cavaliere, adesso il Senatur non può che prendere atto della chiusura di un ciclo.
E non può non tornare all’antica vocazione leghista, che esige un movimento libero e irresponsabile.
Vincono le opposizioni, tutte.
Variamente aggregate dall’anti-berlusconismo, senz’altro, ma anche capaci di proporre un’offerta politica non scontata nelle persone, anche se ancora non compiuta nei contenuti.
Vince il Pd, che strappa Torino e Bologna al primo turno, esprime 24 amministratori sui 29 vincenti in questa tornata elettorale, e che pur non portando al successo il suo candidato iniziale nelle sfide di Milano e Napoli, vede comunque premiata la sua lealtà di coalizione.
Diventa irrinunciabile, a questo punto, una riflessione sui programmi e sulle alleanze.
Ma intanto Bersani può incassare il ruolo, riconosciuto dagli elettori, che in questo momento compete al suo partito: fare da pivot di uno schieramento largo di forze, con un ruolo di motore e di federatore.
Vincono le forze radicali della sinistra, dall’Idv di Di Pietro e De Magistris ai post-comunisti-ecologisti di Vendola e Ferrero: bisognerà farci i conti, senza smarrire la rotta riformista senza la quale non si intercetta il voto dell’area moderata della società italiana.
Anche con questa, rappresentata da un Terzo Polo a sua volta in piena evoluzione, bisognerà fare i conti.
Ci sarà tempo, per ragionare di cosa può nascere dalle macerie del berlusconismo.
Di come e quando archiviare un’esperienza di governo rovinosa e pericolosa. Di cosa costruire al suo posto, nelle due metà del campo finalmente sgomberate da un grumo di potere e di livore non più sostenibile nè tollerabile.
Ma di questo si tratta, oggi.
Un tempo, a impedire il cambiamento italiano, c’era il Fattore K, e ce ne siamo liberati.
Ora c’è il Fattore B, e stiamo per liberarcene.
Massimo Giannini
(da Polis)
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Maggio 29th, 2011 Riccardo Fucile
PER LA PRIMA VOLTA, IN UNA CITTA’ IN MANO DA SEMPRE AL CENTRODESTRA, L’ESITO E’ SUL FILO DI LANA…IL CANDIDATO DELLA SINISTRA, IL GIOVANE MASSIMO ZEDDA, PARTE DAL 45,1% CONTRO IL 44,7% DELL’ESPONENTE DEL CENTRODESTRA MASSIMO FANTOLA… SARANNO DETERMINANTI I VOTI DI FLI CHE AL PRIMO TURNO HA OTTENUTO OLTRE IL 4% DI CONSENSI
Chissà quale vento soffierà , oggi e domani, su Cagliari. 
Se nel bel mezzo di una primavera “capricciosa” prevarrà la voglia di rinnovamento del giovane Massimo Zedda o l’impronta della continuità con le giunte di centrodestra di cui è esponente Massimo Fantola.
Il primo ha 35 anni, è in quota Sel e ad appoggiarlo c’è l’intera coalizione di centrosinistra dopo la vittoria alle primarie di gennaio.
Al primo turno ha ottenuto il 45,1 per cento dei consensi, superando l’avversario (44,7) e aggiudicandosi già un risultato storico in una città dominata da un centrodestra abituato a vincere al primo colpo.
Massimo Fantola, 63 anni, è esponente dei ‘Riformatori’, un partito nato in Sardegna e che a livello nazionale fa riferimento a Mario Segni; Fantola può contare sul sostegno di Pdl e Udc (che nell’isola è in controtendenza rispetto allo scenario nazionale), ma non di Fli e Msi Destra nazionale.
Fli ha corso al primo turno con un suo candidato, Ignazio Artizzu che ha ottenuto il 4 per cento dei consensi.
Determinante nel ballottaggio potrebbe essere proprio l’orientamento degli esponenti di Fli, anche se qualcuno dei suoi dirigenti ha manifestato di gradire il nome di Zedda, così come hanno fatto quelli nazionali di Msi Destra nazionale.
Importante sarà naturalmente anche la posizione degli indipendentisti, che avevano candidato a sindaco la consigliera regionale Claudia Zuncheddu. Nella campagna elettorale per il ballottaggio non sono mancate le critiche e neppure l’ironia.
Fantola, davanti alla presenza dei big nazionali di Pd e Sel a sostegno di Zedda ha parlato di ‘stampella rossa’.
Dichiarazioni che hanno avuto l’effetto di un boomerang quando a supporto del candidato del centrodestra, che aveva annunciato di non volere sostenitori nazionali per il ballottaggio (ma al primo turno non è certo mancata la presenza dei ministri e dirigenti nazionali del Pdl), sono arrivati i video-messaggi del presidente del Consiglio.
Presenza che ha fatto scattare la replica del Pd regionale che ha diramato una nota ironica in cui, facendo riferimento alla presenza in video del premier, ha chiosato: “Ma Massimo Fantola non aveva criticato il centrosinistra per la presenza dei padrini romani? Lui sale di livello: a suo sostegno arriva il padrone. Ed è certamente un’altra cosa”.
