Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile
TIMORI NON SOLO PER MILANO, MA ANCHE PER NAPOLI, DOPO AVER CONCORDATO CON COSENTINO IL CONDONO EDILIZIO… IL GIOCO SPORCO DELLA LEGA: AD APRILE IL CARROCCIO AVEVA VOTATO IL DECRETO CHE IMPEDIVA LE DEMOLIZIONI, ORA FINGE INDIGNAZIONE
La coperta è corta.
Berlusconi copre gli abusivi campani per dare una mano al candidato Lettieri ma scopre i leghisti nel nord.
“Ma con Bossi – ha assicurato – ci parlerò e mi spiegherò. Abbiamo trovato un accordo sulla Libia, figuriamoci se non lo troviamo su Ischia”.
Ottimismo solo obbligato a tre giorni dal voto, come quello di Paolo Bonaiuti: “Troveremo anche questa volta una “quadra” che faccia salve le esigenze di tutti”.
Eppure i due leader ieri non si sono parlati e nel Pdl aumentano i sospetti su quest’ennesimo strappo leghista.
Quasi che il Carroccio, sussurrano a via dell’Umiltà , stia “accumulando pretesti” per una rottura nazionale se le elezioni dovessero andare male.
E anche stavolta dietro a Bossi i berlusconiani scorgono la figura di Giorgio Napolitano, che qualche mese fa fece eliminare dal decreto Milleproroghe proprio il condono edilizio per i campani.
Milano e Napoli dunque.
È in queste due piazze che Berlusconi si gioca il resto della legislatura.
E in entrambe la situazione, ammettono nel quartier generale berlusconiano, è meno tranquilla di come appare, anche per la debolezza del candidato sindaco. A Milano le liste di centrodestra corrono qualche frazione di decimale sopra il cinquanta per cento, un margine troppo risicato per escludere il ballottaggio. Un’eventualità a cui il Cavaliere guarda con grande preoccupazione: “Al ballottaggio non ci saranno più le liste – ha spiegato ai suoi – e Letizia correrà da sola”.
Nel capoluogo lombardo ci sono nove circoscrizioni, fanno i calcoli a via dell’Umiltà , e ci sono 7 liste a sostegno della Moratti con 40 candidati ciascuna. È un esercito di 2500 aspiranti consiglieri che pompa voti a più non posso.
Ma dal 16 maggio, in caso di ballottaggio, questi militanti si fermeranno, lasciando Moratti da sola contro Pisapia.
A quel punto anche l’impensabile, la perdita della città -simbolo del berlusconismo, diventerebbe possibile.
Uno scenario non molto diverso da quello di Napoli, nonostante Berlusconi, riadattando una sua vecchia battuta, ieri abbia scherzato in privato sulla propensione al voto dei napoletani: “Non credo saranno tanto coglioni da rivotare chi li ha portati a quel disastro”.
Eppure i più attenti nel Pdl invitano alla prudenza, perchè sarà anche vero che Lettieri distanzia di più quindici punti i suoi due sfidanti.
Ma sotto il Vesuvio tutto è possibile.
“De Magistris – confidano – è un osso duro, un uomo d’ordine. Se dovesse andare lui al ballottaggio le cose si complicano”.
In ogni caso quel provvedimento annunciato ieri da Berlusconi serve e serve prima del ballottaggio.
“Dieci giorni fa – rivela Amedeo Laboccetta – Nicola Cosentino ed io siamo andati dal premier a palazzo Grazioli e abbiamo avuto il suo impegno a risolvere una questione che riguarda 67 mila famiglie. Il capo del governo ha preso un impegno e lo manterrà , Calderoli o non Calderoli”.
Per la verità già ad aprile, ricevendo a via del Plebiscito i sindaci campani di centrodestra (l’occasione venne immortalata con un video pirata e la barzelletta sulla mela), Berlusconi aveva garantito un decreto per bloccare le demolizioni. Ora è arrivato il momento di pagare dazio.
L’atteggiamento apparente di chiusura dei leghisti sulle case abusive provoca un moto di stizza nel Pdl al Nord, dove la “competition” tra i due partiti è serrata. “Quando si va a votare – osserva il milanese Massimo Corsaro – come al solito i leghisti pensano solo a loro stessi. Stavolta cercano di speculare agitando la solita storia dei terroni che si fanno le case abusive, senza farsi troppi scrupoli. Sono costretti ad alzare i toni perchè hanno subito una battuta d’arresto il 17 marzo, quando hanno polemizzato sull’unità d’Italia e i cittadini non li hanno capiti”.
Anche sulla questione della case abusive, ricordano nel Pdl, i leghisti giocano una partita sporca.
“Ora sono contrari ma lo scorso aprile il decreto che impediva le demolizioni lo votarono anche loro”.
Francesco Bei
(da “La Repubblica“)
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Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile
NEL 2010 LA CORTE DEI CONTI L’HA COSTRETTA IN APPELLO A PAGARE 125.000 EURO PER LA VICENDA DEGLI INCARICHI D’ORO E 261.000 EURO PER LA VICENDA CONSULENZE AD AMICI….NELLO STESSO ANNO ALTRA CONDANNA PER 50.000 EURO DELLA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO PER UN CONTRATTO INUTILE QUANDO ERA MINISTRO DELL’ISTRUZIONE
Non si è scusata dopo le accuse di ieri all’avversario Giuliano Pisapia. 
Anzi, ha rilanciato gli attacchi al rivale: “La mia intenzione era ed è sottolineare che non può essere considerata come moderata la storia di una persona che in quegli anni era vicina ad ambienti terroristici”.
Letizia Moratti non demorde nonostante il colpo basso nel faccia a faccia su Sky si sia dimostrato un passo falso: il sindaco ha citato una condanna amnistiata a Pisapia per aver concorso morale nel furto, negli anni ’70, di un furgone utile agli uomini di Prima Linea per compiere una spedizione punitiva, omettendo l’Appello che ha assolto pienamente il candidato di centrosinistra.
Così donna Letizia ha finito per incassare una denuncia per diffamazione e perfino la disapprovazione dell’alleato numero uno Umberto Bossi (“Io non l’avrei fatto”).
In realtà , l’unico dei tre principali candidati sindaco di Milano con delle condanne alle spalle è proprio lei, Letizia Moratti.
Che ne ha collezionate ben due, entrambe confermate in Appello.
