Luglio 14th, 2020 Riccardo Fucile
E’ MORTO SOLO, SENZA NESSUNO: A SCOPRIRLO SIMONA, UNA OPERATRICE DELLA CARITAS
È morto solo, all’interno di un assolato appartamento della Capitale e al suo funerale non si è
presentato nessuno.
La Caritas Diocesi di Roma ha raccontato la storia di Ettore, uno dei nonni dimenticati, che viveva nella solitudine della sua abitazione, assistito dai volontari, che se ne è andato ‘senza disturbare’.
Non c’era nessuno a stringergli la mano mentre chiudeva gli occhi per l’ultima volta, nè alla Messa d’addio. I volontari della Caritas lo hanno conosciuto il 26 febbraio scorso, qualche settimana prima del lockdown.
Un incontro durante il quale “ci ringraziò della visita ma ribadì più volte di non aver bisogno di nulla e di essere in grado di cavarsela da solo” spiegano i volontari.
“Non ci siamo arresi e la settimana successiva l’operatrice Simona è tornata da lui e l’ha convinto a riordinare casa insieme”. Così tra i due è nata una simpatia e una collaborazione tale da consentire i volontari di aiutarlo, nonostante il suo carattere introverso e riservato, e di assisterlo anche durante i mesi in cui i cittadini itailiani sono stati costretti a restare in casa per l’emergenza coronavirus.
Poi dal 10 giugno non si sono più avute sue notizie: “Simona, come di consueto, è andata a casa e ha più volte citofonato, l’ha cercato per il quartiere ma nessuno sembrava vederlo da giorni. Ci siamo allarmati”.
Poi la tragica scomperta: Ettore è stato ritrovato morto nel suo letto, da solo. “Come ha detto Papa Francesco durante l’Angelus, la solitudine degli anziani, lasciati soli, come se fossero materiale di scarto, è un grande male dei nostri tempi in cui la vita dei figli e dei nipoti non si fa dono per loro” scrive la Caritas in un post pubblicato su Facebook, con un messaggio di cordoglio: “A noi Ettore piace ricordarlo così, mentre si prende cura della sua casa, nell’ottica di relazione che è cura”.
(da “Fanpage”)
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Luglio 14th, 2020 Riccardo Fucile
“AVEVA SENSO CHIEDERMELO NEL 1944, CE LI VEDETE OGGI GIANI E RENZI SUI MONTI A FARE LA RESISTENZA?”… DIMENTICA UN DETTAGLIO: NON CI VEDIAMO NEANCHE SALVINI CHE SCAPPEREBBE AL PRIMO SCOPPIO DI MORTARETTO (BOLOGNA INSEGNA PER CHI HA POCA MEMORIA)… PER NON DIRE CHE SE L’ANTIFASCISMO NON HA SENSO LO STESSO VALE PER L’ANTICOMUNISMO CHE LEI EVOCA OGNI GIORNO
«Ma io sono antifascista. Solo che aveva senso chiedermelo nel 1944, quando voleva dire rischiare sulla propria pelle. Oggi è troppo facile». Susanna Ceccardi ci ripensa e dopo l’intervista a Repubblica Firenze in cui diceva che non aveva senso definirsi antifascisti, dice che lei è antifascista.
Lo fa durante il confronto con il candidato del centrosinistra Eugenio Giani organizzato da La Nazione che oggi il quotidiano riporta e nel quale utilizza la tecnica di andare all’attacco per uscire dal buco in cui si è infilata con la difesa:
«Ce li vedete oggi Enrico Rossi, Matteo Renzi o Eugenio Giani col fucile a Monte Morello o sulla Linea Gotica a fare la Resistenza? Ed essere antifascisti non è solo andare a Sant’Anna di Stazzema una volta l’anno».
Pensare che le parole di Ceccardi a Repubblica ieri erano state apprezzate sia da Fratelli d’Italia che Forza Italia e anche tra i leghisti avevano riscosso successo. Tanto che il consigliere regionale del Carroccio Jacopo Alberti in un’intervista a Rtv 38 aveva difeso la linea Ceccardi: «Ha ragione Susanna a dire che sono fuori moda il fascismo e l’antifascismo».
