Destra di Popolo.net

LA PARENTOPOLI PIEMONTESE CHE IMBARAZZA FASSINO

Ottobre 9th, 2012 Riccardo Fucile

IL CASO DELLA DIRIGENTE COMUNALE CHE AVREBBE CONCESSO INCARICHI PUBBLICI SENZA APPALTO ALLA SOCIETA’ DEL FIGLIO

Lo scandalo di «parentopoli» è scoppiato anche a Torino.
Nel giorno in cui avrebbe voluto festeggiare la sua nomina a presidente dell’Anci regionale, il primo cittadino Piero Fassino ha chiesto di intervenire in Sala rossa.
In molti, in consiglio, mettono le mani avanti: «Chi ha sbagliato faccia un passo indietro».
Il caso è scoppiato la scorsa settimana, quando, su pressione del Movimento 5 stelle, un cd con tutti gli affidamenti diretti assegnati dall’amministrazione a società  private dal 2006 al 2011 è finito nelle mani dei consiglieri comunali.
INCARICHI COMUNALI AL FIGLIO
L’imbarazzo del sindaco riguarda Anna Martina. Una signora di 61 anni che fa la direttrice delle relazioni internazionali del Comune, «senza mai aver vinto un concorso pubblico per questo», denuncia il Movimento 5 stelle.
E che per anni è stata capo del settore comunicazione strategia, turismo e promozione della città , oltre che di tutta la divisione cultura, sotto la guida dell’ex sindaco Sergio Chiamparino.
Anna Martina ha affidato quasi 50mila euro di lavori alla Punto Rec Studio.
Senza gare, sulla fiducia.
La società , però, è detenuta per quasi il 50 per cento dal figlio Marco Barberis.
Si tratta di sei decisioni prese dall’amministrazione comunale per la «scelta di materiali audiovisivi finalizzati alle attività  culturali e di promozione della città ». Marco, che è figlio di Walter Barberis, curatore della mostra Fare gli italiani alle Ogr di Torino, uno degli eventi per cui la Martina ha lavorato per conto della città , ha goduto, in particolare, di alcune migliaia di euro durante le celebrazioni di Italia 150, nel 2011.
In quell’anno Marco Barberis si è sposato con una delle più strette collaboratrici della Martina, Silvia Bertetto.
Una ragazza che prima lavorava presso lo studio Mailander – una delle agenzie che compare più volte nel cd degli appalti, scelta in più di un’occasione dalla Martina per lavori di comunicazione — e che in seguito ha trovato lavoro a Turismo Torino, l’agenzia di promozione della Città .
Proprio a fianco della nuora. Non solo.
FESTIVAL DEL JAZZ
Un video che circola su Youtube mostra il volto sorridente del figlio della Martina durante il festival del Jazz del 2012, che si è svolto a Torino tra aprile e maggio. Intervistato, racconta di lavorare per conto del Comune per fare un «cd ricordo» della manifestazione.
Per quell’evento la Città  spese quasi un milione di euro.
Dal 27 aprile al Primo maggio del 2012. Una spesa che costò al sindaco insulti e contestazioni che degenerarono in scontri con la polizia proprio durante il corteo della Festa dei lavoratori. «Fassino, pensi solo al Festival del Jazz e noi non abbiamo lavoro» gli gridavano gli operai in cassa integrazione.
Anche l’assessore a cultura e turismo, Maurizio Braccialarghe, è finito nella bufera. Dalla sua nomina in giunta l’opposizione gli contesta di non aver lasciato il suo posto di dirigente in Rai.
A diventare oggetto di scandalo nei scorsi giorni sono state due determine per un totale di 38.634 euro, che, sempre per promuovere il Festival del Jazz, vennero affidati alla società  della Rai per degli spot di promozione radiofonici.
CD DEGLI SCANDALI
«Non avevamo scelta, la Sipra ha l’esclusiva per questo tipo di spot» si è giustificato l’assessore. Il cd degli scandali finora ha fatto venire alla luce casi relativi fino al 2011.
Perchè, spiega Chiara Appendino, consigliere comunale del Movimento 5 stelle, «il dettaglio degli affidamenti diretti del 2012 non ci è ancora stata dato». Ma alcuni episodi curiosi saltano già  all’occhio.
C’è una determina del luglio 2012 con cui vengono dati 18.220 euro alla Orange per presentare delle slide show di Torino a Helsinki nel mese di settembre.
L’evento descritto si chiama Helsinki international design house exhibition: every day discoveries.
I grillini con un’interpellanza chiedono se questa spesa sia stata necessaria. E fanno notare come la Orange, una delle aziende «predilette» da Anna Martina, negli ultimi anni abbia ricevuto migliaia di euro per svariati eventi culturali.
Fassino ha promesso che sul caso di Anna Martina incaricherà  il city manager Cesare Vaciago «di approfondire la materia, di accertare l’eventuale sussistenza di profili di responsabilità  soggettiva e in tal caso, di indicare quali provvedimenti debba adottare l’amministrazione».
E che porterà  all’esame della giunta un provvedimento per rivedere le regole sugli incarichi. Ma accusa il Movimento 5 stelle di infangare l’amministrazione.
«Non c’è nessun sistema Torino — ha dichiarato in Sala rossa — e certe dichiarazioni rilasciate in modo demagogico servono solo a infangare una città . Perchè qui non ci sono consiglieri che rubano, e ricordo che la dottoressa Martina in ogni caso ha contribuito al rilancio della città ».