Sì, perchè se la fedina di Giuliano Pisapia e di Manfredi Palmeri resta specchiata, è proprio quella della “moderata” Letizia ad avere due vistose macchie.
Due condanne collezionate in epoche diverse per aver sprecato soldi pubblici attribuendo consulenze e incarichi ad amici e conoscenti violando le leggi che regolano la materia.
Proprio a Milano la Corte dei Conti l’ha condannata due volte insieme ad alcuni membri della giunta di centrodestra per “danno erariale con colpa grave”.
La vicenda è quella dei cosiddetti “incarichi d’oro” che risale al 2006.
Prese le leve del comando a Palazzo Marino la Moratti fa assumere sei persone come dipendenti (e con gli stipendi dirigenziali) senza verificare le loro competenze nè la presenza nell’ente pubblico di analoghe capacità .
Uno spoil system che premia i manager esterni e allinea il Comune a un’azienda privata.
Il danno dell’operazione, in primo grado, era stato calcolato in 887mila euro, poi ridotto nel processo di Appello che si conclude quattro anni dopo (9 gennaio 2010) con la conferma della condanna e la richiesta di 125mila euro di risarcimento.
Una cifra certo simbolica per la moglie del magnate che spende sei milioni di euro e più per la campagna elettorale ma non meno importate sul fronte politico-giudiziario.
C’è poi una seconda inchiesta ha travolto la Moratti nei panni di primo cittadino. Si tratta dell’indagine su 80 contratti di consulenza e presunte azioni di mobbing per i quali il 29 novembre del 2007 erano stati indagati Letizia Moratti e quattro ex dirigenti dell’amministrazione comunale.
A indagare sono ancora i magistrati contabili che infliggono una condanna a risarcire l’erario comunale per 261mila euro per il danno che avrebbero provocato all’erario nell’assegnare ben 80 consulenze in modo del tutto arbitrario e violando ancora una volta la normativa in materia.
Finisce invece con una archiviazione la parte penale di questa vicenda.
L’accusa per la Moratti era di abuso di ufficio.
Ma le parole scritte nere su bianco due anni dopo (27 agosto 2010) dal Gip Maria Grazia Domanico lasciano zone d’ombra sull’operato del primo cittadino che viene definito ancora una volta “grave e colposo”: «Si deve ritenere che le modalità di rimozione dei dirigenti, per quanto censurabili sotto diversi profili, non abbiano travalicato il limite dell’illecito penale».
Non è la prima volta che Letizia scambia un ente pubblico per un’azienda privata.
Quando era Ministro dell’Istruzione aveva già incassato una condanna e una richiesta di indennizzo.
Nel 2001 infatti aveva affidato alla società mondiale leader nei servizi di revisione-fiscalità -advisory uno studio da 180mila euro per l’accorpamento dei ministeri della pubblica amministrazione e ricerca.
Un incarico che la Corte dei Conti del Lazio ha ritenuto del tutto inutile visto che uno studio sulla “fusione” era già stato condotto internamente.
In pratica, un’altra consulenza esterna non necessaria.
Risultato: il 20 aprile 2010 è stata condannata a risarcire l’importo del contratto da 50mila euro.
Insomma il Pdl dei pataccari ha perso una buona occasione per tacere.
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Maggio 13th, 2011 Riccardo Fucile
“IL SIGNOROTTO DI FONDI NON PRETENDA DI COMANDARE NELLE NOSTRE PALUDI”… UN IMPEGNO CONTRO LE INFILTRAZIONI MAFIOSI…LA GAFFE DI BERLUSCONI: “RILANCEREMO LE TERME DI FOLIGNO”: MA SONO QUELLE DI FOGLIANO
Il rombo della Maserati si sente da lontano.
Ignazio la Russa, con la consueta discrezione, piomba a Latina nelle ultime ore di campagna elettorale.
E’ l’unico capoluogo di provincia che va al voto nel Lazio e i ministri del governo Berlusconi vengono a frotte qui: la Brambilla per promettere la riqualificazione del lungomare, Alfano per giurare che faranno come nuovo il tribunale, Sacconi per impossessarsi dell’unica buona notizia nell’agonizzante economia locale: la multinazionale del chimico-farmaceutico Janssen, invece di chiudere, aumenta dipendenti e investimenti.
Tutti a dare pacche sulle spalle al candidato del Pdl Giovanni Di Giorgi, 43 anni, architetto, consigliere regionale, già camerata, appoggiato dall’Udc, dalla Polverini e da Storace.
In questa terra di cultori del Duce che ha sempre votato negli ultimi 18 anni sindaci con la camicia nera (prima Ajmone Finestra, che girava a cavallo nei suoi feudi elettorali, e poi il suo “garzone di bottega” Vincenzo Zaccheo, che non ha finito il secondo mandato, ed è uscito perdente dalla cruenta lotta con il senatore Claudio Fazzone, chiacchierato ras di Fondi), le investiture sono sempre state plebiscitarie con un centrosinistra fermo al 23%.
Adesso tira un’aria diversa.
Può succedere – anzi è molto probabile – che a Latina si vada al ballottaggio: Di Giorgi contro il candidato del centrosinistra Claudio Moscardelli, 48 anni, avvocato, franceschiniano, curriculum moderato: chierichetto, scout, militante Dc, poi Ppi, Margherita e Pd.
Non è la prima volta che Moscardelli si candida ma è la prima che rischia di farcela davvero.
Che cosa è successo?
Vale la pena di lasciarlo riassumere ad Antonio Pennacchi, premio Strega con Canale Mussolini, figlio di Latina e “fasciocomunista”: “A destra se sò divisi in due, se sò menati come zampogne, se sò magnati er piano regolatore… sò loro i veri traditori della bonifica, sò una banda de inetti e de indegni”.
Insomma, questo per dire, al di là del linguaggio, che la destra di Latina è implosa, uno scontro che non a caso ha portato al commissariamento del Comune.
I candidati sindaco sono 13 in una città di 120 mila abitanti.
E anche Pennacchi c’ha messo del suo con la Lista Pennacchi-Fli per Latina, capogruppo il finiano Granata e candidato sindaco Filippo Cosignani, classe 1959, un altro camerata.
In caso di ballottaggio i fasciocomunisti l’hanno già detto: appoggeranno il candidato del Pd.
Ma non è da loro che arrivano le reali chances.