Nel pomeriggio però arriva il colpo di scena. Prima in una diretta Facebook e poi nel faccia a faccia con lo sfidante moderato dalla direttrice della Nazione Agnese Pini, Ceccardi si riposiziona dicendosi sì antifascista ma rinnovando i suoi dubbi sul senso di prendere una posizione oggi. È Giani che la spinge a farlo. Prima si presenta regalandole “Bella Ciao”, un testo sulla Resistenza. Poi la incalza: «Sui valori dell’antifascismo siamo distanti». E Ceccardi sbotta: «Io sono antifascista, mai avuto problemi a definirmi anche in passato»
Prosegue quindi la strategia di Salvini & Ceccardi per cercare di guadagnare voti “di sinistra” sul modello — che non ha funzionato, chissà perchè — di Lucia Borgonzoni in Emilia-Romagna.
(da agenzie)
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Luglio 13th, 2020 Riccardo Fucile
ARRIVANO MENO IMMIGRATI, AUMENTANO GLI EMIGRATI
L’Italia continua a spopolarsi, anno dopo anno.
Al 31 dicembre 2019 la popolazione residente in Italia è inferiore di quasi 189 mila unità (188.721) rispetto all’inizio dell’anno.
Il persistente declino avviatosi nel 2015 ha portato a una diminuzione di quasi 551 mila residenti in cinque anni. Lo certifica l’Istat nel Bilancio demografico nazionale 2019.
Il numero di cittadini stranieri che arrivano nel nostro Paese è in calo (-8,6%), mentre prosegue l’aumento dell’emigrazione di italiani (+8,1%).
Il record negativo di nascite dall’Unità d’Italia registrato nel 2018 – spiega l’Istituto nazionale di Statistica – è di nuovo superato dai dati del 2019: gli iscritti in anagrafe per nascita sono appena 420.170, con una diminuzione di oltre 19 mila unità sul 2018 (-4,5%). Il calo si registra in tutte le ripartizioni, ma è più accentuato al Centro (-6,5%).
I fattori strutturali che negli ultimi anni hanno contribuito al calo delle nascite sono noti e si identificano nella progressiva riduzione della popolazione italiana in età feconda, costituita da generazioni sempre meno numerose alla nascita – a causa della denatalità osservata a partire dalla seconda metà degli anni Settanta – non più incrementate dall’ingresso di consistenti contingenti di giovani immigrati.
Negli ultimi anni si assiste anche a una progressiva diminuzione del numero di stranieri nati in Italia, così che il contributo all’incremento delle nascite fornito dalle donne straniere, registrato a partire dagli anni duemila, sta di anno in anno riducendosi.
Nel 2019 il numero di stranieri nati in Italia è pari a 62.944 (il 15% del totale dei nati), con un calo di 2.500 unità rispetto al 2018 (-3,8%).Il peso percentuale delle nascite di bambini stranieri sul totale dei nati è maggiore nelle regioni dove la presenza straniera è più diffusa e radicata: nel Nord-ovest (21,1%) e nel Nord-est (21,2%). Un quarto dei nati in Emilia-Romagna è straniero (25,0%), in Sardegna solo il 4,3%.
Il tasso di natalità del complesso della popolazione residente è pari al 7,0 per mille. Il primato è detenuto dalla provincia autonoma di Bolzano (9,9 per mille) mentre i valori più bassi si rilevano in Liguria (5,7 per mille) e in Sardegna (5,4 per mille).
(da agenzie)
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Luglio 12th, 2020 Riccardo Fucile
“OCCORRE AVERE IL CORAGGIO DI SCELTE ANCHE IMPOPOLARI”… “IL MIO RAMMARICO? NON AVER INTERVISTATO ALMIRANTE, IN RAI ERA PROIBITO”
A settantasei anni, gli schieramenti sono superflui: “Non mi rassegno all’Italia ultima in classifica.