Elisa Sola

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L’EFFETTO DEGLI SCANDALI INDUCE LA POLITICA A LIMITARE LE AUTONOMIE

Ottobre 5th, 2012 Riccardo Fucile

GLI ENTI LOCALI SI RITROVANO CON MENO FONDI E MENO COMPETENZE

Comincia una fase di dimagrimento forzato: meno fondi, meno competenze, meno incarichi, e libertà  di manovra seriamente ridotta.
L’accerchiamento degli enti locali che il decreto approvato ieri di Palazzo Chigi prefigura, chiude una fase durata oltre un decennio: da quando il centrosinistra impose al Parlamento con lo scarto di una manciata di voti una riforma costituzionale che ampliava a dismisura l’autonomia soprattutto delle Regioni.
Ma probabilmente, senza gli scandali emersi nelle ultime settimane nel Pdl laziale e altrove, l’operazione sarebbe stata meno facile; e la reazione del partito trasversale degli amministratori ben più determinata.
Oggi, invece, a pochi mesi dalle elezioni politiche e con la magistratura e la Guardia di Finanza che setacciano i conti e gli atti della nomenklatura di alcune Regioni, la politica appare disarmata e collaborativa.
Si mostra incapace di rivendicare comportamenti virtuosi anche lì dove il malaffare e l’inefficienza non sono stati dominanti.
Denuncia un filo di rassegnazione, oltre che il timore di ritrovarsi con un sistema di governo smantellato e di colpo sbilanciato.
La sensazione dominante ai vertici dei partiti è che anche il ridimensionamento degli enti locali si iscriva in una manovra tesa a dilatare la parentesi del governo di Mario Monti oltre il 2013.
Quello che le forze politiche sono meno disposte a riconoscere, è che con la confusione e l’inconcludenza a livello nazionale stanno fornendo ottime ragioni, o pretesti, a queste ipotetiche manovre.
La classe politica sembra rassegnata a farsi recapitare dal governo dei tecnici un messaggio di sfiducia perchè si rende conto che arriva non tanto da Monti ma dall’opinione pubblica; e riguarda tutti: municipi, province, governatori.
«Il decreto sul finanziamento degli enti locali», ha spiegato ieri il presidente del Consiglio, «riguarda un’Italia vecchia esistita fino ad ora, che preferiremmo non vedere più in futuro».
Gli sprechi folli del Lazio, abbinati agli scandali in Lombardia, Puglia e Sicilia e alle indagini che adesso toccano anche Piemonte ed Emilia-Romagna, offuscano le differenze.
Tendono a mettere in mora un sistema di potere sfigurato non da cesti di cosiddette «mele marce», ma da norme confezionate su misura per favorire l’irresponsabilità  e comportamenti in qualche caso, come si è visto, da codice penale. Ma la bocciatura di uno schema di amministrazione che ha fatto il suo tempo lascia aperte le incognite sul futuro.
Rimane da capire se una stretta del genere permetterà  di amministrare meglio; oppure se accanto ad una sacrosanta oculatezza nella spesa si registrerà  un vuoto di potere.
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, chiede di liquidare «la retorica federalista» e di rivedere il titolo V della Costituzione: quello modificato dal centrosinistra nel 2001.
D’altronde, ricorda, lo stesso segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, adesso ammette che fu un errore perchè concedeva alle Regioni un’autonomia sconfinata, con risultati esiziali.
Ma il punto interrogativo riguarda l’effetto dei controlli stringenti imposti a Regioni, Comuni e Province da Palazzo Chigi, attraverso il filtro della Corte dei Conti. Il timore è che per evitare errori o, peggio, guai giudiziari, le burocrazie locali si fermino.
In teoria, un simile pericolo non dovrebbe esistere, perchè le proposte del governo per ridurre i costi della politica ricalcano i suggerimenti delle stesse Regioni, ansiose di recuperare credibilità ; e perchè chi non si adegua nei tempi previsti ai tagli, si vedrà  ridotti i fondi trasferiti dallo Stato.
Sebbene alcuni provvedimenti siano considerati troppo punitivi, il patto tacito è quello di non impugnarli contro il governo.
Ma è inevitabile porsi una domanda: che fine farà  la filosofia dell’austerità  espressa da questo decreto dopo le prossime elezioni.
Nelle intenzioni di Monti, si tratta di un’altra delle leggi destinate a «trasformare l’Italia».
La volontà  comprensibile e legittima della politica di riprendere in mano il governo dopo il voto, tuttavia, allunga un’ombra sull’intera operazione.
C’è un blocco di interessi che per il momento si è piegato, ma non abbandonerà  facilmente il campo.

Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera“)

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BESANA BRIANZA: DOVE IL SINDACO ABITA E PAGA LE TASSE IN SVIZZERA

Settembre 28th, 2012 Riccardo Fucile

SU INTERNET ESALTA IL SUO LEGAME AL TERRITORIO, MA RISULTA RESIDENTE NEL CANTON TICINO

Nel decidere se aumentare la Tarsu, la tassa comunale sui rifiuti o l’Irpef del suo Comune, di certo il sindaco di Besana Brianza Vittorio Gatti può dormire sonni tranquilli.
Perchè tanto lui, pur essendo il primo cittadino di quel paese di 15mila anime in Provincia di Monza e Brianza, non ne subirà  le ricadute.
Gatti, nato nel 1944 a Besana Brianza, non condivide con i suoi concittadini le tasse che decide di emanare.
Vivrà  in un paese vicino? Nossignore.
Gatti, nella vita geometra con una partecipazione in un’impresa che si occupa di immobili e una lunga carriera nell’urbanistica, non si preoccuperebbe nemmeno delle tasse decise dal Governo italiano.
Perchè la sua residenza (di certo fino al febbraio 2012) era fissata a Massagno, in Svizzera.
E le tasse, da sindaco di una coalizione di Centrodestra che raggruppa Lega Nord, Pdl e Udc, le paga in Canton Ticino.
Un’informazione non nota, dato che sulle pagine bianche Gatti figura residente a Besana, tra i contatti del suo sito www.gattisindaco.com e anche sulla tessera del Pdl ha fatto mettere un indirizzo brianzolo.
E sul portale allestito in occasione della campagna elettorale del 2009, la presentazione che Gatti fa di sè delinea una persona che ha sempre partecipato alla vita di paese.
«Son nato nel cuore di Villa Quirici, de bagà i, giocavo nella curt del mitico Dutùr Valenti, fino agli anni ’70, mi sono impegnato nell’edilizia cooperativa in Brianza — racconta Gatti, facendo riferimento a posti e cognomi besanesi — Professionalmente ho allargato l’attività  dello Studio Gatti che a tutt’oggi serve direttamente o indirettamente i primi 200 Istituti di credito italiani e, per trasparenza fiscale, sono fiero d’essere sempre stato, tra i professionisti besanesi, uno dei primissimi contribuenti».
E quando deve spiegare dove abita Gatti non ha dubbi a specificare la sua besanesità . «Dal 2000 sono andato a stare vicino alla villetta della mamma a Cazzano (frazione di Besana ndr), dove volentieri ho partecipato alla ristrutturazione del Centro culturale San Clemente e, in Besana, alla costituzione dell’associazione amici dell’arte di Aligi Sassu», scrive Gatti.
E poi, sempre parlando di sè, ci tiene a precisare: «Cresciuto qui Besana con tante opportunità  di studio, di lavoro e di carriera sono in debito verso la mia città  e vorrei ora saldare il conto».
Simbolicamente, perchè il conto economico Gatti lo versa agli elvetici.

Olga Fassina
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IN 15 ANNI LE TASSE LOCALI SONO AUMENTATE DEL 114%

Agosto 22nd, 2012 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DELLA CGIA DI MESTRE: LA PRESSIONE FISCALE DEGLI ENTI LOCALI SU OGNI ITALIANO E’ DI 1684 EURO…. DAI 47 MILIARDI DEL 1996 AI 102 DEL 2011