Azzarda Moscardelli: “È in atto uno spostamento elettorale. La città , negli ultimi anni, ha sofferto tantissimo. La perdita di ricchezza è di quasi tre volte quella del Lazio, il tasso di disoccupazione è al 20%. Io ho un programma da offrire. Penso alle piccole medie imprese, ad uno sportello per le attività produttive, ad un’area artigianale, ad un polo di ricerca industriale, a nuovi quartieri “green” di edilizia residenziale pubblica a impatto zero”.
Secondo Moscardelli, la vecchia Littoria è pronta a chiudere con l’ideologia. “Tantissimi a destra mi voteranno, sono stato sdoganato”, assicura.
Circola effettivamente la voce in città che ci sarà molto voto disgiunto, frutto anche di vendette in famiglia.
Gli elettori potrebbero scegliere liste di destra e il candidato sindaco di sinistra.
Forse per questo i ministri si danno da fare e lo stesso Berlusconi ha fatto la sua solenne telefonata di sponsorizzazione con una promessa: “Rilanceremo le terme di Foligno”.
Peccato che il vero nome sia Fogliano.
Il referendum vero qui non è però Berlusconi sì Berlusconi no, ma Fazzone sì, Fazzone no.
Claudio Fazzone, coordinatore provinciale del Pdl, è riuscito per due volte a evitare lo scoglimento del Comune di Fondi, inquinato dalla criminalità organizzata, come risulta dalla relazione del prefetto Frattasi.
Ha guidato la rivolta contro il sindaco Zaccheo, suo nemico numero uno, dotato di un potere autonomo.
Adesso sponsorizza Di Giorgi il quale certo non può prendere le distanze ma dice: “Fazzone non mi preoccupa. Berlusconi e la Polverini mi hanno garantito autonomia assoluta”.
Quanto alla criminalità organizzata, Di Giorgi ammette la gravità del problema: “Non si tratta più di infiltrazioni, è un fenomeno stanziale”.
Droga, usura, appetiti legati all’edilizia, al Mercato Ortofrutticolo di Fondi, il più grande d’Italia.
Latina si gioca un’idea di sviluppo, di legalità , adesso, in questa tornata elettorale.
E l’ex sindaco Zaccheo? Vittima di un video, risultato poi manipolato, nel quale chiedeva alla Polverini, appena eletta, di ricordarsi delle figlie ma anche – e questa era la parte vera – di non dare più appalti a Fazzone, è entrato apparentemente in sonno.
Qualcuno dice che l’hanno “normalizzato” offrendogli alternative regionali.
Chi lo conosce, però, lo descrive attivo, sotto traccia.
Chiosa il fasciocomunista Pennacchi: “Il signorotto di Fondi non può pretendere di comandare a Latina. Dal fango delle paludi redente deve sorgere un tavolo costituente. Se ce date i voti, bene. E sennò pigliatevela in tel c…”.
Alessandra Longo
(da “La Repubblica“)
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Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile
A DUE GIORNI DAL VOTO, SCOPPIA IN RIVIERA LA QUESTIONE MORALE NEL PD…ARRESTATO PER TANGENTI ROBERTO DROCCHI, DIRIGENTE PUBBLICO DI VADO LIGURE E CANDIDATO ALLE COMUNALI…CON LUI IN CARCERE ANCHE IL CALABRESE DOMENICO FOTIA
Le fatture false nascoste in un pallone aerostatico che volava sui cieli di Savona. 
È la nota di colore in un’inchiesta che invece dipinge una Liguria dai toni sempre più cupi.
Doveva diventare il capogruppo del Pd a Savona. A tre giorni dalle elezioni comunali invece è finito in manette.
Non poteva andare peggio a Roberto Drocchi. E anche al Partito Democratico.
Ma non è soltanto l’arresto ad aver portato un terremoto in Riviera.
Sono anche le circostanze in cui è maturato. E le accuse.
La Procura di Savona ha indagato Drocchi per corruzione.
Insieme con lui ha arrestato altre tre persone, tra cui Pietro Fotia, un imprenditore originario di Africo (Reggio Calabria) di cui da tempo in città si discute molto per la sua vertiginosa ascesa nel settore dei movimenti terra, per i tanti appalti che riceve dagli enti pubblici locali.
Non solo: in casa del fratello Donato Fotia (anch’egli indagato, anche se il gip ha respinto la richiesta di arresto nei suoi confronti) il 22 dicembre scorso gli investigatori calabresi avevano arrestato un commerciante indagato per associazione a delinquere (in quell’inchiesta Fotia non è indagato).
Insomma, gli ingredienti per far esplodere la “questione morale” nel Pd savonese e ligure ci sono tutti.
A tre giorni dalle elezioni che si annunciano combattute, nonostante da queste parti il centrosinistra abbia sempre fatto il bello e il cattivo tempo. Anche perchè i cittadini sono stati scossi leggendo le accuse mosse ai quattro arrestati.
E a Drocchi, che di lavoro fa il dirigente ai Lavori Pubblici nel comune di Vado, importante centro della provincia di Savona.
Scrive il gip: “Donato e Pietro Fotia, della società di scavi Scavoter, effettuavano elargizioni di denaro in favore di Roberto Drocchi capo settore Lavori Pubblici del Comune di Vado Ligure e legale rappresentante della squadra di Basket Riviera Vado Basket in cambio del compimento da parte del pubblico ufficiale di più atti contrari ai propri doveri di ufficio consistiti nell’aggiudicazione alla Scavoter di appalti in assenza dei presupposti di legge”.
La storia parte da una banalissima verifica fiscale.
E al centro di tutto ci sono la società di basket di cui Drocchi era dirigente e le fatture, “false” secondo la Procura: la Scavo Ter dei fratelli Fotia versava dieci volte tanto quello che la squadra riceveva dal principale sponsor, la Tirreno Power (non toccato dall’inchiesta).
Le ricevute, secondo i pm, sarebbero state preparate in tempo reale da un commercialista mentre cominciavano gli accertamenti della Finanza.
Un po’ perchè gli arrestati volevano evitarsi guai fiscali, un po’ forse anche perchè — avrebbero accertato gli investigatori — un ispettore di polizia ha avvertito il gruppo delle indagini.
E poi, come in una commedia di costume, ci sono le classiche buste: tre, ricevute dal consigliere comunale del Pd (e, appunto, dirigente del vicino comune di Vado) davanti alle telecamere piazzate dalla Procura di Savona.