Chiunque la governi: Conte oggi, oppure Salvini domani. Alla mia età , l’unico interesse che ho è vivere in un Paese normale. Non accetto che l’Italia sia il peggiore Paese in termini di crescita economica tra i quarantadue stati più industrializzati del mondo. I dati li ho letti sull’Economist dell’ultima settimana e sono il risultato di vent’anni di immobilità . Con la pandemia, però, la situazione è diventata drammatica. Può essere un’occasione, oppure il colpo finale. Dobbiamo esserne consapevoli e agire. Non mi rassegno a un paese incapace di decidere. Sempre bloccato. Da cittadino, esigo che anche in Italia si facciano le cose che si fanno negli altri Paesi europei. È ora di tirarsi su le maniche e risalire le posizioni di quella maledetta classifica. Non sopporto di invidiare la Francia, la Germania, l’Inghilterra, per la capacità di fare delle scelte. È un dolore vedere l’Italia così”.
Bruno Vespa ha trascorso il lockdown beato tra le donne: Belen, B. B., Sophia Loren, Monica Bellucci, Claudia Cardinale, Gina Lollobrigida, Stefania Sandrelli, Laura Antonelli, Diletta Leotta. Le ha studiate per raccontarle una per una nel suo ultimo libro, Bellissime! Le donne dei sogni italiani, dagli anni ’50 a oggi (#RaiLibri): “La donna che ha turbato la mia adolescenza è stata Marisa Allasio, il suo bikini in Poveri ma belli è un ricordo incancellabile”. Percorrendo le vie che dall’immagine della diva porta all’immaginazione degli italiani, Vespa registra i terremoti che hanno scosso il costume italiano: “Oggi Alberto Moravia verrebbe massacrato se si permettesse di iniziare la sua intervista a Claudia Cardinale chiedendole: ‘Lei deve accettare di essere ridotta a oggetto’. S’immagina la reazione delle neo femministe del #metoo?”.
Sbaglierebbero?
Sarebbe una reazione adeguata alla nuova sensibilità . Sebbene, è negli anni ottanta che il corpo della donna è stato più mercificato. Si ricorda Drive in? Era l’Italia della Milano da bere, dell’esplosione del godimento anche nell’economia, in cui un programma ben fatto, e di grande successo come quello, ritagliava alle donne un ruolo di pura estetica.
Lei cosa prova di fronte alla bellezza femminile?
La maggior parte delle volte, mi incute timidezza. Un sentimento che svanisce, soprattutto ora che sono invecchiato, quando l’incontro avviene per lavoro.
Per esempio?
Quando ho ospitato Belen a Porta a Porta mi sono reso conto che la sua presenza avrebbe riempito lo studio anche se fosse rimasta zitta dal primo all’ultimo minuto. Questo non ha influito sulla mia conduzione. Però è stato sufficiente a ricordarmi che la bellezza può essere anche usata come un’arma di potere. Basta pensare a cosa ne fece Cleopatra.
Kundera scrive che la bellezza soprattutto nasconde. Cosa, secondo lei?
Mi viene in mente la storia di Edwige Fenech, una donna che ha fatto settanta film in dieci anni e, ogni volta che appariva, finiva sotto la doccia nuda. Quando era compagna di Luca di Montezemolo, Enzo Ferrari prese Montezemolo da parte e gli disse: “Guarda che lei è molto più intelligente di te”. Ecco cosa nasconde, forse.
Il femminismo l’ha costretta a cambiare il suo modo di essere uomo?
Io ho amato il femminismo che ha riscattato le donne. Quello che ha trasformato un Paese in cui le donne non potevano votare fino al 1946 e ha chiuso con l’Italia in cui era legale uccidere una moglie che tradiva il marito. Ho ammirato il femminismo che ha conquistato per le donne più ruoli nella società .
Però?
Non condivido il femminismo ideologico. Quello degli eccessi del #metoo. Un movimento nato per reagire alle molestie sessuali di alcuni uomini di potere (cosa sacrosanta), ma poi è sfociato in una criminalizzazione del desiderio maschile. Tanto è vero che Catherine Deneuve ha sentito il dovere di scrivere una lettera a le Monde in cui diceva: ‘Condanniamo lo stupro, ma difendiamo la libertà di importunare, perchè è indispensabile alla libertà sessuale’.
Crede di aver impedito l’emergere di colleghe donne?
Proprio no. Da direttore del Tg1 sono stato il primo ad affidare la conduzione di un telegiornale importante (quello delle 13.30) a tre donne: Lilli Gruber, Maria Luisa Busi e Tiziana Ferrario. E, a Porta a Porta, la redazione è femminile per otto decimi.