Lo stock delle tasse locali negli ultimi 15 anni in Italia ha toccato in assoluto l’importo record di 102 miliardi di euro, con un aumento del 114,4%.
Lo ha calcolato la Cgia di Mestre, analizzando il gettito riferito alla tassazione chiesta da Regioni, Province e Comuni dal 1996 al 2011.
Nell’anno di partenza dell’analisi, le tasse locali erano pari a 47,6 miliardi di euro complessivi.
Su ogni italiano pesano mediamente per 1.684 euro.
Una situazione, denuncia la Cgia, destinata a peggiorare nel 2012.
L’Amministrazione centrale, invece — rivela l’analisi della Cgia — ha aumentato le entrate nello stesso periodo soltanto del 9%.
Se nel 1996 il gettito era di 320,9 miliardi di euro, nel 2011 l’Erario ha incassato 349,9 miliardi, mentre il Pil nazionale, sempre negli ultimi 15 anni, è cresciuto del 15,4%.
Sull’escalation delle tasse locali, comunque, il segretario della Cgia, Giuseppe Bortolussi, sottolinea che “purtroppo la situazione è destinata a peggiorare.
Con l’introduzione dell’imposta municipale sulla prima casa e l’aumento registrato dalle addizionali Irpef regionali e comunali — afferma — nel 2012 le entrate in capo alle Autonomie locali sono destinate a subire un’ulteriore impennata”.
Quelle più significative applicate dalle Province sono: Imposta sulle assicurazioni Rc auto; Imposta provinciale di trascrizione (autoveicoli, camion e rimorchi); Addizionale provinciale sul consumo di energia elettrica (diverso da abitazioni); Tributo provinciale per i servizi di tutela, protezione e igiene dell’ambiente.
Infine, le più importanti in capo ai Comuni sono: Ici (imposta comunale sugli immobili; e l’Imu è stata introdotta nel 2012); Tarsu/Tia (la tassa sui rifiuti); addizionale comunale Irpef; tassa sull’occupazione spazi e aree pubbliche; imposta comunale sulla pubblicità  e diritto sulle pubbliche affissioni; addizionale sul consumo di energia elettrica (abitazioni).
“L’aumento delle tasse locali — sottolinea Bortolussi — è il risultato del forte decentramento fiscale iniziato negli anni Novanta del secolo scorso. L’introduzione dell’Ici, dell’Irap e delle addizionali comunali e regionali Irpef hanno fatto impennare il gettito della tassazione locale che è servito a coprire le nuove funzioni e le nuove competenze che sono state trasferite alle autonomie locali”.
“Non dobbiamo dimenticare che, negli ultimi 20 anni, Regioni e Comuni — conclude Bortolussi — sono diventate responsabili della gestione di settori importanti come la sanità , il sociale e il trasporto pubblico locale senza aver ricevuto un corrispondente aumento dei trasferimenti. Anzi. La situazione dei nostri conti pubblici ha costretto lo Stato centrale a ridurli progressivamente, creando non pochi problemi di bilancio a tante piccole realtà  amministrative locali che si sono ‘difese’ aumentando le tasse locali”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NEL MUNICIPIO DEGLI ASSENTEISTI AL POSTO DEI BADGE ARRIVANO LE IMPRONTE

Agosto 3rd, 2012 Riccardo Fucile

A BOSCOREALE NEL 2011 ERANO STATI INDAGATI PER NON ESSERE STATI TROVATI SUL POSTO DI LAVORO DOPO AVER TIMBRATO BEN 123 DIPENDENTI SU 140

Quando furono portati in caserma non si sapeva neanche dove metterli.
Erano 41, tutti dipendenti comunali intercettati dai carabinieri in tutt’altro posto invece che a lavoro.
Era l’aprile di un anno fa.
Alla fine degli accertamenti dell’operazione soprannominata «Caos», il numero degli indagati salì a 123.
Su 140 che ne conta il Comune di Boscoreale, nell’entroterra napoletano.
Ieri mattina la svolta. I sindacati, a conclusione di una trattativa lampo con il commissario prefettizio Michele Capomacchia, hanno dato il loro assenso all’utilizzo di un sistema biometrico per il rilevamento delle presenze in ufficio.
Addio badge quindi, e impronte digitali che per ora saranno utilizzate in via sperimentale solo da otto dirigenti e quindici impiegati (tutti volontari).
Gli impianti per il riconoscimento ottico delle impronte digitali ci sono già .
Furono installati subito dopo il blitz dei carabinieri, dall’ex sindaco Gennaro Langella, in carica fino ad una ventina di giorni fa e poi costretto a fare le valigie dopo le dimissioni di undici consiglieri comunali.
Ma non furono mai utilizzati per il netto rifiuto dei sindacati.
«Ringrazio i componenti della rappresentanza sindacale unitaria per la disponibilità , professionalità  e alto senso di responsabilità  mostrato», ha detto il commissario prefettizio.
«Questa iniziativa serve a qualificare positivamente la struttura amministrato-burocratica dell’Ente – ha fatto notare – e consente di ipotizzare l’avvio di un percorso di “certificazione della qualità ”».
Sembrano così lontani i tempi in cui un dipendente, immortalato nei filmati dei carabinieri, «strisciava» nove badge differenti per colleghi assenti o in ritardo.
O la coppia di coniugi, entrambi impiegati al Comune di Boscoreale, lontani dal posto di lavoro e per di più a bordo di una macchina municipale.
Ma non basta solo il sì dei sindacati per partire.
Il progetto, infatti, dovrà  essere sottoposto al vaglio del Garante della privacy che, già  in passato, si è dimostrato spesso restio a concedere autorizzazioni di questo genere. L’uso delle impronte digitali dei dipendenti per controllare le presenze sul luogo di lavoro, viene considerato dal Garante «troppo invasivo della sfera personale e della libertà  individuale» e, in molti casi, ha suggerito «per raggiungere lo stesso scopo, altre tecniche più proporzionate ed ugualmente efficaci».
O, quando ne ha autorizzato l’utilizzo, lo ha fatto prescrivendo una lunga e rigida serie di obblighi.
Come nel caso del «Tarì», la cittadella per il commercio e il trattamento di oggetti preziosi sorta in provincia di Caserta.
Allora, era il 2010, il Garante autorizzò il rilevamento delle impronte digitali per i dipendenti della società  a patto che il sistema «non verrà  utilizzato per finalità  diverse quale, ad esempio, la verifica dell’osservanza dell’orario di lavoro».
Il Comune di Boscoreale non è poi l’unico ad aver pensato, nel Napoletano, alle impronte digitali come ultima forma di controllo dell’assenteismo.
Nel 2007 al Comune di Giugliano, oltre 120 mila abitanti che ne fanno il centro non capoluogo di provincia più popoloso d’Italia, l’idea di installare undici rilevatori biometrici fece insorgere i dipendenti.
Un braccio di ferro che consigliò al sindaco di allora di bloccare la procedura, già  avviata, per l’acquisto degli impianti.