Drocchi, secondo l’accusa, collaborava molto strettamente con gli imprenditori: al punto che negli uffici della Scavo Ter gli investigatori avrebbero addirittura sequestrato una lista completa dei prossimi appalti di Vado Ligure.
Un elenco di cui nemmeno il sindaco di Vado era a conoscenza.
Un impegno molto ben remunerato, secondo i pm, che parlano di centinaia di migliaia di euro intascate dalla società sportiva.
E qui, per gli elettori savonesi si aggiungono altri “dettagli” non graditi, anche se totalmente estranei alle indagini: il principale sponsor ufficiale della squadra di basket del candidato Pd è la Tirreno Power, colosso dell’energia che vorrebbe raddoppiare una centrale a carbone alle porte di Savona.
Un progetto contestatissimo dalla città , le cui sorti potrebbero essere decisive anche per le elezioni.
Ripetiamo: Tirreno Power non c’entra in alcun modo nelle indagini.
Tutt’altra storia.
Ma lo stesso quella sponsorizzazione del colosso dell’energia alla squadra del candidato Pd ha fatto storcere il naso a molti.
Il nodo della questione, però, è un altro: l’arresto del candidato. E gli appalti pubblici, soprattutto quelli relativi al movimento terra.
Da anni Christian Abbondanza, della Casa della Legalità , ha sollevato la questione sul suo sito blog: “Bisogna fare chiarezza — chiede Abbondanza — sugli appalti per i movimenti terra soprattutto relativi ai porticcioli (di cui si stanno occupando altre procure del Ponente) e sulle bonifiche. Gli enti pubblici di tutta la Liguria, non importa se di centrosinistra o centrodestra, scelgono spesso le stesse aziende senza compiere accertamenti adeguati. Piccole società sono diventate colossi grazie agli appalti pubblici. Alcune appartengono anche a famiglie citate nei rapporti della Direzione Investigativa Antimafia (i fratelli Fotia, va detto, non sono indagati per associazione a delinquere)”.
Abbondanza propone al Pd: “Sia istituita una commissione indipendente per verificare i rapporti finanziari dei propri candidati e amministratori e i contributi ricevuti dal partito, da comitati elettorali e associazioni a partire almeno dal 2005. A livello regionale e in ogni provincia”.
Denunce e proposte cadute nel vuoto.
Anzi, Christian Abbondanza e la sua Casa della Legalità sono sempre stati oggetto di attacchi durissimi da parte di tutti i partiti, soprattutto dai vertici del Partito Democratico ligure.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile
LA VICENDA RISALE AL SETTEMBRE DEL 1978 QUANDO I TERRORISTI DI PRIMA LINEA RUBARONO UN FURGONE….UN ITER PROCESSUALE INIZIATO NEL 1980 E CHIUSO 8 ANNI DOPO CON L’ASSOLUZIONE DI PISAPIA PER NON AVER COMMESSO IL FATTO
In 25 secondi, studiatamente gli ultimi del faccia a faccia con Giuliano Pisapia su Sky, le parole di Letizia Moratti risultano contraddette due volte dalle sentenze: da quella d’Appello che il sindaco tace, e da quella stessa di primo grado che lei cita.
Moratti richiama un verdetto d’Assise del 1984 per affermare che solo un’amnistia aveva salvato il rivale da una condanna per furto, ma tace che Pisapia in Appello era poi stato assolto nel merito nel 1986 «per non aver commesso il fatto».
E anche solo restando alla sentenza di primo grado del 1984, fa credere che alla base dell’applicazione dell’amnistia vi fosse da parte dei giudici un’affermazione di responsabilità di Pisapia per il furto del 1978, mentre invece nella motivazione la Corte d’Assise esplicitamente scriveva che, se non fosse intervenuta l’amnistia, avrebbe comunque «assolto per insufficienza di prove» Pisapia.
La storia vera comincia la sera del 19 settembre 1978, quando a Milano i terroristi di «Prima Linea» Massimiliano Barbieri, Roberto Sandalo e Marco Donat Cattin rubano un furgone Fiat, e Barbieri viene arrestato.
Due anni e mezzo dopo, Sandalo, “pentito” come anche gli altri due, spiega il furto come finalizzato a un progetto (poi mai attuato) di sequestro di William Sisti, capo del servizio d’ordine del «Movimento lavoratori per il socialismo» che aveva avuto violenti scontri con l’«Autonomia operaia» cittadina, e al quale il «Collettivo» studentesco della libreria di via Decembrio, nel quale all’epoca militavano attivamente Massimiliano Trolli (ex di Lotta Continua) e suo cugino Giuliano Pisapia, addebitava pestaggi di “compagni”, come un disegnatore di murales ridotto in fin di vita.
Barbieri, che secondo Sandalo e Donat Cattin voleva colpire Sisti «come carta di credito per entrare in Prima Linea», nell’estate 1978 li porta dunque in una casa di benestanti nel centro di Milano, dove vivevano Trolli e «il cugino», cioè Pisapia.
Tutti e tre i pentiti collocano nella casa alcune riunioni di luglio 1978 nelle quali «venne avanzata la proposta di compiere un’azione punitiva contro Sisti» da sequestrare, picchiare e liberare con la colla nei capelli.
Ma i tre pentiti divergono sul ruolo di Pisapia: per Sandalo era presente; lo stesso dice Barbieri, che però per la riunione operativa indica una data in cui Pisapia era a Santa Margherita Ligure bloccato da un’ulcera, attestata sul ricettario milanese del medico Carlo Agnoletto (zio di Pisapia); invece Donat Cattin esclude Pisapia fosse alla riunione.
E’ notorio che per questa vicenda Pisapia nel 1980 fu arrestato con due accuse: partecipazione alla banda armata «Prima Linea», e concorso morale (luglio 1978) nel furto del furgone poi commesso (settembre 1978) da Sandalo-Barbieri-Donat Cattin.
Resta 4 mesi in carcere, ma per la banda armata neppure viene processato, direttamente prosciolto su richiesta del pm Armando Spataro.
E’ invece rinviato a giudizio in Corte d’Assise per il concorso morale nel furto del furgone, anche qui noto negli archivi (es. Ansa dell’11 giugno 1982).
Finisce con una amnistia.
Nella motivazione di primo grado la Corte d’Assise tende a escludere «sovrapposizione di ricordi» nella versione di Sandalo, ritiene «poco verosimile che Barbieri abbia clamorosamente errato», appare dubbiosa rispetto a Donat Cattin che dice che Pisapia non c’era, e svaluta il certificato medico.