Come definirebbe il suo rapporto con il potere?
Direi laico. Quando ero direttore del Tg1, dissi che il mio editore di riferimento era la Democrazia cristiana. Scoppiò il finimondo. Una fiera delle ipocrisie.
Perchè?
Io non sono mai entrato in una sezione della Democrazia Cristiana, a differenza dei miei colleghi molto bravi Sandro Curzi, che era un militante comunista e stava al Tg3, e Alberto La Volpe, del partito socialista, che dirigeva il Tg2. Però ero consapevole di come funzionavano le cose: se la segreteria della Democrazia cristiana si fosse messa di traverso, io me lo sarei sognato il posto da direttore del Tg1.
Oggi chi è il suo editore di riferimento?
Io sto alla Rai da cinquantuno anni, il rapporto con l’editore non ha più nulla a che fare con quello che avevo trent’anni fa. Alla mia età non m’importa più nulla se governa uno oppure l’altro. In una situazione drammatica come quella che viviamo oggi, l’unico pensiero che ho è: ‘Come faccio a lasciare ai miei figli e ai miei nipoti, se li avrò, un Paese normale?’
Che vuol dire?
Che pretendo un governo che governi, una maggioranza che decida, un presidente del consiglio che sappia anche essere impopolare, se necessario; e che quando la mattina si guarda allo specchio, pensi: ‘Non è possibile che l’Italia abbia i numeri peggiori tra i paesi industrializzati. Non è dignitoso. Non è tollerabile. Non è quello per cui gli italiani si sono fatti il mazzo dal dopoguerra in poi.
E dopo?
E dopo, faccia. Abbiamo dovuto aspettare una pandemia per riformare il codice degli appalti. Si rende conto? È possibile che ogni volta dobbiamo lambire la catastrofe per fare delle cose di buon senso?
La passione con cui lo dice, mi sta ricordando quella volta che se la prese con Davigo.
Ma perchè fanno parte dello stesso problema. Siamo l’unico Paese occidentale in cui i pubblici ministeri non rispondono a nessuno. Siamo l’unico Paese in cui le sabbie mobili della giustizia civile scoraggiano gli investimenti esteri. Siamo l’unico Paese in cui il procuratore di una città può rivendicare una competenza su quello che succede in qualsiasi altra città d’Italia, mandare avvisi di garanzia, scatenare il can can mediatico, finchè poi gli diranno: ‘Il caso non è di sua competenza’. Ma nel frattempo quante persone ha sputtanato?
La preoccupa la proroga dello stato d’emergenza?
Se lo stato d’emergenza è una coperta di Linus, una misura psicologica per segnalare che la situazione è ancora grave, ci può stare. Ma vista la diffidenza che c’è dentro la maggioranza e con l’opposizione troverei corretto usare il decreto legge per ogni provvedimento di qualche rilevanza.
La “rivoluzione” del 4 marzo — come la chiamò — è finita?
La rivoluzione che ha cambiato la geografia politica italiana, con il successo di due forze anti sistema come la Lega e i 5 stelle, non è stata affatto riassorbita. Soprattutto perchè i 5 stelle controllano ancora il più grande gruppo parlamentare, e hanno in mano il destino del governo.
Le sembrano così rivoluzionari oggi?
Al Movimento 5 stelle è successo quello che succede a tutti i movimenti rivoluzionari: quando entrano nelle stanze del potere, diventano conservatori.
Ha un rimpianto professionale?
Tranne Alcide De Gasperi, ho intervistato tutti i leader politici che sono passati in Italia. L’unico che non ho potuto intervistare è stato Giorgio Almirante. In Rai era proibito. Devo ammettere che è una mancanza che mi pesa.
(da “Huffingtonpost”)
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Luglio 12th, 2020 Riccardo Fucile
DOPO ECONOMISTI E COSTITUZIONALISTI, TOCCA A LORO
Il prof. Pierluigi Lopalco si candida oppure no alle elezioni regionali pugliesi? Non siamo dalle parti dei dilemmi amletici, ma di quelli politici.