Antonio Salvati

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SPENDING REVIEW, SALE LA RABBIA DEI COMUNI: “DA AGOSTO GLI STIPENDI SONO A RISCHIO”

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELL’ANCI: “UNA SETTIMANA PER CORREGGERE GLI ERRORI, I SOLDI NON CI SONO PIU'”

Per il combinato disposto degli incassi minori dell’Imu rispetto a quelli previsti dal ministero del Tesoro e dei tagli agli enti locali con la spending review, molte città  e numerosi capoluoghi si troveranno in difficoltà , ad agosto, nel pagare gli stipendi ai dipendenti.
Uno di questi comuni è Lecce, che ha ricevuto un terzo dell’Imu prevista.
L’allarme è arrivato da Alessandro Cattaneo, sindaco di Pavia e vicepresidente dell’Anci. «Confidiamo che la prossima settimana, in Conferenza Stato-Città , si correggano le distorsioni. Ormai non si può più parlare di generiche preoccupazioni dei comuni, siamo alla resa dei conti», ha affermato Cattaneo.
«In alcuni comuni – ha aggiunto – non ci sono più soldi in cassa. Nella Conferenza Stato-città  della prossima settimana è necessario che il governo dia ufficialmente seguito all’impegno di colmare i minori introiti Imu, anche perchè quelle città  che hanno incassato di meno rispetto alle previsioni del governo si sono già  viste tagliare i trasferimenti in misura corrispondente alle errate previsioni sugli introiti».
Per Cattaneo «questo è l’esempio lampante di come i nostri allarmi fossero fondati. Il vero punto critico – aggiunge – si raggiungerà  a fine anno, con le seconde rate Imu e la chiusura dei saldi obiettivo del Patto di stabilità . Moltissimi Comuni rischiano di non rispettare il Patto, un’eventualità  che danneggerebbe fortemente i conti dello Stato». «Io piuttosto – ha concluso – preferisco non rispettare il Patto di stabilità  che alzare l’Imu».
In allarme anche il sindaco di Vicenza, Achille Variati. «Piuttosto che alzare le tasse ai cittadini di Vicenza – ha affermato – presento in rosso al prefetto i libri contabili del Comune. Se il decreto legge sulla spending review passa in Parlamento così com’è, Vicenza si troverà  in una situazione drammatica, perchè elaborare le contromisure in corso d’anno sarà  un lavoro di revisione arduo, oltre che non previsto».
Nella seduta di giunta di questa mattina gli assessori hanno iniziato a verificare le conseguenze del taglio lineare di 1,25 milioni di euro nei trasferimenti 2012 dello Stato al Comune per effetto della spending review.
«Così è impossibile continuare a fare gli amministratori comunali e anche trovare candidati alle prossime elezioni. I Comuni sono costretti a chiudere», gli ha fatto eco il sindaco di Rocca Santo Stefano, piccolo comune in provincia di Roma, Sandro Runieri (Udc).
«Se i rappresentanti del governo avessero solo per un giorno indossato la fascia tricolore di sindaco – ha aggiunto Runieri – oggi forse non avrebbero preso i provvedimenti che stanno mettendo in forte difficoltà  soprattutto i piccoli Comuni, già  in affanno per le limitate risorse in bilancio. È quindi necessario valutare bene tutti i conseguenti effetti che i tagli andranno a causare alle attività  delle amministrazioni comunali».