Tuttavia la Corte prende atto che anche Sandalo e Barbieri «non hanno esplicitamente parlato di uno specifico apporto di Trolli e Pisapia all’episodio del furto».
E conclude che, «nell’irrisolto contrasto» tra le dichiarazioni di Donat Cattin e quelle «non meno rilevanti deponenti in contrario di Barbieri e Sandalo, nei confronti di Pisapia potrebbe essere emessa solamente una pronuncia di assoluzione per insufficienza di prove».
Poichè però nel 1978 era intervenuta una amnistia, «per giurisprudenza consolidata l’amnistia prevale» tranne nel caso di assoluzione piena: quindi il dispositivo della terza Corte d’Assise il 22 ottobre 1984 ritiene «amnistiato il reato ascritto» a Pisapia e dichiara «il non doversi procedere».
Pisapia rinuncia all’amnistia e fa ricorso alla Corte d’Assise d’Appello, che lo assolve nel merito.
I giudici scrivono che dalla «coabitazione di Pisapia con il cugino Trolli» e dall’«adesione di Pisapia all’ideologia di sinistra» possono «sorgere al più soggettivi sospetti» ma non certo «la prova di un coinvolgimento che connoti estremi di rilevanza penale».
In più, i giudici di secondo grado, diversamente da quelli di primo, ritengono la presenza di Pisapia alla riunione di fine luglio 1978 «del tutto smentita» dal certificato medico che lo indicava fermo a Santa Margherita Ligure, per la stessa ulcera per la quale ulteriore «documentazione sanitaria» lo mostrava «ricoverato in ospedale a Santa Margherita dal 12 al 18 giugno e dal 24 giugno al 3 luglio». La conclusione della terza Corte d’Assise d’Appello l’8 marzo 1986 è dunque che «non vi è prova, nè vi sono apprezzabili indizi, di una partecipazione di Pisapia al furto, sia pure sotto il profilo di un concorso morale: va pertanto assolto per non aver commesso il fatto».
Finita? Non ancora.
Neppure l’accusa impugna l’assoluzione di Pisapia, ma il 3 marzo 1987 la Cassazione rileva un errore nella formazione del collegio d’Appello, annulla la sentenza per tutti gli imputati e quindi fa ricelebrare il processo di secondo grado.
E’ solo un formalità : infatti sia la Procura generale sia le difese chiedono ai giudici del processo-bis d’Appello di confermare le statuizioni riguardanti ciascun imputato, e la nuova Corte lo fa per tutti gli imputati (compreso Pisapia) nelle ordinanze del 3 dicembre 1987, 25 febbraio, 28 marzo e 14 aprile 1988.
A chiudere lo svuotato Appello-bis resta il «non doversi procedere non potendo essere proseguita l’azione penale» già definita dalle ordinanze sui vari imputati; e cioè, nel caso di Pisapia, dall’assoluzione passata in giudicato per non aver commesso il fatto.
Un dato definitivo che relega in secondo piano la scelta del sindaco di connotare negativamente l’amnistia attribuita (erroneamente) al rivale nonostante di un’amnistia vera abbia usufruito, per fatti parimenti datati, il capolista della sua lista Pdl, Silvio Berlusconi, per il quale 21 anni fa la Corte d’Appello di Venezia dichiarò nel 1990 l’amnistia della «falsa testimonianza» imputatagli per aver negato l’iscrizione alla loggia P2 di Licio Gelli.
Luigi Ferrarella
(da”Il Corriere della Sera“)
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Maggio 12th, 2011 Riccardo Fucile
A SAN GENESIO SI PRENDONO A CAZZOTTI UN CONSIGLIERE REGIONALE DELLA LEGA E UN CANDIDATO SINDACO EX LEGHISTA…TUTTI AL PRONTO SOCCORSO A FARSI MEDICARE
L’incontro in Comune tra il consigliere regionale Angelo Ciocca (Lega) e il candidato sindaco Giampiero Zetti (leghista della prima ora poi passato alla Lega Padana Lombarda e quindi a una lista civica con molti esponenti del centrosinistra) è terminato in ospedale.
Opposte le versioni: “Ciocca mi ha aggredito”, avrebbe detto Zetti.
“Non è vero, è successo il contrario”, avrebbe raccontato il leghista ai carabinieri.
Una cosa è certa: ieri mattina alle 10.30 Giampiero Zetti, candidato sindaco alle comunali di San Genesio, è andato in comune per chiedere il permesso per organizzare la festa di partito per la chiusura della campagna elettorale.
Ma a rendere più “calda” la campagna elettorale nel cuore della notte ci aveva pensato un volantino diffuso per le vie del paese in cui si accusava Ciocca (citato, pur non essendo indagato, negli atti dell’inchiesta “Infinito” della procura di Milano, che ha portato a 300 arresti per ‘Ndrangheta in tutta la Lombardia), di essere il “sultano” di San Genesio.
Un volantino condito da mille accuse: si parlava di una laurea “comprata” in Nicaragua, di presunti affari poco puliti.
Ciocca non ha gradito: “Tutte calunnie”.
E appena ha incontrato il candidato avversario sono volate parole grosse, poi botte.
Racconta Zetti: “Appena uscito dall’ufficio mi è arrivato non so se uno schiaffo o un pugno sulla guancia sinistra. Ho sbattuto la testa, adesso ho un bernoccolo. Mi si sono rotti gli occhiali. Mi sono alzato e ho detto: “Angelo, ma che cosa fai?”. Lui mi ha detto: “Abbi il coraggio di firmare quello che scrivi”, parlando del famoso volantino”, racconta Zetti che promette denuncia.
Opposta la versione di Ciocca: “Ho preso un pugno nello stomaco”.
Di sicuro per “moderare” il dibattito politico sono dovuti intervenire i carabinieri.
E le ambulanze: sia il candidato sindaco che il consigliere regionale sono stati ricoverati al policlinico San Matteo di Pavia.
Zetti è stato sottoposto a una tac, mentre Ciocca è uscito in sedia a rotelle.
Ma chi è Angelo Ciocca?
Avversari e amici lo chiamano il Brad Pitt della politica. Un paragone che lo lusinga, un po’ per il Brad, che sa di attore, un po’ per il Pitt che sa di mastino. Ciocca, 35 anni e fazzoletto verde di ordinanza, è il consigliere regionale lombardo eletto con il maggior numero di preferenze.