Il corteggiamento da parte di Michele Emiliano, che lo ha voluto quale coordinatore della task force anti-Covid della Regione Puglia, è in fase molto avanzata. E nei prossimi giorni, a stretto giro, si attende la sua decisione. Se scioglierà la riserva sarà il primo tecnico made in «era Covid» sceso in politica. E, di certo, «non sarà l’ultimo», come ha commentato il suo collega virologo dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano Massimo Clementi.
Insomma, il virus della politica “contagia”. Specie se si tratta di quella vera e proprio declinazione della biopolitica che potremmo etichettare come «epidemiopolitica». Ed è lecito attendersi, quindi, che il settore medico-scientifico proiettato in politica — il «partito dei virologi» — possa vivere una serie di divisioni, tra centrodestra e centrosinistra e tra maggioranza e opposizione e, magari, anche la genesi di nuove categorie e contrapposizioni (per esempio, fra un «populismo» e un «riformismo» epidemiologici).
Nell’«era Covid», il paradigma immunitario ed epidemiologico è diventato un elemento fondamentale della vita pubblica, e una chiave importante per interpretare una mentalità collettiva in corso di profonda trasformazione, che sembra avere trovato dei modelli di riferimento.
Il virologo, l’infettivologo e l’epidemiologo (e, in misura minore, il pneumologo) hanno rappresentato gli «ancoraggi» e i personaggi di riferimento del pubblico delle tv e dei social della fase attuale dell’età della democrazia del pubblico.
E si sono ritrovati nel bel mezzo di una serie di mutazioni profonde del nostro modo di vivere, come pure di una nuova tappa delle relazioni pericolose tra tecnica e politica nell’Italia della «transizione infinita» del post-Tangentopoli.
La figura del virologo, nuovo faro dell’opinione pubblica, si è in tal modo convertita in un’icona mediatica, contesa dai programmi televisivi; e, talk show dopo talk show, da difensore dei nostri corpi è slittato verso la funzione di pastore delle nostre anime. In un contesto mediatizzato e calato nella cultura postmoderna eccolo farsi, sempre di più, simile a una sorta di opinionista scientifico (non di rado in polemica con i suoi pari e gli altri personaggi del teatro mediatico). E, dopo avere dispensato consigli (o potenziali diktat…) agli italiani su come e dove trascorrere le vacanze, gli epidemiologi divengono oggetto della curiosità dei rotocalchi che domandano loro quali località di villeggiatura sceglieranno.
E, così, il cerchio si chiude, e il meccanismo della pipolizzazione e la media logic inglobano anche quelli che, fino a prima del lockdown, erano austeri scienziati adusi più ai laboratori che alle dirette tv o rispettatissimi «primari ospedalieri» (come si sarebbe detto una generazione fa). O, per meglio dire, il cerchio si era quasi chiuso. Per chiuderlo completamente ci mancava, per l’appunto, la «discesa (o salita) in politica», sempre più variabile dipendente dei processi sociali di personalizzazione e mediatizzazione.
E ultimissimo capitolo della storia, inaugurata dalla Seconda Repubblica, dell’egemonia politica — seppure a tempo determinato — del tecnico. Incoraggiata deliberatamente per deresponsabilizzarsi, o subita proprio malgrado per affrontare una crisi, dalla classe politica elettiva. Così, dopo gli economisti e i costituzionalisti, è suonata l’ora dei virologi, con una specie di precedente temporale illustre, quello dell’igienismo positivistico del dopo Unità d’Italia. Corsi e ricorsi storici. Allora c’erano ancora pellagra, tifo e colera da debellare, oggi c’è il coronavirus, e ci sono un sistema dei media e delle macchine comunicative in grado di creare leader potenziali e salvatori della patria «nello spazio di un mattino». Come pure di digerirli e macinarli in men che non si dica…
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 12th, 2020 Riccardo Fucile
MA STAVOLTA LUI NON NE HA SCRITTO NULLA
Nel video e in una foto pubblicata dall’europarlamentare della Lega Massimo Casanova possiamo
ammirare il grande ritorno di Matteo Salvini al Papeete. Lui sui social network non aveva stranamente scritto niente, ma in compenso lo scatto della responsabile ambiente della Lega Vannia Gava ha risolto il giallo.