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DIECI GRANDI CITTA’ A RISCHIO CRAC: I CONTI IN ROSSO DEI COMUNI

Luglio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

IN CIMA ALLA LISTA NERA I CAPOLUOGHI DI CAMPANIA E SICILIA… BOOM DI COMMISSARIAMENTI NEGLI ULTIMI DUE ANNI

Ci sono dieci grandi città  italiane con più di 50 mila abitanti che sono ad un passo dal crac.
Napoli e Palermo in cima alla «lista nera», anche se da settimane una task force a Palazzo Chigi sta facendo di tutto per evitare il peggio.
Poi Reggio Calabria, finita in rosso già  nel 2007-2008 ed ora oggetto di un’inchiesta della magistratura.
E poi tante altre amministrazioni, grandi e meno grandi (come Milazzo), magari fino ad oggi virtuose, potrebbero essere costrette a chiedere il «dissesto», che significa scioglimento della consiglio, entrata in campo della Corte dei Conti e commissario prefettizio.
L’ultimo colpo, o se vogliamo il colpo di grazia, sta infatti per arrivare: è una norma inserita nel decreto sulla spending review che nelle pieghe delle nuove regole che impongono l’«armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio» impone di svalutare del 25% i residui attivi accumulati sino ad oggi. Si tratta di entrate contabilizzate ma non ancora incassate, come possono essere i proventi delle multe e le tassa sui rifiuti.
Cifre importanti, che servono a «fare» il bilancio di un ente che spesso, per prassi, gonfia queste voci pur sapendo di non riuscire a poter incassare il 100% degli importi messi a bilancio.
Incassi spesso molto dubbi insomma, che ora non possono più servire a far quadrare i conti.
«A rischio sono almeno una decina di grandi città » confidano i tecnici del governo che stanno monitorando la situazione.
«La situazione sta diventando ogni giorno più difficile», conferma il presidente dell’Anci Graziano Del Rio. Che punta il dito contro l’ennesimo taglio dei trasferimenti, contro le misure introdotte dalla spending review, e che rilancia l’allarme di tanti colleghi sindaci.
«Tagliando di colpo i residui attivi è chiaro che i bilanci non quadrano più».
Di per sè il principio, argomenta Del Rio, non sarebbe nemmeno sbagliato, «ma serve più gradualità  per dare tempo ai sindaci che hanno utilizzato questa modalità  di adattarsi. Perchè altrimenti anche Comuni virtuosi, come ad esempio Salerno, a questo punto sono a rischio».
In base ai dati a disposizione del Viminale il fenomeno dei Comuni che hanno dichiarato il dissesto negli ultimi due anni è letteralmente esploso: da 1-2 casi all’anno si è passati a circa 25, comprese anche amministrazioni del Centro-Nord dove questo tipo di fenomeno fino a ieri era sconosciuto.
Eclatante il caso di Alessandria, il cui sindaco solo poche settimane fa, ha gettato la spugna sotto il peso di 100 milioni di euro di debiti.
Stessa sorte in precedenza era toccata a Comuni più piccoli come Riomaggiore (Sp), Castiglion Fiorentino e Barni in provincia di Como.
C’è un problema di tenuta dei bilanci e ce n’è uno ancora più forte di cassa.
Che spesso il sindaco di turno si trova vuota.
Perchè la centralizzazione della Tesoreria decisa di recente ha sì fatto affluire alla cassa nazionale qualcosa come 9 miliardi di liquidità  aggiuntiva ma, al tempo stesso, ha reso più complicato da parte degli enti poter beneficiare di anticipazioni da parte del sistema bancario.
Prima col proprio tesoriere municipale ogni sindaco poteva contrattare e in casi di emergenza otteneva liquidità  praticamente anche gratis, ora se si rivolge ad una banca deve certamente pagare gli interessi.
Ammesso che il prestito riesca ad ottenerlo.
A tutto ciò occorre poi aggiungere gli ennesimi tagli ai trasferimenti imposti dalla spending review: 500 milioni già  entro fine 2012 e 1 miliardo all’anno dal 2013.
«A 4 mesi dalla chiusura dei bilanci 2012 – spiega Del Rio – anche i 500 milioni di tagli ai trasferimenti previsti per quest’anno sono molto pesanti. Rappresentano una quota molto importante dei nostri bilanci e cancellarli così di colpo non solo crea altri problemi di cassa ma sconvolge anche gli obiettivi del patto di stabilità ».
Per questo l’associazione dei Comuni, che domani tornerà  a manifestare a Roma contro i nuovi tagli, manda a Monti un messaggio preciso: «Attenzione a forzare la mano, perchè avanti di questo passo il giorno in cui comuni come Milano, Napoli e Torino usciranno dal patto di stabilità  basterà  questo solo gesto a scassare i conti dell’intero Stato».
Conclude Del Rio: «Siamo disponibili a ragionare, ma le cose vanno fatte con criterio. E soprattutto bisogna tenere conto che come Comuni negli ultimi anni abbiamo già  dato 22 miliardi di euro».