Con quasi 19 mila voti, dentro la Lega, ha sbaragliato addirittura “il trota”, al secolo Renzo Bossi.
Ciocca insomma è nato leghista.
Un po’ perchè ce l’ha nell’animo, un po’ perchè dalle sue parti la Lega la fa da padrona.
Siamo a San Genesio ed Uniti, 3.900 abitanti sulla strada che collega Pavia a Milano: qui la Lega raccoglie oltre il 60 per cento dei consensi (e una volta erano perfino di più).
Siamo, tanto per capirci, nel paese finito all’onore delle cronache perchè l’allora sindaco (proprio Giampiero Zetti, passato dal centrodestra al centrosinistra), aveva deciso di far montare dei grossi cancelli di ferro all’imbocco del paese: a una certa ora, le porte della città si chiudevano.
Un po’ come nel Medioevo, l’idea era quella di combattere i furti tenendo fuori la “brutta gente”.
Ecco, questa è la culla di Ciocca.
Ma lui agli onori delle cronache ci è finito recentemente per altre ragioni meno pittoresche: le carte dell’inchiesta sulla ‘Ndrangheta in Lombardia raccontano “dei suoi rapporti con l’avvocato Pino Neri, finito in carcere nel maxi blitz del 13 luglio. I due, nella primavera del 2009, sono stati filmati dai carabinieri mentre si incontravano per discutere di pacchetti di voti da dirottare su un candidato gradito alle cosche”.
Scrivono i magistrati: “Neri ha assoluta necessità di far eleggere alle consultazioni elettorali di Pavia un proprio uomo, Rocco Del Prete, e a tal fine si rivolge a Ciocca”.
Una storia che ha imbarazzato il Carroccio tanto da spingere la Padania a smentire parlando di “allucinazioni” e di “insinuazioni”.
Andrea Ballone e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
PREMIER E PARTITO HANNO INTERESSI DIVERSI: NELLE COMUNALI DI DOMENICA L’IMPERATIVO CATEGORICO PER BERLUSCONI E’ CONQUISTARE IL SINDACO A MILANO E NAPOLI…. SE ALTROVE IL PDL CROLLERA’ LO ADDEBITERA’ AI DIRIGENTI DEL PARTITO
Per la prima volta gli interessi del Pdl coincidono solo in parte con le fortune elettorali del
Fondatore (una volta erano in due, ma l’altro ha fatto la fine di Remo).
Mai come ora Berlusconi è parso pronto a sacrificare il partito pur di salvare se stesso.
Nelle Comunali di domenica l’imperativo categorico del premier è: conquistare il sindaco nelle due metropoli in bilico, Milano e Napoli. Espugnare entrambe al primo turno sarebbe una prova di salute politica inaspettata; ma pure vincere i ballottaggi all’ombra tanto del Vesuvio che della Madunina gli andrebbe di lusso.
E in fondo in fondo perfino un pareggio, che equivarrebbe a riprendersi solo Milano lasciando Napoli alla sinistra, darebbe al Cavaliere la chance di tirare avanti con il governo, ammaccato ma ancora vivo, fino al capolinea della legislatura (primavera 2013).
Se tra sette giorni Berlusconi avrà centrato almeno uno di questi obiettivi, potrà dire: «Io cado sempre in piedi».
Per il Pdl è diverso. Quasi l’opposto.
Nell’ansia di sfangarla, Silvio mette in secondo piano la sorte della sua creatura politica.
Anzichè aiutarla a crescere, a piantare radici sul territorio, a tirar su una nuova classe dirigente, in qualche caso Berlusconi la trascura; in altri la sacrifica senza pietà .
Col risultato che il Pdl affronta il voto con la gioia del cappone sotto Natale, quasi vittima designata dal padre padrone.
E’ possibile, per fare un piccolo esempio, che la decisione berlusconiana di correre capolista a Milano possa rappresentare una spinta alla candidata Moratti.
C’è chi ne dubita e anzi teme l’effetto-boomerang della campagna ossessiva contro i magistrati, questo eccesso di personalizzazione sul premier tirata al punto che gli spot radiofonici pro Cavaliere implorano: «Se mi vuoi bene, votami».
Berlusconi teme la scarsa affluenza, l’astensionismo.
Il suo nome si perde in fondo alla scheda, bisogna cercarlo con cura…
Sta di fatto che Silvio si comporta come un’idrovora, asciuga lo stagno delle preferenze (se ne può esprimere al massimo una), i candidati Pdl boccheggiano tutti tranne l’unico che non dovrebbe nemmeno figurare in lista, quel Lassini venuto alla ribalta coi manifesti anti-pm.
Ma il vero conflitto d’interessi tra il premier e il suo partito riguarda essenzialmente Bossi.
Per quieto vivere, il Cavaliere consentì mesi fa alla Lega di presentarsi con candidati propri, contrapposti a quelli del Pdl, dove meglio credeva.
In pratica, Berlusconi diede il via a una sfida dove i suoi campioni sono destinati al massacro.
Per il semplice motivo, dicono in via dell’Umiltà , «che noi combattiamo con le mani legate».
Bossi fa una campagna spregiudicata, ormai si distingue su tutto, specie sulle decisioni impopolari, da Parmalat al nucleare.
Il caso più eclatante? La Libia, che provoca al premier vistosi cali di immagine.
Il Carroccio non si fa scrupoli di condannare la guerra. Il Pdl invece non ha scampo, può solo trangugiare le scelte governative, subendone gli alti (pochini) e i bassi (parecchi).
Ricapitolando con le parole di Osvaldo Napoli il quale, tra l’altro, da domenica sarà vicepresidente vicario Anci e di contese locali ne capisce: «Tolte Milano e Napoli, che sono affare di Berlusconi, tutto il resto andrà in carico al partito. Ed è lì che il Pdl dimostrerà di esserci o no».
Specie nel confronto diretto con la Lega. A Bologna. A Trieste. In quello che sta diventando il simbolo della disfida, con Bossi che vi comizia un giorno sì e l’altro pure, cioè Gallarate.
Guerra crudele perchè, se al primo turno la spunta il candidato sindaco del Pdl, poi non è detto che la Lega dia un sostegno compatto nel ballottaggio, specie a Trieste.
E comunque lo scontro fratricida è destinato a spingere in alto i padani nel voto di lista, a detrimento di chi si capisce.
In generale la prospettiva del Pdl è grama.