Cinzia Simbula
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 28th, 2011 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO SINDACO DEL PDL SCARICATO ANCHE DA DE LAURENTIS… BERLUSCONI APPARE SUL PALCO SOLO ALLE 23 TRA QUALCHE APPLAUSO E TROPPI FISCHI… IN DUE SETTIMANE IL PREMIER E’ RIUSCITO A PERDERE ANCHE L’APPOGGIO DEI TIFOSI DEL NAPOLI
Il premier annuncia di volere Hamsik per il Milan e il suo candidato perde lo sponsor. 
“Non siamo un supermercato, semmai una gioielleria che costa cara”, commenta il presidente del Napoli.
E per Lettieri niente giocatori sul palco nè folla sotto.
In una piazza del Plebiscito con nemmeno duemila persone.
Alle 21,30 piazza del Plebiscito è praticamente vuota. Nella piazza delle parate, delle grandi adunanze politiche e religiose, dei concerti e del Festivalbar ci sono millecinquecento, forse duemila persone.
L’happening finale con Gigi D’Alessio e una nutrita pattuglia di cantanti neomelodici non è servito a richiamare sotto al palco la folla delle grandi occasioni: un flop, senza mezzi termini.
Un segnale inequivocabile.
Per questo, fino a tardi Berlusconi se ne resta asserragliato nell’hotel del lungomare dove era arrivato a metà pomeriggio direttamente dalla Francia.
Il suo ufficio stampa spiega che “il ritardo è dovuto a una serie di interviste rilasciate alle tv locali”.
Slitta tutto: comizio e concerto. Ma la verità è in quell’istantanea di una piazza deserta, segno inesorabile del tramonto del Cavaliere abbandonato dagli elettori e dai suoi fedelissimi campani.
Alla fine, sul palco non saliranno nemmeno i calciatori del Napoli.
A Gianni Lettieri il gran finale con i protagonisti della cavalcata da Champions League non è riuscito: eppure, aveva puntato tutta la sua campagna elettorale sull’accoppiata calcio-politica.
Dai manifesti con lo sfondo azzurro, al claim “Far vincere Napoli”, fino all’indicazione del capitano campione del mondo, Fabio Cannavaro, come futuro assessore.
A lungo, era stato corteggiato anche il presidente della riscossa, Aurelio De Laurentiis, promettendo uno stadio nuovo sullo stile di quelli inglesi, con centri commerciali e multisale: il suo endorsement arrivò a tre giorni dal voto per il primo turno ma non è bastato.
Qualcosa, intanto, deve essere storto, perchè, in meno di due settimane, il copione è cambiato e il candidato del centrodestra ha perso per strada il suo grande sponsor.
Un primo, emblematico, segnale era arrivato a inizio settimana, quando il produttore cinematografico aveva invitato a cena Luigi De Magistris nella sua residenza romana: “Ha chiesto lui di incontrarmi, voleva conoscermi e conoscere il mio programma — ha dichiarato l’ex pm — c’è stata una simpatia umana fra noi”.
Parole che erano suonate come un campanello di allarme nell’entourage di Lettieri che, il giorno dopo, si affrettava a comunicare iniziative pubbliche con alcuni giocatori del club azzurro.
Sembrava che tutto fosse ancora sotto controllo, che il rapporto privilegiato col Presidente che ha riportato la città nel calcio europeo fosse salvo.
Ci ha pensato Silvio Berlusconi a far saltare il banco: non una questione politica, solo il tentativo insistito del Milan di scippare al Napoli uno dei suoi pezzi pregiati, Marek Hamsik.
L’indiscrezione di calcio-mercato è della Gazzetta dello Sport: i tifosi non gradiscono, sui forum i commenti si sprecano.
A De Laurentiis saltano i nervi.
Se la prende con la “rosea” e spara a zero contro il Cavaliere: “Noi non siamo un supermercato, al massimo una gioielleria che costa cara e la gente si spaventa quando vede i prezzi — dichiara alla Radio ufficiale — E poi dobbiamo finirla con questa storia, se esiste un fair play finanziario va rispettato, non basta essere il Presidente del Consiglio per fregarsene di queste cose. Esistono certe regole e dei regolamenti che vanno osservati”. Parole pesanti, qualcosa di più che un atto dovuto verso i tifosi: è il segno che De Laurentiis ha fatto marcia indietro, scaricando Lettieri e Berlusconi.
E con lui, molti dei tifosi-elettori: un clamoroso autogol, che potrebbe pesare molto sul risultato finale a Napoli.
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Maggio 24th, 2011 Riccardo Fucile
CONTINUA COSI’ SILVIO, SEI IL MAGGIOR SPONSOR DEI TALEBANI… AVEVA RAGIONE GUAZZALOCA, ANNI FA, A BOLOGNA, A NASCONDERE I TUOI MANIFESTI: FAI PIU’ DANNI ALLA MORATTI DELLA GRANDINE
Nel Pdl in tanti confidavano che oggi stesse zitto: speranza vana. 