Paolo Baroni
(da “La Stampa”)

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IMU PAZZA, IL GOVERNO SBAGLIA I CONTI, CONTRIBUENTI DI NUOVO A RISCHIO SALASSO

Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

LE PREVISIONI DI INCASSO SI SONO RIVELATE ESATTE SOLO PER   IL SALDO TOTALE A FAVORE DELLO STATO, NON NELLE CIFRE DESTINATE ALLE SINGOLE CITTA’… L’ANCI DENUNCIA: “ALCUNE CITTA’ RISCHIANO IL DEFAULT”

Dopo gli esodati esplode la grana dell’Imu-pazza.
Il ministero del Tesoro ha pubblicato i dati definitivi sui versamenti del primo acconto sull’aliquota base, stavolta non aggregati per provincia, ma distinti per singolo comune.
E per molti sindaci non è proprio una bella notizia e neppure per i cittadini che rischiano di pagare un salasso a dicembre con il saldo dell’imposta immobiliare.
Tutto perchè le previsioni di incasso fornite dal Tesoro a marzo si sono rivelate oggi in gran parte sballate.
Il saldo generale doveva essere di 9,7 miliardi ed è stato di 9,6, 100 milioni in meno.
Uno scarto non grandissimo frutto però della compensazione negli errori commessi: le città  che incassano più del previsto compensano le minori entrate delle altre.
Il rischio di errori era stato segnalato per tempo dall’Anci che a marzo aveva invitato il governo a usare come dato le cifre contabili inserite a consuntivo dalle singole amministrazioni.
Il Ministero è andato dritto per la sua strada facendo proiezioni e analisi su dati nazionali.
Il risultato è una collezione di errori, una raccolta a macchia di leopardo che in alcuni casi ci prende (pochi), in altri va sotto (tanti) e qualche volta sopra gli importi stimati.
Insomma, un pasticcio che rischia di costare caro ai contribuenti che a dicembre saranno chiamati a versare il saldo per rimettere a posto le cose e che getta nel panico gli amministratori.
L’effetto immediato dell’Imu-impazzita è infatti l’impossibilità  per molte amministrazioni di rispettare le previsioni inserite nel bilancio 2012.
Alcune città , denuncia l’Anci, rischiano il “default“.
LA MAPPA DEGLI ERRORI
La ripartizione per comuni fa capire dove la seconda rata potrebbe fare più male.
A Firenze, ad esempio, l’acconto è stato di 57 milioni di euro contro i 68 preventivati dal Tesoro.
La discrepanza era stata già  messa in luce nelle audizioni di bilancio a Palazzo Vecchio che avevano indicato uno scarto di 11 milioni di euro.
E ora viene puntualmente viene confermata.
La ricca Bergamo ha registrato un ammanco che si aggira intorno ai 35 milioni. Gli uffici tecnici comunali avevano calcolato (e poi messo a bilancio) 30 milioni, il ministero 5 di più. Alla fine l’incasso reale è stato ancora minore: 25,3 milioni da ripartire tra comune (15) e Stato (10,3).
Così nel Bresciano sono saltati tutti i parametri.
Desenzano, ad esempio, per il Mef avrebbe dovuto incassare con la prima rata 7 milioni mente il dato pubblicato oggi dallo stesso ministero si ferma a 5,3.
Per alcune amministrazioni l’errato calcolo apre la breccia a un buco di bilancio come Palazzolo, che doveva incassare 6 milioni ma si è fermata a 2 con la prima rata, il 33% del tributo.
Gli uffici comunali avevano lanciato l’allarme settimana scorsa il consiglio comunale ha dovuto varare una variazione di bilancio per sanare quello che per il sindaco Giuseppe Zanni è “un buco di bilancio da 2 milioni di euro”.
A Mantova la previsione era di 20 milioni tra parte comunale e statale. L’incasso è stato di 13,2 (7,5 locale e 5,6 per lo Stato).
Fano, terza città  delle Marche ha incassato 1,5 milioni in meno.
A Salerno la stima del Tesoro era di 12 milioni ma il gettito reale è stato di 10.
A Reggio Emilia il governo contava di incassare 55 milioni ma l’operazione Imu-prima-rata ne porta 10 in meno.
Le cifre ballano anche per le ammnistrazioni di Bologna, Napoli, Torino. Poi ci sono quelle in cui l’errore del governo è stato per difetto: Milano, ad esempio, ha incassato 410 milioni, cioè il 10% in più rispetto alle stime.
COMUNI NEL PANICO
A fronte di incassi eccedenti o inferiori le attese dovranno scattare le perequazioni, un sistema dalla logica farragginosa che finisce per premiare chi ha pagato di meno: chi avrà  versato di più infatti dovrà  restituire allo Stato la quota parte eccedente, chi invece sarà  sotto le previsioni non dovrà  farlo e sarà  sostenuto dal “fondo sperimentale di riequilibrio”.
Ma a questo punto le certezze sono poche e forte è il rischio che i Comuni debbano tagliare ancora servizi o rifarsi sui contribuenti aumentando la fiscalità  locale.
Ecco perchè i sindaci martedì mattina protesteranno davanti al Senato per chiedere al governo un tavolo per rimettere in ordine le cose.
“Tra Imu e spending review — accusa il presidente dell’Anci Graziano Delrio — il governo ha giocato una partita durissima sulla pelle dei comuni e i parlamentari si sono lasciati andare a entusiasmi troppo facili. Gli incassi dell’Imu sono a macchia di leopardo e i tagli sono stati invece lineari per tutti, sulla base di previsioni che si sono rivelate sbagliate. Saremo costretti a intaccare servizi essenziali o a aumentare la pressione fiscale”.
I sindaci insomma non la prendono bene, anche perchè hanno fatto la parte degli esattori per conto dello Stato e indietro hanno ottenuto ben poco.
“L’Imu sulla prima casa — spiega Delrio — non l’abbiamo neanche vista perchè è andata dritto alle casse dello Stato. Per contro tutti i comuni hanno subito l’aggravento degli obiettivi del Patto di stabilità  interno e l’effetto delle manovre finanziarie degli ultimi governi su risorse e trasferimenti. Dal 2007 al 2013 hanno fatto mancare 22 miliardi e oggi è altissimo il rischio che i comuni debbanno correre ai ripari con nuove imposte”, dice Delrio che richiama il governo a una responsabilità  precisa.
“Metta in moto subito le compensazioni per quei comuni ai quali ha tolto risorse sbagliando i conti. Se le amministrazioni randranno in default ci saranno conseguenze pesanti per tutta l’economia e il governo dovrà  assumersi la reponsabilità  di aver messo in ginocchio il sistema delle autonomie locali. Forse bisogna ricordare ai tecnici che è nelle città  che si produce il Pil italiano, non nei ministeri”.

Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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ATTACCO AGLI SPRECHI DEI COMUNI: SCURE SU 5.000 SOCIETA’, VIA LE POLTRONE

Luglio 15th, 2012 Riccardo Fucile

AZIENDE, FONDAZIONI, CONSORZI: ECCO LA CASTA DEGLI ENTI LOCALI, LA META’ NON SERVONO AI CITTADINI…GIRO D’AFFARI DA 25 MILIARDI E DEBITI PER 34, CRESCIUTI IN DUE ANNI DELL’11%

La mannaia della spending review cala sulle società  partecipate dagli Enti locali.
Non su quelle che si occupano di fornire servizi di utilità  ai cittadini, ma sulle roccaforti create per soddisfare logiche di spartizione dei partiti.
Una vera e propria giungla: su un totale di circa 5mila società  nel mirino, ci sono aziende, consorzi, fondazioni, istituzioni che al pari di scarpe di cemento rischiano di far affogare gli enti locali a cui sono legati a doppio filo.
Si tratta in particolare di creature, o meglio, mostri giuridici, dai bilanci costantemente in rosso: delle oltre 3mila spa o srl almeno un terzo ha depositato negli ultimi tre anni dei bilanci col segno meno.
Una casta nella casta, che con l’applicazione del decreto subirà  ridimensionamenti, accorpamenti, fino a tagli secchi e definitivi che metteranno un freno a debiti per 34 miliardi, in crescita dell’11% tra 2008 e 2010.
Come recita l’articolo 4 del decreto «le società  controllate che abbiano conseguito nel 2011 un fatturato da prestazione di servizi a favore della P.a. superiore al 90%» potranno essere «sciolte entro il 31 dicembre 2013» o subire «l’alienazione» entro il 30 giugno 2013.
Se nessuna di queste strade dovesse essere percorsa il colpo d’ascia sarà  profondo e dal 1 gennaio 2014 le roccaforti dello spreco non potranno più ricevere affidamenti diretti di servizi «nè potranno usufruire di rinnovi».
In ogni caso, l’intero pianeta delle aziende partecipate dovrà  provvedere ad una rigida cura dimagrante alla scadenza degli attuali organi di amministrazione: i cda saranno infatti composti da non più di tre membri, due dei quali «dipendenti dell’amministrazione titolare della partecipazione o di poteri di indirizzo e vigilanza» per risparmiare sui gettoni di presenza e stipendi.
Unica concessione quella relativa al terzo membro, che svolgerà  le funzioni di amministratore delegato. Stop quindi ai cda affollati e alla distribuzione di poltrone facili.
Anche i contratti, i servizi acquistati dalle partecipate, già  dal prossimo anno ricadranno sotto le procedure previste dalla normativa nazionale conforme alla disciplina comunitaria.
La stretta proseguirà  sulle limitazioni previste per le assunzioni – pari a quelle già  in vigore nel resto delle amministrazioni – e i contratti a tempo determinato o contratti di collaborazione che saranno concessi «nel limite del 50% della spesa sostenuta per le rispettive finalità  nell’anno 2009».
Tutti i compensi, tra l’altro, subiranno un blocco che si protrarrà  fino al 31 dicembre 2014.
Infine Regioni, Province e Comuni dovranno sopprimere o accorpare «riducendone in tal caso gli oneri in misura non inferiore al 20%, enti, agenzie e organismi comunque denominati e di qualsiasi natura giuridica».
Entro marzo prossimo, gli stessi Enti locali che non avranno attuato la stretta si vedranno sopprimere d’autorità  società  e poltrone inutili ancora in vita.

Lucio Cillis
(da “La Repubblica”)

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