Ben che vada al partito del Cavaliere, può liberare Rimini dai «comunisti», e allora giù il cappello.
Tuttavia rischia di perdere Latina, mai a sinistra negli ultimi 90 anni, comprendendo l’era del Fascio.
Ai vertici Pdl si spera in un colpo di reni a Catanzaro e a Cosenza, si teme invece per Reggio Calabria…
I triumviri Pdl (Verdini, Bondi, La Russa) incrociano le dita ma sanno già come va a finire: salvo miracoli, Berlusconi darà la colpa a loro.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Maggio 10th, 2011 Riccardo Fucile
ANNA LAZZARIN, PRIMO CITTADINO DI VEGGIANO, IN VENETO: “SIAMO IN TANTI A DOVER GESTIRE L’EMERGENZA DA SOLI”… E ZAIA NON SA NEANCHE DI COSA SI PARLA
“Davanti alle scelte difficili siamo stati lasciati soli dai partiti, dobbiamo studiarci le ordinanze e applicarle seguendo l’istinto e le necessità del territorio, nessuno ci dice come”.
È la solitudine dei primi cittadini, dei tanti sindaci di piccoli paesi che si sentono lontani dal partito e abbandonati dai politici regionali e nazionali del loro stesso schieramento.
Accade per esempio ad Anna Lazzarin, sindaco di Veggiano, un concentrato di campi arati e villette lungo la statale che collega Padova a Vicenza , e di asili nido ricavati in austere ville venete in mezzo a parchi potati di fresco.
A Veggiano abitano molti agricoltori, ma anche famiglie giovani con bambini. Persone piene di progetti rimasti impigliati sotto la piena che i primi di novembre ha danneggiato case, campi, ristoranti e negozi, in un filotto di paesi rovesciati dal fango e dall’acqua.
“Prima ero un sindaco come tanti, avevo la mia privacy, poi la mia alluvione ha cambiato tutto”.
Lazzarin la chiama “la mia alluvione”, che le fa suonare il cellulare ogni momento, per cui riceve cittadini ogni minuto della giornata.
“Vengono a suonare a casa mia, mi chiedono aiuto; io capisco, ma non ho più pace”.
Dopo l’alluvione uno staff di psicologi dell’Ulss ha preso postazione in municipio per fronteggiare le ansie di cittadini (e anche del sindaco ).
“Io ho una farmacia: le persone vengono a chiedere tranquillanti per calmare l’ansia, qualcuno cova un esaurimento nervoso”.
Sì perchè Anna Lazzarin, 46 anni e tre figlie da crescere (l’ultima ha 7 anni) è anche la farmacista del paese, un’attività che gestisce in società col fratello. Una signora laureata e benestante, con un impegno nella vecchia Dc confluita poi nel Pdl: “Non mi sono mai tesserata, oggi non mi riconosco più in questo partito e in un governo che non mi rappresenta, nè come piccola imprenditrice nè come amministratrice pubblica”.
La sindachessa è stata eletta nel 2007 grazie a una strana alleanza Pdl-Pd contro la Lega, un sodalizio che tuttora dura.
“I leghisti in consiglio comunale mi votano sempre contro, anche se sono direttive dalla Regione e quindi provenienti dai vertici della Lega”.
Dopo l’alluvione la sindachessa manda a memoria le ordinanze del governo sugli aiuti. “Zaia mi prende in giro, dice: allora sindaco so che è un’esperta di ordinanze di Berlusconi è vero?”.
Una dedizione da cui invece Zaia è lontano, almeno secondo Lazzarin, che ha messo in piedi una squadra di sindaci arrabbiati e agguerriti quanto lei, uniti dallo stesso sentimento di abbandono e solitudine.
Sono i primi cittadini dei luoghi più colpiti dall’alluvione, i sindaci di Bovolenta, Casalserugo, Ponte San Nicolò e Saletto.
Il primo aprile dopo molte insistenze sono stati ricevuti da Zaia. “Si è presentato con il super dirigente incaricato dell’alluvione Mariano Carraro, l’assessore alla protezione civile, quello all’ambiente e 12 tecnici. Quando li abbiamo visti ci siamo detti: allora gli abbiamo davvero fatto paura”.
E quindi? “Mi sono chiesta: c’è qualcosa di peggio dell’alluvione? Si, è trovarsi davanti a un presidente di Regione impreparato e confuso, che non sa nulla e non si è informato per niente di quello che noi e tutti gli altri paesi colpiti abbiamo dovuto sopportare”.
La sindachessa ha chiesto 13 milioni di danni, ne sono già arrivati 3,9.
“Non voglio gli altri soldi subito, vorrei sapere quanti me ne daranno e soprattutto quando”.
Invece dalla riunione non è uscita nessuna certezza, anzi: “Io esponevo i fatti e Zaia continuava a chiedere ai suoi se era vero quello che dicevo perchè non ne sapeva nulla”.
Alla fine Zaia ha pregato i sindaci di non informare dell’incontro la stampa e Carraro di andare a Roma a chiedere altri soldi.
Ha assicurato che sui tempi dei lavori pubblici e sulle erogazioni per quelli privati avrebbe informato i sindaci entro Pasqua.
“Siamo a maggio e ancora non sappiamo nulla”.
Erminia della Frattin
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 8th, 2011 Riccardo Fucile
GLI ORGANIZZATORI SI ASPETTAVANO 10.000 PERSONE, NE SONO ARRIVATE SOLO 4.000… DOPO MENO DI UN’ORA SE NE VANNO A CENTINAIA, STANCHI DI ASCOLTARE LA SOLITA LITANIA DA MAGLIARO DELLA POLITICA… BERLUSCONI ORA TEME CHE IL BALLOTTAGGIO POSSA ESSERE L’ANTICAMERA DELLA SCONFITTA
La grande paura, il timore di non farcela a Milano al primo turno come chiesto a gran voce dal presidente del Consiglio, si materializza tra le file dei maggiorenti del Pdl lombardo, quando gli orologi segnano un quarto alle 18. Silvio Berlusconi sul palco del Palasharp, spostato in avanti di almeno un trentina di metri per far apparire il palazzetto più affollato, si è fatto serio. Dopo il consueto one man show dell’inizio, condotto a colpi di battute (poche) e di domande retoriche (molte), il premier per mezz’ora ha ritirato fuori tutti i vecchi cavalli di battaglia: i comunisti, i giudici, tasse, Gianfranco Fini.