Nicola Pinna sulla Stampa ne racconta il contesto:
Il rito del selfie si consuma nel primo pomeriggio, ma intorno al leader questa volta non c’è la vecchia folla. Ieri neanche una storia su Instagram, almeno finchè qualche blog-provocatore non scrive che Salvini sta facendo in Romagna una vacanza in solitaria. La risposta è pronta: una foto di gruppo. L’autoscatto dopo una passeggiata organizzata all’ultimo momento con alcuni dei soliti amici: mezz’ora di pedalata tra gli alberi, fino a Cervia. In posa, stavolta, sono in quattro, uno è Claudio Durigon l’ex sottosegretario al Lavoro che ha scelto anche il ristorante per la cena: «Oggi una bella bistecca, d’altronde ho perso un po’ di calorie pedalando. Me la sono meritata».
La giornata si è consumata tra qualche selfie scattato in spiaggia e l’abolizione assoluta della mascherina, come da strategia di comunicazione.
(da agenzie)
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Luglio 10th, 2020 Riccardo Fucile
LA LEADER DI FDI AVEVA RICEVUTO L’INVITO DUE ORE PRIMA DI LUI E SALVINI SI E’ OFFESO COME I BAMBINI DELL’ASILO: “NON MI FACCIO DETTARE L’AGENDA DALLA MELONI”
L’incontro tra Conte e il centrodestra è diventato una telenovela. Tanto che è lo stesso premier a
farci dell’ironia: “Mi ricordano un po’ Nanni Moretti in Ecce Bombo: mi si nota di più se lo facciamo a Palazzo Chigi o a Villa Pamphilj, se lo facciamo per canali istituzionali o non istituzionali, in streaming o con rappresentazione fotografica?”.
A giugno non andava bene villa Pamphilj, ora è il giorno a essere sbagliato: Salvini punta i piedi e mostra risentimento per il poco preavviso con cui è stato invitato a Palazzo Chigi per riaprire un dialogo con le opposizioni. Il balletto degli inviti ha però svelato una inaspettata fragilità nel centrodestra, pronta a esplodere alla prima scaramuccia.
Sembrerebbe infatti, così come riportato da Il Giornale, che l’invito di Conte rivolto alle opposizioni avrebbe creato non pochi dissapori all’interno del centrodestra. Una scintilla innescata da un premier sagace, in grado di cogliere i malumori delle primedonne che attualmente si contendono like e condivisioni sui social a suon di post e video virali.
Se Forza Italia era stata avvertita in via informale nei giorni scorsi, Fratelli d’ Italia è stata contattata ieri mattina presto, mentre la Lega solo poco prima di pranzo.
Un timing che fa immediatamente esplodere le tensioni sotterranee al centrodestra, soprattutto quelle fra Salvini e Giorgia Meloni.
Secondo quanto riporta Il Giornale, quando di prima mattina su Facebook l’ ex vicepresidente della Camera fa sapere di aver ricevuto l’invito di Conte e di essere pronta ad incontrarlo oggi insieme a tutta la coalizione del centrodestra, Salvini va su tutte le furie.
È vero, l’accordo preso una decina di giorni fa anche con l azzurro Antonio Tajani era di andare insieme ad un eventuale tavolo con il presidente del Consiglio, ma Salvini non avrebbe gradito l’imposizione di Meloni e ai suoi avrebbe confidato: “io non sto qui a farmi dettare l’agenda dalla Meloni”.
Anche stavolta Salvini mette sotto il tappeto l’insofferenza per il protagonismo di Meloni e ai cronisti lancia l’affondo a Conte: fa sapere di non essere “a disposizione” del “chiacchierone” Conte. Nessun incontro oggi pomeriggio, il centrodestra — fanno sapere congiuntamente fonti dei tre partiti — è pronto a vedere Conte “la prossima settimana” perchè l’ ipotesi di organizzare il confronto già oggi “non è percorribile per il poco preavviso” e “per la scarsa chiarezza con cui Palazzo Chigi ha deciso di informare i leader”.