Non si rende neanche più conto che fa solo perdere consensi alla Moratti: nel suo delirio di onnipotenza, non perde occasione per spararle sempre più grosse.
In una città dove, nel silenzio assenso del centrodestra, sono già sorte dieci moschee, il premier oggi se ne esce con un altro autogol: “Milano non può, alla vigilia dell’Expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom e assediata dagli stranieri a cui la sinistra dà anche il diritto di voto”.
E’ quanto ha detto di originale anche oggi il presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, rivolgendo un appello al voto dei milanesi tramite un videomessaggio sul sito del Pdl.
Berlusconi chiede ai milanesi di non consegnare la città all’estrema sinistra.
Anche l’europarlamentare leghista Mario Borghezio è sulla stessa lunghezza d’onda del premier : “”Non ci sono dubbi che i fondamentalisti islamici, in primis Al Quaeda e lo stesso Al Zawahiri, sarebbero felicissimi se a Milano la Lega dovesse perdere e Pisapia diventasse sindaco. La vittoria della sinistra spalancherebbe le porte all’Islam radicale. E’ come se sul Duomo sventolasse una bandiera islamica”
Il premier rimarca poi l’importanza di votare al secondo turno, domenica prossima, perchè si tratta “di una scelta importante per il futuro della nostra città e per tutti noi. Milano – aggiunge – ha una storia che la colloca di diritto nella rosa delle capitali più importanti dell’Europa per l’intelligenza, la creatività e l’imprenditorialità . Una città così non vorrà certo consegnarsi all’estrema sinistra con il rischio di diventare una città disordinata, caotica e insicura”.
Se vincerà Pisapia, insiste il premier, Milano diventerà “la Stalingrado d’Italia”.
E ancora: “Non credo che per noi milanesi sia una priorità veder costruire una bella moschea nella nostra città nè che sia una priorità avere nuove centri sociali spacciati per residenze artistiche e creative. Non credo che vogliamo vedere le piazze di Milano riempite di bandiere rosse con la falce e il martello, con un sindaco che sembra vada a prendere tutti i giorni il caffè con i centri sociali. Non credo infine che vorremo consegnare la nostra città a chi promette progetti ireealizzabili e fare di Milano la Stalingrado d’Italia”.
“Da persone concrete, pragmatiche e di buon senso dovete scegliere tra quello che ha fatto e si impegna a fare la nostra amministrazione di centrodestra – prosegue Berlusconi rivolgendosi agli elettori milanesi – e il rischioso programma della sinistra che gode dell’appoggio dei centri sociali e delle frange più estremiste della sinistra”.
Manca la citazione dei cosacchi che si abbeverano all’Idroscalo e la farsa è completa. Se nel 2011 un partito di governo che aveva il 38% tre anni fa è ridotto a questo tipo di propaganda, vuol dire che sono proprio alla frutta.
E Pisapia ringrazia il talebano Silvio.
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Maggio 23rd, 2011 Riccardo Fucile
SAREBBE UNA INVENZIONE DEL PDL COSTRUITA AD ARTE PER CRIMINALIZZARE I SEGUACI DI PISAPIA…PROGNOSI DI UN GIORNO, VISITA DEL PREMIER IN OSPEDALE… IL PARTITO DEI PATACCARI METTE IN SCENA IL SOLITO TEATRINO: NON SANNO PIU’ A COSA ATTACCARSI
“L’aggressione a Franca Rizzi? Non è mai avvenuta”
Dice che Franca Rizzi, la donna che ieri ha denunciato di essere stata aggredita da giovani vicini a Pisapia, non è stata affatto aggredita in via Osoppo ed è pronta a ripetere la sua testimonianza in tribunale.
Così Shirin Kieayed, una donna che ha raccontato di aver assistito bene a quanto davvero successo al mercato ieri.
“Ho deciso di espormi con nome e cognome — ha spiegato alla radio — perchè ho assistito direttamente a quanto avvenuto ieri al mercato di via Osoppo”.
Kieayed ha spiegato di aver “sentito la voce dei sostenitori di Pisapia e di quelli della Moratti che cercavano di sovrastarli. Una signora, che poi è la donna che ha denunciato l’aggressione, si è avvicinata a uno dei sostenitori di Pisapia cercando di farlo tacere, strattonandolo e tirandolo per un braccio. Lui si è girato e le ha risposto ma non l’ha spinta, nè colpita. Lei si è seduta a terra di propria volontà . Una volta seduta ha cominciato gridare di essere stata aggredita”.
“Questo racconto — ha concluso — sono pronta a ripeterla davanti a un tribunale”.
Che non si tratti di una vicenda limpida è anche confermato dalla prognosi di appena un giorno che è stata riconosciuta alla presunta vittima, nonchè la visita che ha ricevuto in ospedale da parte del premier.
Una serie di tasselli per una operazione patacca decisa a tavolino?
Non sarebbe la prima e probabilmente neanche l’ultima posta in essere per screditare un avversario politico.
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