E, rispetto al solito, ha alzato di poco l’asticella arrivando a definire tutti “i pm di Milano un cancro da estirpare”, per poi prendersela con il presidente della Camera.
È in quel momento che tra il pubblico si registrano le prime defezioni.
Sarà stato per il fatto che Berlusconi stava parlando ormai da 45 minuti, o sarà stato perchè un contestatore lo ha interrotto ed è stato portato via dalla security, ma all’improvviso il popolo azzurro si distrae. Annoiato.
E così dagli spalti la gente comincia a sfollare.
Escono subito in trecento, poi a poco a poco in tanti.
Tra i sedili restano bandiere e foulard azzurri abbandonati alla rinfusa.
Un brutto segnale.
Se davvero si dovesse giudicare da qui la campagna del Pdl a Milano, ci sarebbe da scommettere che il ballottaggio tra il sindaco uscente Letizia Moratti e il candidato del centrosinistra Giuliano Pisapia, è sicuro.
Del resto anche riempire (a metà ) la tensostruttura di Lampugnano (un quartiere della periferia) era stata una faticaccia. Il 21 aprile, con una dichiarazione al Corriere, il coordinatore del Pdl lombardo, Mario Matovani, aveva annunciato l’arrivo di “diecimila persone sotto il tendone del Palasharp, lo stesso di Eco, Saviano e del Popolo Viola”.
Insomma aveva lanciato un guanto di sfida a quelli di Libertà e Giustizia che il 5 febbraio da lì avevano gridato: “Berlusconi dimettiti”.
Risultato: la sfida è stata persa per 10 mila a 4 mila .
E adesso anche la battaglia elettorale si fa davvero dura.
Il leader del Pdl pure ieri ha caricato di valore politico le amministrative. “Dobbiamo convincere gli indecisi”, ha detto, “è importante spiegare come il voto di Milano sia fondamentale per dare sostegno e forza al governo del paese. Milano con Letizia Moratti farà da spinta alla nostra maggioranza per poter governare ancora due anni. Non possiamo nemmeno immaginare che Milano cada nelle mani delle opposizioni”.
Ma all’ombra della Madonnina c’è chi ormai lo immagina.
Sulla base dei numeri.
Nel 2006 Letizia Moratti ha vinto al primo turno con il 51,9 per cento dei voti contro il 47 per cento dell’anonimo sfidante, l’ex prefetto Bruno Ferrante.
Tra i due c’erano 34 mila voti di differenza.
Solo che oggi, anche a non voler considerare lo scarso appeal della Moratti nei confronti dei suoi concittadini e le tante inimicizie che si è fatta nel partito, il centrodestra corre senza l’appoggio dell’Udc e di un pezzo di An, quella che se ne è andata con Fini.
Così Berlusconi ha un bel dire di voler superare la quota di 53 mila preferenze personali toccata cinque anni fa.
L’impresa è difficile dicono i sondaggi.
Forse ancor più che la vittoria della Moratti al primo turno.
Per farcela, il premier ha rinforzato la scorsa settimana lo staff del suo quartier generale in viale Monza.
Ha aperto i cordoni delle borsa aggiungendo 3 milioni di euro del partito ai circa 9 stanziati dal sindaco (Giuliano Pisapia complessivamente spende un milione e mezzo).
Ha appositamente reclutato i portavoce dei suoi ministri lombardi e, all’ultimo momento, ha deciso di tentare di oscurare con un open bar non stop, il comizio di Pisapia — e relativo concerto di Roberto Vecchioni — previsto per venerdì in piazza del Duomo.
“Quel giorno”, ha detto Ignazio La Russa, “occuperemo via Dante con tanti aperitivi e musica dal vivo dalle 18 alle 23”.
Insomma, più alcol per tutti.
Nella speranza che gli avventori si spostino con il bicchiere in mano nella vicinissima piazza Castello dove, alle 18:30 , la Moratti parteciperà a un comizio di Umberto Bossi.
Per il Pdl, del resto, una delle incognite vere è la Lega.
Alle comunali del 2006 ha preso pochissimo (poco più del 3 per cento), ma alle provinciali di tre anni dopo è quadruplicata.
Il suo uomo di punta, Matteo Salvini, attacca ogni giorno i cugini azzurri. “Escludo che i milanesi possano votare una persona del genere”, ha addirittura detto venerdì riferendosi a Marco Clemente, un candidato Pdl che, parlando con un presunto boss della ‘ndrangheta, augurava a un imprenditore vittima di estorsione “di morire come un cane”.
E, sempre guardando alle ultime provinciali, l’altro timore degli azzurri è il risultato del centro-sinistra che nel 2009, con Filippo Penati riuscì a spuntarla di un soffio a Milano città .
Certo oggi c’è una differenza.
In molti scommettono che il Movimento 5 Stelle, con il giovanissimo aspirante sindaco Matteo Calise, farà il pieno di voti.
Beppe Grillo mercoledì ha riempito piazza Duomo.
Ma se Pisapia deve fare i conti con Calise, la Moratti teme Manfredi Palmeri, l’uomo del Terzo polo.
In caso di ballottaggio è possibile che parte dei voti di entrambe i candidati (i due elettorati sono fortemente anti-berlusconiani) finiscano a Pisapia.
E se i 5 Stelle rifiutano gli apparentamenti, con Palmeri il dialogo è già ampiamente avviato.
Per questo Berlusconi “deve” vincere al primo turno.
L’ordine di scuderia è convincere gli indecisi.
E l’attacco forsennato alla magistratura serve anche a questo.
Per non parlare delle questioni locali, o degli incerti risultati di governo, e per riporre invece le elezioni come un referendum personale: o io, o loro, le toghe rosse.
In viale Monza sostengono che il caso di Roberto Lassini (l’aspirante consigliere comunale sotto inchiesta per i manifesti in cui la magistratura era paragonata alle Brigate Rosse) abbia permesso di guadagnare 5 punti.
Tanto che ieri Lassini (non presente al Palasharp) è stato lasciato libero di distribuire per la città i propri santini elettorali.
Berlusconi punta insomma a ricompattare lo zoccolo duro dei suoi sostenitori. Solo che ieri, dopo 45 minuti discorso, identico agli interventi del passato, molti di loro hanno cominciato a dare evidenti segni stanchezza.
E a poco, a poco, hanno lasciato il Palasharp.
Peter Gomez e Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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