E mentre i due leader si contendono palco, piazza e passaggi televisivi, Berlusconi resta a guardare, non certo ignaro del peso politico che le sue ultime esternazioni hanno nel centrodestra e fiducioso che ora — rispetto a un periodo in penombra — il suo ruolo può essere decisivo.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2020 Riccardo Fucile
LA SINISTRA INSORGE: “ORRORE E PIETA'”… LA FRASE PRONUNCIATA A “L’ARIA CHE TIRA”, IN EFFETTI PER SALVINI TIRA UNA BRUTTA ARIA
“I valori di una certa sinistra, quella di Berlinguer, degli operai e degli insegnanti ora sono stati
raccolti dalla Lega. Se il Pd chiude Botteghe Oscure e la Lega riapre sono contento, è un bel segnale”. Lo ha detto il leader della Lega, Matteo Salvini, a l’Aria che tira, in diretta su La7, commentando la prossima apertura della sede romana della Lega in via delle Botteghe Oscure, via della storica sede del Pci.
Parole che hanno scatenato la pronta reazione del Pd. “Devono proprio andare male a Salvini i sondaggi per cercare di paragonarsi a Berlinguer. Quel paragone che ha fatto oggi, per via della sede in Botteghe Oscure, fa veramente orrore e pietà ”.
Lo scrive su Facebook il deputato e membro della segreteria Pd Emanuele Fiano. Dello stesso avviso il capo dei senatori dem Andrea Marcucci: “Non sono mai stato un militante del Pci ma pensare che Salvini paragoni la Lega al partito di Berlinguer mi fa indignare”.
(da agenzie)
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Luglio 9th, 2020 Riccardo Fucile
“A LUI E ALLA MELONI ANDREBBE DATO L’ERGASTOLO”
Danilo Toninelli probabilmente considera una sua rivincita personale la sentenza della Consulta
che riconosce come legittima l’estromissione di Autostrade dalla ricostruzione del ponte di Genova. Anche Luigi Di Maio ieri lo ha pubblicamente ringraziato. D’altronde aveva festeggiato con il pugno chiuso, tra tante polemiche, l’approvazione del decreto Genova, che sanciva il commissariamento del Ponte. E così, il giorno dopo, l’ex ministro delle Infrastrutture si abbandona a qualche “effervescenza”.
“Avevamo ragione”, è il suo esordio sul blog delle Stelle. “In poco più di un anno – rivendica – abbiamo costruito il ponte, non l’abbiamo fatto costruire a chi l’ha fatto crollare ma lo abbiamo fatto pagare a chi lo aveva fatto crollare, i Benetton”. Fin qui la celebrazione della sentenza. Ma poi passa all’attacco della destra.
“Se in Italia ci fosse una pena per le cazzate, le fake news, Meloni e Salvini prenderebbero l’ergastolo multiplo. Oggi Salvini ha detto che non è sua la responsabilità della mancata revoca ai Benetton: ma dove stava Salvini quando era al Governo? Abbiamo fatto riunioni su riunioni per decidere, a Conte doveva essere dato l’indirizzo politico e Salvini non partecipava perchè se la faceva sotto. Perchè alla fine Aspi e Benetton in qualche maniera la Lega l’hanno finanziata e Salvini faceva il duro davanti alla telecamera ma nei fatti non ha mai voluto”. Per essere ancora più chiaro, nell’articolo embedda anche un video con la scritta “ergastolo per Salvini e Meloni”.
A Radio Cusano Campus Toninelli allarga il giudizio sull’ex leader della Lega: “Oggi mi chiedo come abbiamo potuto allearci con un personaggio squallido e volgare come Salvini. Più Salvini mi attaccava sulle infrastrutture più era chiaro che stava difendendo potentati come i Benetton”.
Ma non va benissimo neanche a Paola De Micheli, che ha preso il posto di Toninelli alle Infrastrutture. “Se fossi ancora al Ministero, quelli di Aspi non l’avrebbero visto neanche col binocolo il nuovo ponte di Genova, perchè sarebbe stato già concluso l’iter di revoca. Prima del dettaglio giuridico c’è l’indirizzo politico, perchè se tu hai un indirizzo politico chiaro poi lo traduci in decreto. In questo la ministra De Micheli delude profondamente”.
Insomma, archiviato a suon di insulti il passato gialloverde, Toninelli si prepara a far scintille anche nel presente giallorosso.
(da agenzie)
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